Netanyahu all’ONU: la menzogna elevata a dottrina, l’applauso della complicità

Benjamin Netanyahu ha parlato all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite in un’aula semi-vuota, svuotata non solo dai delegati che lo hanno lasciato in segno di protesta, ma anche dalla credibilità morale di un leader che da mesi guida – insieme ai suoi ministri dell’ala oltranzista – un governo responsabile di crimini inenarrabili contro il popolo palestinese.

Il suo discorso ha seguito un copione prevedibile: negazione del genocidio, accusa a Hamas di “rubare il cibo” per giustificare la fame imposta a Gaza, criminalizzazione di chi riconosce lo Stato di Palestina. Una narrazione intrisa di falsità, utile solo a capovolgere la realtà e a rivestire di legittimità un’operazione di sterminio che il mondo intero osserva con orrore.

👉 Guarda il video su YouTube, in cui si percepisce chiaramente l’atmosfera in aula. A un certo punto si sente in italiano un “bravo” ripetuto due volte. Non possiamo avere la certezza che provenisse dalla delegazione italiana, ma se così fosse saremmo davanti a un episodio gravissimo: la complicità plateale del nostro Paese con un leader responsabile di un massacro che la storia giudicherà come genocidio.

Un’aula che si svuota, una piazza che esplode

Al momento dell’ingresso di Netanyahu, decine di delegazioni hanno abbandonato l’aula tra fischi e proteste. Fuori dal Palazzo di Vetro, migliaia di manifestanti hanno invaso le strade di New York: a Times Square e lungo la Sixth Avenue si sono levati slogan come “killer di bambini” e “Palestina libera”. La polizia ha arrestato decine di attivisti davanti all’albergo del premier israeliano.

La scena è stata uno specchio: dentro un uomo isolato, arroccato nelle sue menzogne; fuori una società civile mondiale che alza la voce contro il genocidio.

Il coro degli estremisti

A sostenere Netanyahu ci hanno pensato i suoi alleati interni, come il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, che ha ribadito: “non ci sarà mai uno Stato palestinese”. Un proclama che cancella ogni ipotesi di pace e convivenza, alimentando un conflitto senza fine.

In aula, gli applausi più convinti non sono arrivati sui temi della pace, ma quando Netanyahu ha citato Donald Trump. La delegazione americana si è alzata a battere le mani, confermando la continuità di un asse che copre Israele da ogni responsabilità internazionale.

Manipolazione e guerra psicologica

Tra gli annunci più inquietanti, quello sull’infiltrazione dei telefoni dei gazawi e la trasmissione del discorso tramite altoparlanti installati nella Striscia. Non è solo violenza fisica: è colonizzazione totale dello spazio vitale e comunicativo di un popolo, ridotto a prigioniero persino dei propri dispositivi elettronici.

Il ribaltamento delle accuse

Netanyahu ha bollato come “bugie antisemite” le critiche a Israele, presentandosi come difensore della vita civile. Ha chiesto al mondo: “Quale Paese che commette un genocidio implorerebbe i civili di andarsene?”. La risposta è evidente: nessun Paese che non sia guidato da un cinismo assoluto continuerebbe a bombardare ospedali, scuole, campi profughi mentre finge di preoccuparsi dei civili.

La sua retorica, che equipara il riconoscimento della Palestina al sostegno al terrorismo, conferma l’indisponibilità del sionismo radicale al potere a Tel Aviv ad accettare qualsiasi prospettiva diversa dalla cancellazione del popolo palestinese.

L’Italia e l’ombra della complicità

Il presunto “bravo” in italiano che si sente in aula, se davvero proveniente dalla delegazione italiana, aprirebbe un capitolo vergognoso per il nostro Paese. Non sarebbe più soltanto silenzio, ma adesione complice al racconto di un criminale di guerra. In un tempo in cui il diritto internazionale è già calpestato, l’Italia rischierebbe di collocarsi dalla parte sbagliata della storia, rinnegando la propria Costituzione nata dall’antifascismo.

Il discorso di Netanyahu all’ONU non ha convinto nessuno al di fuori della sua cerchia di fanatici e complici. Ha confermato al contrario ciò che milioni di persone gridano nelle piazze del mondo: Israele, sotto la sua guida, pratica l’apartheid, usa la fame come arma e nega il diritto all’esistenza del popolo palestinese.

La vera notizia non è ciò che Netanyahu ha detto, ma ciò che il mondo ha fatto in risposta: l’aula che si svuota, le piazze che si riempiono, la coscienza che resiste. La storia giudicherà, e quel giudizio non sarà dettato dai suoi “quiz” propagandistici, ma dal sangue innocente che continua a scorrere a Gaza.

Fonti
• Agenzie internazionali: Associated Press, Reuters, AFP
• Quotidiani: Haaretz, Times of Israel, The Jerusalem Post, Al Jazeera English
• Rassegna italiana: Ansa, La Repubblica, Il Manifesto
• Dichiarazioni ufficiali: sito dell’Assemblea Generale ONU, comunicati del portavoce del Primo Ministro israeliano
• Documentazione e testimonianze: video integrale del discorso e proteste a New York
• Audio-video del discorso con intervento in italiano: YouTube

“Il massacro di Gaza e il declino di Israele: una vittoria di Pirro che sta cambiando il mondo”

Israele ha devastato Gaza in un’operazione militare di una brutalità senza precedenti nella storia recente. Con oltre 45.000 morti palestinesi, più di 100.000 feriti, la distruzione sistematica di case, ospedali, scuole e infrastrutture, Tel Aviv ha tentato di annientare Hamas e di cancellare la resistenza palestinese. Tuttavia, nonostante l’enorme prezzo in vite umane e le risorse impiegate, Israele sta perdendo la guerra.

Il fallimento militare: Hamas è ancora in piedi

L’obiettivo dichiarato di Israele era l’eliminazione di Hamas. Dopo più di un anno e mezzo di bombardamenti incessanti, incursioni terrestri e operazioni mirate, Hamas non solo non è stato sconfitto, ma è ancora in grado di combattere. Il movimento islamista continua a operare nelle sue vaste reti di tunnel, mantenendo una struttura militare organizzata. La consegna degli ostaggi israeliani, effettuata da uomini armati in tuta mimetica con il volto coperto, ha dimostrato al mondo che Hamas non è stato smantellato, ma è ancora in grado di dettare le condizioni di uno scambio.

Il bacino di reclutamento del movimento non è mai stato così ampio: ogni bombardamento che uccide una famiglia palestinese alimenta la determinazione delle nuove generazioni a combattere Israele. Il massacro di Gaza non ha portato alla distruzione di Hamas, ma ha rafforzato la sua narrativa di resistenza, attirando sostegno non solo nei territori occupati, ma in tutto il mondo arabo e oltre.

Il disastro politico: Israele ha perso la battaglia dell’opinione pubblica

Se sul piano militare il risultato è incerto, su quello politico il bilancio per Israele è disastroso. Per decenni, Tel Aviv ha costruito la sua immagine di “unica democrazia del Medio Oriente”, giustificando la sua politica con il diritto alla sicurezza. Tuttavia, il massacro di Gaza ha smascherato il vero volto del progetto sionista: un disegno coloniale, fondato sulla pulizia etnica e sullo sterminio sistematico del popolo palestinese.

Le immagini dei bombardamenti su scuole e ospedali, delle fosse comuni, dei bambini estratti morti dalle macerie hanno cambiato la percezione globale. Oggi Israele è più isolato che mai: cresce il boicottaggio internazionale, aumentano le condanne da parte di organismi come l’ONU e la Corte Internazionale di Giustizia. Il sostegno incondizionato degli Stati Uniti e di alcune potenze europee non è più sufficiente a mascherare la realtà.

Donald Trump e il ruolo della nuova amministrazione americana

La sconfitta politica di Israele si inserisce in un contesto geopolitico in rapido mutamento. Il ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti ha riportato in primo piano un’agenda aggressiva nei confronti del Medio Oriente, con un sostegno ancora più esplicito a Netanyahu e al suo governo di estrema destra.

Durante la sua prima presidenza, Trump ha dimostrato un totale allineamento con la destra israeliana: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale, il sostegno agli insediamenti illegali in Cisgiordania e la normalizzazione con alcuni Paesi arabi hanno rafforzato il progetto del “Grande Israele”. Tuttavia, la sua strategia ha anche portato all’escalation attuale, distruggendo ogni possibilità di una soluzione politica e spingendo i palestinesi all’angolo.

Oggi, con un Congresso repubblicano ostile a ogni forma di mediazione e un’amministrazione che considera la Palestina un “problema secondario”, l’agenda di Trump potrebbe trasformare la guerra in un conflitto ancora più devastante. Il nuovo presidente ha già annunciato un rafforzamento degli aiuti militari a Israele e una maggiore pressione su Iran, Siria e Hezbollah, alimentando il rischio di un’escalation regionale.

Tuttavia, il sostegno cieco a Israele potrebbe rivelarsi un boomerang per Washington. Il massacro di Gaza ha alienato gran parte dell’opinione pubblica globale, compresa quella americana: all’interno degli Stati Uniti cresce il dissenso, con manifestazioni pro-palestinesi che coinvolgono sempre più giovani e minoranze etniche. L’America di Trump rischia di trovarsi isolata su un tema che sta ridisegnando gli equilibri geopolitici mondiali.

Verso una nuova resistenza internazionale

La tragedia palestinese ha messo in moto una reazione globale senza precedenti. Centinaia di ONG, associazioni e movimenti stanno lavorando per sostenere Gaza, raccogliendo aiuti e informando l’opinione pubblica sulle atrocità commesse da Israele. Ma questo non basta.

È necessario costruire una rete più strutturata, un’Alleanza Internazionale per la Resistenza Palestinese che unifichi gli sforzi e coordini le azioni a livello globale. Serve pressione politica sui governi affinché contribuiscano alla ricostruzione di Gaza con risorse concrete. Occorre organizzare campagne di boicottaggio economico più efficaci, rafforzare la lotta contro la disinformazione mediatica e riportare la mobilitazione nelle piazze, nelle scuole, nelle università.

Israele ha distrutto Gaza, ma non ha vinto. Il popolo palestinese continua a resistere, e con esso cresce una nuova consapevolezza globale: il tempo delle narrazioni imposte sta finendo. La storia, come sempre, sarà scritta dai popoli e non dagli oppressori.

Trump e la Pulizia Etnica di Gaza: Il Primatismo Geopolitico di un Presidente Primitivo

L’incontro tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu ha segnato un nuovo capitolo nella follia geopolitica dell’ex presidente americano. Durante la conferenza stampa congiunta, Trump ha esplicitamente evocato l’espulsione dei palestinesi da Gaza, rendendo pubblica una prospettiva di pulizia etnica mai dichiarata in modo così aperto da un leader degli Stati Uniti.
Questo non è solo un atto di brutalità imperiale, ma il segnale di una politica guidata dall’istinto più primitivo, priva di qualsiasi analisi strategica o rispetto per la diplomazia internazionale.

La Scimmia davanti alla Scacchiera

Come ha detto Nikolaj Lilin, Trump è un “primitivo nelle questioni geopolitiche”, e il suo comportamento ricorda quello di una scimmia di fronte a una scacchiera contro un campione di scacchi. Il mondo si muove su logiche complesse, in cui la diplomazia, gli equilibri di potere e la storia giocano un ruolo essenziale. Ma Trump ignora tutto questo, riducendo le relazioni internazionali a una serie di scelte istintive, dettate dalla pancia e dagli umori del suo elettorato.

La sua idea di espellere i palestinesi da Gaza e affidare la ricostruzione agli Stati Uniti, con soldati americani a “sorvegliare” il processo, è l’emblema della sua visione troglodita della politica estera. È come se credesse che il mondo funzionasse con la stessa logica di un reality show, in cui basta dettare una narrazione per farla diventare realtà. Ma la politica internazionale non è un set televisivo e i popoli non si spostano come pedine su una mappa.

Una Bomba sulla Tregua e sulla Stabilità del Medio Oriente

Le dichiarazioni di Trump arrivano in un momento delicato, mentre la fragile tregua di Gaza era entrata nella sua fase decisiva. Hamas aveva accettato di negoziare il ritiro israeliano dalla Striscia, con l’obiettivo implicito di mantenere il territorio sotto il controllo palestinese. L’intervento di Trump, invece, ha distrutto questa prospettiva, negando ogni possibilità di una permanenza palestinese a Gaza.

Questa mossa ha effetti devastanti immediati: Hamas potrebbe decidere di abbandonare i negoziati e riprendere la guerra, aggravando ulteriormente la crisi. Per ora la milizia islamica si è limitata a chiedere a Trump di ritrattare e agli Stati arabi di intervenire, ma la situazione potrebbe precipitare. Inoltre, la follia di Trump non tiene conto di un aspetto fondamentale: i palestinesi non se ne andranno con le buone. Non esistono ferrovie a Gaza, ma se ce ne fossero, assisteremmo a vagoni blindati carichi di deportati. E i pochi Paesi citati da Trump, come l’Egitto e la Giordania, hanno già rifiutato l’idea di accogliere gli sfollati.

L’Eredità di un Imperialismo Spietato

Trump non si limita a essere rozzo e ignorante: il suo primitivismo ha conseguenze concrete. La deportazione forzata di un milione e ottocentomila palestinesi alimenterebbe un nuovo irredentismo e una resistenza ancora più feroce di quella attuale. Se oggi Hamas combatte con la speranza di un futuro Stato palestinese, la diaspora forzata trasformerebbe il conflitto in una guerra senza fine. I soldati americani mandati a Gaza diverrebbero bersagli di attentati, e la regione si infiammerebbe ancora di più.

L’intera strategia di Trump è fondata sulla violenza e sulla repressione, ma non considera le conseguenze a lungo termine. Un leader razionale saprebbe che il Medio Oriente non è una scacchiera dove si può semplicemente rimuovere un pezzo e dichiarare vittoria. Ma Trump non è un giocatore di scacchi: è un istintivo, un improvvisatore che cambia posizione in base alle convenienze immediate.

Una Politica da Showman, Non da Statista

Trump ha sempre giocato la carta dell’estremismo per compiacere la destra sionista e assicurarsi il loro appoggio. Tuttavia, questa strategia rischia di destabilizzare il suo stesso progetto politico. Il suo obiettivo dichiarato era trasformare la competizione militare globale in una competizione commerciale, riducendo il coinvolgimento diretto degli Stati Uniti nelle guerre. Ma con questa uscita su Gaza, sta facendo esattamente il contrario: sta preparando il terreno per un’escalation globale.

Perfino nei media israeliani, tradizionalmente allineati con la destra, emergono dubbi sulla fattibilità del piano di Trump. Alcuni lo considerano un bluff, altri lo vedono come una provocazione senza sbocchi concreti. Ma ciò che è certo è che questa dichiarazione ha reso il mondo un posto più instabile e pericoloso.

Un Popolo che Merita il Suo Leader

Alla fine, Trump ragiona come il popolo che lo sostiene: con istinto, visceralità, senza rispetto per gli interlocutori. La sua retorica è semplice, rozza e violenta perché si rivolge a un elettorato che non cerca soluzioni complesse, ma slogan facili da digerire. E così, mentre il mondo cerca disperatamente una via d’uscita dalla crisi, Trump gioca con il destino di milioni di persone come se fosse un bambino che tira pugni a casaccio contro il tabellone di un gioco che non sa come vincere.

Il problema non è solo Trump, ma il sistema che lo ha reso possibile. Un sistema in cui la politica estera è ridotta a uno spettacolo mediatico e in cui un uomo che si comporta come un troglodita può avere il potere di decidere il destino di interi popoli.

Il genocidio del popolo palestinese è la complicità dell’Occidente: la nostra vergogna storica 

di Mario sommella
Gaza è una distesa di macerie. Cinquanta milioni di tonnellate di distruzione, corpi in decomposizione sepolti sotto il cemento, acqua contaminata, malattie e fame. Questo è il risultato di un assedio disumano che si protrae senza sosta, mentre il mondo osserva in silenzio, quando non è apertamente complice.
Il reportage di Chris Hedges è un atto di accusa contro un genocidio in diretta, perpetrato con la benedizione e il supporto dell’Occidente. Non possiamo più nasconderci dietro le retoriche politiche, le giustificazioni sulla sicurezza o la propaganda mediatica: quello che sta accadendo a Gaza è un crimine contro l’umanità, un’operazione sistematica di pulizia etnica portata avanti con la forza delle bombe e la fame come arma di guerra.
Un inferno costruito con il sostegno dell’Occidente
Israele, rifornito di armi dagli Stati Uniti, dalla Germania, dall’Italia e dal Regno Unito, ha ridotto Gaza a un cumulo di rovine, lasciando milioni di persone senza casa, senza cure mediche, senza cibo e senza speranza. I numeri parlano chiaro: il 90% della popolazione è stata sfollata, il tasso di disoccupazione è dell’80%, il PIL è crollato dell’85%. Gli ospedali, le scuole, le università, i panifici e persino i cimiteri sono stati rasi al suolo. Non è un’operazione militare: è un annientamento pianificato.
E mentre i palestinesi vengono spinti verso la disperazione più assoluta, Israele continua a impedire l’accesso della stampa internazionale a Gaza, perché l’orrore non deve essere documentato, perché le voci delle vittime devono essere soffocate.
L’ONU stima che la ricostruzione di Gaza richiederebbe almeno 50 miliardi di dollari e 15 anni, ma sappiamo che questo non accadrà. Israele non permetterà mai la rinascita di Gaza, perché il suo obiettivo è chiaro: rendere la Striscia invivibile fino a costringere alla fuga il suo popolo.
Un genocidio che l’Occidente sceglie di ignorare
Washington e le capitali europee restano inerti, complici di questo crimine storico. Non c’è alcuna volontà politica di fermare il massacro. Gli stessi governi che si riempiono la bocca con parole come “democrazia” e “diritti umani” sono gli stessi che forniscono le armi per sterminare un popolo.
Abbiamo visto genocidi nella storia recente: in Rwanda, in Bosnia, nell’Olocausto e in altri massacri coloniali dimenticati. E ogni volta, dopo la tragedia, i leader occidentali hanno ripetuto lo stesso mantra: “Mai più.” Eppure, oggi, Gaza brucia sotto gli occhi del mondo e nessuno muove un dito. L’ipocrisia è insopportabile.
Israele: un modello per i nuovi fascismi globali
Israele è diventato il laboratorio del futuro distopico che l’estrema destra mondiale sogna di realizzare ovunque: uno Stato militarizzato, etnonazionalista, che usa la violenza indiscriminata per “ripulire” la sua società da chiunque venga considerato indesiderato. Il sostegno che riceve dai governi occidentali è l’ennesima prova che la democrazia, nel mondo di oggi, è solo un’illusione per chi è abbastanza privilegiato da potersela permettere.
Mentre le bombe devastano Gaza, mentre i bambini muoiono di fame vittime dei cecchini israeliani, e i corpi restano insepolti sotto le macerie, l’Occidente non solo guarda, ma partecipa attivamente al massacro. E quando il genocidio sarà compiuto, quando la Striscia sarà svuotata e i palestinesi costretti all’esilio, i governi occidentali non avranno il diritto di dire di non sapere.
Noi lo sappiamo. E il nostro silenzio ci rende colpevoli.
Fonte: articolo pubblicato sull’anti-diplomatico da un report di Chris Hedges