Salari da fame, giovani in fuga e migranti bruciati vivi: anatomia di un paese che divora se stesso
Il primo giugno 2026, all’una del pomeriggio, sotto la pensilina di un distributore di carburante lungo la Statale 106 jonica, in territorio di Amendolara, un minivan prende fuoco. Dentro ci sono quattro braccianti agricoli. Per qualche ora sembra un incidente, un guasto, una disgrazia. Poi i vigili del fuoco spengono le fiamme, i resti dei corpi diventano riconoscibili e la verità si fa brutale: non è stato un cortocircuito, è stata un’esecuzione in pieno giorno. Le portiere erano state bloccate dall’esterno. Quegli uomini sono stati bruciati vivi mentre il fumo nero si alzava, visibile per chilometri, lungo la costa calabrese.
Avevano una colpa sola: avere protestato. Avevano chiesto di non dover vivere ammassati in dieci dentro una stanza, avevano preteso contratti regolari, si erano rifiutati di pagare il pizzo sul trasporto verso i campi del pomodoro. Per questo, secondo l’accusa, sono morti. La loro non è una notizia di cronaca da archiviare tra le tante. È il punto esatto in cui si saldano, in modo osceno, tutte le contraddizioni di un modello economico che spreme il lavoro fino all’osso e poi trasforma chi quel lavoro lo subisce nel capro espiatorio di mali che non ha generato.
Da quel rogo conviene partire per raccontare un incendio più vasto e più lento, che non lascia fumo visibile ma consuma qualcosa di altrettanto concreto: il futuro di un intero paese. Perché mentre l’Italia piange i suoi morti e invoca giustizia, continua a praticare con metodo le scelte che quei morti li producono.
1. Quattro corpi sulla Statale 106
Le vittime erano braccianti che rientravano da una giornata nei campi della Piana del Metapontino, dove si raccoglie il pomodoro che finirà sulle tavole di mezza Europa. Vivevano in un’abitazione sovraffollata, lavoravano tra Calabria e Basilicata seguendo le stagioni della raccolta, e si muovevano dentro un sistema che ha un nome preciso: caporalato. Un sistema fatto di paghe inferiori ai minimi contrattuali, orari senza limiti, assenza di sicurezza, alloggi degradanti e una rete di intermediari che lucra su ogni passaggio, perfino sul tragitto fino al campo. Chi prova a rivendicare un diritto, in quel sistema, diventa un problema da eliminare.
L’associazione Libera ha parlato senza giri di parole di una tragedia annunciata, di lavoratori vittime di un meccanismo che umilia, sfrutta e uccide. Il vescovo della diocesi competente ha evocato un’offesa a Dio e quattro famiglie lontane che aspettano una telefonata che non arriverà mai. Sono parole giuste, ma rischiano di restare commozione passeggera se non si nomina la struttura che sta a monte. Perché il caporalato non è una deviazione patologica di un sistema sano: è il modo in cui interi comparti dell’agroalimentare italiano hanno scelto di reggere la competizione globale, scaricando il peso della concorrenza sugli ultimi della catena.
C’è un’ipocrisia di fondo che attraversa tutta la vicenda. Le stesse istituzioni che oggi si indignano sono quelle che, con politiche migratorie pensate per criminalizzare e respingere, spingono migliaia di persone nell’irregolarità e quindi nelle mani dei caporali e delle mafie etniche che su quell’irregolarità prosperano. Si costruisce il recinto e poi ci si stupisce che dentro il recinto si consumi la violenza. Quei quattro corpi sulla Statale 106 non sono numeri di una statistica sull’immigrazione: sono il prodotto finale, e prevedibile, di una catena che comincia molto lontano dai campi del Metapontino, nelle stanze dove si decide quanto vale il lavoro umano.
2. Un paese che smette di nascere
Allarghiamo lo sguardo. Nel 2025 in Italia sono nati 355 mila bambini: il numero più basso mai registrato, in calo del 3,9 per cento rispetto all’anno precedente. Lo certifica l’Istat, che fissa il tasso di fecondità a 1,14 figli per donna, lontanissimo dalla soglia di 2,1 necessaria al semplice ricambio generazionale. Nello stesso anno i decessi sono stati 652 mila: il saldo naturale, la differenza tra chi nasce e chi muore, è negativo di circa 296 mila unità. Soltanto un saldo migratorio quasi identico, anch’esso intorno alle 296 mila persone, ha impedito che la popolazione crollasse in un solo anno. Al primo gennaio 2026 i residenti sono poco meno di 59 milioni, sostanzialmente stabili solo grazie a chi arriva dall’estero.
Il risultato è una società che invecchia a velocità record. Gli over 65 sono ormai oltre un residente su quattro, il 25,1 per cento, e l’Italia è il paese più anziano dell’Unione Europea. I cittadini italiani diminuiscono di quasi 190 mila unità l’anno, compensati quasi esclusivamente dall’aumento dei residenti stranieri, che hanno superato i 5,5 milioni e sfiorano il 9,4 per cento della popolazione. Sono dati che il discorso pubblico dominante traduce in una formula rassicurante e fatalista: « inverno demografico », come se si trattasse di una stagione naturale, di un raffreddamento misterioso dei desideri.
È una mistificazione. La denatalità non è un capriccio antropologico né un destino climatico calato dall’alto: è la conseguenza materiale, misurabile, di un sistema economico che ha reso il futuro un lusso inaccessibile per chi avrebbe l’età di costruirlo. Non si fanno figli perché non si hanno i salari per mantenerli, le case per ospitarli, le certezze per immaginarli. Chiamare « inverno » questa scelta forzata serve a una cosa sola: a nascondere che dietro ogni provincia che si svuota c’è una politica pubblica che non ha funzionato, e dietro ogni culla vuota c’è una busta paga che non basta.
3. La generazione che prende l’aereo
Davanti a questo quadro, un giovane istruito fa spesso l’unica cosa che gli appare razionale: prende l’aereo. Il Rapporto Italiani nel Mondo 2025 della Fondazione Migrantes registra 123.376 espatri nel solo 2024, con un aumento del 38 per cento rispetto all’anno precedente; nella fascia tra i 18 e i 34 anni la crescita sfiora il 48 per cento. In vent’anni il saldo è negativo di oltre 817 mila cittadini italiani, e tra il 2014 e il 2024 due espatriati su cinque sono laureati. Tre quarti scelgono l’Europa: Regno Unito, Germania, Svizzera. Non partono per avventura, partono perché altrove trovano salari, prospettive, servizi e un riconoscimento del lavoro che qui non esistono.
Le stime sul costo di questa emorragia parlano di decine, e secondo alcune analisi di oltre centocinquanta miliardi di euro, tra investimenti pubblici e familiari destinati all’istruzione e alla formazione di chi poi se ne va. È una ricchezza costruita collettivamente – dalla scuola pubblica, dall’università pubblica, dal sistema sanitario – e regalata, senza alcuna compensazione, alle economie più forti del continente. L’Italia forma a proprie spese una forza lavoro altamente qualificata e la consegna gratuitamente a chi quei costi non li ha sostenuti.
C’è un dato che smonta ogni narrazione consolatoria: una quota crescente di chi parte proviene dalle regioni più ricche del Nord. Non è soltanto il Mezzogiorno a svuotarsi, è l’intero paese a perdere le sue energie migliori. Conviene chiamare le cose con il loro nome: questo è un gigantesco trasferimento di ricchezza dal basso verso l’alto e dalla periferia verso il centro del sistema europeo. È la stessa logica che, su scala globale, governa i rapporti tra economie dominanti e economie subalterne; solo che qui la materia prima esportata non è il petrolio o il rame, ma l’intelligenza di una generazione.
4. La mano che taglia il ramo
A questo punto la domanda è inevitabile: perché i salari italiani sono così bassi da rendere razionale la fuga e impossibile la natalità? Non per una legge di natura, ma per una precisa scelta economica protratta nel tempo. L’Ocse è netta: all’inizio del 2025 i salari reali italiani erano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto al 2021, il calo più marcato tra tutte le principali economie avanzate. Le retribuzioni reali italiane risultano più basse del 45 per cento rispetto a quelle tedesche e del 18 per cento rispetto a quelle francesi. Non è un incidente congiunturale, è una tendenza strutturale che dura da decenni.
La compressione dei salari è stata una delle strategie principali con cui una parte consistente del capitalismo italiano ha difeso i propri margini di profitto. Invece di investire in innovazione, ricerca, formazione e produttività, molte imprese hanno scelto la strada più comoda: abbassare il costo del lavoro. Per anni si è raccontato che salari più bassi avrebbero reso il paese più competitivo. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: produttività stagnante, consumi deboli, precarietà diffusa, e un’ostinata opposizione delle organizzazioni imprenditoriali all’introduzione di un salario minimo legale, presente nella quasi totalità dei paesi europei.
È la metafora dell’uomo che sega il ramo su cui è seduto. Un lavoratore sottopagato è anche un consumatore impoverito: se cala il reddito, calano i consumi; se calano i consumi, rallenta l’economia; se il futuro appare incerto, si rinvia l’acquisto della casa, si rimanda la famiglia, si rinuncia ai figli. La ricerca del profitto immediato distrugge le condizioni stesse della crescita futura. E il conto più pesante lo presenta il sistema previdenziale, che funziona per ripartizione: i contributi di chi lavora oggi pagano le pensioni di chi è già uscito dal mercato. Meno nascite, più emigrazione, salari bassi che producono contributi bassi: ogni tessera della politica economica dominante erode le fondamenta del patto tra generazioni. Se la traiettoria non cambia, il peso dell’aggiustamento ricadrà sui lavoratori e sui pensionati di domani, mentre i grandi patrimoni disporranno di strumenti privati per mettersi al riparo dal declino che hanno contribuito a produrre.
5. Indispensabili e invisibili
Qui la politica italiana raggiunge il suo punto di massima contraddizione. Mentre la demografia implode e i giovani emigrano, esiste una forza lavoro che continua a tenere in piedi settori interi dell’economia: quella immigrata. I numeri smentiscono ogni propaganda. Secondo il Dossier Statistico Immigrazione 2025 del Centro Studi Idos, riferito al 2023, lo Stato spende circa 34,5 miliardi di euro in servizi e prestazioni per i cittadini stranieri, ma ne incassa 39,1 in tasse e contributi: il saldo è positivo per 4,6 miliardi. Gli stranieri sono il 9 per cento della popolazione ma assorbono solo il 5,2 per cento della spesa pubblica e appena il 4,3 per cento di quella sanitaria. Versano, in media, più di quanto ricevono, e lo fanno proprio nelle fasce d’età che la popolazione italiana sta perdendo.
Lo riconosce, nei fatti, lo stesso governo. Il decreto flussi 2026-2028, varato con il Dpcm del 2 ottobre 2025, programma 497.550 ingressi nel triennio, oltre 160 mila lavoratori l’anno, per coprire le carenze di manodopera in agricoltura, edilizia, assistenza familiare, logistica, industria e turismo. Le indagini delle camere di commercio mostrano che gran parte delle imprese che assumono lavoratori stranieri lo fa perché non trova personale italiano disponibile. La realtà economica è inequivocabile: l’Italia non utilizza soltanto il lavoro migrante, ne dipende strutturalmente.
Eppure lo stesso sistema che li programma li respinge. Nel 2023 solo il 7,5 per cento delle richieste di permesso per lavoro si è tradotto in un rilascio effettivo: una macchina burocratica che fabbrica irregolarità su scala industriale, spingendo le persone fuori dai canali legali e dentro le filiere dello sfruttamento. È il cortocircuito che riporta dritti ad Amendolara. Troppo spesso questi lavoratori vengono considerati indispensabili quando producono ricchezza e invisibili quando rivendicano diritti: si pretende il loro sudore nei campi e si nega la loro presenza nel dibattito pubblico. La loro morte, allora, non è soltanto un crimine: è il simbolo di una contraddizione nazionale che dura da decenni. Da una parte si invocano nuovi ingressi perché mancano braccia; dall’altra si costruiscono campagne che dipingono gli immigrati come una minaccia. Da una parte se ne sfrutta il lavoro; dall’altra se ne mette in discussione l’esistenza.
6. La fabbrica del capro espiatorio
È in questa frattura che attecchisce la propaganda della cosiddetta « remigrazione ». Il termine, entrato nel dibattito pubblico al punto da essere registrato tra i neologismi osservati dai linguisti, indica programmi di espulsione di massa di persone con un passato migratorio, mascherati da un lessico che ne attenua la portata reale. Negli ultimi anni si sono moltiplicati in Italia e in Europa incontri pubblici dedicati a normalizzarla, con la partecipazione di esponenti dell’estrema destra continentale, e figure globali del capitalismo digitale hanno contribuito a legittimarla come posizione accettabile. Tradotta in pratica, significherebbe espellere milioni di persone ormai parte integrante delle società europee – e, per un paese che perde popolazione e forza lavoro, equivarrebbe a un suicidio economico oltre che civile.
Ma sarebbe ingenuo leggere la xenofobia solo come errore di calcolo. Essa svolge una funzione politica precisa, antica quanto il potere: impedire che lavoratori italiani e lavoratori stranieri riconoscano di avere interessi comuni. Il capro espiatorio serve a deviare verso il basso la rabbia sociale, a indirizzarla contro chi sta ancora più in fondo nella gerarchia economica, invece che contro i meccanismi che producono disuguaglianza, precarietà e salari da fame. È una strategia tanto più efficace quanto più viene amplificata da un sistema mediatico che trasforma ogni fatto di cronaca in allarme securitario e ogni migrante in sospetto.
Il neoliberismo ha bisogno di questa divisione. Frammentare il mondo del lavoro lungo le linee della nazionalità, della lingua, del colore della pelle, significa indebolirne la capacità di rivendicare collettivamente diritti e salari. La vera emergenza, allora, non sono gli immigrati: è un modello economico che ne sfrutta il lavoro, ne trae profitto e poi alimenta campagne ideologiche contro di loro per impedire che gli sfruttati, italiani e stranieri, si riconoscano come parte della stessa condizione. Finché la rabbia resta rivolta verso chi sta sotto, i meccanismi che stanno sopra restano intoccati.
7. L’orizzonte rubato
Ciò che tiene insieme tutti questi fenomeni – culle vuote, aerei pieni di laureati, salari fermi, campi insanguinati – è l’assenza di una visione di lungo periodo. La classe politica che si alterna al governo ragiona in cicli elettorali; la demografia, invece, si misura in generazioni. Le politiche per la natalità si riducono a bonus temporanei e campagne simboliche, mentre restano irrisolti i problemi strutturali: salari insufficienti, precarietà, costo proibitivo delle abitazioni, carenza di servizi per l’infanzia, indebolimento del welfare.
Questa miopia non è un difetto caratteriale dei singoli ministri: è il riflesso di una logica economica più ampia. L’orizzonte del profitto immediato è diventato l’orizzonte stesso della politica. Pianificare il futuro richiederebbe investimenti pubblici, redistribuzione della ricchezza, una strategia di sviluppo capace di anteporre l’interesse collettivo alle rendite e ai profitti di breve periodo. È esattamente ciò che il dogma neoliberista ha dichiarato impronunciabile per trent’anni, sostituendo la programmazione con il mercato e la solidarietà con la competizione.
Il punto d’arrivo è già leggibile nei numeri: una popolazione sempre più anziana, una forza lavoro in contrazione, sistemi previdenziali e sanitari sotto pressione crescente, un tessuto produttivo che perde competenze e capitale umano. Non è un’esagerazione parlare di una progressiva fragilizzazione dello Stato sociale: è la conseguenza naturale di tendenze già oggi osservabili. Un paese collocato nella periferia interna dell’Europa, che esporta i suoi giovani e importa lavoro precario, e che chiama « destino » ciò che è soltanto il risultato di scelte rinviabili e reversibili.
8. Ribellarsi alla dissoluzione
Eppure nulla di tutto questo è inevitabile. La crisi demografica non è un fato: è il prodotto di scelte politiche ed economiche, e ciò che le scelte hanno costruito, altre scelte possono modificare. Servirebbe, semplicemente, il contrario di quanto si fa oggi. Salari dignitosi e un salario minimo legale. Un grande piano pubblico per la casa. Lavoro stabile e tutelato, non precarietà a vita. Servizi per l’infanzia accessibili e diffusi. Investimenti veri nella scuola, nella sanità, nella ricerca. Politiche di accoglienza e integrazione che riconoscano nei lavoratori migranti una parte della soluzione e non una minaccia. Un sistema fiscale che chieda un contributo maggiore ai grandi patrimoni, alle rendite finanziarie e ai profitti straordinari.
Sono misure che rispondono a un principio elementare: investire nel futuro invece di amministrare il declino. Per realizzarle, però, bisogna prima riconoscere ciò che le ostacola: un modello economico che antepone il profitto di pochi alla sicurezza materiale di molti, e una politica che troppo spesso si limita a gestire le conseguenze senza mai toccarne le cause. Riconoscerlo è il primo atto di resistenza.
Quei quattro corpi sulla Statale 106 continuano a interrogarci. Sono morti perché avevano osato chiedere una stanza vivibile e un contratto onesto, dentro un paese che del loro lavoro non sa fare a meno e della loro dignità non vuole occuparsi. La loro fine è il volto più brutale di un incendio che brucia lentamente l’intera società. Quando l’ingiustizia diventa la regola che spegne il futuro di un intero popolo, opporsi non è più soltanto una scelta politica: diventa una necessità collettiva.
Fonti
I. Istat, Indicatori demografici. Anno 2025.
II. Ocse, Employment Outlook 2025.
III. Eurostat, dati su retribuzioni reali e potere d’acquisto, 2025.
IV. Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2025.
V. Centro Studi e Ricerche Idos, Dossier Statistico Immigrazione 2025.
VI. Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dpcm 2 ottobre 2025, Programmazione dei flussi di ingresso 2026-2028.
VII. Unioncamere e Centro Studi Tagliacarne, indagini sui fabbisogni occupazionali.
VIII. Procura di Castrovillari e cronache giudiziarie sull’omicidio di Amendolara, giugno 2026.
IX. Associazione Libera, dichiarazioni sulla strage di Amendolara.
X. Accademia della Crusca e Istituto Treccani, documentazione sul termine « remigrazione ».
« Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere »
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