Perché il 22 marzo si vota sul futuro della democrazia italiana — e perché la sinistra deve cambiare passo
Il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026 non è una consultazione sulla magistratura. È, nella sua sostanza più profonda, un referendum sul modello di Stato che il governo Meloni sta costruendo mattone dopo mattone, decreto dopo decreto, da quando si è insediato a Palazzo Chigi nell’ottobre del 2022. Lo hanno scritto con lucidità e rigore Alessandra Algostino, Chiara Giorgi, Donatella della Porta, Francesco Pallante e Mario Pianta in un articolo pubblicato su il manifesto il 23 febbraio 2026, al quale questo contributo si riallaccia, ampliandone le argomentazioni e, quando necessario, correggendone le omissioni.¹
Perché c’è una omissione rilevante in quell’analisi, pur meritoria: la critica al governo Meloni — per quanto fondata e necessaria — rischia di diventare un atto di accusa privo di prospettiva, se non è accompagnata da un’altrettanto severa autocritica verso le forze che a questo governo si oppongono. La denuncia del paradigma autoritario è doverosa. Ma è insufficiente, se non si risponde all’interrogativo che tanti cittadini, disorientati e stanchi, si pongono ogni mattina: e l’alternativa qual è?
Nelle pagine che seguono analizzeremo il progetto istituzionale del governo Meloni con la chiarezza che merita — riconoscendone, dove esistono, i meriti di coerenza e compattezza — e affronteremo con eguale franchezza i limiti strutturali dell’opposizione. Con la convinzione che nessuna democrazia si salva solo per opposizione: si salva con una visione. E quella visione, nel campo progressista, è ancora tragicamente assente.
I. Il governo Meloni: coerenza di progetto e compattezza di fronte
Fare critica politica rigorosa impone, prima di tutto, onestà intellettuale. E l’onestà impone di riconoscere quello che il governo Meloni ha dimostrato in questi anni: una coerenza di progetto e una compattezza politica che i suoi avversari non hanno saputo eguagliare. Giorgia Meloni governa da oltre tre anni con la stessa coalizione, gli stessi ministri chiave, la stessa agenda di fondo. Il calo di consensi esiste, ma è contenuto: secondo gli ultimi sondaggi FdI si attesta attorno al 28-29%, Fratelli d’Italia resta il primo partito italiano, e la coalizione di centrodestra nel suo insieme conserva una maggioranza che nessun governo italiano aveva retto con tale continuità almeno dagli anni di Berlusconi.
Questo dato non va rimosso né derubricato a pura propaganda. Il governo Meloni ha una idea di società. Che sia condivisibile o meno è un altro discorso — e non lo è, per chi scrive, nei termini che argomenteremo —, ma l’idea c’è, ed è articolata: Stato forte al centro, privato che opera nello spazio che il pubblico arretra, gerarchie tra territori e tra istituzioni, magistratura ricondotta nei ranghi, identità nazionale come collante. È una visione — organica, coerente, internamente logica — della società del futuro. Noi la contestiamo punto per punto, perché la riteniamo lesiva dei principi costituzionali e dei diritti della persona. Ma non possiamo permetterci il lusso di ignorarla.
La compattezza della maggioranza, peraltro, non è solo il frutto di una disciplina partitica verticale. È anche il prodotto di una narrativa efficace: quella della stabilità come valore supremo, del governo che “porta a termine quello che inizia”, del leader che non teme di andare fino in fondo. In un Paese che ha consumato governi come camicie, questa narrazione attecchisce. Che sia supportata da fatti reali o da un’illusione sapientemente costruita è questione da discutere — e la discuteremo. Ma ignorarla è un errore politico che l’opposizione non può più permettersi.
II. La riforma della magistratura: non solo separazione delle carriere
Chiarito questo punto di metodo, possiamo entrare nel merito. La narrazione dominante vuole che il referendum del 22 marzo riguardi la “separazione delle carriere” tra giudici e pubblici ministeri. Un tema che gode di una certa simpatia trasversale, e che il governo ha abilmente posto al centro della comunicazione, oscurando i contenuti ben più profondi e perturbanti della riforma.
La legge costituzionale approvata nell’ottobre 2025 modifica sette articoli della Costituzione (artt. 87, 102, 104, 105, 106, 107 e 110) e introduce tre cambiamenti strutturali. Primo: vengono istituiti due distinti Consigli Superiori della Magistratura — uno per i giudici, uno per i pm — in luogo del CSM unico che la Costituente del 1948 aveva concepito come “pietra angolare” dell’ordinamento giudiziario. Secondo: i componenti dei nuovi organi non verranno eletti dai magistrati stessi, ma estratti a sorte: solo i magistrati, tra tutti i cittadini italiani, saranno privati del diritto di eleggere i propri rappresentanti. Terzo: viene istituita una nuova Alta Corte disciplinare di rango costituzionale, sottraendo questa funzione ai Consigli superiori.
La proliferazione di organi — tre dove prima ve ne era uno — non rafforza l’indipendenza della magistratura: la parcellizza, la fragilizza, la espone a pressioni politiche che il CSM unitario, con tutti i suoi difetti, ha storicamente retto meglio. Come sottolineano i giuristi del comitato per il No, l’art. 104 Cost. rimarrà formalmente invariato nel proclamare l’autonomia della magistratura, ma i pilastri istituzionali che rendono quell’autonomia effettiva vengono sistematicamente smontati. Non a caso la stessa premier Meloni ha dichiarato pubblicamente la necessità di “fermare l’invadenza” della magistratura rispetto alle decisioni politiche: una affermazione che rivela, più di qualsiasi altro elemento, l’ispirazione autentica del progetto.
Peraltro, va detto con chiarezza: la riforma è stata approvata per la prima volta nella storia repubblicana con un procedimento “blindato” che ha impedito ai parlamentari di presentare emendamenti nelle successive letture. È la prima volta che una modifica costituzionale — uno degli atti più solenni della vita democratica — viene imposta senza possibilità di dialogo parlamentare. Questo, da solo, basterebbe a motivare un voto No.
III. Il paradigma del controllo: decreti, scudo erariale, autonomia differenziata
Il referendum è un tassello. Ma il disegno è più vasto. Nei primi mille giorni di governo, Palazzo Chigi ha prodotto cento decreti legge. In frequenza assoluta, il dato è analogo ai governi precedenti; in profondità dei cambiamenti imposti per via d’urgenza, non lo è. Il “premierato di fatto” — come l’ha efficacemente definito il manifesto — si costruisce pezzo per pezzo: decreti blindati, fiducia sistematica, veto agli emendamenti parlamentari sulle riforme costituzionali.
A fine 2025 è stato istituito lo “scudo erariale”: la Corte dei Conti ha perduto il potere di chiamare gli amministratori pubblici a rispondere pienamente dei danni causati da decisioni politiche errate. Il principio di responsabilità — che è il cuore di ogni Stato di diritto — viene sostituito da una protezione preventiva dell’esecutivo. Nel paradigma Meloni, chi decide non deve rendere conto: né al Parlamento, né ai giudici, né alla Corte dei Conti.
L’autonomia differenziata, pur ridimensionata dalla Corte Costituzionale, continua a strutturare il progetto territoriale del governo: decentrare alle regioni più ricche competenze e risorse, consacrando le disuguaglianze storiche tra Nord e Sud. Il risultato è quella combinazione paradossale — ma politicamente coerente — di centralismo verticale e frammentazione orizzontale dei diritti: il governo al centro decide tutto, ma i diritti dei cittadini dipendono dalla latitudine geografica in cui sono nati.
IV. Sanità e università: lo Stato che si ritira
A gennaio 2026 il Parlamento ha approvato il disegno di legge delega sulla sanità. Il testo concentra risorse e nomine degli “ospedali di terzo livello” sotto il controllo diretto del governo, sottraendoli alle regioni e al sistema territoriale. La medicina di prossimità — quella dei medici di base, dei consultori, dell’assistenza domiciliare — viene definanziata per alimentare poli di eccellenza inaccessibili alla maggioranza dei cittadini. Parallelamente cresce lo spazio ai privati, finanziati con denaro pubblico. È la costruzione di un sistema a doppio binario: cure rapide di qualità per chi può permettersi di pagare, lunghe attese e servizi degradati per tutti gli altri. Il diritto alla salute, sancito dall’art. 32 della Costituzione come “fondamentale”, si trasforma in un bene di consumo.
L’università pubblica vive una crisi analoga, aggravata da riforme che ne accelerano il declino. L’Italia conta già il 23% di laureati tra i 25 e i 64 anni, contro il 46% della Francia. Nel decennio 2011-2024 ben 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni hanno lasciato il Paese; nel 2024 il 40% degli emigrati era laureato; in dieci anni circa 14.000 ricercatori si sono trasferiti all’estero. Su questo sistema già fragile si abbattono ora il decreto sulle figure precarie (giugno 2025), la riforma dell’ANVUR trasformata da agenzia indipendente a braccio ministeriale (gennaio 2026), la nuova legge sui concorsi che indebolisce i criteri qualitativi. Intanto le università telematiche private — la maggiore, Multiversity SpA, è di proprietà del fondo inglese CVC Capital Partners — accumulano 70 milioni di profitti annui con un rapporto docenti-studenti dieci volte peggiore degli atenei pubblici. Nel novembre 2025, 140 Società scientifiche hanno firmato un documento d’allarme: “Si profila un sistema sempre più centralizzato, meno libero, meno capace di produrre sapere critico e innovazione.”
V. Lo Stabilicum e il domino finale: costruire le regole su misura
Il 26 febbraio 2026 — nella notte, in un blitz consumato nella sede di via della Scrofa — il centrodestra ha depositato alla Camera e al Senato la nuova proposta di legge elettorale, già ribattezzata “Stabilicum”: proporzionale con premio di governabilità alla coalizione che superi il 40% dei voti (70 seggi alla Camera, 35 al Senato), sbarramento al 3%, indicazione obbligatoria del candidato premier nel programma di coalizione. I collegi uninominali — quelli che nel 2022 avevano garantito la maggioranza alla destra, ma che con un’opposizione unita avrebbero oggi prodotto un sostanziale pareggio secondo le simulazioni di YouTrend — vengono eliminati.
L’operazione politica è trasparente. Con l’attuale Rosatellum e un centrosinistra unito, le simulazioni mostrano la Camera con 192 seggi al centrosinistra contro 186 al centrodestra, e un sostanziale pareggio al Senato: nessuna maggioranza assoluta, necessità di trattare, fine della stabilità monocromatica di Palazzo Chigi. Con lo Stabilicum, lo stesso centrodestra passerebbe dal 46% dei voti al 57% dei seggi: una distorsione della rappresentatività che molti costituzionalisti giudicano a rischio Consulta. Cambiare le regole del gioco a diciotto mesi dalle elezioni, esattamente quando il vecchio sistema inizia a sfavorire chi governa: questa è la reale posta del progetto Meloni.
Il premierato formale — la riforma costituzionale che avrebbe introdotto l’elezione diretta del Presidente del Consiglio — è stato prudentemente accantonato, non rinunciato. La strategia è più sottile: costruire con la legge ordinaria gli effetti del premierato senza passare per la revisione costituzionale e il relativo referendum. Come scrive Arianna Meloni, responsabile della segreteria FdI: “La nuova legge elettorale anticiperà il premierato, la madre di tutte le riforme.” Un’ammissione di rara chiarezza su ciò che si persegue.
VI. Il campo largo e la crisi dell’alternativa: la sinistra di fronte allo specchio
Fin qui la critica al governo Meloni. È fondata, è documentata, è necessaria. Ma sarebbe disonesto fermarsi qui, come se la democrazia italiana si potesse salvare per inerzia del governo avverso, senza che chi gli si oppone si assuma la responsabilità di proporre qualcosa di meglio.
La realtà è che il cosiddetto “campo largo” — PD, M5S, AVS e alleati minori — ha contrasto con forza molte delle politiche descritte in queste pagine. Ma ha offerto, finora, una resistenza senza visione. Ha detto no alla riforma della magistratura, no all’autonomia differenziata, no allo Stabilicum. No, no, no. Il diritto all’opposizione è sacrosanto. Ma gli elettori — quelli che si allontanano dai seggi ad ogni tornata, quelli che non si sentono rappresentati da nessuno degli schieramenti — chiedono qualcosa di più di un catalogo di rifiuti: chiedono un’idea di futuro.
E all’interno dello stesso centrosinistra le contraddizioni sono laceranti. Il PD si divide sulla pace e sulla guerra: vi sono esponenti dem che sostengono il riarmo europeo e il supporto militare all’Ucraina in termini quasi identici a quelli del governo Meloni, e altri che invocano una via diplomatica immediata. Su Israele e la Palestina la frattura è ancora più profonda: mentre una parte del partito sottoscrive le posizioni dei movimenti per il cessate il fuoco e per il riconoscimento dello Stato palestinese, un’altra rimane agganciata a formule di “dialogo” che suonano vuote di fronte ai dati del massacro in corso a Gaza. Queste non sono sfumature: sono contraddizioni di sostanza che lacerano la credibilità dell’alleanza di fronte agli elettori più sensibili ai temi della pace e dei diritti internazionali.
Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte occupa uno spazio di protesta sociale — i rider sfruttati, i giovani sottopagati, il reddito di base — che è reale e prezioso, ma che stenta a tradursi in un programma di governo credibile. Conte è abile nell’identificare le ferite sociali; lo è meno nel proporre le cure strutturali. Carlo Calenda e Azione hanno scelto la strada dell’autonomia — correre da soli, proporre un centro “pragmatico e riformista” — accentuando la frammentazione e riducendo lo spazio per un’alternativa coesa. La nuova legge elettorale, con la sua soglia al 3% e l’obbligo di indicare il candidato premier, renderà questa frammentazione ancora più costosa.
Il risultato è che la mossa dello Stabilicum — pur essendo un’operazione politicamente scorretta, costruita su misura per perpetuare il potere dell’attuale maggioranza — ha centrato l’obiettivo politico: ha aperto nel campo progressista una discussione sul leader, sulle primarie, sulle alleanze, che rischia di consumare le energie che andrebbero dedicate alla costruzione di un programma. Come ha scritto con lucidità il Fogliettone: “Il problema per il centrosinistra non è più solo quello di opporsi a una legge, ma di dimostrare di esistere come alternativa di governo.”
VII. Cosa propone la sinistra? Appunti per un progetto di paese
È tempo che le forze progressiste smettano di inseguire le trappole del governo e inizino a costruire la loro. Non con i gazebo delle primarie come primo atto della stagione politica, ma con un programma. Non con i tatticismi sulle alleanze, ma con una visione del Paese che si vuole costruire. Non con il linguaggio dell’emergenza permanente — “bisogna fermare Meloni” — ma con il linguaggio della proposta concreta.
Questa visione esiste, nei fatti e nella Costituzione. La Carta del 1948 è già un programma di governo straordinariamente attuale: basta leggerla. L’art. 1 (la sovranità appartiene al popolo), l’art. 3 (compito della Repubblica è rimuovere gli ostacoli all’uguaglianza sostanziale), l’art. 32 (la salute come diritto fondamentale), l’art. 33 (libertà dell’arte e della scienza), l’art. 36 (retribuzione proporzionata e sufficiente), l’art. 53 (il sistema fiscale deve essere progressivo). Attuare la Costituzione non è uno slogan: è un programma di governo che nessun governo italiano ha mai realizzato pienamente.
Su questa base, alcune linee concrete. Sul piano istituzionale: difesa della separazione dei poteri come patrimonio non negoziabile, riforma del CSM che ne rafforzi l’indipendenza senza smantellarne l’autogoverno, e impegno vincolante a non modificare la legge elettorale a ridosso delle elezioni senza un accordo parlamentare largo. Sul piano sociale: un Servizio sanitario nazionale universale, finanziato con risorse adeguate e non con i tagli ai servizi territoriali; un piano straordinario per l’università e la ricerca, con obiettivi di avvicinamento ai livelli europei di investimento; un salario minimo legale dignitoso e la lotta alla precarietà strutturale del mercato del lavoro. Sul piano internazionale: un impegno per la pace in Ucraina che non escluda la via diplomatica, il riconoscimento dello Stato palestinese come atto minimo di coerenza con il diritto internazionale, e la costruzione di un’Europa della difesa comune che non sia solo un aumento delle spese militari nazionali.
Su questi temi, le contraddizioni interne al campo progressista devono essere risolte — non rinviate. Risolte con chiarezza e con coraggio, anche a costo di perdere qualche alleato che non è davvero tale. Una coalizione che governa con una voce sola su dieci punti essenziali vale più di una coalizione che conta venti partiti e non riesce a decidere nulla. La storia italiana degli ultimi trent’anni offre esempi eloquenti in entrambe le direzioni.
Va detto, infine, qualcosa di scomodo: il campo progressista ha bisogno di fare pulizia interna. Non nel senso brutale delle purghe, ma nel senso della chiarezza. Chi non condivide i valori di base — la pace come metodo, i diritti umani come universali, la difesa della Costituzione come priorità non negoziabile — non può essere parte di una coalizione che su quei valori vuole vincere. I rami secchi che alimentano le contraddizioni interne — quelli che sul genocidio di Gaza trovano distinguo imperdonabili, quelli che sul riarmo si scopre più vicini a Meloni che a Schlein — andrebbero potati con rispetto ma con fermezza. Non è intolleranza: è la condizione minima per essere credibili.
VIII. Il 22 marzo: democrazia come pratica quotidiana
C’è una tentazione, in queste settimane di campagna referendaria, di ridurre la posta in gioco a una questione tecnica. È una tentazione da respingere. Il 22 marzo non si vota su una procedura: si vota su un’idea di Stato.
Il governo Meloni ha una visione coerente, lo abbiamo riconosciuto. Ed è esattamente questa coerenza che la rende pericolosa: non è il caos improvvisato del populismo, ma il progetto organizzato dell’autoritarismo soft. La centralizzazione del potere esecutivo, l’erosione dei contrappesi istituzionali, la privatizzazione dei diritti, la riscrittura delle regole elettorali su misura — tutto questo si regge su una logica che, se non viene fermata, diventa irreversibile.
Il No al referendum non è la soluzione di tutti i problemi. Non risolverà le contraddizioni del centrosinistra, non costruirà da solo l’alternativa che manca, non sostituirà il lavoro politico che i progressisti devono fare su se stessi. Ma è il primo atto necessario: fermare il domino prima che cada l’ultimo tassello. Una vittoria del Sì — come scrivono gli analisti più lucidi — sarebbe il vento in poppa che Meloni aspetta per procedere con la nuova legge elettorale e con il premierato, formale o sostanziale che sia.
Come ricordava Gustav Heinemann: “La libertà non è qualcosa che si possiede. È qualcosa che si pratica.” Praticarla, il 22 e il 23 marzo, significa andare ai seggi. Significa votare No. E significa, il giorno dopo, riprendere il lavoro più lungo e più difficile: costruire l’alternativa che questo Paese merita. Non con le illusioni, ma con le certezze di chi sa cosa vuole. Con la forza di chi sa da che parte sta. Con la chiarezza di chi non ha paura di dirlo.
Note e fonti
¹ Algostino A., Giorgi C., della Porta D., Pallante F., Pianta M., “Il paradigma Meloni e il No al referendum”, il manifesto, 23 febbraio 2026. Ripubblicato su sbilanciamoci.info.
² CGIL, “Referendum giustizia, 5 motivi per votare No”, gennaio 2026; CGIL, “Riforma della magistratura, le ragioni del No”, febbraio 2026.
³ Sulla struttura della riforma: truenumbers.it, “Referendum giustizia 2026: guida definitiva”; money.it, “Il referendum giustizia 2026 spiegato bene”, febbraio 2026.
⁴ Sul “premierato di fatto”: il manifesto, “Il premierato di fatto è già tra noi”, gennaio 2025; rivistailmulino.it, “Premierato e legge elettorale: il bivio di Giorgia Meloni”, luglio 2025.
⁵ Sulla legge elettorale “Stabilicum”: editorialedomani.it, “Depositata la legge elettorale voluta da Meloni”, 27 febbraio 2026; ilfattoquotidiano.it, “Legge elettorale proporzionale con premio: come avvantaggia la destra”, 27 febbraio 2026; simulazione YouTrend per SkyTg24, febbraio 2026.
⁶ Sull’opposizione e le sue contraddizioni: ilfogliettone.it, “Legge elettorale, la mossa di Meloni centra l’obiettivo: Schlein e Conte costretti a un duello”, 26 febbraio 2026; quotidianodelsud.it, “L. elettorale, campo largo dice no ma si apre partita leadership”, 26 febbraio 2026.
⁷ Sui dati università: OCSE Education at a Glance 2024; ISTAT, Rapporto annuale 2024. Sul documento delle 140 Società scientifiche, novembre 2025.
⁸ Arianna Meloni su premierato e legge elettorale: ilgiornale.it, intervista, dicembre 2025.
Devi effettuare l'accesso per postare un commento.