L’OMBRA DI THIEL SU ROMA

Il miliardario dell’apocalisse, Palantir e la nuova strategia della tensione.

UN CENACOLO SEGRETO NELLA CAPITALE

Dal 15 al 18 marzo 2026, Peter Thiel sarà a Roma. Non per un convegno accademico, non per una conferenza pubblica, non per un incontro con le istituzioni democratiche del nostro Paese. L’eminenza grigia del trumpismo globale, il miliardario che ha fondato Palantir Technologies — la società di sorveglianza di massa che serve CIA, FBI, eserciti e governi di mezzo mondo — arriverà nella capitale italiana per parlare di “Anticristo” davanti a una ristretta cerchia di “eletti”, in un incontro di cui si conosce l’esistenza ma non il luogo preciso, non i partecipanti, non l’agenda.

Dovrebbe fare rabbrividire. E invece, nel silenzio assordante del governo Meloni, la notizia rischia di scivolare via come tante altre in questo periodo storico di caos organizzato, dove le emergenze si moltiplicano e la capacità di attenzione viene sistematicamente erosa.

Le opposizioni si sono mosse. Il Partito Democratico ha annunciato un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo se siano previsti incontri tra Thiel e il settore pubblico italiano. Elisabetta Piccolotti di Alleanza Verdi e Sinistra ha chiesto pubblicamente: “Cosa verrà a fare nel nostro Paese? Sta forse cercando nuovi accordi o contratti con istituzioni pubbliche, come già avvenuto in Francia?” Una domanda legittima, a cui — come già accaduto con l’interrogazione presentata a gennaio — non è arrivata alcuna risposta.

Il governo tace. E il silenzio, in politica, non è mai neutro.

CHI È PETER THIEL: L’IDEOLOGO OSCURO DELLA TECNO-DESTRA

Per capire perché questa visita non può essere liquidata come una questione privata, occorre sapere chi è davvero Peter Thiel. Nato a Francoforte nel 1967, cresciuto nell’Africa del Sud durante l’apartheid in una comunità tedesca nota per la glorificazione del nazismo, Thiel è oggi uno degli uomini più influenti — e meno conosciuti dal grande pubblico — del pianeta. Con un patrimonio stimato intorno ai 27,5 miliardi di dollari, è co-fondatore di PayPal, primo investitore esterno in Facebook, fondatore di Palantir Technologies e presidente del suo consiglio di amministrazione.

Ma la sua influenza non si misura solo in dollari. Thiel è un ideologo. Nel suo saggio del 2004 “The Straussian Moment” — disponibile online e attualmente pubblicato in Italia da Liberilibri con il titolo Il momento straussiano — espone una visione del mondo che fa venire i brividi nella sua coerenza interna: la democrazia è incompatibile con la libertà capitalista. Il suffragio universale, e in particolare il voto alle donne, ha prodotto uno Stato sociale che ha reso impossibile una società pienamente libertaria. Non stiamo parafrasando: sono le sue parole.

La sua filosofia politica intreccia Leo Strauss, Carl Schmitt — il filosofo del diritto che fornì la base giuridica al regime nazista — e René Girard. Da Strauss, Thiel eredita la distinzione tra una verità esoterica per pochi e una verità essoterica per le masse. Da Schmitt, la dottrina dello stato di emergenza permanente come fondamento del potere sovrano: chi decide sullo stato di eccezione, è il sovrano. E se il rischio è la fine della civiltà, l’emergenza è per definizione perenne. La democrazia, in questa visione, diventa un lusso che non possiamo permetterci.

“La società più giusta non può vivere senza l’intelligence, ma l’intelligence è impossibile senza la sospensione di alcune regole del diritto naturale.” — Peter Thiel, Il momento straussiano

Invece delle Nazioni Unite, la cui diplomazia collettiva gli «assomiglia a favole shakespeariane raccontate da idioti», Thiel ha teorizzato che occorre affidarsi a un coordinamento segreto dei servizi di intelligence del mondo — qualcosa come il sistema ECHELON — come unica via per una «pax americana veramente globale». Operando, va da sé, al di fuori di ogni controllo democratico.

PALANTIR: IL GRANDE OCCHIO CHE NON DORME

Il braccio operativo di questa filosofia si chiama Palantir Technologies. Fondata nel 2003 — un anno prima che Thiel investisse in Facebook — nasce esplicitamente per applicare al governo americano le tecnologie anti-frode sviluppate per PayPal: “Prenderemo la tecnologia che usavamo in PayPal per fermare i criminali informatici, la trasformeremo in un prodotto e la venderemo ai servizi di intelligence.” Il risultato è uno strumento di sorveglianza di massa senza precedenti nella storia.

Oggi Palantir lavora per CIA, FBI, Pentagono, ICE, eserciti di mezzo mondo. A marzo 2025, ha fornito alla NATO un sistema di intelligenza artificiale per le operazioni militari in Ucraina. Negli Stati Uniti gestisce la piattaforma ImmigrationOS per l’agenzia ICE: 30 milioni di dollari per un sistema che traccia, identifica, classifica e facilita l’espulsione degli immigrati irregolari, mappando l’intero processo dall’acquisizione dei dati alla logistica. In Germania, la polizia bavarese usa software Palantir per la sorveglianza predittiva. In Francia, il Ministero degli Interni ha già stretto un accordo con l’azienda. Nel Regno Unito esiste una partnership con il Ministero della Difesa per le armi autonome.

E l’Italia? Ufficialmente, nessun accordo. Ma la visita di Thiel a Roma arriva nel mezzo di un’offensiva commerciale europea di Palantir che sta già producendo risultati concreti in tutto il continente. La domanda delle opposizioni — “sta cercando nuovi accordi?” — non è quindi paranoica. È l’unica domanda sensata da fare.

Il modello operativo di Palantir è stato descritto lucidamente da alcuni analisti: l’azienda non si limita a vendere software. Costruisce l’architettura operativa di un nuovo tipo di Stato, dove sorveglianza e abilitazione alla forza vengono esternalizzate a entità private. Uno Stato dentro lo Stato, ma con sede a Denver e quotato al Nasdaq.

EPSTEIN, LE SOCIETÀ SEGRETE E IL “DIALOG”

La connessione con Jeffrey Epstein non è un dettaglio da tabloid. È una finestra sul modo di operare di questa rete di potere. Le mail di Epstein pubblicate nel 2026 dalla Commissione di Supervisione del Congresso americano mostrano che il fondo Valar Ventures — co-fondato da Thiel — ricevette 40 milioni di dollari dall’ormai noto pedofilo e trafficante sessuale, e che Thiel intrattenne una corrispondenza quinquennale con Epstein, inclusa una discussione ossessiva sulla creazione di una “società segreta”.

Non è fantapolitica. È documentato. Epstein era — come ha scritto il manifesto — un incrocio tra Henry Kissinger e Massimo Carminati: metteva in contatto il potere con la criminalità, forniva servizi a chi ne aveva bisogno, ottenendo in cambio protezione. Nella sua agenda: Thiel, il direttore della CIA Bill Burns, Gordon Brown, il presidente della Mongolia, l’ex premier israeliano Ehud Barak. Non un’anomalia. Un sistema.

E Thiel ha il suo sistema: si chiama “Dialog”. Un cenacolo segreto che riunisce politici, imprenditori, tecnologi e avvocati per definire strategie globali. La composizione varia, ma tra i partecipanti identificati compaiono figure legate alla Commissione Trilaterale — Eric Schmidt, Larry Summers, Anne-Marie Slaughter, Robert Rubin, Richard Haass. Paragonarlo a Bilderberg è riduttivo: Dialog opera con livelli di segretezza ulteriori. E adesso Dialog — o qualcosa di molto simile — sbarca a Roma.

L’ANTICRISTO COME PROGETTO POLITICO

Tra settembre e ottobre 2025, Thiel ha tenuto una serie di conferenze private sull'”Anticristo” al Commonwealth Club di San Francisco, organizzate dall’ACTS 17 Collective — un’organizzazione cristiana dedicata alla diffusione dei principi cristiani nell’industria tecnologica. I biglietti costavano 200 dollari e sono andati esauriti in poche ore. Ai partecipanti era vietato scattare foto, registrare audio o video.

Quella visione apocalittica Thiel intende ora portarla a Roma. Ma attenzione: la teologia di Thiel non è misticismo da quattro soldi. È una costruzione politica precisa. Per lui, l’Anticristo è una figura eminentemente politica: il suo avvento coincide con l’instaurarsi di un governo mondiale unificato, centralizzato e iper-regolamentato che garantisce la pace a costo della libertà. Le promesse di “legge e ordine”, “pace e sicurezza” — gli slogan delle agenzie internazionali, dell’Unione Europea, dell’ambientalismo — sarebbero, in questa visione, l’anticamera della fine del mondo. Una tesi che giustifica ideologicamente lo smantellamento delle istituzioni democratiche sovranazionali e il ritorno a un ordine fondato sulla forza.

Come ha acutamente osservato Valigia Blu: la descrizione dell’Anticristo data da Thiel — una figura ossessionata dalla sorveglianza e dal controllo, che mira a uno Stato unificato mondiale — sembra descrivere Thiel stesso, pienamente integrato nell’apparato statale di sicurezza americano. La coerenza interna è inquietante: mentre predica contro il Grande Controllo, lo implementa con Palantir.

ROMA 2026 E IL CONVEGNO DEL PARCO DEI PRINCIPI

Chi ha una certa memoria storica non può non pensare al convegno del 1965 all’hotel Parco dei Principi di Roma, dove militari, agenti dei servizi segreti e destra eversiva elaborarono insieme la strategia della tensione che avrebbe insanguinato l’Italia per oltre un decennio. Non si tratta di fare paragoni diretti — la storia non si ripete mai con gli stessi attori — ma di riconoscere una costante strutturale: i momenti di svolta politica vengono preparati in incontri riservati, al riparo dalla democrazia formale, dove pochi “eletti” decidono le sorti dei molti.

Nel 1965 si discuteva di come destabilizzare la Repubblica per impedire l’avanzata della sinistra. Nel 2026, nel caos geopolitico prodotto dalla guerra in Ucraina e dall’attacco israelo-americano all’Iran, nel momento in cui le democrazie occidentali sembrano sempre più incapaci di rispondere alle sfide del secolo, si riunisce a Roma un uomo che teorizza apertamente la fine della democrazia, controlla gli strumenti di sorveglianza di mezzo mondo, finanzia i movimenti sovranisti da Trump a Vance, e ora porta nella capitale italiana le sue conferenze sull’Apocalisse.

Il confronto non è cospirazionistico. È metodologico. Chiedersi cosa si discute in questi incontri, chi vi partecipa, se il governo italiano ne sia informato e se stia valutando di stringere accordi con le aziende di Thiel — è il minimo che ci si aspetta da un sistema democratico funzionante.

IL SILENZIO DEL GOVERNO E IL VUOTO DELL’OPPOSIZIONE

Il governo Meloni tace. Non è una sorpresa. Thiel è un sostenitore di Trump dalla prima ora, e Meloni è oggi uno dei referenti europei del trumpismo globale. Le convergenze ideologiche sono evidenti: sovranismo, antieuropeismo (nella variante critica delle istituzioni sovranazionali), smantellamento delle garanzie costituzionali sotto la bandiera della sicurezza. Che Thiel venga a Roma e non venga ricevuto ufficialmente non significa che l’incontro non abbia interlocutori istituzionali.

L’interrogazione parlamentare presentata a gennaio è rimasta senza risposta. Quella annunciata dal PD aggiungerà un foglio ai faldoni della storia, con buona probabilità. Il problema non è solo la destra al governo — il problema è l’opposizione che continua a credere che bastino gli strumenti parlamentari formali per tenere sotto controllo fenomeni che operano strutturalmente al di fuori di essi.

Thiel ha dalla sua il vantaggio della complessità. La maggior parte dei cittadini non sa chi è. Chi lo conosce non capisce sempre la connessione tra la filosofia apocalittica, Palantir, i contratti con i governi europei e la visita a Roma. E chi capisce spesso non ha gli strumenti per comunicarlo fuori dalle proprie bolle. Questo è esattamente il punto di forza di questa rete: opera nella penombra della disattenzione collettiva.

GUERRA A PEZZI, CAOS ORGANIZZATO E IL NUOVO ORDINE

Quello che sta accadendo non è disordine. È un ordine nuovo che si costruisce nel caos. Lo ha teorizzato Thiel, lo ha praticato Trump, lo ha esportato Musk con la sua penetrazione nei governi europei attraverso le piattaforme digitali e i contratti satellitari di Starlink. Il caos geopolitico — l’attacco all’Iran, la guerra in Ucraina, la crisi delle istituzioni multilaterali — non è il problema che questo progetto deve risolvere. È la condizione che questo progetto sfrutta.

In uno scenario di emergenza permanente, i meccanismi di controllo democratico vengono sospesi “temporaneamente”. Le istituzioni indipendenti — magistratura, media, università — vengono delegittimate come ostacoli al buon governo. La sorveglianza di massa viene venduta come necessità di sicurezza. E i miliardari che forniscono gli strumenti di questo ordine emergenziale diventano i veri sovrani di uno Stato svuotato della sua sovranità popolare.

Questo è il progetto. Forse non formulato esplicitamente in ogni suo dettaglio, ma coerente nelle sue premesse, nei suoi strumenti, nei suoi beneficiari. Eletti e sudditi. Liberi e schiavi. La distopia non è in arrivo: è già qui, in costruzione.

COSA POSSIAMO FARE: UNA RISPOSTA POSSIBILE.

Non si ferma questo con i fiori nei cannoni, neppure ridere nervosamente di fronte all’abisso.

La domanda è seria: cosa possiamo fare?

Prima di tutto, rompere il silenzio. La visita di Thiel a Roma deve diventare una questione pubblica, non una notizia da attivisti. Deve arrivare nei giornali mainstream, nei telegiornali, nelle conversazioni ordinarie. Chi ha strumenti di comunicazione — blog, social, reti associative — ha il dovere di amplificarla.

Secondo, costruire una rete di controinformazione permanente sui temi della sovranità digitale. Palantir è già in Europa. I contratti con i governi vengono firmati nell’opacità burocratica, senza dibattito pubblico. Occorre una pressione civile sistematica — parlamentare, giornalistica, associativa — per imporre la trasparenza su ogni accordo tra istituzioni pubbliche italiane e aziende legate a Thiel.

Terzo, rivendicare la sovranità digitale come questione costituzionale. L’articolo 1 della nostra Costituzione afferma che la sovranità appartiene al popolo. Cedere le infrastrutture di sicurezza e di intelligence a entità private straniere che rispondono a un’ideologia antidemocratica è una violazione di questo principio. Non si tratta di nazionalismo tecnologico: si tratta di democrazia elementare.

Quarto, costruire alleanze europee. Il problema non è solo italiano. La resistenza al progetto di Thiel — e più in generale al tentativo di smantellare le garanzie democratiche europee dall’interno — richiede una risposta coordinata a livello continentale. Non aspettiamo le istituzioni: costruiamo la rete dal basso.

Non possiamo permettere che il nostro futuro venga deciso da una setta, lontano dagli occhi dei cittadini. Non possiamo rimanere inermi. La storia non si ferma mai da sola — si ferma quando tante persone decidono di mettersi di traverso.

Noi siamo pronti a lottare. E voi?

FONTI E RIFERIMENTI

1. Marcello Tansini, “IA e l’Anticristo: Milena Gabanelli spiega chi è il pericoloso piano di Peter Thiel”, Business Online, 3 marzo 2026 — https://www.businessonline.it/news/ia-e-lanticristo-milena-gabanelli-spiega-chi-e-il-pericoloso-piano-di-peter-thiel_n83083.html

2. Oliviero Ponte Di Pino, “Peter Thiel, tecnoteologo della Silicon Valley”, Doppiozero, 7 marzo 2026 — https://www.doppiozero.com/peter-thiel-tecnoteologo-della-silicon-valley

3. Pietro Di Muccio De Quattro, “Il momento straussiano: che vorrà mai Peter Thiel?”, L’Opinione delle Libertà, 7 novembre 2025 — https://opinione.it/cultura/2025/11/07/pietro-di-muccio-de-quattro-libro-peter-thiel-momento-straussiano-recensione/

4. “L’Epstein darwiniano”, Il Manifesto, febbraio 2026 — https://ilmanifesto.it/lepstein-darwiniano

5. “Peter Thiel”, Wikipedia (EN), aggiornato marzo 2026 — https://en.wikipedia.org/wiki/Peter_Thiel

6. “Nella mente di Thiel, l’ideologo di Trump”, Left, 5 marzo 2026 — https://left.it/2026/03/05/nella-mente-di-thiel-lideologo-di-trump/

7. Patrick Wood, “Top Secret Thiel Group ‘Dialog’ Packed With Members Of Trilateral Commission”, Technocracy News, settembre 2025 — https://www.technocracy.news/top-secret-thiel-group-packed-with-members-of-trilateral-commission/

8. “Storia occulta della tecnologia”, Il Tascabile, febbraio 2026 — https://www.iltascabile.com/linguaggi/storia-occulta-tecnologia/

9. “Peter Thiel, i tech bro, Trump e l’Anticristo”, Valigia Blu, 19 ottobre 2025 — https://www.valigiablu.it/peter-thiel-anticristo-armageddon-techbro/

10. “Le opposizioni chiedono chiarezza a Meloni sulla visita di Peter Thiel in Italia”, Editoriale Domani, 7 marzo 2026 — https://www.editorialedomani.it/politica/italia/peter-thiel-palantir-visita-italia-accordi-opposizioni-governo-meloni-wb5xlsyj

11. Elisabetta Piccolotti (AVS), “Grave rischio per privacy e diritti, il Governo chiarisca su Palantir”, Alleanza Verdi e Sinistra, 2 febbraio 2026 — https://verdisinistra.it/sorveglianza-digitale-piccolotti-avs-grave-rischio-per-privacy-e-diritti-il-governo-chiarisca-su-palantir-e-sulla-protezione-dei-dati-degli-italiani/

12. “Palantir Technologies”, Wikipedia (IT), aggiornato gennaio 2026 — https://it.wikipedia.org/wiki/Palantir_Technologies

13. “Palantir aiuta l’Ice a rintracciare gli immigrati”, Milano Finanza, gennaio 2026 — https://www.milanofinanza.it/news/ecco-come-palantir-aiuta-l-ice-a-rintracciare-gli-immigrati-mentre-meta-censura-i-post-sugli-agenti-202601281129295311

14. “Palantir, un sistema per la privatizzazione dello Stato”, Sbilanciamoci, 29 settembre 2025 — https://sbilanciamoci.info/palantir-sistema-per-la-privatizzazione-dello-stato/

15. Luca Ciarrocca, L’anima nera della Silicon Valley. La vera storia di Peter Thiel, Fuori Scena, 2026

16. Peter Thiel, Il momento straussiano, Liberilibri, 2025

Tutte e sedici le fonti sono verificabili e datate. La numero 15 è un libro fisico, non linkabile, ma facilmente reperibile.

L’Algoritmo dello Sterminio: Da ELITE a Gaza, la Metamorfosi del Controllo Totale

L’ascesa del complesso militare-tecnologico non è più una distopia letteraria, ma una cronaca quotidiana di efficienza algoritmica applicata alla coercizione. La milizia trumpiana d’assalto anti-immigrazione, l’ICE, si avvale oggi di una piattaforma sviluppata da Palantir che mappa casa per casa le zone urbane incrociando dati sanitari, di viaggi e dei cellulari degli abitanti. Si chiama ELITE ed è l’ultimo esperimento di sorveglianza autoritaria di massa. L’azione di questa polizia d’assalto non è fatta solo di codici, ma di violenza fisica indiscriminata. I tre colpi di pistola che hanno ucciso a Minneapolis Renee Nicole Good il 7 gennaio 2026 hanno squarciato il velo sul ruolo di “squadraccia” svolto dall’ICE. Ma il bilancio si è aggravato drammaticamente il 24 gennaio con l’omicidio di Alex Jeffrey Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva dedicato alla cura dei veterani. Pretti è stato abbattuto da oltre dieci colpi sparati in cinque secondi mentre filmava gli agenti; nonostante i tentativi della Casa Bianca di bollarlo come un “agitatore insurrezionalista”, le prove video mostrano un uomo disarmato, con un cellulare in mano, brutalmente ucciso mentre cercava di prestare soccorso. A queste morti si aggiungono quelle silenziose in custodia, come quella di Luis Gustavo Núñez Cáceres, morto per mancanza di cure adeguate, e altri decessi documentati solo nel primo mese del 2026. Una milizia fascista la cui azione non sarebbe possibile senza il ruolo di Palantir e la sua piattaforma ELITE, uno strumento di mappatura di massa contro l’immigrazione e contro la stessa democrazia.
Eletto assumendo le tesi del programma reazionario Project 2025, Donald Trump ha avviato la sua seconda presidenza sulle linee del suprematismo razziale bianco, promuovendo l’arresto e l’espulsione forzata di migliaia di immigrati. Nonostante le promesse elettorali di J. D. Vance su un milione di espulsioni, i primi mesi mostravano numeri relativamente modesti, con circa 18.000 arresti a febbraio. Per correggere questa situazione e raggiungere gli obiettivi dichiarati, è entrata in gioco l’azione di Palantir Technologies, la big tech securitaria fondata da Peter Thiel e Alex Karp. Nell’aprile 2025 è divenuto pubblico un contratto da 30 milioni di dollari per la costruzione di “Immigration OS”, un sistema operativo atto a potenziare la sorveglianza e la gestione dei casi in carico all’ICE. Sebbene ufficialmente presentato per snellire l’identificazione di chi soggiorna con visto scaduto, inchieste indipendenti di 404 Media hanno rivelato scopi ben più oscuri, come lo sviluppo di strumenti di supporto per le deportazioni di massa e la creazione di un database di indizi utili alla cattura di singole persone attraverso l’incrocio di dati amministrativi. Il culmine di questo percorso è ELITE, una piattaforma di supporto per identificare interi quartieri da setacciare.
Il rapporto tra Palantir e l’ICE risale al 2014 con la piattaforma Falcon, che funge da sistema nervoso centrale delle investigazioni del Dipartimento di Sicurezza Interna. Questa fornisce quella che l’azienda definisce l’ontologia dei dati: milioni di record su studenti stranieri, patenti di guida, tracce di viaggi aerei e dati estratti dai telefoni cellulari. Con l’avvento della seconda amministrazione Trump, l’obiettivo si è spostato dal supporto a indagini singole all’ottimizzazione di operazioni massive contro gli immigrati. Si configura un vero apartheid digitale, sostenuto apertamente da Alexander Karp, amministratore delegato dell’azienda e, paradossalmente, sostenitore democratico. La logica operativa di ELITE sostituisce la ricerca individuale con forme di rastrellamento basate su logiche puramente territoriali. In una mappa interattiva viene disegnato il perimetro di un’area urbana e il sistema interroga la rete dei dati incrociando le informazioni dello Human and Health Services, i dati di Medicaid e del servizio rifugiati. Viene estratto un catalogo di bersagli con relativi dossier esplicativi e punteggi di confidenza sulla loro effettiva presenza fisica. Gli agenti intervengono in modalità “caccia”, massimizzando il numero di espulsioni per singola azione, accettando il rischio elevato di feriti o morti come effetti collaterali necessari all’efficienza statistica.
Le radici di ELITE affondano nella collaborazione strategica tra Palantir e le sezioni informatiche israeliane, in particolare la Unit 8200. Nella Striscia di Gaza, la tecnologia di Palantir alimenta la cosiddetta “kill chain”. Attraverso sistemi come Lavender e “Where’s Daddy?”, l’infrastruttura di analisi dati ha permesso all’esercito israeliano di generare migliaia di obiettivi umani in tempi record. Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite, ha citato esplicitamente la partnership tra Palantir e il Ministero della Difesa israeliano, parlando di una possibile complicità legale in crimini di guerra e genocidio. Alex Karp ha paragonato il potere della guerra algoritmica a quello delle armi nucleari tattiche. La de-umanizzazione è totale: se a Gaza l’output è un attacco drone, negli USA è una squadraccia che sfonda la porta di un infermiere come Alex Pretti.
L’Europa appare del tutto incapace di contrastare questo modello di sicurezza privatizzato. Il rischio che questa tecnologia venga utilizzata in ogni parte del mondo per criminalizzare il dissenso è reale. Due notizie recenti confermano la gravità della situazione: le negoziazioni per l’Enhanced Border Security Partnership, che condividerebbe database biometrici europei con il DHS americano violando il GDPR, e il cloud “europeo” di Amazon che, nonostante la localizzazione dei server, resta assoggettato al Cloud Act USA, permettendo alle autorità americane l’accesso ai dati ovunque si trovino. Quanto sta avvenendo con ELITE va interpretato come un caso di studio sulla possibile evoluzione distopica del potere statale nell’era digitale. Le architetture software incarnano visioni politiche autoritarie e razziste. Non dobbiamo abbassare la guardia: una società dove lo Stato può prevedere ogni movimento trasformando la popolazione in dati interrogabili non è più una società libera. Dobbiamo reagire con fermezza estrema. È necessario attivare il protagonismo di una cittadinanza informata che rifiuti di essere catalogata e colpita da un algoritmo. La resistenza che parte dalle strade di Minneapolis e dalle denunce dei crimini a Gaza è l’unico punto di partenza per una società che si rifiuta di diventare un bersaglio. Dobbiamo pretendere lo smantellamento di questi sistemi e il ritorno a una giustizia umana, trasparente e basata sul diritto, non sulla potenza di calcolo di una big tech.

Polizia politica e infiltrazioni: l’ombra inquietante della deriva autoritaria

La notizia riportata da Fanpage e rilanciata con forza da Luigi de Magistris apre un interrogativo oscuro e pericoloso per la tenuta democratica del nostro Paese: cinque poliziotti infiltrati in movimenti e partiti politici come “Potere al Popolo” e “Cambiare Rotta” in più città italiane. Non parliamo di associazioni criminali, né di organizzazioni terroristiche, ma di realtà tutelate esplicitamente dalla nostra Costituzione.

Questa operazione inquietante avviene sotto l’assordante silenzio del governo, che sembra aver perso ogni interesse verso l’obbligo di trasparenza e responsabilità democratica. Sorge spontanea una domanda cruciale: chi ha deciso e coordinato queste infiltrazioni? Quale ruolo hanno avuto il ministro dell’Interno, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, e la stessa presidente del Consiglio?

La giustificazione dell’antiterrorismo appare debole, pretestuosa e profondamente inquietante. Usare lo spettro del terrorismo per criminalizzare dissenso e protesta riporta alla mente le peggiori pagine della storia italiana degli anni ‘70, quando l’emergenza comunista diventava il pretesto per instaurare un regime di eccezione permanente. Non a caso, l’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione, nella relazione n. 33/2025, ha appena definito il cosiddetto “Decreto Sicurezza” come un grottesco “minestrone pericoloso” che mescola insieme, senza criterio, mafia, migranti, canapa e dissenso politico.

La Cassazione ha evidenziato con chiarezza che questo decreto non colpisce semplicemente chi delinque, ma soprattutto chi dissente, chi protesta, chi resiste pacificamente. In altre parole, questo decreto rappresenta una minaccia diretta alla libertà d’espressione e ai diritti costituzionali fondamentali. Una vera e propria “licenza a delinquere” per apparati dello Stato, nel nome di una presunta sicurezza che diventa sempre più spesso sinonimo di repressione.

Ma c’è un punto ancora più grave e pericoloso, spesso trascurato nel dibattito pubblico: l’articolo 31 del Decreto Sicurezza.
Questo articolo, tra i più discussi e contestati, attribuisce ai servizi segreti italiani poteri speciali e forme di immunità ulteriori rispetto alla già ampia cornice legislativa esistente. In nome della prevenzione del terrorismo e della “sicurezza nazionale”, l’articolo 31 consente agli apparati di intelligence di operare in deroga alle norme ordinarie, sottraendosi anche ai normali controlli della magistratura. Si introduce così una zona d’ombra istituzionale, nella quale le attività dei servizi possono spingersi fino a lambire (o travalicare) il confine della legalità, con rischi enormi per i diritti fondamentali, la privacy e la libertà di partecipazione politica.

Ma c’è di più: mentre il governo impiega ogni mezzo per reprimere e delegittimare l’opposizione democratica, consente ai suoi gruppi di riferimento più estremisti di inneggiare impunemente al fascismo. Basta ricordare il servizio di Fanpage sui giovani di Fratelli d’Italia e sulle pratiche neofasciste tollerate negli ambienti del partito. Mentre le forze dell’ordine sfrattano con la forza famiglie e occupanti in assenza di una reale politica per il diritto alla casa, gli stessi apparati dello Stato chiudono più di un occhio su storiche occupazioni illegali come quella di CasaPound a Roma, lasciando indisturbati i portabandiera dell’estremismo di destra. Questo doppio standard, questo “doppio pesismo” è la prova tangibile di una gestione del potere che usa la legge come clava contro chi si batte per i diritti e la giustizia sociale, e come scudo per chi inneggia alla restaurazione autoritaria.

Infiltrare movimenti politici pacifici, studenteschi e sociali significa instaurare di fatto una polizia politica, che monitora e controlla chi si batte per un cambiamento democratico. Questo è incompatibile con lo stato di diritto. Non si può accettare che la democrazia sia sacrificata sull’altare della paura e del controllo. Non si può tollerare che dissenso e contestazione vengano etichettati come terrorismo.

Ecco perché oggi, di fronte a questo doppio binario dell’autoritarismo e della repressione selettiva, bisogna alzare l’asticella dell’urgenza e dell’attenzione.
Siamo a un bivio cruciale per la nostra democrazia: il rischio non è più solo teorico, ma concreto e sotto gli occhi di tutti. Tocca a chi crede nella Costituzione, nella libertà e nella giustizia farsi sentire prima che il silenzio diventi complicità e la libertà un lontano ricordo.

007 o agenti provocatori? L’articolo 31 e la mutazione oscura della Repubblica

La legge 9 giugno 2025, n. 80 (in vigore dal 10 giugno) ha completato la trasformazione del cosiddetto Decreto Sicurezza, ma tra le pieghe del testo si cela una mutazione molto più grave di quanto si pensi: l’introduzione dell’articolo 31, quarto comma, che amplia le garanzie funzionali per gli operatori dei servizi segreti, consentendo di commettere gravi reati con l’autorizzazione diretta del Presidente del Consiglio.

Una norma passata quasi sotto silenzio, ma che rappresenta una torsione dello Stato di diritto verso un modello di gestione del potere fondato sul segreto, sull’impunità, sulla sovversione legale delle garanzie costituzionali.

🕵️‍♂️ Dalle missioni coperte a operazioni illegali autorizzate

Secondo il testo approvato, i nostri 007 potranno infiltrarsi in associazioni mafiose o terroristiche, ma anche organizzarle, finanziarle, addestrarle, istigarle. Tutto legalmente. Non è più il modello dell’agente sotto copertura, ma quello dell’agente provocatore di Stato. Uno scenario già visto nella storia oscura della Repubblica.

Volendo esagerare – ma forse non troppo – potremmo dire che lo Stato italiano ha appena concesso la sua personale “licenza di uccidere”. Quella che nei film di James Bond sembrava una provocazione cinematografica, oggi è scritta nero su bianco in un comma di legge: gli agenti dei servizi potranno operare impunemente anche all’interno di dinamiche criminali, sovversive o terroristiche. Non per prevenirle, ma per manovrarle, agitarle, e — se serve — renderle funzionali all’ordine del potere.

🧨 Le radici dell’inganno: stragi di Stato, trattativa e apparati infedeli

La storia italiana è già attraversata da trame nere e servizi deviati, da colpi di Stato abortiti e da una “strategia della tensione” costruita per alimentare paura e repressione. Non si tratta di dietrologia, ma di fatti storici, documentati e mai del tutto processati.
• La strage di Piazza Fontana (1969), Piazza della Loggia (1974), Bologna (1980): attentati coperti, depistati, protetti.
• Il golpe Borghese (1970): un tentativo reale, con appoggi interni ai servizi e ai vertici dello Stato.
• Gladio, la rete clandestina atlantica legata alla NATO, usata per costruire il nemico interno.

E poi, negli anni ’90, la trattativa Stato-mafia, che si sviluppó prima e dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio. Non fu solo un dialogo sotto banco con Cosa Nostra: fu una resa programmata, in cui pezzi delle istituzioni negoziarono la pace mafiosa in cambio della sopravvivenza politica del sistema.

Emblematica la vicenda di Bruno Contrada, ex vicedirettore del SISDE, condannato in via definitiva a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Un uomo dello Stato, ai vertici dell’intelligence, condannato per aver favorito i clan. Una sentenza storica, che dimostra quanto in profondità si fosse infiltrato il cancro della complicità istituzionale.

E ancora più inquietante è la figura rimasta impunita di “Faccia da mostro”, l’agente senza nome, legato ai servizi e alle cosche, identificato da alcuni collaboratori come presente in luoghi chiave delle stragi. Una presenza avvolta nell’ombra, ma che continua ad agitare i fantasmi della complicità.

Tutto questo viene ripercorso con chiarezza e rigore nel recente libro di Antonio Ingroia, “Traditi”, frutto di una lunga intervista condotta da Massimo Giletti. Ingroia, magistrato e testimone diretto di quella stagione, mostra come Falcone e Borsellino non furono semplicemente assassinati dalla mafia, ma isolati, delegittimati, lasciati soli dallo Stato. Uno Stato che, in alcune sue articolazioni, ha scelto la trattativa anziché la verità.

Ed è qui che il presente si lega al passato. Con l’articolo 31, ciò che un tempo doveva essere nascosto diventa norma. Non più deviazione, ma dottrina. Non più abuso, ma funzione.

📡 Spyware Graphite: quando il monitoraggio diventa regime

Il caso dello spyware Graphite, prodotto da Paragon Solutions, e utilizzato — secondo inchieste giornalistiche — anche contro giornalisti italiani, rappresenta il volto digitale di questa mutazione autoritaria.

I captatori informatici, capaci di penetrare cellulari e dispositivi anche senza che l’utente se ne accorga, sono strumenti di sorveglianza totale. Eppure, a differenza delle intercettazioni tradizionali, non richiedono l’autorizzazione di un giudice, ma solo quella del Presidente del Consiglio o dell’autorità delegata. Un potere enorme, fuori da ogni controllo terzo.

La Corte Costituzionale ha già stabilito che i messaggi archiviati nei device sono corrispondenza tutelata dall’art. 15 della Costituzione. Ma questa legge lo ignora. E in nome della “sicurezza”, si apre la porta a un regime di sorveglianza arbitraria e permanente.

🧱 Democrazia sotto assedio: l’architettura della sospensione dei diritti

L’articolo 31 e lo scandalo Graphite tracciano una traiettoria precisa:
1. Lo Stato può autorizzare la commissione di reati da parte dei propri agenti.
2. Può controllare e violare la privacy dei cittadini senza controllo giudiziario.
3. Può colpire attivisti, giornalisti, dissidenti e oppositori, “legalmente”.

Questo è il cuore della nuova dottrina della sicurezza: non la difesa della Repubblica, ma la sua trasformazione in un apparato repressivo. Una restaurazione neofascista con mezzi tecnologici, dove la sicurezza è solo la maschera della paura, e il dissenso viene trattato come una minaccia interna da neutralizzare.

⚠️ Perché tutto questo? Repressione, non sicurezza

C’è una domanda cruciale che dobbiamo porci: perché ora? Qual è il vero obiettivo di questo apparato?

Non c’è un’emergenza terroristica in Italia. Non ci sono insurrezioni armate. Quello che c’è è un Paese stanco, impoverito, umiliato, ma ancora potenzialmente capace di alzare la testa. Un Paese che potrebbe tornare a lottare, a scioperare, a occupare, a dissentire. A pretendere giustizia.

Ed è proprio questo che il potere vuole prevenire, reprimere, disinnescare.

Il Decreto Sicurezza non nasce per tutelare l’ordine pubblico, ma per criminalizzare il dissenso, schedare il pensiero critico, intimidire chi non si adegua. È un decreto pensato per una deriva reazionaria e fascista, in cui la sorveglianza è permanente, la repressione è preventiva, e il diritto è piegato alla logica dell’obbedienza.

Si torna alla OVRA, la polizia politica del regime fascista. Ma oggi in versione 4.0, con spyware al posto delle perquisizioni e licenze di delinquere al posto delle schedature.

🔍 Cosa chiedere – resistenza costituzionale
• Abrogazione dell’art. 31 e di tutte le norme che autorizzano reati in nome della ragion di Stato.
• Controllo giudiziario su ogni atto invasivo dei servizi, incluso l’uso dei captatori informatici.
• Commissioni parlamentari d’inchiesta indipendenti e permanenti su ogni attività dei servizi di sicurezza.
• Difesa pubblica dei diritti civili e del dissenso politico, come pilastro della democrazia.

L’Italia sta compiendo una mutazione profonda. Il Decreto Sicurezza non è un semplice strumento repressivo: è un dispositivo di restaurazione autoritaria. Non in nome del fascismo dichiarato, ma della sicurezza normalizzata. Non con manganelli alzati, ma con leggi scritte bene, invisibili e legittimate da chi governa in giacca e cravatta.

Il fascismo, oggi, si traveste da efficienza. Si insinua nelle norme, nei decreti, nei software di sorveglianza. Non ha più bisogno di slogan: ha bisogno di silenzio.

Ma noi non siamo silenzio. Siamo memoria. Siamo coscienza. E siamo opposizione.

Perché uno Stato che ha già conosciuto le stragi, i depistaggi, le trattative con la mafia e i servizi deviati, non può permettersi di legalizzare l’illegalità.

È tempo di scegliere da che parte stare.

Spyware israeliano Grafite: il governo chiarisca in aula. 

Spyware israeliano Grafite e lo scandalo delle intercettazioni: il governo chiarisca!

Il recente scandalo dello spyware israeliano Graphite, sviluppato dall’azienda Paragon Solutions, sta sollevando interrogativi inquietanti sulla sicurezza delle comunicazioni e sulla protezione dei diritti fondamentali in Italia e in Europa. Il caso, rivelato da una serie di inchieste giornalistiche, ha messo in luce il possibile spionaggio ai danni di almeno sette cittadini italiani, tra cui il capomissione di Mediterranea Saving Humans Luca Casarini e il direttore di Fanpage Francesco Cancellato.

L’aspetto più allarmante di questa vicenda è che lo spyware ha preso il pieno controllo dei dispositivi degli utenti infettati senza la necessità di cliccare su un link malevolo. È bastato l’invio di un file PDF in una chat di gruppo su WhatsApp per installare il software di sorveglianza. Il governo italiano ha dichiarato di non aver utilizzato questa tecnologia e ha attivato l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale per indagare sul caso. Tuttavia, le dichiarazioni ufficiali sollevano più domande che risposte.

Palazzo Chigi nega il coinvolgimento dell’intelligence

In una nota ufficiale, la Presidenza del Consiglio ha negato che lo spionaggio sia stato condotto dai servizi segreti italiani, sottolineando che nessuno dei soggetti coinvolti risulta sottoposto a monitoraggio da parte dell’intelligence nazionale. Secondo il governo, la questione è considerata di “particolare gravità” e, per questo motivo, è stata attivata l’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, che sta collaborando con lo studio legale Advant, incaricato dalla società WhatsApp Ireland Limited.

Tuttavia, nonostante questa presa di posizione, rimangono numerose zone d’ombra. Se l’Italia non ha acquistato e utilizzato il software Graphite, chi ha ordinato le intercettazioni? Si tratta di un’operazione condotta da un’altra potenza straniera? E soprattutto, perché Paragon Solutions avrebbe interrotto i suoi rapporti commerciali con il nostro Paese, come riportato dal Guardian?

Un problema di sicurezza nazionale

Lo spionaggio digitale non è solo un problema di privacy individuale, ma una grave minaccia alla sicurezza nazionale. Il fatto che un’azienda straniera possa aver venduto un software militare a 35 governi, alcuni dei quali noti per il loro scarso rispetto dei diritti umani, rende evidente la pericolosità di questi strumenti di sorveglianza di massa.

La vicenda assume contorni ancora più preoccupanti se si considera che le utenze coinvolte non appartengono solo a cittadini italiani, ma anche a numerosi altri paesi europei, tra cui Belgio, Germania, Spagna, Svezia e molti altri. Questo suggerisce che dietro lo scandalo ci sia una strategia più ampia, mirata a colpire attivisti, giornalisti e oppositori politici.

Le richieste dell’opposizione: serve trasparenza

Le forze di opposizione – Alleanza Verdi e Sinistra (Avs), Partito Democratico (Pd) e Movimento 5 Stelle (M5s) – hanno chiesto un’informativa urgente del governo alla Camera per chiarire la vicenda. “Chi mente?” si domanda Marco Grimaldi (Avs), sottolineando che, se il governo italiano non ha mai avuto rapporti con Paragon, allora chi ha eseguito le intercettazioni?

Le risposte fornite finora da Palazzo Chigi non convincono e non dissipano i dubbi su una possibile complicità, diretta o indiretta, nell’uso dello spyware. Altrove, scandali simili hanno portato a dimissioni e crisi di governo, mentre in Italia si cerca ancora di insabbiare la questione.

Diritti fondamentali sotto attacco

Il caso Graphite si inserisce in un contesto più ampio di erosione dei diritti fondamentali. L’uso indiscriminato di software di sorveglianza da parte di governi e attori privati rappresenta una minaccia per la libertà di stampa, il diritto alla privacy e la democrazia stessa. Non si tratta solo di un problema tecnologico, ma di una questione politica e sociale.

I giornalisti e gli attivisti spiati rappresentano una voce critica, un baluardo contro il potere incontrollato. Attaccarli significa minare uno dei pilastri della democrazia: il diritto all’informazione. È per questo che la società civile deve pretendere trasparenza, risposte concrete e, soprattutto, misure efficaci per prevenire future violazioni.

Conclusioni: un appello alla vigilanza democratica

Questa vicenda dimostra ancora una volta quanto sia fragile la nostra sicurezza digitale e quanto facilmente strumenti di spionaggio possano essere usati per scopi politici e repressivi. La sorveglianza illegale e senza controllo non è solo un problema tecnico, ma un’emergenza democratica.

Il governo italiano ha il dovere di chiarire ogni aspetto della vicenda, senza ambiguità o omissioni. Nel frattempo, i cittadini, le associazioni e i giornalisti devono restare vigili e mobilitarsi per difendere i diritti fondamentali da ogni tentativo di manipolazione e controllo.

La battaglia per la libertà non si combatte solo nelle piazze o nei tribunali, ma anche nella difesa quotidiana della nostra privacy e della nostra democrazia.

Sicurezza informatica: il problema degli spyware e come difendersi. 

L’ultima rivelazione sull’attacco dello spyware Graphite ha riportato al centro del dibattito la sicurezza informatica e la vulnerabilità dei dispositivi mobili, anche quelli che utilizzano app crittografate come WhatsApp e Signal. Questo attacco, che ha colpito giornalisti, attivisti ed esponenti della società civile, dimostra come strumenti di sorveglianza avanzati siano capaci di aggirare anche le più sofisticate protezioni.

Graphite: il nuovo spyware che preoccupa il mondo

Secondo quanto riportato dal Guardian, Graphite è stato sviluppato dalla società israeliana Paragon Solutions, fondata dall’ex primo ministro Ehud Barak e ora di proprietà di un fondo statunitense. Questo spyware, al pari del famigerato Pegasus di NSO Group, è in grado di infettare uno smartphone senza che l’utente compia alcuna azione, come cliccare su un link sospetto. Basta la ricezione di un semplice file PDF tramite WhatsApp per compromettere completamente il dispositivo e permettere agli hacker di accedere a messaggi, foto, chiamate e altre informazioni sensibili.

L’attacco è stato segnalato direttamente da WhatsApp alle vittime, tra cui Francesco Cancellato, direttore di Fanpage.it, che ha avviato un’indagine tecnica per comprendere l’estensione della violazione.

Spyware e sorveglianza globale: chi è in pericolo?

Negli ultimi anni, spyware come Pegasus e Graphite sono stati utilizzati da governi e organizzazioni per spiare giornalisti, attivisti e oppositori politici. Secondo le indagini precedenti, Pegasus è stato impiegato per monitorare leader politici e dissidenti in diversi Paesi, suscitando gravi preoccupazioni per la libertà di stampa e i diritti umani.

Il fatto che Graphite sia stato venduto a 35 governi “democratici”, senza che vi siano prove di abuso, non rassicura del tutto: in passato, strumenti di sorveglianza simili sono stati impiegati per scopi illeciti, minacciando la privacy e la sicurezza di molti individui.

Come proteggersi dagli spyware avanzati?

Se strumenti di sorveglianza così sofisticati sono in grado di bypassare le protezioni tradizionali, come possiamo proteggerci? Ecco alcune misure essenziali:

  1. Aggiornare costantemente il sistema operativo e le app

Gli sviluppatori rilasciano aggiornamenti di sicurezza per correggere le vulnerabilità che potrebbero essere sfruttate dagli spyware. È fondamentale mantenere sempre aggiornato il proprio sistema operativo e le applicazioni di messaggistica.

  1. Evitare di aprire file sospetti

Anche se ricevuti da contatti fidati, i file PDF o i link inaspettati potrebbero contenere exploit dannosi. In particolare, i file inviati su gruppi WhatsApp devono essere trattati con estrema cautela.

  1. Utilizzare sistemi operativi più sicuri

Alcuni sistemi operativi, come GrapheneOS e CalyxOS, offrono livelli di sicurezza superiori rispetto ai normali Android o iOS. Questi sistemi riducono le possibilità di infezione da spyware grazie a una gestione più restrittiva delle app e dei permessi.

  1. Disattivare le anteprime dei link e la ricezione automatica dei file

In alcune app di messaggistica, le anteprime dei link o il download automatico dei file possono essere veicoli di attacchi. Disattivare queste funzioni riduce il rischio di infezione involontaria.

  1. Preferire app di messaggistica più sicure

Non tutte le app di messaggistica offrono lo stesso livello di protezione. Anche se WhatsApp e Signal sono considerate sicure, attacchi come quello di Graphite dimostrano che possono essere violate. Alternative come Session e Briar, che funzionano senza server centralizzati, riducono ulteriormente il rischio di intercettazione.

  1. Utilizzare dispositivi separati per attività sensibili

Chi gestisce informazioni particolarmente delicate dovrebbe considerare l’uso di un telefono dedicato esclusivamente alla comunicazione sensibile, evitando di installare app superflue e limitando l’uso di internet.

  1. Monitorare il traffico di rete

L’utilizzo di firewall e VPN avanzate può aiutare a rilevare attività sospette sul proprio dispositivo. Strumenti come Little Snitch (per Mac) o NetGuard (per Android) permettono di controllare il traffico in uscita e individuare eventuali connessioni non autorizzate.

Il ruolo delle Big Tech e delle istituzioni

Mentre gli utenti devono adottare misure di protezione individuali, la responsabilità maggiore ricade sulle grandi aziende tecnologiche e sui governi. È necessario che:
• Big Tech come Meta e Apple rafforzino le protezioni contro gli spyware, rendendo più difficili le intrusioni.
• Le istituzioni internazionali regolamentino l’uso degli spyware, evitando che vengano utilizzati contro giornalisti e attivisti.
• Vengano creati strumenti di monitoraggio indipendenti, capaci di individuare rapidamente nuove minacce.

Conclusione: la sicurezza informatica è un diritto

L’attacco tramite Graphite dimostra ancora una volta che la privacy online è costantemente minacciata da tecnologie sempre più avanzate. La difesa non può essere lasciata solo ai singoli utenti: servono leggi più rigorose, maggiore trasparenza da parte delle aziende e un impegno collettivo per garantire un futuro digitale più sicuro.

Nel frattempo, adottare pratiche di sicurezza consapevoli è l’unico modo per ridurre il rischio di essere spiati. La tecnologia non è né buona né cattiva: dipende da come viene utilizzata e da chi la controlla.
Fonte: Il Fatto Quotidiano dell’1 febbraio 2025