Da Ceuta al Patto europeo sull’asilo, dalla sospensione di Schengen alla scansione automatica delle chat: la domanda non è più se stia tornando il fascismo, ma come una democrazia impari a comportarsi da regime continuando a chiamarsi democrazia.
1. Il trenta luglio, a Fnideq
Chi era là quella mattina racconta soprattutto una cosa: l’immobilità dei poliziotti. Stavano sul lato marocchino della frontiera, in piedi, e guardavano. Un ragazzo lo ha detto al quotidiano locale El Faro de Ceuta: gli agenti c’erano, ma non facevano niente, si limitavano a osservare la gente che passava. Poi la folla ha spinto e sono entrati.
Il 30 e il 31 luglio 2026 decine di migliaia di persone hanno attraversato a nuoto, o forzando il varco terrestre, il confine tra il Marocco e Ceuta, la città autonoma spagnola incastonata nella costa nordafricana. Quante esattamente, non lo sa nessuno. Il governo spagnolo ha parlato di oltre cinquantamila ingressi, alcune ricostruzioni giornalistiche sono arrivate a ottantamila, il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi ha citato la cifra di settantaduemila cittadini di Paesi terzi. Sui morti la forbice è più larga e più oscena: i conteggi ufficiali si sono fermati intorno alla sessantina, mentre le organizzazioni umanitarie hanno indicato almeno centoquarantuno vittime, di cui ottantadue corpi recuperati sulla sola costa spagnola. A metà agosto la Commissione europea ammetteva di non disporre di un dato preciso nemmeno sul numero di persone rimaste dentro l’enclave.
Non sapere quanti sono morti non è un dettaglio tecnico. È il primo indizio di che cosa siano diventate le frontiere europee: luoghi dove la contabilità dei vivi è precisa fino al singolo record biometrico, e quella dei morti resta un’approssimazione. Si registra chi entra, si conta male chi affoga.
Nel giro di poche ore quasi cinquantamila persone erano già rientrate in Marocco, in gran parte spontaneamente, perché l’assistenza promessa nei messaggi che circolavano online non esisteva. Erano partite inseguendo una voce. Sono rimaste qualche migliaia, secondo il governo centrale intorno alle cinquemila, secondo le autorità locali il doppio, accampate sulla spiaggia di El Trampolín tra tende e capanne di fortuna. Tra loro, dai milleduecento ai duemila minori non accompagnati, in una città di ottantatremila abitanti le cui strutture per minori operavano, già a fine luglio, a sedici volte la capienza prevista.
Sono numeri che raccontano bambini. Bambini che hanno attraversato il mare a nuoto per qualche centinaio di metri perché qualcuno, da qualche parte, ha deciso che quel giorno il cancello era socchiuso.
2. Il ricatto ha un nome, e si chiama Sahara occidentale
Non è la prima volta. Nel maggio 2021 circa ottomila persone entrarono a Ceuta in due giorni, dopo che la polizia marocchina aveva allentato i controlli. Il contesto era trasparente: la Spagna aveva accolto in un ospedale di Logroño Brahim Ghali, segretario generale del Fronte Polisario, senza avvisare Rabat. La ministra della Difesa spagnola parlò apertamente di ricatto.
Nel 2026 il detonatore è meno evidente, e proprio per questo il caso è più istruttivo. Irene Fernández Molina, docente di relazioni internazionali all’Università di Exeter, ha osservato che la crisi arriva paradossalmente in una fase di rapporti in via di normalizzazione tra Madrid e Rabat. Restano però due elementi documentati: la visita di Pedro Sánchez ad Algeri il 20 luglio, mal digerita dal Marocco, e il sostegno esplicito dell’amministrazione statunitense alle rivendicazioni marocchine sul Sahara occidentale. Sullo sfondo, l’accordo di pesca tra Unione europea e Marocco, ripetutamente impugnato davanti alla Corte di giustizia dell’Unione dal Fronte Polisario perché coinvolge acque di un territorio che il diritto internazionale non riconosce come marocchino.
Che Rabat abbia deliberatamente aperto il rubinetto resta, allo stato, un’ipotesi politicamente plausibile e non un fatto accertato. Ma il quindici agosto, quando sui social è circolato l’invito a un secondo assalto di massa, la dimostrazione è arrivata da sola. Le forze marocchine hanno fermato i gruppi sulle colline sopra Fnideq, a due chilometri dal confine, con cariche, lacrimogeni, droni, elicotteri e cani. Quasi trecento persone bloccate, un centinaio arrestate, altre caricate su minibus e deportate fino a Ouarzazate, ottocento chilometri più a sud. Sessantuno persone sono state arrestate con l’accusa di avere incitato alla migrazione irregolare attraverso i social. I giornalisti spagnoli di TVE e dell’agenzia EFE sono stati allontanati e minacciati di revoca degli accrediti. Un alto dirigente di polizia, citato anonimamente da El País, lo ha riassunto in sei parole: «Rabat, quando vuole, chiude il passaggio».
Ecco il punto che dovrebbe inquietare più di ogni immagine di folla. La frontiera meridionale dell’Unione europea non è controllata dall’Unione europea. È una valvola, e la mano sulla valvola appartiene a un governo terzo che può aprirla e chiuderla in base ai propri interessi. Questa non è una debolezza accidentale: è il risultato di quindici anni di politiche di esternalizzazione, memorandum e accordi bilaterali con cui l’Europa ha appaltato il proprio confine, e quindi il proprio diritto d’asilo, a Paesi che non rispondono a nessun elettorato europeo.
Vale la pena aggiungere un dettaglio che sembra una battuta e invece è una norma vigente. Il 10 febbraio 2026 il Parlamento europeo ha approvato il primo elenco comune di Paesi di origine sicuri. Nell’elenco, insieme a Bangladesh, Colombia, Egitto, India, Kosovo e Tunisia, c’è il Marocco. Lo stesso Stato che espelle i cronisti stranieri dalla propria frontiera è, per il diritto europeo, un luogo da cui non si scappa.
3. Un mese senza Schengen
La sera del 31 luglio il governo italiano ha annunciato la sospensione temporanea del regime di libera circolazione con la Spagna. Dal primo agosto al primo settembre, controlli di frontiera ripristinati su navi e aerei provenienti dalla penisola iberica, verifiche mirate e selettive sui cittadini di Paesi terzi. Giorgia Meloni l’ha definita una misura «straordinaria» a tutela della sicurezza nazionale.
Sul piano pratico, quasi nulla. Italia e Spagna non confinano; le persone entrate a Ceuta non avevano comunque diritto alla libera circolazione nello spazio Schengen; il grosso di quelle persone era già rientrato in Marocco quando il provvedimento è stato firmato. Sul piano politico, invece, moltissimo. La decisione arriva mentre il governo è incalzato a destra dal nuovo partito del generale Roberto Vannacci, e offre un’immagine di fermezza a costo zero.
Madrid ha reagito duramente. Il ministro degli Esteri José Manuel Albares ha convocato l’ambasciatore italiano. Sánchez ha risposto con i numeri di Frontex sugli ingressi irregolari tra il 2021 e il 2026: quattrocentosettantottomilaseicento attraverso l’Italia, duecentotrentaquattromilasettecentosessanta attraverso la Spagna. Palazzo Chigi ha replicato che l’Italia non accetta ultimatum. Piantedosi ha spostato l’argomento dal terreno dei flussi a quello del terrorismo, sostenendo che alcune aree del Marocco sono storicamente oggetto di reclutamento jihadista e che «ogni ingresso irregolare è una vulnerabilità per tutta l’Europa». Dalla riunione dei ministri dell’Interno dell’Unione del 4 agosto, però, non era emersa alcuna ripercussione concreta sul territorio europeo.
Qui la questione smette di riguardare i migranti e comincia a riguardare noi. Perché la sospensione di Schengen non è più un’eccezione. Dal 2006, anno in cui la Commissione ha iniziato a registrare formalmente le notifiche, il ripristino temporaneo dei controlli alle frontiere interne è stato applicato oltre cinquecento volte. L’Italia, oltre alla misura verso la Spagna, ne aveva già in vigore un’altra, decisa il 19 giugno e valida fino al 18 dicembre, motivata con il rischio di infiltrazioni terroristiche lungo la rotta balcanica. Germania, Francia, Austria, Paesi Bassi, Polonia, Svezia e Norvegia applicano misure analoghe. Un istituto giuridico derogato cinquecento volte non è una regola con eccezioni. È un’eccezione che ha conservato il nome di regola.
4. Il dodici giugno, quando l’eccezione è diventata codice
Mentre l’opinione pubblica guardava Ceuta, la trasformazione più profonda era già avvenuta, in silenzio, sette settimane prima.
Il 12 giugno 2026 è entrato in applicazione in tutti i ventisette Stati membri il Patto europeo sulla migrazione e l’asilo: nove regolamenti e una direttiva, adottati nel maggio 2024, con applicazione diretta e immediata. Lo stesso giorno il governo italiano ha pubblicato il decreto legge n. 100, che adegua l’ordinamento interno. Un provvedimento omnibus che, nello stesso testo, disciplina l’esame di Stato per l’accesso alla professione forense e il trattenimento dei richiedenti asilo alla frontiera.
Il cuore della riforma è la procedura di frontiera. Si applica obbligatoriamente a tre categorie: chi è ritenuto pericoloso per la sicurezza nazionale, chi proviene da Paesi con un tasso di riconoscimento delle domande inferiore al venti per cento, chi ha presentato documenti falsi. Deve concludersi entro dodici settimane. Per tutta la sua durata il richiedente è tenuto a permanere alla frontiera esterna, in prossimità di essa, in una zona di transito o in altri luoghi designati. L’Unione ha fissato per l’Italia una capienza adeguata iniziale di ottomilasedici posti; nel primo anno di applicazione il nostro Paese dovrebbe trattare con questa procedura fino a sedicimilatrentadue domande.
Human Rights Watch, il giorno prima dell’entrata in vigore, ha parlato di un colpo durissimo al diritto d’asilo. La Commissione, dal canto suo, ha celebrato frontiere esterne più sicure e procedure più efficienti, rivendicando una diminuzione del cinquantacinque per cento degli attraversamenti irregolari rispetto a due anni prima.
Sul costo, il silenzio è stato più eloquente di qualsiasi dichiarazione. Il Piano nazionale di attuazione del Patto è stato reso pubblico solo dopo una sentenza del TAR e un giudizio di ottemperanza promosso da un giornalista, e comunque oscurato proprio nelle parti relative ai costi. Da quanto ricostruito, l’attuazione potrebbe costare all’Italia oltre due miliardi di euro in cinque anni. Un governo che deve nascondere quanto spende per una riforma che dice di considerare necessaria sa perfettamente che quella cifra, messa accanto ad altre voci di bilancio, sarebbe indifendibile.
5. La finzione giuridica di non essere entrati
Dentro il Patto c’è un dispositivo che merita di essere nominato per quello che è, perché è il vero salto concettuale. Si chiama finzione di non ingresso. La persona che si trova fisicamente sul territorio europeo, che ha i piedi sulla sabbia di una spiaggia dell’Unione, giuridicamente non vi è ancora entrata. Da questa finzione discende tutto: la possibilità di trattenerla, di esaminarne la domanda con procedura accelerata, di rimpatriarla direttamente dalla zona di frontiera senza che l’ingresso sia mai stato riconosciuto.
Il secondo dispositivo è la presunzione. Il concetto di Paese sicuro sostituisce la valutazione individuale con una statistica: se meno del venti per cento delle domande provenienti da un certo Paese viene accolto, la tua domanda viene incanalata in una corsia accelerata. Non conta la tua storia, conta la percentuale della tua nazionalità. È l’ingresso del calcolo attuariale nel diritto delle persone: un principio che, se applicato ai cittadini europei in qualsiasi altro ambito, verrebbe immediatamente riconosciuto come discriminazione.
Il terzo elemento non è ancora legge ma indica la direzione. Il regolamento sui rimpatri, in negoziato dal marzo 2026, prevede fino a ventiquattro mesi di detenzione per chi non collabora al proprio rimpatrio e la creazione di hub di rimpatrio in Paesi terzi. Ventiquattro mesi di privazione della libertà personale non per un reato, ma per una condizione amministrativa.
6. Le impronte dei bambini di sei anni
Tutto questo poggia su un’infrastruttura tecnica di cui quasi non si discute. Il regolamento (UE) 2024/1358 trasforma Eurodac, la vecchia banca dati delle impronte digitali dei richiedenti asilo, in un archivio complessivo su asilo e migrazione. Vengono aggiunti i dati biometrici del volto, utilizzabili per il riconoscimento facciale. I periodi di conservazione si allungano. L’accesso è consentito anche alle autorità di contrasto. Il sistema è interoperabile con il Sistema informativo Schengen, con il sistema informativo visti e con gli altri database europei.
E la soglia di età per il rilevamento biometrico scende da quattordici a sei anni.
Il legislatore europeo motiva la scelta con la protezione degli stessi minori: identificarli aiuta a ricostruire i legami familiari e a rintracciare i bambini scomparsi. Sono previste tutele: il minore deve essere accompagnato, il funzionario deve essere formato, la procedura deve essere adatta all’età. Centosessantuno organizzazioni della società civile avevano chiesto di fermare la riforma. Resta un fatto elementare che nessuna tutela procedurale cancella: in Europa un bambino di prima elementare non può decidere nulla sui propri dati personali, e il Regolamento generale sulla protezione dei dati stabilisce che fino ai sedici anni non possa disporne autonomamente. Ma se quel bambino arriva da fuori, dai sei anni i suoi dati biometrici finiscono in un archivio europeo consultabile anche a fini di polizia.
Nel frattempo, dal 10 aprile 2026, il sistema di ingressi e uscite è pienamente operativo in tutti i valichi dello spazio Schengen. Sostituisce il timbro sul passaporto con la registrazione digitale di volto e impronte per ogni cittadino non europeo in soggiorno breve. Chi rifiuta di fornire i dati biometrici si vede automaticamente negare l’ingresso. Dall’avvio graduale nell’ottobre 2025 oltre ventiquattromila persone sono state respinte. Dall’ultimo trimestre del 2026 arriverà ETIAS, l’autorizzazione preventiva al viaggio anche per chi il visto non ha mai avuto bisogno di chiederlo.
La frontiera, insomma, ha smesso di essere una linea. È diventata un archivio.
7. La sorveglianza che non ha più bisogno dello Stato
Chi pensa che tutto questo riguardi soltanto chi arriva da fuori dovrebbe seguire con attenzione la vicenda che a Bruxelles chiamano Chat Control, perché è la più istruttiva di tutte, e non per il merito della norma ma per il modo in cui è stata approvata.
Dal 2021 esiste una deroga temporanea alla direttiva ePrivacy che consente ai fornitori di servizi di messaggistica e posta elettronica di analizzare volontariamente i contenuti degli utenti alla ricerca di materiale pedopornografico. È una deroga: la regola resta la riservatezza delle comunicazioni. Il regolamento permanente, proposto dalla Commissione nel maggio 2022, è ancora in negoziato dopo quattro anni.
A marzo 2026 il Parlamento europeo ha respinto la proroga della deroga con trecentoundici voti contrari e duecentoventotto favorevoli. Il 3 aprile la deroga è scaduta e le regole ordinarie sulla privacy sono tornate in vigore. Facebook, Google, Microsoft e Snapchat hanno continuato comunque a scansionare i messaggi, dichiarando che non si trattava soltanto di una questione di legge. A fine giugno la presidente del Parlamento Roberta Metsola ha riaperto il dossier; il Consiglio ha ripresentato il 2 luglio un testo di contenuto identico a quello già bocciato; la procedura d’urgenza ha rovesciato l’onere della prova, imponendo la maggioranza assoluta non per approvare la proroga, ma per respingerla.
Il 9 luglio 2026 il Parlamento ha votato. Trecentoquattordici deputati si sono espressi per respingere il testo, duecentosettantasei contro, diciassette astenuti. La maggioranza dei presenti era contraria. Ma servivano trecentosessantuno voti, e la deroga è passata. Resterà in vigore fino al 3 aprile 2028. Il Parlamento è riuscito soltanto a emendare il testo escludendo dalla scansione le comunicazioni protette da crittografia end to end.
Rileggiamo la sequenza. Una misura respinta a marzo, scaduta ad aprile, ripresentata identica a luglio, approvata grazie a una regola procedurale che trasforma una maggioranza contraria in un via libera. Oltre ottocento esperti avevano avvertito che una scansione generalizzata tratta ogni cittadino come un potenziale sospetto. Il potere di controllare i contenuti non è affidato a un’autorità giudiziaria che valuta caso per caso, ma a imprese private, quasi tutte statunitensi, che decidono in autonomia quando e come analizzare. Non è il Grande Fratello dello Stato totalitario. È qualcosa di più efficiente: una sorveglianza privatizzata, tecnicamente volontaria, giuridicamente eccezionale e permanentemente prorogata.
Il panopticon di Bentham funzionava perché il prigioniero non sapeva se in quel momento la guardia lo stesse osservando, e finiva per sorvegliarsi da solo. La versione contemporanea è più raffinata: la guardia non è un funzionario pubblico, e il prigioniero ha firmato le condizioni d’uso.
8. Quanto costa il nemico
Un ordine securitario ha un prezzo, e il prezzo è scritto nei bilanci dello Stato.
Nel 2026 la spesa militare italiana diretta raggiunge il record di trentatré miliardi e novecento milioni di euro, secondo l’Osservatorio Mil€x, con una crescita del quarantacinque per cento rispetto a dieci anni fa. La quota destinata all’acquisto di armamenti è passata dai tre miliardi del 2006 ai tredici del 2026: quadruplicata. Dall’insediamento del governo Meloni, nell’ottobre 2022, sono stati approvati settantotto programmi di riarmo per trentasei miliardi e quattrocento milioni, esaminati in poche sedute parlamentari, senza istruttorie indipendenti né analisi delle alternative.
Nel marzo 2026 la NATO ha certificato che l’Italia ha superato la soglia del due per cento del prodotto interno lordo. È un’operazione contabile: il perimetro è stato riclassificato da trentuno a quarantacinque miliardi, senza un euro di spesa reale aggiuntiva. Un Paese che dichiara di spendere il doppio di quanto spende, per soddisfare un impegno internazionale, sta dicendo qualcosa di preciso sul rapporto tra la propria classe dirigente e la verità.
La traiettoria concordata porta al cinque per cento del prodotto interno lordo entro il 2035, tre e mezzo per la difesa in senso stretto e uno e mezzo per la sicurezza in senso lato. Mil€x ha calcolato la differenza tra questo scenario e il mantenimento del precedente obiettivo del due per cento: quattrocentonovantotto miliardi di euro aggiuntivi tra il 2027 e il 2035. Mezzo trilione.
C’è un ultimo dato, e riguarda direttamente la democrazia. Il Documento programmatico pluriennale della Difesa ha smesso di pubblicare i costi complessivi dei singoli programmi. Mil€x osserva che la serie storica ricostruita rischia di essere l’ultima compilabile su fonti esclusivamente ufficiali. Nel momento del riarmo più intenso dal dopoguerra, il Parlamento e i cittadini stanno perdendo la possibilità stessa di sapere quanto costa.
9. Chi paga il conto, e con quale corpo
Ora mettiamo i numeri uno accanto all’altro, perché è lì che la politica smette di essere astratta.
Il Documento di finanza pubblica 2026 congela il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo al sei virgola quattro per cento fino al 2029. Nel triennio 2027-2029 il divario tra la spesa sanitaria prevista e il finanziamento pubblico effettivamente stanziato raggiunge trenta miliardi e seicento milioni. Il Fondo sanitario nazionale, dopo l’incremento del 2026, crescerà dello zero virgola sette per cento nel 2027 e dello zero virgola sei nel 2028: in rapporto al prodotto interno lordo scenderà dal sei virgola sedici al cinque virgola novantatré. Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione GIMBE, la definisce «una scelta politica precisa». Ha ragione: lo è.
Sull’altro lato del bilancio ci sono le persone. Nel 2024 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto centottantacinque miliardi, di cui quarantuno e trecento milioni pagati direttamente dalle famiglie, quasi un quarto del totale. Quasi sei milioni di italiani hanno rinunciato a una visita o a una cura per i tempi di attesa o per il costo. Non sono un dato statistico. Sono una donna di sessant’anni che rimanda una colonscopia perché in regime privato costa quanto una bolletta trimestrale. Sono un caregiver familiare che assiste da solo un genitore non autosufficiente e non ha né un riconoscimento giuridico né un’ora di sollievo. Sono una lista d’attesa che al Sud è due o tre volte più lunga che al Nord.
Quattrocentonovantotto miliardi aggiuntivi per gli armamenti da qui al 2035. Trenta miliardi e seicento milioni che mancano alla sanità pubblica in tre anni. Non è un confronto retorico ed è verificabile riga per riga: sono due decisioni prese dallo stesso Parlamento, con le stesse risorse, nello stesso ciclo di bilancio. La sicurezza, quando è armata, è un investimento strategico; quando è la certezza di essere curati, diventa un costo da contenere.
È qui che la costruzione del nemico esterno mostra la sua funzione più concreta. Finché la minaccia è chi attraversa una frontiera, la domanda politica resta chi tenere fuori. Se la minaccia tornasse a essere l’invecchiamento senza assistenza, la malattia senza risposta, il lavoro povero, la domanda diventerebbe un’altra: chi si prende cura di chi, e con quali soldi. La prima domanda produce consenso a costo quasi nullo. La seconda produce conflitto redistributivo. Non è difficile capire quale delle due convenga alla classe dirigente.
10. La bolla che promette il futuro
Manca un tassello, e non è un tema laterale.
Nel 2026 i grandi operatori di data center hanno programmato investimenti compresi, secondo le stime, tra i seicento e i settecentocinquanta miliardi di dollari; Goldman Sachs colloca l’investimento globale legato all’intelligenza artificiale intorno agli ottocento miliardi. Nel solo primo trimestre dell’anno il capitale di rischio raccolto nel mondo ha toccato i trecento miliardi di dollari, e l’ottanta per cento è finito alle imprese di intelligenza artificiale. La Banca centrale europea ha rilevato che le valutazioni azionarie statunitensi, misurate dal rapporto tra prezzi e utili di lungo periodo, sono vicine ai massimi storici, un livello visto l’ultima volta durante la bolla delle dot-com.
Una parte di questo denaro gira in circolo tra gli stessi soggetti: Nvidia investe in OpenAI, che con quei fondi compra processori Nvidia; Microsoft finanzia OpenAI, che restituisce buona parte del denaro sotto forma di contratti per i propri servizi cloud; Meta struttura un finanziamento da ventisette miliardi con un fondo di credito privato per tenere il debito fuori bilancio. Non tutti concordano sulla diagnosi: alcune analisi finanziarie sostengono che, a differenza del Duemila, i protagonisti sono aziende con flussi di cassa solidi e posizioni quasi monopolistiche, e che si tratti dell’assestamento fisiologico di una trasformazione reale. Può darsi.
Ma la questione politica non dipende dall’esito della scommessa finanziaria. Dipende dal fatto che la stessa infrastruttura, gli stessi processori, gli stessi modelli di riconoscimento, la stessa capacità di calcolo che oggi si presenta come promessa di progresso sono ciò che rende materialmente possibile il riconoscimento facciale alle frontiere, la scansione automatica dei messaggi, la classificazione probabilistica delle persone. Non si tratta di due storie che si somigliano. È la medesima infrastruttura, e appartiene a un pugno di società private che non rispondono a nessun elettorato. Se la bolla si sgonfia, i costi verranno socializzati come sempre. Se non si sgonfia, avremo consegnato a soggetti privati un potere di classificazione degli esseri umani che nessuno Stato democratico ha mai posseduto.
11. Il dito e la luna
Mettiamo in fila. Una frontiera esterna appaltata a un governo terzo che la apre e la chiude a seconda dei propri interessi. Una finzione giuridica per cui chi ha i piedi sul suolo europeo non è entrato in Europa. Una presunzione statistica che sostituisce l’esame individuale delle domande di protezione. Un archivio biometrico che comincia dai sei anni di età. Una deroga alla riservatezza delle comunicazioni approvata contro la maggioranza dei voti espressi e prorogata fino al 2028. Un trattato sulla libera circolazione derogato cinquecento volte in vent’anni. Mezzo trilione di euro per le armi e trenta miliardi che mancano alla sanità. Una concentrazione di potere computazionale senza precedenti nelle mani di poche imprese private.
Nessuno di questi passaggi, preso da solo, è un colpo di Stato. Ognuno ha una giustificazione ragionevole, spesso perfino nobile: proteggere i bambini dagli abusi, difendere i confini dalle reti criminali, garantire la sicurezza in un mondo instabile. Ogni singolo dito ha una sua buona ragione per essere puntato.
Il problema è la somma. E la somma dice che il modello di potere che governa le nostre società sta cambiando forma sotto i nostri occhi, senza avere bisogno di camicie nere, partito unico o uomo forte al balcone. Può governare attraverso l’emergenza permanente, la paura amministrata, la sorveglianza delegata ai privati, la precarietà economica e la produzione costante di un nemico riconoscibile. Il migrante è oggi il volto più visibile di quel nemico, ma non è l’unico disponibile: c’è il russo, l’iraniano, il terrorista, il complottista, il dissidente, il povero, e all’occorrenza il cittadino che chiede conto delle decisioni prese.
La funzione del nemico non è essere realmente pericoloso. È essere riconoscibile. Una società impaurita è una società più facilmente governabile, e chi ha paura chiede protezione, non conti.
Per questo credo che la domanda su un ritorno del fascismo, per quanto comprensibile, sia diventata la domanda sbagliata. Cercare le camicie nere significa guardare il dito. La domanda vera è un’altra, ed è molto più scomoda: quali sono i meccanismi concreti attraverso cui una società democratica può progressivamente assumere comportamenti autoritari senza smettere formalmente di essere democratica? Elezioni regolari, parlamenti che votano, corti che pronunciano sentenze, giornali che scrivono. E, dentro questa cornice intatta, un uomo trattenuto dodici settimane in una zona di frontiera perché la sua nazionalità ha una percentuale di accoglimento troppo bassa.
La nostra Costituzione dice cose molto precise su tutto questo. L’articolo 10 riconosce il diritto d’asilo allo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche. L’articolo 11 ripudia la guerra. L’articolo 13 dichiara inviolabile la libertà personale. L’articolo 15 protegge la segretezza della corrispondenza. L’articolo 32 tutela la salute come diritto dell’individuo e interesse della collettività. Nessuno di questi articoli è stato abrogato. Sono semplicemente diventati, uno dopo l’altro, materia di eccezioni.
Stefano Rodotà avvertiva che il controllo sui propri dati è oggi una parte costitutiva della libertà personale, non un tecnicismo per giuristi. Aveva ragione, e vale la pena rileggerlo mentre discutiamo di soglie biometriche a sei anni.
Non ho una conclusione consolatoria. Ho una constatazione e una domanda. La constatazione è che nessuna delle misure di cui ho scritto è stata imposta con la forza: tutte sono state votate, spiegate, giustificate e in larga parte accettate. La domanda è quella con cui vorrei lasciare chi legge: se ogni singola emergenza è ragionevole, chi decide quando l’emergenza finisce? E se non finisce mai, come si chiama ancora quello in cui viviamo?
Continuiamo a discutere del dito. Intanto, sopra di noi, la luna sta cambiando forma.
Fonti
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Il Fatto Quotidiano, Crisi migranti Ceuta 2026: perché il Marocco ha aperto i confini, 2 agosto 2026. Link
Euronews, Ceuta travolta dall’ondata migratoria, 31 luglio 2026. Link
Euronews, Spain’s legal dilemma behind Ceuta’s record migrant arrivals, 31 luglio 2026. Link
Vatican News, Migranti, a Ceuta in 60 mila. La crisi si estende all’UE, luglio 2026. Link
ANSA, Nessun assalto di Ferragosto a Ceuta, Rabat blocca i migranti, 15 agosto 2026. Link
Il Post, La polizia marocchina ha bloccato centinaia di persone che volevano raggiungere Ceuta, 15 agosto 2026. Link
Quotidiano Nazionale, Ceuta, il Marocco blocca un nuovo assalto di migranti, 15 agosto 2026. Link
Linkiesta, Il caso Ceuta non è un’invasione ma il fallimento della politica europea sui migranti, agosto 2026. Link
ANSA, L’Italia sospende Schengen con la Spagna, 31 luglio 2026. Link
Il Post, È difficile che la sospensione di Schengen serva davvero, 31 luglio 2026. Link
Adnkronos, Italia sospende Schengen con Spagna: i dati Frontex citati da Sánchez, 1 agosto 2026. Link
Il Sole 24 Ore, Schengen suspension in 2026: Italia and France, agosto 2026. Link
Il Foglio, Piantedosi conferma lo stop a Schengen: rischio terrorismo, 14 agosto 2026. Link
Radio Popolare, Meloni respinge l’ultimatum di Sánchez, agosto 2026. Link
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Legal-blog.it, Patto UE migrazione e asilo: cosa cambia dal 12 giugno (d.l. 100/2026), 4 luglio 2026. Link
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Il Fatto Quotidiano, Chat Control, così si è espresso il Parlamento Ue sulla sorveglianza di massa, 10 luglio 2026. Link
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