“L’economia che viene dal cuore: il paradigma civile contro la tirannia del profitto”

In un tempo in cui l’economia appare sempre più distante dalla vita reale delle persone, schiacciata tra il dogma del mercato autoregolato e le chimere di un dirigismo ormai fuori dal tempo, una nuova via si fa spazio: quella dell’economia civile. Non si tratta di una “terza via” tra capitalismo e socialismo, né tantomeno di un compromesso al ribasso tra libertà e uguaglianza, ma di un paradigma profondamente diverso, radicato nella tradizione italiana e oggi più attuale che mai.

Le radici dimenticate di un’utopia concreta

L’economia civile affonda le sue radici nel pensiero illuminista di Antonio Genovesi, che nel XVIII secolo parlava di economia come “scienza della felicità pubblica”. Un’intuizione potente, cancellata dalla storia dominante dell’economia politica anglosassone, che ha invece fondato la propria costruzione teorica sull’individuo razionale, egoista, massimizzatore del proprio interesse. Ma l’uomo – come ci ricorda questa visione alternativa – non è soltanto un produttore o un consumatore. È prima di tutto un essere relazionale, capace di cooperare, di donare, di costruire legami significativi. L’economia civile prende sul serio questa antropologia integrale.

Oltre il riduzionismo economico

Nel cuore dell’economia civile c’è l’idea di interezza. Non basta leggere l’agire umano nei compartimenti stagni dell’efficienza, del PIL o del margine operativo. Serve una visione olistica, che integri saperi e approcci diversi: economia, psicologia, ecologia, filosofia, storia. Come ha sottolineato la stessa regina Elisabetta dopo la crisi finanziaria del 2008, ciò che è mancato non è stata la capacità tecnica, ma la capacità di comprendere l’interconnessione sistemica dei fenomeni. Esattamente ciò che propone la multidisciplinarietà dell’economia civile.

Non è un caso che i promotori di questo nuovo corso – da Leonardo Becchetti a Jeffrey Sachs, fino ai giovani protagonisti dell’Economia di Francesco – parlino di una vera e propria “rinascita economica”. Una rinascita che rimette al centro la persona, la comunità e il pianeta, non come orpelli etici di un sistema immutabile, ma come fondamenti di una nuova architettura socio-economica.

Le parole chiave del cambiamento

Quattro sono le leve strategiche su cui l’economia civile costruisce la propria proposta:
1. Il voto col portafoglio – ogni atto di consumo è un atto politico. Sostenere imprese responsabili, cooperative, economie locali significa orientare il mercato verso la giustizia sociale e ambientale.
2. L’amministrazione condivisa – sulla scia della sentenza 131/2020 della Corte costituzionale, viene promosso un modello di governance pubblico-civico, fondato sulla sussidiarietà e la partecipazione attiva dei cittadini.
3. Le comunità energetiche rinnovabili – simbolo di un’economia decentrata, solidale, fondata sulla cura dei beni comuni e sulla responsabilità ambientale.
4. L’autogoverno civico – con l’idea di dar vita a “s-partiti”, cioè nuove forme di organizzazione politica nate dal basso, capaci di rappresentare le istanze concrete dei territori.

Questo nuovo paradigma rifiuta la polarizzazione tra Stato e Mercato. Al contrario, riconosce e valorizza il ruolo della società civile organizzata come terzo pilastro della vita democratica. Le istituzioni pubbliche non sono viste come pianificatori onnipotenti, ma come levatrici delle energie sociali diffuse, capaci di generare soluzioni innovative e radicate nella realtà.

Il fraintendimento della “terza via”

Una delle critiche più frequenti all’economia civile è quella di voler riproporre una “terza via” tra capitalismo e socialismo. Ma questa etichetta è profondamente fuorviante. L’economia civile non è una mediazione tra opposti, ma un superamento dei presupposti stessi di entrambi i modelli: mette in discussione il riduzionismo antropologico, l’idea di crescita infinita, la marginalizzazione del bene comune. Non cerca compromessi, ma rigenera i fondamenti.

Nel farlo, non scivola nell’ingenuità del dialogo ad ogni costo. Al contrario, afferma con forza che la cooperazione internazionale è indispensabile per affrontare sfide come il cambiamento climatico, la povertà globale, l’ingiustizia fiscale. Ma questa cooperazione si fonda sul riconoscimento delle differenze, sulla costruzione di un terreno comune, non sull’appiattimento culturale o sull’accettazione supina degli autoritarismi.

Un nuovo umanesimo economico

In ultima istanza, l’economia civile è una proposta di umanesimo economico. In un’epoca segnata dal dominio dell’algoritmo, dal capitalismo predatorio e dall’emergere di nuove forme di autoritarismo digitale, questo paradigma si fa sentinella della democrazia. Non a caso, il cuore del suo messaggio è una difesa radicale della libertà, non come isolamento individuale, ma come partecipazione alla costruzione del bene comune.

Il futuro dell’economia, se vuole essere anche il futuro dell’umanità, non può più ignorare la dimensione relazionale, spirituale, ecologica dell’esistenza. Serve un’economia che venga dal cuore, che sappia vedere nelle persone non solo clienti o elettori, ma cittadini capaci di cura, bellezza e responsabilità.

Forse non è un’utopia. Forse è solo la realtà che attende di essere riconosciuta.

Mario Sommella
Per una politica che restituisca dignità al pensiero e giustizia all’economia

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