La sospensione degli account di Giorgio Cremaschi non è un incidente tecnico. È il volto di un potere che non ha più bisogno di censori.
Giorgio Cremaschi è stato silenziato.
I suoi account Facebook e Instagram sono stati sospesi. Non gli è stato consentito nemmeno di accedere alla procedura di ricorso.
Un dirigente storico del movimento operaio, un militante che attraverso quegli spazi parlava a decine di migliaia di persone, è stato cancellato con un clic. Senza contraddittorio. Senza spiegazioni. Senza un giudice.
E non è un caso isolato.
Non lo diciamo noi: lo dice Human Rights Watch, che nel rapporto Meta’s Broken Promises ha documentato oltre mille casi di rimozione e soppressione di contenuti a sostegno della Palestina in più di sessanta Paesi, riconducendoli a politiche difettose, a un uso massiccio di strumenti automatici e a una indebita influenza governativa sulle rimozioni. Lo dice perfino l’indagine indipendente commissionata dalla stessa Meta a Business for Social Responsibility, che aveva rilevato un impatto negativo sui diritti umani degli utenti palestinesi. E lo dice il centro 7amleh, che analizzando oltre 3.500 casi ha coniato per questo fenomeno una parola precisa: «platformicide», la cancellazione deliberata dell’esistenza e della narrazione palestinese nello spazio digitale.
Chi denuncia il genocidio viene rimosso. Chi documenta i massacri viene oscurato. Chi organizza solidarietà viene sospeso.
Cremaschi ha ragione. E ha il diritto di dire ciò che pensa di chi lo ha colpito.
Perché qui non c’è nessun errore tecnico da compatire. C’è una linea politica.
Nel mio libro Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile ho cercato di dire una cosa che oggi, davanti a questo episodio, smette di essere teoria: il potere non ha più bisogno di vietarti di parlare.
Gli basta possedere l’infrastruttura attraverso cui parli.
La censura di ieri sequestrava un giornale, e almeno si vedeva. Restava un atto, una firma, un responsabile, un tribunale davanti a cui portarlo.
La censura di oggi non ha volto. È un regolamento privato, un algoritmo, una procedura automatica, una casella che non si apre.
Non sai chi ha deciso. Non sai perché. Non hai a chi rivolgerti.
Questo è il salto di qualità. Il potere si è fatto invisibile, e proprio per questo è diventato più efficace di qualunque censore in divisa.
Perché quelle piattaforme non sono spazi pubblici: sono proprietà privata. Eppure sono diventate, di fatto, il luogo dove si forma l’opinione, dove si organizza il conflitto sociale, dove passa buona parte della comunicazione politica.
Abbiamo consegnato l’agorà a un pugno di corporation e poi ci stupiamo che decidano loro chi può stare dentro.
Oggi tocca a Cremaschi. Domani a un giornalista, a un sindacalista, a un’associazione, a un cittadino qualunque che ha postato la foto di un bambino sotto le macerie.
E non è una questione di simpatie. La libertà di espressione non serve a proteggere le opinioni comode: serve a proteggere quelle che il potere non vuole sentire.
Altrimenti non stiamo difendendo la libertà. Stiamo difendendo il permesso di parlare finché qualcun altro ce lo concede.
C’è di più, e riguarda il momento in cui tutto questo accade.
Mentre gli spazi digitali si chiudono, si chiudono anche quelli fisici: piazze regolamentate, cortei impediti, dissenso criminalizzato per via amministrativa, un impianto normativo che trasforma la protesta sociale in materia penale.
Chiudi la rete e chiudi la piazza. Cosa resta della democrazia?
Non è un colpo di Stato. È qualcosa di più lento e più insidioso: una democrazia che si svuota un pezzo alla volta, mentre continuiamo a raccontarci che riguarda sempre qualcun altro.
Allora la domanda non può più essere se le piattaforme siano abbastanza trasparenti o abbastanza buone.
Chiedere a Meta di moderare meglio significa accettare che sia Meta a decidere. È come chiedere al padrone di essere più gentile invece di discutere di chi possiede la fabbrica.
La domanda vera è un’altra: perché gli spazi fondamentali della comunicazione democratica devono restare integralmente proprietari?
Perché non costruire infrastrutture digitali pubbliche, cooperative, federate, interoperabili, sottratte al controllo di poche corporation e restituite alla società?
Non per rinunciare alla tecnologia. Per riprenderne il controllo.
Non per abbandonare la rete. Per costruirne una che appartenga a chi la abita.
Perché il problema del nostro tempo non è soltanto chi possiede le fabbriche.
È chi possiede le infrastrutture attraverso cui pensiamo, comunichiamo e ci organizziamo.
Difendere Cremaschi oggi non è un gesto di cortesia verso un compagno. È difendere il principio che nessuno debba perdere la propria voce perché un’azienda privata ha deciso di renderla invisibile.
La libertà non si concede in licenza. La democrazia non funziona in affitto.
E il tempo per accorgercene sta finendo.
Fonti
Human Rights Watch, Meta’s Broken Promises: Systemic Censorship of Palestine Content on Instagram and Facebook, dicembre 2023, hrw.org
7amleh – The Arab Center for the Advancement of Social Media, rapporto sul «platformicide», 2026
Business for Social Responsibility, Human Rights Due Diligence of Meta’s Impacts in Israel and Palestine, 2022
Licenza CC BY-NC-SA 4.0