Il ddl antisemitismo, gli incontri riservati con Draghi e Confindustria, il corteggiamento di Renzi. Venti domande che circolano in rete cercano la verità nei retroscena. Ma la verità sta negli atti parlamentari, ed è già scritta.
Mercoledì 9 settembre, poco dopo l’una del pomeriggio, davanti all’obelisco di Montecitorio si è formato un presidio. Bandiere, striscioni scritti a mano, la parola bavaglio ripetuta al megafono. Avevano aderito centinaia di sigle: ANPI, CGIL, Amnesty International, USB, associazioni studentesche, comitati territoriali, realtà di solidarietà con la Palestina. Su un cartello c’era scritta una frase che non ha bisogno di note a piè di pagina: criticare Israele non è antisemitismo.
A poche decine di metri, nella commissione Affari costituzionali della Camera, quel giorno non si è votato. Le votazioni sugli emendamenti al disegno di legge sull’antisemitismo sono slittate. Nella stessa giornata, però, la conferenza dei capigruppo ha fissato una data che pesa più di qualsiasi rinvio: il 2 ottobre il testo approda in Aula.
Fuori, dunque, una piazza che sa esattamente che cosa chiede. Dentro, un partito che di quella piazza si dichiara la casa naturale e che su quel testo si presenta diviso in tre: chi voterà a favore, chi si asterrà, chi voterà contro.
In quelle stesse settimane, sui social e nelle chat, circolava un testo anonimo costruito su venti domande. Domande su Elly Schlein, sui suoi incontri con Mario Draghi, Romano Prodi, Paolo Gentiloni e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini, sul ruolo di Matteo Renzi nel campo largo, sulla distanza fra la segretaria dei comizi e quella dei tavoli riservati. Molti hanno letto quel testo come l’ennesimo esercizio di dietrologia. Altri lo hanno rilanciato come una rivelazione.
Non è né l’una né l’altra cosa. È una domanda posta male. Perché per capire che cosa sarà il campo largo non serve immaginare che cosa si dicano i leader a porte chiuse. Bastano i voti. I voti sono pubblici, sono verbalizzati, hanno un numero e una data. E ne raccontano già abbastanza.
1. Una definizione che diventa legge
Il provvedimento si chiama, nel linguaggio parlamentare, atto Senato 1004, diventato a Montecitorio atto Camera 2830. Prima firma: Massimiliano Romeo, capogruppo della Lega al Senato. La commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama ha scelto il suo testo come base fra i sette presentati, e lo ha fatto il giorno della Memoria. Il testo è nato da un compromesso fra la Lega e i centristi di Italia Viva: al Senato risulta sottoscritto anche da Ivan Scalfarotto.
Il cuore del provvedimento non è una pena. È una definizione. Il ddl introduce nell’ordinamento italiano la definizione operativa di antisemitismo elaborata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance, insieme ai suoi indicatori esplicativi. Sette degli undici esempi allegati a quella definizione riguardano lo Stato di Israele. Fra questi, il paragone fra la politica israeliana contemporanea e quella nazista.
Su questo punto occorre essere precisi, perché la precisione è l’unica cosa che separa la critica dalla propaganda. Nel passaggio al Senato il testo è stato alleggerito. Sono cadute due previsioni particolarmente gravi presenti nella stesura originaria: il divieto preventivo di riunioni in luogo pubblico, che avrebbe consentito all’autorità di pubblica sicurezza di vietare una manifestazione sulla base di una valutazione prognostica, e le sanzioni penali. Chi sostiene la legge lo ricorda con ragione. La presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e il coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo hanno insistito sul fatto che il testo non introduce nuovi reati di opinione e che il primo articolo tutela espressamente la libertà di critica politica. Su Repubblica, Emanuele Fiano e Luciano Belli Paci, figli di due sopravvissuti ad Auschwitz, hanno chiesto al campo progressista di considerare la prevenzione dell’antisemitismo una responsabilità comune e una parte essenziale dell’impegno antifascista.
Sono obiezioni serie e vanno prese sul serio. Ma non riguardano il punto. Il punto è l’architettura.
La definizione IHRA non entra nel codice penale: entra nella scuola, nell’università, nella formazione, nel monitoraggio, nella moderazione dei contenuti sulle piattaforme, nelle attività dell’Osservatorio e nella Strategia nazionale. Amnesty International Italia ha osservato che tutte le attività e le misure previste restano ancorate a quella definizione e ai suoi indicatori, e ha ricordato una circostanza che dovrebbe bastare a chiudere la discussione: gli stessi estensori della definizione hanno invitato a non trasformarla in legge e a non utilizzarla nei contesti di formazione universitaria, proprio per il rischio che diventi strumento di censura. Amnesty ha aggiunto un dato concreto: sulla base di quella definizione, le attività di monitoraggio già oggi qualificano come antisemita il movimento per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni.
Nicola Perugini, che insegna relazioni internazionali all’università di Edimburgo, ha usato parole molto dure, definendo il provvedimento una legge negazionista e sostenendo che trasforma la critica politica in una forma di razzismo: chi accusa Israele di praticare l’apartheid rischierebbe di rientrare nella definizione, nonostante decine di rapporti internazionali usino esattamente quel termine.
Il meccanismo, del resto, non ha bisogno di un giudice per funzionare. Basta un preside prudente, un rettore che non vuole grane, un responsabile della comunicazione di un ente pubblico, un algoritmo di moderazione tarato su una lista di indicatori. Il rischio non sta soltanto nella lettera della norma: sta nella sua applicazione, nella zona grigia dove l’autocensura anticipa la sanzione e la rende superflua. È il modo più economico di ottenere il silenzio: non vietare, ma rendere costoso parlare.
Un dato, infine, complica ogni lettura semplificata e va riportato per onestà: la definizione IHRA è già stata adottata in via amministrativa dal governo italiano nel 2020, quando a Palazzo Chigi sedeva Giuseppe Conte. Chi oggi vota contro non parte da una fedina immacolata. Trasformare un atto amministrativo in legge dello Stato, però, non è la stessa cosa: cambia il rango, cambia la vincolatività, cambia la platea delle istituzioni obbligate a conformarsi.
2. Il 4 marzo: un voto che fotografa un partito
Il 4 marzo 2026 il Senato ha approvato il ddl in prima lettura: 105 voti favorevoli, 24 contrari, 21 astenuti. Hanno votato a favore tutte le forze di maggioranza, Italia Viva e Azione. Hanno votato contro il Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra.
Il Partito Democratico ha scelto l’astensione. Ma sei senatori dell’area riformista hanno votato sì contro la linea del gruppo: Graziano Delrio, Alfredo Bazoli, Pier Ferdinando Casini, Filippo Sensi, Walter Verini e Sandra Zampa. La senatrice Tatjana Rojc, pur presente in Aula, non ha partecipato al voto.
Delrio, che aveva presentato una propria proposta di legge poi sconfessata dal gruppo, ha spiegato in dichiarazione di voto che quel sì intendeva rompere un silenzio della cultura democratica su un’emergenza reale, e che era meglio compiere un piccolo passo avanti piuttosto che attendere un consenso unanime. Il presidente dei senatori dem, Francesco Boccia, ha parlato di occasione persa, accusando la maggioranza di non aver accolto gli emendamenti che avrebbero chiarito in modo esplicito che la critica al governo israeliano non è antisemitismo, e ha annunciato che il Pd avrebbe riaperto il confronto alla Camera.
Il gruppo del Pd al Senato conta trentasei componenti. Ventuno si sono astenuti, sei hanno votato a favore, gli altri risultavano assenti o in missione. Non c’è un solo senatore del Partito Democratico che abbia votato contro.
Questo non è un retroscena. Non è un virgolettato anonimo, non è un si dice, non è una fonte che chiede di restare coperta. È un verbale. Ed è, per chi sappia leggerlo, un documento politico più eloquente di qualunque intervista.
3. Alla Camera la spaccatura si allarga
Alla Camera la situazione non è migliorata: è peggiorata. Alla ripresa dei lavori, secondo quanto ricostruito dall’AGI, le posizioni dentro il gruppo dem erano almeno tre: il sì, l’astensione e il no. Laura Boldrini ha detto pubblicamente che bisogna votare contro. L’area riformista è orientata nella direzione opposta. Il ddl non ha soltanto diviso il campo largo: ha diviso il Pd dal Pd.
Pd, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno presentato due emendamenti significativi: uno per chiarire che non costituisce antisemitismo l’espressione della libera critica al governo israeliano, l’altro per sostituire la definizione IHRA con la Dichiarazione di Gerusalemme, elaborata nel 2021 da studiosi di tutto il mondo proprio per evitare la sovrapposizione fra antisionismo e antisemitismo. Il voto su quegli emendamenti è slittato al 14 settembre. L’Aula è fissata per il 2 ottobre.
Poco più di venti giorni per trovare una mediazione, oppure per certificare una frattura. Il relatore Paolo Emilio Russo, di Forza Italia, ha assicurato che il rinvio non ha motivazioni politiche e che l’obiettivo resta portare a casa il testo arrivato dal Senato. Il capogruppo del Movimento 5 Stelle, Riccardo Ricciardi, ha letto il provvedimento in chiave opposta: un’operazione politico-mediatica per condannare le piazze che in questi anni hanno protestato per Gaza.
4. Le consultazioni: da Prodi a via dell’Astronomia
Nello stesso arco di mesi, Elly Schlein ha aperto una stagione di consultazioni. Ha incontrato Romano Prodi, Paolo Gentiloni e Mario Draghi. Il Foglio, che ha seguito quella sequenza da vicino, ha raccontato che l’incontro più significativo è stato quello con l’ex presidente della Bce, e ha descritto un canale di comunicazione ormai stabile fra i due, con la segretaria nella parte dell’allieva attenta. Lo stesso giornale ha riferito che Draghi le avrebbe consigliato di non parlare di patrimoniale.
Su questi passaggi occorre una distinzione che molti, nel rilanciarli, non fanno. Il fatto che gli incontri siano avvenuti è accertato e non smentito. Il contenuto di quei colloqui, invece, è ricostruzione giornalistica: retroscena, non atto. Va letto come tale, con tutta la prudenza del caso. Nessuno ha pubblicato un verbale delle conversazioni fra Schlein e Draghi, e chi lo presenta come prova costruisce sulla sabbia.
C’è però un episodio che sta su un piano diverso, perché ha una data, un’ora, una durata e un elenco di presenti. Mercoledì 29 luglio 2026, di prima mattina, Elly Schlein ha ricevuto al Nazareno il presidente di Confindustria Emanuele Orsini. L’incontro non era stato annunciato ed è durato un’ora e mezza. Accanto alla segretaria c’era Igor Taruffi; accanto a Orsini il direttore generale di Confindustria, Maurizio Tarquini. Il Foglio ha collocato esplicitamente quel colloquio dentro il percorso di consultazioni avviato in vista della coalizione e del programma, e ha scritto che, dopo Prodi, Gentiloni e Draghi, la segretaria ha voluto ascoltare anche il mondo delle imprese, nell’intento di costruire una piattaforma meno sbilanciata a sinistra.
Il contenuto riferito è ancora più istruttivo della cornice. Convergenza sulle rinnovabili: Schlein vuole un piano straordinario, Orsini chiede lo sblocco di oltre quattromila progetti fermi. Accordo generico sulla necessità di aumentare i salari. Disaccordo netto sul salario minimo legale: la segretaria lo sostiene, il presidente di Confindustria ritiene che le soglie debbano fissarle le parti sociali. Divergenza sull’ETS, che il Pd considera essenziale e Confindustria punitivo.
Che un partito che aspira a governare parli con la più grande associazione datoriale del Paese non è, di per sé, uno scandalo. Sarebbe strano il contrario. Il problema non è il colloquio: è l’asimmetria. Perché il salario minimo, che è il punto su cui Confindustria dice no, è anche il punto su cui il campo largo ha costruito la propria identità pubblica. E quando un’identità pubblica incontra un veto privato, non è difficile prevedere quale delle due si adatterà all’altra.
Vale la pena ricordare da dove veniva questa segreteria. Il 12 marzo 2023, il giorno della proclamazione all’assemblea nazionale, Elly Schlein aveva promesso di estirpare i mali interni del partito e aveva pronunciato la frase che le procurò la standing ovation più lunga della giornata: non vogliamo più vedere capibastone e cacicchi vari. Tre anni e mezzo dopo, l’area che quella frase colpiva non solo non è stata ridimensionata, ma è la stessa che al Senato ha votato con la destra su una legge che comprime il diritto di critica. Non c’è bisogno di spiegarlo con un complotto. Basta l’aritmetica interna di un partito che non ha mai regolato i conti con la propria storia.
5. Il perimetro non è un’astrazione
Il 4 agosto, mentre Giuseppe Conte sosteneva che chi vince le primarie deve guidare l’intera coalizione, Schlein ha frenato: prima il programma condiviso da tutta l’alleanza, poi le primarie. Nelle stesse ore, a chiedere che le primarie si facessero subito non era un esponente della sinistra della coalizione, ma Matteo Renzi, che proponeva un patto di ferro preventivo e prometteva che il giorno dopo sarebbero stati tutti insieme.
L’8 settembre, alla festa nazionale di Alleanza Verdi e Sinistra a Roma, i quattro leader sono tornati sullo stesso palco. Conte ha rimesso agli atti le proprie perplessità sull’affidabilità di Renzi. Schlein ha risposto spostando il discorso dai nomi ai contenuti: sbaglieremmo a fare il perimetro da sigla a sigla. Sul candidato premier, decisione rinviata.
È una risposta elegante. Ed è, politicamente, insostenibile. Perché il perimetro non è un’astrazione lessicale: è un elenco di persone che hanno già votato.
Italia Viva e Azione hanno votato a favore del ddl 1004. Il testo che il presidio di Montecitorio chiama norma bavaglio porta, fra le firme, quella di un senatore di Italia Viva. Non si tratta di un veto ideologico né di un processo alle intenzioni: è un dato di voto, pubblico e verificabile. Dire che il perimetro non si fa da sigla a sigla significa affermare che il programma verrà scritto dopo aver deciso chi lo scriverà, cioè esattamente all’inverso di come dovrebbe funzionare una proposta politica. E significa lasciare la risposta a un calcolo che l’elettore non potrà controllare.
6. Perché la legge elettorale rende tutto questo decisivo
Nulla di tutto ciò accade nel vuoto. Mentre il campo largo discute di perimetri, il centrodestra sta riscrivendo le regole del gioco. La nuova legge elettorale, ribattezzata Stabilicum, prevede un sistema proporzionale corretto da un premio che scatta al 42 per cento dei voti validi su base nazionale, con settanta seggi aggiuntivi alla Camera e trentacinque al Senato, entro un tetto complessivo. Il testo, approvato a Montecitorio a luglio con voto segreto e fra le proteste delle opposizioni, è ora al Senato; la conferenza dei capigruppo ha calendarizzato per il 28 settembre l’eventuale ritorno alla Camera. L’ipotesi del ballottaggio è tramontata; il nodo delle preferenze e dei capilista bloccati resta aperto.
Le opposizioni hanno denunciato una riforma che concentra il potere decisionale nelle segreterie di partito a scapito della scelta diretta degli elettori. Hanno ragione. Ma quella denuncia, se non viene fino in fondo, si ritorce contro chi la pronuncia.
Perché se l’elettore non sceglie le persone, sceglie una coalizione. E se sceglie una coalizione, allora la composizione della coalizione diventa l’unico programma che conta davvero. Un sistema che toglie all’elettore lo strumento della preferenza e gli lascia soltanto un simbolo trasforma ogni decisione sul perimetro in una decisione presa al posto suo. Chi entra nel campo largo, in quel sistema, entra anche in Parlamento. E chi entra in Parlamento, quando si voterà su una legge come il ddl 1004, voterà come ha già votato.
7. Il programma e la sua aritmetica
Alla festa di AVS i quattro leader hanno elencato le misure del primo consiglio dei ministri di un eventuale governo progressista: salario minimo, congedo paritario, riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, aumento degli stipendi, stabilizzazione dei ricercatori precari, smantellamento dei decreti sicurezza, una legge sul clima, il riconoscimento dello Stato di Palestina. Angelo Bonelli ha annunciato per ottobre una fase di consultazione popolare sul programma.
Sono punti giusti. Alcuni sono attesi da anni. Ed è proprio questo il problema.
La delega per l’introduzione di un salario minimo orario era già contenuta nella legge 183 del 2014, il Jobs Act, approvata dal governo Renzi con il Partito Democratico di allora. Non fu mai esercitata. Dodici anni dopo, lo stesso Renzi che quella legge la fece propone, al posto del salario minimo, un entry wage e chiede garanzie per le imprese. Confindustria chiede che le soglie restino nella contrattazione. Il Pd sostiene il salario minimo legale a nove euro. Tre posizioni incompatibili, tutte dentro o alle porte della stessa coalizione.
A questo si aggiunge la frattura più profonda, quella sulla politica estera. Il 23 luglio, in una lunga intervista al Foglio, Schlein ha rivendicato senza ambiguità il sostegno militare a Kiev, ha definito criminale l’invasione russa e ha chiesto un’Europa capace di costruire una difesa comune. Movimento 5 Stelle e AVS sono contrari alla prosecuzione dell’invio di armi. Non è una sfumatura: è la differenza fra due politiche estere.
L’aritmetica è semplice e nessuno la scrive nei comunicati. Ogni allargamento verso il centro sottrae una riga al programma. Non perché qualcuno tradisca: perché una coalizione che deve tenere insieme chi vuole il salario minimo legale e chi lo considera un errore non approverà il salario minimo legale. Approverà un compromesso, e il compromesso lo scriverà chi ha più potere contrattuale, non chi ha più voti nei quartieri popolari. Il prezzo di un alleato non è quello che l’alleato chiede: è tutto ciò che si smette di chiedere prima ancora di sedersi al tavolo.
8. Che cosa è verificabile e che cosa resta retroscena
Torniamo al testo delle venti domande, perché merita di essere trattato con lo stesso rigore che si pretende da chi governa.
I nuclei fattuali su cui quel testo si regge sono, nella quasi totalità, verificabili e riconducibili a fonti identificabili. Gli incontri con Prodi, Gentiloni e Draghi sono stati raccontati dal Foglio fra il 25 e il 30 giugno 2026. L’incontro con Orsini al Nazareno del 29 luglio 2026, non annunciato, è stato rivelato dallo stesso quotidiano, con i nomi dei presenti e la durata. La frase sui capibastone e i cacicchi risale al 12 marzo 2023 ed è nelle agenzie di quel giorno. La richiesta di Renzi di fare le primarie subito è del 3 e 4 agosto 2026 ed è documentata dall’ANSA. Chi ha assemblato quelle venti domande ha lavorato, in larga parte, su materiale giornalistico esistente.
Altri passaggi, invece, non sono verificabili e vanno dichiarati per quello che sono. L’idea che una futura presidenza Draghi al Quirinale servirebbe a contenere le ambizioni di Conte è un’ipotesi che circola negli ambienti parlamentari e che alcuni giornali hanno riportato come suggestione, non come fatto. La descrizione del canale Schlein-Draghi come ormai decisivo è una valutazione, non un accertamento. Le intenzioni attribuite alla segretaria del Pd sono, appunto, attribuite: nessuno le ha dichiarate.
Qui sta il punto che l’autore anonimo di quelle domande non ha visto. Non serve dimostrare un’intenzione nascosta. Le intenzioni sono irrilevanti quando i voti sono pubblici. Non importa sapere che cosa Elly Schlein pensi davvero del ddl 1004: importa che il suo gruppo al Senato si sia astenuto, che sei suoi senatori abbiano votato con la Lega, che alla Camera il partito arrivi diviso in tre e che la coalizione che sta costruendo comprenda le forze che quel testo lo hanno votato. Una convergenza documentata di comportamenti non è la prova di un disegno. Ma non ha bisogno di esserlo: produce gli stessi effetti.
9. Le persone dietro le definizioni
C’è una ragione per cui questa vicenda non è una questione di posizionamenti fra gruppi dirigenti, ed è che le definizioni, quando diventano legge, atterrano sulle persone.
Atterrano sulla studentessa che in un’assemblea universitaria usa la parola apartheid, che compare in decine di rapporti di organizzazioni internazionali, e che da quel momento dovrà chiedersi se quella parola la espone a un procedimento disciplinare. Atterrano sull’insegnante di storia che deve spiegare Gaza a una classe di sedicenni e che, davanti a una definizione con undici indicatori, sceglierà la via più prudente: non parlarne. Atterrano sul ricercatore che rinuncia a un paragone storico perché il paragone storico è esplicitamente elencato. Atterrano sull’operatore di una ong che documenta violazioni e si ritrova la propria documentazione classificata come pregiudizio.
E atterrano, con una crudeltà particolare, sui cittadini ebrei italiani che l’antisemitismo lo subiscono davvero: le scritte sulle saracinesche, gli insulti in metropolitana, la vigilanza davanti alle scuole, la paura di portare una kippah in strada. A loro questa legge non dà una protezione in più. Dà una definizione, e gliela consegna dentro una rissa parlamentare che trasforma la loro sicurezza in una clava da usare contro l’avversario politico. È la seconda ingiustizia, e la meno raccontata: chi ha bisogno di essere difeso viene usato come argomento.
E atterrano, infine, su chi da dodici anni aspetta che una delega scritta in una legge diventi una busta paga. Le persone che lavorano a quattro euro l’ora nei magazzini della logistica, nelle mense, nelle cooperative degli appalti al ribasso non hanno seguito la trattativa fra il Nazareno e via dell’Astronomia. Sapranno com’è andata quando apriranno la busta paga, che è l’unico documento parlamentare che la maggioranza degli italiani legga davvero.
10. Astenersi è già decidere
L’articolo 21 della Costituzione stabilisce che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero. Non dice che il diritto vale fino a quando il pensiero non risulta sgradito a un governo alleato. L’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza. Non dice che gli ostacoli si rimuovono solo quando non irritano nessuno.
Piero Calamandrei diceva che la Costituzione non è una macchina che si muove da sola: bisogna metterci dentro il combustibile, e il combustibile sono l’impegno e la responsabilità dei cittadini. Vale anche per i partiti. Un partito che di fronte a una norma che comprime il diritto di critica non trova la forza di dire no non sta cercando una mediazione: sta dichiarando quanto vale, per lui, quel diritto.
Perché l’astensione, in Parlamento, non è una posizione intermedia. È un calcolo. Serve a non perdere nessuno: né chi sta in piazza con l’ANPI né chi guarda al centro, né l’elettore di sinistra né l’interlocutore di Confindustria. E per un certo periodo funziona. Il problema è che funziona soltanto finché nessuno chiede il conto. Il 2 ottobre, in Aula, il conto arriva: sul ddl antisemitismo non esiste un pulsante che dica forse.
La domanda vera, allora, non è quella delle venti domande. Non è se Elly Schlein sia davvero di sinistra, questione che appartiene al gossip politico più che all’analisi. La domanda vera è un’altra, ed è più scomoda perché non riguarda lei: riguarda noi.
Che cosa resta di un’alternativa quando l’alternativa si costruisce includendo chi ha votato contro le cose per cui l’alternativa dovrebbe esistere? E che cosa dovrebbero fare, nel frattempo, le persone che in questi anni hanno riempito le piazze per Gaza, per il salario minimo, contro l’autonomia differenziata, contro il premierato, e che oggi si vedono restituire un’astensione come risposta?
Non c’è una risposta comoda. C’è però un criterio, e in una democrazia che si sta riscrivendo le regole elettorali è l’unico che rimanga davvero in mano a chi vota: guardare che cosa i partiti fanno quando votare costa qualcosa. I programmi si scrivono. I comizi si pronunciano. I voti, quelli, restano agli atti.
Mario Sommella
Fonti
- Il Foglio, «Draghi per Schlein. Si sono incontrati. Lui ascolta, la consiglia e la stima per il suo senso istituzionale», 25 giugno 2026. Link
- Il Foglio, «Draghi, Prodi e pure Gentiloni. Dove portano le consultazioni di Schlein», 30 giugno 2026. Link
- Il Foglio (edizione inglese), «The secret meeting between Schlein and Confindustria’s president», 29 luglio 2026. Link
- Il Foglio, «L’alternativa c’è e siamo pronti a governare. Intervista a Elly Schlein», 23 luglio 2026. Link
- Il Foglio, «Il Senato approva il ddl antisemitismo: il Pd si spacca, voto contrario di M5s e Avs», 4 marzo 2026. Link
- Il Foglio, «Il Ddl antisemitismo arriva alla Camera. E l’Anpi prepara la protesta», 31 agosto 2026. Link
- Il Fatto Quotidiano, «Antisemitismo, il Senato approva il ddl. Il Pd si spacca: sei riformisti votano Sì contro la linea del gruppo», 4 marzo 2026. Link
- Il Fatto Quotidiano, intervista a Nicola Perugini, «Ddl antisemitismo e definizione Ihra», 9 settembre 2026. Link
- Il Post, «Il PD si è diviso sul disegno di legge contro l’antisemitismo», 5 marzo 2026. Link
- AGI, Paolo Molinari, «Il ddl antisemitismo riaccende le tensioni nel Pd», 9 settembre 2026. Link
- Amnesty International Italia, «Ddl antisemitismo: il testo proposto al Senato», marzo 2026. Link
- Senato della Repubblica, testo proposto dalla 1ª Commissione permanente sul ddl n. 1004 e connessi. Link
- ANSA, «Pd: Schlein, estirpiamo cacicchi e capibastone», 12 marzo 2023. Link
- ANSA, Michela Suglia, «Tensione nel campo largo, Schlein stoppa Conte sulle primarie», 4 agosto 2026. Link
- ANSA, «Il campo largo punta sul programma, sulle primarie si deciderà», 8 settembre 2026. Link
- Sky TG24, «Campo largo, prove di unità alla festa Avs: i nodi Ucraina e perimetro», 8 settembre 2026. Link
- Askanews, ripresa da Mondo Professionisti, «Frena il voto sul ddl antisemitismo in commissione», 9 settembre 2026. Link
- Moked (UCEI), rassegna «Bokertov», 9 settembre 2026. Link
- Mosaico-CEM, «Il Senato approva il ddl contro l’antisemitismo: maggioranza compatta, opposizioni divise», 9 marzo 2026. Link
- Euronews, «Italia, ddl antisemitismo: oltre 100 sigle in piazza contro la norma-bavaglio», 28 agosto 2026. Link
- Volere la Luna, «Antisemitismo: un disegno di legge contro la democrazia», 4 settembre 2026. Link
- La Discussione, «Legge elettorale: intesa nel centrodestra, premio di maggioranza al 42%», 10 settembre 2026. Link
- Il Sole 24 Ore, «Renzi: noi nel campo largo garanzia per imprese, no a più tasse», 21 maggio 2026. Link
- Legge 10 dicembre 2014, n. 183 (Jobs Act), delega in materia di compenso orario minimo. Gazzetta Ufficiale n. 290 del 15 dicembre 2014.
- Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 3 e 21.
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