Il vertice Trump-Xi gestisce la rivalità ma non la supera. Donare un software non basta: occorre sottrarre al profitto e ai blocchi l’intera filiera, dalle terre rare ai chip, dai data center ai satelliti fino ai dati
1. Un consiglio lasciato alla macchina
Nei giorni scorsi ho partecipato a un’intervista sull’uso dell’intelligenza artificiale condotta attraverso la stessa piattaforma Claude, sviluppata dall’azienda statunitense Anthropic. In chiusura ho lasciato un consiglio, rivolto idealmente al suo amministratore delegato, Dario Amodei: l’intelligenza artificiale deve diventare un bene comune, e chi oggi la possiede dovrebbe restituirla all’umanità, uscendo dalla logica del profitto. Non è una provocazione estemporanea. È la conclusione di un ragionamento che porto avanti da tempo nei miei scritti, e che i fatti delle ultime settimane rendono più urgente.
C’è però un equivoco da sgombrare subito, perché rischia di rendere ingenua una proposta che ingenua non è. Quando si parla di intelligenza artificiale si pensa al software, cioè ai modelli linguistici con cui dialoghiamo. Ma il modello è soltanto la punta visibile di una filiera materiale immensa: miniere e raffinerie di terre rare, fonderie di semiconduttori, data center che divorano acqua ed energia, costellazioni satellitari che trasportano i dati, archivi sterminati di informazioni personali. Regalare il software lasciando in mani private o militari tutto il resto non cambierebbe i rapporti di forza. Per questo, nei miei interventi precedenti, ho sempre parlato di controllo pubblico e comune dell’intera filiera. È questo il punto da cui partire.
Due articoli usciti in questi giorni aiutano a mettere a fuoco il problema. Il primo, di Alessandra Colarizzi su Materia Rinnovabile, racconta il vertice di Washington tra Donald Trump e Xi Jinping come la fotografia di una competizione tecnologica che la Cina sta vincendo lungo quasi tutta la catena. Il secondo, di David Korten, ex docente della Harvard Business School e critico della globalizzazione d’impresa, ripreso da Other News, descrive la corsa all’intelligenza artificiale come un patto suicida globale. Letti insieme, dicono molto. Ma lasciano aperta proprio la domanda decisiva: chi deve possedere e governare questa tecnologia.
2. Il vertice di Washington: una rivalità gestita, non superata
Xi Jinping è arrivato a Washington nella notte del 23 settembre, per la prima visita negli Stati Uniti in oltre un decennio. Dieci anni fa, ricorda Colarizzi, Xi e Obama avevano messo il clima al centro di una rara stagione di cooperazione, preparando il terreno all’Accordo di Parigi. Oggi il clima è sparito dall’agenda, mentre le tecnologie della transizione sono diventate il cuore dello scontro tra le due potenze.
Il bilancio del vertice è modesto nella forma e rivelatore nella sostanza. La Casa Bianca ha annunciato un canale bilaterale di comunicazione sugli incidenti legati all’intelligenza artificiale e un dialogo permanente sui suoi rischi e benefici, con una prima riunione entro novembre. Gli osservatori lo paragonano al telefono rosso della Guerra fredda. Nello stesso tempo Trump ha imposto il cambio di nome: non più intelligenza artificiale, ma superintelligenza, mentre il resoconto cinese continua a usare la vecchia espressione. Non è una questione lessicale. Come spiega a Materia Rinnovabile Kyle Chan della Brookings Institution, durante la Guerra fredda Stati Uniti e Unione Sovietica condividevano almeno una visione comune dei rischi nucleari; oggi Washington e Pechino valutano le minacce dell’intelligenza artificiale in modo diverso.
Il resto dell’accordo parla la lingua delle materie prime. La Cina importerà dieci milioni di tonnellate di carbone americano nel 2027 e altrettante nel 2028; sulle terre rare, invece, c’è soltanto l’impegno generico a riportare le spedizioni a livelli appropriati, senza alcuna cifra. La tregua sui dazi è stata prolungata fino al 10 gennaio. E ai margini del vertice Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, ha ricordato che le restrizioni americane hanno escluso l’azienda da un mercato cinese dei processori per l’intelligenza artificiale stimato in circa cinquanta miliardi di dollari. Il capitale chiede allo Stato di riaprire i mercati; lo Stato usa i mercati come armi. È la dialettica classica dell’imperialismo, aggiornata al secolo dei dati.
Sullo sfondo, i rapporti di forza materiali. Secondo Atlas Public Policy, citato da Colarizzi, la Cina concentra ormai il 57 per cento degli investimenti annunciati nel mondo per la produzione di tecnologie verdi: 16,7 miliardi di dollari nella sola prima metà del 2026, oltre il triplo dei 5,2 miliardi degli Stati Uniti. Washington risponde con dazi, divieti e con un disegno di legge bipartisan per escludere i componenti cinesi dai data center, anche se, secondo Reuters, nessuna azienda statunitense avrebbe oggi la capacità produttiva per sostituirli.
3. Il patto suicida e il suo motore
Korten coglie con lucidità la logica di fondo. Tutti riconoscono il pericolo, eppure nessuno si sente libero di ritirarsi dalla corsa, perché se non lo faccio io lo farà il mio concorrente. I dirigenti sanno che eliminare milioni di posti di lavoro devasterà la società, ma temono di perdere quote di mercato. I governi sanno che le armi autonome possono sfuggire al controllo umano, ma temono di essere superati dai rivali. Korten ha ragione anche quando scrive che l’intelligenza artificiale non crea queste patologie: le amplifica. E ha ragione quando afferma che nessuna regolazione basterà finché imprese e nazioni resteranno impegnate in una lotta per il dominio.
Dove la sua analisi si ferma è nell’individuazione del motore. Korten parla di una trasformazione culturale, del passaggio a una civiltà ecologica. È una prospettiva nobile, ma rischia di trattare la competizione come una mentalità sbagliata da correggere, anziché come la legge di funzionamento di un sistema. La concorrenza tra capitali non è un difetto morale dei manager: è il meccanismo attraverso cui il capitale si riproduce. Un’impresa che rinuncia alla corsa viene assorbita o eliminata; uno Stato che rinuncia viene subordinato. Per spezzare il patto suicida non basta cambiare la coscienza dei giocatori. Bisogna cambiare il proprietario del tavolo.
Ed è qui che la questione della proprietà torna centrale. Korten stesso, alla fine, lo riconosce quando propone di trattare la conoscenza su cui si fonda l’intelligenza artificiale come un’eredità condivisa, sottoposta a controllo democratico e a limiti ecologici. I modelli sono addestrati sul lavoro intellettuale accumulato da generazioni: libri, articoli, codice, conversazioni. La loro appropriazione privata è una nuova recinzione, nel senso delle enclosures di cui scriveva Marx a proposito delle terre comuni inglesi. Ciò che è stato prodotto collettivamente viene recintato e messo a rendita.
4. La filiera materiale: dove si annida davvero il potere
Per capire perché donare il software non basterebbe, occorre seguire la filiera dall’inizio. Si parte dalle terre rare. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, nel 2024 la Cina rappresentava circa il 60 per cento dell’estrazione mondiale delle terre rare usate nei magneti, il 91 per cento della raffinazione e circa il 94 per cento della produzione di magneti permanenti sinterizzati. La Commissione europea stima che il 100 per cento delle terre rare impiegate nell’Unione per produrre magneti permanenti venga raffinato in Cina. Pechino ha trasformato questo vantaggio in una leva: dall’aprile 2025 ha introdotto licenze di esportazione su sette terre rare pesanti, e in luglio due imprese italiane, Lafert e Garnet, sono finite nella lista delle aziende europee colpite dalle restrizioni sui beni a duplice uso. Il divario di prezzo dice tutto: l’ossido di ittrio è quotato in Cina intorno a 7,88 dollari al chilogrammo, in Europa supera i 1.175.
Si passa poi ai semiconduttori. TSMC, a Taiwan, detiene una quota stimata intorno al 90 per cento della produzione nei nodi più avanzati, mentre Nvidia controlla circa l’80 per cento del mercato degli acceleratori per l’intelligenza artificiale. Secondo stime di Morgan Stanley, Nvidia si è assicurata circa il 60 per cento della capacità di packaging avanzato di TSMC per il 2026. In pratica, l’accesso alla potenza di calcolo mondiale dipende da un pugno di imprese concentrate su un’isola che è il principale punto di frizione militare del Pacifico.
Terzo anello, i data center. Qui la contraddizione è esplosa negli stessi Stati Uniti. Secondo Data Center Watch, nel primo trimestre del 2026 sono stati bloccati o rinviati almeno 75 progetti per circa 130 miliardi di dollari; nel secondo trimestre altri 45 progetti, per circa 68 miliardi. A luglio, in un solo fine settimana, si sono tenute 142 manifestazioni in 42 stati, e i gruppi di opposizione censiti sono 843. Un sondaggio Gallup di marzo indica che il 70 per cento degli statunitensi si oppone alla costruzione di nuovi data center nel proprio quartiere. Lo stato di New York ha imposto una moratoria di un anno sugli impianti di grandi dimensioni, e a Monterey Park, in California, oltre l’86 per cento dei votanti si è espresso per un divieto permanente. Trump ha definito queste mobilitazioni una cospirazione che farebbe felice solo la Cina. In realtà sono comunità che difendono acqua, terra, bollette e salute contro un modello di sviluppo deciso altrove.
Quarto anello, lo spazio. Al 6 agosto 2026 SpaceX aveva in orbita circa 10.920 satelliti Starlink, con l’obiettivo dichiarato di arrivare a 42.000. La sua versione militarizzata, Starshield, conta già oltre 200 satelliti identificati e più di 500 contratti federali. Le comunicazioni di interi paesi, comprese quelle di eserciti in guerra, dipendono dalle scelte di un singolo miliardario. L’Europa risponde con IRIS², una costellazione che salirà a 414 satelliti, primi lanci nel 2029 e un investimento complessivo di 15,6 miliardi di euro; ma 66 di quei satelliti sono pensati specificamente per difesa e sicurezza. La risposta europea alla dipendenza non è la demilitarizzazione dello spazio, è la costruzione di un proprio blocco.
Ultimo anello, i dati. Amazon, Microsoft e Google controllano circa il 70 per cento del mercato europeo del cloud, mentre la quota dei fornitori europei è scesa dal 29 per cento del 2017 a circa il 15. In forza del CLOUD Act, le autorità statunitensi possono ottenere dati conservati da aziende americane anche quando i server si trovano fisicamente in Europa. Ospedali, banche, ministeri e scuole europee affidano le proprie informazioni a infrastrutture che non controllano e che rispondono a un altro ordinamento. Il 25 giugno la Commissione europea ha comunicato ad Amazon e Microsoft la propria posizione preliminare di considerare i loro servizi cloud soggetti al Digital Markets Act. È un passo, ma regola il monopolio senza metterlo in discussione.
5. Perché il software, da solo, non basta
Questa ricognizione spiega perché la sola cessione del modello non spezzerebbe la catena del dominio. Esistono già modelli aperti molto potenti, a partire da quelli cinesi, eppure la corsa non si è fermata: anzi, la loro diffusione è stata usata a Washington come argomento per accelerare ancora. Il potere reale non sta nei pesi di una rete neurale, ma nella capacità di addestrarla e farla funzionare su larga scala: chip, energia, acqua, reti, dati. Chi controlla queste risorse controlla l’intelligenza artificiale, qualunque sia la licenza del software.
C’è poi una questione di sicurezza che una sinistra seria non può liquidare. Un modello molto potente distribuito senza alcun governo può essere usato anche per costruire armi, per la sorveglianza o per la manipolazione su scala industriale. Aperto a tutti non significa automaticamente bene comune. Un bene comune non è una cosa lasciata senza regole: è una risorsa sottratta al mercato e governata collettivamente, con regole di accesso e di uso decise democraticamente e a tutela anche di chi verrà dopo. Il principio adottato dal CERN di Ginevra, aperto quanto possibile, chiuso quanto necessario, è un buon punto di partenza.
6. Anthropic e il limite dell’etica d’impresa
Rivolgere il consiglio ad Amodei non significa nutrire illusioni. Anthropic ha adottato forme giuridiche diverse dalla norma della Silicon Valley: è una società benefit, obbligata per statuto a considerare l’interesse collettivo oltre al profitto, e ha istituito un trust indipendente per il beneficio di lungo periodo con poteri sulla nomina del consiglio di amministrazione. Nel febbraio 2026 l’azienda ha rifiutato un contratto con il Pentagono in nome di due linee rosse, niente sorveglianza di massa e niente armi autonome, e ha ricevuto in risposta un ordine esecutivo che vieta l’uso di Claude nelle agenzie federali. Nello stesso anno i sette cofondatori si sono impegnati a donare l’80 per cento della propria ricchezza personale per contrastare le disuguaglianze generate dall’intelligenza artificiale.
Sono fatti che vanno riconosciuti, perché dimostrano che anche dentro le imprese esistono margini di scelta. Ma dimostrano anche il loro limite. Nello stesso mese del rifiuto al Pentagono, Anthropic chiudeva un round di finanziamento da 30 miliardi di dollari con una valutazione di 380 miliardi, sostenuta da Amazon, Google e Nvidia, cioè dagli stessi giganti che dominano cloud e chip. La giustificazione dell’azienda è che sia meglio avere attori attenti alla sicurezza sulla frontiera tecnologica piuttosto che lasciarla ad altri. È, in forma raffinata, la stessa logica del se non lo facciamo noi lo faranno gli altri che Korten descrive come il cuore del patto suicida. E la ritorsione del governo federale mostra quanto poco possa un’etica d’impresa quando incrocia gli interessi di uno Stato imperiale. La filantropia dei fondatori, per quanto generosa, resta una scelta privata su una ricchezza che è prodotto sociale.
Per questo il consiglio va riformulato. Non chiedo ad Amodei un dono, che resterebbe un atto di benevolenza revocabile. Gli chiedo di mettere il peso della sua azienda, delle sue conoscenze e della sua credibilità al servizio della costruzione di istituzioni pubbliche e comuni che rendano superflua la sua stessa posizione di proprietario. Chi teme davvero i rischi dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere il primo a sostenere che nessun privato, per quanto ben intenzionato, debba controllarla.
7. La lezione dell’acqua: bene comune non vuol dire bene di Stato
In Italia abbiamo un’esperienza preziosa a cui attingere. La Commissione presieduta da Stefano Rodotà definì i beni comuni come cose che esprimono utilità funzionali all’esercizio dei diritti fondamentali e al libero sviluppo della persona, da tutelare anche a beneficio delle generazioni future. Nel 2011 circa ventisette milioni di italiani votarono perché l’acqua restasse fuori dal mercato. Chi, come me, ha partecipato a quel movimento sa due cose. La prima è che la distinzione tra pubblico e comune non è un dettaglio: uno Stato può gestire un bene in modo autoritario, clientelare o subalterno ai privati, mentre un bene comune richiede partecipazione, trasparenza e controllo dal basso. La seconda è che una vittoria proclamata senza istituzioni capaci di renderla reale viene svuotata negli anni successivi, come è accaduto con quell’esito referendario.
Applicata all’intelligenza artificiale, questa lezione dice che non basta nazionalizzare. Un’intelligenza artificiale di Stato al servizio della sorveglianza o degli eserciti non sarebbe un passo avanti: sarebbe il modello di cui già vediamo i contorni, a Washington come a Pechino. Il bene comune digitale va costruito con istituzioni nuove, in cui contino lavoratori, utenti, comunità territoriali, ricercatori, e in cui i paesi del Sud globale, che forniscono minerali, acqua e lavoro a basso costo, abbiano voce e non soltanto miniere.
8. Una proposta per l’intera filiera
Provo allora a indicare, senza pretesa di completezza, che cosa significherebbe sottrarre al profitto e alla logica dei blocchi ciascun anello della catena. Per le materie prime, significa raffinazione e soprattutto riciclo sotto controllo pubblico, con accordi equi con i paesi produttori invece di nuove forme di estrattivismo, e un investimento massiccio nel recupero dai rifiuti elettronici, che oggi buttiamo mentre ne lamentiamo la scarsità.
Per i chip, significa un consorzio pubblico internazionale per la produzione dei semiconduttori avanzati, che spezzi la dipendenza da un pugno di imprese e da un’unica isola contesa, e che metta la capacità produttiva al servizio di bisogni sociali, non della prossima corsa agli armamenti. Per i data center, significa impianti pubblici sottoposti a limiti vincolanti di consumo di acqua ed energia, al consenso delle comunità che li ospitano e al recupero del calore prodotto, e una moratoria sui progetti privati che non rispettano questi vincoli. Le proteste americane indicano già la direzione.
Per i satelliti, significa riconoscere l’orbita bassa come spazio comune dell’umanità e le comunicazioni satellitari come servizio pubblico essenziale, vietandone la militarizzazione, a cominciare dalla nostra Europa che sta costruendo IRIS² anche come strumento di difesa. Per i dati, significa istituzioni fiduciarie pubbliche e partecipate a cui affidare le informazioni dei cittadini, il divieto di sfruttamento commerciale dei dati personali e la fine della subordinazione europea al CLOUD Act.
Per i modelli, infine, significa un grande laboratorio pubblico internazionale, sul modello del CERN, che sviluppi sistemi aperti quanto possibile e chiusi quanto necessario, sotto controllo democratico e con la sicurezza come obiettivo collettivo e non come vantaggio competitivo. Le premesse esistono: la Svizzera ha già rilasciato Apertus, un grande modello linguistico pubblico e completamente aperto; l’Unione europea parla di gigafabbriche dell’intelligenza artificiale aperte a ricercatori e settore pubblico. Il problema è che queste iniziative nascono dentro la cornice della competitività e della sovranità di blocco. Vanno liberate da quella cornice e collocate in un trattato internazionale che coinvolga anche Cina, India, Africa e America Latina, al riparo dalla logica dei blocchi contrapposti.
9. Restituire ciò che è di tutti
Korten chiude chiedendosi se riconosceremo in tempo la scelta che abbiamo davanti. Io credo che la scelta vada formulata in termini più concreti. Non si tratta soltanto di passare dalla competizione alla cooperazione come atteggiamento morale. Si tratta di decidere chi possiede le miniere, le fonderie, i data center, i satelliti, gli archivi di dati e i modelli, e chi decide come vengono usati. Finché la risposta sarà un oligopolio di imprese private intrecciate con gli apparati militari delle grandi potenze, il telefono rosso tra Washington e Pechino servirà a gestire la rivalità, non a superarla.
Il mio consiglio ad Amodei resta valido, ma è anche un appello a noi. Ai movimenti che si battono per l’acqua, per la sanità pubblica, per la pace. Ai sindacati, che vedono l’automazione usata per comprimere salari e diritti. Alle comunità che in America e ormai anche in Europa si oppongono ai data center imposti dall’alto. L’intelligenza artificiale è fatta del lavoro, dei saperi e delle risorse di tutti. Restituirla a tutti non è un’utopia: è la condizione perché non diventi lo strumento più potente mai costruito contro di noi.
Fonti
Alessandra Colarizzi, Tecnologie e transizione, la Cina consolida il vantaggio sugli USA, Materia Rinnovabile, settembre 2026.
David Korten, La minaccia dell’intelligenza artificiale riuscirà a risvegliare l’umanità in tempo?, Common Dreams, traduzione italiana diffusa da Other News, settembre 2026.
Open, Xi Jinping a Washington dopo un decennio, com’è andato il vertice con Trump, 24 settembre 2026. https://www.open.online/2026/09/24/trump-xi-jinping-incontro-casa-bianca/
Notizie Geopolitiche, Trump e Xi Jinping aprono un canale diretto sugli incidenti dell’intelligenza artificiale, 26 settembre 2026. https://www.notiziegeopolitiche.net/xi-lascia-washington-senza-accordi-due-mesi-in-piu-alla-tregua-sui-dazi-tokyo-inquieta-per-la-storia/
Il Sud-Est, Xi a Washington, il controllo riflessivo sul fronte, l’annientamento all’ONU, 28 settembre 2026. https://ilsud-est.it/uncategorized/2026/09/28/xi-a-washington-il-controllo-riflessivo-sul-fronte-lannientamento-allonu/
Pierre Haski, Washington e Pechino vogliono evitare sorprese sull’ia, Internazionale, 22 settembre 2026. https://www.internazionale.it/opinione/pierre-haski/2026/09/22/vertice-washington-pechino-intelligenza-artificiale
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Matrice Digitale, L’AI sbatte contro il territorio: 68 miliardi di data center bloccati, 22 settembre 2026. https://www.matricedigitale.it/2026/09/22/ai-data-center-68-miliardi-nvidia-dsx-ready/
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AI News, Cresce ovunque l’opposizione ai data center, luglio 2026. https://ainews.it/cresce-ovunque-lopposizione-ai-data-center-130-miliardi-di-dollari-di-progetti-bloccati-nel-primo-trimestre-2026/
Avvenire, È rivolta contro i data center. Ci tolgono acqua ed energia, 6 giugno 2026. https://www.avvenire.it/economia/dallo-utah-alla-california-crescono-le-rivolte-contro-i-data-center_109346
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Startmag, Ecco come la Cina sfrutta l’arma geopolitica delle terre rare, 11 luglio 2026. https://www.startmag.it/energia/cina-terre-rare-leva-geopolitica/
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TecnoAndroid, IRIS², la risposta europea a Starlink cresce a 414 satelliti, 16 agosto 2026. https://www.tecnoandroid.it/news/iris%C2%B2-la-risposta-europea-a-starlink-cresce-a-414-satelliti-1952155/
Byte.it, L’Europa costruisce il suo scudo satellitare da 15,6 miliardi per non dipendere da Starlink, agosto 2026. https://www.byte.it/leuropa-costruisce-il-suo-scudo-satellitare-da-156-miliardi-per-non-dipendere-da-starlink/
Il Bo Live, Università di Padova, Starlink e le altre: l’era delle megacostellazioni e del loro potere, 2026. https://ilbolive.unipd.it/it/news/societa/starlink-altre-lera-megacostellazioni-loro-potere
Cloudnews, Europe seeks to cut its tech dependence without abandoning the US giants, settembre 2026. https://cloudnews.tech/europe-seeks-to-cut-its-tech-dependence-without-abandoning-the-us-giants/
Tom’s Hardware Italia, Perché il cloud sovrano non basta a garantire indipendenza, 19 gennaio 2026. https://www.tomshw.it/business/cloud-europeo-autonomia-vs-vincoli-globali-2026-01-19
AI4Business, Anthropic: storia, tecnologia e strategia dell’azienda che ha detto no al Pentagono, 2026. https://www.ai4business.it/intelligenza-artificiale/anthropic-storia-tecnologia-e-strategia-dellazienda-che-ha-detto-no-al-pentagono/
Martes AI, Chi possiede Anthropic e perché vale 380 miliardi, 2026. https://www.martes-ai.com/blog/chi-possiede-anthropic-fondatori-valutazione-2026/
Swissinfo, Intelligenza artificiale in Svizzera: le novità del 2026. https://www.swissinfo.ch/ita/ia-svizzera/intelligenza-artificiale-in-svizzera-le-novit%C3%A0-del-2026/90667071
IEET, For a Global Public Initiative for AI Safety, inspired by the example of CERN. https://ieet.substack.com/p/for-a-global-public-initiative-for
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