La favola della destra moribonda

Perché la retorica della rinascita progressista nasconde la vera natura del potere

Ci sono narrazioni che non descrivono il mondo: lo addomesticano. Ne attenuano gli spigoli, ne riducono la complessità a una formula consolatoria, e finiscono per produrre l’effetto opposto a quello che dicono di voler raggiungere. La favola della destra in fase terminale, rilanciata con enfasi al recente summit progressista di Barcellona dello scorso aprile, appartiene a questa famiglia. È una formula che galvanizza le platee, che alimenta titoli di giornale e che restituisce a una sinistra in affanno l’illusione di un orizzonte vincente. Ma è anche, esattamente per questo, una formula pericolosa. Perché chi crede di assistere al funerale dell’avversario smette di studiarlo. E chi smette di studiare il potere è destinato a esserne governato.

La realtà, a guardarla senza filtri, racconta un’altra storia. Negli Stati Uniti la presidenza Trump è tornata, e con essa una macchina ideologica e amministrativa che riscrive nei fatti il rapporto tra esecutivo, magistratura e libertà civili. In Germania Alternative für Deutschland è diventata la prima forza nei sondaggi, sopravanzando la CDU del cancelliere Merz. In Francia la prospettiva di una vittoria di Marine Le Pen alle presidenziali del 2027 non è più un’eresia: è uno scenario centrale nei calcoli politici di Parigi. Nel Regno Unito il Reform Party di Farage occupa stabilmente il terzo posto. In Italia Fratelli d’Italia ha consolidato un governo di legislatura piena e produce, nonostante tutto, un consenso che non si erode. In Olanda Wilders ha già governato; in Austria Kickl è stato incaricato di formare un esecutivo; in Argentina Milei smantella metodicamente lo Stato sociale. Definire questa configurazione una destra in fase terminale significa scambiare una propria aspirazione per un dato di realtà.

Una destra che non muore: si aggiorna

Il punto è che la destra contemporanea non è la destra di vent’anni fa. Non è il neoconservatorismo guerrafondaio del primo decennio del Duemila né il populismo grezzo dei movimenti di protesta. È qualcosa di più sofisticato e di più resistente. Ha imparato a parlare la lingua delle classi medie impaurite, a tradurre il disagio sociale in panico identitario, a presentare smantellamenti come modernizzazioni. Sa governare i mercati e contemporaneamente evocare la sovranità nazionale; sa stringere accordi miliardari con le piattaforme tecnologiche e contemporaneamente denunciare le élite globaliste. Si muove tra istituzioni e media, tra Davos e la piazza, e in ogni passaggio aggiorna i propri strumenti senza perdere il proprio nucleo: la difesa di un assetto del potere che premia chi sta in alto e disciplina chi sta in basso.

Il caso italiano è in questo senso paradigmatico. La sconfitta del governo Meloni nel referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 sulla separazione delle carriere è stata salutata da una parte del campo democratico come una svolta epocale. Il No ha prevalso con il 53,74% contro il 46,26%, su un’affluenza del 58,9%. È un dato significativo, soprattutto per il segnale politico che restituisce: il Paese non è disposto a consegnare alla maggioranza una riscrittura della Costituzione che incida sull’autonomia della magistratura. Ma sarebbe ingenuo trasformare questa battuta d’arresto in una profezia di crollo. La premier ha dichiarato di voler proseguire, il governo non ha modificato la propria agenda, e nei sondaggi successivi il 54% degli italiani ha continuato a ritenere che Meloni dovesse restare al proprio posto. Una sconfitta tattica, dunque, dentro una vittoria strategica più ampia. Il potere non arretra: si riorganizza.

I numeri di una guerra di classe asimmetrica

Per misurare lo stato di salute reale dell’assetto dominante non bisogna guardare ai sondaggi elettorali ma ai bilanci patrimoniali. E qui i numeri sono di una nettezza che dovrebbe togliere il sonno a chi parla di crisi della destra. Il rapporto Oxfam 2026, presentato a Davos all’apertura del World Economic Forum, fotografa un’accelerazione vertiginosa della concentrazione di ricchezza. Nel 2025 il patrimonio dei miliardari globali è cresciuto del 16% in termini reali, tre volte la media degli ultimi cinque anni, raggiungendo quota 18.300 miliardi di dollari. È un incremento dell’81% rispetto al 2020, una somma che equivale a circa otto volte il prodotto interno lordo italiano. La ricchezza dei tre miliardi di esseri umani più poveri, cioè quasi metà dell’umanità, è inferiore a quella detenuta da appena dodici individui.

In Italia la fotografia non è meno cruda. Settantanove miliardari italiani hanno aumentato i propri patrimoni di 54,6 miliardi di euro nel solo 2025, al ritmo di 150 milioni al giorno, raggiungendo i 307,5 miliardi complessivi. Il 5% più ricco delle famiglie detiene il 49,4% del patrimonio nazionale: vale a dire che metà del Paese, in termini di ricchezza, appartiene a una piccola minoranza. Tra il 2010 e il 2025 il 91% dell’incremento della ricchezza è andato proprio a quel 5%, mentre alla metà più povera è arrivato appena il 2,7%. È un’asimmetria che non descrive un mercato che funziona male: descrive un sistema che funziona benissimo, esattamente come è stato pensato.

Sul versante dei salari, i dati sono ancora più impietosi. Negli ultimi tre decenni Germania e Francia hanno visto crescere il salario medio reale di circa il trenta per cento; l’Italia ha registrato un calo tra il 2 e il 3%. Tra il 2019 e il 2024 il potere d’acquisto delle retribuzioni contrattuali è diminuito di 7,1 punti percentuali. La quota di lavoratori a bassa retribuzione nel settore privato è passata dal 26,7% del 1990 al 31,1% del 2018, con un quarantadue per cento di lavoratori intrappolati per almeno sette anni su dieci sotto la soglia del lavoro povero. I salari rappresentano oggi il 38% del prodotto interno lordo italiano, contro il 50% dei profitti, ma quasi la metà del gettito fiscale e contributivo arriva dai salari, e solo il 17% dai profitti. È la fotografia di un Paese in cui chi lavora paga, e chi possiede accumula.

Nel frattempo i compensi degli amministratori delegati delle maggiori corporation globali sono cresciuti, in media, dell’undici per cento reale nel 2025. Il salario medio reale globale, nello stesso anno, è cresciuto dello 0,5%. Più di cinque milioni e settecentomila persone in Italia vivono in povertà assoluta. Nel 2024 sono stati emessi oltre quarantamila provvedimenti di sfratto, l’ottanta per cento dei quali per morosità incolpevole. Quasi una persona su dieci, sempre nel 2024, ha rinunciato a una visita medica perché non poteva permettersela o perché le liste d’attesa erano insostenibili. Questi non sono effetti collaterali di una crescita virtuosa: sono il risultato strutturale di scelte politiche compiute negli ultimi quarant’anni.

La lunga deriva: dalla Terza Via alla resa culturale

Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna risalire al momento in cui la sinistra occidentale ha smesso di essere un’alternativa di sistema per diventare un suo gestore migliorato. La rivoluzione neoliberale degli anni Ottanta, incarnata da Reagan e Thatcher, non si è limitata a riscrivere le regole dell’economia: ha riscritto l’antropologia. Ha trasformato il cittadino in consumatore, il lavoratore in capitale umano, il diritto sociale in opportunità individuale. Ha imposto l’idea che lo Stato sia un nemico della libertà e il mercato il suo unico garante. E ha incontrato, dopo una breve resistenza, una sinistra che ha scelto di adattarsi piuttosto che combattere.

La stagione della Terza Via, con Blair, Clinton, Schröder, Renzi, ha codificato questa resa come modernità. Non si trattava più di redistribuire la ricchezza, ma di gestirne con maggiore efficienza la produzione. Non si trattava più di tutelare il lavoro, ma di renderlo flessibile. Non si trattava più di disciplinare la finanza, ma di liberalizzarla. La cultura politica che ne è scaturita ha avuto una conseguenza precisa: il conflitto sociale è stato espunto dal vocabolario pubblico. Le parole sono state ammorbidite, i conflitti sono stati psicologizzati, le rivendicazioni sono state trasformate in domande di riconoscimento individuale. Quando dal cuore di una famiglia politica progressista come quella socialista europea si chiede oggi, di fronte alla crisi energetica, l’attivazione della clausola di salvaguardia del Patto di Stabilità — la stessa flessibilità rivendicata dalla destra di governo italiana — significa che il perimetro della discussione si è chiuso. Si compete sui dosaggi, non sui modelli.

Anche il caso spagnolo, indicato come faro di un nuovo progressismo, va letto con onestà intellettuale. Pedro Sánchez ha avuto coraggio nel definire Israele uno Stato genocida, nel chiudere lo spazio aereo ai caccia statunitensi diretti contro l’Iran, nel resistere alle pressioni di Trump sulle spese militari. Sono atti che meritano riconoscimento. Ma la stessa Spagna, sotto la sua guida, ha convergente con le politiche italiane su immigrazione, spesa per la difesa e flessibilità di bilancio. Lo scudo sociale è stato esteso, ma le richieste di Sumar e Podemos sul congelamento degli affitti sono state rinviate. La crescita economica è trainata dal turismo e dall’immigrazione, non dalla produttività e dai salari, secondo lo stesso modello estensivo che caratterizza l’Italia. La narrazione del «modello Sánchez» come alternativa di sistema regge sempre meno alla prova dei fatti. E proprio per questo l’enfasi sulla rinascita rischia di funzionare come copertura ideologica di un realismo che ha rinunciato a cambiare le coordinate.

La postdemocrazia non è un’ipotesi: è il presente

Quando Colin Crouch, oltre vent’anni fa, coniò il termine postdemocrazia, descriveva un sistema in cui le procedure formali della democrazia continuano a funzionare ma vengono progressivamente svuotate dal trasferimento del potere reale verso lobby economiche, gruppi mediatici e sondaggi d’opinione. Allora sembrava una previsione cupa. Oggi è cronaca quotidiana. Le elezioni si tengono, i parlamenti votano, le costituzioni esistono. Ma il perimetro delle decisioni effettive si è ristretto. Le politiche fiscali sono vincolate dai mercati finanziari; quelle industriali, dalle catene globali del valore; quelle sociali, dai patti europei di stabilità. Il cittadino vota, ma ciò su cui vota è in larga parte già deciso altrove.

A questo svuotamento si è sommato negli ultimi anni un secondo fenomeno, ancora più inquietante: la concentrazione della proprietà dei media e delle piattaforme digitali nelle mani di una ristretta oligarchia di miliardari ideologicamente schierati. L’asse Trump-Musk non è un incidente: è la forma matura di una postdemocrazia mediatica in cui il proprietario di una rete sociale globale può influenzare elezioni nazionali, censurare voci critiche, amplificare narrazioni reazionarie e contemporaneamente ricevere appalti pubblici miliardari. In Italia il possibile accordo da 1,6 miliardi di euro tra il governo e SpaceX per la fornitura di servizi di comunicazione alle istituzioni, comprese quelle della difesa, attraverso la rete satellitare Starlink, è il volto concreto di questo intreccio. Non si tratta di episodi isolati: è la struttura stessa di un nuovo regime informativo, in cui il consenso non viene cercato ma costruito, profilato, manipolato.

L’analisi di Oxfam, nel rapporto 2026, è netta su questo punto: «la concentrazione di ricchezza si traduce in concentrazione di potere politico», e «la proprietà sempre più concentrata dei principali media e social media permette a una ristretta élite di sostenere misure da cui i più ricchi traggono beneficio, mentre il dibattito pubblico viene orientato a difesa dello status quo». È una diagnosi che dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi discorso sulla salute della democrazia. Senza pluralismo informativo, senza regolamentazione delle piattaforme, senza limiti effettivi alla concentrazione mediatica, le elezioni continueranno a essere libere solo nella forma.

Il vero conflitto: chi sta sopra e chi sta sotto

La conseguenza di tutto questo è che lo schema interpretativo destra contro sinistra, ereditato dal Novecento, ha perso buona parte della propria capacità descrittiva. Non perché le distinzioni siano scomparse — su diritti civili, su politiche identitarie, su scuola e sanità le differenze restano — ma perché entrambi gli schieramenti tradizionali si muovono dentro un perimetro condiviso definito dai vincoli economici e finanziari. Marco Revelli ha parlato in passato di «due destre»: una destra delle disuguaglianze accettate e una destra delle disuguaglianze giustificate. Oggi quella diagnosi appare lucida. Ed è dentro questa convergenza che la destra radicale prospera, perché può presentarsi come l’unica vera alternativa allo status quo pur riproducendone fedelmente il nucleo classista.

La vera frattura, oggi, è verticale. Non oppone progressisti a conservatori, ma chi controlla i flussi finanziari, le infrastrutture digitali e le leve decisionali a chi subisce, sotto forma di precarietà, sfratti, salari fermi, sanità razionata, le conseguenze di scelte prese altrove. È una frattura che attraversa le società, che non rispetta i confini partitici, che ha bisogno di un nuovo lessico per essere nominata. E il primo compito di una sinistra che voglia tornare a esistere come forza di trasformazione è proprio questo: nominare la frattura. Non eluderla con la retorica della responsabilità di governo, non camuffarla con il moralismo identitario, non sostituirla con la liturgia delle conquiste minime.

Significa, in concreto, tornare a parlare di redistribuzione patrimoniale e fiscale, di tassazione dell’estrema ricchezza, di salario minimo legale e contratti collettivi validi erga omnes, di controllo democratico delle piattaforme, di limiti antitrust ai colossi dell’informazione, di reinternalizzazione dei servizi pubblici essenziali. Significa accettare che senza un trasferimento di risorse e di potere dalle rendite al lavoro, dai monopoli ai cittadini, dai mercati alle istituzioni democratiche, ogni discorso sulla democrazia resterà un esercizio retorico. Significa, soprattutto, costruire organizzazione: perché le idee, senza forme collettive che le incarnino, sono fumo.

La sinistra che deve ancora rinascere

Tornare a Sánchez, e a Barcellona. Tre giorni di summit, tremila delegati, leader globali, dichiarazioni roboanti. Eventi simili sono utili, possono persino essere necessari. Ma se la rinascita della sinistra coincide con la sua capacità di riempire palasport e di produrre slogan ad effetto, allora la rinascita non è cominciata. Non è cominciata perché manca il presupposto materiale: un radicamento nei luoghi del lavoro, nei quartieri, nelle scuole, nei servizi, nelle reti sociali concrete che producono e riproducono la vita delle persone. Quel radicamento, in larga parte d’Europa e segnatamente in Italia, si è disgregato. La sua ricostruzione non è un atto di volontà retorica: è un processo lungo, paziente, conflittuale, che richiede di rimettere mano alla forma stessa della politica.

Significa accettare che la sinistra non rinascerà come somma di gruppi dirigenti illuminati ma come ricomposizione di un blocco sociale. Significa riconoscere che le piazze contro la riforma della giustizia, le mobilitazioni contro il genocidio in atto a Gaza, gli scioperi sui salari, le lotte territoriali contro grandi opere inutili e devastanti, le esperienze mutualistiche dal basso, sono i materiali grezzi di una possibile ricomposizione. Significa avere il coraggio di rompere con il galateo istituzionale quando il galateo serve solo a tenere fuori dalla porta chi ha bisogno di entrare. Significa, infine, riprendere sul serio la lezione del costituzionalismo democratico: la sovranità appartiene al popolo, l’iniziativa economica privata non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale, la Repubblica rimuove gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza dei cittadini. Sono parole della Costituzione del 1948. Sono ancora oggi il programma più radicale disponibile.

La destra non è terminale. È funzionale a un assetto del potere che non è stato scalfito, ma che si è anzi rafforzato negli ultimi vent’anni. Continuerà a rigenerarsi, mutando volto, finché quell’assetto non verrà messo in discussione alla radice. Raccontarsi che il ciclo è chiuso, che basta attendere il prossimo turno elettorale, che la storia premia automaticamente i giusti, è una forma di disarmo politico travestita da ottimismo. La storia non premia nessuno: registra i rapporti di forza. E i rapporti di forza, oggi, parlano una lingua sola, quella del capitale concentrato, dei monopoli digitali, della rendita ereditaria, del lavoro umiliato. Cambiarla è possibile. Ma richiede di smettere di raccontarsi favole.

Fonti

Oxfam, «Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia», rapporto 2026 presentato al World Economic Forum di Davos, gennaio 2026.

Oxfam Italia, «Disuguaglianze: in Italia il 5% più ricco detiene la metà della ricchezza nazionale», gennaio 2026.

YouTrend, «Referendum Giustizia 2026: vince il No, bocciata la riforma della separazione delle carriere», 23 marzo 2026.

Pagella Politica, «Il No ha vinto il referendum sulla giustizia», 23 marzo 2026.

ANSA, «Referendum, netta vittoria del No, bloccata la riforma della giustizia», 23 marzo 2026.

Appunti / Substack, «L’internazionale progressista può davvero sfidare l’estrema destra?», resoconto della Global Progressive Mobilisation di Barcellona, aprile 2026.

La Fionda, «Il fronte interno di Pedro Sánchez», marzo 2026.

Il Foglio, «Il modello Sánchez è alle corde», maggio 2026.

Linkiesta, «Forza sistemica. Come la nuova destra sovranista sta ridisegnando la politica europea», marzo 2026.

Affari Internazionali, «L’obiettivo dell’asse Trump-Musk», 2025.

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, «Estrema destra: uno spettro si aggira per l’Europa», 2025.

Colin Crouch, «Postdemocrazia», Laterza, 2003; «Combattere la postdemocrazia», Laterza, 2020.

Marco Revelli, «Le due destre», Bollati Boringhieri.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 1, 3, 41.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

Mario Sommella —  |  Licenza CC BY-NC-SA 4.0

Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia

I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata

Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.

Il paradigma della legge truffa

Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.

Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria. La mobilitazione lanciata in questi giorni richiama alla memoria le grandi battaglie costituzionali del dopoguerra, ed è condotta nella piena consapevolezza che oggi, come allora, in gioco non è una questione procedurale ma la natura stessa della democrazia parlamentare sancita dalla Carta del 1948. La parola «truffa», nel vocabolario dei costituzionalisti italiani, non è un’iperbole polemica: è una categoria storica precisa, che designa quei dispositivi normativi attraverso cui il potere tenta di preservarsi bypassando il libero esercizio della sovranità popolare.

Il meccanismo: premio abnorme, parlamento addomesticato

L’articolazione del testo incardinato alla Camera rivela con chiarezza la filosofia che la muove. Alla lista o alla coalizione vincente, anche per un margine risicato, verrebbe assegnato un bonus di settanta deputati alla Camera e trentacinque senatori a Palazzo Madama. Numeri che non servono a garantire la governabilità — feticcio invocato a ogni stagione per giustificare ogni forzatura — ma a produrre un’alterazione radicale della proporzione fra voti ricevuti e poltrone ottenute. Un partito o una coalizione che raccogliesse un sostegno appena superiore al trentacinque per cento potrebbe ritrovarsi, grazie all’effetto moltiplicatore del premio, a gestire la metà abbondante dell’assemblea. È la fine di qualunque corrispondenza fra numero di voti e numero di seggi, il principio fondativo di ogni rappresentanza democratica.

Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e presidente del Comitato Giusto Dire No durante il referendum di marzo, ha sintetizzato il vizio di fondo con chirurgica precisione: l’elettore non ha alcun ruolo nella selezione di quei settanta. Sono i partiti a decidere chi occuperà i seggi aggiuntivi, attraverso listini bloccati che riproducono lo schema già più volte bocciato dalla Corte costituzionale nelle sentenze sul Porcellum e sull’Italicum. Il cittadino è chiamato a ratificare una scelta compiuta a monte nelle stanze delle segreterie di partito. Vota, ma non sceglie. Assume un ruolo cerimoniale, quello di certificare con la matita copiativa decisioni già prese altrove. La Costituzione, all’articolo 67, vuole parlamentari liberi da vincoli di mandato perché eletti direttamente dal popolo; il Melonellum li vuole invece debitori delle nomenklature di partito, incapsulati in una catena di obblighi che rende vana ogni pretesa di autonomia.

La deriva dei tre quinti: anticamera dell’autocrazia

Il punto più inquietante della manovra riguarda la soglia dei tre quinti del Parlamento. Con il Melonellum, una coalizione vincente anche di pochissimo potrebbe raggiungere circa duecentotrenta deputati, a un soffio da quella quota aritmetica. E i tre quinti non sono un numero magico o un’astrazione accademica: sono la soglia che, in Italia, consente di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica a partire dal quarto scrutinio e di condizionare imodo decisivo la nomina dei giudici della Corte costituzionale di quota parlamentare. Tradotto: chi controlla i tre quinti controlla gli equilibri istituzionali dell’intero Paese.

Può scegliere il Capo dello Stato senza necessità di convergenza con le opposizioni, può plasmare la Consulta secondo le proprie inclinazioni ideologiche, può — nel medio periodo — orientare l’interpretazione stessa della Costituzione attraverso le sentenze dei giudici che ha contribuito a designare. È il percorso silenzioso attraverso cui una democrazia parlamentare può mutare fisionomia senza che sia necessario abolire formalmente nulla. Non servono proclami, non serve un Ventitré marzo rovesciato: basta un lento, paziente lavoro di erosione dei contrappesi, un’operazione di ingegneria istituzionale che modifichi le regole del gioco fino a rendere strutturalmente impossibile la sconfitta di chi governa. Villone usa una parola che non andrebbe sottovalutata e che merita di essere pronunciata per quello che è: autocrazia. Non si tratta di iperbole polemica, ma della descrizione tecnica di un sistema in cui il potere esecutivo, grazie a un dispositivo elettorale distorto, finisce per controllare anche i contrappesi pensati per limitarlo.

Il voto estero, laboratorio della manipolazione

Accanto al corpo principale della riforma, il governo ha già consumato nei giorni scorsi un’operazione che chiarisce il metodo e l’obiettivo: la riscrittura delle regole per il voto degli italiani residenti all’estero. Nelle ultime elezioni politiche, su dodici eletti nella circoscrizione Europa, sette erano del Partito democratico e uno del Movimento 5 Stelle, successivamente transitato ad Azione. Un dato scomodo per la maggioranza, che in Europa — dove risiedono le comunità italiane più integrate, più informate e culturalmente più esposte al dibattito democratico continentale — non riesce a sfondare. Le nuove generazioni di emigranti italiani, fuggite dalla precarietà cronica del mercato del lavoro interno, votano tendenzialmente a sinistra o verso forze progressiste. Un fenomeno che il governo intende semplicemente cancellare dalla statistica.

La risposta è stata chirurgica: alterare i confini dei collegi esteri per annacquare il peso delle zone sfavorevoli e sovrarappresentare quelle dove il voto pende a destra. Il deputato Toni Ricciardi del Partito democratico, eletto proprio nel collegio Europa, ha denunciato apertamente l’operazione, mentre Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi e Sinistra ha fornito un dato eloquente: nel recente referendum costituzionale, in Sud America il Sì ha raccolto oltre il settanta per cento dei consensi, con picchi dell’ottantasette per cento in Venezuela, mentre in Europa ha prevalso nettamente il No. Ridisegnare i collegi per far pesare di più i voti delle zone favorevoli significa una cosa sola: piegare la geografia elettorale all’esigenza del vincitore. È la logica del gerrymandering americano traslata nel contesto italiano, un’operazione che negli Stati Uniti ha progressivamente svuotato di senso il principio una persona, un voto, producendo distorsioni sistemiche nella rappresentanza federale.

La catena spezzata: da Porcellum a Melonellum

L’ingegneria elettorale truffaldina non è un’invenzione della Meloni. È il prodotto di una sedimentazione ventennale che attraversa la storia della cosiddetta seconda Repubblica e si prolunga fino all’attuale stagione. Il Porcellum, architettato nel 2005 da Roberto Calderoli per blindare il potere di Silvio Berlusconi, fu dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte con la sentenza numero uno del 2014 proprio per il meccanismo del premio abnorme e dei listini interamente bloccati. L’Italicum renziano, approvato con il voto di fiducia e al centro del compromesso politico culminato nel referendum costituzionale del dicembre 2016, rilanciò la stessa logica attraverso il ballottaggio a due turni fra le liste più votate: bocciato anch’esso dalla Consulta con la sentenza trentacinque del 2017. Il Rosatellum, costruito sotto il governo Gentiloni con una maggioranza trasversale che includeva il Partito democratico e ampi settori del centrodestra, sopravvisse ai ricorsi ma confermò l’impianto delle candidature multiple e dei collegi uninominali di fatto blindati attraverso la compensazione proporzionale.

Sergio Bagnasco, che con il compianto Felice Carlo Besostri elaborò i referendum contro il Rosatellum, ha colto con lucidità il punto politico: il Melonellum è la figlia legittima del Porcellum, ma è anche il frutto della complicità bipartisan che ha impedito, nel corso di due decenni, il ritorno a un sistema elettorale che restituisse centralità al Parlamento e dignità alla funzione rappresentativa. Il campo progressista, se davvero vuole contrastare questa deriva, dovrà assumersi un impegno preciso e pubblico: non limitarsi a combattere questa legge nelle aule parlamentari e nelle eventuali sedi giurisdizionali, ma impegnarsi fin da ora a scriverne una radicalmente diversa in caso di vittoria alle prossime politiche. Una legge che non riproduca la logica capocratica, che abolisca premi sproporzionati e listini bloccati, che restituisca ai cittadini la facoltà effettiva di scegliere i propri rappresentanti e al Parlamento la dignità di luogo della deliberazione e del controllo sull’esecutivo. Senza questo impegno preventivo, la prossima alternanza rischia di limitarsi a una staffetta fra padroni diversi dello stesso meccanismo.

La sopravvivenza come principio politico

Villone ha usato una formula tagliente: per la destra si tratta di una questione di sopravvivenza. È la chiave per leggere non solo il Melonellum ma l’intera strategia del governo negli ultimi mesi. Il referendum di marzo ha mostrato alla maggioranza che il consenso del 2022 era anomalo e difficilmente ripetibile, frutto di un campo progressista frammentato più che di un’adesione profonda e duratura al programma della coalizione. L’astensione storica che aveva spalancato la strada a Palazzo Chigi non si ripeterà con la stessa intensità, anche perché il voto referendario ha dimostrato che una parte consistente dell’elettorato sa ancora mobilitarsi su questioni costituzionali. I sondaggi registrano da mesi un’erosione costante del consenso, aggravata dalla crisi economica, dall’inflazione che morde i salari reali, dall’impotenza mostrata di fronte all’escalation militare in Medio Oriente seguita alla campagna statunitense e israeliana contro l’Iran, con tutto ciò che ne è derivato sul piano dei prezzi dell’energia e della dipendenza strategica europea.

In questo quadro, per la maggioranza non si tratta più di vincere con un programma convincente, ma di costruirsi le condizioni per non perdere. Il Melonellum è esattamente questo: l’architrave di una strategia di conservazione del potere che rinuncia alla conquista del consenso per dedicarsi alla manipolazione delle regole. Chi, all’interno della coalizione, non vuole rinunciare ai collegi uninominali — si pensi alla Lega, che su di essi ha storicamente fondato la propria radicazione territoriale settentrionale — verrà compensato con posti blindati nei listini proporzionali. L’accordo interno è già sostanzialmente scritto: nessun partito della maggioranza può permettersi il lusso di andare alle urne con regole eque, perché nessuno di essi, singolarmente o insieme, è in grado di garantirsi la vittoria senza un vantaggio strutturale iscritto nella legge. È la confessione implicita della propria debolezza: ci si blinda perché si sa di essere minoritari.

La posta in gioco

Ciò che è in gioco con il Melonellum non è una diatriba tecnica fra costituzionalisti o l’ennesima querelle sulla legge elettorale. È la domanda fondamentale di ogni democrazia: a chi appartiene il potere? La risposta che la Costituzione italiana ha dato nel 1948 è inequivocabile — appartiene al popolo, che lo esercita attraverso rappresentanti liberamente scelti e vincolati al mandato ricevuto. Settantotto anni dopo, quella risposta è sotto assedio. Il percorso di svuotamento è graduale, spesso invisibile all’elettore distratto: un premio di maggioranza qui, un listino bloccato là, una ridistribuzione dei collegi, un’alterazione della quota estera. Ogni singolo passo sembra marginale. Sommati, disegnano il profilo di un sistema in cui chi vince — anche per un voto — ottiene le chiavi dell’intera macchina istituzionale e può usarle per consolidare il proprio dominio ben oltre la legittimazione ricevuta alle urne.

La storia repubblicana ha già conosciuto questa tentazione. L’ha affrontata nel 1953 e l’ha respinta con le armi della mobilitazione politica e culturale. L’ha riconosciuta nel 2005 con il Porcellum e, dopo anni di ritardo, l’ha smontata grazie alle sentenze della Corte costituzionale. L’ha incontrata di nuovo con l’Italicum e l’ha fermata alle urne del dicembre 2016. Oggi la affronta nella sua versione più sofisticata e spregiudicata, confezionata da una maggioranza che ha compreso come il vero terreno di conquista non siano più le coscienze degli elettori ma le regole con cui il loro voto viene pesato. La battaglia contro il Melonellum non è una questione di schieramento partitico ma di principio democratico elementare. Perché una democrazia che rinuncia al diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti cessa, semplicemente, di essere una democrazia. Diventa altro. E l’altro ha già un nome, scomodo e preciso, che i costituzionalisti italiani non hanno più paura di pronunciare.

Fonti

• Comitato di difesa costituzionale (CdC) — documenti, comunicati e appelli alla mobilitazione contro la riforma elettorale.

• Enrico Grosso, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Giurisprudenza — interventi pubblici e analisi sulla proposta di riforma.

• Massimo Villone — editoriali e saggi pubblicati su «il manifesto» sul sistema elettorale italiano e sui suoi rapporti con il dettato costituzionale.

• Sergio Bagnasco e Felice Carlo Besostri — ricorsi e materiali dei referendum contro il Rosatellum.

• Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014 (incostituzionalità parziale del Porcellum) e sentenza n. 35/2017 (incostituzionalità parziale dell’Italicum).

• Camera dei Deputati — atti parlamentari e testo della proposta di riforma del sistema elettorale incardinata in Commissione Affari costituzionali.

• Costituzione della Repubblica italiana — in particolare articoli 1, 48, 56, 67, 83 e 135.

• Archivio storico Senato della Repubblica — documenti sulla legge elettorale del 1953 (cosiddetta «legge truffa»).

• Dichiarazioni pubbliche di Toni Ricciardi (PD) e Filiberto Zaratti (AVS) sulla riforma del voto degli italiani all’estero.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

La Premier delle Mille Bugie. Quando il Palazzo mente più dello Schermomariosommella.wordpress.com

C’è un principio elementare nel giornalismo, così antico da sembrare ovvio eppure così sistematicamente violato da chi governa: chi occupa una posizione pubblica di potere risponde delle proprie parole. Non alle telecamere dell’alleato di turno, non ai commenti del proprio esercito mediatico, ma ai fatti. Nudi, verificabili, documentati. È su questo principio che poggia la credibilità di un’istituzione democratica. E su questo stesso principio che il governo Meloni costruisce ogni giorno la propria narrazione alternativa alla realtà.
Giorgia Meloni mente. Lo fa con metodo, con continuità, con la serenità di chi sa di disporre di una rete di protezione mediatica che la solleva da qualsiasi conseguenza. Un esercito silenzioso ma capillare, fatto di reti televisive, quotidiani allineati, alleati di governo che amplificano ogni affermazione senza interrogarsi sulla sua veridicità. Forza Italia e Mediaset, in questo schema, non sono semplici partner politici: sono ingranaggi essenziali di una macchina della disinformazione di Stato.

Le Sentenze Senza Leggerle
L’ultima tecnica prediletta dalla Presidente del Consiglio è quella di pescare sentenze dal cassetto della giurisprudenza, non leggerle, e usarle come clava politica contro la magistratura. Il meccanismo si ripete con sconcertante regolarità.
Prendiamo il caso dell’algerino Redouane Laaleg, undici volte arrestato, ventitré volte condannato, espulso per pericolosità sociale. Meloni ha individuato in questo caso il simbolo di una magistratura che protegge i criminali contro la volontà del governo. La realtà, per chi si prende il tempo di leggere gli atti, racconta tutt’altra storia: nessun giudice ha mai vietato l’espulsione di Laaleg. È il Viminale che non lo ha espulso. Non per una sentenza ostile, ma per un’incapacità amministrativa imbarazzante: il governo ha comunicato all’uomo il trasferimento a Brindisi, lo ha poi condotto con l’inganno in Albania — paese dal quale non può essere rimpatriato —, e non gli ha nemmeno notificato la misura restrittiva. Risultato: l’avvocato ha ottenuto dal giudice, che era stato consulente di Berlusconi, la condanna dello Stato a pagare settecento euro di danni. Non una vittoria ideologica delle toghe rosse. Un errore operativo del governo, pagato dai contribuenti.
Stessa dinamica nella vicenda della nave SeaWatch e della capitana Carola Rackete. Mercoledì la Meloni ha sventolato il risarcimento di novantamila euro all’ong come prova dell’assurdità delle sentenze. Ma la sentenza del Tribunale civile di Palermo non menziona la capitana, non giustifica la speronata, non assolve l’ong dall’aver forzato il porto. Si occupa esclusivamente di ciò che è accaduto dopo: il fermo amministrativo della nave. E lo motiva non con una scelta politica, ma con un silenzio burocratico. La Prefettura di Agrigento aveva dieci giorni di tempo per confermare il fermo, come impone la legge. Non rispose. Il silenzio-assenso rese nullo il blocco. La nave restò ferma altri due mesi in modo illegale. L’Avvocatura dello Stato ha ammesso l’errore. Il fermo era legale, l’omissione della Prefettura non lo era. Novantamila euro pagati per un modulo sbagliato e un ufficio che non ha risposto nei tempi previsti. Non è la magistratura che condanna il governo. È il governo che si condanna da solo.
Va aggiunto che nelle cause civili i pubblici ministeri non esistono: i giudici civili non sono pm. La separazione delle carriere, dunque, di cui Meloni fa un cavallo di battaglia referendario, non avrebbe cambiato nulla in nessuno di questi procedimenti. Per capirlo non serve essere giuristi. Basta leggere le sentenze.

Le Bollette: Il Gioco delle Tre Carte
Sul fronte energetico il metodo non cambia, si affina. Il decreto bollette, presentato dalla premier come un provvedimento strutturale che garantirebbe uno sconto di trecentoquindici euro a 2,7 milioni di famiglie, è in realtà un esercizio di contabilità creativa che nasconde un taglio netto agli aiuti rispetto all’anno precedente.
I fatti: nel 2025 le famiglie con ISEE fino a venticinquemila euro percepivano un bonus straordinario di duecento euro, che si sommava al bonus ordinario erogato dall’Autorità per l’Energia. Per un nucleo con più di quattro componenti, il totale superava i quattrocentoquaranta euro. Quel contributo straordinario da duecento euro non è stato rinnovato nel 2026. Al suo posto è stato introdotto un bonus di centoquindici euro, con una soglia ISEE drasticamente abbassata a 9.796 euro. Solo per i nuclei con almeno quattro figli a carico sopravvive la vecchia soglia di ventimila euro.
I trecentoquindici euro promessi dalla premier li percepiranno quindi le sole famiglie numerose con ISEE inferiore alla soglia ridotta: un’esigua minoranza. Le famiglie fino a due componenti che già beneficiavano del bonus ordinario di centoquarantasei euro riceveranno nel 2026 un totale di duecentosessantuno euro. I nuclei con tre o quattro componenti arriveranno a trecentouno euro. In ogni caso, meno dell’anno scorso. Lo ha spiegato senza margini di ambiguità il vicepresidente dell’Unione Nazionale Consumatori: il decreto è un passo indietro, non un passo avanti. L’unica novità è che costa meno, aiuta meno persone, e le aiuta di meno.
Il ministro dell’Ambiente si è esibito in una performance parallela, mescolando bonus e contributi straordinari in un modo tale da far apparire ogni famiglia come beneficiaria di uno sconto che la maggior parte di esse non vedrà mai. A questa confusione si aggiungono misure ancora ipotetiche, come l’annullamento della tassa europea sulle emissioni — oltre quattro miliardi e mezzo — che entrerà in vigore solo nel 2027 e solo se la Commissione Europea darà il via libera, possibilità al momento ritenuta improbabile dagli stessi analisti del settore.
Il mercato ha capito prima del cittadino medio: i titoli dei principali gruppi energetici hanno chiuso in rosso, da Enel ad A2A, da Italgas a Hera. Non per paura dell’opposizione politica. Per timore di misure che minacciano i ricavi del comparto senza un quadro normativo europeo stabile.

Il Catalogo delle Falsità: Un Inventario Necessario
Sarebbe un errore trattare le menzogne sul decreto energia e sulle sentenze come episodi isolati. Sono invece l’espressione più recente di un repertorio sistematico. Un catalogo che vale la pena tenere aperto.
La crescita economica superiore alla media europea, rivendicata con orgoglio: falsa. La Commissione Europea stima la crescita italiana allo 0,9 per cento, quella europea all’1,3. Secondo l’ISTAT, il dato italiano potrebbe fermarsi allo 0,7. La crescita avviata con il governo Draghi è stata poi frenata, non accelerata, dall’esecutivo attuale.
Le tasse non aumentate: falsa. Sono cresciute le accise su benzina e tabacchi, l’IVA su beni di prima necessità come pannolini e assorbenti, la cedolare secca sugli affitti brevi per le seconde case, gli oneri in bolletta. La maggior parte degli interventi è stata finanziata con sedici miliardi di nuovo deficit, non con tagli alla spesa pubblica.
La tassazione sulle banche per finanziare la sanità: falsa. Non c’è stata alcuna tassazione sugli extraprofitti bancari. Gli istituti di credito hanno effettuato un prestito allo Stato che andrà restituito a partire dal 2027.
I finanziamenti record alla sanità: parzialmente falsa. In termini assoluti i numeri crescono, ma rapportati al PIL la spesa sanitaria del 2024 risulta in calo rispetto all’anno precedente. Nel frattempo sono aumentati i tempi di attesa e i casi di rinuncia alle cure.
Il tasso di occupazione più alto di sempre: ambigua e fuorviante. L’occupazione cresce, ma l’Italia detiene il record europeo di lavoratori dipendenti sotto la soglia di povertà. Non è aumentato il lavoro dignitoso: è aumentato lo sfruttamento.
I salari che crescono più dell’inflazione: falsa. L’aumento dei prezzi è stato il doppio rispetto all’aumento dei salari. Le retribuzioni con contratto nazionale sono cresciute del 3,1 per cento in un anno in cui l’inflazione si attestava al 5,7.
Il caso Almasri: una narrazione cambiata tre volte in una settimana. Prima un complotto della Corte Penale Internazionale contro l’Italia, poi un’espulsione per ragioni di sicurezza, poi la responsabilità scaricata sulla Corte d’Appello di Roma. Tre versioni incompatibili per coprire un fatto semplice: un uomo ricercato per crimini contro l’umanità è stato liberato e rispedito in Libia con un volo di Stato.
Il premierato che non toccherà i poteri del Presidente della Repubblica: falsa per definizione. L’elezione diretta del presidente del Consiglio è già di per sé una sottrazione di prerogative al Capo dello Stato, che perderebbe il potere di conferire il mandato esplorativo. È scritto nel testo della riforma stessa.
Sul MES, ha sostenuto che la mancata ratifica potesse diventare occasione per rivedere il trattato: falsa. Tutti i dirigenti delle strutture legate al meccanismo hanno ribadito che la ratifica era condizione previa per qualsiasi rinegoziazione. L’Italia si è isolata diplomaticamente senza ottenere nulla in cambio.
Il riarmo presentato come investimento strategico neutro, senza costi sociali: falsa e pericolosa. Il governo Meloni ha aderito con entusiasmo alla nuova corsa agli armamenti europea, impegnandosi a portare la spesa militare italiana al due per cento del PIL — e con le pressioni NATO potenzialmente oltre — per un ammontare che si traduce in decine di miliardi sottratti ogni anno al bilancio ordinario. Miliardi che non andranno a ridurre le liste d’attesa negli ospedali, a stabilizzare i precari della scuola, a finanziare gli asili nido che mancano al Sud, a sostenere i Comuni che tagliano i servizi sociali perché le risorse non bastano. La premier non ha mai spiegato agli italiani questa aritmetica elementare: ogni euro destinato ai carri armati è un euro in meno per un’aula scolastica, per un reparto di oncologia, per una casa famiglia. Il riarmo non è una scelta indolore. È una scelta di priorità. E questa scelta, come tutte le altre, viene occultata dietro una narrazione di sicurezza e orgoglio nazionale che non prevede domande, né conti in chiaro.

Il Precedente Petrecca e la Domanda che Nessuno Vuole Fare
In questi stessi giorni, un direttore di una testata del servizio pubblico ha rimesso il proprio mandato. Paolo Petrecca, alla guida di RaiSport, si è dimesso dopo tredici giorni di proteste della redazione, innescate da una serie di errori grossolani durante la telecronaca della cerimonia di apertura delle Olimpiadi Milano-Cortina. Gaffe, inesattezze, improvvisazione: un professionista che si era cimentato in un compito per il quale, secondo i colleghi, non aveva le competenze necessarie. La redazione ha ritirato le firme, ha scioperato, ha reso pubblico il proprio dissenso. L’azienda ha preso atto. Il direttore si è fatto da parte.
È un precedente significativo. Non per le dimensioni dello scandalo — le gaffe di una telecronaca hanno un peso limitato nella vita del Paese — ma per il principio che esso incarna: chi ricopre una funzione pubblica e si dimostra inadeguato, chi diffonde informazioni false o gravemente errate nell’esercizio del proprio ruolo, risponde. Si dimette. Lascia il campo.
La domanda che sorge spontanea, e che nessun giornalista del perimetro governativo si sognerebbe di formulare, è la seguente: se il direttore di RaiSport ha lasciato l’incarico per una serie di errori commessi nel corso di una diretta televisiva, qual è la soglia di tolleranza per chi guida il Paese?
Giorgia Meloni non commette errori sporadici in momenti di pressione. Mente sistematicamente, strategicamente, con piena consapevolezza. Lo fa nelle conferenze stampa, nelle dirette social dei suoi “Appunti di Giorgia”, nei comunicati di Palazzo Chigi, nei post sui social network. Lo fa sulle sentenze che non legge, sui bonus che taglia presentandoli come aumenti, sui crimini di guerra che minimizza, sull’economia che dipinge rosa mentre i dati la descrivono grigia, sulle spese militari che gonfia senza dire ai cittadini cosa viene tagliato in cambio. Lo fa con la tutela di un sistema mediatico che non corregge, non contraddice, non verifica.
Petrecca ha lasciato perché una redazione libera ha preteso responsabilità. Meloni resta perché l’esercito mediatico alle sue spalle non pretende nulla, se non sottomissione.

La Verità come Atto Sovversivo
In questo scenario, seguire le notizie in modo alternativo — verificare i dati, leggere le sentenze per intero, confrontare i numeri con le fonti primarie — è diventato un atto quasi sovversivo. Non perché le informazioni siano inaccessibili: tutto è pubblico, tutto è verificabile. Ma perché il sistema informativo dominante non ha interesse a verificare, a smentire, a correggere.
La democrazia non muore solo con i colpi di Stato. Muore anche quando chi governa può mentire liberamente, ogni giorno, sapendo che nessuno dei grandi media chiederà conto. Quando la distanza tra ciò che si dice e ciò che si fa diventa incolmabile, e quella distanza viene accettata come una caratteristica del potere e non come una sua distorsione patologica.
Il Paese che Meloni governa — e che racconta — non esiste. Esiste un’Italia con i salari più bassi d’Europa, con la spesa sanitaria in declino relativo, con un debito che cresce, con le bollette che costano più dell’anno scorso nonostante i comunicati trionfalistici, con un bilancio della difesa in espansione mentre ospedali, scuole e servizi sociali raccolgono briciole. Esiste un’Italia in cui i più vulnerabili ricevono meno di prima, pur leggendo ogni giorno che il governo li protegge.
Se i fatti contano ancora qualcosa — e devono contare, perché altrimenti non ha senso fare informazione — allora la domanda rimane aperta, senza risposta istituzionale ma con tutta la sua urgenza morale: quante bugie può permettersi chi guida un Paese prima che qualcuno, oltre alla redazione di RaiSport, pretenda che faccia un passo di lato?

“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.”

Meloni, Landini e il bersaglio sindacale. Dal sarcasmo di governo alla “resistenza” evocata da Montanari

Lo sciopero Cgil del 12 dicembre nasce dalla manovra, ma la risposta di Palazzo Chigi è tutta ideologica: delegittimare il conflitto sociale. Montanari: la premier usa lo stesso lessico antisindacale del fascismo. È un progetto, non uno sfogo.

Lo scontro tra Giorgia Meloni e la Cgil di Maurizio Landini sullo sciopero generale del 12 dicembre ha preso rapidamente una piega rivelatrice. Alla proclamazione della mobilitazione da parte del sindacato contro una manovra giudicata iniqua, la premier ha replicato con sarcasmo: “In quale giorno cadrà il 12 dicembre?”, alludendo alla retorica del “venerdì ponte”. Una risposta che evita accuratamente il merito della questione, ma rivela molto sul disegno politico in corso: delegittimare il sindacato riducendolo a caricatura.

Il contesto è chiaro. La legge di bilancio 2026 è stata criticata da più parti per la sua debolezza strutturale: non contrasta la perdita di potere d’acquisto dei salari, non rafforza i servizi pubblici già in crisi e affida la tenuta dei conti a tagli lineari che colpiscono in particolare territori, enti locali e comparto sanitario. Anche istituzioni come Bankitalia e Istat hanno espresso riserve. Lo sciopero, quindi, non è un atto simbolico o rituale: è la manifestazione concreta di un dissenso sociale radicato.

La reazione di Giorgia Meloni, però, non è nuova. Già ad ottobre, parlando dello sciopero pro-Gaza, la premier lo aveva definito “pretestuoso”, liquidandolo come “rivoluzione del weekend”. Identico schema: chi protesta viene ridicolizzato, i contenuti spariscono sotto una patina di dileggio.

In questo quadro si inserisce l’intervento del professor Tomaso Montanari, che ha parlato a Firenze durante l’assemblea dei delegati Cgil. Lo storico ha tracciato un parallelo netto tra il linguaggio di Meloni e quello di Benito Mussolini in materia di sindacati e conflitto sociale. La premier – ha sottolineato Montanari – parla del mondo del lavoro come “troppo sindacalizzato”, afferma che la “dialettica marxista” è un ostacolo e che capitale e lavoro devono essere “sullo stesso piano”. Anche Mussolini parlava di coordinazione e non di conflitto, di collaborazione e non di lotta di classe. Il lessico, per Montanari, è lo stesso, e non per caso.

L’aspetto più rilevante del suo discorso è la messa a fuoco di un piano politico: “Il continuo attacco al sindacato e al diritto di sciopero va preso non come uno sfogo, ma come un progetto lucido”. In altre parole, non si tratta di una reazione emotiva o di propaganda elettorale, ma di un’azione sistematica che punta a marginalizzare l’unico soggetto sociale ancora in grado di rappresentare in forma collettiva il lavoro organizzato.

Montanari ha ricordato anche l’assalto alla sede nazionale della Cgil del 9 ottobre 2021 da parte di gruppi neofascisti, come tappa iniziale di questo disegno. Un episodio troppo in fretta archiviato, ma che diventa eloquente se lo si collega alle parole della premier, alle narrazioni mediatiche ricorrenti e all’attuale retorica sull’“inutile sindacato della casta”. Un filo rosso che attraversa più stagioni, ma che oggi si manifesta con particolare forza nel tentativo di ridefinire i confini della democrazia repubblicana.

La battuta sullo sciopero del 12 dicembre, dunque, non è solo sarcasmo: è un segnale politico. Serve a consolidare un’idea: che chi sciopera è un ostacolo, un residuo del passato, un privilegiato. In questa visione, il conflitto sociale non è un diritto, ma un fastidio. Un’anomalia da ridicolizzare. Ma in realtà, chi rinuncia a una giornata di paga per manifestare contro una manovra penalizzante non è un parassita: è un cittadino che esercita un diritto costituzionale. Non va in vacanza: va in piazza per difendere il proprio futuro.

Meloni riesce a imporre questo frame narrativo anche grazie alle debolezze del fronte opposto: una Cgil che sciopera in solitaria, una Uil che fatica a costruire unità, una Cisl che si smarca appoggiando il governo, un’opposizione politica che appare più concentrata sulle elezioni del 2027 che sul sostegno alle lotte sociali. In questa disarticolazione, l’esecutivo può permettersi il lusso di colpire i sindacati con leggerezza, sapendo che il prezzo politico sarà minimo.

Ma è proprio questa la posta in gioco, come ha spiegato Montanari: il tentativo di sovvertire il paradigma della Repubblica fondata sul lavoro, in favore di un nuovo ordine privo di conflitto, dove il sindacato sopravvive solo se silenzioso. Parlare oggi di “resistenza” non è un vezzo accademico: è chiamare le cose con il loro nome. Perché se un governo arriva a banalizzare il diritto di sciopero, allora quel diritto va difeso. Non con nostalgia, ma con lucidità politica. Perché è lì, tra salario, dignità e conflitto, che si decide quale democrazia ci aspetta domani.

Il presidente del Consiglio Meloni, un Robin Hood al contrario

La legge di bilancio che il governo ha messo sul tavolo conferma ciò che molti hanno finto di non vedere per tre anni: questo esecutivo non è nato per redistribuire verso il basso, ma per consolidare verso l’alto. È un governo che ha chiesto il voto “del popolo” e oggi governa in favore di una ristretta fascia sociale ed economica. Lo dicono i numeri delle audizioni parlamentari, non un’opinione militante: metà delle risorse stanziate per il taglio dell’Irpef finiranno in tasca all’8 per cento più benestante del Paese; l’Istat ha chiarito che l’85 per cento del beneficio viene assorbito dai due quinti più ricchi; l’Ufficio parlamentare di bilancio ha spiegato che per operai e lavoratori a basso reddito si parla di briciole, 20-25 euro in un anno, mentre per chi supera i 50 mila euro il vantaggio arriva oltre i 400. È, letteralmente, la foresta di Sherwood capovolta: si toglie, o non si dà, a chi sta sotto, e si premia chi sta sopra.

La narrazione ufficiale parla di “tutela del ceto medio”. Ma il ceto medio, quello vero, è fatto di lavoratori dipendenti con salari compressi dall’inflazione, partite Iva a basso fatturato, famiglie che pagano mutui e bollette, e che soprattutto non possono spostare il proprio reddito in una società di comodo nei paradisi fiscali. Per loro, dicono sempre i tecnici ascoltati in Parlamento, il drenaggio fiscale non è affatto azzerato: sopra i 32 mila euro il fiscal drag continua a mordere, cioè l’inflazione ti spinge verso scaglioni più alti e tu continui a pagare più tasse di quante pagheresti se le aliquote fossero davvero indicizzate. Il taglio della seconda aliquota dal 35 al 33 per cento non è sufficiente a compensare questa perdita di potere d’acquisto. Insomma, per la maggioranza dei lavoratori non è una manovra di liberazione del reddito, è una manovra di vetrina.

Perché allora farla così? Perché la manovra si inserisce in un disegno più largo, che è politico prima che contabile. Da un lato si mantiene alta la pressione fiscale complessiva, si definanziano capitoli di spesa degli enti locali, si tiene la sanità poco sopra il 6 per cento del Pil senza costruire una vera curva di rilancio del Servizio sanitario, anzi sì sostiene e finanzia la sanità privata; dall’altro si garantiscono continuità, incentivi e condoni fiscali al sistema delle imprese, prorogando o rimodulando misure per 2-3 miliardi l’anno, come ha fatto notare la Banca d’Italia. È la fotografia di un esecutivo che considera prioritaria la stabilità del circuito economico che già sta bene, e opzionale la protezione dei ceti popolari e di chi vive nella fragilità.

Qui entra in gioco il tema di un disegno più ampio: la repressione non è un corpo estraneo rispetto alla politica di bilancio, è il suo complemento. Mentre si approvano decreti sicurezza che inaspriscono le pene contro chi protesta, si allargano i poteri di polizia, si restringono gli spazi del dissenso e lo si fa spesso via decreto, scavalcando il confronto parlamentare, si sta preparando il terreno per un modello in cui la maggioranza sociale perde reddito, diritti e servizi, ma non deve avere gli strumenti per dirlo in piazza. Lo hanno denunciato sindacati, giuristi e persino associazioni costituzionaliste: la stretta del 2025 sulla sicurezza, trasformata in legge, ha rappresentato “un atto gravissimo” proprio perché sposta l’asse dal diritto alla protesta alla tutela del potere esecutivo.

Se mettiamo in fila i pezzi, il cerchio si chiude davvero. Primo pezzo: una legge di bilancio minima, la più piccola dal 2014, che non fa politica industriale per i territori e non fa vera redistribuzione, ma si concede il lusso di destinare la metà della dote fiscale all’8 per cento più ricco. Secondo pezzo: un pacchetto di norme securitarie che in nome del “decoro”, della “sicurezza urbana”, della “tutela delle forze dell’ordine” rende più costoso manifestare, scioperare, contestare. Terzo pezzo: il percorso di trasformazione istituzionale (premierato, centralità assoluta di Palazzo Chigi, marginalizzazione del Parlamento, divisione delle carriere in magistratura per favorire i ceti più ambienti a discapito di quelli più fragili) che giuristi e riviste come Questione Giustizia hanno chiamato “estremismo istituzionale”, cioè un assetto che concentra il potere proprio mentre si riducono i margini di critica sociale.
È una sola regia, non tre storie separate.

La domanda politica allora è: per chi governa Giorgia Meloni oggi? Non per i lavoratori poveri, perché continua a non intervenire sul salario minimo e accetta che l’Italia resti uno dei Paesi con più working poor d’Europa. Non per le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti, perché i fondi restano insufficienti, spesso solo re-iscritti a bilancio dopo essere stati tagliati negli anni precedenti. Non per la fascia che vive di contratti a termine e part-time involontari, perché la manovra non costruisce né un reddito di garanzia né un welfare territoriale capace di compensare. Governa per un ceto economico e professionale che chiede alleggerimenti fiscali, meno vincoli e più rendita pubblica. Governa per i soggetti che hanno voce e lobby, non per quelli che hanno solo bisogno. E lo fa dopo aver ottenuto il consenso proprio in nome dei “dimenticati”. Questa è la definizione perfetta di Robin Hood al contrario.

C’è poi un aspetto che non va taciuto: questa scelta di campo avviene in un momento in cui la povertà assoluta è ai massimi storici e in cui gli stessi organismi indipendenti dicono che le misure adottate non avranno alcun effetto sulle disuguaglianze. L’Upb lo dice senza giri di parole: la riduzione della seconda aliquota è regressiva, cioè spinge le risorse verso l’alto. Istat aggiunge che solo una minima parte delle famiglie nel primo quinto di reddito vedrà un qualche beneficio. E la Corte dei Conti segnala che si continua a finanziare la compliance fiscale premiando chi non è in regola, con il rischio di penalizzare i contribuenti onesti. È un modello che protegge chi già è protetto.

Questo spiega anche la durezza crescente verso i movimenti sociali, le mobilitazioni per la pace, le piazze studentesche, i sit-in ambientalisti o per la Palestina: se lasci che le persone vedano chiaramente che il bilancio dello Stato viene scritto contro di loro, che le risorse si concentrano in alto e che i diritti sociali arretrano, quelle persone proveranno a organizzarsi. Se però rendi più rischioso protestare, se fai passare chi scende in piazza come “pericoloso”, se innalzi le pene contro la resistenza a pubblico ufficiale, allora puoi permetterti di fare manovre ingiuste con meno timore di doverle ritirare. È qui che la repressione diventa una tecnologia di governo economico.

Alla fine l’immagine è semplice e dura. Un governo nato con la promessa di “rimettere al centro gli italiani” presenta una manovra che premia l’8 per cento più ricco. Un governo che dice di difendere i “più deboli” approva decreti che indeboliscono proprio la capacità dei più deboli di farsi sentire. Un governo che si proclama “sovranista” rinuncia di fatto alla sovranità fiscale, perché sceglie di non tassare davvero dove sta la ricchezza e di non recuperare sul serio l’evasione, mentre chiede a sanità, scuola, enti locali e famiglie di stare “zitti e fermi”. Questo non è un incidente di percorso: è una linea. E più passa il tempo, più diventa chiaro chi siede davvero al tavolo con Giorgia Meloni. Non i lavoratori, non i disabili, non gli anziani. Ma quel pezzo di élite economica e professionale che non vuole pagare il conto della crisi e che ha trovato nel governo attuale un alleato disposto a sacrificare la parte più ampia del Paese.

Tra repressione e rinascita: il governo Meloni contro il dissenso e la nuova speranza che nasce da Gaza

C’è un tratto che emerge con sempre maggiore nitidezza nell’azione del governo Meloni: l’allergia congenita verso ogni forma di dissenso democratico. Un rigetto quasi viscerale di tutto ciò che non si allinea, che non acclama, che non rientra nel recinto del consenso. È come se per questo esecutivo la libertà di espressione fosse tollerabile solo quando inneggia al potere, mai quando lo mette in discussione.

Chi manifesta per i diritti, chi denuncia la guerra, chi si schiera con i popoli oppressi viene puntualmente criminalizzato, deriso o ignorato. È accaduto di nuovo, in modo plateale e vergognoso, con la Global Sumud Flotilla: un gruppo di attivisti pacifisti internazionali, tra cui anche italiani, salpato per portare aiuto e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza. Navi civili, bandiere della pace, nessuna arma, nessuna minaccia. Eppure, sono stati bloccati in acque internazionali dalla marina israeliana in un’azione di pirateria di Stato, con sequestro e arresto illegittimo dei partecipanti, in violazione del diritto marittimo internazionale.

Di fronte a un simile atto, che avrebbe dovuto suscitare un’immediata reazione diplomatica, il governo italiano ha scelto il silenzio. Nessuna condanna, nessuna richiesta formale di chiarimenti, nessuna delegazione ad accogliere chi tornava dopo giorni di detenzione illegale. Solo un imbarazzato mutismo, rotto dalle parole fuori luogo del ministro degli Esteri Antonio Tajani, secondo cui “le regole si possono infrangere fino a un certo punto” – una frase che, detta di fronte a una violazione della legalità internazionale, suona come una beffa. A completare il quadro, le invettive della premier Giorgia Meloni, che con il consueto fervore ideologico ha bollato gli attivisti come provocatori. Come se la solidarietà, la pace, la dignità umana fossero diventate un reato politico.

La verità è che questo governo non sopporta le piazze, se non quelle che lo esaltano. Ama solo le manifestazioni dove sventolano bandiere tricolori con le braccia tese nel saluto romano, non quelle dove si difende la Palestina o si chiede giustizia sociale. Non sopporta chi rompe la narrazione tossica della “civiltà occidentale” che bombarda in nome della democrazia, chi denuncia lo sfruttamento, la miseria, la fame prodotta dalle guerre dei potenti.

Ma se la repressione del dissenso è ormai la cifra di Palazzo Chigi, l’ipocrisia ne è la maschera. Da un lato, i pacifisti vengono bollati come eversivi; dall’altro, il governo non esita a spalancare le porte e stendere tappeti rossi a personaggi ben più discutibili. È il caso del generale libico Al Masri, coinvolto in crimini di guerra e in episodi di violenza e stupro, accolto in Italia con onori di Stato, come fosse un capo legittimo e rispettabile. O quello di Chico Forti, condannato per omicidio negli Stati Uniti, trasferito nelle carceri italiane e salutato all’arrivo come un eroe nazionale, con tanto di accoglienza istituzionale e retorica patriottica.
Due pesi e due misure: il perdono e la gloria per chi serve la narrazione governativa, il disprezzo e la criminalizzazione per chi osa sfidarla.

Eppure, il vuoto morale della politica non genera solo disillusione. Talvolta, produce resistenza. È ciò che sta accadendo oggi con il movimento globale per Gaza, che sta assumendo contorni sempre più ampi e potenzialmente dirompenti. Un movimento apartitico, trasversale, intergenerazionale, che nasce dal basso e che, paradossalmente, si alimenta proprio del cinismo e della crudeltà con cui l’Occidente sta gestendo il genocidio palestinese.

Dai cortei in Europa alle piazze del Maghreb, dai campus americani fino all’Asia meridionale, si alza una voce comune: quella di una generazione che non accetta più la menzogna sistemica del potere. In Italia, come altrove, a trainare la protesta sono soprattutto i giovani, gli stessi che dopo i Fridays for Future e Ultima Generazione hanno trovato un nuovo terreno di lotta: la denuncia dell’ingiustizia globale, dell’ipocrisia dei governi, della violenza istituzionalizzata.
È un’onda che ricorda i movimenti altermondialisti di Seattle e Genova, le Primavere arabe, Occupy Wall Street. Ma con una differenza decisiva: oggi la consapevolezza è più profonda, la sfiducia verso i partiti più radicata, e la rabbia più lucida.

La bandiera palestinese, in questo contesto, è diventata qualcosa di più di un simbolo politico: è il vessillo di una dignità universale, di una rivolta morale contro un sistema economico e mediatico che arricchisce pochi e calpesta molti. È l’emblema di un risveglio che non riguarda solo il Medio Oriente, ma l’intera umanità: la rivolta dei senza voce contro la complicità istituzionale e l’indifferenza dell’opinione pubblica.

Intorno a questa lotta, si stanno coagolando energie nuove: studenti, lavoratori precari, migranti, attivisti ecologisti, artisti, ricercatori. Tutti uniti dal rifiuto del cinismo dominante, di quella miseria materiale e spirituale che viene spacciata per progresso. E mentre le élite politiche si mostrano sempre più incapaci di comprendere la portata di ciò che accade, questo movimento, cresciuto silenziosamente negli ultimi due anni, sta gettando le basi per una nuova forma di coscienza collettiva.

Non ha leader né partiti, ma ha una visione: la volontà di costruire dal basso un linguaggio politico nuovo, fondato su giustizia, equità, redistribuzione e cura del pianeta. Non è un’utopia, ma una necessità storica. Perché ogni sistema repressivo genera, prima o poi, la sua controspinta vitale.

Siamo di fronte a un bivio cruciale: da un lato, un governo che mostra ogni giorno di più la sua natura repressiva, selettiva, inumana; dall’altro, una nuova coscienza che, pur ancora fragile, inizia a farsi strada con la forza della solidarietà e della verità.
La storia insegna che i poteri che negano la libertà finiscono per essere travolti da essa. E che i semi della resistenza, anche se calpestati, prima o poi germogliano.

Questa è la sfida che ci attende. E che merita di essere raccolta.

Armi per l’élite, austerità per il popolo: il vero volto del governo Meloni

Nel cuore della tempesta economica che si avvicina, il governo Meloni si aggrappa al PNRR come a un salvagente, ma intanto rema verso una direzione che rischia di affondare definitivamente l’economia reale italiana: quella dell’austerità rivisitata in salsa sovranista. Un paradosso che si traduce in una redistribuzione al contrario: tagli alla spesa pubblica per la sanità, l’istruzione, il lavoro e i servizi essenziali, mentre si spalancano le casse dello Stato per finanziare riarmo, rendita finanziaria e grandi gruppi industriali.

Senza PNRR: recessione garantita

Il recente Documento Programmatico di Finanza Pubblica (DPFP), approvato dal governo, fotografa con lucidità il futuro prossimo: senza la spinta degli investimenti europei del PNRR, l’Italia sarebbe già destinata alla recessione nel 2026. I 194 miliardi stanziati dall’Europa, da spendere teoricamente entro giugno 2026, rappresentano oltre 5 punti di PIL entro il 2031. Di questi, ben 1,3 punti percentuali di crescita sarebbero imputabili agli investimenti previsti solo per il 2026, a fronte di una stima complessiva di crescita del PIL pari allo 0,7%. In altre parole: senza il PNRR, il Paese non solo non crescerà, ma rischia un crollo.

Un dettaglio sfuggito ai più, ma ben presente nei documenti ufficiali, è che la quasi totalità degli investimenti non potrà essere spesa entro i termini fissati, e il governo lo sa. Per questo motivo, sono già in preparazione “veicoli” finanziari che permetteranno di vincolare le somme ora e spenderle solo dopo il 2026, ammesso che Bruxelles sia d’accordo. Un’operazione di maquillage contabile, che consente alla maggioranza di salvare la faccia e ai tecnocrati di Bruxelles di mantenere formalmente l’illusione della “disciplina fiscale”.

Ma se la spesa pubblica per investimenti è oggi l’unica leva che evita il collasso, perché il governo ha scelto, contemporaneamente, la via della stretta fiscale più dura dal 2011?

Austerità 2.0: il ritorno del peggio

Dal 2025 al 2028, il governo Meloni prevede un consolidamento fiscale da 130 miliardi di euro. Tradotto: lo Stato intende raccogliere tramite tasse e tagli circa 130 miliardi in più di quanto spenderà (interessi esclusi), sottraendo così linfa vitale all’economia reale. Non è un errore tecnico: è una precisa scelta ideologica, fatta nel nome dell’obbedienza al nuovo Patto di Stabilità europeo.

Il saldo primario – cioè la differenza tra entrate e uscite al netto degli interessi sul debito – è tornato positivo dallo 0,9% del PIL nel 2025 all’1,9% nel 2028. Ma questo non servirà a ridurre significativamente il debito pubblico. Storicamente, infatti, sottrarre risorse all’economia porta a un PIL stagnante o decrescente, facendo aumentare in proporzione il peso del debito. L’effetto è noto: crescita rallentata, meno occupazione, tagli lineari ai servizi e incremento delle disuguaglianze.

A guadagnarci sono le rendite, non i cittadini. Le politiche di avanzi primari drenano risorse dai lavoratori e dalle classi medie e popolari – attraverso tagli alla spesa sanitaria, scolastica, sociale – per riversarle nei portafogli degli investitori istituzionali, banche e fondi, molti dei quali nemmeno italiani. È una redistribuzione al contrario, camuffata da “responsabilità di bilancio”.

La sanità al palo, la scuola dimenticata, ma le armi volano

Nell’impianto del DPFP, le voci di spesa più sensibili socialmente – sanità, scuola, welfare – sono destinate a stagnare o a crescere meno del PIL. In particolare, la spesa sanitaria resta inchiodata sotto la media UE e OCSE, nonostante la pandemia abbia dimostrato con violenza la necessità di un servizio pubblico robusto. Gli stipendi pubblici vengono compressi, mentre le prestazioni sociali vengono tenute sotto controllo.

Ma c’è una voce che vola alta: la spesa militare.

Nel silenzio generale, il governo ha annunciato di voler portare le spese per la difesa dal 2 al 2,5% del PIL entro il 2028: un aumento di oltre 22 miliardi in tre anni, che diventeranno 12 miliardi strutturali. E non è finita: l’obiettivo NATO è il 3,5% del PIL entro il 2035, a cui si somma un altro 1,5% destinato alla “sicurezza”. In totale, si prospetta un futuro in cui un euro su cinque della spesa pubblica sarà assorbito da eserciti, armi e apparati di controllo.

Non si tratta solo di numeri: è un progetto di società. Una società in cui lo Stato si disimpegna dalla cura delle persone e investe invece nel controllo, nella repressione, nel riarmo. L’iniziativa pubblica viene così piegata a interessi geopolitici decisi altrove, mentre il cittadino italiano paga le tasse e riceve in cambio liste d’attesa in ospedale, classi sovraffollate e salari da fame.

L’élite incassa, il popolo paga

L’Italia ha già ridotto il rapporto debito/PIL di 20 punti in tre anni grazie alla crescita post-Covid e ai vincoli europei sospesi. Nonostante ciò, invece di consolidare quel risultato attraverso investimenti strutturali in coesione sociale e produttività, il governo ha scelto di assecondare i dogmi dell’austerità, con l’aggiunta tossica del riarmo.

È una scelta profondamente politica. E mentre i grandi gruppi finanziari e industriali – da Leonardo a Fincantieri, passando per le banche che finanziano il debito – vedono i loro profitti garantiti, i cittadini si trovano soli, impoveriti e sempre più insicuri. In nome della “stabilità”, si sta costruendo un Paese ingovernabile: senza prospettive per i giovani, senza tutele per i fragili, senza diritti effettivi per chi lavora e contribuisce.

Eppure, Giorgia Meloni nel 2019 gridava: “Basta austerità!”. Oggi, al governo, ha abbracciato con entusiasmo proprio quel modello fallimentare che diceva di combattere. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: meno scuola, meno sanità, meno welfare. Ma più F-35, più navi da guerra, più spese segrete per la “sicurezza”.

Non c’è bisogno di inventare complotti per descrivere ciò che sta accadendo. Basta leggere i documenti ufficiali del governo. E unirli, finalmente, a una lettura politica e sociale degna di questo nome.

Flottiglia per Gaza, droni in acque internazionali e la “scaltrezza” di Meloni: cosa significa davvero l’invio della fregata italiana

La notizia è questa: nella notte la Global Sumud Flotilla diretta a Gaza con aiuti umanitari è stata attaccata in acque internazionali, al largo di Creta/Gavdos. Gli organizzatori parlano di droni, esplosioni con bombe assordanti, gas urticante, che hanno colpito più imbarcazioni, con danni ma senza feriti. In risposta, il ministro della Difesa Guido Crosetto ha ordinato alla Marina di dirigere nella zona la fregata Fasan per dare assistenza e, se necessario, effettuare operazioni di soccorso ai cittadini italiani a bordo. Non è un dettaglio: parliamo di un’unità militare italiana che si muove dopo un attacco a civili in mare aperto.

Cosa è successo, in breve

— La Flottiglia riferisce “numerosi droni” e “più di una dozzina di esplosioni” in acque internazionali; fra i passeggeri ci sono anche parlamentari e cittadini italiani.
— Crosetto condanna l’attacco e invia la fregata Fasan, già nell’area per l’operazione “Mare Sicuro”, per assistenza e possibili attività di recupero. La Farnesina conferma di essere informata e richiama la tutela dei connazionali.

La mossa del governo: calcolo, pressione dal basso e messaggi all’estero

Qui entra in gioco la “scaltrezza” politica di Meloni. Fino a ieri, sulla Palestina, l’esecutivo ha navigato a vista. Oggi, dopo settimane di mobilitazioni — piazze piene in decine di città e uno sciopero generale che i media di servizio hanno provato a delegittimare senza riuscirci — l’escalation in mare impone una scelta: voltarsi dall’altra parte e rischiare una crisi di coscienza nazionale se succede qualcosa a connazionali, oppure dare un segnale immediato di presenza. La scelta è la seconda. Non per improvvisa conversione umanitaria, ma per puro calcolo politico-istituzionale: si evita il panico, si calma l’opinione pubblica, si invia un messaggio a Washington e Tel Aviv che l’Italia non può permettere “zone franche” nel Mediterraneo dove si colpiscono civili europei impunemente.

Occhio però alle implicazioni pratiche: una fregata può assistere e soccorrere in acque internazionali, ma non “sfondare” blocchi o entrare in acque territoriali altrui senza autorizzazione. Resta quindi un presidio di sicurezza e una garanzia di evacuazione, non un “cavallo di Troia” militare per scortare gli aiuti fino a Gaza. È un equilibrio sottile tra diritto del mare, tutela dei cittadini e realpolitik.

La questione palestinese: diritto umanitario e ipocrisie europee

L’attacco a una flottiglia civile che trasporta viveri e medicinali rimette al centro il nocciolo: il diritto umanitario vale sempre, anche in guerra. Colpire, intimidire o impedire consegne di aiuti in mare aperto significa alzare il livello dello scontro anche sul piano giuridico e politico, non solo militare. Il fatto che a bordo ci siano parlamentari europei e italiani sposta l’asse: la vicenda non è più solo “mediorientale”, è europea. Non a caso Bruxelles fa trapelare irritazione per l’uso della forza contro la Flottiglia.

Per l’Italia questo è un banco di prova: se davvero Roma vuole far valere una linea di tutela dei civili e libertà di navigazione, deve sostenerla con continuità, non solo quando ci sono italiani in pericolo. La coerenza si misura su tre piani: aiuti, diplomazia, e stop alla complicità materiale con chi bombarda o assedia. Altrimenti, resta solo propaganda.

L’ombra lunga dell’ONU: il discorso di Trump e il vento contrario

Sul quadro si abbatte il discorso di Donald Trump all’Assemblea Generale dell’ONU. Il Presidente USA ha rispolverato il suo repertorio: chiusura delle frontiere, attacco al multilateralismo, negazione della crisi climatica definita “il più grande imbroglio” e bordate contro l’Europa. È la cornice perfetta per giustificare disimpegni selettivi e una politica estera a trazione domestica. In questa chiave, il Mediterraneo può diventare un “vuoto di potenza” in cui gli alleati europei sono lasciati a cavarsela — e gli attori regionali alzano la posta.

Se gli Stati Uniti sbandano sul multilateralismo, la responsabilità europea cresce. Il fatto che l’Italia mandi una fregata dopo un attacco in alto mare è un segnale: non possiamo delegare tutto a Washington e poi lamentarci quando la bussola americana punta altrove. Ma il segnale, per essere credibile, deve tradursi in una linea chiara anche su cessate il fuoco, riconoscimento dei diritti palestinesi e corridoi umanitari.

Cosa può accadere adesso
1. Assistenza e deterrenza: la Fasan garantirà contatti, soccorso e un minimo di deterrenza contro ulteriori azioni ostili in acque internazionali.
2. Braccio di ferro diplomatico: Roma, Bruxelles e Atene non potranno far finta di nulla se altri droni si avvicinano a barche europee in alto mare. La Farnesina si è già mossa.
3. Test politico interno: se la pressione popolare ha contribuito a smuovere il governo, allora le piazze e i sindacati hanno dimostrato che la partecipazione serve — eccome — quando è continua e informata.
4. Nodo Palestina: gli aiuti devono arrivare. Se non passano dal mare, vanno imposti corridoi terrestri verificabili. Se saltano anche quelli, l’Europa perde ogni faccia.

Conclusione

L’invio della fregata non è la “svolta storica” dell’esecutivo: è una mossa intelligente, tempestiva e di pura autoconservazione politica. Ma è anche un varco. Se l’Italia vuole davvero stare dalla parte del diritto internazionale e dei civili, deve usarlo per spingere su cessate il fuoco, corridoi umanitari e rispetto della libertà di navigazione. Altrimenti resterà un episodio, utile a spegnere l’incendio mediatico del momento e basta.

Intanto, registriamo un punto fermo: l’attacco in acque internazionali c’è stato, l’Italia ha reagito muovendo una fregata, e la discussione — finalmente — non riguarda più solo la propaganda ma la sicurezza dei civili, il diritto del mare e la responsabilità europea nel Mediterraneo.

Fonti principali: Reuters, ANSA, Ministero degli Esteri italiano, Euronews (attacco e invio fregata); Guardian/Reuters/CFR/CBS (discorso di Trump all’ONU).

Pastarelle e carne viva: Meloni tra folklore televisivo e complicità nel genocidio. Mentre l’Italia scende in piazza, il governo gioca sul set della rimozione

Domenica davanti alle telecamere, Giorgia Meloni si abbandona ai ricordi d’infanzia e alle “pastarelle” con Mara Venier, mentre fuori scorrono le immagini insostenibili dei bombardamenti su Gaza. Sembra un set, uno di quei mondi artificiali dove la vita scorre ovattata e la realtà resta fuori, come nel film “La zona d’interesse”: dentro, la normalità rassicurante dei pranzi di famiglia; fuori, l’orrore che nessuno nomina davvero. Ma il lunedì arriva puntuale la doppia morale: sulle piazze d’Italia che manifestano per Gaza cala la mannaia della criminalizzazione, mentre il governo resta inchiodato ai diktat di Washington e Tel Aviv. Un Paese spaccato tra chi si ostina a restare umano e chi preferisce la retorica da commedia nera.

Tra set televisivi e carne viva: la rimozione come cifra del potere

Non c’è niente di più surreale – e allo stesso tempo emblematico – di quanto avvenuto lo scorso weekend. Giorgia Meloni, a poche ore dalla partenza per New York e l’Assemblea generale dell’ONU, si presenta a “Domenica In”, ospite di Mara Venier. Nessun confronto sulle stragi di Gaza, nessun accenno alle responsabilità internazionali dell’Italia, nessuna domanda sulle armi che partono dai porti italiani o sulla mancata presa di posizione per il riconoscimento della Palestina.
Al centro del racconto ci sono i pranzi della domenica, la “pasticceria di famiglia”, la nostalgia rassicurante della nonna.
Mentre fuori la carne viva di un popolo brucia sotto le bombe, la politica istituzionale inscena il suo teatro più squallido, preferendo il folklore privato al dovere pubblico.
Sembra davvero la retorica di “La zona d’interesse”, dove la casa borghese e il giardino in fiore diventano la zona cuscinetto per non vedere l’orrore che si consuma appena oltre il muro.

Lunedì, come sciacalli: la criminalizzazione delle piazze

E poi arriva il lunedì. Mentre centinaia di migliaia di persone hanno manifestato pacificamente in più di 80 città italiane per chiedere giustizia, fine del genocidio e riconoscimento della Palestina, il governo Meloni si butta sul primo pretesto per cambiare scena.
A Milano, una minoranza si rende protagonista di scontri – subito montati ad arte da media e politici di governo come prova della “barbarie” delle piazze solidali.
Così, la narrazione vira: via le immagini di Gaza, largo alle “scene indegne”, ai “sedicenti antifa”, ai “teppisti”, alle “azioni deliberate contro le forze dell’ordine”.
Meloni e i suoi ministri, da Salvini a Piantedosi, fanno a gara per chiedere nuove misure repressive, cauzioni preventive e condanne a reti unificate. Tutto per occultare il vero senso di quella mobilitazione: la richiesta di fermare la complicità italiana e rompere il muro di silenzio e rimozione.

Una regia da bassa lega, sotto dettatura atlantista

Il governo parafascista che oggi occupa Palazzo Chigi si conferma incapace di una visione autonoma: si allinea ai voleri degli alleati americani e israeliani, fa affari e si guarda bene dal prendere una posizione netta sui crimini di guerra di Netanyahu.
Mentre altri governi europei – dalla Spagna alla Norvegia, dalla Francia al Regno Unito – compiono passi (almeno simbolici) verso il riconoscimento della Palestina, l’Italia resta ferma, prigioniera di una linea che preferisce la rimozione e la commedia all’impegno e alla verità.
Il massimo che si riesce a produrre sono dichiarazioni indignate sulle piazze e una retorica stanca da “ordine pubblico”, come se il vero problema fosse il dissenso e non la tragedia storica che si consuma in Medio Oriente.

L’Italia migliore si ferma, il governo s’inventa nemici interni

Eppure, il 22 settembre, l’Italia vera – quella che non ha perso la propria coscienza civile – ha fermato fabbriche, scuole, porti e strade per uno sciopero generale lanciato dai portuali di Genova e sostenuto da movimenti come “Volere la luna”.
Decine di migliaia di persone in più di 80 città hanno chiesto lo stop immediato al genocidio, il riconoscimento della Palestina e la fine della complicità italiana nell’orrore.
Dal mondo politico, almeno dalle opposizioni, è arrivato il tentativo di non confondere la violenza di pochi con la protesta pacifica di molti.
Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, hanno provato a riportare la discussione sui binari giusti: la vera indecenza non è la piazza, ma il silenzio del governo sui crimini di Netanyahu.

Dalla retorica domestica alla responsabilità internazionale: una narrazione da rovesciare

Il senso profondo di questo sciopero generale, e delle manifestazioni che l’hanno preceduto e seguito, sta nella rottura simbolica di una narrazione che preferisce la rassicurante retorica dei pranzi della nonna all’orrore che si consuma nel presente.
Meloni e la sua corte parlano di pasticcini e infanzie felici, ma fuori dai salotti TV la storia brucia, la carne viva di un popolo urla e chiede giustizia.
Come nel film “La zona d’interesse”, la distanza tra il teatro della rimozione e la realtà dello sterminio è la misura di un’intera stagione politica.
Questa Italia parafascista – che ignora la Costituzione, piega la sovranità agli interessi stranieri e svende la dignità nazionale – verrà ricordata per il suo silenzio, la sua complicità e la sua squallida messa in scena.

Le piazze italiane, invece, segnano ancora la strada della dignità e della resistenza civile.
Ed è da qui che, prima o poi, la storia presenterà il conto.

Fonti e approfondimenti:
• Volere la luna, “22 settembre: sciopero generale per Gaza”
• Reportage e dati sulle manifestazioni in Italia, settembre 2025
• Dichiarazioni pubbliche di Meloni, Piantedosi, Salvini, Schlein, Conte, Fratoianni, Bonelli, Sala, Renzi
• Approfondimenti e cronache dal mondo sui riconoscimenti internazionali della Palestina
• Analisi e commenti sulla retorica della rimozione (“La zona d’interesse”, Jonathan Glazer)

Il silenzio complice: Francesca Albanese sotto sanzioni e la codardia del governo Meloni

⸻Francesca Albanese è oggi una figura simbolica di resistenza civile e giuridica. La relatrice speciale dell’ONU per i Diritti Umani nei Territori Palestinesi Occupati si trova, dal luglio 2025, bersaglio diretto delle sanzioni unilaterali imposte dagli Stati Uniti. Una rappresaglia politica tanto brutale quanto mirata, il cui unico “reato” è aver denunciato pubblicamente, con rigore giuridico e coraggio morale, il genocidio in corso nella Striscia di Gaza.

Ma la notizia di queste ore, al di là del caso personale, è lo scandalo istituzionale italiano: nessun rappresentante del governo Meloni ha ritenuto di doverle esprimere una parola di solidarietà. Nemmeno di circostanza. Nemmeno per difendere il diritto internazionale. Nemmeno per proteggere una cittadina italiana sanzionata da un Paese straniero per il solo fatto di aver svolto il proprio mandato presso le Nazioni Unite.

Il caso Albanese: quando il diritto diventa reato

La vicenda raccontata da Francesca Albanese è surreale e inquietante. Da quando è stata colpita dalle sanzioni statunitensi — promosse su input di Marco Rubio e dell’apparato neoconservatore che da sempre protegge l’impunità israeliana — non può aprire un conto bancario, avere una carta di credito, di conseguenza non può noleggiare un’auto, non può nemmeno ricevere un caffè da sua figlia senza esporla al rischio teorico di sanzioni penali e pecuniarie.

Siamo di fronte a una forma di “morte civile” in salsa neoliberista: l’esclusione dai circuiti economici come arma di repressione politica. Non si tratta solo di una punizione personale, ma di un attacco frontale all’intera architettura del diritto internazionale, che evidentemente infastidisce quando osa accusare Israele di crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

Albanese lo dice chiaramente: «L’attacco a me è un attacco all’ONU». E ha ragione. Non è un caso isolato: è una strategia deliberata per intimidire ogni forma di giurisdizione indipendente. Lo stesso è accaduto con i giudici della Corte Penale Internazionale, a cui l’amministrazione USA ha rivolto accuse gravissime, tentando di delegittimarli con lo stesso schema repressivo.

Il silenzio assordante di Roma

Ma lo scandalo, lo schiaffo più bruciante, non viene da Washington. Viene da Roma.

Il governo italiano, che ha il dovere costituzionale di tutelare i diritti dei suoi cittadini e di onorare gli obblighi derivanti dai trattati internazionali, non ha emesso nemmeno un comunicato, né una telefonata, né una parola di sostegno. Giorgia Meloni, che pure ha dichiarato di voler “tutelare gli attivisti italiani” imbarcati nella Global Sumud Flotilla, si limita a vuoti proclami senza alcuna azione concreta.

E la stessa Albanese lo denuncia con fermezza: «Che vuol dire protezione agli attivisti? La vera protezione sarebbe mandare le navi italiane a rompere l’assedio. È un obbligo giuridico e morale per prevenire un genocidio».

Il punto è tutto qui: Meloni gioca su un’ambiguità criminale, illudendo l’opinione pubblica con vaghe rassicurazioni mentre, nei fatti, l’Italia resta inchiodata alla sua complicità diplomatica, politica e militare con Israele.

La corresponsabilità italiana nel genocidio a Gaza

Quando Francesca Albanese afferma che il governo Meloni è corresponsabile, in diversi modi, dello sterminio a Gaza, non parla per iperbole. Parla con la forza dei fatti.

L’Italia:
• Ha firmato accordi militari e tecnologici con Israele, persino dopo l’inizio del genocidio dichiarato.
• Continua a esportare armi verso Tel Aviv, come confermato da numerose inchieste e dati SIPRI.
• Si è astenuta sistematicamente nei voti ONU a tutela della popolazione palestinese.
• Ha criminalizzato manifestazioni di solidarietà, compresi presidi pacifici e raccolte fondi.
• Ha accettato senza fiatare le liste nere di Israele, che mettono al bando chiunque difenda i diritti palestinesi.

L’Italia di Meloni ha scelto il campo dell’occupante, del carnefice, dell’apartheid. E ha voltato le spalle a una delle sue cittadine più coraggiose e qualificate, solo perché dice la verità.

Un attacco che riguarda tutti noi

Chi pensa che il caso Albanese sia una questione “personale” o “di relazioni internazionali” commette un grave errore. È la spia di un cambiamento di paradigma: chi denuncia i crimini viene trattato come un criminale. Chi si appella al diritto viene perseguito dai poteri reali. Chi resiste al genocidio viene messo a tacere con le armi della finanza, del controllo bancario, della sorveglianza.

Francesca Albanese non è solo un nome. È una linea di demarcazione: da una parte chi difende l’umanità, dall’altra chi difende il potere.

Una vergogna nazionale

Nel silenzio del governo italiano risuona tutta la viltà di una classe dirigente prona ai diktat NATO, sorda ai valori costituzionali, incapace di riconoscere la propria complicità.

Mentre Francesca Albanese viene isolata, sorvegliata e punita, il nostro esecutivo gioca a fare la foglia di fico per Israele. Ma la storia non dimenticherà. E prima o poi, anche l’Italia dovrà rispondere della sua ignavia, della sua complicità e del suo tradimento.

Fonte principale:
“Francesca Albanese: ‘Il governo Meloni è corresponsabile in diversi modi dello sterminio a Gaza’ – Il video” – L’Espresso, 04.08.2025
Ulteriori fonti incrociate:
– SIPRI Arms Transfers Database
– UN OCHA – Gaza Strip Humanitarian Overview
– Dati export armi: Rete Italiana Pace e Disarmo
– Dichiarazioni ufficiali di Francesca Albanese al Senato, agosto 2025