A Venezia ventiquattro militari israeliani spiegano come si decideva di uccidere i civili a Gaza. Non raccontano un eccesso: raccontano una procedura. Il film ha vinto il Premio speciale della giuria e non il Leone d’oro. E mentre arriva nelle sale italiane, l’Italia resta il Paese che in Europa continua a bloccare ogni sanzione contro chi quella procedura l’ha scritta.
C’è una bambina, da qualche parte a Gaza, che dice una frase qualunque al telefono: papà è a casa. Non lo sa, ma quella frase ha smesso di essere una frase. È diventata un dato. Attraversa una rete di telefonia intercettata, entra in un sistema automatico di selezione degli obiettivi, arriva sullo schermo di qualcuno seduto in un ufficio di Tel Aviv, a sessanta chilometri di distanza, e vale come la conferma che serviva: l’uomo che cercavamo è rientrato, la famiglia è al completo, si può colpire. Quella bambina, nella lingua di chi prende la decisione, non ha un nome e non ha un’età. Ha una sigla. Si chiama Naza.
Il 10 settembre 2026, in Sala Grande, la 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia ha proiettato un documentario di ottanta minuti che porta esattamente quel nome. Alla fine, la sala è rimasta in piedi ad applaudire per quasi venticinque minuti: il record assoluto del festival, superiore ai ventidue minuti riservati l’anno precedente a «La voce di Hind Rajab».
Due giorni dopo, il 12 settembre, quel documentario ha ricevuto il Premio speciale della giuria. Non il Leone d’oro, andato a «Woman Unknown» della danese May el-Toukhy. Quando i due registi sono saliti sul palco, la Sala Grande si è alzata in piedi: l’unica standing ovation dell’intera cerimonia di premiazione. Ma il dato interessante non è il palmarès. È che, per la prima volta, a spiegare la macchina non sono le vittime. Sono gli esecutori.
1. Una parola al posto delle persone
Naza è l’acronimo con cui l’intelligence militare israeliana quantifica, prima di un attacco aereo, i civili palestinesi che si prevede moriranno. Non «donne», non «bambini», non «anziani»: una sigla e un numero. Venti Naza, spiega uno dei testimoni del film, era diventato una soglia di riferimento, un ordine di grandezza accettabile per colpire un miliziano di basso rango. Salendo lungo la gerarchia del bersaglio, la soglia saliva. Il numero più alto che uno degli intervistati dice di ricordare è l’autorizzazione a uccidere fino a cinquecento civili in un singolo attacco.
Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché è il cuore politico della vicenda e non un dettaglio tecnico. Un numero di vittime civili previsto e autorizzato in anticipo non è un errore, non è un incidente, non è la nebbia della guerra. È una decisione. Qualcuno l’ha calcolata, qualcuno l’ha firmata, qualcuno l’ha eseguita. E ogni volta che quella soglia veniva raggiunta, dall’altra parte del calcolo c’erano un appartamento, una scala, una cucina, una nonna, dei bambini che dormivano. Il linguaggio serve proprio a questo: a rendere sopportabile ciò che altrimenti non lo sarebbe. La sigla non protegge i civili, protegge chi li uccide.
Il meccanismo del linguaggio amministrativo che assorbe l’orrore non è nuovo, ed è probabilmente la ragione per cui, all’uscita dalla proiezione, il riferimento che tutti hanno fatto è stato a «La zona d’interesse» di Jonathan Glazer, che di «Naza» è produttore esecutivo. Ma qui non c’è ricostruzione, non c’è messa in scena, non c’è un film dentro il film. C’è un uomo, su un tetto, di notte, che disegna con le dita nell’aria il modo in cui i corpi cadevano.
2. Ventiquattro voci sui tetti di Tel Aviv
«Naza» è diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, due dei quattro autori di «No Other Land», il documentario sull’espulsione dei palestinesi di Masafer Yatta premiato con l’Oscar nel 2025. È prodotto dalla redazione documentari del Guardian, con Harry Davies e Lindsay Poulton, e da James Wilson di JW Films; la produzione esecutiva è di Glazer. Wilson e Glazer sono la coppia che ha portato all’Oscar «La zona d’interesse». La distribuzione italiana è affidata a I Wonder Pictures: il film sarà nelle sale il 28, 29 e 30 settembre.
Le riprese sono durate tre anni e si sono svolte in segreto. Ventiquattro tra soldati e ufficiali israeliani, in gran parte appartenenti a reparti di intelligence, hanno accettato di parlare a condizione di restare anonimi. Alcuni di loro, secondo quanto riferito dai produttori, avevano prestato servizio in un’unità riservata che rispondeva direttamente all’ufficio del primo ministro. I volti e le voci sono stati alterati digitalmente. Abraham ha spiegato che il lavoro di protezione delle fonti è stato condotto insieme alla redazione investigativa del Guardian, con l’obiettivo di garantire l’anonimato senza rendere le testimonianze artificiali: chi parla è una persona reale, non un attore che legge una trascrizione.
È una precisazione che conta, perché la prima linea di difesa contro un lavoro del genere è sempre la stessa: fonti anonime, dunque inattendibili. Paul Lewis, responsabile del team investigativo del Guardian e produttore esecutivo del film, ha risposto che le testimonianze sono state verificate e che molte di esse erano già emerse, prima del film, in inchieste giornalistiche internazionali. È esattamente qui che si misura la differenza tra una denuncia e un’inchiesta: non nella forza dell’accusa, ma nella possibilità di risalire a ciò che la sostiene.
3. La genealogia di una rivelazione
Non si capisce «Naza» se lo si tratta come una rivelazione improvvisa. È la fase finale, e la più esposta, di un percorso che dura da quasi tre anni ed è passato per il giornalismo prima che per il cinema.
Il 30 novembre 2023, sette settimane dopo il 7 ottobre, Yuval Abraham pubblicava su +972 Magazine e sul sito in lingua ebraica Local Call un’inchiesta sul sistema Habsora, «il Vangelo»: un software sviluppato dall’unità 8200 dell’intelligence militare, capace di generare in modo automatizzato obiettivi edilizi e di associare a ciascuno una stima dei civili che sarebbero morti. Il 3 aprile 2024, le stesse testate pubblicavano la ricostruzione che avrebbe fatto il giro del mondo: Lavender, un sistema di intelligenza artificiale che aveva classificato come sospetti militanti fino a trentasettemila palestinesi, con un tasso di errore riconosciuto attorno al dieci per cento e una supervisione umana ridotta, in molti casi, a pochi secondi di verifica. Accanto a Lavender operava un secondo strumento, chiamato dai militari «Dov’è papà?», progettato per segnalare il momento in cui il bersaglio rientrava nella propria abitazione.
Quelle inchieste erano firmate da un giornalista israeliano, si basavano su ufficiali israeliani e sono state pubblicate da testate israeliane. Chi oggi le liquida come propaganda ostile dovrebbe spiegare perché, per due anni, non ha ritenuto necessario verificarle. Il film nasce da lì: alcune testimonianze raccolte per il documentario erano talmente urgenti che gli autori hanno scelto di pubblicarle subito, sul Guardian e su +972, senza aspettare il montaggio. Il cinema arriva dopo, e aggiunge l’unica cosa che il testo scritto non può dare: la voce, il respiro, la pausa prima della risposta.
4. La sorveglianza di massa come premessa dell’uccisione di massa
«La sorveglianza di massa è direttamente collegata all’uccisione di massa», ha detto Abraham presentando il film. È la frase che andrebbe portata fuori dalla sala e discussa nelle commissioni parlamentari, perché riguarda molto più di Gaza.
Quello che i testimoni descrivono non è un apparato di spionaggio classico, fatto di informatori e pedinamenti. È un’infrastruttura: il controllo dell’intera rete di telecomunicazioni della Striscia, migliaia di apparecchi telefonici violati, la raccolta continua di conversazioni, posizioni, contatti, abitudini. Su questa massa di dati lavorano modelli statistici che assegnano a ogni persona una probabilità di appartenenza a un’organizzazione armata. Il margine d’errore è strutturale, perché il modello non conosce le persone: conosce le correlazioni. Una frase innocua diventa un indizio, un contatto ereditato diventa un’affiliazione, un telefono passato di mano diventa una condanna.
Nei territori che i militari definivano zone interdette, e dei cui confini i palestinesi non erano informati, la regola riferita da chi ha sparato era ancora più semplice: chi supera la linea viene colpito. Alcuni testimoni raccontano di aver aperto il fuoco su persone in fila per il cibo che si erano spostate dalla coda. Un ufficiale, secondo quanto riportato da Reuters, sintetizza la logica con una frase che non ammette interpretazioni consolatorie: devono imparare con il sangue.
È il punto in cui la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un alibi. Se il bersaglio lo indica il sistema, nessuno ha davvero deciso. Se nessuno ha deciso, nessuno risponde. L’automazione non ha reso la guerra più precisa: ha reso la responsabilità più difficile da individuare. E questo, per chi progetta e vende questi apparati, non è un effetto collaterale.
5. «Il mio ruolo è tecnico»
Uno degli intervistati, a chi gli chiede che cosa pensasse di quello che faceva, risponde che il suo ruolo era tecnico e che una posizione morale non era prevista. Un altro racconta di aver chiesto a un collega come si sentisse, e di essersi sentito rispondere che bisogna fidarsi del sistema, altrimenti crolla tutto.
Non sono le parole di fanatici. Gli intervistati appartengono ai reparti di élite, molti vivono a Tel Aviv, diversi si descrivono come progressisti, qualcuno tornava dal turno alla propria tesi in psicologia clinica. È esattamente questo che rende il film insopportabile e necessario: la normalità. Mentre parlano, la macchina da presa indugia sulle finestre accese della città, su una cena che finisce, su un telegiornale acceso, su un bar pieno. La vita continua a sessanta chilometri dalla Striscia, e continua anche quando, in sala, le luci si riaccendono.
Gli autori hanno compiuto una scelta narrativa precisa e per molti versi spiazzante: non indugiare sul travaglio interiore di chi ha eseguito. Spostare il baricentro sui rimorsi degli esecutori, hanno spiegato in conferenza stampa, avrebbe significato allontanarsi dalle vittime. È una decisione politica, prima che estetica. Il senso di colpa di chi ha premuto il pulsante non è una redenzione e non è una notizia. Le persone uccise, invece, lo sono.
Sui riferimenti alla Shoah, che pure attraversano il film e che uno dei testimoni pone a se stesso nella forma più diretta possibile, chiedendosi chi sia lui se i nazisti erano il male, gli autori hanno usato una cautela che andrebbe imitata. Non un’equazione, hanno ripetuto, ma il riconoscimento di schemi ricorrenti di disumanizzazione. Abraham ha richiamato Primo Levi e la sua riflessione sull’essere umano trasformato in cosa. Rispettare la memoria dell’Olocausto, ha aggiunto, significa rafforzare la fiducia nei diritti umani, non sospenderla per qualcuno.
6. I numeri che non si fermano
Il 9 settembre 2026 il ministero della Salute di Gaza ha aggiornato il bilancio: 73.669 morti dall’inizio dell’offensiva, 174.652 feriti. Dall’entrata in vigore della tregua sono state uccise altre 1.358 persone e oltre 4.500 sono rimaste ferite. Solo nelle ventiquattro ore precedenti erano arrivati negli ospedali sette corpi, quattro dei quali recuperati sotto le macerie. Il 10 settembre, mentre a Venezia scorrevano i titoli di coda, un attacco su un’abitazione nell’area di Beit Lahia uccideva quattro membri della famiglia Ahmad: due genitori e due bambini.
Sulla contestazione sistematica di questi dati occorre essere chiari. Il metodo del ministero della Salute palestinese è stato validato da istituzioni e ricercatori internazionali; le autorità israeliane lo smentiscono senza fornire un conteggio alternativo verificabile, e un alto funzionario della sicurezza israeliana ha ammesso che quei dati sono sostanzialmente accurati. Uno studio pubblicato dal Lancet nel febbraio 2026, basato sulla ricostruzione dei decessi all’interno dei nuclei familiari, stima che nei primi sedici mesi i morti possano essere stati circa settantacinquemila, ossia parecchie migliaia in più di quanto registrato all’epoca. L’elenco nominativo pubblicato dal ministero nel giugno 2026 conteneva 60.199 vittime identificate, di cui 18.457 minori.
Il 7 ottobre 2023 Hamas ha ucciso in Israele circa milleduecento persone e ne ha rapite oltre duecentocinquanta. Quel crimine è un fatto, e resta un fatto. Ma tre anni di distruzione di una popolazione civile non sono una risposta a quel crimine: sono un’altra cosa, e hanno un nome giuridico proprio. Confondere i due piani non è equilibrio, è una scorciatoia.
7. Il diritto ha già detto la parola
Il 16 settembre 2025 la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati, presieduta dalla giurista sudafricana Navi Pillay, già Alta commissaria ONU per i diritti umani e già presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda, ha concluso che a Gaza è in corso un genocidio. Il rapporto accerta che sono stati commessi quattro dei cinque atti previsti dall’articolo II della Convenzione del 1948 e individua l’intento genocidario sia nelle dichiarazioni di figure apicali dello Stato israeliano sia nel modello sistematico delle operazioni militari. La responsabilità, secondo la Commissione, ricade sullo Stato di Israele e sui suoi vertici. Il ministero degli Esteri israeliano ha respinto il rapporto definendolo falso e ha chiesto lo scioglimento della Commissione.
La Commissione non è un tribunale e le sue conclusioni non sono una sentenza: è corretto dirlo. Ma non è una voce qualsiasi, ha dichiarato di aver condiviso migliaia di documenti con la procura della Corte penale internazionale, che nel novembre 2024 aveva già emesso mandati d’arresto nei confronti di Benjamin Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa Yoav Gallant. E soprattutto, come Pillay ha ricordato, la Convenzione sul genocidio non impone soltanto di punire: impone di prevenire. L’obbligo di prevenzione grava sugli Stati terzi. Fornire armi, intelligence o copertura politica in presenza di un rischio concreto può configurare una violazione del diritto internazionale.
Questo è il punto in cui il documentario smette di essere un fatto culturale e diventa un problema politico italiano.
8. Un premio speciale, e il premio che non è arrivato
La sera del 12 settembre la giuria internazionale presieduta da Maggie Gyllenhaal ha assegnato a «Naza» il Premio speciale della giuria. Il Leone d’oro è andato a «Woman Unknown» di May el-Toukhy, unica regista donna in concorso, che ha ottenuto anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile; il Leone d’argento, Gran premio della giuria, a «Possible Love» di Lee Chang-dong; quello per la regia a Ilya Khrzhanovsky per «Dau». Sul palco, molti dei premiati hanno parlato di disumanizzazione ed empatia. Ma l’unica volta in cui la Sala Grande si è alzata in piedi è stata per Yuval Abraham e Rachel Szor.
Sarebbe ingeneroso liquidare quel riconoscimento come un premio di consolazione: il Premio speciale della giuria è uno dei riconoscimenti maggiori del concorso e colloca il film al centro del palmarès. Resta però un fatto che vale la pena registrare senza infingimenti: il titolo più applaudito, più discusso e più necessario dell’edizione si è fermato al terzo gradino. Una parte della critica ha letto la scelta come il rifiuto della giuria di trasformare il Leone d’oro in un manifesto politico. È una posizione argomentabile. Ma la neutralità, quando il tema è un genocidio accertato da una commissione delle Nazioni Unite, non è un punto di equilibrio: è anch’essa una posizione, e ha un costo che pagano sempre gli stessi.
Abraham, ricevendo il premio, ha detto che non era facile stare lì. Ha parlato dei politici e dei giornalisti israeliani che attaccavano il film senza averlo visto. E ha aggiunto un dato che pesa più di qualsiasi discorso: da quando era cominciata la Mostra, a Gaza erano stati uccisi almeno sei bambini palestinesi. Undici giorni di festival, sei bambini. Nessuno di loro concorreva per niente.
La replica ufficiale israeliana è arrivata lungo la linea prevedibile: l’esercito ha definito le testimonianze anonime e false. Alberto Barbera, direttore della Mostra, ha osservato che è l’unica cosa che possono dire e ha rivendicato senza esitazioni la scelta di ammettere il film in concorso, definendo un’eventuale esclusione un atto di codardia e una fuga dalla responsabilità. Val la pena ricordare che quelle testimonianze sono state raccolte in tre anni, sottoposte alla verifica della redazione investigativa del Guardian e in parte già pubblicate dal novembre 2023. Definirle false senza produrre un solo elemento contrario non è una smentita: è il rifiuto di rispondere nel merito.
9. L’Italia, il Paese che blocca
Abraham lo ha detto senza giri di parole a Venezia: la distribuzione in Italia è importante perché l’Italia è tra i pochi Paesi europei che non si sono uniti alle sanzioni contro Israele. Non ha voluto entrare nel merito delle nostre categorie politiche. Ha parlato di decenza umana elementare.
I fatti gli danno ragione. L’accordo di associazione tra Unione europea e Israele contiene, all’articolo 2, una clausola che vincola il trattato al rispetto dei diritti umani come elemento essenziale e ne consente la sospensione in caso di violazione. Una sospensione anche solo parziale, limitata alla parte commerciale, richiede la maggioranza qualificata: quindici Stati che rappresentino almeno il sessantacinque per cento della popolazione europea. Serve quindi il voto di almeno un grande Paese. Spagna, Irlanda, Slovenia, Belgio e Paesi Bassi si sono espressi a favore. Oltre un milione di cittadini europei ha firmato un’iniziativa dei cittadini europei per chiederlo.
Il 21 aprile 2026, al Consiglio Affari esteri di Lussemburgo, non è stata presa alcuna decisione. Né sospensione totale, né sospensione parziale, né interruzione di singoli programmi di cooperazione. L’Italia, insieme alla Germania, è stata tra i Paesi che hanno impedito che si andasse avanti. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha motivato il no sostenendo che colpire l’accordo significherebbe colpire una popolazione israeliana che con le decisioni militari spesso non c’entra, e ha indicato come alternativa le sanzioni individuali contro i coloni violenti. Pochi giorni prima, il governo Meloni aveva annunciato la sospensione del rinnovo automatico del memorandum di difesa con Israele: un gesto reale, ma che non incide sullo strumento economico che l’Europa ha in mano e che l’Italia continua a tenere chiuso.
Vale la pena guardare la sequenza per quello che è. Nell’estate del 2025 la sospensione parziale era già stata sfiorata e fu bloccata, tra gli altri, proprio da Italia e Germania; poi arrivò la tregua e il dossier fu archiviato. Il 30 marzo 2026 Israele ha esteso l’applicazione della pena di morte in una forma che, di fatto, colpisce soltanto i palestinesi. Tre settimane dopo, l’Italia ha detto di nuovo no. Non è distrazione: è una linea.
E allora la domanda da porre al governo italiano è molto semplice, e non riguarda il cinema. Se una commissione delle Nazioni Unite accerta un genocidio in corso, se la Corte penale internazionale ha emesso mandati d’arresto, se ventiquattro militari israeliani descrivono davanti a una macchina da presa un sistema di uccisione deliberata di civili, quale ulteriore elemento di prova il nostro Paese sta aspettando per usare lo strumento commerciale di cui dispone? La risposta, finora, non è mai stata data. Il silenzio, a questo punto, è esso stesso una posizione.
10. Non è soltanto una questione israeliana
Sarebbe comodo archiviare «Naza» come un film su Israele. Non lo è del tutto. La macchina che i testimoni descrivono è fatta di intercettazione massiva delle comunicazioni, profilazione algoritmica delle persone, automazione della decisione e diluizione della responsabilità. Sono le stesse quattro componenti su cui si regge l’economia dell’estrazione dei dati che regola le nostre vite quotidiane, con una differenza: qui l’output non è una pubblicità mirata, è un ordine di fuoco.
Gaza è stata anche questo: un laboratorio. Sistemi collaudati sotto assedio, in condizioni di impunità pressoché totale, su una popolazione che non ha modo di ricorrere ad alcun giudice. Ciò che viene collaudato lì non resta lì. Viene documentato nelle fiere della sicurezza, venduto, esportato, adattato alle frontiere e alle periferie europee. Ogni volta che un governo rinuncia a fissare un limite giuridico all’uso militare dei sistemi automatici di selezione degli obiettivi, non sta facendo un favore a un alleato lontano: sta scrivendo la regola che un giorno varrà anche per noi.
C’è poi una questione che riguarda direttamente il nostro mestiere. Le testimonianze contenute nel film erano in larga parte pubbliche da due anni. Erano su +972, su Local Call, sul Guardian. Non sono state ignorate perché indisponibili: sono state ignorate perché scomode. Il muro non era informativo, era di negazione. Abraham lo ha detto in modo quasi disarmante: è bastato chiedere. La stampa italiana, in questi tre anni, ha chiesto abbastanza?
11. Che cosa faremo di ciò che ora sappiamo
Il film si chiude senza assoluzioni e senza catarsi. Non promette giustizia, non annuncia processi, non consola nessuno. Restituisce soltanto una cosa: la conoscenza. E la conoscenza, quando arriva, sposta il problema dalle spalle di chi racconta a quelle di chi ascolta.
A Venezia venticinque minuti di applausi e un premio hanno certificato che una sala piena di persone ha capito. Ma gli applausi non sospendono un accordo commerciale, le targhe non fermano un bombardamento su Beit Lahia, un riconoscimento della giuria non riporta a casa i quattro membri della famiglia Ahmad. Il passaggio dall’emozione alla responsabilità è l’unico che conti, ed è anche l’unico che quasi mai avviene. Un festival può premiare un film. Solo un governo può sospendere un accordo.
Il 28, 29 e 30 settembre «Naza» sarà in centinaia di sale italiane. Sarebbe importante che ci andassero i parlamentari che hanno votato contro ogni forma di sanzione, i dirigenti dei partiti che in questi tre anni hanno preferito la formula prudente al nome esatto delle cose, i direttori dei giornali che hanno impaginato le smentite con più cura delle inchieste. Non per commuoversi: per sapere che cosa hanno contribuito a rendere possibile, e per non poter più dire di non aver saputo.
Perché il punto vero non è se ventiquattro militari israeliani abbiano avuto il coraggio di parlare. L’hanno avuto. Il punto è se noi avremo il coraggio di ascoltare fino in fondo e di trarne le conseguenze politiche. Una società che riesce a guardare in faccia un sistema di sterminio e poi torna a discutere d’altro non ha un problema di informazione. Ha un problema di coscienza. E la coscienza, a differenza degli algoritmi, non calcola margini d’errore accettabili.
Mario Sommella
Fonti
- La Biennale di Venezia, scheda ufficiale del film «NAZA», 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica, 2026. labiennale.org
- La Biennale di Venezia, palmarès ufficiale della 83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica, 12 settembre 2026.
- Il Fatto Quotidiano, «I vincitori di Venezia 83: il Leone d’oro va a Woman Unknown, a Naza il Premio speciale della giuria», 12 settembre 2026. ilfattoquotidiano.it
- Quotidiano Nazionale, «Venezia, il Leone è donna e femminista», 12 settembre 2026. quotidiano.net
- Outlook India, «NAZA wins Special Jury Prize at Venice Film Festival 2026», 12 settembre 2026. outlookindia.com
- ANSA, «Barbera: non mettere Naza in concorso sarebbe stato codardia», 12 settembre 2026. ansa.it
- Yuval Abraham e Rachel Szor, «NAZA: Exposing Israel’s killing machine in Gaza», +972 Magazine, 10 settembre 2026. 972mag.com
- Yuval Abraham, «A mass assassination factory: Inside Israel’s calculated bombing of Gaza», +972 Magazine e Local Call, 30 novembre 2023. 972mag.com
- Yuval Abraham, «Lavender: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza», +972 Magazine e Local Call, 3 aprile 2024. 972mag.com
- Il Fatto Quotidiano, «Naza, il documentario su Gaza a Venezia 83: l’IA decide chi muore», 10 settembre 2026. ilfattoquotidiano.it
- il manifesto, «Naza, tecniche di genocidio spiegate dagli esecutori», 11 settembre 2026. ilmanifesto.it
- Annalisa Cuzzocrea, servizio da Venezia su «Naza», la Repubblica, 11 settembre 2026.
- Il Sole 24 Ore, «A documentary that exposes the system behind the killings of civilians in Gaza», 10 settembre 2026. ilsole24ore.com
- Variety, «NAZA Venice Premiere: Gaza Documentary Earns Record Standing Ovation», 10 settembre 2026. variety.com
- Deadline, «No Other Land Co-Directors Lift Lid On New Doc Naza», 10 settembre 2026. deadline.com
- The National, «Naza review: Israeli testimonies expose machinery of killing in Gaza», 10 settembre 2026. thenationalnews.com
- Sky TG24, «NAZA, la recensione del documentario su Gaza alla Mostra del Cinema di Venezia», 10 settembre 2026. tg24.sky.it
- Jewish Telegraphic Agency, «Documentary alleging Israel committed wanton killing in Gaza gets standing ovation in Venice», 10 settembre 2026. jta.org
- Nazioni Unite, Commissione internazionale indipendente d’inchiesta sul Territorio palestinese occupato, compresa Gerusalemme Est, e su Israele, rapporto del 16 settembre 2025. Sintesi e analisi: Centro di Ateneo per i Diritti Umani, Università di Padova. unipd-centrodirittiumani.it
- Internazionale, «Una commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite accusa Israele di genocidio», 16 settembre 2025. internazionale.it
- Nazioni Unite, Convenzione per la prevenzione e la repressione del delitto di genocidio, 9 dicembre 1948, articolo II.
- Alanews, «Gaza, famiglia uccisa in un attacco a Beit Lahia: morti due bambini», 10 settembre 2026, con i dati del ministero della Salute di Gaza aggiornati al 9 settembre 2026. alanews.it
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- IrpiMedia, «Come si contano le vittime civili a Gaza?», 28 febbraio 2025. irpimedia.irpi.eu
- Open, «Italia e Germania bloccano lo stop all’Accordo Ue-Israele», 21 aprile 2026. open.online
- Eunews, «No EU sanctions against Israel, the association agreement will not be suspended», 21 aprile 2026. eunews.it
- Amnesty International Italia, «Presidente Meloni: stop all’accordo di associazione Ue-Israele», aprile 2026. amnesty.it
- Il Fatto Quotidiano, «Sanzioni Israele, l’Italia blocca le misure Ue ma chiede quelle su Ben-Gvir», 28 maggio 2026. ilfattoquotidiano.it
- Il Fatto Quotidiano, «Meloni: sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di difesa con Israele», 14 aprile 2026. ilfattoquotidiano.it
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