L’ECONOMIA DELLA GUERRA: COME IL RIARMO STA RISCRIVENDO LA DEMOCRAZIA E APRENDO LA STRADA AL NUOVO AUTORITARISMO

C’è un numero che dovrebbe gelare il sangue nelle vene di chiunque abbia a cuore la democrazia, la pace e la giustizia sociale: 2.887 miliardi di dollari. È la cifra record della spesa militare globale nel 2025, certificata dal Stockholm International Peace Research Institute. Mai nella storia dell’umanità si era investito così tanto nella preparazione della guerra. Mai il mondo era stato così armato. E mai, paradossalmente, così insicuro.

Non è solo un dato economico. È un segnale politico. È la fotografia di un sistema che sta cambiando natura.

Dietro quei numeri si nasconde una mutazione profonda: il ritorno della guerra come architrave dell’economia e della politica, e con essa il riemergere di pulsioni autoritarie, nazionaliste e apertamente neofasciste che si stanno diffondendo in tutto l’Occidente.

Non è una coincidenza. È una connessione.

La spirale del riarmo: un sistema che si autoalimenta

I dati sono chiari. Stati Uniti, Cina e Russia concentrano il 60% della spesa militare globale. L’Europa accelera con un aumento medio del 14%, mentre l’Italia registra un inquietante +20%. La NATO nel suo complesso supera i 1.500 miliardi di dollari.

Ma il punto centrale non è chi spende di più. È perché lo si fa.

La narrazione dominante parla di “sicurezza”, di “difesa”, di “minacce globali”. Ma la realtà è un’altra: siamo di fronte a un gigantesco trasferimento di risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Un sistema che vive di conflitti, li alimenta e ne trae profitto.

La guerra non è più un fallimento della politica. È diventata una funzione della politica.

Ed è qui che il cerchio si chiude: perché un’economia fondata sulla guerra ha bisogno di società disciplinate, impoverite, impaurite. Ha bisogno di consenso costruito sulla paura. Ha bisogno, in ultima analisi, di forme di governo sempre meno democratiche.

Dalla crisi sociale all’autoritarismo: il terreno fertile del nuovo fascismo

Quando le risorse vengono drenate verso la spesa militare, qualcosa deve essere sacrificato. E quel qualcosa ha sempre lo stesso nome: welfare.

Sanità sottofinanziata. Scuola pubblica impoverita. Giovani senza prospettive. Lavoro precarizzato. Diritti sociali erosi.

È in questo vuoto che crescono le destre radicali.

Il meccanismo è ormai riconoscibile: si produce insicurezza sociale attraverso politiche neoliberiste e austerità, si alimenta la paura, e poi si offre una risposta autoritaria, identitaria, spesso xenofoba. Il nemico non è più il sistema che produce disuguaglianza, ma il migrante, il diverso, il dissenso.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: una nuova ondata reazionaria che attraversa l’Europa e l’Occidente. Non è il ritorno del fascismo storico. È qualcosa di più subdolo: un autoritarismo adattato al XXI secolo, perfettamente compatibile con il capitalismo globale.

Un fascismo senza camicie nere, ma con algoritmi, propaganda mediatica e repressione selettiva.

La grande ipocrisia delle istituzioni: pace a parole, guerra nei bilanci

C’è un elemento che rende tutto questo ancora più grave: l’ipocrisia.

Governi che si proclamano democratici, progressisti, perfino pacifisti, mentre aumentano in modo vertiginoso le spese militari. È il caso dell’Italia, ma anche di altri Paesi europei che continuano a parlare di diritti e cooperazione mentre investono miliardi in armamenti.

La verità è che le scelte reali si fanno nei bilanci, non nei discorsi.

E nei bilanci troviamo una priorità chiara: la guerra.

Non è un errore. È una scelta politica. Una scelta che risponde a interessi precisi: quelli delle industrie belliche, delle lobby finanziarie, delle élite che traggono profitto dalla destabilizzazione globale.

Nel frattempo, le istituzioni internazionali appaiono sempre più marginali, incapaci di fermare i conflitti o di proporre un’alternativa credibile. Il multilateralismo è svuotato, mentre avanzano logiche di potenza e blocchi contrapposti.

Opposizioni senza coraggio: il vuoto politico che alimenta il disastro

Ma c’è una responsabilità che non può essere ignorata: quella delle forze di opposizione.

In un contesto come questo, non basta denunciare il fascismo. Non basta evocare i valori democratici. Serve un progetto politico alternativo, concreto, radicale.

Serve rimettere al centro la giustizia sociale.

Sanità pubblica universale. Istruzione accessibile e di qualità. Politiche per i giovani. Investimenti nella transizione ecologica. Diplomazia e cooperazione internazionale al posto della militarizzazione.

E invece troppo spesso assistiamo a un’opposizione timida, subalterna, incapace di rompere davvero con il paradigma dominante.

Così il campo resta libero.

E il vuoto viene riempito da chi offre risposte semplici, autoritarie, spesso violente.

Un bivio storico: guerra permanente o giustizia sociale

Siamo dentro un passaggio storico.

Da una parte c’è la strada che stiamo percorrendo: riarmo, conflitti, disuguaglianze crescenti, regressione democratica. Una traiettoria che rischia di portarci verso una normalizzazione della guerra e una progressiva erosione delle libertà.

Dall’altra c’è un’alternativa che esiste, ma che richiede coraggio politico: disarmo, redistribuzione, diritti, cooperazione tra i popoli.

Non è un’utopia. È una necessità.

Perché continuare su questa strada significa accettare un mondo sempre più violento, ingiusto e autoritario. Significa consegnare il futuro a un sistema che ha bisogno della guerra per sopravvivere.

E un sistema che ha bisogno della guerra non può essere democratico.

La domanda, a questo punto, non è più se siamo in pericolo.

La domanda è: chi avrà il coraggio di cambiare rotta prima che sia troppo tardi?

Fonti:
SIPRI – Military Expenditure Database
Rete Italiana Pace e Disarmo
Global Campaign on Military Spending (GCOMS)

Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia

I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata

Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.

Il paradigma della legge truffa

Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.

Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria. La mobilitazione lanciata in questi giorni richiama alla memoria le grandi battaglie costituzionali del dopoguerra, ed è condotta nella piena consapevolezza che oggi, come allora, in gioco non è una questione procedurale ma la natura stessa della democrazia parlamentare sancita dalla Carta del 1948. La parola «truffa», nel vocabolario dei costituzionalisti italiani, non è un’iperbole polemica: è una categoria storica precisa, che designa quei dispositivi normativi attraverso cui il potere tenta di preservarsi bypassando il libero esercizio della sovranità popolare.

Il meccanismo: premio abnorme, parlamento addomesticato

L’articolazione del testo incardinato alla Camera rivela con chiarezza la filosofia che la muove. Alla lista o alla coalizione vincente, anche per un margine risicato, verrebbe assegnato un bonus di settanta deputati alla Camera e trentacinque senatori a Palazzo Madama. Numeri che non servono a garantire la governabilità — feticcio invocato a ogni stagione per giustificare ogni forzatura — ma a produrre un’alterazione radicale della proporzione fra voti ricevuti e poltrone ottenute. Un partito o una coalizione che raccogliesse un sostegno appena superiore al trentacinque per cento potrebbe ritrovarsi, grazie all’effetto moltiplicatore del premio, a gestire la metà abbondante dell’assemblea. È la fine di qualunque corrispondenza fra numero di voti e numero di seggi, il principio fondativo di ogni rappresentanza democratica.

Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e presidente del Comitato Giusto Dire No durante il referendum di marzo, ha sintetizzato il vizio di fondo con chirurgica precisione: l’elettore non ha alcun ruolo nella selezione di quei settanta. Sono i partiti a decidere chi occuperà i seggi aggiuntivi, attraverso listini bloccati che riproducono lo schema già più volte bocciato dalla Corte costituzionale nelle sentenze sul Porcellum e sull’Italicum. Il cittadino è chiamato a ratificare una scelta compiuta a monte nelle stanze delle segreterie di partito. Vota, ma non sceglie. Assume un ruolo cerimoniale, quello di certificare con la matita copiativa decisioni già prese altrove. La Costituzione, all’articolo 67, vuole parlamentari liberi da vincoli di mandato perché eletti direttamente dal popolo; il Melonellum li vuole invece debitori delle nomenklature di partito, incapsulati in una catena di obblighi che rende vana ogni pretesa di autonomia.

La deriva dei tre quinti: anticamera dell’autocrazia

Il punto più inquietante della manovra riguarda la soglia dei tre quinti del Parlamento. Con il Melonellum, una coalizione vincente anche di pochissimo potrebbe raggiungere circa duecentotrenta deputati, a un soffio da quella quota aritmetica. E i tre quinti non sono un numero magico o un’astrazione accademica: sono la soglia che, in Italia, consente di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica a partire dal quarto scrutinio e di condizionare imodo decisivo la nomina dei giudici della Corte costituzionale di quota parlamentare. Tradotto: chi controlla i tre quinti controlla gli equilibri istituzionali dell’intero Paese.

Può scegliere il Capo dello Stato senza necessità di convergenza con le opposizioni, può plasmare la Consulta secondo le proprie inclinazioni ideologiche, può — nel medio periodo — orientare l’interpretazione stessa della Costituzione attraverso le sentenze dei giudici che ha contribuito a designare. È il percorso silenzioso attraverso cui una democrazia parlamentare può mutare fisionomia senza che sia necessario abolire formalmente nulla. Non servono proclami, non serve un Ventitré marzo rovesciato: basta un lento, paziente lavoro di erosione dei contrappesi, un’operazione di ingegneria istituzionale che modifichi le regole del gioco fino a rendere strutturalmente impossibile la sconfitta di chi governa. Villone usa una parola che non andrebbe sottovalutata e che merita di essere pronunciata per quello che è: autocrazia. Non si tratta di iperbole polemica, ma della descrizione tecnica di un sistema in cui il potere esecutivo, grazie a un dispositivo elettorale distorto, finisce per controllare anche i contrappesi pensati per limitarlo.

Il voto estero, laboratorio della manipolazione

Accanto al corpo principale della riforma, il governo ha già consumato nei giorni scorsi un’operazione che chiarisce il metodo e l’obiettivo: la riscrittura delle regole per il voto degli italiani residenti all’estero. Nelle ultime elezioni politiche, su dodici eletti nella circoscrizione Europa, sette erano del Partito democratico e uno del Movimento 5 Stelle, successivamente transitato ad Azione. Un dato scomodo per la maggioranza, che in Europa — dove risiedono le comunità italiane più integrate, più informate e culturalmente più esposte al dibattito democratico continentale — non riesce a sfondare. Le nuove generazioni di emigranti italiani, fuggite dalla precarietà cronica del mercato del lavoro interno, votano tendenzialmente a sinistra o verso forze progressiste. Un fenomeno che il governo intende semplicemente cancellare dalla statistica.

La risposta è stata chirurgica: alterare i confini dei collegi esteri per annacquare il peso delle zone sfavorevoli e sovrarappresentare quelle dove il voto pende a destra. Il deputato Toni Ricciardi del Partito democratico, eletto proprio nel collegio Europa, ha denunciato apertamente l’operazione, mentre Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi e Sinistra ha fornito un dato eloquente: nel recente referendum costituzionale, in Sud America il Sì ha raccolto oltre il settanta per cento dei consensi, con picchi dell’ottantasette per cento in Venezuela, mentre in Europa ha prevalso nettamente il No. Ridisegnare i collegi per far pesare di più i voti delle zone favorevoli significa una cosa sola: piegare la geografia elettorale all’esigenza del vincitore. È la logica del gerrymandering americano traslata nel contesto italiano, un’operazione che negli Stati Uniti ha progressivamente svuotato di senso il principio una persona, un voto, producendo distorsioni sistemiche nella rappresentanza federale.

La catena spezzata: da Porcellum a Melonellum

L’ingegneria elettorale truffaldina non è un’invenzione della Meloni. È il prodotto di una sedimentazione ventennale che attraversa la storia della cosiddetta seconda Repubblica e si prolunga fino all’attuale stagione. Il Porcellum, architettato nel 2005 da Roberto Calderoli per blindare il potere di Silvio Berlusconi, fu dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte con la sentenza numero uno del 2014 proprio per il meccanismo del premio abnorme e dei listini interamente bloccati. L’Italicum renziano, approvato con il voto di fiducia e al centro del compromesso politico culminato nel referendum costituzionale del dicembre 2016, rilanciò la stessa logica attraverso il ballottaggio a due turni fra le liste più votate: bocciato anch’esso dalla Consulta con la sentenza trentacinque del 2017. Il Rosatellum, costruito sotto il governo Gentiloni con una maggioranza trasversale che includeva il Partito democratico e ampi settori del centrodestra, sopravvisse ai ricorsi ma confermò l’impianto delle candidature multiple e dei collegi uninominali di fatto blindati attraverso la compensazione proporzionale.

Sergio Bagnasco, che con il compianto Felice Carlo Besostri elaborò i referendum contro il Rosatellum, ha colto con lucidità il punto politico: il Melonellum è la figlia legittima del Porcellum, ma è anche il frutto della complicità bipartisan che ha impedito, nel corso di due decenni, il ritorno a un sistema elettorale che restituisse centralità al Parlamento e dignità alla funzione rappresentativa. Il campo progressista, se davvero vuole contrastare questa deriva, dovrà assumersi un impegno preciso e pubblico: non limitarsi a combattere questa legge nelle aule parlamentari e nelle eventuali sedi giurisdizionali, ma impegnarsi fin da ora a scriverne una radicalmente diversa in caso di vittoria alle prossime politiche. Una legge che non riproduca la logica capocratica, che abolisca premi sproporzionati e listini bloccati, che restituisca ai cittadini la facoltà effettiva di scegliere i propri rappresentanti e al Parlamento la dignità di luogo della deliberazione e del controllo sull’esecutivo. Senza questo impegno preventivo, la prossima alternanza rischia di limitarsi a una staffetta fra padroni diversi dello stesso meccanismo.

La sopravvivenza come principio politico

Villone ha usato una formula tagliente: per la destra si tratta di una questione di sopravvivenza. È la chiave per leggere non solo il Melonellum ma l’intera strategia del governo negli ultimi mesi. Il referendum di marzo ha mostrato alla maggioranza che il consenso del 2022 era anomalo e difficilmente ripetibile, frutto di un campo progressista frammentato più che di un’adesione profonda e duratura al programma della coalizione. L’astensione storica che aveva spalancato la strada a Palazzo Chigi non si ripeterà con la stessa intensità, anche perché il voto referendario ha dimostrato che una parte consistente dell’elettorato sa ancora mobilitarsi su questioni costituzionali. I sondaggi registrano da mesi un’erosione costante del consenso, aggravata dalla crisi economica, dall’inflazione che morde i salari reali, dall’impotenza mostrata di fronte all’escalation militare in Medio Oriente seguita alla campagna statunitense e israeliana contro l’Iran, con tutto ciò che ne è derivato sul piano dei prezzi dell’energia e della dipendenza strategica europea.

In questo quadro, per la maggioranza non si tratta più di vincere con un programma convincente, ma di costruirsi le condizioni per non perdere. Il Melonellum è esattamente questo: l’architrave di una strategia di conservazione del potere che rinuncia alla conquista del consenso per dedicarsi alla manipolazione delle regole. Chi, all’interno della coalizione, non vuole rinunciare ai collegi uninominali — si pensi alla Lega, che su di essi ha storicamente fondato la propria radicazione territoriale settentrionale — verrà compensato con posti blindati nei listini proporzionali. L’accordo interno è già sostanzialmente scritto: nessun partito della maggioranza può permettersi il lusso di andare alle urne con regole eque, perché nessuno di essi, singolarmente o insieme, è in grado di garantirsi la vittoria senza un vantaggio strutturale iscritto nella legge. È la confessione implicita della propria debolezza: ci si blinda perché si sa di essere minoritari.

La posta in gioco

Ciò che è in gioco con il Melonellum non è una diatriba tecnica fra costituzionalisti o l’ennesima querelle sulla legge elettorale. È la domanda fondamentale di ogni democrazia: a chi appartiene il potere? La risposta che la Costituzione italiana ha dato nel 1948 è inequivocabile — appartiene al popolo, che lo esercita attraverso rappresentanti liberamente scelti e vincolati al mandato ricevuto. Settantotto anni dopo, quella risposta è sotto assedio. Il percorso di svuotamento è graduale, spesso invisibile all’elettore distratto: un premio di maggioranza qui, un listino bloccato là, una ridistribuzione dei collegi, un’alterazione della quota estera. Ogni singolo passo sembra marginale. Sommati, disegnano il profilo di un sistema in cui chi vince — anche per un voto — ottiene le chiavi dell’intera macchina istituzionale e può usarle per consolidare il proprio dominio ben oltre la legittimazione ricevuta alle urne.

La storia repubblicana ha già conosciuto questa tentazione. L’ha affrontata nel 1953 e l’ha respinta con le armi della mobilitazione politica e culturale. L’ha riconosciuta nel 2005 con il Porcellum e, dopo anni di ritardo, l’ha smontata grazie alle sentenze della Corte costituzionale. L’ha incontrata di nuovo con l’Italicum e l’ha fermata alle urne del dicembre 2016. Oggi la affronta nella sua versione più sofisticata e spregiudicata, confezionata da una maggioranza che ha compreso come il vero terreno di conquista non siano più le coscienze degli elettori ma le regole con cui il loro voto viene pesato. La battaglia contro il Melonellum non è una questione di schieramento partitico ma di principio democratico elementare. Perché una democrazia che rinuncia al diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti cessa, semplicemente, di essere una democrazia. Diventa altro. E l’altro ha già un nome, scomodo e preciso, che i costituzionalisti italiani non hanno più paura di pronunciare.

Fonti

• Comitato di difesa costituzionale (CdC) — documenti, comunicati e appelli alla mobilitazione contro la riforma elettorale.

• Enrico Grosso, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Giurisprudenza — interventi pubblici e analisi sulla proposta di riforma.

• Massimo Villone — editoriali e saggi pubblicati su «il manifesto» sul sistema elettorale italiano e sui suoi rapporti con il dettato costituzionale.

• Sergio Bagnasco e Felice Carlo Besostri — ricorsi e materiali dei referendum contro il Rosatellum.

• Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014 (incostituzionalità parziale del Porcellum) e sentenza n. 35/2017 (incostituzionalità parziale dell’Italicum).

• Camera dei Deputati — atti parlamentari e testo della proposta di riforma del sistema elettorale incardinata in Commissione Affari costituzionali.

• Costituzione della Repubblica italiana — in particolare articoli 1, 48, 56, 67, 83 e 135.

• Archivio storico Senato della Repubblica — documenti sulla legge elettorale del 1953 (cosiddetta «legge truffa»).

• Dichiarazioni pubbliche di Toni Ricciardi (PD) e Filiberto Zaratti (AVS) sulla riforma del voto degli italiani all’estero.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

La libertà come sospetto: L’Europa liberale, la caccia al dissenso e il volto autoritario di chi si proclama democratico

Accade in un continente che si autoproclama faro del mondo libero, bastione dei diritti, custode dello Stato di diritto. Accade nei palazzi dell’Unione e nelle redazioni dei quotidiani più letti, nei salotti televisivi e nelle aule parlamentari, con una disinvoltura che dovrebbe inquietare chiunque conservi ancora una qualche memoria di cosa significhi democrazia. Un’ambasciatrice della Repubblica viene linciata in prima pagina e derubricata a funzionario di rango medio-basso. Un professore universitario di storia contemporanea viene inseguito di città in città con tentativi di sabotaggio delle sue presentazioni. Un giornalista-vignettista popolare finisce nella lista nera dei nemici pubblici. Un festival di cinema documentario diventa oggetto di lettere aperte alla Presidenza del Consiglio per chiedere divieti, censure e sanzioni. La colpa, in tutti questi casi, è sempre la stessa: avere un’opinione diversa da quella prescritta, e avere ancora la pretesa di esprimerla.

La macchina del bollino atlantico
Il meccanismo è ormai oliato. Da una parte, figure istituzionali di primo piano — una vicepresidente del Parlamento europeo, senatori di area liberale e radicale, commentatori di testate di riferimento — che trasformano l’etichetta di «putiniano» in uno strumento di neutralizzazione politica. Dall’altra, una stampa compiacente che raccoglie, amplifica, trasforma in verità giornalistica l’insulto d’ufficio. A chiudere il cerchio, la satira televisiva, quella addomesticata, che prende di mira non il potere ma i privati cittadini colpevoli di essersi presentati alla proiezione di un documentario non allineato. Non è più un dibattito, è una caccia. E la caccia ha regole semplici: chi critica la NATO è al soldo del Cremlino; chi documenta il genocidio a Gaza è antisemita; chi si oppone al riarmo è un agente del nemico; chi distingue tra diritto internazionale e ragion di Stato è un nostalgico. La complessità, che dovrebbe essere la misura della maturità di una democrazia, viene liquidata come copertura ideologica.

La conferenza stampa convocata in pompa magna per denunciare come «indecente» la presentazione di un libro nella Sala Stampa di Montecitorio è solo l’ultimo tassello di un costume che si è andato formando negli ultimi anni. Un libro, si badi: un oggetto di carta stampata, accompagnato da una discussione pubblica con un’autrice, un’ambasciatrice, una parlamentare e una giornalista. Nulla che non rientri nel più ordinario esercizio della funzione intellettuale in qualunque paese che si rispetti. Eppure, nell’Italia e nell’Europa di oggi, questo basta a scatenare una reazione degna di un regime minore. Non è tollerabile, nel nuovo galateo, che qualcuno parli fuori dal coro davanti a microfoni istituzionali. Non è tollerabile che il dissenso esca dai perimetri assegnati, che si affacci alle tribune, che trovi una sala. Occorre circoscriverlo, isolarlo, delegittimarlo.

Doppi standard, o la geometria variabile del diritto
La manovra che più colpisce, in questa stagione di linciaggi ordinati, è il sistematico ricorso al doppio standard. Gli stessi che si indignano per un padiglione russo alla Biennale di Venezia partecipano a conferenze organizzate dal governo dell’Arabia Saudita, i cui vertici sono stati indicati come mandanti dell’esecuzione di un giornalista dentro un consolato in territorio turco. Gli stessi che chiedono sanzioni contro chi ha assistito a un festival di cinema difendono senza sfumature un governo, quello israeliano, che da oltre due anni calpesta il diritto internazionale sotto gli occhi del mondo, tra decine di migliaia di morti civili, migliaia di bambini mutilati o uccisi, intere città ridotte a cenere. Gli stessi che gridano alla sovranità europea accettano che banche italiane ed europee applichino sanzioni statunitensi contro una relatrice speciale delle Nazioni Unite come Francesca Albanese, colpevole soltanto di fare il proprio mestiere con rigore giuridico impeccabile.

La Commissione europea, organo esecutivo privo di funzioni giudiziarie, ha bloccato i conti bancari del politologo Jacques Baud senza alcun processo, limitandone la libertà di movimento sulla base di sospetti politici. Ha esercitato pressioni economiche dirette sulla Biennale di Venezia per orientarne le scelte culturali. Ha disposto, in autonomia amministrativa, la censura di testate giornalistiche russe sull’intero territorio dell’Unione. Tutto questo, si intende, senza che alcun parlamento nazionale abbia mai dichiarato uno stato di guerra. Perché la guerra, quando non viene votata, non è guerra: è un’area grigia dentro la quale si possono sperimentare forme di restrizione delle libertà che in condizioni ordinarie sarebbero immediatamente riconosciute come autoritarie. Ed è proprio in quest’area grigia, in questa sospensione non dichiarata dello Stato di diritto, che si gioca la partita più pericolosa.

La censura come forma intima del fascismo
Chi ha vissuto il Novecento europeo sa che la censura non è mai un incidente, non è mai un eccesso di zelo, non è mai un episodio. È la spia di un orientamento profondo, di un riflesso di potere che si manifesta ogni volta che i gruppi dirigenti avvertono di aver perso il controllo della narrazione. La Costituzione italiana, agli articoli 21 e 33, tutela la libertà di pensiero e di ricerca come valori fondativi non negoziabili. La Convenzione europea dei diritti dell’uomo lo ribadisce con parole altrettanto nette. Eppure, sotto il peso della guerra in Ucraina e del massacro di Gaza, tutto questo apparato di garanzie viene trattato come un impaccio retorico, un residuo formalistico che si può aggirare con circolari, pressioni bancarie, lettere aperte, trasmissioni televisive tarate sull’insulto.

Il fascismo, nella sua forma storica, non cominciò con l’abolizione della Costituzione, ma con la normalizzazione dell’idea che esistessero cittadini di serie A — titolari del diritto di parola — e cittadini di serie B, da ridurre al silenzio per il loro stesso bene, o per il bene della nazione. Oggi accade la stessa cosa sotto un lessico liberale. Il professore che critica la NATO non è un intellettuale che esercita una funzione pubblica: è un «propagandista filorusso». L’ambasciatrice che denuncia il genocidio non è una diplomatica di carriera: è una «militante faziosa». Il giornalista che mostra i bambini di Gaza non è un cronista: è un «utile idiota». Il cittadino che partecipa a un festival di documentari non è un uomo libero: è un sospetto. La logica è quella dell’inquisizione laica, e la sua conseguenza, a breve, è sempre la stessa: chi non si allinea, scompare.

Il sistema che vuole la testa dei dissidenti
Dietro questa offensiva non c’è un capriccio individuale, non c’è la stizza di un parlamentare in cerca di visibilità, non c’è la goffaggine di qualche opinionista televisivo. C’è un sistema. Un sistema che ha bisogno del consenso per sostenere uno sforzo bellico di proporzioni storiche, per giustificare il più imponente piano di riarmo dalla fine della guerra fredda, per drenare risorse pubbliche dai bilanci sociali — sanità, scuola, trasporti, assistenza — e dirottarle verso l’industria militare. Un sistema che ha bisogno della compattezza mediatica per nascondere l’impopolarità delle scelte strategiche, per coprire l’inadeguatezza di una classe dirigente europea subalterna a Washington, per normalizzare il massacro palestinese e per proseguire nella logica di escalation con la Russia senza dover rendere conto ai propri cittadini.

In questo schema, il dissenso non è un’anomalia: è una minaccia funzionale. Ogni voce libera che si leva erode il perimetro del consenso obbligato. Ogni libro che si pubblica, ogni presentazione che si tiene, ogni festival che si organizza, ogni documentario che si proietta costituisce una falla in un edificio propagandistico che si vorrebbe compatto. Da qui la reazione spropositata, la valanga di lettere aperte, la chiamata alla censura, l’uso strumentale della satira per trasformare cittadini qualunque in bersagli pubblici. Non è un eccesso: è il mezzo. Il potere non teme gli isolati, teme le esempi. Teme che la libertà di uno diventi la libertà di molti, e che dai molti nasca l’unica cosa che davvero gli fa paura: un’opinione pubblica capace di distinguere, di comparare, di giudicare.

La responsabilità della sinistra che non c’è
Una parola, in questa vicenda, va spesa sulla condizione desolata della sinistra europea e italiana. Il Partito Democratico, che esprime la vicepresidente del Parlamento UE più attiva in questa stagione di epurazioni simboliche, ha ormai abbracciato senza riserve un atlantismo integrale che nulla ha più a che fare con la tradizione del pensiero socialista, laburista, socialdemocratico. Il gruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles ha rinunciato a qualsiasi funzione di argine, allineandosi su ogni voto cruciale alla maggioranza liberale-popolare, sostenendo sanzioni, censure, restrizioni di diritti che la sinistra storica avrebbe combattuto come ovvietà. Nei dibattiti pubblici, la dirigenza dem preferisce litigare con chi critica la guerra piuttosto che con chi la alimenta, colpisce chi dissente dalla linea NATO piuttosto che chi sostiene un governo in carica a Tel Aviv sotto mandato della Corte penale internazionale.

In questo quadro, ogni discorso sul campo largo rischia di suonare come un esercizio retorico. Come si costruisce un’alternativa democratica, sociale, progressista insieme a chi pretende di espellere dal dibattito intellettuale chiunque non accetti la narrazione unica? Come si difende la Costituzione accanto a chi ne sta erodendo i principi fondativi con la collaborazione attiva delle istituzioni europee? Sono domande che le forze minori della sinistra — quelle che non hanno rinunciato alla propria matrice antimilitarista e anti-imperialista — dovranno porsi con chiarezza, senza ipocrisie tattiche, se vorranno essere ancora qualcosa di diverso da un’appendice residuale del partito maggiore.

Oggi loro, domani tutti
C’è un’unica ragione per cui questa vicenda riguarda ciascuno, ben oltre i nomi dei singoli intellettuali colpiti. Il meccanismo della censura ha una dinamica storicamente costante: comincia dai nomi scomodi, quelli che possono essere facilmente etichettati, marginalizzati, ridicolizzati; si estende poi alle categorie intere, ai giornalisti indipendenti, ai docenti universitari, ai ricercatori, agli autori di libri, ai registi, ai documentaristi; finisce con il cittadino qualunque, che si autocensura prima ancora di parlare per evitare problemi al lavoro, con la banca, con la Commissione europea. Quando si arriva a quel punto, la democrazia non è stata abolita: è stata semplicemente svuotata dall’interno, ridotta a rituale elettorale privo di sostanza, a liturgia istituzionale senza libertà di pensiero.

È per questo che la mobilitazione che intellettuali come Elena Basile e Angelo d’Orsi, insieme a tanti altri, stanno sollecitando non è una faccenda corporativa, non è una richiesta di clemenza, non è un appello a sostegno di reputazioni personali. È la pretesa elementare che in Europa valga ancora quello che c’è scritto nelle Costituzioni e nei trattati. È la pretesa che i cittadini europei siano liberi — fino a prova contraria, e la prova contraria non è stata fornita — di leggere, di ascoltare, di guardare, di giudicare con la propria testa, senza che un funzionario di Bruxelles, una parlamentare in carriera o un editorialista compiacente decida per loro cosa sia lecito sapere. È la pretesa che la parola «democrazia», quando la si mette in bocca, abbia ancora un significato.

A chi scrive, a chi insegna, a chi fa cinema o teatro, a chi informa, a chi semplicemente legge e pensa, spetta oggi una scelta netta. Si può cedere al ricatto, si può abbassare la testa, si può fingere di non vedere, si può accettare la logica del bollino e rassegnarsi a parlare soltanto di ciò che è consentito parlare. Oppure si può scegliere di stare dalla parte dello Stato di diritto, quello vero, quello costituzionale, quello che non ammette eccezioni opportunistiche. La storia europea ci ha già mostrato dove conducono le scorciatoie dell’allineamento: conducono a generazioni intere costrette poi, a cose fatte, a chiedersi come sia stato possibile. Il momento per non farsi trovare, ancora una volta, impreparati è adesso.

Una scelta di campo
La libertà di pensiero non è un lusso da intellettuali, non è una rivendicazione corporativa, non è un capriccio di minoranza. È la condizione stessa della democrazia, la sua materia prima, ciò senza cui ogni altro diritto si svuota in fretta. Difenderla non significa sottoscrivere le opinioni altrui: significa riconoscere a ciascuno il diritto di formarsele, esprimerle, discuterle. Significa rifiutare la pretesa di chi vorrebbe trasformare il disaccordo in reato, la critica in complotto, la dissidenza in collaborazionismo. Significa tenere viva la promessa scritta nella nostra Costituzione e tradita ogni giorno dalle istituzioni europee che dovrebbero custodirla. Da che parte stare, in questa stagione, non è una questione opinabile. È una questione di coerenza, di memoria, di dignità.

Fonti e riferimenti
Elena Basile — Angelo d’Orsi, Comunicato del 16 aprile 2026.

Costituzione della Repubblica Italiana, articoli 21, 33.

Convenzione europea dei diritti dell’uomo, articolo 10.

Rapporti della Relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese sulla situazione nei Territori palestinesi occupati.

Documentazione sulle sanzioni statunitensi applicate extraterritorialmente dagli istituti bancari europei.

Festival internazionale del cinema documentario RT-Doc «Il tempo dei nostri eroi», Bologna, 11-12 aprile 2026.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
© Mario Sommella — Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

IL METODO DELLA DEMOLIZIONE

Dal fascismo delle leggi eccezionali alla riforma Meloni-Nordio: cent’anni di attacco all’indipendenza della magistratura, alla separazione dei poteri e alle libertà dei cittadini

A pochi giorni dal referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, il Paese è chiamato a pronunciarsi su una riforma che non riguarda soltanto l’organizzazione giudiziaria. Riguarda il tipo di Stato in cui vogliamo vivere. Il tipo di democrazia che siamo disposti a difendere — o che siamo disposti a consegnare. Per capire dove stiamo andando, bisogna sapere da dove veniamo. E bisogna avere il coraggio di dire ciò che si vede.

I. La marcia su Roma e la conquista legale dello Stato

Il 28 ottobre 1922 le camicie nere di Benito Mussolini marciarono sulla capitale. Il re Vittorio Emanuele III, anziché firmare lo stato d’assedio che avrebbe fermato la colonna fascista, cedette l’incarico di governo. Fu un atto che segnò, con la complicità delle istituzioni liberali esauste e della grande borghesia industriale pronta a tutto pur di neutralizzare la minaccia socialista, l’inizio della fine dello Stato di diritto italiano.

Ma la violenza squadrista non fu che il primo atto. Il secondo, più subdolo e duraturo, fu legislativo. Mussolini comprese subito che per consolidare il potere non bastava occupare le piazze: bisognava riscrivere le regole del gioco, dall’interno, una legge alla volta. La legge Acerbo del 1923 modificò la legge elettorale introducendo un premio di maggioranza abnorme: il partito che avesse raggiunto il 25% dei suffragi avrebbe ottenuto i due terzi dei seggi parlamentari. Il meccanismo consentì al PNF, alle elezioni del 1924 — segnate da brogli, intimidazioni e violenze sistematiche — di conquistare quella larga maggioranza parlamentare necessaria per smontare lo Stato liberale pezzo per pezzo.

Giacomo Matteotti denunciò in parlamento le frodi e le violenze. Il 10 giugno 1924 fu rapito e assassinato da squadristi fascisti. L’opposizione parlamentare si ritirò sull’Aventino in segno di protesta, convinta che la pubblica coscienza si sarebbe rivoltata contro il regime. Non fu così. Mussolini rimase al suo posto, sorretto dalla complicità silenziosa di polizia, magistratura e apparati dello Stato. Il 3 gennaio 1925 si presentò alla Camera e si assunse la responsabilità politica e morale del delitto Matteotti. Quella data segna il vero passaggio dal governo al regime.

II. Le leggi fascistissime: la tecnica della demolizione istituzionale

Tra il 1925 e il 1926, il ministro della Giustizia Alfredo Rocco — giurista e teorico del nazionalismo autoritario — disegnò l’architettura normativa della dittatura. Un corpus legislativo passato alla storia con il nome di “leggi fascistissime”, che non abolì la Costituzione in vigore (lo Statuto Albertino) ma ne svuotò progressivamente ogni contenuto democratico, rivestendo ogni atto di una patina di legalità formale.

La legge del 24 dicembre 1925 trasformò il Presidente del Consiglio in Capo del Governo: non più primus inter pares, non più responsabile di fronte al parlamento, ma titolare esclusivo del potere esecutivo, rispondente unicamente al re. La legge del 31 gennaio 1926 attribuì al governo la facoltà di emanare norme giuridiche per decreto, svuotando il parlamento di ogni reale funzione legislativa. La legge del 4 febbraio 1926 abolì le elezioni comunali, sostituendo i sindaci con i podestà di nomina governativa. La legge sulla stampa impose che ogni giornale potesse essere diretto soltanto da un soggetto non sgradito al governo, tramite il controllo del prefetto. La legge del 25 novembre 1926 istituì il Tribunale speciale per la difesa dello Stato, un organo giudiziario composto da militari e miliziani, privo di garanzie processuali, inappellabile nelle sue sentenze: il giudice identificato con il potere politico.

Il metodo era precisissimo. Non si abbatteva la democrazia con un colpo solo. La si demoliva mattone per mattone. Quanto alla magistratura: già nel 1923 il CSM, che aveva ottenuto una parziale elettività nel 1921, fu ricondotto alla nomina governativa. Nel 1925 l’Associazione Generale Magistrati Italiani fu costretta ad auto-sciogliersi per evitare di essere trasformata in uno strumento del regime. Nel 1934 l’iscrizione al Partito Nazionale Fascista divenne obbligatoria anche per i magistrati. Chi non si adeguava veniva epurato per “incompatibilità con le direttive politiche del Governo”. La magistratura, nel giro di un decennio, smise di essere un potere dello Stato e divenne uno strumento del regime. La maggioranza dei magistrati italiani, con silenziosa complicità o entusiasmo convinto, si adattò. E “la magistratura sembrò affannarsi nel tentativo di interpretare sempre meglio non la legge, ma lo spirito del sistema politico, l’indirizzo desiderato dal governo”.

III. La Costituzione del 1948: il baluardo costruito sull’esperienza del terrore

I Padri Costituenti sapevano di cosa stavano scrivendo. Avevano vissuto il fascismo. Avevano perso amici, fratelli, libertà. Per questo la Costituzione repubblicana del 1948 costruì un sistema di garanzie fondato sulla separazione e sul reciproco bilanciamento dei poteri: un parlamento sovrano, un presidente della Repubblica con funzioni di garanzia, una magistratura autonoma e indipendente da ogni altro potere, una Corte costituzionale custode delle regole fondamentali, una Corte dei Conti sentinella dei conti pubblici e dei diritti dei cittadini.

Il Consiglio Superiore della Magistratura, istituito dall’articolo 104 della Costituzione, fu definito nel 1986 dalla Corte Costituzionale stessa come la “pietra angolare” del nuovo ordinamento giudiziario: l’organo che garantisce l’autogoverno della magistratura, sottraendola alla dipendenza dal potere esecutivo. Non per caso: chi aveva redatto quelle norme ricordava bene cosa significa avere giudici nominati e rimossi dal governo. Ricordava il Tribunale speciale. Ricordava i magistrati epurati per incompatibilità politica.

L’obbligatorietà dell’azione penale, sancita dall’articolo 112, fu un’altra scelta consapevole: il pubblico ministero deve perseguire i reati secondo la legge, non secondo le preferenze del governo in carica. Questa regola impedisce che il potere politico possa dire ai magistrati requirenti quali reati perseguire e quali ignorare, chi proteggere e chi colpire. Era la risposta diretta all’esperienza del regime, in cui la giustizia era stata strumento selettivo del potere.

IV. Il progetto Meloni: non tre riforme, ma un solo disegno

Il governo Meloni si è presentato agli italiani nel 2022 con un programma di riforme istituzionali che, lette separatamente, potevano sembrare risposte a esigenze distinte. Il premierato come risposta all’instabilità governativa. L’autonomia differenziata come risposta alla richiesta di efficienza amministrativa. La riforma della magistratura come risposta alla commistione tra accuse e sentenze. Ma esaminando gli effetti combinati di queste riforme sul sistema istituzionale, un denominatore comune emerge con nitidezza: la concentrazione del potere nelle mani del governo, a scapito di tutti gli altri contrappesi costituzionali.

Il premierato, come segnalato da oltre 180 costituzionalisti in una lettera pubblica, tende ad annullare la separazione dei poteri trasformando la maggioranza parlamentare in una proiezione diretta del capo dell’esecutivo. L’autonomia differenziata, nella sua impostazione originaria — parzialmente corretta dalla Corte Costituzionale — trasferiva nelle mani del governo la gestione dei livelli minimi di diritti garantiti ai cittadini su tutto il territorio nazionale. Il terzo pilastro è la riforma della magistratura, sottoposta a referendum il 22 e 23 marzo 2026. Ma il progetto non si esaurisce qui. Attorno a questi tre pilastri costituzionali si è costruito, in tre anni di governo, un sistema di provvedimenti ordinari che, presi insieme, rivelano la medesima logica: neutralizzare progressivamente ogni forma di controllo sul potere esecutivo.

V. La fabbrica dell’impunità: dall’abuso d’ufficio alla Corte dei Conti

Il 10 luglio 2024 il Parlamento ha approvato il cosiddetto “ddl Nordio”, con cui il governo ha ottenuto uno dei risultati più clamorosi e meno discussi della legislatura: l’abolizione del reato di abuso d’ufficio. Per decenni, l’articolo 323 del codice penale aveva punito il pubblico ufficiale che, nell’esercizio delle sue funzioni, procurasse ingiusti vantaggi o arrecasse danni ingiustificati. Un “reato spia”, lo definivano i giuristi: non il reato principale, ma il sintomo rivelatore di fenomeni più estesi di corruzione, favoritismo e malaffare nella pubblica amministrazione. Ora non esiste più.

Le conseguenze sono concrete e immediate: i cittadini non possono più far valere i propri diritti di fronte ad abusi nelle concessioni edilizie o nelle sanatorie. Non possono più denunciare chi trucca un concorso pubblico senza corrispettivo in denaro. Il Presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione ha avvertito che senza questo reato rischia di farla franca “chi favorisce senza un corrispettivo economico una persona in un concorso, o chi assegna direttamente un contratto”. Il governo ha risposto che “non era un reato, paralizzava i pubblici amministratori”. Il messaggio ai funzionari pubblici è stato compreso: adesso si può fare con meno paura.

Non è un caso isolato. La stessa logica ha guidato la riforma della Corte dei Conti, approvata definitivamente con la legge 7 gennaio 2026, n. 1. La Corte dei Conti è un organo costituzionale previsto dall’articolo 100 della Carta, con una funzione cruciale: controllare come vengono spesi i soldi pubblici e giudicare gli amministratori che causano danni erariali allo Stato. Un presidio di legalità nato nell’Ottocento, proprio per evitare sprechi, favoritismi e mala gestione delle risorse comuni. Con la nuova riforma, la “colpa grave” viene esclusa dall’ambito della responsabilità erariale per le condotte attive dei funzionari. Viene introdotto il meccanismo del silenzio-assenso: se la Corte non riesce a esprimersi entro termini strettissimi — in alcuni casi trenta giorni — gli atti si considerano automaticamente approvati. Uno scudo permanente per chi amministra, gestendo fondi pubblici miliardari compresi quelli del PNRR, senza più il timore di rispondere dei propri errori.

L’Associazione magistrati della Corte dei conti ha parlato apertamente di “sostanziale cancellazione delle funzioni costituzionali”. La riforma si inserisce in un quadro già avviato: il governo Meloni aveva in precedenza tentato di escludere il PNRR dal controllo concomitante della Corte — il controllo in corso d’opera sui grandi investimenti pubblici — limitando la capacità del massimo organo di controllo contabile di segnalare ritardi e irregolarità su 191 miliardi di euro di fondi europei. Il disegno è coerente e leggibile: meno controlli, meno responsabilità, più spazio per il potere politico.

VI. Il decreto sicurezza: criminalizzare il dissenso

Nel 2025 il governo ha approvato il decreto sicurezza, convertito definitivamente in legge il 29 maggio 2025 con 163 voti favorevoli e 91 contrari. Nessun quorum democratico, nessun confronto reale: il governo ha posto la fiducia, tagliando fuori dal dibattito parlamentare 131 emendamenti presentati dall’opposizione. L’Associazione Nazionale Magistrati ha definito il decreto un “messaggio inquietante” con due obiettivi: “creare nella collettività un problema che non esiste” e “porre le basi per la repressione del dissenso”.

Il decreto introduce 14 nuovi reati e 9 aggravanti. La cosiddetta “norma anti-Gandhi” trasforma il blocco stradale pacifico — la forma di protesta più elementare della disobbedienza civile — da illecito amministrativo a reato penale punibile con la reclusione da sei mesi a due anni. Le proteste sindacali rischiano di essere criminalizzate come “interruzione di pubblico servizio”. Le pene per chi manifesta vicino alle grandi opere vengono inasprite. La resistenza passiva nei centri di detenzione per migranti diventa reato. Viene data copertura legale alle spese legali degli agenti di polizia indagati per fatti commessi in servizio, mentre i detenuti che protestano rischiano da 10 a 20 anni.

Non si tratta di un episodio isolato: è l’ultimo atto di una serie. Il decreto anti-rave del 2022, il decreto Cutro del 2023, il ddl anti-imbrattamento contro gli attivisti climatici del 2023, il decreto Albania per esternalizzare la gestione dei migranti fuori dai confini dell’Unione Europea e dalla giurisdizione dei nostri giudici. Una fabbrica di reati, come l’ha definita l’opposizione, costruita non per rispondere a emergenze reali ma per alimentare la percezione di nemici — i giovani, i manifestanti, i migranti, gli attivisti — e per alzare il costo del dissenso. Il giurista Luigi Ferrajoli ha scritto che si tratta del “più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”.

VII. La riforma Meloni-Nordio: il nodo che stringe il sistema

Il disegno di legge costituzionale firmato da Giorgia Meloni e dal ministro Carlo Nordio — approvato definitivamente dal Parlamento il 30 ottobre 2025, senza la maggioranza dei due terzi necessaria per evitare il referendum — modifica otto articoli della Costituzione, intervenendo sul cuore dell’ordinamento giudiziario. Viene presentato come una semplice “separazione delle carriere”, ma il contenuto è assai più radicale.

La riforma separa formalmente le due magistrature — giudicante e requirente — dotandole ciascuna di un proprio organo di autogoverno. Il CSM unico viene sdoppiato. I membri dei due nuovi Consigli Superiori non saranno più eletti dai magistrati tra i magistrati, ma sorteggiati, privando così l’autogoverno della magistratura di qualsiasi legittimazione democratica interna. L’Alta Corte Disciplinare, istituita ex novo, assumerà la competenza esclusiva sulle sanzioni ai magistrati.

Il nodo più pericoloso riguarda il pubblico ministero. Come ha denunciato il senatore Mazzella in aula al Senato il 25 giugno 2025, la separazione delle carriere è “solo un primo passo”: il secondo, già annunciato, sarà quello di sottoporre il PM al controllo del potere esecutivo. Con la separazione, il magistrato requirente risponde soltanto a se stesso, in un sistema autoreferenziale privo di contrappesi. In questo quadro, il governo potrà agire sui contesti materiali delle indagini — risorse, priorità operative, organizzazione della polizia giudiziaria — senza violare formalmente la lettera della Costituzione. La magistratura requirente, privata del legame con quella giudicante e dell’ancoraggio al CSM unitario, diventa esponenzialmente più vulnerabile alla pressione politica.

Non è un caso che il governo abbia respinto alla Camera, il 16 gennaio 2025, l’ordine del giorno che impegnava l’esecutivo a garantire l’indipendenza dei pubblici ministeri. Come ha osservato l’opposizione: “Siete rei confessi.” La consigliera del ministro Nordio, in un momento di involontaria franchezza, ha sintetizzato il progetto con una frase che ha fatto scandalo: “Votate sì e togliamo di mezzo la magistratura.”

VIII. Il metodo antico, il costume nuovo

Il paragone con le leggi fascistissime non è un’iperbole retorica. Non si tratta di affermare che il governo Meloni sia fascista nei modi e nelle forme. Si tratta di riconoscere che il metodo — la demolizione progressiva dei contrappesi istituzionali attraverso riforme di facciata rivestite di una patina di legalità — ha una genealogia precisa nella storia italiana. Come nel 1925, si opera per gradi. Come nel 1925, ogni singolo atto viene presentato come una risposta a un’esigenza concreta e ragionevole: si dice “paura della firma” per giustificare l’abolizione dell’abuso d’ufficio, “efficienza” per svuotare la Corte dei Conti, “sicurezza” per criminalizzare il dissenso, “terzietà del giudice” per controllare il PM.

C’è però una differenza sostanziale, che rende il confronto al tempo stesso più rassicurante e più inquietante. Nel 1925 non esisteva una Costituzione rigida che frenasse il legislatore. Nel 2026 esiste, ed è già stata parzialmente violata nelle intenzioni — la Corte Costituzionale ha dovuto intervenire sull’autonomia differenziata — e viene ora aggredita nei suoi principi fondamentali attraverso una revisione formalmente legittima ma sostanzialmente eversiva nella sua logica complessiva. Quando le modifiche costituzionali tendono sistematicamente a smantellare i meccanismi di bilanciamento del potere, i costituzionalisti parlano di “abuso della revisione costituzionale”: un uso formalmente legale dello strumento per produrre esiti illegittimi rispetto allo spirito e ai valori fondativi dell’ordinamento.

La radice ideologica del progetto va cercata nella cultura profondamente autoritaria del Movimento Sociale Italiano degli anni Settanta: il partito degli “esclusi” dal patto costituzionale, che non ha mai accettato i valori della Resistenza e della Repubblica parlamentare, e che oggi — per la prima volta — si trova nelle condizioni di poter riscrivere quelle regole dall’interno. Come scrive Questione Giustizia, si tratta di una volontà di rivincita sulla Costituzione e sulla storia istituzionale repubblicana: l’obiettivo di capovolgere regole e principi fondanti della democrazia repubblicana. Non un errore, una scelta.

IX. L’internazionale reazionaria: Meloni, Trump, Orbán e la rete sovranista globale

Questo progetto non nasce nel vuoto della politica italiana. Si inserisce in un fenomeno globale che accomuna leader di destra radicale in tutto l’Occidente: Donald Trump negli Stati Uniti, Viktor Orbán in Ungheria, Marine Le Pen in Francia, Javier Milei in Argentina, Nayib Bukele in El Salvador. Un’internazionale reazionaria che condivide una visione del potere verticale, autoritario e plebiscitario, in cui il leader eletto risponde soltanto al popolo — e quindi, di fatto, a nessuno — sottraendosi a ogni contrappeso istituzionale, giudiziario, giornalistico o civile.

Giorgia Meloni è parte organica di questa rete, non una comprimaria. Ha partecipato alle convention del CPAC, comprese quelle tenute nell’Ungheria di Orbán. Ha prestato il proprio volto alle campagne elettorali del sovranista ungherese. Ha aderito al progetto di Steve Bannon per federare le estreme destre europee. Ha costruito la sua identità politica internazionale sull’asse Roma-Budapest, più vicina all’Ungheria e all’Albania che ai partner storici della costruzione europea. Come scrive Linkiesta, Meloni non può condividere le critiche ai valori del movimento trumpiano “semplicemente perché di quel movimento è parte integrante, militante convinta della primissima ora”.

Il modello che questi governi perseguono è stato teorizzato da Orbán come “democrazia illiberale”: elezioni regolari, pluralismo formale, ma sistematico smantellamento dei contrappesi — magistratura, media liberi, società civile, organismi di controllo — che rendono le elezioni realmente significative. Ciò che accade oggi negli Stati Uniti di Trump — assalto al potere giudiziario, attacchi alle università, epurazioni nella pubblica amministrazione, criminalizzazione del dissenso — è benvisto da chi governa l’Italia. Non è una coincidenza. È un programma.

L’ironia tragica è che questa subalternità all’internazionale sovranista non ha portato all’Italia alcun vantaggio concreto. I dazi di Trump hanno colpito duramente le esportazioni italiane in settori chiave. L’Italia è stata esclusa dalla comunicazione preventiva sull’operazione militare contro l’Iran, nonostante le ambizioni di “ponte” tra Washington e Bruxelles. Siamo un governo che paga il prezzo di un’amicizia di carta con il mondo MAGA, senza avere né la forza contrattuale né la credibilità per incidere sulle decisioni che contano.

X. L’emergenza democratica e il No come atto di resistenza

Il referendum del 22 e 23 marzo 2026 non ha quorum. Chiunque non voti, in sostanza, favorisce il Sì. Il governo Meloni ha costruito la campagna referendaria sull’ambiguità: si parla di “separazione delle carriere” come se la riforma si limitasse a questo, mentre il testo sottoposto al voto modifica radicalmente l’equilibrio tra magistratura e potere politico, colpisce l’autogoverno dei giudici, crea le condizioni strutturali per la subordinazione dei PM all’esecutivo. Nulla nel testo riguarda l’efficienza o la rapidità dei processi. Tutto nel testo riguarda chi controlla chi.

Di fronte a tutto questo, l’opposizione appare ancora frammentata, incapace di costruire una narrazione unitaria che unisca le singole battaglie in un quadro coerente. Ogni riforma viene combattuta separatamente — la magistratura, il decreto sicurezza, la Corte dei Conti, l’abuso d’ufficio — senza mai riuscire a spiegare agli italiani che si tratta dei tasselli di un unico mosaico. Un mosaico che raffigura la stessa cosa da qualunque angolo lo si guardi: un governo che vuole ridurre i controlli sul proprio potere, silenziare chi dissente, proteggere i propri amici e colpire i propri nemici, utilizzando lo Stato come strumento invece di servirlo come mandatario.

Ciò che ci viene chiesto il 22 e 23 marzo non è un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. Ci viene chiesto di scegliere tra due idee di Stato: uno in cui il potere risponde a contrappesi reali — magistratura indipendente, organi di controllo autonomi, diritto al dissenso garantito — oppure uno in cui il governo decide chi deve essere indagato, come devono essere spesi i fondi pubblici, quali forme di protesta sono consentite, e lo fa non nonostante la Costituzione ma attraverso una sua riscrittura progressiva, mattone per mattone.

XI. Conclusione: cent’anni di storia, undici giorni per scegliere

I Padri Costituenti scrissero quella Costituzione con la memoria viva di ciò che accade quando i contrappesi istituzionali cedono uno dopo l’altro. Sapevano che le dittature non nascono quasi mai da un colpo di Stato violento. Nascono da una serie di scelte apparentemente ragionevoli, ciascuna delle quali — presa singolarmente — sembra una riforma legittima. È la somma che produce il disastro.

Siamo all’11 marzo del 2026. Tra undici giorni gli italiani voteranno. Cent’anni fa Alfredo Rocco costruì il suo sistema con decreti, leggi eccezionali e tribunali speciali. Oggi si lavora con referendum costituzionali, abolizioni di reato, riforme della Corte dei Conti e decreti sicurezza. Il paesaggio è diverso. Il metodo della demolizione è lo stesso. La direzione è la stessa.

Chi governa oggi sa benissimo cosa vuole. Sa che il premierato darà all’esecutivo il controllo del parlamento. Sa che la riforma della magistratura aprirà la strada al controllo del PM. Sa che l’abolizione dell’abuso d’ufficio e lo svuotamento della Corte dei Conti tolgono vigilanza sulla spesa pubblica. Sa che il decreto sicurezza alza il costo del dissenso. Sa che questa internazionale reazionaria di cui è parte sta smontando, pezzo per pezzo, le democrazie liberali in tutto l’Occidente. E sa di farlo nell’ombra del dibattito quotidiano, nella nebbia della confusione mediatica, nell’inerzia dell’opposizione che ancora non ha trovato la parola giusta.

Quella parola è: No. Un No che non è solo un voto sulla magistratura. È il rigetto di un progetto reazionario e autoritario che umilia la memoria di chi ha scritto la Costituzione, svende la sovranità italiana all’internazionale del potere senza controllo, e consegna alle generazioni future un’Italia meno libera, meno giusta, meno degna di se stessa.

Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere. Votare No è il minimo che la storia ci chiede.

Il Paradigma dell’Autoritarismo Soft e il vuoto dell’alternativa

Perché il 22 marzo si vota sul futuro della democrazia italiana — e perché la sinistra deve cambiare passo

Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 non è una consultazione sulla magistratura. È, nella sua sostanza più profonda, un referendum sul modello di Stato che il governo Meloni sta costruendo mattone dopo mattone, decreto dopo decreto, da quando si è insediato a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022. Lo hanno scritto con lucidità e rigore Alessandra Algostino, Chiara Giorgi, Donatella della Porta, Francesco Pallante e Mario Pianta in un articolo pubblicato su il manifesto il 23 febbraio 2026, al quale questo contributo si riallaccia, ampliandone le argomentazioni e, quando necessario, correggendone le omissioni.¹

Perché c’è una omissione rilevante in quell’analisi, pur meritoria: la critica al governo Meloni — per quanto fondata e necessaria — rischia di diventare un atto di accusa privo di prospettiva, se non è accompagnata da un’altrettanto severa autocritica verso le forze che a questo governo si oppongono. La denuncia del paradigma autoritario è doverosa. Ma è insufficiente, se non si risponde all’interrogativo che tanti cittadini, disorientati e stanchi, si pongono ogni mattina: e l’alternativa qual è?

Nelle pagine che seguono analizzeremo il progetto istituzionale del governo Meloni con la chiarezza che merita — riconoscendone, dove esistono, i meriti di coerenza e compattezza — e affronteremo con eguale franchezza i limiti strutturali dell’opposizione. Con la convinzione che nessuna democrazia si salva solo per opposizione: si salva con una visione. E quella visione, nel campo progressista, è ancora tragicamente assente.

I. Il governo Meloni: coerenza di progetto e compattezza di fronte

Fare critica politica rigorosa impone, prima di tutto, onestà intellettuale. E l’onestà impone di riconoscere quello che il governo Meloni ha dimostrato in questi anni: una coerenza di progetto e una compattezza politica che i suoi avversari non hanno saputo eguagliare. Giorgia Meloni governa da oltre tre anni con la stessa coalizione, gli stessi ministri chiave, la stessa agenda di fondo. Il calo di consensi esiste, ma è contenuto: secondo gli ultimi sondaggi FdI si attesta attorno al 28-29%, Fratelli d’Italia resta il primo partito italiano, e la coalizione di centrodestra nel suo insieme conserva una maggioranza che nessun governo italiano aveva retto con tale continuità almeno dagli anni di Berlusconi.

Questo dato non va rimosso né derubricato a pura propaganda. Il governo Meloni ha una idea di società. Che sia condivisibile o meno è un altro discorso — e non lo è, per chi scrive, nei termini che argomenteremo —, ma l’idea c’è, ed è articolata: Stato forte al centro, privato che opera nello spazio che il pubblico arretra, gerarchie tra territori e tra istituzioni, magistratura ricondotta nei ranghi, identità nazionale come collante. È una visione — organica, coerente, internamente logica — della società del futuro. Noi la contestiamo punto per punto, perché la riteniamo lesiva dei principi costituzionali e dei diritti della persona. Ma non possiamo permetterci il lusso di ignorarla.

La compattezza della maggioranza, peraltro, non è solo il frutto di una disciplina partitica verticale. È anche il prodotto di una narrativa efficace: quella della stabilità come valore supremo, del governo che “porta a termine quello che inizia”, del leader che non teme di andare fino in fondo. In un Paese che ha consumato governi come camicie, questa narrazione attecchisce. Che sia supportata da fatti reali o da un’illusione sapientemente costruita è questione da discutere — e la discuteremo. Ma ignorarla è un errore politico che l’opposizione non può più permettersi.

II. La riforma della magistratura: non solo separazione delle carriere

Chiarito questo punto di metodo, possiamo entrare nel merito. La narrazione dominante vuole che il referendum del 22 marzo riguardi la “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che gode di una certa simpatia trasversale, e che il governo ha abilmente posto al centro della comunicazione, oscurando i contenuti ben più profondi e perturbanti della riforma.

La legge costituzionale approvata nell’ottobre 2025 modifica sette articoli della Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110) e introduce tre cambiamenti strutturali. Primo: vengono istituiti due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pm — in luogo del CSM unico che la Costituente del 1948 aveva concepito come “pietra angolare” dell’ordinamento giudiziario. Secondo: i componenti dei nuovi organi non verranno eletti dai magistrati stessi, ma estratti a sorte: solo i magistrati, tra tutti i cittadini italiani, saranno privati del diritto di eleggere i propri rappresentanti. Terzo: viene istituita una nuova Alta Corte disciplinare di rango costituzionale, sottraendo questa funzione ai Consigli superiori.

La proliferazione di organi — tre dove prima ve ne era uno — non rafforza l’indipendenza della magistratura: la parcellizza, la fragilizza, la espone a pressioni politiche che il CSM unitario, con tutti i suoi difetti, ha storicamente retto meglio. Come sottolineano i giuristi del comitato per il No, l’art. 104 Cost. rimarrà formalmente invariato nel proclamare l’autonomia della magistratura, ma i pilastri istituzionali che rendono quell’autonomia effettiva vengono sistematicamente smontati. Non a caso la stessa premier Meloni ha dichiarato pubblicamente la necessità di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni politiche: una affermazione che rivela, più di qualsiasi altro elemento, l’ispirazione autentica del progetto.

Peraltro, va detto con chiarezza: la riforma è stata approvata per la prima volta nella storia repubblicana con un procedimento “blindato” che ha impedito ai parlamentari di presentare emendamenti nelle successive letture. È la prima volta che una modifica costituzionale — uno degli atti più solenni della vita democratica — viene imposta senza possibilità di dialogo parlamentare. Questo, da solo, basterebbe a motivare un voto No.

III. Il paradigma del controllo: decreti, scudo erariale, autonomia differenziata

Il referendum è un tassello. Ma il disegno è più vasto. Nei primi mille giorni di governo, Palazzo Chigi ha prodotto cento decreti legge. In frequenza assoluta, il dato è analogo ai governi precedenti; in profondità dei cambiamenti imposti per via d’urgenza, non lo è. Il “premierato di fatto” — come l’ha efficacemente definito il manifesto — si costruisce pezzo per pezzo: decreti blindati, fiducia sistematica, veto agli emendamenti parlamentari sulle riforme costituzionali.

A fine 2025 è stato istituito lo “scudo erariale”: la Corte dei Conti ha perduto il potere di chiamare gli amministratori pubblici a rispondere pienamente dei danni causati da decisioni politiche errate. Il principio di responsabilità — che è il cuore di ogni Stato di diritto — viene sostituito da una protezione preventiva dell’esecutivo. Nel paradigma Meloni, chi decide non deve rendere conto: né al Parlamento, né ai giudici, né alla Corte dei Conti.

L’autonomia differenziata, pur ridimensionata dalla Corte Costituzionale, continua a strutturare il progetto territoriale del governo: decentrare alle regioni più ricche competenze e risorse, consacrando le disuguaglianze storiche tra Nord e Sud. Il risultato è quella combinazione paradossale — ma politicamente coerente — di centralismo verticale e frammentazione orizzontale dei diritti: il governo al centro decide tutto, ma i diritti dei cittadini dipendono dalla latitudine geografica in cui sono nati.

IV. Sanità e università: lo Stato che si ritira

A gennaio 2026 il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega sulla sanità. Il testo concentra risorse e nomine degli “ospedali di terzo livello” sotto il controllo diretto del governo, sottraendoli alle regioni e al sistema territoriale. La medicina di prossimità — quella dei medici di base, dei consultori, dell’assistenza domiciliare — viene definanziata per alimentare poli di eccellenza inaccessibili alla maggioranza dei cittadini. Parallelamente cresce lo spazio ai privati, finanziati con denaro pubblico. È la costruzione di un sistema a doppio binario: cure rapide di qualità per chi può permettersi di pagare, lunghe attese e servizi degradati per tutti gli altri. Il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione come “fondamentale”, si trasforma in un bene di consumo.

L’università pubblica vive una crisi analoga, aggravata da riforme che ne accelerano il declino. L’Italia conta già il 23% di laureati tra i 25 e i 64 anni, contro il 46% della Francia. Nel decennio 2011-2024 ben 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese; nel 2024 il 40% degli emigrati era laureato; in dieci anni circa 14.000 ricercatori si sono trasferiti all’estero. Su questo sistema già fragile si abbattono ora il decreto sulle figure precarie (giugno 2025), la riforma dell’ANVUR trasformata da agenzia indipendente a braccio ministeriale (gennaio 2026), la nuova legge sui concorsi che indebolisce i criteri qualitativi. Intanto le università telematiche private — la maggiore, Multiversity SpA, è di proprietà del fondo inglese CVC Capital Partners — accumulano 70 milioni di profitti annui con un rapporto docenti-studenti dieci volte peggiore degli atenei pubblici. Nel novembre 2025, 140 Società scientifiche hanno firmato un documento d’allarme: “Si profila un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.”

V. Lo Stabilicum e il domino finale: costruire le regole su misura

Il 26 febbraio 2026 — nella notte, in un blitz consumato nella sede di via della Scrofa — il centrodestra ha depositato alla Camera e al Senato la nuova proposta di legge elettorale, già ribattezzata “Stabilicum”: proporzionale con premio di governabilità alla coalizione che superi il 40% dei voti (70 seggi alla Camera, 35 al Senato), sbarramento al 3%, indicazione obbligatoria del candidato premier nel programma di coalizione. I collegi uninominali — quelli che nel 2022 avevano garantito la maggioranza alla destra, ma che con un’opposizione unita avrebbero oggi prodotto un sostanziale pareggio secondo le simulazioni di YouTrend — vengono eliminati.

L’operazione politica è trasparente. Con l’attuale Rosatellum e un centrosinistra unito, le simulazioni mostrano la Camera con 192 seggi al centrosinistra contro 186 al centrodestra, e un sostanziale pareggio al Senato: nessuna maggioranza assoluta, necessità di trattare, fine della stabilità monocromatica di Palazzo Chigi. Con lo Stabilicum, lo stesso centrodestra passerebbe dal 46% dei voti al 57% dei seggi: una distorsione della rappresentatività che molti costituzionalisti giudicano a rischio Consulta. Cambiare le regole del gioco a diciotto mesi dalle elezioni, esattamente quando il vecchio sistema inizia a sfavorire chi governa: questa è la reale posta del progetto Meloni.

Il premierato formale — la riforma costituzionale che avrebbe introdotto l’elezione diretta del Presidente del Consiglio — è stato prudentemente accantonato, non rinunciato. La strategia è più sottile: costruire con la legge ordinaria gli effetti del premierato senza passare per la revisione costituzionale e il relativo referendum. Come scrive Arianna Meloni, responsabile della segreteria FdI: “La nuova legge elettorale anticiperà il premierato, la madre di tutte le riforme.” Un’ammissione di rara chiarezza su ciò che si persegue.

VI. Il campo largo e la crisi dell’alternativa: la sinistra di fronte allo specchio

Fin qui la critica al governo Meloni. È fondata, è documentata, è necessaria. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, come se la democrazia italiana si potesse salvare per inerzia del governo avverso, senza che chi gli si oppone si assuma la responsabilità di proporre qualcosa di meglio.

La realtà è che il cosiddetto “campo largo” — PD, M5S, AVS e alleati minori — ha contrasto con forza molte delle politiche descritte in queste pagine. Ma ha offerto, finora, una resistenza senza visione. Ha detto no alla riforma della magistratura, no all’autonomia differenziata, no allo Stabilicum. No, no, no. Il diritto all’opposizione è sacrosanto. Ma gli elettori — quelli che si allontanano dai seggi ad ogni tornata, quelli che non si sentono rappresentati da nessuno degli schieramenti — chiedono qualcosa di più di un catalogo di rifiuti: chiedono un’idea di futuro.

E all’interno dello stesso centrosinistra le contraddizioni sono laceranti. Il PD si divide sulla pace e sulla guerra: vi sono esponenti dem che sostengono il riarmo europeo e il supporto militare all’Ucraina in termini quasi identici a quelli del governo Meloni, e altri che invocano una via diplomatica immediata. Su Israele e la Palestina la frattura è ancora più profonda: mentre una parte del partito sottoscrive le posizioni dei movimenti per il cessate il fuoco e per il riconoscimento dello Stato palestinese, un’altra rimane agganciata a formule di “dialogo” che suonano vuote di fronte ai dati del massacro in corso a Gaza. Queste non sono sfumature: sono contraddizioni di sostanza che lacerano la credibilità dell’alleanza di fronte agli elettori più sensibili ai temi della pace e dei diritti internazionali.

Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte occupa uno spazio di protesta sociale — i rider sfruttati, i giovani sottopagati, il reddito di base — che è reale e prezioso, ma che stenta a tradursi in un programma di governo credibile. Conte è abile nell’identificare le ferite sociali; lo è meno nel proporre le cure strutturali. Carlo Calenda e Azione hanno scelto la strada dell’autonomia — correre da soli, proporre un centro “pragmatico e riformista” — accentuando la frammentazione e riducendo lo spazio per un’alternativa coesa. La nuova legge elettorale, con la sua soglia al 3% e l’obbligo di indicare il candidato premier, renderà questa frammentazione ancora più costosa.

Il risultato è che la mossa dello Stabilicum — pur essendo un’operazione politicamente scorretta, costruita su misura per perpetuare il potere dell’attuale maggioranza — ha centrato l’obiettivo politico: ha aperto nel campo progressista una discussione sul leader, sulle primarie, sulle alleanze, che rischia di consumare le energie che andrebbero dedicate alla costruzione di un programma. Come ha scritto con lucidità il Fogliettone: “Il problema per il centrosinistra non è più solo quello di opporsi a una legge, ma di dimostrare di esistere come alternativa di governo.”

VII. Cosa propone la sinistra? Appunti per un progetto di paese

È tempo che le forze progressiste smettano di inseguire le trappole del governo e inizino a costruire la loro. Non con i gazebo delle primarie come primo atto della stagione politica, ma con un programma. Non con i tatticismi sulle alleanze, ma con una visione del Paese che si vuole costruire. Non con il linguaggio dell’emergenza permanente — “bisogna fermare Meloni” — ma con il linguaggio della proposta concreta.

Questa visione esiste, nei fatti e nella Costituzione. La Carta del 1948 è già un programma di governo straordinariamente attuale: basta leggerla. L’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo), l’art. 3 (compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale), l’art. 32 (la salute come diritto fondamentale), l’art. 33 (libertà dell’arte e della scienza), l’art. 36 (retribuzione proporzionata e sufficiente), l’art. 53 (il sistema fiscale deve essere progressivo). Attuare la Costituzione non è uno slogan: è un programma di governo che nessun governo italiano ha mai realizzato pienamente.

Su questa base, alcune linee concrete. Sul piano istituzionale: difesa della separazione dei poteri come patrimonio non negoziabile, riforma del CSM che ne rafforzi l’indipendenza senza smantellarne l’autogoverno, e impegno vincolante a non modificare la legge elettorale a ridosso delle elezioni senza un accordo parlamentare largo. Sul piano sociale: un Servizio sanitario nazionale universale, finanziato con risorse adeguate e non con i tagli ai servizi territoriali; un piano straordinario per l’università e la ricerca, con obiettivi di avvicinamento ai livelli europei di investimento; un salario minimo legale dignitoso e la lotta alla precarietà strutturale del mercato del lavoro. Sul piano internazionale: un impegno per la pace in Ucraina che non escluda la via diplomatica, il riconoscimento dello Stato palestinese come atto minimo di coerenza con il diritto internazionale, e la costruzione di un’Europa della difesa comune che non sia solo un aumento delle spese militari nazionali.

Su questi temi, le contraddizioni interne al campo progressista devono essere risolte — non rinviate. Risolte con chiarezza e con coraggio, anche a costo di perdere qualche alleato che non è davvero tale. Una coalizione che governa con una voce sola su dieci punti essenziali vale più di una coalizione che conta venti partiti e non riesce a decidere nulla. La storia italiana degli ultimi trent’anni offre esempi eloquenti in entrambe le direzioni.

Va detto, infine, qualcosa di scomodo: il campo progressista ha bisogno di fare pulizia interna. Non nel senso brutale delle purghe, ma nel senso della chiarezza. Chi non condivide i valori di base — la pace come metodo, i diritti umani come universali, la difesa della Costituzione come priorità non negoziabile — non può essere parte di una coalizione che su quei valori vuole vincere. I rami secchi che alimentano le contraddizioni interne — quelli che sul genocidio di Gaza trovano distinguo imperdonabili, quelli che sul riarmo si scopre più vicini a Meloni che a Schlein — andrebbero potati con rispetto ma con fermezza. Non è intolleranza: è la condizione minima per essere credibili.

VIII. Il 22 marzo: democrazia come pratica quotidiana

C’è una tentazione, in queste settimane di campagna referendaria, di ridurre la posta in gioco a una questione tecnica. È una tentazione da respingere. Il 22 marzo non si vota su una procedura: si vota su un’idea di Stato.

Il governo Meloni ha una visione coerente, lo abbiamo riconosciuto. Ed è esattamente questa coerenza che la rende pericolosa: non è il caos improvvisato del populismo, ma il progetto organizzato dell’autoritarismo soft. La centralizzazione del potere esecutivo, l’erosione dei contrappesi istituzionali, la privatizzazione dei diritti, la riscrittura delle regole elettorali su misura — tutto questo si regge su una logica che, se non viene fermata, diventa irreversibile.

Il No al referendum non è la soluzione di tutti i problemi. Non risolverà le contraddizioni del centrosinistra, non costruirà da solo l’alternativa che manca, non sostituirà il lavoro politico che i progressisti devono fare su se stessi. Ma è il primo atto necessario: fermare il domino prima che cada l’ultimo tassello. Una vittoria del Sì — come scrivono gli analisti più lucidi — sarebbe il vento in poppa che Meloni aspetta per procedere con la nuova legge elettorale e con il premierato, formale o sostanziale che sia.

Come ricordava Gustav Heinemann: “La libertà non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si pratica.” Praticarla, il 22 e il 23 marzo, significa andare ai seggi. Significa votare No. E significa, il giorno dopo, riprendere il lavoro più lungo e più difficile: costruire l’alternativa che questo Paese merita. Non con le illusioni, ma con le certezze di chi sa cosa vuole. Con la forza di chi sa da che parte sta. Con la chiarezza di chi non ha paura di dirlo.

Note e fonti

¹ Algostino A., Giorgi C., della Porta D., Pallante F., Pianta M., “Il paradigma Meloni e il No al referendum”, il manifesto, 23 febbraio 2026. Ripubblicato su sbilanciamoci.info.

² CGIL, “Referendum giustizia, 5 motivi per votare No”, gennaio 2026; CGIL, “Riforma della magistratura, le ragioni del No”, febbraio 2026.

³ Sulla struttura della riforma: truenumbers.it, “Referendum giustizia 2026: guida definitiva”; money.it, “Il referendum giustizia 2026 spiegato bene”, febbraio 2026.

⁴ Sul “premierato di fatto”: il manifesto, “Il premierato di fatto è già tra noi”, gennaio 2025; rivistailmulino.it, “Premierato e legge elettorale: il bivio di Giorgia Meloni”, luglio 2025.

⁵ Sulla legge elettorale “Stabilicum”: editorialedomani.it, “Depositata la legge elettorale voluta da Meloni”, 27 febbraio 2026; ilfattoquotidiano.it, “Legge elettorale proporzionale con premio: come avvantaggia la destra”, 27 febbraio 2026; simulazione YouTrend per SkyTg24, febbraio 2026.

⁶ Sull’opposizione e le sue contraddizioni: ilfogliettone.it, “Legge elettorale, la mossa di Meloni centra l’obiettivo: Schlein e Conte costretti a un duello”, 26 febbraio 2026; quotidianodelsud.it, “L. elettorale, campo largo dice no ma si apre partita leadership”, 26 febbraio 2026.

⁷ Sui dati università: OCSE Education at a Glance 2024; ISTAT, Rapporto annuale 2024. Sul documento delle 140 Società scientifiche, novembre 2025.

⁸ Arianna Meloni su premierato e legge elettorale: ilgiornale.it, intervista, dicembre 2025.

Democrazia a ritroso e verità sotto assedio: come la regressione diventa un metodo di governo

La regressione democratica non arriva come un golpe con i carri armati. Arriva come una ristrutturazione silenziosa: si cambiano le serrature, si spostano le porte, si restringono i corridoi. Un giorno ti accorgi che la casa è sempre la stessa, ma l’aria è diversa: è più difficile respirare, è più facile avere paura, è più comodo obbedire.

Il cuore della regressione sta qui: la democrazia non viene negata, viene riscritta per funzionare anche senza diritti effettivi. Si conserva l’involucro, si svuota la sostanza. Le elezioni restano, ma diventano un rituale dentro un ecosistema mediatico deformato e un apparato istituzionale che punisce i contropoteri. Le libertà formali restano, ma scivolano nella pratica quotidiana, dove la persona comune impara che parlare costa, manifestare rischia, aiutare può diventare reato morale.

Negli ultimi anni questo processo ha accelerato. Non perché un solo leader abbia inventato tutto, ma perché alcuni governi hanno deciso di trasformare l’eccezione in normalità, e la forza in un criterio di verità. Un rapporto recente descrive il fenomeno con un’immagine netta: secondo alcuni indicatori la democrazia globale sarebbe tornata ai livelli del 1985, con circa il 72% della popolazione mondiale che vive sotto regimi autocratici. E non parla solo di Russia o Cina: include anche gli Stati Uniti come parte del quadro di deterioramento. Il punto politico non è la classifica, è il segnale: l’idea stessa di “diritti” sta perdendo terreno davanti all’idea di “potere”.

Quando i diritti arretrano, non arretra soltanto la libertà. Arretra la possibilità di riconoscere la realtà. È qui che la regressione diventa davvero pericolosa: non si limita a colpire chi protesta, colpisce la percezione collettiva. Introduce un nuovo senso comune: se sei vulnerabile, è colpa tua; se chiedi tutele, sei un peso; se denunci i crimini, sei un estremista; se difendi il diritto internazionale, sei un ingenuo; se metti in discussione la guerra, sei un traditore. Così la democrazia si riduce a una parola decorativa, buona per i discorsi ufficiali e inutile nella vita reale.

Il laboratorio della paura

La paura è l’infrastruttura politica più economica e più redditizia. Costa meno della sanità, rende più della scuola, funziona meglio del lavoro stabile. La paura crea cittadini soli, e la solitudine crea sudditi. In questo quadro, la gestione dei flussi migratori diventa un dispositivo perfetto: produce un nemico immediato, visibile, vulnerabile. Si sposta l’ansia sociale su un bersaglio e si costruisce un consenso disciplinare: “o con noi o con il caos”.

Le politiche e la retorica securitaria trasformano la frontiera in una scena permanente. La promessa è sempre la stessa: protezione. Il risultato, spesso, è un allargamento dell’arbitrio. Il salto di qualità arriva quando la violenza non è più un eccesso, ma una prassi: operazioni spettacolari, detenzioni degradanti, deportazioni rapide, controllo aggressivo. E quando qualcuno protesta, lo si definisce “terrorista”, “sovversivo”, “minaccia”.

Qui il dettaglio giuridico è rivelatore: l’uso di una legge del 1798, pensata per tempi di guerra, per deportazioni e rimozioni accelerate. È un segnale culturale prima ancora che legale: quando si riesuma l’archivio dell’eccezione per governare il presente, significa che lo Stato si sta abituando a non giustificare più le sue scelte con la legalità ordinaria. Significa che la politica non cerca consenso con i diritti, lo cerca con lo shock.

Il messaggio implicito è brutale: la persona può essere spostata come un pacco, senza che la sua storia conti. E quando un essere umano diventa spostabile, anche i diritti di chi oggi si sente al sicuro diventano negoziabili. È sempre così: prima tocca agli ultimi, poi si allarga.

La guerra contro le regole

C’è una contraddizione che definisce il tempo che viviamo: si invoca l’“ordine basato sulle regole” e intanto si colpiscono le istituzioni che incarnano quelle regole. Il diritto internazionale, che dovrebbe essere l’argine contro i crimini e gli abusi, viene trattato come un ostacolo geopolitico. E quando un tribunale internazionale prova ad avvicinarsi ai potenti, la reazione non è la difesa nel merito, ma la punizione dell’istituzione stessa.

Il salto di qualità è arrivato con le sanzioni: non contro un paese, ma contro giudici, procuratori, funzionari e perfino figure delle Nazioni Unite. Sanzioni impostate con lo stesso linguaggio e la stessa meccanica usata per i terroristi e i narcotrafficanti, come se difendere i diritti umani fosse una forma di ostilità verso lo Stato. Questa è una svolta storica: perché non è più soltanto un conflitto tra diplomazie. È una guerra preventiva contro l’idea che esista un limite giuridico universale.

Qui non si parla più solo di geopolitica. Si parla di antropologia del potere: se la giustizia internazionale viene piegata a colpi di sanzioni, allora la violenza torna a essere il criterio ultimo. E se la violenza diventa criterio, la democrazia non regge, perché la democrazia vive di limiti, non di prepotenze.

L’ipocrisia come sistema

La regressione democratica non avrebbe successo senza una cosa: la menzogna organizzata. Non la bugia occasionale, ma un ecosistema intero di narrazioni che rovesciano i fatti e addestrano le persone a non fidarsi più dei propri occhi.

È un metodo antico, modernizzato dalla tecnologia. Oggi la propaganda non deve convincere tutti: le basta confondere abbastanza. Non deve produrre verità: le basta produrre rumore. Non deve censurare tutto: le basta rendere tutto “controverso”. Così ogni crimine diventa opinione, ogni prova diventa tifo, ogni strage diventa “complessità”, ogni vittima diventa statistica.

Il doppio standard è il cardine morale di questo sistema.

I) La violenza degli “alleati” è sempre un errore, una necessità, una “reazione”.
II) La violenza dei “nemici” è sempre barbarie, terrorismo, minaccia alla civiltà.
III) Le vittime “giuste” ricevono empatia e telecamere. Le vittime “sbagliate” ricevono silenzi e sospetti.
IV) Chi denuncia i crimini dei potenti viene dipinto come radicale, antinazionale, complice.

Questa asimmetria morale non è un dettaglio: è il collante che tiene insieme la regressione. Perché se la morale diventa selettiva, la legge diventa selettiva. E quando la legge è selettiva, la democrazia è già in fase terminale: resta in piedi solo la facciata.

La cartina di tornasole: Palestina e la gerarchia delle vittime

Nessun tema ha mostrato con altrettanta chiarezza la crisi morale dell’Occidente come la tragedia palestinese. Non serve nemmeno discutere di retoriche: basta osservare la sproporzione tra parole e azioni, tra indignazione e complicità, tra “valori” dichiarati e realtà praticata.

Il punto è semplice e terribile: se si accetta che un popolo possa essere punito collettivamente, bombardato, affamato, espulso, e nello stesso tempo si colpiscono i meccanismi internazionali che provano a giudicare i crimini, allora si sta dicendo al mondo che esistono esseri umani di serie A e di serie B. E quando questa gerarchia diventa “normale”, la democrazia globale scivola in un’epoca coloniale mascherata da modernità.

Un ordine internazionale fondato su questa gerarchia non è un ordine: è un dominio.

L’Europa: autonomia proclamata, dipendenza praticata

L’Europa vive un paradosso che la indebolisce e la espone. Da un lato rivendica “valori” e “diritti”. Dall’altro accetta una subordinazione politica, militare ed energetica che riduce quei valori a carta intestata. È una condizione che produce due effetti tossici:

I) All’esterno, l’Europa appare incoerente: predica diritti universali, ma li applica a geometria variabile.
II) All’interno, l’Europa alimenta frustrazione sociale: chiede sacrifici, ma non offre protezione; chiede disciplina, ma non restituisce futuro.

In questo vuoto cresce l’autoritarismo: perché quando la democrazia non garantisce più sicurezza sociale, la “sicurezza” viene sostituita con il manganello e con il capro espiatorio. Ed è qui che le destre, e non solo le destre, trovano terreno fertile: promettono ordine perché il sistema ha smesso di promettere giustizia.

La regressione è una tecnica: ecco come funziona

Non serve immaginare un complotto. Basta osservare una sequenza ricorrente.

I) Si crea un’emergenza permanente.
II) Si introduce un linguaggio morale che giustifica l’eccezione.
III) Si colpiscono i corpi intermedi: ONG, sindacati, università, magistrature, stampa.
IV) Si restringono gli spazi di dissenso: norme, prassi, repressione, criminalizzazione.
V) Si sostituisce la cittadinanza con il sospetto: alcuni sono “veri”, altri sono “ospiti”, “nemici”, “parassiti”.
VI) Si trasforma la verità in un campo di battaglia, non in un terreno comune.

Quando questo processo è compiuto, la democrazia resta solo come teatro. Il potere non ha più bisogno di convincere: gli basta gestire la paura e impedire l’organizzazione collettiva.

La via d’uscita: ricostruire sostanza, non nostalgia

Denunciare è necessario, ma non basta. Perché la regressione non si combatte con un ricordo romantico della democrazia. Si combatte ricostruendo la materia concreta che rende la democrazia desiderabile e difendibile.

I) Verità pubblica come bene comune
Serve un ecosistema informativo pluralista, indipendente, capace di rompere la saturazione e smontare la propaganda. Non per “vincere una polemica”, ma per restituire ai cittadini un terreno comune di realtà. Quando la realtà sparisce, la politica diventa una lotta tra tribù guidate dall’odio.

II) Diritti sociali come argine democratico
Sanità, scuola, lavoro stabile, casa, welfare territoriale non sono capitoli di bilancio: sono dispositivi di libertà. Senza protezione sociale, le persone cercano protezione autoritaria. È una legge storica. Dove cresce la precarietà, cresce la disponibilità a cedere diritti in cambio di promesse di ordine.

III) Diritto internazionale senza ipocrisie
O si difendono le regole anche quando colpiscono gli alleati, oppure non si difendono affatto. Se la giustizia internazionale viene intimidita e sanzionata, la risposta non può essere il silenzio diplomatico. Il silenzio è complicità strutturale: rende la regressione un nuovo standard.

IV) Diritto di protesta come termometro democratico
Una società che punisce la protesta sta punendo il futuro. La violenza va isolata e perseguita, sempre, ma senza trasformare il dissenso in una minaccia ontologica. Se pochi episodi diventano pretesto per restringere libertà collettive, la democrazia entra in modalità di auto-sabotaggio.

V) Alleanze civiche e politiche, dentro e oltre i confini
La risposta più efficace all’ondata autoritaria non è l’individuo eroico. È la rete: associazioni, amministrazioni locali, sindacati, movimenti, giuristi, giornalisti, scuole, comunità. È una sfida generazionale: o si ricostruiscono comunità politiche capaci di proteggere diritti e verità, oppure la regressione continuerà a sembrare inevitabile.

Conclusione: la sovranità vera è mentale

La regressione democratica si alimenta di una resa invisibile: l’abitudine alla menzogna. Quando ci si abitua, tutto diventa normale. La guerra diventa normalità. L’ingiustizia diventa paesaggio. La povertà diventa colpa. La repressione diventa “sicurezza”. E la democrazia diventa un’insegna luminosa sopra un edificio vuoto.

La prima riconquista è mentale: rifiutare l’anestesia. Rifiutare la gerarchia delle vittime. Rifiutare il doppio standard. Rifiutare l’idea che la legge valga solo per i deboli. E poi, con questa lucidità, fare ciò che il potere teme davvero: organizzare la speranza in forme concrete, sociali, collettive, durature.

Perché la democrazia non muore quando perde un’elezione. Muore quando perde la verità, la solidarietà e il coraggio di guardare in faccia i propri crimini. E se vogliamo impedire che le lancette tornino indietro ancora, non basta indignarsi: bisogna ricostruire, pezzo per pezzo, i pilastri della dignità.

Fonti essenziali (per archivio)

I) Human Rights Watch, World Report 2026, sezione di sintesi sul “democratic recession” e indicatori 1985/72% autocracy.
II) The Guardian, 4 febbraio 2026, ricostruzione del report HRW e contesto sulla “democratic recession”.
III) Reuters, 6 febbraio 2026, inchiesta sulle sanzioni “terrorist-grade” contro personale ICC e una relatrice ONU.
IV) U.S. Supreme Court, 7 aprile 2025, Trump v. J.G.G., contesto e limiti procedurali sull’uso dell’Alien Enemies Act (PDF).
V) U.S. Treasury (OFAC), 13 febbraio 2025, annuncio ufficiale su E.O. 14203 e designazioni ICC-related.

Dalla Repubblica alla Paura: il Decreto Sicurezza e la trasformazione autoritaria dell’Italia

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le parole smettono di essere strumenti retorici e diventano categorie della realtà. “Democratura” non è più un’espressione da convegno accademico o da saggio politologico. È una chiave di lettura concreta, oggi, per comprendere ciò che sta accadendo in Italia.

Il nuovo Decreto Sicurezza varato dal governo guidato da Giorgia Meloni non rappresenta una semplice continuità con le politiche restrittive del passato. Segna un passaggio di fase. Introduce una logica fondata sulla prevenzione repressiva, sull’anticipazione del sospetto, sulla limitazione sistematica degli spazi di partecipazione democratica.

Non siamo di fronte a un inasprimento tecnico delle norme. Siamo davanti a una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.

Colpire la protesta, non la violenza

Da anni, in Italia, il racconto pubblico delle manifestazioni è dominato dalla retorica dell’“ordine pubblico”. Ogni piazza viene descritta come potenziale pericolo, ogni protesta come rischio da neutralizzare.

Con questo decreto, però, si compie un salto ulteriore.

Non si colpiscono più soltanto i comportamenti violenti. Si colpisce il diritto stesso di protestare.

Il fermo preventivo fino a dodici ore, basato su un generico “fondato sospetto”, introduce una forma di punizione anticipata. Il cittadino può essere privato della libertà non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare.

È una rottura profonda con i principi dello Stato di diritto.

In una democrazia costituzionale, la libertà personale è inviolabile e può essere limitata solo in presenza di fatti accertati. Qui, invece, si istituzionalizza il sospetto come criterio di intervento.

Il reato viene sostituito dall’ipotesi.

La prova dalla percezione.

La giustizia dalla prevenzione.

La discrezionalità come forma di potere

Uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’enorme spazio concesso alla discrezionalità amministrativa.

Saranno questure e prefetture a decidere chi fermare, quando, come e perché. Senza parametri chiari, senza controlli tempestivi, senza reali possibilità di difesa immediata.

Si crea così una catena di comando verticale: governo, prefetture, forze di polizia. Una struttura che concentra il potere decisionale e riduce i contrappesi.

Il controllo giudiziario, evocato come garanzia, appare debole e tardivo. Come può un giudice smontare un provvedimento fondato su una valutazione soggettiva? Come può contestare un “convincimento” privo di riscontri oggettivi?

Nella maggior parte dei casi, non potrà farlo.

La legalità resta formalmente in piedi. Ma viene svuotata nella pratica.

Dall’emergenza alla normalizzazione autoritaria

Il richiamo alla Legge Reale del 1975 è inevitabile. Anche allora, in nome dell’emergenza, si ampliarono i poteri repressivi. Ma oggi il contesto è diverso.

Non siamo in una fase di terrorismo diffuso. Non siamo in una situazione di guerra interna. Siamo in una crisi sociale, economica, democratica.

Precarietà, impoverimento, disuguaglianze, servizi pubblici in crisi, sfiducia nelle istituzioni.

È in questo scenario che nasce il nuovo impianto securitario.

Non per rispondere a una minaccia eccezionale, ma per governare il malessere sociale.

Il decreto diventa così uno strumento di gestione politica del conflitto: prevenire, dissuadere, neutralizzare prima che il dissenso si organizzi.

È una logica tipica dei regimi ibridi: mantenere l’apparenza democratica, svuotandone la sostanza.

La pedagogia della paura

Ogni democratura funziona attraverso un meccanismo fondamentale: la paura.

Non serve arrestare tutti. Basta colpire alcuni.

Non serve reprimere sempre. Basta far capire che si può.

Quando partecipare a una manifestazione comporta il rischio di un fermo, quando organizzare un corteo diventa un problema giudiziario, quando esporsi pubblicamente ha conseguenze personali, la società cambia.

Si diffonde l’autocensura.

Si riduce la partecipazione.

Si normalizza il silenzio.

La repressione più efficace è quella che convince le persone a rinunciare spontaneamente ai propri diritti.

È una forma di controllo invisibile, ma potentissima.

L’illusione delle rassicurazioni

C’è chi invita alla calma. Chi parla di esagerazioni. Chi confida nei “pesi e contrappesi”.

È una pericolosa illusione.

Nessuna deriva autoritaria nasce improvvisamente. Tutte si costruiscono per accumulo: decreti, deroghe, emergenze, eccezioni, proroghe.

Ogni volta si dice: è solo temporaneo.

Ogni volta si restringe un po’ lo spazio di libertà.

Finché ciò che era eccezione diventa norma.

Le rassicurazioni istituzionali servono soprattutto a disinnescare il conflitto sociale, a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.

Una questione di cittadinanza

Il problema del decreto sicurezza non è solo giuridico. È politico e culturale.

Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

In questo modello, il cittadino non è più soggetto attivo della democrazia, ma potenziale problema di ordine pubblico.

La partecipazione diventa fastidio.

Il dissenso diventa minaccia.

La critica diventa anomalia.

È una visione incompatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana, fondata sulla sovranità popolare, sulla libertà di espressione, sul pluralismo.

Qui si afferma invece un’idea verticale del potere, fondata sull’obbedienza e sulla sorveglianza.

Quando il silenzio diventa complicità

Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui non esistono posizioni neutre.

Minimizzare oggi significa legittimare domani.

Tacere oggi significa accettare l’arbitrio futuro.

Difendere il diritto a manifestare non significa giustificare la violenza. Significa difendere la democrazia.

Difendere il dissenso non significa creare disordine. Significa impedire che il potere diventi incontrollabile.

La libertà non viene mai cancellata tutta insieme. Viene erosa lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una concessione.

Quando una società smette di indignarsi per la perdita dei diritti, ha già perso molto più di una legge.

Ha perso la propria coscienza civile.

Sicurezza come pretesto: lo Stato preventivo e la normalizzazione dell’eccezione

C’è un copione che si ripete con una puntualità quasi matematica: un episodio di violenza, una narrazione unilaterale, un’emergenza costruita e, infine, un pacchetto normativo che restringe diritti e amplia poteri. La mozione sulla sicurezza che la destra porterà in Senato il 4 febbraio non fa eccezione. Anzi, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso uno Stato preventivo, dove il sospetto precede il fatto e la repressione viene giustificata come tutela dell’ordine.

La risoluzione annunciata dopo i fatti di Torino è costruita interamente su un racconto selettivo. I numeri vengono esibiti come clava politica, le parole scelte con cura per evocare uno scenario bellico: “guerriglia urbana”, “soggetti armati”, “devastazione”. In questo quadro, il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico, e la piazza – tutta la piazza – diventa un potenziale nemico interno.

Il primo pilastro della mozione è lo scudo penale per gli agenti. Una formula che, dietro l’apparente tutela di chi svolge un lavoro difficile, introduce un principio pericoloso: la differenziazione della responsabilità penale in base alla divisa indossata. In uno Stato di diritto la legge non protegge categorie, ma garantisce diritti e doveri uguali. Qui, invece, si prepara un’asimmetria: mentre il cittadino risponde sempre delle proprie azioni, l’agente viene preventivamente “coperto” nell’esercizio delle sue funzioni. È una torsione giuridica che indebolisce la fiducia, non la rafforza.

Il secondo punto è ancora più insidioso: il fermo preventivo. Non si interviene più su un reato commesso, ma su un rischio presunto. Si colpisce chi potrebbe fare qualcosa, non chi l’ha fatta. È il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di previsione, dove il comportamento futuro viene ipotizzato e represso prima che esista. Un modello che ricorda più la logica della sorveglianza permanente che quella della democrazia costituzionale.

Il terzo elemento riguarda gli sgomberi degli immobili occupati, presentati come misura neutra, tecnica, inevitabile. Ma anche qui la selettività è evidente. I centri sociali diventano il bersaglio simbolico, il luogo su cui mostrare forza e determinazione. Spazi di conflitto, di mutualismo, di critica vengono trattati come un problema di sicurezza nazionale. Eppure, mentre si annunciano nuovi sgomberi, su altri immobili occupati – quelli dell’estrema destra organizzata – cala un silenzio assordante.

Il passaggio più rivelatore della mozione, però, è quello che riguarda il diritto di manifestare. Formalmente viene riaffermato, ma subito dopo condizionato, limitato, recintato. Si parla di “tenere lontano” dalle manifestazioni chi è considerato violento, senza chiarire chi decide, come, su quali basi. È una formula vaga, elastica, perfetta per essere usata contro chiunque disturbi l’ordine costituito. Non si colpisce solo la violenza: si disciplina il dissenso.

In tutto questo, manca un elemento fondamentale: una riflessione seria e onesta sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini di pestaggi, cariche sproporzionate, aggressioni a giornalisti non entrano nel racconto ufficiale. La violenza è sempre e solo “degli altri”. Lo Stato non sbaglia, reagisce. Non reprime, tutela. È questa autoassoluzione permanente che rende pericolosa la deriva in atto.

C’è infine un’assenza che pesa più di molte parole: CasaPound. Nessun riferimento, nessuna condanna, nessuna volontà di intervenire. Eppure parliamo di un’organizzazione che occupa immobili, che pratica intimidazione politica, che si richiama apertamente al fascismo. Qui la sicurezza scompare, l’urgenza evapora, il rigore si scioglie. È il doppio standard elevato a metodo di governo.

Questa mozione non serve a garantire sicurezza. Serve a ridefinire i confini della democrazia, restringendoli. Serve a trasformare il conflitto sociale in un problema penale e la piazza in una minaccia. Serve, soprattutto, a normalizzare l’eccezione, rendendola prassi.

La storia insegna che quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio del potere, la libertà è già sotto processo. E quando lo Stato sceglie chi colpire e chi ignorare, non sta difendendo l’ordine: sta scegliendo da che parte stare.

E, ancora una volta, non è quella della Costituzione.

ALIBI PERFETTO: L’IMMIGRATO. PREDA VERA: IL CITTADINODalla scenografia delle catene alla normalizzazione dello Stato di polizia

C’è sempre una figura pronta a farsi carico delle nostre paure. A volte è un uomo, a volte una donna, a volte un bambino. Fugge da una guerra, da una carestia, da una vita che non lascia alternativa. Chiede asilo dentro i nostri confini e, ancora prima di essere ascoltato, viene trasformato in una funzione politica: il colpevole ideale.

Perché l’immigrato, nella retorica del potere, non è più una persona. È un alibi. Serve a giustificare la torsione autoritaria, a stringere i freni della libertà, a rendere “normale” ciò che in una democrazia dovrebbe restare eccezione. E la parte più cinica è questa: la rete si costruisce su di lui, ma poi resta appesa sopra tutti noi.

AMERICA: L’ICE E LE NUOVE “MILIZIE” ANTI MIGRAZIONE

Negli Stati Uniti, il secondo mandato di Trump ha scelto un linguaggio che non ha bisogno di interpretazioni: deportazioni mostrate come trofei, persone incatenate e fotografate come se fossero “prove” di forza. A fine gennaio 2025 la Casa Bianca ha rilanciato immagini di trasferimenti su aerei militari, diretti anche verso il Guatemala: non semplice amministrazione, ma scenografia di potere. 

L’ICE non agisce più solo come agenzia federale. Sta diventando un modello esportabile di forza, perché viene “replicato” attraverso l’estensione delle sue braccia. Il punto chiave è la delega: programmi come il 287(g) permettono di trasformare pezzi di polizia locale e sceriffi in appendici operative dell’enforcement federale. In pratica, una federalizzazione strisciante della repressione, ottenuta senza cambiare bandiera ma cambiando funzione: non più tutela della comunità, bensì controllo di popolazione. 

Non serve chiamarle milizie in senso tecnico: lo diventano nella percezione sociale e nella dinamica politica. È una “milizia amministrativa”, un dispositivo a rete, che allarga l’area d’intervento e abbassa la soglia dell’abuso, perché moltiplica gli attori e rende più difficile la responsabilità. Non a caso, in queste settimane la reazione è stata durissima: proteste di massa contro l’ICE, e persino iniziative legislative per impedire che le forze dell’ordine locali vengano deputizzate. 

In questo clima, Minneapolis è diventata un simbolo: un luogo dove lo scontro tra apparato e comunità si misura in carne viva, tra versioni ufficiali contestate e richieste di indagini indipendenti. 

FRANCIA: FRONTIERE INTERNE, VIOLENZA E CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ

In Europa preferiamo l’eufemismo, ma l’effetto è simile. Al confine italo-francese, soprattutto a Ventimiglia, la frontiera è da anni un laboratorio di respingimenti e logoramento. Il tema non è solo l’attraversamento, ma la militarizzazione di un confine dentro l’Unione.

E poi c’è la criminalizzazione di chi aiuta: Amnesty International ha denunciato negli anni pressioni e vessazioni contro attivisti e volontari a Calais e Grande-Synthe, con una logica perversa: se soccorri, diventi parte del “problema”. 

La politica securitaria, quando prende corpo in legge, compie il salto decisivo: non gestisce più l’ordine, lo impone. E nella discussione francese attorno alla “sécurité globale” il punto non era un dettaglio tecnico, ma l’idea che il controllo sulle forze dell’ordine possa diventare un intralcio da ridurre. 

REGNO UNITO: DELOCALIZZARE L’ASILO, RESTRINGERE LA PROTESTA

Il Regno Unito ha tentato la scorciatoia più brutale: spostare i richiedenti asilo lontano, come se la distanza cancellasse il problema e il dolore. La formula “Paese sicuro per legge” applicata al Rwanda è stata l’emblema di una politica che pretende di risolvere la realtà con una dichiarazione normativa. 

E intanto, dentro casa, la protesta diventa sempre più trattata come disturbo. Le norme che ampliano i poteri di polizia nella gestione delle manifestazioni hanno cambiato la temperatura democratica: la protesta non è vietata, è resa più rischiosa, più punibile, più facilmente spegnibile. 

ITALIA: ALBANIA, IL CPR OFFSHORE E LA FABBRICA DEGLI SPRECHI

Arriviamo a noi, : il centro di permanenza e rimpatrio costruito “fuori confine”, in Albania. È qui che la retorica dell’efficienza si svela per quello che spesso è: una costosa messinscena.

Il “modello Albania” è stato presentato come soluzione innovativa. In realtà, tra ostacoli giudiziari, ripensamenti e riusi, ha prodotto soprattutto una cosa misurabile: spesa pubblica. Un report di ActionAid con l’Università di Bari ha evidenziato costi altissimi per posto letto e un’operatività ridotta; Reuters ha riportato cifre che parlano di un hub costato molte volte più di strutture analoghe in Italia, con giorni di attività limitati e numeri bassissimi di persone trattenute, mentre il governo ha valutato di riconvertire i centri per i rimpatri. 

È un paradosso che dice molto sul nostro tempo: spendere somme enormi per “dimostrare” durezza, anziché investire in ciò che riduce davvero l’irregolarità, cioè canali legali, lavoro regolare, integrazione, controlli contro lo sfruttamento, politiche abitative e territoriali. La durezza, qui, non è uno strumento: è una performance.

E nel frattempo, la stretta non si ferma ai migranti. Si allarga ai cittadini, alla protesta, alla libertà concreta di dissentire. La logica è sempre quella: si alza un nemico esterno per far passare misure interne. Il bersaglio mediatico è lo straniero. Il trofeo politico, alla fine, rischia di essere il cittadino “riaddestrato” all’obbedienza.

LA CONCLUSIONE CHE NON POSSIAMO EVITARE

Io non credo alla favola della sicurezza quando diventa una parola passe-partout per ogni compressione di diritti. Perché la sicurezza reale è sanità, scuola, lavoro dignitoso, case accessibili, territori curati, trasporti che non crollano, istituzioni che non umiliano. Il resto è l’estetica del comando.

E l’immigrato resta l’alibi più comodo: non vota, non conta, non viene difeso. Ma proprio per questo è il primo gradino. Una volta normalizzata l’eccezione su di lui, la stessa eccezione scivola su tutti.

Quando un potere comincia a parlare con il linguaggio delle catene, non sta costruendo un’età dell’oro. Sta inaugurando un’epoca di ferro. E il ferro, prima o poi, lo sentono anche quelli che oggi applaudono.

Fonti essenziali consultate in rete
I) Deportazioni su aerei militari USA: 
II) Delega e “deputizzazione” delle forze locali per enforcement migratorio, reazione legislativa: 
III) Proteste anti ICE negli USA: 
IV) Centro Albania, costi e inefficienze riportati da Reuters: 
V) Quadro UK su restrizioni alla protesta: 

Il nemico necessarioDa Parigi a Torino: come il fascismo 2.0 trasforma la politica in “ordine pubblico”

C’è un filo che unisce due scene solo apparentemente lontane. La prima è un convegno internazionale a Parigi dedicato a “neoliberalismi, neofascismi, neopopulismi”, con una traccia dichiaratamente foucaultiana (“Spettri di Foucault”) e l’allarme, lucidissimo, sul ritorno del fascismo come dispositivo moderno di governo. La seconda è Torino, corso Regina Margherita 47, lo sgombero del centro sociale Askatasuna, il quartiere blindato, le cariche, gli idranti, i lacrimogeni, la narrazione pubblica ridotta a un unico spartito: sicurezza, decoro, legalità.

Se vogliamo capire che cosa sta succedendo, dobbiamo guardare quel filo senza spezzarlo. Perché il punto non è Askatasuna “in sé”, e non è nemmeno la singola misura repressiva “in sé”. Il punto è la tecnica politica che torna, aggiornata: creare il nemico per governare, dividere per comandare, usare paura e disciplinamento come collante di un ordine sociale sempre più ingiusto. È il fascismo senza fez e senza olio di ricino: cravatta blu, talk show, algoritmi, decreti, questure. È un fascismo 2.0, che ha imparato a presentarsi come semplice amministrazione dell’esistente.

La fabbrica del nemico: quando la guerra entra nella politica

Nel ragionamento emerso a Parigi, e rilanciato con forza da chi in quell’ambiente ha ancora la statura dei “grandi vecchi” della teoria critica, il fascismo non è un’icona museale: è un risultato politico possibile quando il liberalismo si corrompe, quando il neoliberismo si fa autoritario, quando il turbocapitalismo (oggi tecnocapitalismo) ha bisogno di una società docile, sorvegliata, mobilitata e divisa.

Qui sta il cuore del meccanismo: per trasformare una comunità in una folla governabile, serve una minaccia continua. Un nemico “alle porte” e, soprattutto, un nemico “interno” da stanare. A quel punto la politica smette di essere confronto e diventa prosecuzione del conflitto con altri mezzi: una guerra a bassa intensità condotta dentro la società, sulle parole, sulle immagini, sulle categorie morali. E più cresce l’insicurezza materiale, più questo teatro funziona: perché la paura cerca scorciatoie, e il potere è sempre felice di offrirgliene una.

Torino, corso Regina 47: un caso che parla a tutto il Paese

Dentro questa cornice, Askatasuna diventa un simbolo comodo. Non perché “tutto sia giusto” o “tutto sia sbagliato” in ciò che ruota attorno a un centro sociale. Ma perché uno spazio così, quando è radicato, quando produce mutualismo, cultura, relazioni, perfino una forma di socialità non mercificata, è l’esatto contrario della cittadinanza passiva che il neoliberismo preferisce. E quindi va ricondotto a problema di ordine pubblico.

I fatti recenti sono noti: il centro sociale Askatasuna è stato sgomberato il 18 dicembre 2025, con un’operazione della Digos; nei giorni successivi si sono svolte manifestazioni e scontri, con l’uso di idranti e lacrimogeni e una città messa in assetto di contenimento.

Il messaggio politico è stato esplicito anche nelle dichiarazioni: il ministro dell’Interno ha rivendicato una linea di “sgomberi” e una regola operativa di intervento rapido sulle nuove occupazioni, presentando l’azione come segnale dello Stato e come parte di una strategia più ampia.

Ma c’è un dettaglio che, se lo guardi bene, illumina la scena: negli stessi mesi in cui si discuteva del destino di Askatasuna, emergeva anche il percorso (difficile e contestato) di riconoscimento/coprogettazione con il Comune come “bene comune”, cioè come spazio da normare e rendere trasparente senza cancellarne la funzione sociale. Ed è qui che la vicenda diventa rivelatrice: quando un territorio tenta una mediazione amministrativa e politica, il potere centrale può scegliere la scorciatoia muscolare, scavalcando la grammatica locale e imponendo la grammatica nazionale dell’emergenza.

Non solo: sul piano giudiziario, nel maxi-processo legato ad Askatasuna, l’impianto più pesante (l’associazione a delinquere) è stato respinto in primo grado, pur restando condanne per singoli reati. Questo non “assolve” un mondo, ma mostra quanto sia delicata la linea che separa la giustizia dai teoremi politici.

La base materiale: salari, precarietà, frustrazione come carburante politico

La fabbrica del nemico non nasce nel vuoto. Ha bisogno di un combustibile sociale. E quel combustibile, in Italia, è la fatica quotidiana: lavoro povero, precarietà, ascensore sociale rotto, rabbia che non trova rappresentanza. Quando le condizioni materiali peggiorano, il potere ha due strade: redistribuire o distrarre. La prima costa. La seconda rende.

Qui i numeri sono impietosi: l’OCSE ha segnalato che l’Italia è tra i Paesi dove la caduta dei salari reali è stata più marcata tra le grandi economie, e che a inizio 2024 i salari reali erano ancora sotto i livelli pre-pandemia.
In parallelo, le statistiche europee sui costi del lavoro mostrano fratture enormi tra Paesi UE, che alimentano competizione al ribasso e insicurezza sociale.

In un contesto così, l’ossessione per il “nemico interno” diventa una scorciatoia narrativa perfetta: sposti l’asse dal conflitto verticale (chi concentra ricchezza e potere, chi lavora e perde terreno) al conflitto orizzontale (noi contro loro), e il gioco è fatto. Il nemico è il migrante, il “fannullone”, l’attivista, lo studente, il centro sociale, il picchetto, il corteo. Intanto, però, le gerarchie sociali si irrigidiscono e gli apparati di controllo si espandono, anche grazie alle tecnologie che colonizzano attenzione e immaginario. È esattamente ciò che, a Parigi, veniva descritto come ritorno del fascismo nella forma della mobilitazione permanente e della sorveglianza normalizzata.

Askatasuna come cartina di tornasole: colpire l’esempio, non solo il luogo

Ecco perché Askatasuna non è solo un indirizzo. È una cartina di tornasole.

Uno spazio fisico di aggregazione autonoma, se funziona davvero, produce tre cose che al potere danno fastidio:
produce legami (quindi fiducia tra persone non “intermediate”);
produce pratiche (mutualismo, cultura, autoformazione);
produce senso comune alternativo (cioè un’altra idea di normalità).

Per dirla in modo semplice: se in un quartiere esiste un luogo dove la gente impara che si può vivere anche senza chiedere il permesso al mercato per ogni respiro, quel luogo è un precedente. E i precedenti, in politica, sono più pericolosi delle parole.

Da qui la logica dell’esibizione muscolare: non basta chiudere una porta, bisogna mostrare che la porta la chiude “lo Stato”, e che chi prova a riaprirla verrà trattato come minaccia. È un teatro pedagogico: serve a educare, non solo a reprimere.

Che fare: cento spazi, mille ponti, una politica che torni a respirare

La risposta più intelligente, paradossalmente, è già dentro il problema: ricostruire luoghi. Luoghi fisici, non solo pagine social. Luoghi dove la politica torna a essere relazione, organizzazione, cura, conflitto ragionato. Perché se il fascismo 2.0 lavora sulla solitudine e sulla paura, l’antidoto è comunità e coraggio.

Non si tratta di santificare ogni esperienza, né di inseguire avanguardie autoreferenziali. Si tratta di una cosa più difficile e più concreta: creare spazi “abitabili” anche da chi oggi non milita, da chi diffida dei partiti, da chi ha smesso di credere alle sigle ma non ha smesso di avere bisogno di senso e dignità. E allora sì, l’idea “facciamone cento, mille” non è retorica: è un programma minimo di difesa democratica.

Perché il vero spartiacque, oggi, è questo: o accettiamo che la politica diventi una questione di polizia, o ricominciamo a fare politica come costruzione di popolo, nel senso più alto e costituzionale del termine. Senza nemici inventati. Con i conflitti reali messi finalmente sul tavolo: lavoro, diritti, disuguaglianze, guerra, riarmo, autoritarismo strisciante.

Fonti essenziali
• Angelo d’Orsi, “La creazione del nemico è un nuovo ‘fascismo 2.0’”, Il Fatto Quotidiano, 23 dicembre 2025.
• Cronache sullo sgombero di Askatasuna e sulle manifestazioni (ANSA; RaiNews; Sky TG24).
• Interventi e interviste del ministro dell’Interno sul tema sgomberi (Ministero dell’Interno).
• Dibattito su coprogettazione/beni comuni e iter amministrativo (Jacobin Italia; il manifesto).
• Esiti e quadro del maxi-processo (il manifesto; La Stampa).
• Dati su salari reali e mercato del lavoro (OCSE; Eurostat).