Basta con la favola del “non ci sono soldi”: le occasioni sprecate, le persone dimenticate

Ci sono espressioni che dovrebbero farci sobbalzare: “non ci sono soldi”, “la coperta è corta”, “prima i militari, poi gli altri”. Sono bugie che diventano alibi, pilastri su cui si erige un’ingiustizia strutturale ai danni delle persone più fragili: chi convive con una disabilità, chi ha bisogno di assistenza continua, chi non può permettersi nemmeno il lusso di aspettare.

Il Disability Pride Italia, giunto alla sua decima edizione, denuncia proprio questo: da un lato, fiumi di denaro scorrono verso la macchina militare, verso le armi, verso guerre sempre più pericolose; dall’altro, le risorse destinate al sociale – sanità, servizi per le disabilità, assistenza agli anziani, supporto alla vita autonoma – restano esigue, insufficienti, residuali. È una deriva non solo morale, ma anche politica ed economica. Ecco alcuni dati che raccontano la sproporzione.

I numeri che parlano chiaro

Ambito Dati rilevanti Significato
Spesa militare vs sociale Tra il 2013 e il 2023 la spesa militare italiana è cresciuta del 30%. Nello stesso periodo la sanità ha registrato un aumento dell’11%, l’istruzione appena del 3%. È un’indicazione netta su quali siano le priorità reali dello Stato. La scarsità di fondi per il sociale è una scelta politica, non una necessità.
Spesa militare per il personale Circa 19 miliardi su un totale di 32 miliardi destinati alla difesa vanno al personale: quasi il 60%, il dato più alto tra i Paesi NATO. Significa che gran parte del budget non va in difesa strategica ma in stipendi e logistica militare, mentre l’assistenza sociale resta al palo.
Spesa sociale dei Comuni per disabilità Tra il 2019 e il 2020 si è registrato un calo del 5,9% nella spesa per i servizi alle persone disabili. In un periodo di crisi sanitaria ed economica, invece di aumentare il sostegno si è scelto di tagliare.
Spesa pubblica per disabilità: Italia vs OCSE L’Italia è sotto la media OCSE nella spesa per le politiche rivolte alla disabilità. Gran parte delle risorse è assorbita da pensioni e assegni, mentre è quasi assente l’investimento in servizi personalizzati e assistenza reale. Il modello italiano tende ad “assicurare la sopravvivenza”, non a garantire dignità, autonomia e partecipazione sociale.
Costi a carico delle famiglie Nel 2024 le famiglie italiane hanno sostenuto 138 miliardi di euro per coprire bisogni di salute, cura e assistenza. È circa il 20% del totale della spesa per il welfare. È una delega implicita dello Stato ai privati: chi può paga, chi non può resta indietro. È ingiusto, diseguale e inaccettabile.

Contraddizioni e arretratezze sistemiche
• La menzogna della scarsità: mentre lo Stato spende miliardi in armamenti e missioni militari all’estero, continua a ripetere che “non ci sono risorse” per i servizi essenziali. È una narrazione ipocrita che maschera una precisa gerarchia di priorità: la guerra vale più della cura.
• La guerra moltiplica la disabilità: i conflitti contemporanei – da Gaza all’Ucraina – generano migliaia di nuove disabilità fisiche e psicologiche, distruggono infrastrutture sanitarie, interrompono le cure. Ogni bomba sganciata toglie ossigeno ai sistemi sanitari, ai servizi sociali, alle cure per le malattie rare.
• Le famiglie abbandonate: il welfare è spezzettato, disomogeneo, spesso inefficace. Le differenze regionali acuiscono la disuguaglianza. La burocrazia ostacola l’accesso ai diritti e molte persone restano prigioniere dell’isolamento.
• Esclusione dal lavoro: solo il 32,5% delle persone con disabilità in età lavorativa (15–64 anni) ha un impiego. Non è un problema individuale, ma strutturale. Manca una strategia seria per l’inclusione lavorativa, la formazione, la valorizzazione delle competenze.

Chi ha responsabilità?
• I governi centrali, che si rifugiano dietro l’alibi della scarsità di risorse, ma continuano a finanziare l’industria bellica e a tagliare sulla sanità, sull’assistenza, sull’inclusione.
• Gli enti locali, che non garantiscono uniformità nei servizi: il luogo in cui si nasce o si vive determina spesso la qualità (o l’assenza) dell’assistenza ricevuta.
• La società civile e i media, troppo spesso silenti, cauti, poco coraggiosi nel denunciare la falsità della narrazione dominante. Dire che “non ci sono soldi” è una scelta, non una condanna.

Non è più il tempo di chiedere, è il tempo di pretendere
1. Una redistribuzione immediata delle risorse: basta tagli al sociale in nome della spesa militare. È tempo di invertire le priorità e destinare fondi alla cura, all’inclusione, all’assistenza reale.
2. Piani personalizzati veri, non dichiarazioni di principio: serve garantire assistenza domiciliare continuativa, figure professionali dedicate, percorsi di autonomia reale.
3. Adeguamento concreto dei LEA e del Nomenclatore degli ausili: carrozzine elettriche, scarpe ortopediche, tecnologie assistive devono essere considerate diritti essenziali, non lussi da centellinare.
4. Trasparenza e controllo dal basso: ogni impegno preso deve essere verificabile. Le persone disabili devono avere voce, controllo e potere decisionale sui servizi che li riguardano.
5. Una visione di lungo periodo: l’Italia invecchia, la disabilità aumenta, la crisi climatica e sanitaria ci pone nuove sfide. Servono politiche strutturali, non toppe improvvisate.

Giustizia, non compassione

Chi sostiene che “non ci sono soldi” sta mentendo. Chi continua a investire miliardi in armi e conflitti mentre taglia sulla disabilità, sulla sanità, sull’istruzione, sta compiendo una scelta politica precisa. È una scelta criminale nei confronti di chi è più fragile, e un suicidio collettivo per l’intera società.

Il Disability Pride Italia non è solo una manifestazione, è una presa di parola potente e collettiva. È la voce di chi non vuole più sopravvivere, ma vivere con dignità. È il grido di chi è stato dimenticato e oggi torna a reclamare il posto che gli spetta.

Il tempo delle scuse è finito. Ora si tratta di scegliere: da che parte stare? Dalla parte della guerra o della cura? Dalla parte dell’indifferenza o della giustizia?

La fantasia scabrosa di ridurre le disuguaglianze

Il capitalismo contemporaneo non solo tollera le disuguaglianze: le trasforma in carburante del proprio motore. È un sistema che funziona dividendo i poveri tra loro, convincendoli ad amare i propri oppressori e a odiare chi condivide la loro stessa condizione. Una guerra tra poveri costruita a colpi di propaganda, mentre i ricchi accumulano profitti sempre più smisurati.

In questo quadro si colloca la stagione politica di Matteo Renzi, che ha segnato un punto di rottura nella storia della sinistra italiana. L’uomo che avrebbe dovuto rappresentare lavoratori e ceti popolari si è presentato come il cavallo di Troia dei poteri forti. Con il Jobs Act e l’abolizione dell’articolo 18, ha privato milioni di lavoratori della principale tutela contro i licenziamenti ingiusti, rendendo il lavoro ancora più precario e ricattabile. Quella riforma, mascherata da modernizzazione, ha in realtà sancito il trionfo dell’impresa sul diritto, dello sfruttamento sulla dignità, riducendo il lavoratore a variabile usa e getta del mercato.

Non pago, Renzi ha lasciato un’ulteriore eredità velenosa: la flat tax per i super-ricchi. Introdotta nel 2017, ha trasformato l’Italia in un paradiso fiscale per miliardari, con un’imposta sostitutiva di soli centomila euro sui redditi esteri. Una misura che ha spalancato le porte a una nuova colonizzazione economica: attici con piscina a Milano e ville sul lago di Como per i nuovi signori globali, mentre i giovani italiani devono emigrare o accontentarsi di stipendi da fame.

La destra meloniana non ha invertito questa rotta: l’ha radicalizzata. Ha raddoppiato la flat tax per i ricchi, stendendo un tappeto rosso agli evasori internazionali. Ha rifiutato ogni ipotesi di patrimoniale, lasciando intatti i profitti stellari delle banche, degli speculatori e dei grandi gruppi industriali, mentre taglia i fondi per scuola, sanità e welfare. Ha difeso interessi privati e privilegi, mentre i ceti popolari sono schiacciati da inflazione, precarietà e disoccupazione giovanile.

E intanto, mentre milioni di famiglie faticano a pagare il mutuo o l’affitto, le banche italiane registrano utili miliardari grazie all’aumento dei tassi d’interesse imposto dalla BCE. Profitti stratosferici che non vengono redistribuiti né in salari più alti né in servizi migliori, ma che finiscono in dividendi per gli azionisti e bonus per i manager. Un banchetto indecente a spese di chi ogni giorno stringe la cinghia.

A ciò si aggiungono i continui condoni fiscali varati dai governi, compreso quello guidato da Giorgia Meloni, che hanno premiato evasori e grandi patrimoni. Un segnale chiaro: in Italia chi evade viene premiato, mentre chi paga le tasse fino all’ultimo centesimo è considerato un ingenuo da spremere. La logica è sempre la stessa: proteggere i privilegiati, scaricare i costi sui più deboli.

La continuità è lampante: la sinistra renziana e la destra meloniana appaiono come facce diverse della stessa medaglia. Entrambe hanno tradito la funzione originaria della politica: rappresentare il popolo e difendere i più deboli. Entrambe hanno scelto di essere strumenti del capitale finanziario, abbandonando la Costituzione che al contrario sancisce la centralità del lavoro, la solidarietà e la giustizia sociale.

Gli economisti Matteo Dalle Luche, Demetrio Guzzardi, Elisa Palagi, Andrea Roventini e Alessandro Santoro hanno dimostrato che il 7% più ricco della popolazione paga oggi proporzionalmente meno tasse di lavoratori e ceti medi. Una regressività fiscale che non è frutto del caso, ma di precise scelte politiche. Come nota Quinn Slobodian nel suo Capitalismo della frammentazione, le élite stanno cercando di liberarsi da ogni vincolo democratico, costruendo una società a misura dei ricchi e ostile ai poveri.

Robert Reich, ex ministro del lavoro statunitense, ha avvertito che simili politiche rischiano di riportarci al darwinismo sociale: sopravvive solo chi possiede, gli altri sono scartati. E in Italia questo processo è già in atto.

La vera domanda, allora, è se vogliamo continuare a vivere in una società governata dall’egoismo dei pochi, dove i ricchi non contribuiscono e i poveri vengono accusati di essere un peso, o se siamo ancora in grado di coltivare quella che qualcuno chiama “fantasia scabrosa”: l’idea che ogni persona abbia diritto a un tetto, a un lavoro dignitoso e a una vita libera dall’incubo della miseria.

Forse oggi sembra un sogno anacronistico, ma è l’unica via per salvare non solo la giustizia sociale, ma la stessa democrazia.

Pensioni sotto ricatto: il nuovo furto silenzioso ai danni dei lavoratori

Mentre il governo annuncia con toni sobri ma decisi l’imminente riforma del sistema previdenziale, ciò che si profila all’orizzonte non è una tutela del diritto alla pensione, bensì l’ennesimo scippo mascherato da opportunità. Si tratta di un’operazione chirurgica di smantellamento che tocca nervi scoperti: TFR, pensione integrativa, età pensionabile, usura del lavoro e dignità dell’anzianità. Tutto in nome del vincolo esterno dell’austerità e del profitto finanziario.

  1. Un copione già visto: tagliare i diritti per finanziare la guerra

La manovra che si delinea per la prossima legge di bilancio non è ancora nera su bianco, ma le linee guida sono già chiare: meno spesa sociale, più fondi destinati a difesa, sicurezza e incentivi a imprese “strategiche”. In altre parole: si tolgono risorse ai pensionati di domani per comprare armi oggi.

Il vincolo dell’austerità imposta dall’Unione Europea continua a dominare la politica economica italiana, senza alcuna opposizione reale. L’attuale centrodestra, come i governi precedenti, si piega docilmente al diktat del contenimento della spesa pubblica, colpendo in primis la previdenza. La riforma che si annuncia non nasce da un’urgenza sociale, ma da una scelta politica: spingere verso la privatizzazione del sistema pensionistico.

  1. Il doppio inganno: TFR usato come salvagente o cavallo di Troia

Claudio Durigon, sottosegretario al Lavoro e già protagonista di altre uscite discutibili sul fronte previdenziale, propone una misura “salvifica”: utilizzare il Trattamento di Fine Rapporto per integrare le pensioni future, così da raggiungere una soglia dignitosa e, magari, anticipare l’età pensionabile.

Peccato che sia un finto salvagente. Il TFR è una retribuzione differita, frutto del lavoro già svolto. Destinarlo alla pensione significa obbligare i lavoratori a rinunciare oggi a un capitale che potrebbe servire per acquistare una casa, avviare un’attività, sostenere un familiare in difficoltà. In pratica, si fa leva sulla povertà previdenziale per giustificare un baratto ingannevole: ti do una pensione decente, ma rinunci a ciò che ti spetta.

La ministra Calderone va oltre: il TFR va direttamente incanalato nei fondi pensione complementari. Una scelta che nasconde ben altri interessi.

  1. Previdenza complementare: una trappola dorata per la finanza

L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, non ha mai visto decollare il sistema di previdenza complementare. E per buone ragioni: instabilità dei mercati, bassi rendimenti, scarsa fiducia, soprattutto tra i lavoratori più precari. Chi vive con mille euro al mese non è interessato a scommettere il proprio futuro sulle fluttuazioni della borsa.

Eppure, il governo insiste. Perché? Perché quei fondi rappresentano un canale privilegiato per iniettare liquidità nel sistema finanziario in crisi. Oggi, i fondi pensione valgono circa 215 miliardi di euro in Italia. Una torta troppo appetitosa per essere ignorata.

Alcuni fondi sono “negoziali”, gestiti da sindacati e associazioni di categoria. Ma molti altri sono fondi privati, che investono in strumenti ad alto rischio e dipendono direttamente dall’andamento dei mercati globali. Legare la sopravvivenza di milioni di lavoratori a queste dinamiche significa trasformare la pensione in un prodotto speculativo.

  1. Età pensionabile e lavori usuranti: l’ennesima beffa in arrivo

Nel 2027, l’età pensionabile raggiungerà i 67 anni e 3 mesi, grazie al meccanismo automatico della Legge Fornero, che la lega all’aspettativa di vita. Una scelta che ignora totalmente le diseguaglianze sociali e le condizioni materiali di chi lavora nei settori più logoranti: edilizia, sanità, logistica, agricoltura, industria pesante.

Le cosiddette “quote” e “opzioni” che il governo periodicamente riformula sono solo cerotti temporanei, spesso a carico del lavoratore. Opzione Donna è ormai svuotata. L’Ape Sociale è limitata a pochi casi specifici. Per il resto, l’uscita anticipata è riservata a chi può permettersi di rinunciare a buona parte dell’assegno.

Ancora una volta, il messaggio è chiaro: sopravvive chi può, gli altri lavorino fino allo sfinimento.

  1. Sindacati in bilico e il pericolo del conflitto d’interessi

Il governo promette di “concertare” la riforma con i sindacati. Ma questa volta il tavolo potrebbe essere truccato. Infatti, diversi fondi pensione complementari sono gestiti proprio da organizzazioni sindacali. Una riforma che favorisce quei fondi potrebbe rappresentare un incentivo per alcune sigle ad accettare compromessi dannosi per la base.

Siamo davanti a un conflitto d’interessi strutturale, che mina la credibilità di chi dovrebbe difendere i lavoratori. Chi garantirà che non vengano svenduti i diritti in cambio di qualche vantaggio istituzionale?

  1. Uno scenario già visto: dal modello cileno alla trappola italiana

Non serve andare troppo lontano per vedere dove porta questo modello. In Cile, la dittatura di Pinochet introdusse un sistema pensionistico totalmente privatizzato, affidato a fondi gestiti da banche e multinazionali. Oggi, milioni di pensionati cileni vivono in povertà assoluta, con assegni ridicoli dopo una vita di contributi.

L’Italia sta seguendo una traiettoria simile, ma più subdola. Non con un colpo di Stato, ma con il “ricatto della sostenibilità”. Le parole d’ordine sono sempre le stesse: flessibilità, responsabilità individuale, scelta consapevole. In realtà, è l’abbandono progressivo della previdenza pubblica come diritto collettivo e flussi di capitali che finiscono nelle mani dei soliti predatori capitalisti.

riprenderci il futuro, prima che ce lo vendano

La pensione non è un favore, né un premio. È salario differito. È un diritto costruito con anni di contributi, lavoro, sacrifici. Trasformarla in un prodotto di mercato significa spezzare il patto sociale su cui si regge la democrazia repubblicana.

Il governo Meloni, come i suoi predecessori, porta avanti la svendita sistematica del welfare, sostituendo i diritti con bonus, le certezze con scommesse, la solidarietà con il profitto.

Serve un’alternativa chiara, netta, radicale. Una proposta che rimetta al centro la previdenza pubblica, che abolisca la Legge Fornero, che introduca un sistema di pensione minima garantita per tutti, sganciato dal solo contributivo e fondato sul reddito universale. Perché il lavoro non può essere la condanna a morte del corpo, e la vecchiaia non può essere una roulette.

Fonti consultate:
• ISTAT, Rapporto annuale 2024
• COVIP, Relazione annuale sulla previdenza complementare 2025
• OCSE, Pensions at a Glance – Italia 2024
• Ministero del Lavoro, Documento di Economia e Finanza 2025
• Il Sole 24 Ore, “Riforma pensioni, le ipotesi allo studio”, agosto 2025
• Openpolis, “Quanto spendiamo per le pensioni rispetto agli altri paesi europei”
• Fondo Monetario Internazionale, Country Report Italy 2024

L’Europa che non vuole crescere: quando il lavoro c’è ma la politica lo respinge

Christine Lagarde lancia l’allarme: senza l’apporto dei migranti, l’economia europea sarebbe oggi molto più debole. Ma la risposta politica al fenomeno migratorio va in direzione opposta, seguendo la scia di un populismo miope che rischia di frenare la crescita stessa. Il paradosso è servito: abbiamo bisogno dei migranti per lavorare, ma li respingiamo per propaganda elettorale.

Lavoratori invisibili, pilastro dell’economia visibile
Dietro le cifre fredde del PIL e dell’occupazione si nasconde una verità che brucia: l’Europa, senza i lavoratori migranti, sarebbe già in stagnazione. Lo ha detto senza mezzi termini la presidente della Banca Centrale Europea, Christine Lagarde, intervenendo al simposio della Federal Reserve nel Wyoming. Dati alla mano, i migranti rappresentano solo il 9% della forza lavoro, ma hanno garantito ben il 50% della crescita occupazionale dal 2022. Mezzo continente, insomma, regge su spalle che molti fingono di non vedere.

La Germania avrebbe oggi un PIL inferiore del 6% senza manodopera straniera. E la Spagna, tra i Paesi che più hanno beneficiato della ripresa post-Covid, deve molto ai migranti che hanno colmato le lacune lasciate da una popolazione autoctona sempre più anziana e sempre meno incline al lavoro full-time. Non solo. Questa forza lavoro ha contribuito a mantenere in equilibrio i prezzi, evitando che l’inflazione galoppasse ancora più in alto: un argine sociale nascosto tra i margini delle politiche economiche.

Il paradosso dell’Unione: crescita economica vs. regressione politica
Ma proprio mentre l’economia ringrazia, la politica alza muri. L’afflusso di nuovi lavoratori viene vissuto con sospetto e rifiuto. La migrazione netta ha portato la popolazione UE a un record di 450 milioni, ma l’aumento della presenza straniera ha alimentato il risentimento delle fasce sociali più fragili, strumentalizzato abilmente da partiti di estrema destra da Berlino a Roma.

Il risultato? Si moltiplicano le misure restrittive: stretta sui permessi, ostacoli burocratici, retorica dell’invasione. Il paradosso è crudele: mentre le aziende europee cercano disperatamente personale, i governi fanno a gara per sembrare più duri sull’immigrazione. Come se l’occupazione non c’entrasse nulla con la migrazione. Come se l’economia e la demografia potessero essere disgiunte dalla realtà sociale.

La grande miopia del declino demografico
L’Europa invecchia, e invecchia male. Il calo del tasso di natalità e l’aumento delle richieste di riduzione dell’orario di lavoro stanno erodendo progressivamente la base produttiva del continente. In una società che non fa più figli e non vuole più lavorare a tempo pieno, la migrazione rappresenta una risorsa strutturale, non un’emergenza da gestire.

Lagarde è chiara: senza migranti, la resilienza dell’eurozona ai grandi shock – pandemici, energetici, inflattivi – non sarebbe stata possibile. Eppure, il discorso dominante continua a nascondere il legame diretto tra crescita e inclusione. Si fa finta che le due cose siano separabili, quando invece sono ormai saldate insieme.

Migrazione e lavoro: un tabù tutto europeo
Il vero nodo è culturale. In Europa parlare di migrazione come risorsa è ancora un tabù. Chi lo fa rischia la gogna mediatica e l’accusa di buonismo. Ma i dati smentiscono la propaganda. L’integrazione migrante è oggi una leva fondamentale della competitività: senza lavoratori stranieri, interi settori – dall’agricoltura all’edilizia, dalla logistica alla sanità – collasserebbero nel giro di poche stagioni.

Il problema, come ha sottolineato la stessa Lagarde, è che le “pressioni dell’economia politica” rischiano di limitare questi afflussi. Tradotto: l’ossessione per il consenso elettorale a breve termine sta uccidendo ogni visione strategica a lungo termine. L’Europa sembra condannata a scegliere tra crescita economica e stabilità politica, come se le due cose fossero incompatibili. Eppure, la vera incompatibilità è tra razzismo e benessere sociale.

Il caso Italia: tra emergenza costruita e realtà ignorata
In Italia il quadro è ancora più contraddittorio. Il Paese ha uno dei tassi di natalità più bassi d’Europa, un’età media della popolazione tra le più alte al mondo e una cronica difficoltà a coprire posti di lavoro nei settori agricoli, dell’assistenza e dell’industria leggera. Eppure, il dibattito pubblico è dominato da una narrazione emergenziale: l’“invasione” dei migranti, la “sostituzione etnica”, il “problema sicurezza”.

Secondo l’ISTAT, senza immigrazione l’Italia perderebbe circa 500.000 persone ogni cinque anni. Eppure, ogni tentativo di regolarizzazione è osteggiato. La sanatoria del 2020, che doveva regolarizzare oltre 200.000 lavoratori, ha avuto un’efficacia minima a causa di ostacoli burocratici e politici. Intanto, nel silenzio delle istituzioni, migliaia di braccianti e badanti, cuochi, muratori e corrieri tengono in piedi interi settori. Ma vengono esclusi da ogni discorso sulla cittadinanza, i diritti, il futuro.

La verità è che il sistema produttivo italiano ha bisogno di loro, ma la politica fa finta di niente. Mentre si tagliano i fondi per l’integrazione e si alzano i muri, cresce il sommerso e aumenta la precarietà. Una bomba sociale pronta a esplodere, ma ignorata nel nome del consenso.

Per una nuova narrazione migratoria
L’Europa ha bisogno di riscrivere la propria narrazione. Non è un continente “invasa”, ma un continente salvato ogni giorno da donne e uomini che lavorano nell’ombra, spesso senza diritti e senza voce. Parlare di migrazione solo in termini emergenziali è il primo errore. Il secondo è non riconoscere che un’economia giusta non può fondarsi sull’ipocrisia: sfruttare il lavoro migrante di giorno e demonizzarlo di sera è una contraddizione che prima o poi esploderà.

Ciò che serve è una politica migratoria coraggiosa, che coniughi sicurezza sociale, diritti e visione industriale. La Germania lo ha compreso, pur tra mille contraddizioni. La Spagna lo sta sperimentando. Ma in Italia, purtroppo, si preferisce cavalcare la paura, anche a costo di affossare la crescita.

Conclusione: la crescita che non vogliamo
Christine Lagarde, pur parlando da tecnocrate, ha posto sul tavolo una questione politica fondamentale: senza migranti, l’Europa non cresce. Anzi, arretra. Ma i populismi non vogliono sentire ragioni. Meglio alimentare la narrazione dell’invasione, anche se è proprio quella narrazione a minare le basi materiali della nostra economia.

Non è solo una questione di PIL. È una questione di verità. Di futuro. E, soprattutto, di giustizia. Se continuiamo a rifiutare chi ci sostiene, l’unico destino possibile sarà quello del declino. Non per colpa dei migranti. Ma per colpa nostra.

Fonti e approfondimenti incrociati:
• BCE – Discorso di Christine Lagarde, Simposio della Fed, agosto 2025
• Eurostat – Occupazione e migrazione nell’eurozona, 2022-2025
• OCSE – The economic impact of migration, 2024
• Istituto Affari Internazionali – Popolazione europea e crisi demografica
• Euractiv – Germany’s economic growth fuelled by migration, 2023
• El País – La recuperación española y el papel de los migrantes
• ISTAT – Natalità e mercato del lavoro in Italia, 2024

La fabbrica della povertà: il disegno reazionario dietro il “miracolo” occupazionale di Meloni

Dietro i toni trionfalistici del governo Meloni sul fronte occupazionale si nasconde un progetto politico ben più profondo e inquietante: la costruzione di una società disciplinata dalla paura, nella quale il lavoro non è più un diritto ma un’arma di ricatto. L’eliminazione del Reddito di Cittadinanza non è stata soltanto una misura economica: è stata una scelta ideologica, coerente con un’impostazione autoritaria e con una visione del Paese che sembra ricalcare fedelmente le linee guida del “Piano di rinascita democratica” di Licio Gelli.

La propaganda elettorale aveva promesso di difendere il popolo. La realtà è un’altra: colpire i più fragili, cancellare tutele, dividere i poveri in categorie gerarchiche e ridurre la cittadinanza sociale a privilegio per pochi “meritevoli”. Invece di affrontare le crisi con politiche innovative, il governo copia e incolla vecchi progetti reazionari, resuscitando strumenti che negli anni ’80 furono concepiti per concentrare il potere politico, piegare la magistratura e marginalizzare le istanze sociali.

Dal Reddito di Cittadinanza alla povertà istituzionalizzata

La sostituzione dell’RdC con l’Assegno di Inclusione (Adi) e il Supporto per la Formazione e il Lavoro (Sfl) ha avuto un effetto chirurgico: ridurre drasticamente la platea dei beneficiari. Secondo il Rapporto Inps 2024, meno della metà dei 418.000 nuclei che avrebbero potuto accedere alle nuove misure ha presentato domanda; 212.000 famiglie sono rimaste escluse da ogni sostegno. La selezione colpisce soprattutto disabili, anziani e famiglie monoreddito, respingendo circa il 60% delle domande provenienti dai nuclei più fragili.

Questo restringimento non è casuale: togliere alternative al lavoro malpagato abbassa il potere contrattuale di chi cerca occupazione. Il governo ha così applicato la vecchia teoria del “salario di riserva” al contrario: non elevare il livello di vita dei più poveri, ma ridurlo fino a costringerli ad accettare qualsiasi condizione.

Il lavoro come ricatto

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: più occupati, ma più poveri. Secondo Istat, la povertà assoluta tocca oggi l’8,5% delle famiglie e il 9,8% degli individui, con oltre 5,7 milioni di persone che vivono senza il necessario. La Caritas conferma che quasi la metà di chi chiede aiuto ha un lavoro formale, spesso a tempo pieno, ma con stipendi che non garantiscono la sopravvivenza.

Le politiche del governo non creano lavoro dignitoso: lo precarizzano e lo frammentano. Voucher peggiorati, part-time forzati, contratti di poche ore, contributi sospesi per mesi senza sanzioni: un sistema che normalizza lo sfruttamento e rende strutturale il ricatto occupazionale.

Il filo rosso con il progetto di Gelli

Il premierato, la riforma della giustizia, la concentrazione del potere esecutivo e la marginalizzazione delle opposizioni non sono misure isolate: fanno parte di un disegno unitario. È il vecchio schema gelliano, riproposto in chiave contemporanea, che vede nella riduzione dei diritti sociali e nella compressione delle libertà civili il terreno su cui consolidare un potere centralizzato e autoritario.

Non è incapacità a governare: è una scelta deliberata. Un Paese impoverito è più facile da controllare; una forza lavoro disperata è più docile; un’opposizione sociale frammentata è meno pericolosa.

Conclusione

Il governo Meloni sta costruendo una “democratura” che si regge su una formula cinica: meno diritti sociali, più potere politico concentrato. Il modello è chiaro: un’Italia in cui la povertà non è una piaga da curare, ma uno strumento di governo; in cui il lavoro non emancipa, ma sottomette.
Dietro i dati esibiti come trofei si nasconde una verità scomoda: questo non è un progetto per il futuro del Paese, ma un ritorno a un passato reazionario che pensavamo di avere sepolto.

Italia in retromarcia: la stagnazione economica e la resa politica dell’Europa

Il dato che non si può più nascondere

La retromarcia del PIL italiano nel secondo trimestre 2025 – un inatteso -0,1% rispetto ai tre mesi precedenti, con una crescita tendenziale annua ridotta al +0,4% – segna la fine delle illusioni raccontate dal governo Meloni. Per la prima volta dopo mesi di proclami, non si è potuto sventolare la bandiera della “nazione che cresce più d’Europa”. La realtà è che l’Italia ristagna, e lo fa insieme alla Germania, mentre Spagna e Francia, pur con fatica, riescono ancora a mettere qualche decimale di crescita sul tavolo.

Una frenata che viene da lontano

Le cause sono molteplici ma convergenti: agricoltura e industria continuano a perdere terreno, i servizi – due terzi del nostro PIL – non crescono più, i consumi interni languono, e l’export, che storicamente rappresentava la valvola di sfogo, è oggi zavorrato dal calo verso l’Asia e soprattutto la Cina (-11% rispetto al 2024). L’unico dato positivo, l’aumento dell’8% delle esportazioni verso gli Stati Uniti nel primo trimestre, non basta a compensare la perdita di altri mercati.

Il cappio dei dazi

In questo quadro già fragile, arriva l’accordo siglato in Scozia tra Ursula von der Leyen e Donald Trump, che introduce dazi del 15% sulle esportazioni europee verso gli Stati Uniti. Appena dieci giorni fa, Giorgetti definiva “insostenibile” un aumento al 10%. Meloni, in ossequio alla retorica della forza d’animo, dichiarava invece che il 10% era gestibile. Il risultato è stato un compromesso al rialzo – il 15% – che non ha nulla di compromissorio ma tutto di punitivo.

Secondo le stime di Confindustria, l’Italia rischia 22 miliardi di export in meno e decine di migliaia di posti di lavoro persi. Una catastrofe annunciata che il governo si ostina a minimizzare, parlando di impatti “gestibili” e confidando in un recupero che, nelle previsioni più ottimistiche, non arriverebbe prima del 2029.

L’Europa piegata e la memoria di Monti

Il paragone con il caso Microsoft del 2004, ricordato da Romano Prodi, è illuminante. Allora la Commissione Europea – con Monti commissario alla concorrenza – resistette per cinque anni e mezzo alle pressioni di un colosso globale e inflisse una multa storica. Oggi, di fronte a un’America che impone la sua linea, la stessa Europa abdica, trasformandosi in un continente subalterno, pronto a impegnarsi ad acquistare 750 miliardi di energia e 600 miliardi di sistemi d’arma made in USA.

La frase di Prodi resta scolpita: “politica non è farsi umiliare dai potenti”. Eppure, l’impressione è che l’Europa di Ursula von der Leyen e la premier Meloni abbiano fatto esattamente questo: accettare l’umiliazione pur di mantenere in piedi la facciata di un rapporto privilegiato con Washington.

Sovranismo: la maschera che cade

Cuperlo lo ha detto con chiarezza: questa vicenda svela il bluff del sovranismo. Le destre europee l’hanno venduto come la via della rinascita, l’arma con cui riconquistare dignità e sovranità. Oggi vediamo che quel sovranismo non è altro che una resa preventiva al potere altrui, un nazionalismo senza nazione, che lascia l’Italia e l’Europa più fragili e meno libere.

Meloni, che voleva fare da ponte tra le due sponde atlantiche, si ritrova come portavoce di un’Europa inginocchiata. Salvini, con la sua Lega “meno Europa possibile”, aggiunge incoerenza a incoerenza. E Ursula von der Leyen, che avrebbe dovuto incarnare la leadership europea, appare ostaggio di Trump e del Consiglio Europeo, incapace di guidare i 27 verso una posizione comune di forza.

L’opposizione e il bivio dei socialisti europei

C’è un problema di fondo che la sinistra non può eludere: Ursula von der Leyen è stata votata anche da socialisti e progressisti europei, in nome della responsabilità e per evitare il “peggio”. Oggi quella scelta presenta il conto: la Commissione appare come la peggiore della storia, incapace di autonomia e di visione. Limitarsi a denunciare l’umiliazione non basta più. È il momento di decidere se continuare a sostenere questa Europa supina o se avere il coraggio di dire basta, aprendo una fase nuova di rifondazione democratica e sociale del progetto europeo.

Sintesi critica

Il dato economico – il PIL che arretra – e il dato politico – l’accordo capestro sui dazi e sugli acquisti miliardari dagli USA – raccontano la stessa storia: l’Italia e l’Europa si sono fatte pecora e il lupo le ha sbranate. Cuperlo lo anticipa: il sovranismo, lungi dall’essere la cura, è oggi il veleno che rischia di consegnarci a una lunga stagione di declino. La speranza è che milioni di cittadini capiscano che non si tratta di una partita di orgoglio nazionale, ma di sopravvivenza democratica, sociale ed economica.

Il problema, allora, non è solo la Meloni o von der Leyen: è un’Europa senza anima, senza leadership e senza coraggio. O si cambia radicalmente strada – tornando a un’Europa capace di reggere i colpi dei potenti e di difendere i propri popoli – o il futuro sarà quello di una lunga e dolorosa stagnazione.

Muoiono gli operai, vivono i profitti: l’Italia che ignora la sicurezza sul lavoro

Introduzione: la strage silenziosa

Mentre la propaganda istituzionale esibisce tricolori, slogan e passerelle per la “Festa del Lavoro”, il lavoro vero muore. Letteralmente. Tre operai precipitati da un cestello a Napoli, uno schiacciato da un muletto nel Bresciano, altri che continueranno ad aggiungersi al bollettino quotidiano delle “morti bianche”, in realtà spesso nere come il bitume che trasportavano. Non sono fatalità. Sono esecuzioni per omissione: omissione di prevenzione, omissione di investimenti, omissione di rispetto per la vita umana.

Fra gennaio e maggio 2025, secondo i dati Inail, sono morte 378 persone “sul lavoro”, incluse quelle decedute nel tragitto casa-lavoro. L’anno scorso erano state 362 nello stesso periodo. Non è una crisi passeggera. È un trend. Un massacro silenzioso e sistemico. Eppure, i fondi per la sicurezza rimangono promesse, al massimo giochetti contabili.

  1. La propaganda del potere: promesse, slogan, e bilanci riciclati

Lo scorso Primo Maggio, Giorgia Meloni annunciava trionfalmente uno stanziamento di 1,2 miliardi per la sicurezza nei luoghi di lavoro. Ma scavando tra le cifre, la realtà è un’altra: quei soldi non sono nuovi. I 650 milioni “aggiuntivi” sono in realtà il riciclo di fondi residui mai utilizzati dai bandi precedenti dell’Inail. Gli altri 600 milioni erano già stati destinati con un bando del 2024, ancora in corso. Nulla di strutturale, nulla di certo, nulla di davvero nuovo.

Non si tratta, dunque, di una manovra straordinaria contro una tragedia nazionale, ma di una operazione contabile, utile a costruire una narrazione politica di efficienza e attenzione sociale. Un racconto che si sgretola di fronte a ogni operaio che cade da un ponteggio, muore folgorato da un quadro elettrico, o viene schiacciato da una macchina senza protezioni.

  1. La macchina inceppata dell’Inail: sicurezza sacrificata al mattone

A complicare ulteriormente la situazione, c’è un altro scandalo, passato quasi sotto silenzio. Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (Civ) dell’Inail ha lanciato l’allarme: i fondi destinati alla sicurezza potrebbero essere prosciugati per finanziare il piano di valorizzazione immobiliare del Ministero dell’Economia. Il governo ha infatti imposto all’Inail di versare oltre un miliardo di euro a Invimit, una società statale che gestisce fondi immobiliari e si occupa anche di studentati, housing sociale e rigenerazione urbana.

Il rischio è evidente: spostare risorse dalla sicurezza dei lavoratori alla speculazione edilizia mascherata da rigenerazione urbana. Non è difficile immaginare quali interessi si muovano dietro questo scambio, in un Paese dove la commistione tra finanza, cemento e politica è cronica.

  1. Cantieri sotto il sole, lavoratori sotto terra

Nel Sud, mentre le temperature superano i 40 gradi, molti cantieri continuano a operare in spregio alle ordinanze anti-caldo. Le norme ci sono, ma non vengono rispettate. Perché? Perché i controlli sono pochi, le sanzioni blande, e la vita di un lavoratore vale meno del costo di una giornata di fermo. Secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2024 oltre il 75% dei cantieri controllati presentava irregolarità. Ma i controlli coprono appena una minima parte del territorio.

In Italia abbiamo circa 2.000 ispettori per controllare più di 4 milioni di imprese. È come voler spegnere un incendio con un bicchiere d’acqua.

  1. Le vere priorità del governo: guerra, cemento e repressione

Mentre si lesina sulla sicurezza dei lavoratori, il governo Meloni trova risorse per tutto il resto: armamenti, missioni militari, fondi straordinari per le grandi opere (il Ponte sullo Stretto in primis), incentivi all’edilizia privata, e ora anche versamenti all’immobiliare pubblico con finalità discutibili.

Intanto, l’Inail è strozzata, i bandi rallentano, le trattative con i sindacati procedono a rilento e i lavoratori continuano a cadere. Sotto questa gestione, la vita umana sembra diventata una voce di spesa da tagliare, non un diritto da proteggere.

  1. Uomini e numeri: un Paese che ha smarrito il valore del lavoro

Le storie dietro i numeri sono spesso ignorate. I tre operai morti a Napoli avevano 67, 62 e 56 anni. Età da pensione, non da cantieri. Segno di un Paese invecchiato, dove si lavora fino all’ultimo respiro. Dove si muore per portare a casa uno stipendio che spesso non basta neanche a vivere.

Eppure, questi morti non generano indignazione di massa, non scatenano proteste di piazza. Vengono raccontati nei trafiletti dei giornali, citati in qualche talk show, e poi dimenticati. Perché? Perché la cultura dominante ha trasformato il lavoro da diritto e dignità in merce e ricatto. E chi muore, in fondo, “stava solo facendo il suo lavoro”.

Conclusione: non è un incidente. È un sistema che uccide

Quando si continua a morire per mancanza di dispositivi, per mancanza di formazione, per mancanza di controlli, non si tratta più di incidenti. È un sistema che uccide, scientemente. È uno Stato che abdica al proprio dovere di tutela, mentre garantisce libertà e profitti a chi sfrutta e non rispetta le regole.

Serve una rivoluzione culturale e politica. Servono più ispettori, più fondi veri, più poteri ai rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza. Serve mettere la vita davanti al profitto. Perché ogni volta che uno di noi cade da un’impalcatura, è la nostra coscienza collettiva a crollare con lui.

Fonti:
• Inail, “Open data sugli infortuni sul lavoro” – aggiornamento maggio 2025
• Ispettorato Nazionale del Lavoro, rapporto annuale 2024
• Ministero dell’Economia – Comunicazioni su Invimit, luglio 2025
• Il Fatto Quotidiano, 26 luglio 2025
• Repubblica, 4 luglio 2025
• CGIL – Dossier sulla sicurezza nei luoghi di lavoro 2025
• Osservatorio Nazionale Morti sul Lavoro – Dati 2025

Il Paradiso dei Potenti, l’Inferno dei Lavoratori: Viaggio nella Regressione Fiscale Italiana ed Europea

Ridere sotto la pioggia di soldi, viaggiare tra le nuvole dei paradisi fiscali, immortalare la propria vita sui social: la classe capitalista globale ama farsi vedere “normale”. Ma la normalità, per chi possiede capitali immensi, è un’altra cosa: non pagare le tasse come tutti gli altri.

Siamo cresciuti col mito dell’uguaglianza davanti alla legge, della progressività fiscale come colonna portante delle democrazie occidentali. Eppure, negli ultimi quarant’anni, questa architettura è stata smantellata, pezzo dopo pezzo. Nei Paesi ricchi, le aliquote massime sui grandi redditi sono crollate: dal 90% degli anni Sessanta al 40% di oggi, con una caduta ancora più rovinosa sui redditi da capitale. Un tempo erano imposte capaci di ridistribuire ricchezza e finanziare sanità, scuola, sicurezza sociale. Oggi, sono diventate un simulacro, una foglia di fico per sistemi sempre più iniqui.

La vera rivoluzione l’hanno fatta le élite economiche, spesso in silenzio. Bezos, Arnault, Elkann e i loro sodali vivono in un mondo dove la pressione fiscale reale è prossima allo zero. Non è una boutade di Warren Buffett – che dichiara di pagare meno tasse della sua segretaria – ma la spia di un sistema malato, costruito per proteggere e moltiplicare i patrimoni di pochi a scapito dei molti.

Paradisi fiscali, ora a due passi da casa

Non serve più nascondere denaro alle Fiji o alle Cayman: oggi i veri paradisi fiscali si trovano nel cuore dell’Occidente. La Svizzera, gli Stati Uniti, il Lussemburgo, la Germania: questi sono i paesi ai primi posti nel Financial Secrecy Index del Tax Justice Network. È l’invisibilità legale, garantita da sistemi finanziari opachi, trust, fondazioni, scatole cinesi che blindano l’identità dei beneficiari reali.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, tra l’8 e il 10% della ricchezza mondiale (oltre 10.000 miliardi di dollari) è nascosta offshore. Non solo un “gioco da ricchi”, ma un sabotaggio diretto dei sistemi pubblici di welfare, dei diritti e della coesione sociale.

Il grande spostamento del carico fiscale

Le conseguenze sono devastanti: più i ricchi eludono o evitano le tasse, più il fisco si accanisce sui lavoratori dipendenti e sui ceti medi. Secondo l’Ocse, il continuo abbattimento delle imposte sui grandi patrimoni è stato “compensato” dall’aumento delle tasse sui redditi da lavoro e sui consumi. Mentre i miliardari si concedono matrimoni di lusso a Venezia, la sanità e la scuola pubblica rischiano la paralisi, finanziate con il sudore di chi non può sottrarsi al prelievo alla fonte.

In Italia, questa dinamica è particolarmente drammatica. Oltre il 90% del gettito Irpef arriva da lavoratori dipendenti e pensionati, mentre imprenditori e autonomi, pur rappresentando circa un terzo dei contribuenti, contribuiscono a meno del 10% del totale a causa della sistematica sotto-dichiarazione dei redditi (secondo il MEF, circa 90 miliardi di imponibile sommerso ogni anno).

Italia: il laboratorio della regressività

Dietro la maschera della progressività formale, il sistema fiscale italiano è diventato regressivo nei fatti. Il cuore del problema?
• Redditi da capitale (interessi, dividendi, plusvalenze) tassati con una flat tax del 26%, molto inferiore all’aliquota massima Irpef.
• Grandi immobili: tassazione tra le più basse d’Europa (in Francia vige la patrimoniale IFI sugli immobili di lusso).
• Trust e fondazioni: strumenti per schermare eredità e patrimoni, quasi immuni da verifiche.

Non esiste in Italia una vera imposta patrimoniale sui grandi capitali. L’Imu colpisce solo gli immobili diversi dalla prima casa e con aliquote ridotte, mentre i grandi portafogli finanziari versano una modesta imposta di bollo (0,2%), che per i patrimoni miliardari è del tutto marginale.

Il risultato?
• Il 10% più ricco degli italiani possiede il 55% della ricchezza nazionale (Banca d’Italia, 2023).
• L’1% più ricco detiene da solo il 20% della ricchezza.
• La quota di ricchezza in mano alla classe media è in costante erosione da oltre un decennio.

Evasione, elusione, nuovi paradisi: il volto “legale” dell’ingiustizia

L’Italia detiene il poco invidiabile primato europeo dell’evasione fiscale: tra 80 e 100 miliardi di euro l’anno. Non solo piccoli artigiani o commercianti, ma soprattutto grandi aziende, multinazionali e dinastie patrimoniali che sfruttano regimi di favore, prezzi di trasferimento, sedi “di comodo” all’estero.
Lo studio dell’EU Tax Observatory (2023) rivela che oltre il 25% dei grandi patrimoni italiani usa trust, società offshore, polizze vita “blindate” per occultare ricchezza in Svizzera, Lussemburgo, Regno Unito.

La flat tax per ricchi – introdotta nel 2017 – consente a chi sposta la residenza in Italia di pagare solo 100.000 euro di imposte l’anno, a prescindere dal reale ammontare dei redditi detenuti fuori confine. Nel 2023 sono stati più di 1.400 i super-ricchi stranieri ad approfittarne, facendo dell’Italia un nuovo paradiso “domestico”.
La flat tax per le partite Iva fino a 85.000 euro ha ampliato la forbice tra lavoratori dipendenti e autonomi, premiando i secondi con un carico fiscale drasticamente inferiore.

La crisi del welfare e la narrazione tossica

Il cuneo fiscale per un lavoratore medio italiano ha raggiunto il 46% (tra i più alti d’Europa), mentre il gettito generato dai “paperoni” si riduce di anno in anno. La spesa pubblica per istruzione, sanità, politiche sociali è in stagnazione da un decennio.
Il mantra dominante è che tassare i ricchi “spaventa i capitali”, che la patrimoniale sia il male assoluto, che bisogna “competere” in attrattività fiscale. Ma questa è una narrazione tossica, fatta apposta per scoraggiare ogni reale riforma, mentre i patrimoni si consolidano e la forbice sociale si allarga.

Liberalizzazione dei capitali: la vera svolta storica

Non siamo di fronte a una degenerazione casuale. La liberalizzazione globale dei movimenti di capitale – iniziata negli anni Ottanta e accelerata dopo la caduta del Muro di Berlino – ha segnato il passaggio dalla sovranità degli Stati al dominio dei grandi investitori. Gli Stati competono al ribasso, abbattendo le aliquote per attrarre o trattenere i ricchi, sotto la minaccia di “capital flight”.
L’Olanda, l’Irlanda, il Lussemburgo hanno costruito fortune intere come “tunnel” fiscali per le multinazionali. Anche l’Italia si è adattata, offrendo regimi di favore ai nuovi residenti “globali”.

La partita internazionale e i sabotaggi: chi vince e chi perde

Ci sono tentativi di invertire questa tendenza. La global minimum tax dell’Ocse/G20, la proposta spagnola e brasiliana di una patrimoniale mondiale sui super-ricchi, la battaglia all’Onu promossa da Lula e Sanchez. Ma la realtà resta amara: ogni volta che si arriva al dunque, qualcuno si sfila, come ha fatto l’amministrazione Trump esentando le imprese americane dall’accordo, o come fa l’Irlanda con il suo veto europeo.

La chiave, come suggerisce Brancaccio, sta nel rompere l’illusione dell’unanimità. Andare avanti tra chi ci sta, applicare restrizioni commerciali e finanziarie ai Paesi che si chiamano fuori. È la logica degli standard minimi sociali, fiscali e ambientali: la lotta, non il compromesso.

Conclusione: tornare a una giustizia fiscale reale

In Italia e in Occidente il paradigma fiscale è stato stravolto: più ricchi, più esenti; più poveri, più tassati. La progressività è rimasta nei codici, non nei fatti. Eppure senza una giustizia fiscale autentica – senza una riforma coraggiosa e una strategia europea coordinata – la democrazia sociale rischia di trasformarsi in un carnevale senza fine per pochi e una quaresima infinita per tutti gli altri.

Luigi Einaudi, padre della Repubblica, ammoniva: “Le imposte sono il prezzo della civiltà”. Oggi la civiltà paga per tutti, i ricchi pagano per nessuno. Questa è la vera emergenza, il nodo da sciogliere. Il resto – inclusi selfie, matrimoni e jet privati – è solo rumore di fondo.

Fonti principali:
Ministero Economia e Finanze, Relazione sull’economia non osservata ed evasione fiscale (2023);
Banca d’Italia, Indagine sui bilanci delle famiglie italiane (2023);
Agenzia delle Entrate, Statistiche fiscali (2024);
EU Tax Observatory, Report 2023-2024;
OCSE, Taxing Wages 2024, Revenue Statistics;
Tax Justice Network, Financial Secrecy Index.

“Eutanasia di Stato per l’Italia interna: il decreto che pianifica l’abbandono, ignorando il Modello Riace come via di rinascita”

C’è una frase, in un documento ministeriale pubblicato senza clamore, che dovrebbe scuotere ogni coscienza democratica di questo Paese. È a pagina 45 del Piano Strategico Nazionale delle Aree Interne 2021-2027 (PSNAI), approvato con anni di ritardo e diffuso solo ora dal Ministero per la Coesione territoriale. Recita:

“Queste aree non possono porsi alcun obiettivo di inversione di tendenza ma nemmeno essere abbandonate a se stesse. Hanno bisogno di un piano mirato che le accompagni in un percorso di cronicizzato declino e invecchiamento.”

Non è un refuso, né un lapsus di linguaggio tecnico. È un verdetto di condanna, scritto nero su bianco, che pianifica l’eutanasia graduale di migliaia di comunità italiane.

Cosa dice davvero il PSNAI

Le Aree Interne sono 3.904 comuni, pari a circa il 60% dell’intero territorio nazionale, popolati da 13,3 milioni di abitanti (Istat 2024). Territori montani, collinari, rurali, marginali rispetto ai grandi poli urbani, eppure detentori di:
• gran parte delle risorse idriche e forestali italiane,
• il 70% della biodiversità nazionale,
• un patrimonio storico e architettonico senza eguali,
• comunità coese che rappresentano l’identità più profonda del Paese.

Il documento PSNAI, invece, divide questi territori in “rilanciabili” e “non rilanciabili”, stabilendo per i secondi un destino di lento decadimento assistito. Si prevede un “welfare del tramonto”: badanti, farmaci, assistenza minima, senza strategia per trattenere i giovani, creare lavoro, garantire servizi, stimolare nuove economie.

Costituzione violata

L’articolo 3 della Costituzione italiana sancisce che la Repubblica ha il compito di rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano l’uguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona. Qui accade l’opposto: si consacra l’esclusione. Non si rimuovono ostacoli; si dichiara la loro insormontabilità e si organizza la ritirata.

Perché questa scelta è pericolosa
1. Errore strategico
In un Paese con oltre 50.000 frane attive, abbandonare la montagna significa lasciare scoperto il territorio, rinunciando al presidio umano essenziale contro il dissesto idrogeologico, come denuncia Legambiente.
2. Suicidio economico
Le Aree Interne sono decisive per:
• la transizione agroecologica,
• la produzione energetica rinnovabile,
• il turismo lento e diffuso,
• la sovranità alimentare,
• la difesa del paesaggio che rende l’Italia unica al mondo.
3. Disegno politico
Concentrare la popolazione nelle città facilita il controllo sociale, alimenta il consumo di massa, marginalizza le economie di prossimità. È la logica delle smart cities già teorizzata dal World Economic Forum: sorveglianza digitale, urbanizzazione intensiva, desertificazione umana delle aree rurali.

Il modello Riace: la prova che invertire la rotta è possibile

In questo scenario di resa istituzionale, esiste un esempio concreto, italiano, studiato in tutto il mondo, che dimostra che invertire la tendenza allo spopolamento non solo è possibile, ma genera benefici sociali, economici e culturali. Si chiama Modello Riace.

Cosa ha fatto Riace

Nel 1998, il piccolo borgo calabrese, con meno di 2.000 abitanti e un futuro segnato dalla fuga dei giovani e dall’abbandono, accoglie un veliero carico di rifugiati curdi arenato sulla sua costa. Il sindaco Mimmo Lucano, allora giovane insegnante, insieme alla comunità, decide di aprire le case abbandonate ai migranti, ristrutturandole con fondi comunali e progetti SPRAR. Nasce così un modello innovativo:
• Accoglienza diffusa e integrata: i rifugiati vivono in appartamenti nei borghi, non in centri di detenzione.
• Lavoro e formazione: laboratori artigianali, agricoltura, assistenza agli anziani, scuole di lingua italiana, servizi pubblici.
• Rinascita economica: botteghe riaperte, produzioni tipiche rilanciate, cooperative di servizi, turismo solidale.
• Rigenerazione urbana: centinaia di case recuperate dall’abbandono, strade e piazze tornate vive.

Riace torna a vivere, attraendo giovani famiglie, studenti, ricercatori da tutto il mondo. Viene definito dalla rivista Fortune uno dei 50 uomini più influenti al mondo per il suo modello di inclusione.

Il sabotaggio politico del modello

Il ministro Salvini, nel 2018, attua un vero e proprio attacco giudiziario e amministrativo contro Mimmo Lucano e Riace:
• Taglia i fondi SPRAR,
• Abolisce l’accoglienza diffusa a favore dei grandi centri di reclusione,
• Trasforma il tema dell’accoglienza in questione di sicurezza e ordine pubblico,
• Promuove una narrazione tossica: i migranti come nemici, Lucano come traditore.

Oggi, dopo lunghe vicende giudiziarie, gran parte delle accuse si sono dissolte, e la Cassazione ha ridimensionato drasticamente la condanna, riconoscendo l’assenza di scopi personali di lucro. Ma il danno politico al modello Riace resta.

Un modello per l’Italia intera

Il PSNAI dichiara che i borghi non possono invertire la rotta dello spopolamento. Riace dimostra il contrario. Ecco perché il modello Riace rappresenta una proposta concreta di soluzione:

✅ Ripopolamento immediato: famiglie giovani, manodopera agricola, artigiani.
✅ Inclusione sociale e integrazione culturale: scambio di saperi, nuove scuole, laboratori.
✅ Rinascita economica: microcredito, cooperative, turismo etico.
✅ Presidio territoriale: manutenzione, agricoltura, prevenzione dissesto idrogeologico.
✅ Rigenerazione urbana: case ristrutturate, centri storici riaperti.

Il paradosso italiano

Mentre l’Europa finanzia progetti di ripopolamento rurale con fondi FESR e FSE+, l’Italia chiude i borghi e chiama questa strategia “accompagnamento al declino”. Invece di investire nel modello Riace, criminalizza chi lo applica.

Conclusione: quale Paese vogliamo essere?
Il PSNAI non è solo un errore tecnico. È un messaggio devastante: “Non contate più.”
Ma Riace insegna che un’altra via è possibile. Significa scegliere se vogliamo essere un Paese che pianifica la propria fine, un borgo alla volta, o un Paese che riscopre sé stesso proprio da quei borghi che hanno fatto la sua Storia.
Significa scegliere se vogliamo uno Stato che accompagna al declino o uno Stato che si rialza, applicando l’articolo 3 della Costituzione, rimuovendo davvero gli ostacoli e dando dignità e futuro a ogni comunità, nessuna esclusa.

Fonti e approfondimenti consultati
• PSNAI 2021-2027 – Ministero per la Coesione territoriale, pubblicazione marzo 2025.
• Istat 2024 – popolazione e territori rurali.
• CREA 2023 – Rapporto sul potenziale economico delle aree rurali italiane.
• Legambiente 2024 – dossier Dissesto Idrogeologico e presidi umani.
• Riace Foundation – Progetti 1998-2024.
• Sentenze e ordinanze Cassazione sul caso Mimmo Lucano 2021-2024.
• Programmi di coesione territoriale EU (France Relance, Zukunftsland DE, Finland Rural Policy).
• Fortune, “World’s 50 Greatest Leaders: Mimmo Lucano”, 2016.

“Il governo degli ultimi? No, il governo dell’indifferenza: salario minimo, repressione e bugie di Stato”

Hanno promesso di difendere i più deboli, gli ultimi, i dimenticati della Storia. Si sono riempiti la bocca di parole come “popolo”, “nazione”, “dignità”. Ma le promesse si sono rivelate sabbia asciutta in un deserto di parole. E la realtà, come sempre, si è mostrata per ciò che è: la dura verità di un governo che piega la schiena ai diktat neoliberisti e capitalisti, lasciando scoperti milioni di cittadini già feriti dalla crisi economica, dall’inflazione, dalle guerre sociali che ogni giorno divorano speranza.

Il salario minimo è solo l’ultima pagina di questa commedia oscena. Alla Camera, le opposizioni – Pd, M5S, Avs, Azione, Più Europa – hanno chiesto di calendarizzare la proposta unitaria depositata quasi due anni fa. Ma la destra di governo ha risposto con un no secco, senza appello. Walter Rizzetto, Fratelli d’Italia, ha recitato il tecnicismo di turno: «Non è tecnicamente possibile, la Commissione Lavoro del Senato sta già esaminando una proposta sul tema». Una giustificazione che suona come un ghigno di fronte ai milioni di lavoratori poveri che, nonostante un contratto, rimangono schiacciati sotto il peso di stipendi indegni.

Questa non è burocrazia, è indifferenza. È scelta politica. È la chiara volontà di non disturbare i manovratori dell’establishment, i padroni dei grandi capitali, le associazioni datoriali che si oppongono da sempre a un salario minimo degno. Perché in un sistema costruito sullo sfruttamento e sulla compressione dei diritti, alzare anche solo di un millimetro la dignità di chi lavora significherebbe incrinare l’intero edificio del profitto.

Ma nella logica di questo governo di destra, tutto si tiene. È un filo che collega ogni scelta, ogni omissione, ogni bugia. Hanno abolito il Reddito di cittadinanza, lasciando senza tutele chi già non aveva nulla. Hanno alzato le spese militari al 5% del PIL, sottomettendosi ai diktat NATO e alle pressioni dei complessi militari-industriali europei. Hanno varato leggi repressive contro chi dissente, chi protesta per i propri diritti, chi scende in piazza per rivendicare salari dignitosi, come dimostrano i decreti sicurezza che hanno reso la libertà di manifestare un atto da criminalizzare. È un cerchio che si chiude, ma più che un cerchio sembra un cappio che si stringe attorno al collo della stragrande maggioranza della popolazione che soffre.

In Germania, intanto, il salario minimo è stato aumentato da 12,82 euro a 14,60 euro l’ora. Qui, invece, la discussione viene bloccata con un cavillo parlamentare. Non c’è nulla di più umiliante che vedere un governo che, pur sapendo, sceglie di non vedere. Non solo sceglie di ignorare i 4 milioni di lavoratori poveri, ma decide di umiliarli ulteriormente, negando loro anche l’unico strumento che potrebbe attenuare la fame e la disperazione.

Elly Schlein lo ha detto senza mezzi termini: «Nell’Italia di Meloni 4 milioni di lavoratori sono poveri anche se lavorano, ma lei finge di non vederli e si para dietro i regolamenti». È la verità. Un governo che rifiuta di vedere la povertà non può governare. Può solo comandare, ed è ben diverso.

Lo stesso tecnicismo di Rizzetto è stato smontato da Arturo Scotto: «La delega che giace al Senato da un anno e mezzo c’entra come i cavoli a merenda. Appigliarsi ai regolamenti può rinviare la questione, ma non risolve il problema politico». E il problema politico è questo: la destra non vuole il salario minimo. Non vuole garantire una soglia di dignità. Non vuole disturbare i profitti. Non vuole toccare la schiena curva degli ultimi.

E mentre i poveri vengono lasciati soli, mentre i lavoratori vengono schiacciati dai bassi salari, questo governo regala condoni agli evasori, svuotando le casse dello Stato di risorse che potevano finanziare un welfare degno di un Paese civile. Risorse che potevano essere utilizzate per costruire asili nido, scuole sicure, ospedali efficienti, case popolari. Ma il neoliberismo è questo: togliere ai poveri per dare ai ricchi, svuotare il pubblico per ingrassare il privato, umiliare la collettività per celebrare l’individuo competitivo, predatore, proprietario.

Il popolo è stato ingannato dalla propaganda. Ha creduto alle favole del governo “degli italiani”. Ma questo governo non è degli italiani. È dei padroni. È dei mercati. È di quell’Europa neoliberista che impone il riarmo mentre milioni di bambini vivono senza pasti caldi e milioni di famiglie contano le monete per arrivare alla fine del mese.

Ma fino a dove potrà arrivare questo governo? Ogni provvedimento adottato non fa altro che alimentare lo scontento e il dissenso, un dissenso che cercano di reprimere con manganelli legislativi e dispositivi di polizia, dimenticando che viviamo in uno Stato democratico, con una Costituzione che non privilegia i ricchi, ma tutela la popolazione, soprattutto quella più indigente ed in difficoltà. L’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza e la rimozione degli ostacoli economici e sociali, non può essere calpestato come sta avvenendo.

Non è questione di regolamenti. È questione di coscienza.

Ed è la coscienza, in fondo, il primo diritto che vogliono toglierci. Perché un popolo senza coscienza non si ribella. Si abitua. Si adatta. E diventa complice del proprio stesso sfruttamento.

Ma la verità, per quanto la si voglia occultare, prima o poi torna a chiedere il conto.

E il grido che deve levarsi da questo tempo cupo deve essere forte, limpido, inarrestabile: queste persone che si definiscono “uomini del popolo” non sono altro che servi dei potenti. E la loro miseria morale sarà ricordata come una macchia nella storia della Repubblica.