Referendum 8–9 giugno: Perché voto SÌ al terzo quesito contro l’abuso del lavoro precario

Il lavoro dovrebbe essere il fondamento della Repubblica, come recita l’articolo 1 della nostra Costituzione. Ma da troppo tempo, dietro la parola “flessibilità” si nasconde una realtà brutale: milioni di persone costrette a vivere sospese, senza certezze, in attesa di un rinnovo, di una proroga, di un altro mese. Il terzo quesito del referendum dell’8 e 9 giugno parla proprio a loro, ai precari invisibili. Per questo, io voto SÌ. E invito tutti a fare altrettanto.

Cosa propone il terzo quesito?

Il quesito chiede l’abrogazione di una parte del Decreto Legislativo 81/2015, che consente oggi di stipulare contratti a tempo determinato senza indicare alcuna causale per un periodo fino a 12 mesi. In pratica, il datore di lavoro può assumere una persona con un contratto a termine senza dover spiegare perché non sia a tempo indeterminato.

Questa norma ha aperto la porta all’abuso sistematico del lavoro precario. Oggi il 16,5% dei lavoratori dipendenti ha un contratto a termine, spesso usato come strumento di ricatto: prendi quel che passa il convento, oppure avanti il prossimo.

Votare SÌ significa eliminare questa possibilità, ripristinando l’obbligo di giustificare le assunzioni a termine con esigenze specifiche e temporanee. In altre parole: rendere il precariato di nuovo l’eccezione, non la regola.

Perché voto SÌ?
1. Perché il lavoro non è un favore, ma un diritto

Assumere senza causale, senza un motivo legato all’organizzazione aziendale, significa trasformare il contratto a termine in uno strumento ordinario. Così facendo, si svuota di senso ogni logica di stabilità, si nega il futuro. Io voto SÌ per riportare coerenza tra le parole e i fatti.
2. Perché il precariato uccide la vita sociale

Essere precari significa non poter pianificare nulla: una casa, un figlio, un mutuo, una formazione. Significa vivere a rate, non solo nel portafoglio, ma anche nell’anima. Con il SÌ possiamo arginare questa spirale. Non si cancella il lavoro a termine, ma si costringe chi lo usa ad avere almeno una motivazione seria.
3. Perché la dignità non ha scadenza

Non si può vivere appesi a un foglio che scade ogni due o tre mesi. Non si può essere trattati come tappi da sostituire. Il contratto senza causale è uno strumento che disumanizza. Io voto SÌ perché ogni lavoratore merita rispetto, continuità, valore.
4. Perché si può fare impresa anche rispettando le persone

Non è vero che senza precariato l’impresa muore. L’Italia ha un tessuto produttivo fatto di aziende capaci, che innovano e competono anche senza sfruttare. Votare SÌ è un atto di fiducia in un’economia diversa, più giusta, dove il profitto non si costruisce sulla pelle dei più deboli.

Cosa succede se prevale il NO o non si raggiunge il quorum?

Se il quorum non viene raggiunto o se vincesse il NO, continuerà ad essere possibile assumere senza causale, con contratti a termine “mordi e fuggi”, che non costruiscono nulla. Si rafforzerà ancora di più un modello di mercato del lavoro basato sulla temporaneità e sulla debolezza contrattuale. In sintesi: si conferma la precarietà come norma.

Conclusione

Questo referendum è una chiamata al coraggio. È l’occasione per dire che non vogliamo più vivere in una società in cui il futuro è un lusso e la stabilità un’eccezione.
Io scelgo di votare SÌ al terzo quesito, perché credo che un Paese civile debba garantire certezze, non insicurezza, debba valorizzare il lavoro, non svilirlo.

L’8 e il 9 giugno, non votiamo per altri.
Votiamo per noi. Votiamo per chi lavora e non può più aspettare.

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