“L’economia che viene dal cuore: il paradigma civile contro la tirannia del profitto”

In un tempo in cui l’economia appare sempre più distante dalla vita reale delle persone, schiacciata tra il dogma del mercato autoregolato e le chimere di un dirigismo ormai fuori dal tempo, una nuova via si fa spazio: quella dell’economia civile. Non si tratta di una “terza via” tra capitalismo e socialismo, né tantomeno di un compromesso al ribasso tra libertà e uguaglianza, ma di un paradigma profondamente diverso, radicato nella tradizione italiana e oggi più attuale che mai.

Le radici dimenticate di un’utopia concreta

L’economia civile affonda le sue radici nel pensiero illuminista di Antonio Genovesi, che nel XVIII secolo parlava di economia come “scienza della felicità pubblica”. Un’intuizione potente, cancellata dalla storia dominante dell’economia politica anglosassone, che ha invece fondato la propria costruzione teorica sull’individuo razionale, egoista, massimizzatore del proprio interesse. Ma l’uomo – come ci ricorda questa visione alternativa – non è soltanto un produttore o un consumatore. È prima di tutto un essere relazionale, capace di cooperare, di donare, di costruire legami significativi. L’economia civile prende sul serio questa antropologia integrale.

Oltre il riduzionismo economico

Nel cuore dell’economia civile c’è l’idea di interezza. Non basta leggere l’agire umano nei compartimenti stagni dell’efficienza, del PIL o del margine operativo. Serve una visione olistica, che integri saperi e approcci diversi: economia, psicologia, ecologia, filosofia, storia. Come ha sottolineato la stessa regina Elisabetta dopo la crisi finanziaria del 2008, ciò che è mancato non è stata la capacità tecnica, ma la capacità di comprendere l’interconnessione sistemica dei fenomeni. Esattamente ciò che propone la multidisciplinarietà dell’economia civile.

Non è un caso che i promotori di questo nuovo corso – da Leonardo Becchetti a Jeffrey Sachs, fino ai giovani protagonisti dell’Economia di Francesco – parlino di una vera e propria “rinascita economica”. Una rinascita che rimette al centro la persona, la comunità e il pianeta, non come orpelli etici di un sistema immutabile, ma come fondamenti di una nuova architettura socio-economica.

Le parole chiave del cambiamento

Quattro sono le leve strategiche su cui l’economia civile costruisce la propria proposta:
1. Il voto col portafoglio – ogni atto di consumo è un atto politico. Sostenere imprese responsabili, cooperative, economie locali significa orientare il mercato verso la giustizia sociale e ambientale.
2. L’amministrazione condivisa – sulla scia della sentenza 131/2020 della Corte costituzionale, viene promosso un modello di governance pubblico-civico, fondato sulla sussidiarietà e la partecipazione attiva dei cittadini.
3. Le comunità energetiche rinnovabili – simbolo di un’economia decentrata, solidale, fondata sulla cura dei beni comuni e sulla responsabilità ambientale.
4. L’autogoverno civico – con l’idea di dar vita a “s-partiti”, cioè nuove forme di organizzazione politica nate dal basso, capaci di rappresentare le istanze concrete dei territori.

Questo nuovo paradigma rifiuta la polarizzazione tra Stato e Mercato. Al contrario, riconosce e valorizza il ruolo della società civile organizzata come terzo pilastro della vita democratica. Le istituzioni pubbliche non sono viste come pianificatori onnipotenti, ma come levatrici delle energie sociali diffuse, capaci di generare soluzioni innovative e radicate nella realtà.

Il fraintendimento della “terza via”

Una delle critiche più frequenti all’economia civile è quella di voler riproporre una “terza via” tra capitalismo e socialismo. Ma questa etichetta è profondamente fuorviante. L’economia civile non è una mediazione tra opposti, ma un superamento dei presupposti stessi di entrambi i modelli: mette in discussione il riduzionismo antropologico, l’idea di crescita infinita, la marginalizzazione del bene comune. Non cerca compromessi, ma rigenera i fondamenti.

Nel farlo, non scivola nell’ingenuità del dialogo ad ogni costo. Al contrario, afferma con forza che la cooperazione internazionale è indispensabile per affrontare sfide come il cambiamento climatico, la povertà globale, l’ingiustizia fiscale. Ma questa cooperazione si fonda sul riconoscimento delle differenze, sulla costruzione di un terreno comune, non sull’appiattimento culturale o sull’accettazione supina degli autoritarismi.

Un nuovo umanesimo economico

In ultima istanza, l’economia civile è una proposta di umanesimo economico. In un’epoca segnata dal dominio dell’algoritmo, dal capitalismo predatorio e dall’emergere di nuove forme di autoritarismo digitale, questo paradigma si fa sentinella della democrazia. Non a caso, il cuore del suo messaggio è una difesa radicale della libertà, non come isolamento individuale, ma come partecipazione alla costruzione del bene comune.

Il futuro dell’economia, se vuole essere anche il futuro dell’umanità, non può più ignorare la dimensione relazionale, spirituale, ecologica dell’esistenza. Serve un’economia che venga dal cuore, che sappia vedere nelle persone non solo clienti o elettori, ma cittadini capaci di cura, bellezza e responsabilità.

Forse non è un’utopia. Forse è solo la realtà che attende di essere riconosciuta.

Mario Sommella
Per una politica che restituisca dignità al pensiero e giustizia all’economia

“Sicurezza negata, profitto garantito: l’Italia e la strage silenziosa dei lavoratori”

C’è una guerra che non fa rumore, ma ogni giorno fa vittime. Non si combatte con carri armati o droni, non occupa le prime pagine dei giornali, non provoca indignazione internazionale. Eppure, ha già ucciso più di 15.000 persone negli ultimi dieci anni. È la guerra del profitto contro la vita. È la strage quotidiana dei lavoratori italiani.

La chiamano “morte bianca” come fosse un destino naturale, un incidente sfortunato, una tragica fatalità. Ma non c’è nulla di naturale nello schiacciamento di un operaio sotto un macchinario non a norma, nulla di sfortunato nel volo da un’impalcatura senza protezioni, nulla di accidentale nell’avvelenamento per esposizione a sostanze tossiche.
C’è invece una responsabilità sistemica, diffusa, precisa. E soprattutto impunita.

Uccidere un lavoratore, oggi in Italia, è il crimine più conveniente: non paga nessuno. Secondo l’INAIL, nel solo 2023 sono state denunciate 1.041 morti sul lavoro, quasi tre al giorno. Ma il dato più inquietante è che oltre il 90% dei casi giudiziari si conclude con archiviazioni, patteggiamenti simbolici o assoluzioni. In Toscana, i padroni dell’azienda dove morì Luana D’Orazio – ventidue anni, stritolata da un orditoio manomesso – hanno patteggiato pochi mesi, pena sospesa. In Veneto, pochi giorni fa, un altro operaio ha perso la vita in circostanze simili. Chi pagherà? Nessuno, di nuovo.

Questa impunità non è una stortura del sistema. È il sistema. Un sistema produttivo che trova più conveniente risparmiare sulla sicurezza che investire sulla vita. Un capitalismo senza freni che premia la violazione delle norme e penalizza chi le rispetta. Un apparato statale che dovrebbe vigilare, sanzionare, prevenire… ma che invece latita, o peggio: agevola.

Giorgia Meloni lo ha detto con chiarezza nel suo discorso di insediamento: “Non disturberemo il fare”. Un programma politico tradotto in atti concreti: repressione per i poveri, deregolamentazione per i padroni. Mentre si varano decreti sicurezza che colpiscono il dissenso e le libertà civili, si stanziano 600 milioni di euro per incentivare le imprese a fare quello che dovrebbero già fare per legge: proteggere i propri lavoratori.

E mentre si lesina su ispettori del lavoro, prevenzione e controlli, lo stesso governo trova senza esitazione oltre un miliardo di euro per finanziare un’operazione tanto cinica quanto inutile: la deportazione degli immigrati in Albania.
Un provvedimento dispendioso, inefficace e indegno, con cui si sottraggono risorse che avrebbero potuto essere destinate alla sicurezza nei cantieri, nelle fabbriche, nei magazzini. Invece di salvare vite, si finanziano campagne elettorali giocate sulla pelle degli ultimi.

Il governo ignora ostinatamente il progetto di legge presentato da diversi parlamentari per l’introduzione del reato di omicidio sul lavoro, che punirebbe con pene adeguate le responsabilità gravi in caso di decessi causati da violazioni delle norme di sicurezza. Il ministro Nordio lo ha respinto con cieca ideologia liberista. Nessuna procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, nessun rafforzamento degli organi ispettivi, nessuna volontà reale di colpire i responsabili.

Il sistema si regge su una verità brutale: la vita del lavoratore vale meno del profitto del datore. E a questo sistema partecipano tutti: i governi che smantellano il diritto del lavoro, i sindacati concertativi che rinunciano al conflitto, i media che normalizzano le morti come “cronaca”, invece di chiamarle con il loro nome: omicidi industriali.

La precarizzazione selvaggia del lavoro, la liberalizzazione degli appalti, le riforme che hanno smantellato l’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori, sono leggi criminali che alimentano la mattanza. È da lì che bisogna partire: invertendo il senso di marcia.

Servono:
• migliaia di ispettori del lavoro, dotati di poteri reali e indipendenza;
• controlli a sorpresa, frequenti e incisivi;
• pene severe, senza possibilità di patteggiamento per omicidi sul lavoro;
• un fondo nazionale per la sicurezza finanziato con i profitti delle imprese recidive;
• il ripristino delle tutele sostanziali per i lavoratori precari e a tempo determinato;
• una procura nazionale per la sicurezza sul lavoro, come quella antimafia.

Ma soprattutto serve un cambiamento culturale e politico. Un sindacalismo conflittuale, non concertativo, che fermi la produzione quando la salute è a rischio. Una sinistra che non parli solo di transizione ecologica, ma di giustizia sociale nei luoghi di lavoro. Un popolo che non si abitui alla strage.

Se non ora, quando?
Quanti altri morti servono prima che la politica smetta di fare da megafono ai padroni e si assuma le sue responsabilità? Quante vite sacrificate sull’altare del PIL, prima che qualcuno dica: basta?

Non bastano le lacrime né i minuti di silenzio. Serve lotta. Serve giustizia.
Serve soprattutto partecipazione attiva e consapevole.

L’8 e 9 giugno 2025, ogni cittadino italiano ha uno strumento potente nelle proprie mani: il voto referendario.
Non sprechiamolo. È fondamentale recarsi alle urne, partecipare in massa e raggiungere il quorum per invertire la rotta.

Votiamo SÌ ai quattro referendum sul lavoro, per:
• ripristinare l’articolo 18 e la tutela reale contro i licenziamenti illegittimi,
• cancellare i voucher che legalizzano il lavoro grigio,
• abolire l’abuso degli appalti a cascata,
• contrastare la precarizzazione strutturale dell’occupazione.

E votiamo SÌ anche al quinto quesito, per concedere la cittadinanza a chi nasce e cresce in Italia, rompendo il muro dell’esclusione e della discriminazione.

Solo così potremo iniziare a ricostruire una Repubblica fondata non solo sul lavoro, ma anche sulla dignità e sulla vita di chi lavora.

Non è una battaglia tecnica, è una battaglia morale.
È tempo di scegliere da che parte stare.

“Il lavoro non è una messa: retorica, sfruttamento e resistenza nel 1° Maggio del capitale armato”

Nel tempo dell’oblio istituzionalizzato, anche le date che dovrebbero unire vengono usate come cesure. Il 25 aprile è stato silenziato da un lutto nazionale lungo cinque giorni per la morte di papa Francesco – una figura scomoda e anomala per le élite economiche e politiche, che ha avuto il coraggio di parlare di sfruttamento, precarietà e dignità del lavoro senza infingimenti clericali. Non sorprende che la stessa scelta non sia stata replicata per oscurare il Primo Maggio: undici giorni di lutto sarebbero stati difficili da giustificare persino per la più spregiudicata delle destre al potere. Meglio lasciare che la ricorrenza scorra via tra un concertone e una passerella, evitando di ricordare che questa festa nasce nel sangue degli operai di Chicago, non nei salotti dei talk show o nei palchi governativi.

L’anomalia Bergoglio e il fastidio del potere per la voce dei lavoratori

Non è un caso che proprio papa Francesco fosse diventato bersaglio implicito di silenzi e manipolazioni. Quando nel 2023 accolse in Vaticano migliaia di delegati della CGIL e disse loro “fate rumore”, fece ciò che il potere teme di più: legittimare il conflitto sociale in nome del Vangelo. Denunciava la “cultura dello scarto”, chiamava “sfruttamento” quello che i giornali definiscono “flessibilità”, e si scagliava contro “l’idolatria del denaro”, quella stessa idolatria che oggi giustifica la precarizzazione, la deindustrializzazione civile e la riconversione bellica dell’economia italiana.

L’Italia della guerra che uccide il lavoro

Iveco e Leonardo progettano blindati, Fincantieri costruisce motovedette e corvette, l’industria militare italiana cresce a dismisura. I contratti civili stagnano, i salari reali calano e il potere d’acquisto dei lavoratori si erode costantemente sotto l’effetto combinato dell’inflazione e della deregolamentazione del lavoro. Negli ultimi dieci anni, il salario medio italiano ha perso oltre il 12% del suo valore reale, mentre in altri paesi europei – Germania, Francia, Spagna – è cresciuto. Oggi in Italia si lavora di più per guadagnare meno, mentre il costo della vita continua a salire: affitti, mutui, bollette, beni di prima necessità.

Nel frattempo, i bilanci delle aziende belliche crescono a doppia cifra. È un’economia schizofrenica quella che ci circonda: si lamenta il calo della domanda per auto elettriche e beni di consumo, e si rilancia la produzione di armi come antidoto alla crisi. Ma quale modello sociale si costruisce con le bombe? Quale democrazia si tutela alimentando il mercato della morte?

La Germania, come nel secolo scorso, torna ad armarsi. E l’Italia, come nel secolo scorso, tenta di aggrapparsi al suo carro armato. Nessuna lezione appresa, nessuna riflessione. Solo l’antica illusione che la guerra sia il motore della ricchezza. È il capitalismo militarizzato, dove la pace è un lusso e la produzione si salva producendo morte.

Il ritorno dei minori in fabbrica: l’americanizzazione della miseria

Dall’altra parte dell’Atlantico, in Florida, si discute una legge per abbassare a 13 anni l’età minima lavorativa. Bambini trattati come riserve di forza-lavoro per colmare il vuoto lasciato dai migranti espulsi, spesso con manette e gabbie. In un’America che si finge cristiana ma adora Moloch, il lavoro minorile diventa la soluzione alla crisi demografica e all’ossessione per i confini. È il trionfo della distopia neoliberista: meno scuola, più sfruttamento. E in Italia? Siamo su quella stessa china. Il sistema scolastico è disinvestito, i giovani vengono avviati al lavoro sottopagato con la retorica del “fare esperienza”, e i migranti – braccia preziose per l’economia – vengono criminalizzati.

Precarietà, appalti e morte: il lavoro che uccide

Secondo l’Osservatorio di Bologna, nel 2024 sono morti 1.424 lavoratori – uomini, donne, migranti – e i dati del 2025 mostrano già un incremento del 16% nei primi due mesi. È un’ecatombe. Ma è anche la punta dell’iceberg. Il Jobs Act, le riforme della destra e il mercato degli appalti hanno costruito una filiera della morte, dove chi lavora è solo un pezzo intercambiabile, sacrificabile. Chi muore sul lavoro, spesso, non ha un datore di lavoro identificabile: i grandi committenti sono legalmente deresponsabilizzati, come i registi che non firmano mai la scena finale. È una forma raffinata di disumanizzazione: non solo sei precario, ma se muori nessuno è responsabile. È lo Stato stesso che lo ha deciso.

Cinque referendum per rompere le catene del Jobs Act

L’8 e 9 giugno si voterà su cinque referendum proposti dalla CGIL. Sono referendum per il lavoro, per la dignità, per la democrazia.
1. Ripristino della reintegrazione per licenziamenti illegittimi: perché chi viene espulso senza motivo ha diritto a tornare al lavoro.
2. Abolizione del tetto alle indennità per licenziamenti nelle piccole imprese: perché la giustizia non deve dipendere dal numero di dipendenti.
3. Limitazione dell’uso dei contratti a termine: per arginare l’abuso strutturale della precarietà.
4. Responsabilità delle aziende appaltatrici sugli infortuni: per colpire l’omertà legale lungo la filiera degli appalti.
5. Riforma della cittadinanza: perché chi vive, lavora e paga le tasse qui è già italiano nei fatti.

Ma siamo in un contesto postdemocratico, in cui la partecipazione popolare è svuotata, e la sfiducia dilaga. La politica è percepita come distante, compromessa, o del tutto assente. I media tacciono, Elly Schlein parla ma il suo partito è ancora quello che approvò il Jobs Act. Il M5S sostiene i referendum ma ha governato col Capitano dei porti chiusi. AVS è in prima linea, ma è marginalizzata. E la Cisl ha scelto da tempo un’altra strada, parallela a quella del governo Meloni, lasciando la “strada maestra” della Costituzione.

O si cambia o si cade: perché il 1° maggio non basta più

Questo 1° maggio non è solo difficile. È uno specchio rotto. Da una parte, la celebrazione della retorica unitaria, incarnata dal Concertone e dalle dichiarazioni istituzionali. Dall’altra, la frattura tra chi lavora davvero e chi governa, tra chi subisce e chi impone.

Non basta più “celebrare” il lavoro. Bisogna difenderlo. E per farlo, serve una mobilitazione che non sia episodica, una consapevolezza che diventi progetto, una ribellione che si faccia diritto. La risposta non può venire da chi ha svenduto il lavoro o da chi lo ha armato. Può venire solo dal basso, da chi vive il lavoro come carne, sudore, fatica. E da chi ricorda che la Festa del Lavoro non è una messa: è un grido collettivo, eversivo, rivoluzionario.

Perché il lavoro non è una concessione. È un diritto. E senza diritti, il lavoro è solo schiavitù col badge.

Uranio impoverito: l’eredità radioattiva della guerra e la prima storica sentenza nei Balcani

Il 24 marzo 2025, il tribunale di Pancevo, in Serbia, ha emesso una sentenza destinata a fare storia: per la prima volta nei Balcani è stato riconosciuto, in sede giudiziaria, il nesso causale tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza di gravi patologie tumorali. La pronuncia arriva grazie al lavoro congiunto del pool di avvocati guidati da Srdjan Aleksijc e dall’italiano Angelo Fiore Tartaglia, già noto per aver costruito in Italia una solida giurisprudenza a tutela dei militari colpiti da malattie letali dopo le missioni nei Balcani.

La decisione del tribunale serbo non solo rompe un muro di silenzio, ma pone le basi per una mobilitazione giuridica e politica volta a tutelare migliaia di vittime civili e militari. In particolare, nei territori della ex Jugoslavia, bombardati dalla NATO tra il 1994 e il 1999, si è assistito a una vera e propria epidemia oncologica, in corrispondenza dei siti colpiti da munizionamenti all’uranio impoverito.

Cos’è l’uranio impoverito?

L’uranio impoverito (UI) è un sottoprodotto del processo di arricchimento dell’uranio. Estremamente denso e piroforico, viene utilizzato per produrre proiettili capaci di perforare corazze e veicoli blindati. All’impatto, queste munizioni rilasciano microparticelle di metallo radioattivo che si disperdono nell’ambiente, contaminando aria, acqua e suolo. Inalate o ingerite, queste particelle possono causare alterazioni genetiche, mutazioni cellulari, linfomi, leucemie, tumori ai polmoni, ai reni e ad altri organi vitali.

La NATO ha utilizzato queste armi nei teatri bellici dei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, in Siria e ora anche in Ucraina. E ogni volta, come un’ombra silenziosa, le guerre si trascinano dietro una seconda ondata di morte: quella della contaminazione invisibile, persistente, e intergenerazionale.

I numeri della strage: tra Balkans, Iraq e Italia

Durante la guerra del Kosovo, furono sparati oltre 31.000 proiettili all’uranio impoverito, per un totale di circa 10 tonnellate di materiale radioattivo. I bombardamenti coinvolsero almeno 112 siti, molti dei quali ancora contaminati. Nei territori esposti si è registrato un aumento anomalo di malattie oncologiche sia tra la popolazione civile che tra i militari della KFOR.

In Iraq, i dati sono ancora più tragici. Dopo le guerre del 1991 e del 2003, città come Fallujah e Bassora hanno visto un’esplosione di malformazioni neonatali, tumori infantili e patologie rare. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, le percentuali di malformazioni a Fallujah hanno superato quelle registrate a Hiroshima dopo lo sgancio della bomba atomica.

Anche l’Italia ha il suo dramma silenzioso. Secondo l’Osservatorio Militare, oltre 7.500 soldati italiani si sono ammalati dopo le missioni nei Balcani, e almeno 366 sono deceduti. La IV Commissione parlamentare d’inchiesta ha accertato il legame tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie riscontrate, ma il Ministero della Difesa continua a schermarsi dietro commissioni “indipendenti” che non producono risultati concreti, ostacolando il riconoscimento dei risarcimenti e della verità.

Il caso Ucraina: un crimine che si ripete

Nel 2023 il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio all’Ucraina di munizioni all’uranio impoverito da utilizzare con i carri armati M1 Abrams. In un conflitto già devastante, si è aggiunto un fattore di rischio a lungo termine per militari e civili. Secondo l’organizzazione britannica Campaign Against Depleted Uranium, l’uso di UI in Ucraina aprirà un nuovo ciclo di malattie e contaminazione ambientale, con conseguenze che dureranno decenni.

Nessuna guerra termina quando cessano le ostilità: il terreno avvelenato continua a colpire, mutando il DNA dei bambini non ancora nati, riducendo in polvere radioattiva la speranza di un futuro sano. L’uranio impoverito è un’arma codarda, perché colpisce a distanza di anni e non distingue tra nemici, alleati o civili.

La guerra è l’obbrobrio originario

Non esiste un uso “etico” della guerra. Non esiste una guerra pulita, chirurgica, legittima. La guerra è in sé un crimine contro l’umanità. E l’uranio impoverito, come le bombe a grappolo o le armi chimiche, non è che il volto più evidente e viscido di un sistema che trasforma le persone in bersagli e i territori in laboratori della morte.

Condannare l’uranio impoverito è doveroso, ma non basta. Occorre un rifiuto radicale della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ogni guerra è sempre, inevitabilmente, un fallimento della politica e una ferita insanabile per l’umanità. Non ci sono guerre giuste: c’è solo la giustizia della pace, da costruire con la diplomazia, il disarmo e la cooperazione tra i popoli.

La responsabilità della NATO e l’urgenza di una messa al bando

La NATO, e con essa i governi che ne sostengono le operazioni, devono essere chiamati a rispondere non solo dei crimini diretti, ma anche delle armi impiegate e delle loro conseguenze sanitarie ed ecologiche. L’uso dell’uranio impoverito rappresenta una forma di guerra permanente: uccide anche in tempo di pace, mina i territori, distrugge la salute pubblica.

La sentenza serba rappresenta un varco: per la prima volta nei Balcani si riconosce la responsabilità giuridica legata all’uso di queste armi. Ma ora serve un passo in avanti: un’azione internazionale decisa per la messa al bando dell’uranio impoverito e l’imposizione di responsabilità chiare nei confronti delle istituzioni militari e politiche coinvolte.

Una lotta per la verità, contro la guerra e per la vita

Il lavoro dell’avvocato Tartaglia e dei suoi colleghi serbi dimostra che la giustizia può ancora farsi strada tra le macerie. Ogni sentenza che riconosce il nesso tra UI e patologie tumorali è una pietra sulla quale costruire la memoria e la tutela di chi ha pagato con la vita decisioni belliche irresponsabili.

Ma la vera sfida è ancora più profonda: smascherare la guerra nella sua natura sistemica, violenta, predatoria. E affermare un principio intransigente: la pace non è un’utopia, è l’unica via praticabile per un’umanità che voglia restare viva.

Il Grande Tradimento: la Guerra come Nuovo Contratto Sociale sulle Spalle degli Ultimi

L’Europa e il patto sociale infranto

C’era una volta un patto non scritto tra lo Stato e i cittadini: il contratto sociale nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale prometteva pace, diritti e benessere diffuso in cambio dell’impegno comune. Su quelle fondamenta l’Europa ha costruito decenni di welfare, di servizi pubblici e di progresso sociale. Oggi, però, assistiamo a un grande tradimento di quello spirito originario. I governi europei sembrano aver rotto quel patto: la guerra – o meglio, una perenne economia di guerra – sta diventando il nuovo collante della società, il nuovo contratto sociale imposto dall’alto. Al posto della sicurezza sociale, ci viene chiesta sicurezza militare; al posto dei diritti, si invoca disciplina e sacrificio bellico. È un tradimento profondo e doloroso, perché tradisce la promessa di “mai più” fatta ai nostri nonni e padri, e soprattutto perché colpisce per primi i più deboli, i poveri, gli esclusi.

In questa inquietante trasformazione, la guerra non è più vista come follia da evitare, ma come orizzonte attorno a cui riorganizzare la società. Veniamo bombardati da discorsi di emergenza e paura: c’è sempre un nemico alle porte, una minaccia incombente per cui stringerci attorno alla bandiera e accettare qualsiasi sacrificio. Così, passo dopo passo, il dibattito pubblico sposta l’attenzione dalla giustizia sociale alla mobilitazione bellica. Il risultato? Lo Stato che un tempo prometteva di prendersi cura dei suoi cittadini ora chiede ai cittadini di prendersi cura dello Stato in guerra, rinunciando a diritti e risorse. È come se il messaggio fosse: dimenticatevi del welfare, della sanità o del lavoro sicuro – l’importante è sostenere lo sforzo bellico. Questo nuovo contratto sociale bellico è una trappola velenosa, perché vincola la cittadinanza non più alla partecipazione democratica e alla tutela reciproca, ma all’obbedienza e al silenzio di fronte alla guerra.

La guerra come priorità, i fragili come vittime invisibili

La scelta di fare della guerra la priorità assoluta ha conseguenze dirette e devastanti su tutta la popolazione. Chi paga il prezzo più alto di questo tradimento? Sono le persone più fragili, i poveri, gli emarginati, quelli che Papa Francesco chiama “scarti” di questa “cultura dello scarto” che emargina i non produttivi. Mentre piovono miliardi per nuovi armamenti, nelle periferie d’Europa c’è chi non riesce a mettere insieme un pasto caldo o a pagare l’affitto. Mentre i governi annunciano orgogliosi l’acquisto di caccia e carri armati, un europeo su cinque rischia la povertà: parliamo di quasi 95 milioni di persone senza garanzie di una vita dignitosa . Sono numeri enormi, dietro cui ci sono volti e storie di sofferenza: famiglie monoreddito travolte dal caro-vita, disoccupati e precari senza alcun ammortizzatore sociale, anziani soli costretti a scegliere se riscaldarsi o cenare, giovani senza lavoro né futuro, migranti e rifugiati trattati come numeri o minacce invece che come esseri umani in fuga dalla guerra e dalla fame.

Questi ultimi della fila erano già ai margini in tempi “normali”; ora, nell’Europa del nuovo patto bellico, diventano praticamente invisibili. I loro diritti fondamentali – il cibo, la casa, la salute, l’istruzione – passano in secondo piano, schiacciati dalla retorica della sicurezza militare. L’economia di guerra li opprime due volte: da un lato, erode quel poco di sostegno pubblico su cui potevano contare; dall’altro, aggrava le difficoltà quotidiane con inflazione e carovita. Non dimentichiamo che la guerra non è solo missili e soldati al fronte: è anche bollette triplicate, benzina alle stelle, inflazione a doppia cifra sui beni essenziali. Chi ha risorse affronta questi rincari stringendo i denti; chi viveva già in povertà o ai suoi limiti ne viene travolto. Così, se l’alta società quasi non sente lo sforzo bellico se non come dato di cronaca, i poveri ne sentono ogni singolo schianto: nel piatto sempre più vuoto, nella coda più lunga alla mensa dei poveri, nel posto di lavoro perso perché l’azienda ha chiuso i battenti.

“L’economia di guerra” contro il welfare e la dignità

Questa economia di guerra che avvolge l’Europa non è fatta solo di fucili e cannoni: è fatta di bilanci statali stravolti, di scelte politiche che spostano montagne di denaro pubblico dalla spesa sociale a quella militare. Gli indicatori non lasciano dubbi. A livello di Unione Europea, la spesa militare ha raggiunto cifre record: quasi 300 miliardi di euro l’anno, con un balzo del +20% in un solo anno . In parallelo, i fondi per scuola, sanità, assistenza languono quando non vengono tagliati. Ogni euro destinato a un carro armato è un euro sottratto a un ospedale, a una scuola, a un progetto di edilizia popolare. Non è retorica, è realtà. Come notano gli osservatori più attenti, “le spese militari sono incompatibili con il mantenimento della sanità, della previdenza, dell’istruzione pubblica” . Possiamo davvero stupirci se, mentre aumentano i finanziamenti ai generali, chiudono reparti ospedalieri per mancanza di personale? Possiamo sorprenderci se i treni dei pendolari cadono a pezzi e le case popolari restano fatiscenti, mentre si trovano all’istante miliardi per nuove armi?

Questa è la crudele aritmetica del tradimento: si finanzia la guerra e si affama il welfare. In Italia, ad esempio, oltre 30 miliardi di euro all’anno sono già destinati alle spese militari e puntano a diventare 40 , una somma colossale che, se investita sul sociale, potrebbe rivoluzionare la vita di milioni di cittadini. Invece viene usata per comprare strumenti di morte. E così, mentre le fabbriche di armi macinano profitti e le élite celebrano la “necessità” del riarmo, gli “esuberi” di questa società – i disoccupati, gli indigenti, i disabili senza assistenza – vengono spinti ancora più fuori vista. È un’economia perversa quella che sacrifica i deboli sull’altare della forza militare. Papa Francesco l’ha definita senza mezzi termini “cattiva politica fatta con le armi”, una politica che produce nuovi poveri e innumerevoli vittime innocenti . Le sue parole risuonano come un monito etico: “Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti!” . Non si può costruire una società giusta sulle fondamenta di questa violenza istituzionalizzata, perché essa annichilisce ulteriormente chi già non ha voce.

Ci avevano raccontato, negli anni passati, che “non c’erano soldi” per migliorare le pensioni minime, per garantire un reddito dignitoso ai disoccupati, per costruire case popolari o asili nido. Ma all’improvviso i soldi compaiono, eccome, quando si tratta di missili e carri armati. E compaiono su una scala mai vista: l’industria bellica vive una nuova età dell’oro a spese del nostro futuro. Questo slittamento delle priorità è accompagnato da una propaganda incessante: se protesti perché l’ospedale nel tuo quartiere chiude, ti senti rispondere che “c’è la guerra, dobbiamo stringere la cinghia”. Come se la collettività dovesse accettare in silenzio di perdere diritti e servizi perché “adesso c’è ben altro a cui pensare”. Ma a cosa serve uno Stato armato fino ai denti se poi lascia indifesi i suoi cittadini più vulnerabili? È davvero sicurezza nazionale quella che ignora la sicurezza umana di avere un tetto, del cibo, delle cure mediche? Questa economia di guerra sta distruggendo quello che resta dei diritti sociali dei popoli europei, aprendo la strada a una società più diseguale e più feroce. In nome della difesa, stiamo disarmando la giustizia sociale.

I “figli di nessuno” e la cultura dello scarto

In questo quadro desolante, non possiamo non vedere l’ombra della “cultura dello scarto” denunciata da Papa Francesco. È la mentalità per cui alcune vite valgono meno di altre, per cui poveri, migranti, disabili, emarginati diventano scarti, rifiuti umani di cui disfarsi o da lasciare al loro destino. La trasformazione bellica della società europea accentua questa tendenza disumana: gli ultimi diventano ancora più ultimi. Sono i dimenticati, i “figli di nessuno” del nostro tempo, su cui si abbattono tutte le crisi senza che nessuno li ascolti. Vengono sacrificati due volte: prima dallo schema economico che li esclude, poi dalla deriva bellicista che li ignora del tutto o addirittura li usa come pedine. Pensiamo ai giovani senza lavoro né formazione, arruolati dalla disperazione in eserciti e guerre che non comprendono, mandati a combattere e morire mentre cercavano soltanto una via d’uscita dalla miseria. Oppure pensiamo ai migranti che fuggono da guerre spesso alimentate dalle stesse potenze che ora alzano muri: finiscono per essere rifiutati, imprigionati, considerati “invasori” invece che vittime di un sistema violento. La guerra come nuovo contratto sociale non prevede spazio per la solidarietà verso lo straniero o per la compassione verso il povero; al contrario, spesso alimenta nazionalismi e chiusure che individuano proprio negli ultimi i capri espiatori del malcontento. È più facile prendersela con i deboli – l’immigrato, il senzatetto, il dissidente pacifista – che assumersi la responsabilità di un sistema malato.

Eppure, proprio da questi scarti emarginati sale un monito e insieme una speranza. Se ascoltiamo le periferie, i ghetti, le baraccopoli d’Europa, sentiremo la stessa richiesta universale di dignità e pace. I poveri non chiedono la luna: chiedono di poter vivere con dignità, senza essere calpestati o dimenticati. “I dimenticati di questo mondo hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio”, ha detto Papa Francesco , ricordandoci che il valore di una società si misura dallo spazio che riserva ai più deboli. I nuovi poveri sono vittime innocenti delle guerre e della politica fatta con le armi : suona come una condanna morale e insieme un appello a cambiare rotta. Ogni barbone avvolto in un cartone, ogni bambino che a scuola ha fame, ogni madre single senza aiuti è un atto d’accusa vivente contro questa deriva bellica che stiamo accettando. Non possiamo voltare lo sguardo altrove: in quei volti c’è il riflesso della nostra umanità collettiva che viene meno.

Riscoprire la solidarietà e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario cupo, abbiamo una scelta di fondo: accettare passivamente questo nuovo “contratto sociale” basato sulla guerra, oppure ribellarci in nome della solidarietà e della giustizia sociale. Il richiamo alla solidarietà non è retorica vuota, ma l’ultimo baluardo di civiltà che ci resta. Vuol dire rimettere al centro gli esseri umani, tutti, a partire da chi sta in basso. Vuol dire rifiutare la logica perversa che assegna valore alle persone in base alla loro utilità nello sforzo bellico o produttivo. Solidarietà significa che nessuno deve essere lasciato indietro: né in tempo di pace né – tantomeno – in tempo di guerra. Significa che di fronte a una famiglia che non arriva a fine mese, non accettiamo la scusa “ci sono altre priorità”: quella è la priorità. Che di fronte a un popolo straniero sotto le bombe, non rispondiamo con più bombe, ma con l’abbraccio dell’accoglienza e della diplomazia. Significa, in sostanza, restare umani quando tutto attorno spinge ad essere l’opposto.

Servono scelte coraggiose e un cambio di mentalità. È necessario reclamare, con forza e con voce collettiva, un ritorno a un contratto sociale degno di questo nome: un patto di pace sociale, non di guerra permanente. Questo significa pretendere dai nostri governi di invertire la rotta: meno soldi ai generali, più soldi agli ospedali e alle scuole; meno investimenti in armi, più investimenti in lavoro, case popolari, energie pulite; meno retorica di guerra nei media, più attenzione e spazio alle storie di chi soffre la povertà e l’ingiustizia. Giustizia sociale e pace sono due volti della stessa medaglia. Non ci può essere vera pace se milioni di cittadini vivono nell’angoscia economica e nell’abbandono; e d’altra parte, una società equa e coesa è il più solido antidoto alla guerra, perché popoli amici e rispettati reciprocamente difficilmente acconsentiranno a massacrarsi.

Ricostruire il contratto sociale significa anche dare voce a chi non ha voce. I poveri, gli emarginati, i “nessuno” di cui sopra vanno ascoltati, coinvolti, rappresentati. È troppo facile parlare di loro senza mai dar loro un microfono. Una società veramente democratica deve includere le istanze di tutti, soprattutto di chi è normalmente escluso dai palazzi del potere. Responsabilità verso chi ha meno voce, infatti, ricade su ognuno di noi: sui media, sui politici, ma anche sui cittadini comuni. Non possiamo delegare solo ai leader (spesso sordi) questo compito: spetta a ciascuno di noi, nel suo piccolo, far emergere il grido di chi soffre. Significa sostenere associazioni e movimenti che aiutano i più poveri e contemporaneamente lottano contro la guerra e le spese militari folli. Significa denunciare ogni giorno, ostinatamente, questo scandalo morale di risorse buttate in armamenti mentre gli esseri umani patiscono la fame e l’abbandono. Significa riscoprire un senso di umanità collettiva, sentirci parte di un unico popolo che non accetta di sopravvivere sulle macerie dei propri valori.

Conclusione: un futuro da riconquistare insieme

Il grande tradimento in atto – la guerra elevata a nuovo contratto sociale – non è un destino inevitabile, ma un percorso scellerato che possiamo e dobbiamo fermare. La Storia ci insegna che ogni contratto sociale ingiusto, ogni patto fondato sulla sopraffazione, prima o poi viene messo in discussione dai popoli. Oggi tocca a noi farlo. Dobbiamo rifiutare il ricatto morale per cui dissentire dalla guerra equivale a tradire la patria: al contrario, denunciare questa deriva è un atto di altissima fedeltà ai valori più veri della nostra patria europea, nata per unire i popoli nella pace e nei diritti. Non c’è vera patria senza i suoi figli più umili: una nazione che sacrifica gli ultimi tradisce sé stessa. E allora diventa doveroso gridare che questa guerra – qualunque guerra – non può essere il nuovo contratto sociale su cui fondare l’Europa. L’Europa dei padri fondatori era quella della solidarietà e della cooperazione, del “mai più guerre”. Dobbiamo reclamare quell’eredità e aggiornarla all’oggi, includendo esplicitamente chi ne è sempre rimasto ai margini.

In questo sforzo, l’emozione non è un difetto ma una forza motrice. Indignazione, compassione, speranza: sono sentimenti che dobbiamo coltivare e trasformare in azione. Indignazione per ogni soldo pubblico sprecato in strumenti di morte mentre un bambino povero resta senza pasti; compassione per ogni vita spezzata, sia sotto una bomba dall’altra parte del mondo sia sotto i nostri ponti cittadini; speranza che un altro modello di società sia possibile. Perché lo è: un contratto sociale della pace e della solidarietà è possibile, se abbastanza persone lo vogliono. Un modello in cui la sicurezza non si misuri in testate nucleari ma in famiglie tolte dalla miseria, in malati curati, in giovani educati alla fraternità. Un modello in cui le parole umanità, dignità, giustizia non siano retorica, ma pratica quotidiana.

Il futuro dell’Europa – e del mondo – dipende da questa scelta cruciale. Possiamo continuare sulla strada del tradimento, lasciando che la guerra cannibalizzi la nostra umanità. Oppure possiamo spezzare questo incantesimo maligno, rifiutare la guerra come orizzonte e riprendere in mano il sogno di una società davvero umana. Sta a noi. Non domani, ma adesso. Ogni gesto di solidarietà verso un escluso, ogni voce che si leva contro l’economia di guerra, ogni coscienza che si risveglia alla compassione è un mattone di un nuovo patto sociale da costruire. Un patto in cui la guerra torni ad essere impensabile e la dignità di ogni persona sia il valore più sacro. Solo così potremo dire di aver sconfitto davvero il grande tradimento e di aver riconquistato la nostra umanità collettiva.

In conclusione, il nostro “contratto sociale” va riscritto ora, insieme, mettendo al centro la pace, la giustizia sociale e la solidarietà verso chiunque sia rimasto indietro. Solo allora l’Europa potrà guardare al futuro con la coscienza di non aver abbandonato i suoi figli più fragili, ma anzi di averli finalmente riconosciuti come pietra angolare di una società rinnovata. Questo è il contratto che vogliamo: non quello della guerra e del profitto per pochi, ma quello della fratellanza e della dignità per tutti.

Lavorare per perdere: il nuovo paradigma del salario impoverito nell’Italia dell’illusione occupazionale

Nel cuore della presunta ripartenza economica italiana, la verità si nasconde tra le pieghe delle statistiche: si lavora di più, si guadagna di meno. Una contraddizione solo apparente, che si chiarisce alla luce di un modello economico e politico che da decenni si nutre della debolezza strutturale del lavoro, trasformando il mito dell’occupazione in uno strumento di dominio e impoverimento.

Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. L’Italia, tra tutte le economie del G20, è l’unico Paese in cui i salari reali — ovvero il potere d’acquisto effettivo — sono crollati in modo sistematico e profondo dal 2008 a oggi: una perdita dell’8,7% in sedici anni. Nonostante un modesto recupero del 2,3% nel 2024, il livello medio dei salari resta al di sotto persino del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. Un dato che, anziché segnare una ripresa, sancisce il fallimento di una strategia economica di lungo corso.

Ma non è solo la media salariale a tracciare la geografia del disagio. I dati dell’INPS relativi al periodo 2019–2024 rivelano che, a fronte di un’inflazione cumulata del 17%, i salari nel settore privato a tempo indeterminato sono aumentati dell’8,3%. Nel pubblico si è fatto appena meglio: +9,2%. Significa che in entrambi i casi i lavoratori hanno perso potere d’acquisto in modo netto e trasversale. La parola chiave, in questo contesto, non è “occupazione”, ma “impoverimento”.

Eppure, il governo italiano, sostenuto da una narrazione mediatica compiacente, celebra un’espansione dell’occupazione che sembrerebbe storica. I dati ISTAT di febbraio 2025 registrano un tasso di occupazione al 63% e una disoccupazione al 5,9%, con un incremento dei contratti a tempo indeterminato. Sulla carta, sembra un’epoca d’oro. Ma è sufficiente grattare la superficie per scoprire l’amara verità: la crescita occupazionale si accompagna a un impoverimento crescente, e dietro la parvenza della “stabilità” si nasconde una nuova servitù del lavoro.

Il meccanismo è sottile e potente. Oggi le imprese riescono a estrarre profitti anche in assenza di disoccupazione di massa, poiché il potere contrattuale dei lavoratori è stato sistematicamente smantellato. Non è più necessario mantenere alto il numero dei disoccupati per controllare i salari: è sufficiente che chi lavora sia reso strutturalmente incapace di esigere. E questa condizione è il prodotto di trent’anni di controriforme, tagli, flessibilizzazione, deregulation e riduzione dei diritti.

Dall’abolizione dell’articolo 18 all’introduzione del contratto a tutele crescenti, dai decreti Poletti agli attacchi al reddito di cittadinanza, fino all’addomesticamento della rappresentanza sindacale, ogni passaggio ha avuto un unico effetto: ridurre la forza negoziale di chi lavora, per aumentare quella di chi comanda. La lotta per l’aumento dei salari è diventata un’impresa titanica, ostacolata da un intero impianto istituzionale e culturale che considera la dignità del lavoro una variabile d’aggiustamento.

Nel frattempo, si è affermata una logica perversa: quella che scambia la quantità di occupati con la qualità del lavoro. Ma un posto di lavoro senza potere contrattuale è un posto di lavoro senza futuro. Il paradigma dell’“occupazione a qualunque costo” si traduce in una corsa al ribasso sui diritti, sulle tutele, sulla sicurezza, sulla vita stessa. È una competizione al massacro, dove la guerra tra poveri diventa il terreno su cui si stabilizzano i profitti.

Il vero obiettivo, mai dichiarato ma sempre perseguito, è stato neutralizzare ogni possibilità di conflitto sociale. E quando anche la paura padronale della piena occupazione — un tempo considerata pericolosa perché potenziava la forza dei lavoratori — viene superata, vuol dire che l’egemonia del capitale ha raggiunto un livello qualitativamente nuovo. In questo senso, il lavoro non è più il motore dello sviluppo, ma lo strumento del controllo.

Per spezzare questo meccanismo servono risposte che non possono essere né timide né isolate. Non si tratta solo di chiedere aumenti salariali — necessari ma insufficienti. Occorre un rovesciamento dell’architettura istituzionale che ha generato la crisi del lavoro: dalla reintroduzione di tutele contro i licenziamenti, alla lotta contro le delocalizzazioni, fino alla messa in discussione dei vincoli europei di bilancio che strangolano la spesa sociale e deprimono la domanda interna.

Ma soprattutto, serve una nuova unità politica e sindacale che sappia ridefinire il conflitto. Non con i linguaggi sterilizzati della concertazione, ma con la consapevolezza che i rapporti di forza si costruiscono nelle lotte quotidiane, nelle vertenze, nella ricostruzione di un immaginario collettivo che rimetta il lavoro al centro della democrazia. Perché senza lavoro libero e dignitoso, la democrazia resta una promessa tradita.

In questo contesto, l’appuntamento referendario dell’8 e 9 giugno 2025 rappresenta un crocevia storico. I cinque quesiti proposti dalla CGIL — e sostenuti da una rete di movimenti, associazioni e forze sociali — non sono una battaglia settoriale, ma una chiamata generale alla mobilitazione per rovesciare l’impianto neoliberista del diritto del lavoro in Italia.

I quesiti referendari riguardano:
1. L’abrogazione del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, per ripristinare la piena reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo.
2. L’eliminazione del tetto massimo di indennizzo per i lavoratori delle piccole imprese licenziati senza giusta causa.
3. La limitazione dell’abuso dei contratti a termine, vera piaga del precariato strutturale.
4. Il ripristino della piena responsabilità solidale negli appalti, per impedire lo scaricabarile che oggi rende invisibili i diritti.
5. L’estensione delle tutele contro i licenziamenti anche ai lavoratori delle piccole imprese, che oggi ne sono esclusi.

Cinque referendum che puntano a restituire dignità, sicurezza, stabilità e voce a chi lavora. Un’occasione concreta per rimettere al centro della scena politica il conflitto capitale-lavoro, dopo anni di passività e concertazione a ribasso.

Il tempo dell’attesa è finito. Non ci si libera lavorando di più per guadagnare di meno. Ci si libera quando si spezza il ricatto, quando si ridà voce e potere a chi ogni giorno produce la ricchezza che altri accumulano. Il salario impoverito non è una necessità storica, è una scelta politica. E come ogni scelta, può — e deve — essere cambiata. Anche con una scheda elettorale. Anche con un referendum. Anche — e soprattutto — con una nuova stagione di lotta e consapevolezza collettiva.(

25 mesi di declino industriale: la crisi è qui, ma il governo guarda altrove

L’Italia sprofonda nel venticinquesimo mese consecutivo di calo della produzione industriale. Di fronte ai dati impietosi dell’Istat, il governo Meloni preferisce la propaganda alla responsabilità. Tagliando strumenti utili come il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza, ha spento i motori della ripresa. La crisi non è casuale, è politica.

Una crisi industriale senza precedenti

A febbraio 2025, la produzione industriale italiana segna un nuovo calo: –2,7% su base annua, –0,9% rispetto a gennaio. Si tratta del venticinquesimo mese consecutivo di contrazione del comparto manifatturiero. Un declino ininterrotto e allarmante che, mese dopo mese, sta erodendo la capacità produttiva del Paese.

Settori storicamente forti – come meccanica, auto, tessile, elettronica e chimica – registrano performance negative a doppia cifra. Si salva soltanto il comparto energetico (+19,4%), sospinto però da dinamiche speculative sulle materie prime, non da una strategia industriale.

Questo arretramento non è un’anomalia statistica: è il sintomo di una crisi strutturale, aggravata da scelte politiche inadeguate e dalla mancanza di visione. Nonostante l’allarme degli analisti e dei dati ufficiali, il governo continua a ignorare la realtà o, peggio, a distorcerla.

Governo Meloni: tra propaganda e immobilismo

Dal suo insediamento nell’ottobre 2022, il governo guidato da Giorgia Meloni ha ereditato un Paese in ripresa post-pandemica, con risorse straordinarie come il PNRR già pronte. Ma anziché accelerare gli investimenti e sostenere l’industria, ha preferito colpire misure sociali e produttive introdotte dai governi precedenti, come il Superbonus 110% e il Reddito di Cittadinanza.

Sul fronte economico, l’azione dell’esecutivo si è limitata a misure-tampone (taglio temporaneo del cuneo fiscale, pochi crediti d’imposta), senza affrontare le vere cause della crisi: alta tassazione, burocrazia inefficiente, carenza di investimenti pubblici produttivi.

Il Ministero del “Made in Italy” ha prodotto più slogan che soluzioni. E intanto decine di tavoli di crisi aziendali – dalla ex ILVA alla Whirlpool – restano irrisolti.

Peggio ancora è la gestione del PNRR: ritardi, revisioni continue, blocchi amministrativi. Le risorse europee, che avrebbero dovuto modernizzare l’apparato produttivo, giacciono inutilizzate o mal distribuite.

Superbonus e Reddito di Cittadinanza: bersagli di comodo

Il governo attuale ha scelto la strada della colpevolizzazione del passato, additando il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza come origine di ogni male economico. Ma i numeri raccontano altro.

Il Superbonus 110%, pur con criticità gestionali, ha generato un boom edilizio tra il 2021 e il 2022, creando migliaia di posti di lavoro e spingendo il PIL. Ha dato ossigeno a piccole imprese e famiglie, migliorando il patrimonio immobiliare nazionale.

Il Reddito di Cittadinanza, invece, ha rappresentato una barriera contro la povertà assoluta, sostenendo milioni di cittadini e garantendo consumi minimi. I dati Istat ed Eurostat hanno mostrato un calo della povertà relativa nel biennio 2020-2021 anche grazie a questo strumento.

La loro eliminazione – senza alternative credibili – ha significato privare il Paese di due leve fondamentali: una per la crescita economica e una per la coesione sociale.

Una crisi negata, una società spaccata

Il governo ha scelto una narrazione ideologica e divisiva: ha dipinto i percettori di sussidi come fannulloni, gli investimenti pubblici come sprechi, il passato come un fallimento. In questo quadro, si è alimentata una vera e propria “guerra contro i poveri”, che anziché colpire la povertà, colpisce chi la subisce.

Il risultato è un Paese più diseguale, con il 63% delle famiglie che fatica ad arrivare a fine mese, e un’industria sempre più fiacca. Il tutto, mentre la classe dirigente si rifugia nella propaganda e nelle accuse ai predecessori.

Negare la crisi non la risolve. Anzi, la aggrava.

Invertire la rotta: proposte concrete

La crisi industriale e sociale dell’Italia è affrontabile solo con scelte coraggiose e di visione. Serve un’inversione totale di rotta. Ecco alcune linee guida imprescindibili:
1. Piano Industriale Nazionale: rilancio della manifattura con i fondi del PNRR, investimenti pubblici in tecnologie, energia verde, logistica, formazione.
2. Riforma fiscale e burocratica: taglio strutturale del cuneo fiscale, semplificazione amministrativa radicale, digitalizzazione reale della PA.
3. Sostegno all’innovazione e alle PMI: incentivi a ricerca e sviluppo, internazionalizzazione, creazione di cluster tecnologici territoriali.
4. Welfare equo e inclusivo: reintroduzione di un reddito minimo garantito e attivo, legato alla formazione e al lavoro, insieme a un salario minimo legale.
5. Un nuovo patto sociale: che coinvolga lavoratori, sindacati, imprese e comunità locali per ricostruire fiducia e dignità nel lavoro.

Conclusione

L’Italia sta vivendo una crisi che non è solo economica, ma anche democratica. Quando un governo nega i dati, colpevolizza i deboli e distorce la realtà, si entra in una fase pericolosa. Il declino industriale non è solo un problema di PIL: è lo specchio di un Paese che non investe nel proprio futuro.

Non serve continuare a cercare colpevoli: servono idee, visione, giustizia sociale. Perché senza giustizia non c’è crescita. E senza crescita, la democrazia si svuota.

La politica che ignora la realtà produce solo danni. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto.

L’Impero delle disuguaglianze: come il capitalismo predatorio ci sta rubando il futuro (e perché dobbiamo fermarlo)

Viviamo immersi in un inganno che ha assunto le sembianze della normalità. Ogni giorno ci svegliamo, lavoriamo, consumiamo, accettiamo senza battere ciglio che esista un ordine naturale delle cose, in cui pochi sono sempre più ricchi e molti devono lottare ogni giorno solo per sopravvivere. Ci hanno convinti che sia inevitabile, che sia il prezzo del progresso. Ma non è così. Quello che stiamo vivendo non è progresso: è predazione.

I dati che emergono dall’analisi dell’evoluzione economica degli Stati Uniti — che rappresentano da sempre il laboratorio e il modello del capitalismo globale — parlano chiaro e descrivono un processo inarrestabile di concentrazione della ricchezza e di crescente disuguaglianza sociale.

Nel 1976, l’1% più ricco della popolazione americana possedeva il 9% del reddito nazionale. Oggi quella quota è salita quasi al 25%. In meno di cinquant’anni, la loro fetta di ricchezza è quasi triplicata. Nel frattempo, il 50% più povero degli americani possiede appena lo 0,5% degli investimenti in azioni, obbligazioni e fondi comuni: significa che la metà della popolazione statunitense non investe, non costruisce, non risparmia. Sopravvive.

Trent’anni fa, la classe media possedeva una ricchezza doppia rispetto all’1% più ricco. Oggi quella forbice si è chiusa: l’1% ha superato la classe media in termini di ricchezza collettiva e il divario continua ad aumentare anno dopo anno. Gli americani a basso reddito — che rappresentano il 20% inferiore in termini di reddito — possiedono soltanto il 3% della ricchezza complessiva.

Ma non è solo la distribuzione della ricchezza a certificare la deriva: sono i salari a raccontare la violenza di questo modello. Tra il 1979 e il 2021, i salari degli americani appartenenti all’1% più ricco sono aumentati del 206%, al netto dell’inflazione. Nello stesso periodo, i salari del 90% più povero sono cresciuti solo del 29%. Una forbice insostenibile che ha portato a un’assurdità ormai strutturale: un CEO guadagna in media 380 volte più di un lavoratore medio. Per guadagnare quanto un dirigente incassa in un’ora, un lavoratore deve sgobbare per oltre un mese.

Possiamo davvero credere che il lavoro, l’impegno, l’intelligenza di un essere umano valgano 380 volte meno di quelli di un altro? O siamo semplicemente di fronte all’ennesima menzogna istituzionalizzata, a un sistema che non premia il merito, ma protegge con ferocia il privilegio?

Questa non è una distorsione accidentale del capitalismo. Non è una sbavatura correggibile. È il cuore stesso del modello.
Il capitalismo predatorio che si è affermato negli ultimi quarant’anni ha smesso da tempo di essere un motore di crescita condivisa: si è trasformato in una macchina famelica che vive divorando tutto ciò che incontra. Sfrutta il lavoro umano, distrugge l’ambiente, finanzia guerre, precarizza le vite, mercifica ogni diritto. Non crea ricchezza collettiva, ma estrazione di valore per pochi e miseria per molti.

E non pensiamo che questa dinamica riguardi solo gli Stati Uniti. È la regola in tutto l’Occidente. È la logica profonda della globalizzazione finanziaria che ha trasformato ogni aspetto della nostra vita in merce e ogni nostra fragilità in occasione di profitto.

Ma la parte più insidiosa di questo meccanismo non è soltanto la concentrazione della ricchezza. È la costruzione di un’intera narrazione tossica che ci convince che tutto questo sia normale, inevitabile, persino giusto.

Ci fanno credere che non esistano alternative, che la disuguaglianza sia il prezzo da pagare per il benessere, che la povertà sia colpa dei poveri, che chi resta indietro sia inadeguato, improduttivo, inutile.

È questa la vera gabbia: la manipolazione delle coscienze, il controllo del senso comune, la naturalizzazione della disuguaglianza. È un progetto politico e culturale che ha un solo obiettivo: disinnescare ogni possibilità di ribellione.

Non esiste un solo tavolo dove si decide tutto questo. Ce ne sono decine, centinaia, intrecciati come una fitta rete che tiene imprigionate le nostre vite. Sono tavoli economici, politici, militari, tecnologici, mediatici. Sono multinazionali, fondi finanziari, think tank, agenzie di rating, lobby industriali, governi complici. Ognuno di questi tavoli si alimenta degli altri, scambia potere e ricchezza come fossero fiches in un casinò globale dove il banco vince sempre.

E noi?
Noi siamo gli spettatori paganti.
I clienti inconsapevoli.
I servi senza catene visibili.

È ora di comprendere che nessuno ribalterà quei tavoli per noi.
Non ci saranno uomini della provvidenza, né scorciatoie.
Non ci sarà riforma possibile finché questo intero edificio non verrà smascherato e spazzato via.

La prima rivoluzione è culturale: dobbiamo uscire dalla narrazione tossica, dobbiamo smettere di credere che questo sia l’unico mondo possibile.
La seconda rivoluzione è sociale: dobbiamo organizzarci, costruire dal basso nuovi spazi di autonomia, di resistenza, di mutualismo.
La terza rivoluzione è politica: dobbiamo mettere in discussione ogni tavolo, ogni regola scritta per garantire il dominio di pochi sui molti.

Finché non saremo noi, popolo, massa, comunità, a riorganizzarci e a prendere in mano il nostro destino, il capitalismo predatorio continuerà a divorarci, centimetro dopo centimetro, giorno dopo giorno, senza che nemmeno ce ne accorgiamo.

Il momento è adesso.
Non per chiedere riforme impossibili, ma per ribaltare tutti i tavoli.
Perché non ne esiste uno solo: sono troppi, intrecciati, apparentemente invincibili.
Ma tutti possono crollare nello stesso momento, quando la massa smette di chinare la testa e decide di rialzarla.

Morire di lavoro: una strage silenziosa e una vergogna di Stato

Ogni giorno, all’alba, milioni di lavoratori si svegliano, si preparano, e con la dignità silenziosa di chi conosce il valore del sacrificio, si avviano verso i luoghi di lavoro. Lo fanno per vivere, per mantenere le proprie famiglie, per tornare la sera a casa, tra gli affetti, nel tepore di un pasto caldo, in una normalità che dovrebbe essere garantita. Ma troppo spesso, per alcuni, quel ritorno non avviene. Perché si può ancora morire di lavoro in Italia. E non per fatalità, ma per precise responsabilità. Per negligenze, per leggi deboli, per controlli assenti, per una politica che ha deciso, consapevolmente, che il profitto vale più della vita.

Nelle ultime 24 ore, tre operai hanno perso la vita. Tre famiglie spezzate. Tre storie interrotte. E nel silenzio assordante delle istituzioni, la strage continua, giorno dopo giorno, senza che si muova foglia nei palazzi del potere. È il volto più sporco dell’Italia reale, quello che non trova spazio nei salotti televisivi o nei comizi trionfali, ma che grida dalle pagine di cronaca nera, ogni volta che un uomo o una donna muore perché “non c’era sicurezza”.

E mentre si continua a morire tra impalcature precarie, macchinari malfunzionanti, ritmi insostenibili e cantieri senza controlli, il governo si dedica ad altro. Reprime con leggi feroci le feste studentesche e i rave, introduce norme repressive con pene esemplari per ogni forma di dissenso, ma si guarda bene dall’intervenire dove servirebbe davvero: nei luoghi di lavoro. Dove ogni morte dovrebbe pesare come piombo sulla coscienza collettiva.

Serve un cambio di rotta radicale, non l’ennesimo cordoglio istituzionale, non i soliti tweet di circostanza. Serve introdurre subito il reato di omicidio sul lavoro, perché è inaccettabile che anche di fronte a responsabilità chiare, le condanne siano irrisorie, che la vita venga liquidata con qualche mese di reclusione, spesso sospesa. Serve una rete capillare di controlli sul territorio, fatta da ispettori veri, assunti e formati, non da slogan elettorali o finte task force. Serve repressione delle irregolarità, certo, ma anche prevenzione, perché la sicurezza si costruisce prima, non dopo il disastro.

Ma il governo Meloni non vuole vedere, non vuole sapere. E lo dimostra ogni giorno destinando miliardi alle armi, ai carri armati, agli interessi dell’industria bellica, mentre i lavoratori continuano a morire tra l’indifferenza generale. Perché in questa visione del mondo, chi produce ricchezza con le proprie mani vale meno di chi la moltiplica con il capitale.

Chi lavora ha diritto alla vita. Alla tutela piena e concreta. Non può esistere civiltà laddove si muore perché si è costretti ad accettare un subappalto in catena, un contratto capestro, un cantiere senza norme. Ecco perché è sacrosanto sostenere il referendum promosso dalla CGIL, che tra i quesiti propone di cancellare l’attuale norma sui subappalti, uno dei principali canali attraverso cui la sicurezza viene aggirata.

Non dobbiamo rassegnarci alla strage. Ogni morte sul lavoro è una sconfitta dello Stato, della politica, della società. E non possiamo più permettere che tutto questo passi sotto silenzio. Servono leggi giuste, pene certe, investimenti seri. Ma soprattutto, serve un risveglio collettivo. Perché nessuno, mai, dovrebbe uscire di casa per lavorare e non farvi più ritorno.

Italia, salari in caduta libera: tra inflazione, lavoro povero e scelte di governo offensive

Il Paese maglia nera del G20 sui salari reali. Mentre milioni di lavoratori non arrivano alla fine del mese, il governo propone soluzioni che aggravano la precarietà. Servono redistribuzione, orario ridotto, pensioni anticipate, salari dignitosi e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Negli ultimi 17 anni, l’Italia ha registrato una drastica contrazione dei salari reali, con una perdita complessiva dell’8,7% rispetto al 2008. A certificarlo è il Rapporto mondiale sui salari dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO), che assegna al nostro Paese la maglia nera tra le economie avanzate del G20. Neppure il lieve recupero del 2024, frutto del rinnovo di alcuni contratti collettivi nazionali, è riuscito a compensare il crollo del potere d’acquisto verificatosi nel biennio 2022-2023.

Inflazione e salari: i più poveri pagano il conto

L’inflazione, che ha raggiunto picchi storici negli ultimi due anni, ha falcidiato soprattutto i redditi più bassi. A essere colpiti sono stati in particolare i lavoratori a basso reddito, gli immigrati e le famiglie monoreddito, che destinano la maggior parte dei propri guadagni a beni essenziali come alimentari, affitti e bollette. Per loro, il semplice adeguamento all’indice dei prezzi al consumo (Ipc) non basta: la perdita di potere d’acquisto è molto più grave di quanto indichino le medie statistiche.

Il paradosso italiano: lavorare e restare poveri

Accanto ai disoccupati e agli esclusi dal mercato del lavoro, si sta consolidando una figura sempre più centrale nella crisi sociale italiana: il lavoratore povero. Si tratta di uomini e donne che, pur lavorando a tempo pieno, non riescono a garantire a sé e alla propria famiglia un’esistenza dignitosa. Una condizione che dovrebbe essere l’eccezione e che invece è diventata la regola in settori interi: logistica, ristorazione, commercio, servizi alla persona.

Governo sordo ai dati e ostile alla dignità del lavoro

A fronte di questa crisi strutturale, il governo sembra muoversi in direzione opposta al buon senso. Invece di intervenire per sostenere i salari e introdurre strumenti di protezione per i lavoratori poveri, ha approvato una norma che promuove le pensioni integrative private, da finanziare – udite udite – con il già misero reddito percepito oggi dai lavoratori.

Una scelta che ha il sapore dell’oltraggio: chiedere a chi fatica ad arrivare alla quarta settimana di pensare a versamenti pensionistici aggiuntivi è semplicemente irragionevole. È la conferma di un modello che vuole trasferire il rischio previdenziale dai datori di lavoro ai dipendenti, erodendo il concetto stesso di welfare pubblico.

Proposte concrete: meno ore, più posti, pensioni prima

In un Paese dove la produttività è stagnante da oltre due decenni, dove i salari reali sono calati e il benessere sociale si è ridotto, la sola parola d’ordine possibile è redistribuzione. E questa redistribuzione deve passare per tre grandi scelte politiche:
1. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario – Lavorare meno per lavorare tutti: è tempo di rompere il tabù delle 40 ore settimanali. Ridurre l’orario di lavoro, senza intaccare la retribuzione, significherebbe non solo creare nuova occupazione, ma anche migliorare la qualità della vita, ridurre lo stress e aumentare la produttività.
2. Abbassare l’età pensionabile – L’età per la pensione in Italia è tra le più alte d’Europa: 67,70 anni. È inaccettabile. Chi ha lavorato una vita ha diritto al riposo e a un reddito decoroso. Ridurre l’età pensionabile a 62 anni – o anche meno per i lavori gravosi – significa liberare posti per i giovani e riconoscere il valore umano del tempo e della salute.
3. Aumento generalizzato dei salari – Il lavoro deve tornare a garantire dignità e sicurezza economica. Serve un aumento strutturale dei salari, sostenuto anche da una detassazione selettiva delle retribuzioni medio-basse, e dall’introduzione di un salario minimo legale legato ai costi reali della vita.

Sindacati: è tempo di tornare a essere conflittuali

Di fronte a queste emergenze, i sindacati devono tornare a fare il loro mestiere: difendere i lavoratori e non accettare compromessi al ribasso. La CGIL ha denunciato con forza la volontà del governo di rinnovare i contratti pubblici stanziando risorse largamente insufficienti, equivalenti a solo un terzo dell’inflazione accumulata. Troppo spesso, però, in passato anche il sindacato ha dovuto fare i conti con pressioni politiche e logiche concertative che hanno svuotato la contrattazione di reale forza contrattuale.

I superprofitti delle aziende e i dividendi milionari distribuiti anche in piena crisi inflazionistica, sono la prova lampante che la ricchezza in Italia esiste: semplicemente non viene redistribuita. È stata sottratta ai lavoratori, ai pensionati, ai precari. È tempo che chi ha accumulato paghi il conto della crisi che gli altri stanno subendo.

Contrattazione e produttività: un’occasione sprecata

Secondo l’ILO, la produttività del lavoro in Italia, dopo essere cresciuta leggermente più dei salari nel biennio 2022-2023, rimane tra le più basse delle economie sviluppate. Dal 1999 al 2024, nei Paesi ad alto reddito la produttività è aumentata in media del 30%, mentre in Italia è diminuita del 3%. Una stagnazione che riflette scarsi investimenti in innovazione, formazione e tecnologia.

Conclusioni: la dignità del lavoro non è negoziabile

Il problema salariale in Italia non è una questione tecnica ma politica. È la fotografia di un Paese che ha smesso di investire nella dignità del lavoro, che penalizza i suoi cittadini più vulnerabili e premia la speculazione. Proporre pensioni integrative private in questo contesto non è solo inadeguato: è offensivo.

Serve una svolta, radicale e urgente. Serve una nuova visione del lavoro fondata sulla dignità, la giustizia e la redistribuzione. E serve, soprattutto, una mobilitazione collettiva che rompa il silenzio e restituisca voce a chi ogni giorno lavora, resiste e pretende di vivere con dignità.

E infine, non può esistere dignità del lavoro senza sicurezza nei luoghi di lavoro. Ogni anno, migliaia di persone muoiono o subiscono gravi lesioni a causa di inadempienze e tagli su prevenzione e formazione. Le morti sul lavoro non sono “incidenti”: sono il prodotto di un sistema che antepone il profitto alla vita. È tempo che la sicurezza diventi una priorità assoluta e non un semplice paragrafo nei contratti.