La festa e il sospetto

Il Mondiale americano, la paranoia eretta a sistema di governo e la fabbrica del nemico

C’è un uomo che, in queste ore, rappresenta meglio di qualsiasi discorso ufficiale il vero volto del Mondiale di calcio del 2026. Si chiama Omar Abdulkadir Artan, è somalo, ed è stato eletto miglior arbitro africano dell’anno. Sarebbe dovuto entrare nella storia come il primo somalo a dirigere una partita della fase finale della Coppa del Mondo. Invece è stato fermato all’aeroporto di Miami, trattenuto, dichiarato «inammissibile per ragioni di accertamento» e rispedito indietro, verso Istanbul, da dove era partito. Aveva documenti regolari. Non aveva commesso alcun reato. La sua unica colpa, agli occhi della frontiera americana, era il passaporto che portava in tasca.

Questo è il punto di partenza, ma non è un episodio isolato. È il sintomo di una malattia del potere. Mentre il pianeta viene invitato alla più grande festa sportiva della storia — quarantotto squadre, centoquattro partite, tre nazioni ospitanti, l’umanità chiamata a riconoscersi in un rito collettivo — quella stessa umanità viene accolta come una minaccia, schedata, perquisita, umiliata, rispedita al mittente. Il Mondiale del 2026 non è soltanto una competizione. È lo specchio di un’epoca in cui la paura diventa metodo di governo, il sospetto diventa cultura e la diffidenza verso lo straniero viene elevata a principio organizzativo dello Stato.

1. Un arbitro respinto, e il volto vero della festa

I fatti, prima di ogni interpretazione, parlano da soli. Artan è arrivato a Miami pochi giorni prima dell’inizio del torneo. La polizia di frontiera lo ha sottoposto a un «controllo aggiuntivo» e lo ha respinto invocando generiche «ragioni di accertamento». La FIFA ha confermato che non potrà né allenarsi né arbitrare, dichiarandosi al tempo stesso estranea e impotente: spetta al Paese ospitante, ha detto, decidere chi può varcare i suoi confini. La Somalia figura nella lista dei Paesi colpiti dal bando totale agli ingressi voluto dall’amministrazione Trump. Tanto è bastato per cancellare la carriera mondiale di un uomo che il calcio africano aveva premiato come il migliore.

Non è il solo. La nazionale dell’Iraq, tornata alla Coppa del Mondo dopo quarant’anni di assenza grazie al gol decisivo del suo attaccante Aymen Hussein nello spareggio contro la Bolivia, ha vissuto un arrivo da incubo. Atterrato a Chicago, Hussein è stato separato dal resto della squadra dagli agenti della dogana, trattenuto e interrogato per circa sette ore, con tanto di ispezione del telefono personale, prima di essere finalmente lasciato passare. Al fotografo ufficiale della stessa nazionale, Talal Salah, è andata peggio: oltre dieci ore di verifiche e, alla fine, il respingimento puro e semplice.

La nazionale iraniana, dal canto suo, è stata costretta a fare quartier generale in Messico, perché non aveva alcuna certezza di poter mettere piede negli Stati Uniti. I visti per i giocatori sono arrivati con il contagocce, uno o due giorni prima delle partite. Quattordici tra dirigenti, tecnici e membri dello staff sono rimasti senza permesso d’ingresso. Le condizioni imposte rasentano l’assurdo: la squadra potrà entrare sul suolo statunitense soltanto nel giorno della partita e dovrà lasciarlo lo stesso giorno. È la prima volta nella storia che un Paese ospitante accoglie la nazionale di uno Stato contro cui sta conducendo una guerra. Bombardare un popolo e poi pretendere che i suoi calciatori entrino ed escano in giornata, sotto scorta del sospetto: ecco il grado di cinismo a cui siamo arrivati.

E poi ci sono le immagini, diffuse e diventate virali, del trattamento riservato ai giocatori del Senegal: uomini fatti scendere dall’aereo, bagagli rovesciati, perquisizioni invasive condotte con un’ostentazione che ha il sapore preciso dell’intimidazione. Se questo accade ad atleti famosi, arbitri di livello internazionale, delegazioni ufficiali di Stati sovrani — persone protette da ogni possibile garanzia diplomatica — viene spontaneo chiedersi che cosa accada, ogni giorno e lontano dalle telecamere, alle migliaia di esseri umani anonimi che bussano alle frontiere americane. Il Mondiale non sta creando nulla di nuovo: sta soltanto rendendo visibile, sotto i riflettori del mondo intero, ciò che di norma resta nascosto.

1. La macchina del sospetto: cronaca di un’ospitalità armata

Dietro i singoli episodi c’è un’architettura. Nel giugno del 2025 l’amministrazione Trump ha varato un proclama presidenziale che limitava o vietava l’ingresso ai cittadini di diciannove Paesi, in larga parte africani e mediorientali. Nel dicembre dello stesso anno quella lista è stata ampliata a trentanove nazioni, con effetto dal primo gennaio 2026. Tra i Paesi colpiti figurano quattro nazionali qualificate al Mondiale: Haiti, Iran, Senegal e Costa d’Avorio. Per i loro tifosi le porte degli stadi statunitensi sono in pratica sbarrate. Una clausola esenta gli atleti, gli staff e i familiari più stretti, ma il messaggio resta inequivocabile: i popoli non sono i benvenuti, salvo concessione.

Il dispositivo è stato accompagnato da un corredo di misure che, sommate, disegnano il profilo di uno Stato in assetto di guerra contro i propri ospiti. Agli aeroporti sono stati schierati agenti dell’immigrazione anche per controlli ordinari. La Casa Bianca non ha escluso operazioni di polizia migratoria persino in occasione delle partite. Ad Haiti, intanto, è stato revocato lo status di protezione temporanea, condannando centinaia di migliaia di persone alla perdita del permesso di soggiorno. Per addolcire la vetrina internazionale si è inventato un «FIFA Pass» che dovrebbe corsia preferenziale ai possessori di biglietto, si sono dispiegati oltre quattrocento funzionari consolari e si è sospesa la cauzione sui visti, alta fino a quindicimila dollari, per alcune categorie di tifosi. Toppe su una ferita autoinflitta.

La gravità del quadro è tale che Amnesty International, insieme a decine di organizzazioni per i diritti civili e umani, ha diffuso un vero e proprio «avviso di viaggio» sul Mondiale, mettendo in guardia chi intende recarsi negli Stati Uniti rispetto al clima che vi si respira. È un fatto senza precedenti: per la prima volta, la festa del calcio mondiale si accompagna a un allarme sui diritti emesso da chi quei diritti li difende. E mentre gli organismi internazionali dell’informazione denunciano dinieghi e visti a entrata singola per i giornalisti di intere aree del pianeta, in rete cresce l’appello al boicottaggio. La più grande operazione di marketing sportivo della storia rischia di passare alla memoria come il Mondiale della frontiera.

1. La paranoia come forma di governo

Qui occorre alzare lo sguardo e nominare le cose per quel che sono. Ciò a cui assistiamo non è un eccesso di zelo burocratico né una serie di disguidi tecnici. È l’espressione di una vera e propria paranoia eretta a forma di governo. Non parlo, sia chiaro, della psicologia di un singolo uomo: parlo della logica di un sistema di potere che ha scelto il sospetto come principio ordinatore della vita pubblica. Una società paranoica è quella che, per tenersi insieme, ha bisogno di un nemico permanente; che vive nell’assedio immaginario; che proietta sull’altro — lo straniero, il musulmano, l’africano, il povero — le proprie contraddizioni irrisolte.

Lo storico statunitense Richard Hofstadter, già negli anni Sessanta, aveva chiamato questo fenomeno «lo stile paranoide nella politica americana»: una disposizione mentale fatta di sospetto cosmico, di complotti incombenti, di confini da fortificare contro un’invasione sempre annunciata e mai dimostrata. Quello stile, un tempo confinato ai margini, è oggi diventato linguaggio ufficiale dello Stato. L’immigrazione è trasformata in emergenza perpetua; il diverso in minaccia esistenziale; la mobilità umana in problema di sicurezza nazionale. E poiché la minaccia non esiste nelle proporzioni evocate, va continuamente fabbricata, alimentata, messa in scena. La paranoia non descrive la realtà: la produce.

Non è una novità nella storia, ed è questo che dovrebbe inquietarci. Negli anni Trenta del Novecento le destre autoritarie europee costruirono il proprio potere indicando in minoranze etniche, religiose e nazionali la causa di ogni difficoltà economica e sociale. Il meccanismo era semplice e tremendamente efficace: di fronte a una crisi che non si vuole o non si sa affrontare nelle sue cause reali — lo sfruttamento, la disuguaglianza, l’impoverimento delle maggioranze — si offre alla rabbia popolare un capro espiatorio già confezionato. Oggi il lessico è cambiato. Non si parla più di razza ma di sicurezza, non di purezza nazionale ma di difesa dei confini, non di superiorità biologica ma di incompatibilità culturale. Cambiano le parole. La sostanza resta intatta: dividere l’umanità tra chi merita diritti e chi deve continuamente dimostrare di non essere un pericolo.

È qui che la denuncia deve farsi ferma e senza sconti. La paranoia di Stato non è un’opinione discutibile tra le altre: è il dispositivo attraverso cui il potere converte l’insicurezza sociale — prodotta da decenni di politiche neoliberiste, di precarietà, di smantellamento delle tutele — in consenso autoritario. Invece di rispondere alla domanda di protezione con il lavoro, il welfare, la giustizia sociale, vi risponde con il filo spinato e il controllo del corpo dello straniero. È una truffa politica colossale: si addita il migrante mentre si lasciano intatti i meccanismi della rendita finanziaria, dello sfruttamento e della concentrazione della ricchezza. Il nemico alla frontiera serve esattamente a non guardare il nemico in cima alla piramide sociale.

1. La schizofrenia del potere: la festa dell’umanità e la fabbrica del nemico

Alla paranoia si accompagna una seconda patologia del potere, ancora più rivelatrice: una vera e propria schizofrenia, intesa come scissione profonda tra ciò che il sistema proclama e ciò che il sistema pratica. Da un lato la retorica luminosa della festa universale, l’invito al mondo intero, gli stadi come cattedrali laiche dell’incontro tra i popoli, gli slogan dell’inclusione e della fratellanza sportiva. Dall’altro la macchina opaca del respingimento, la frontiera militarizzata, l’algoritmo che decide chi è sospetto in base alla nazionalità. La stessa mano che apre le braccia al pianeta gli rovescia i bagagli sulla pista e gli ispeziona il telefono.

Questa scissione non è ipocrisia accidentale: è strutturale. Il capitalismo dello spettacolo ha bisogno della festa globale perché è una gigantesca macchina di profitto — diritti televisivi, sponsorizzazioni, biglietti, indotto miliardario, valorizzazione immobiliare delle città ospitanti. Al tempo stesso lo Stato securitario ha bisogno del nemico perché è la condizione della propria legittimazione. Le due esigenze coesistono nello stesso evento, e l’evento le tiene insieme spacciando per normale ciò che normale non è. Mentre milioni di spettatori si commuovono per un inno, accanto a loro si consuma la discriminazione selettiva, la limitazione della libertà di movimento, il trattamento differenziato in base al luogo di nascita. L’eccezione diventa regola, l’abuso diventa procedura, l’umiliazione diventa protocollo.

La schizofrenia del potere sta tutta nel pretendere di celebrare l’unità del genere umano mentre se ne codifica la gerarchia. Tra cittadini di serie A, liberi di muoversi, e cittadini di serie B, costretti a giustificare la propria esistenza a ogni dogana. Tra chi gode dei diritti come una proprietà e chi deve mendicarli come una concessione. È una doppiezza che il grande spettacolo serve proprio a rendere accettabile: ti offre l’emozione collettiva perché tu non veda la selezione che la rende possibile. La festa non nasconde la frontiera per distrazione: la nasconde per funzione.

1. La complicità della FIFA e il «premio per la pace» a Trump

In tutto questo, la FIFA recita la parte più indecorosa. L’organizzazione che da anni si fregia delle bandiere dell’inclusione, della lotta al razzismo e dell’uguaglianza tra i popoli, di fronte ai respingimenti e alle umiliazioni ha scelto la via più comoda: dichiararsi estranea, ricordare che le decisioni sui visti spettano al Paese ospitante, lavarsene le mani. Posizione insostenibile. Quando si assegna a una nazione l’evento sportivo più importante del pianeta, non si può fingere di ignorare il contesto politico, legislativo e repressivo in cui quell’evento si svolgerà. In questi casi la neutralità non è imparzialità: è una forma di complicità.

E la complicità ha un volto e una data. Al sorteggio del torneo, il presidente della FIFA Gianni Infantino ha consegnato a Donald Trump il primo «premio per la pace» istituito dall’organizzazione. Una scena grottesca: il capo dello Stato che bandisce intere nazionalità dai propri confini, che ha condotto una guerra contro l’Iran le cui squadre quel torneo dovrebbe ospitare, viene incoronato come uomo di pace dal governo mondiale del calcio. Non è un dettaglio di costume. È la fotografia di un’epoca in cui le grandi istituzioni sportive si genuflettono al potere politico ed economico, scambiando l’onorificenza con la garanzia di affari indisturbati. La prossimità tra Infantino e Trump — incontri, attestati di stima reciproca, fotografie — toglie ogni residua credibilità alla pretesa di terzietà della FIFA.

1. Lo sport non è mai stato neutrale

Ci raccontano che lo sport dovrebbe restare fuori dalla politica. È una delle più grandi mistificazioni del nostro tempo. Lo sport è sempre stato uno spazio politico, e i grandi eventi internazionali sono sempre stati strumenti di potere. Lo furono le Olimpiadi di Berlino del 1936, trasformate dal nazismo in vetrina del proprio regime. Lo fu lo sport durante tutta la Guerra Fredda, terreno di prestigio e di confronto tra blocchi. Lo è oggi, quando regimi e governi si comprano la legittimazione internazionale ospitando tornei e mondiali, in quel fenomeno che ormai conosciamo con il nome di sportswashing: ripulire la propria immagine con il sapone dell’emozione collettiva.

Il Mondiale del 2026 aggiunge un capitolo a questa lunga storia, e lo fa con una variante perversa. Non si tratta soltanto di un regime che usa lo sport per abbellirsi. Si tratta di un potere che usa lo sport per normalizzare la propria macchina di esclusione. Mentre il pianeta guarda le partite, impara ad accettare come ovvi i controlli invasivi, i respingimenti selettivi, i trattamenti differenziati. La pedagogia dell’evento è sottile e profonda: ti abitua, partita dopo partita, all’idea che alcuni esseri umani siano per definizione più sospetti di altri. È così che si educa un’opinione pubblica all’indifferenza.

1. Dietro i controlli, un modello di società

Una parte non piccola della responsabilità ricade sul sistema mediatico, che ha derubricato episodi gravissimi a curiosità o intoppi organizzativi. Ma quando un arbitro viene respinto senza spiegazioni, quando una nazionale viene costretta a entrare e uscire dal Paese in giornata, quando i giornalisti di interi continenti si vedono negare l’accreditamento, non siamo davanti a problemi tecnici. Siamo davanti a una precisa concezione del mondo, che divide l’umanità in affidabili e sospetti, e che pretende di farlo passare per buon senso.

Il punto, allora, non è il calcio. Il punto è il modello di società che prende forma attraverso il calcio. Ogni volta che la paura viene usata come strumento di governo, la democrazia arretra. Ogni volta che una categoria umana viene trasformata in bersaglio collettivo, lo spazio delle libertà si restringe per tutti. Le frontiere che oggi umiliano lo straniero possono domani comprimere i diritti del cittadino; la sorveglianza che oggi colpisce il diverso può domani colpire il dissenso. È la lezione che la storia non smette di ripetere: nessun apparato fondato sul sospetto si ferma spontaneamente, perché il sospetto, una volta istituzionalizzato, ha bisogno di nemici sempre nuovi per giustificare se stesso.

1. Ribellarsi all’assuefazione

Chi continua a considerare tutto questo una semplice questione di code agli aeroporti non vede il problema reale. Non è il calcio a essere entrato nella politica: è la politica della paura che sta occupando il calcio, normalizzando l’idea che alcuni esseri umani valgano meno di altri. E proprio da questa normalizzazione, dall’assuefazione tranquilla del pubblico, nella storia sono sempre cominciate le stagioni più buie.

Per questo il Mondiale americano va guardato per quello che è: non una festa, ma un avvertimento. La paranoia eretta a sistema e la schizofrenia di un potere che celebra l’umanità mentre la seleziona non sono incidenti di percorso, sono il volto di un’epoca. Riconoscerli, nominarli, rifiutarsi di considerarli normali è il primo atto di resistenza. Perché c’è un solo modo per disinnescare la fabbrica del nemico: smettere di accettarne il linguaggio, e tornare a chiamare ingiustizia l’ingiustizia, anche quando indossa la maglia di una nazionale e si fa applaudire allo stadio.

1. Fonti

CNN, CBS News, Al Jazeera, France 24, Yahoo Sports, RTÉ e CBS Sports sul respingimento dell’arbitro Omar Abdulkadir Artan all’aeroporto di Miami e sulla posizione della FIFA (giugno 2026).

Al Jazeera, CNN, ESPN, Front Office Sports, National Herald India e PressTV sulla vicenda della nazionale iraniana: visti concessi all’ultimo, staff escluso, ingresso e uscita dal territorio statunitense nello stesso giorno della partita, base in Messico, boicottaggio del sorteggio.

Times Kuwait, Udaipur Times, Dailysports e Sunday Guardian sul fermo dell’attaccante iracheno Aymen Hussein all’aeroporto di Chicago e sul respingimento del fotografo Talal Salah.

Al Bawaba e rilanci sui social sul trattamento riservato alla nazionale del Senegal e sulla campagna per il boicottaggio del torneo.

American Immigration Council, Fox News, ESPN, BBC, Euronews e CNN sul proclama presidenziale (Presidential Proclamation 10998), sull’ampliamento da diciannove a trentanove Paesi colpiti, sulle esenzioni per atleti e staff, sul «FIFA Pass», sulla cauzione dei visti e sul dispiegamento di funzionari consolari e agenti di frontiera.

Amnesty International e organizzazioni statunitensi per i diritti civili e umani sull’avviso di viaggio relativo al Mondiale.

Documentazione pubblica sul «premio per la pace» conferito dalla FIFA a Donald Trump in occasione del sorteggio e sui rapporti tra Gianni Infantino e l’amministrazione statunitense.

Richard Hofstadter, lo stile paranoide nella politica americana, per l’inquadramento storico-politico del fenomeno.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Licenza CC BY-NC-SA 4.0 Pag.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.