Il 4 settembre il governo Meloni diventa il più longevo della storia repubblicana. Nella stessa settimana il Senato riprende in mano la legge elettorale che quella durata dovrebbe rendere strutturale. Ma la stabilità non è stata la condizione per risolvere i problemi del Paese: è stata la condizione per non doverli risolvere.
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Ventisei miliardi impronunciabili
La CGIL chiede l'1,3 per cento ai cinquecentomila italiani che possiedono più di due milioni di euro. Il governo grida all'esproprio. Ma la patrimoniale, in Italia, esiste già: la pagano quelli che hanno una casa, un'automobile e un conto corrente.
Il welfare smontato, il cannone finanziato: la Finlandia mostra il conto e l’Italia sta firmando la stessa cambiale
Helsinki ha tagliato nove miliardi di spesa sociale per pagarsi la NATO e ha comprato la difesa aerea dallo Stato che l’ONU ha dichiarato responsabile di genocidio. L’Europa è oggi il primo mercato dell’industria bellica israeliana, con 6,9 miliardi di dollari in un anno. A Roma la sanità resta congelata al 6,4 per cento del PIL mentre il governo chiede a Bruxelles trentasei miliardi di flessibilità per armi ed energia. La sostituzione dello Stato sociale con lo Stato bellico ha nomi, date e numeri.
L’emergenza è il metodo
Da Ceuta al Patto europeo sull'asilo, dalla sospensione di Schengen alla scansione automatica delle chat: undici passaggi che, presi uno per uno, hanno tutti una giustificazione ragionevole. Sommati, raccontano un modello di potere che cambia forma senza bisogno di camicie nere. La domanda non è più se stia tornando il fascismo, ma come una democrazia impari a comportarsi da regime continuando a chiamarsi democrazia.
La sicurezza che non si nomina
Il Parlamento ha sospeso il vincolo di bilancio per trentasei miliardi destinati a difesa ed energia. I cinque miliardi l'anno necessari per un sistema nazionale della non autosufficienza continuano invece a essere insostenibili. Nei primi sei mesi del 2026 l'INAIL ha registrato 482 morti sul lavoro e 5,8 milioni di persone hanno rinunciato a curarsi: la parola sicurezza, nata sociale, è stata occupata dal lessico militare e poliziesco prima che il conto potesse essere fatto.
L’arsenale in affitto
La spesa militare italiana tocca il suo massimo storico, ma la capacità di decidere resta altrove: contabilità dilatata, prestiti europei da restituire, software governati a Washington, reti cedute a fondi esteri e un servizio sanitario definanziato. Un'analisi sui numeri del 2026 e su che cosa significhi davvero, oggi, la parola sovranità.
La cassaforte e la frontiera
In cinque giorni di agosto il governo ha costruito un'invasione che non c'era, ha chiuso in una cassaforte le chat di un suo ex sottosegretario, ha fatto passare sorveglianza biometrica e riarmo in una sola seduta e ha scoperto il terremoto dei Campi Flegrei con quattro giorni di ritardo. Non è una serie di incidenti: è il metodo di governo di questi quattro anni, e i dati Istat, Gimbe ed Eurispes dicono che cosa ha prodotto.
Armi in deroga
Il 23 luglio 2026 la Commissione europea presenta a Washington il proprio riarmo agli investitori, mentre a Roma l'Osservatorio Mil€x ne misura il costo. Dalla clausola di salvaguardia riservata alle armi ai 14,9 miliardi del prestito SAFE prenotati dal governo italiano, l'anatomia di un'architettura permanente che nessun elettore ha mai votato, e dei trenta miliardi che mancano alla sanità.
La rendita della malattia. Soldi pubblici, utili privati e salari congelati nella sanità accreditata
Il rapporto Mediobanca fotografa una sanità privata da 13,4 miliardi di ricavi che vive di accreditamento pubblico, mentre la legge 112/2026 esclude i lavoratori del settore dall'adeguamento automatico degli stipendi: un'analisi su come il potere politico protegga il profitto e scarichi i costi su chi cura.
La secessione delle tariffe
L'autonomia differenziata riparte dalla sanità: quattro intese fotocopia consegnano a Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria tariffe differenziate e fondi integrativi, mentre la mobilità sanitaria tocca il record di 5,15 miliardi. Sei regioni votano no: la battaglia per l'uguaglianza si sposta in Parlamento e davanti alla Consulta.