Le crepe nel palazzo

Il potere imperiale vacilla a Washington, balbetta a Bruxelles e impoverisce a Roma. Ma una crepa non è ancora una breccia

Per decenni ci hanno raccontato che l’ordine del mondo fosse una legge di natura, immodificabile come il sorgere del sole. Washington decide, Tel Aviv esegue la propria strategia regionale, Bruxelles segue mormorando, Roma obbedisce e ringrazia. Era la geografia del comando, presentata come l’unico assetto possibile, e chi osava metterla in discussione veniva liquidato come ingenuo o nemico. Eppure qualcosa, in questi giorni, scricchiola. Non siamo davanti a una rivoluzione, e sarebbe sciocco illudersi. Ma le crepe che si aprono nei palazzi del potere occidentale meritano di essere lette per quello che sono: il sintomo di un sistema che fatica a reggere il peso delle proprie contraddizioni.

Il 3 giugno la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato, con duecentoquindici voti contro duecentootto, una risoluzione che impone a Donald Trump di ritirare le forze armate dal conflitto con l’Iran — la guerra che lo stesso presidente ha aperto a febbraio — o di chiedere al Congresso un’autorizzazione esplicita. Quattro deputati repubblicani hanno rotto la disciplina di partito unendosi ai democratici: Thomas Massie, Brian Fitzpatrick, Tom Barrett, Warren Davidson. Sul piano del diritto è poca cosa, e va detto con onestà: la risoluzione è in gran parte simbolica, dovrà superare il Senato e potrà comunque essere annientata dal veto presidenziale. Ma sul piano politico è una ferita. Per la prima volta, da quando è tornato alla Casa Bianca, una parte del suo stesso campo ha detto a Trump che la guerra non è una sua prerogativa personale. La reazione del presidente — che ha bollato i quattro come «cattivi repubblicani» colpevoli di averlo ostacolato «nel mezzo delle negoziazioni finali» — misura esattamente quanto quel colpo abbia fatto male.

Conviene ricordare la posta in gioco, perché non si tratta di un cavillo tra poteri dello Stato. La War Powers Resolution del 1973, partorita sul finire della catastrofe vietnamita, stabilisce un principio elementare di civiltà democratica: la decisione più grave che una comunità possa prendere, mandare i propri figli a uccidere e a morire, non può appartenere a un solo uomo. Quella legge prevede che le forze impiegate senza il mandato del Congresso vadano ritirate entro sessanta giorni. È un argine che da decenni viene aggirato e svuotato. La presidenza imperiale di cui scriveva lo storico Arthur Schlesinger non l’ha inventata Trump: è il frutto di un lungo processo bipartisan, alimentato da Bush e da Obama non meno che dai repubblicani di oggi. Trump ne è l’erede più sfrontato, non l’artefice originario. La vera notizia è che stavolta, dentro il palazzo, qualcuno ha provato a rialzare quell’argine. È il segno che l’interventismo permanente, la guerra come strumento ordinario di gestione degli equilibri, comincia a spaventare anche una parte dell’establishment che lo ha sempre sostenuto.

Sul fronte mediorientale, intanto, la retorica del potere non conosce sosta. Mentre Trump alterna insulti e dichiarazioni d’affetto verso Benjamin Netanyahu, il premier israeliano continua a vendere la guerra come una missione di civiltà, accusando l’Europa di non capire che Israele «combatte i barbari anche per lei». È una formula antica quanto gli imperi. Roma chiamava barbari i popoli che assoggettava; il colonialismo europeo chiamava barbari gli africani e gli asiatici che depredava e massacrava. La parola « barbaro» è sempre stata l’arma semantica con cui il forte disumanizza la propria vittima prima di colpirla. E allora la domanda va posta senza eufemismi: chi sono i barbari del nostro tempo? Coloro che da mesi assistiamo trasformare la Striscia di Gaza in un cimitero a cielo aperto, che radono al suolo le case dei palestinesi in Cisgiordania, che colonizzano terra su terra nel nome della Grande Israele? O i popoli che subiscono tutto questo, privati di case, ospedali, acqua, cibo, futuro? La storia del Novecento europeo — i campi di sterminio, le persecuzioni razziali, le guerre di conquista — dovrebbe averci insegnato a diffidare di chi maneggia la categoria della superiorità civile. Invece eccola di nuovo, buona a coprire occupazione, segregazione e morte.

L’Europa, davanti a tutto questo, recita la sua parte di sempre: quella dell’ipocrita raffinato. Si proclama custode dei diritti umani e del diritto internazionale, moltiplica i comunicati di «profonda preoccupazione», e poi non muove un dito che incida davvero sugli equilibri reali. La condanna a parole e la complicità nei fatti: è questa la cifra di un continente che difende i propri valori quando non costa nulla e li dimentica appena di mezzo c’è un alleato strategico. Non è un eccesso di buonismo, come blaterano i sovranisti: è esattamente il contrario, è il calcolo cinico di chi antepone la ragion di Stato alla vita delle persone.

La stessa Europa che balbetta su Gaza ha appena dato a Roma una lezione su un altro terreno, quello dei conti pubblici. Il governo Meloni aveva chiesto a Bruxelles di estendere alla crisi energetica la deroga al Patto di stabilità già concessa per le spese militari, sognando di distribuire qualche centesimo di sconto sul diesel e sulla benzina a ridosso delle elezioni del 2027. La Commissione ha detto no a quel disegno: ha concesso una flessibilità limitata — fino allo 0,3 per cento del Pil all’anno per il triennio 2026-2028, con un tetto cumulato dello 0,6 per cento — ma ha imposto che quei margini servano soltanto a rafforzare la struttura del sistema energetico, cioè investimenti in rinnovabili, reti, efficienza. Non sussidi alla pompa, non mance preelettorali. È la dimostrazione, messa nero su bianco, che la via d’uscita dal caro energia non passa per il gas né per le fughe in avanti sul nucleare, ma per una transizione che il governo italiano continua a non avere il coraggio di affrontare. La premier si è fatta riprendere giuliva tra gli stucchi di Palazzo Chigi, intonando il peana alla vittoria. La verità è che la vittoria è di chi le ha dettato come, dove e perché spendere. E nello stesso documento Bruxelles le ha pure rinfacciato un debito cresciuto e fondi del Pnrr spesi male, senza un euro investito in ricerca, innovazione, produttività.

I numeri, che non sanno fare propaganda, raccontano la verità che la comunicazione di governo si affanna a nascondere. L’Economic Outlook di giugno dell’Ocse stima per l’Italia una crescita dello 0,5 per cento nel 2026 e dello 0,6 nel 2027: la Spagna corre al 2,1, più di quattro volte tanto; Germania e Francia, pur frenate dalla loro mole, viaggiano allo 0,8, il doppio dell’Italia. Ma il dato che andrebbe gridato è un altro. Lo shock energetico innescato dalla crisi mediorientale farà risalire l’inflazione fino al 3 per cento, e l’Ocse avverte che i salari reali recupereranno solo in minima parte le perdite già subite. A fine 2025 il potere d’acquisto delle retribuzioni italiane era ancora inferiore dell’otto e mezzo per cento rispetto al gennaio 2019: siamo penultimi nell’intera area Ocse per capacità di recupero, davanti alla sola Repubblica Ceca. Quattro milioni di lavoratori attendono il rinnovo di contratti scaduti. Il debito pubblico, intanto, sale al 138,8 per cento del Pil. Tradotto in vita reale: chi lavora torna a impoverirsi mentre i conti pubblici peggiorano. La crescita contabile e la busta paga sono due mondi che non si parlano più.

E i giovani, semplicemente, se ne vanno. Nel 2024 oltre centoventitremila italiani hanno cancellato la residenza per trasferirsi all’estero, il trentotto per cento in più dell’anno precedente, in larghissima parte ragazzi tra i diciotto e i trentaquattro anni, molti laureati. Tra il 2015 e il 2024 il saldo migratorio ha sottratto al Paese quasi seicentomila cittadini, per oltre la metà under 34. Il Cnel ha calcolato che questo esodo vale circa centosessanta miliardi di euro: tanto è costato alle famiglie e allo Stato crescere, istruire e formare giovani che poi vanno a produrre ricchezza altrove. Non è più nemmeno la vecchia «fuga dei cervelli» meridionale: quasi la metà di chi parte viene dalle regioni più ricche del Nord. È un’emorragia silenziosa, la più grave delle bocciature per una classe dirigente che alle nuove generazioni non sa offrire né salari dignitosi, né case, né prospettive, e che poi si stupisce dell’inverno demografico.

Il problema, però, non è soltanto italiano, e fermarsi ai confini nazionali significherebbe non capire nulla. È il modello stesso di governance neoliberale a mostrare i segni dell’esaurimento. Da quarant’anni ci ripetono il medesimo dogma: deregolamentate, comprimete il costo del lavoro, tagliate la spesa sociale, e il benessere si diffonderà da solo, sgocciolando dall’alto verso il basso. Il risultato di quella promessa lo abbiamo sotto gli occhi: disuguaglianze cresciute a dismisura, ricchezza concentrata in poche mani, ceto medio eroso, democrazie indebolite. La teoria dello sgocciolamento si è rivelata, come avevano previsto i suoi critici, soltanto un alibi ideologico per il trasferimento di risorse dal lavoro alla rendita. E quando un modello economico smette di mantenere le proprie promesse, sopravvive non più con il consenso, ma con la paura: la sicurezza, l’emergenza, il nemico esterno.

È dentro questa cornice che vanno letti anche i fenomeni che riguardano la giustizia e l’informazione. Vicende giudiziarie di figure pubbliche si trasformano in processi mediatici permanenti, in cui il confine tra accertamento dei fatti, costruzione del consenso e spettacolo diventa impalpabile. In una società dominata dalla comunicazione istantanea il rischio è che la sentenza dell’opinione pubblica preceda quella dei tribunali, e finisca per sostituirla. Il fenomeno attraversa tutti gli schieramenti: la presunzione d’innocenza si invoca per gli amici e si dimentica per gli avversari, la coerenza cede alla convenienza. È una dinamica che logora la fiducia nelle istituzioni e nell’informazione, e che andrebbe combattuta a partire da un principio non negoziabile: il garantismo non è un favore da concedere ai propri, è una regola che vale per tutti o non vale per nessuno, e che si misura proprio sugli imputati che ci stanno antipatici.

Lo stesso vale per la libertà di parola, oggi stretta tra polarizzazione e conformismo. Il dibattito pubblico si è fatto guerra di tribù: le opinioni vengono catalogate in schieramenti rigidi e chi esce dal recinto rischia l’isolamento o la censura informale. Ma una democrazia non si misura dalla libertà di ascoltare chi la pensa come noi — quella è facile, non costa nulla. Si misura dalla capacità di garantire spazio a chi sostiene idee che detestiamo. È esattamente lì, sul terreno scomodo del dissenso che ci ripugna, che si gioca la tenuta dei principi illuministi e antifascisti su cui poggia la sinistra europea. Chi reagisce alle parole sgradite togliendo il microfono compie un gesto di debolezza, non di forza, e finisce per somigliare al potere autoritario che dice di combattere.

Mettiamo in fila questi episodi apparentemente slegati — il voto contro la guerra a Washington, l’ipocrisia europea su Gaza, il rigore di Bruxelles sui conti, l’impoverimento dei salari, la fuga dei giovani, la giustizia-spettacolo, il dissenso marginalizzato — e vedremo affiorare un filo unico. Il problema centrale, sotto tutte le sue maschere, è sempre lo stesso: la concentrazione del potere. Potere militare, economico, finanziario e mediatico tendono ormai a sovrapporsi, a fondersi in un unico blocco oligarchico, sottraendo le decisioni fondamentali a qualunque controllo democratico. Quando la guerra diventa normalità, quando le disuguaglianze vengono spacciate per fatalità, quando il dissenso viene messo a tacere e la politica rinuncia a rappresentare i bisogni collettivi per servire interessi di pochi, non siamo davanti a semplici errori di governo. Siamo davanti a una crisi di civiltà.

Le crepe che oggi si intravedono nei palazzi non garantiscono nulla. Una crepa non è ancora una breccia, e i sistemi di potere sanno richiudersi, magari travestendo da sicurezza e stabilità nuove forme di autoritarismo. Ma quelle crepe ci ricordano una verità che la propaganda dell’ineluttabile vorrebbe farci dimenticare: nessun ordine è eterno, e ogni costruzione fondata sulla forza, sulla menzogna e sulla disuguaglianza porta dentro di sé i semi della propria crisi. La vera domanda non riguarda i palazzi, riguarda noi. Se sapremo trasformare quelle crepe in un varco verso una stagione di giustizia, di pace e di democrazia sostanziale, o se lasceremo che si rimarginino sotto il cemento di un potere ancora più cieco. La risposta, come sempre nella storia, non sta nei palazzi. Sta in chi, sotto quei palazzi, decide di non stare più zitto.

Fonti

Ansa, «La Camera Usa ordina il ritiro dalla guerra in Iran, ma Trump può porre il veto», 4 giugno 2026.

Il Messaggero, «Usa, la Camera approva il ritiro delle truppe dall’Iran grazie ai voti di 4 repubblicani», 4 giugno 2026.

Il Post, «I paesi europei potranno spendere di più per l’energia, ma non come chiedeva l’Italia», 3 giugno 2026.

Greenreport, «Crisi energetica: l’Ue concede la deroga al Patto di stabilità, si potrà usare per le rinnovabili e non per tagliare le accise», 3 giugno 2026.

Il Sole 24 Ore, «Ocse alza stima Pil Italia 2026 a +0,5%, lima 2027 a +0,6%», 3 giugno 2026.

Ocse, Economic Outlook, giugno 2026; Wage Bulletin, marzo 2026.

Sbircia la Notizia, «Salari bassi in Italia: il potere d’acquisto resta inferiore dell’8,6% rispetto a gennaio 2019», 28 maggio 2026.

Il Fatto Quotidiano, «Italia penultima nell’Ocse: i nostri salari reali non recuperano dopo l’inflazione», 18 marzo 2026.

Fondazione Migrantes, Rapporto Italiani nel Mondo 2025; Cnel, «L’attrattività dell’Italia per i giovani dei Paesi avanzati», 2025.

Istat, audizione sulla transizione demografica, aprile 2025; dati su espatri e saldo migratorio 2015-2024.

Arthur M. Schlesinger Jr., «The Imperial Presidency», 1973.

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