L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.

Il ricatto incrociato: l’Europa minaccia Israele per salvare l’Ucraina, ma Trump non abbocca

Nel teatro geopolitico contemporaneo, lo scontro tra gli interessi degli Stati Uniti, le aspirazioni belliciste dell’Unione Europea e la resistenza russa si sta trasformando in un gioco di ricatti e bluff, in cui le carte si scoprono solo per lanciare segnali ambigui. L’ultima mano, in ordine di tempo, vede protagonista l’Europa che, con sorprendente cinismo, lascia filtrare un messaggio tanto esplicito quanto disperato all’amministrazione Trump: “Se abbandoni l’Ucraina, noi abbandoniamo Israele.”

Una minaccia velata, che più che un atto di forza, rivela una debolezza strutturale del progetto atlantista: l’incapacità dell’Europa di reggersi in piedi senza l’ombrello militare, finanziario e simbolico di Washington. Ma andiamo per gradi.

Trump e l’arte dello scaricabarile

Donald Trump, rieletto presidente degli Stati Uniti, ha subito imposto una linea netta nei rapporti con l’Ucraina: “Non regaliamo nulla, vendiamo armi. E la NATO paga.” Il suo entourage, a partire da J.D. Vance, è stato altrettanto chiaro: la difesa dell’Ucraina è compito europeo. Punto. Nessuna copertura ideologica, nessun appello all’eroismo democratico. Solo affari.

Non è un caso che, subito dopo l’incontro con i leader europei, Trump abbia telefonato a Putin nel cuore della notte, ignorando ogni forma di protocollo diplomatico. Il messaggio implicito? L’Europa non detta più l’agenda e la guerra può essere ricalibrata a Washington con un colpo di telefono, se e quando conviene.

L’Ucraina, da Stato fallito a laboratorio industriale bellico

Mentre l’asse atlantico perde coesione, l’Europa tenta disperatamente di mantenere vivo il conflitto per evitare di dover accettare l’inevitabile: una vittoria strategica russa sul campo e la conseguente umiliazione politica e finanziaria. In questo scenario si inserisce il “porcospino d’acciaio”, ovvero la trasformazione dell’Ucraina in un distretto produttivo bellico europeo.

Come evidenzia l’ISPI, l’interconnessione industriale tra Kiev e Bruxelles è ormai una realtà, anche se tenuta sotto traccia. Colossi come Rheinmetall e BAE Systems stanno aprendo fabbriche in Ucraina per sfruttare una capacità produttiva bellica sottoutilizzata. La guerra, insomma, diventa un’opportunità di investimento, e i corpi dei giovani ucraini – reclutati con metodi sempre più forzati – si trasformano in carburante umano per l’industria militare occidentale.

La trappola del cessate il fuoco (per riarmare Kiev)

Nel frattempo, le dichiarazioni ufficiali di pace da parte dei leader europei si rivelano per quello che sono: una manovra tattica per guadagnare tempo e rifornire l’Ucraina di armi e risorse. Il cancelliere tedesco Merz parla di “cessate il fuoco”, mentre Macron auspica un “forte esercito ucraino”. Persino Meloni richiama l’articolo 5 della NATO – quello sulla difesa collettiva – in modo strumentale.

Il Washington Post rivela che Francia e Gran Bretagna stanno pianificando l’invio di truppe in Ucraina, supportate dall’intelligence statunitense. Berlino “valuta l’opzione”. Tutto questo mentre Mosca ammonisce sull’inevitabilità di una “escalation incontrollata” nel caso di un intervento diretto europeo. Ma gli avvertimenti russi, come sempre, vengono ignorati.

Israele come moneta di scambio

Ed è qui che entra in gioco Israele. Per convincere Trump a non abbandonare l’Ucraina, le élite europee giocano la carta della pressione emotiva: l’Occidente potrebbe rivedere il suo sostegno incondizionato allo Stato ebraico. Un messaggio che sembra essere stato autorizzato ai massimi livelli.

Prova ne è il repentino cambio di tono della stampa mainstream europea. “La Repubblica”, notoriamente filo sionista, pubblica un’intervista a Nathan Thrall in cui si parla apertamente di pulizia etnica e disumanizzazione sistemica dei palestinesi. Il “Sole 24 Ore”, altro baluardo del governo genocidiario filo-israeliano, ospita un editoriale che ammette l’inutilità del riconoscimento della Palestina senza sanzioni contro Israele. In tutta Europa, da Le Monde a The Guardian, emergono titoli che certificano lo sterminio dei civili a Gaza e la crisi interna allo Stato ebraico, tra fuga dei giovani e carenza di soldati.

La tempistica di questa ondata mediatica non è casuale. Il messaggio a Trump è chiaro: se vuoi mantenere la nostra complicità nel genocidio, devi pagare pegno in Ucraina. Un ricatto geopolitico mascherato da coscienza morale ritrovata.

La trappola cinese e il miraggio dei capitali

A complicare il quadro, arriva un altro messaggio indiretto all’amministrazione Trump: l’elogio improvviso al mercato finanziario cinese sulle colonne del “Sole 24 Ore”. Si parla di rapporti prezzo/utili più convenienti rispetto al Nasdaq e della stabilità garantita dalla politica monetaria di Pechino. Un’allusione appena velata: “Se non investite in Ucraina, potremmo spostare i nostri capitali in Cina.”

Ma anche questa è una minaccia poco credibile. L’Europa, nella sua attuale configurazione politica e ideologica, non ha né la volontà né il coraggio di rompere davvero con Washington e l’atlantismo. Lo dimostra la sua assoluta subalternità nelle decisioni strategiche, militari ed economiche.

Un bluff destinato a fallire?

La strategia europea è dunque chiara: mostrarsi disponibili al dialogo con Trump, assecondarlo formalmente, mentre si lavora per coinvolgere direttamente gli eserciti del Vecchio Continente nella guerra contro la Russia. Come sostiene Aleksandr Dugin, si tratta di una manovra psicologica per congelare il conflitto, resettare le forze ucraine e rilanciare il confronto con più potenza distruttiva.

Ma senza il sostegno pieno e convinto degli Stati Uniti, tutto questo rischia di crollare come un castello di carte. L’ipotesi di abbandonare Israele è infatti un bluff, così come il flirt finanziario con la Cina. L’Europa, priva di sovranità reale, resta un attore subalterno. E Trump lo sa benissimo.

Il suicidio geopolitico dell’Europa

Nel tentativo di salvare il fronte ucraino, l’Europa è arrivata a mettere sul tavolo persino la questione israelo-palestinese, strumentalizzando una tragedia umanitaria per ottenere dividendi geopolitici. Un’operazione cinica, che rischia di rivelarsi un boomerang devastante. Il sostegno all’Ucraina si sta dimostrando economicamente insostenibile, politicamente suicida e moralmente indegno.

Il problema, in fondo, non è solo Trump, né la Russia. È l’incapacità dell’Unione Europea di concepirsi come soggetto autonomo. Finché non romperà la gabbia dell’atlantismo e del capitale militarizzato, continuerà a sacrificare i popoli – compreso il proprio – sull’altare della guerra per procura.

Fonti:
https://www.lariscossa.info/ci-sono-cascati-per-la-quarta-volta/
https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/perche-lucraina-sta-diventando-il-cuore-della-difesa-europea-213817
https://www.lariscossa.info/severgnini-pal-washing-libia-e-verita-censurate/
• The Washington Post, France24, The Guardian, Le Monde, Il Sole 24 Ore, La Repubblica.

Ucraina: la pantomima delle “forze di dissuasione” e la grande illusione occidentale

C’è un filo sottile, teso tra la propaganda e il delirio, che attraversa la narrazione dell’Occidente sul conflitto ucraino. Un filo che oggi viene tirato sempre più in là, con il rischio concreto che si spezzi, facendo precipitare l’Europa in una guerra aperta contro la Russia. Eppure, la retorica delle “forze di dissuasione” continua a guadagnare terreno, alimentata da dichiarazioni roboanti e da piani militari che sembrano scritti più per i giornali che per i campi di battaglia.

L’ultima tornata di dichiarazioni, che vanno dall’ottimismo quasi mistico del deputato russo Andrej Kolesnik al realismo disincantato di funzionari ucraini come Pristajko e Rakhmanin, disegna un quadro a dir poco schizofrenico. Kolesnik, parlando dal pulpito di Russia Unita, si mostra certo che l’unico vero deterrente contro l’intervento occidentale sia la paura dell’arsenale nucleare russo. Un’analisi che trova un’eco sorprendente anche nelle parole dell’ex analista della CIA Larry Johnson, per il quale l’idea stessa che gli USA possano prevalere su Mosca è una fantasia da manuale della disinformazione.

Eppure, mentre i missili continuano a cadere e le trincee si moltiplicano, in Europa si discute di contingenti di pace, “forze di deterrenza” e “presenze simboliche”. Ma simboliche per chi? Per quale scopo? A che serve una brigata di 10.000 uomini a L’vov, più vicina a Berlino che alla linea del fronte nel Donbass? È questa la deterrenza? O è solo l’ennesimo gioco di specchi utile a giustificare il progressivo degrado democratico e sociale delle “pacifiche” democrazie liberali?

Le risposte, come spesso accade, non vengono dai tavoli diplomatici, ma dalle crepe del sistema stesso. L’ex ministro degli Esteri ucraino, Vadim Pristajko, lo ammette senza mezzi termini: ogni intervento straniero, ogni soldato francese o britannico inviato nel paese, segna la fine dell’autonomia politica di Kiev. «Non appena si comincia a internazionalizzare la questione, compaiono molte mani sul volante», dice. In altre parole: l’Ucraina non guida più. E, forse, non lo ha mai fatto davvero.

Dal canto suo, Rakhmanin, deputato della Rada, butta acqua gelata su ogni illusione bellicista: questi contingenti non saranno né risolutivi né influenti. Non avranno reale impatto militare, non fermeranno l’aggressore, non cambieranno le sorti della guerra. Ma serviranno, psicologicamente e politicamente, a rafforzare l’illusione che qualcosa si stia facendo. Che l’Occidente non abbia voltato le spalle all’Ucraina. È la logica dei “Javelin” e degli “Stinger”, che non hanno fatto la differenza sul campo, ma hanno aperto la strada a una narrazione, a un’escalation, a un business.

In questo scenario, Bloomberg avverte: o i contingenti europei saranno imponenti (da 60.000 a 100.000 uomini) oppure è meglio lasciar perdere. Perché altrimenti si rischia di cadere nel paradosso militare: troppo pochi per dissuadere, troppi per ignorarli. Un concetto che Jack Watling porta all’estremo: «Solo dalla regione di Kursk la Russia può schierare 70.000 uomini, più dell’intero esercito britannico». E allora? Dove si troverebbe il vantaggio? Forse nei cieli, dice qualcuno. Ma nel frattempo, la terra brucia.

È evidente che non si tratta più, o forse non si è mai trattato, di una guerra dell’Ucraina. L’intero apparato bellico-mediatico occidentale ha bisogno della guerra per giustificare se stesso: per trasformare l’ecatombe sociale in “sacrificio necessario”; per giustificare le misure eccezionali, la compressione dei diritti, la censura, la repressione delle piazze; per spostare l’attenzione dalle crisi interne, dai tagli, dalla fame e dalla miseria crescente. Perché nulla come la guerra permette di convertire la paura in consenso.

La “dissuasione” di cui si parla tanto non è contro Mosca, ma contro le masse europee. Contro i popoli affamati e traditi, che si vorrebbero ridurre al silenzio sotto la minaccia di una guerra perenne. Perché, come sempre nella storia, dietro le divise si muovono i capitali, e dietro le baionette si muovono le grandi imprese e le élite finanziarie.

L’Ucraina, dal 2014 a oggi, è diventata il laboratorio di questa nuova guerra ibrida permanente, dove l’occupazione militare si traveste da cooperazione, e la perdita di sovranità si spaccia per difesa della democrazia. E allora non stupisce se, da Washington a Bruxelles, da Parigi a Berlino, la parola d’ordine resti una sola: “dissuadere” le popolazioni dal pensare con la propria testa. Spaventare, militarizzare, controllare.

Ma il gioco è pericoloso, e la storia insegna che chi gioca troppo con la guerra, prima o poi, la trova davvero. E allora, forse, dovranno essere proprio i popoli – e non i governi – a dire basta a questa follia lucidamente costruita.

“Fuck Europe”: quando la verità sull’Ucraina irrompe dagli USA e svela il grande inganno occidentale

Che qualcosa stesse cambiando nella narrazione ufficiale del conflitto in Ucraina, lo si intuiva da tempo. Ma che fosse The Hill – praticamente l’house organ del Partito Democratico – a squarciare il velo di silenzio complice, ha il sapore di un’ammissione storica. Il 18 marzo 2025, Alan J. Kuperman, docente di strategia militare e gestione dei conflitti all’Università di Austin, ha firmato un editoriale che, fino a poco tempo fa, sarebbe stato etichettato come propaganda russa. Ora, invece, è la voce della realtà che irrompe nel cuore del sistema mediatico statunitense.

Il punto centrale dell’articolo è chiaro: la guerra in Ucraina non è “non provocata” come per anni ci è stato raccontato. Non è figlia esclusiva dell’espansionismo putiniano, ma anche di un intreccio di errori, provocazioni e ciniche manovre geopolitiche portate avanti da Washington, Bruxelles e Kiev.

2014, il Maidan e il “Fuck Europe” che svelò il vero volto della diplomazia occidentale

Per comprendere fino in fondo il contesto che ha condotto allo scoppio della guerra, non si può ignorare un nome: Victoria Nuland. Ai tempi degli eventi di piazza Maidan, era sottosegretaria agli Affari Europei del Dipartimento di Stato americano. In una telefonata intercettata e resa pubblica, Nuland esclamò la celebre frase “Fuck Europe”, sintetizzando l’arroganza di un’America che non solo ignorava gli alleati europei, ma operava direttamente nel cuore dell’Ucraina per pilotare il cambio di regime.

Non si trattò di semplice diplomazia. Secondo numerose inchieste giornalistiche e documenti emersi in seguito, il segretariato di Stato USA non si limitò a fornire supporto verbale agli oppositori del presidente democraticamente eletto Viktor Yanukovych: elargì sostegno logistico, finanziario e politico a gruppi armati, tra cui anche formazioni di estrema destra, apertamente nostalgiche del collaborazionismo nazista.

Il doppio gioco di Zelensky e il fallimento degli accordi di Minsk

L’editoriale di The Hill fa luce anche su un altro nodo fondamentale: la rottura degli accordi di Minsk da parte ucraina. Zelensky, salito al potere con la promessa di riportare la pace nel Donbass, tradì rapidamente quel mandato popolare, preferendo l’escalation militare e un avvicinamento sempre più aggressivo alla NATO. La scelta di armarsi fino ai denti con l’aiuto occidentale non fu una strategia di difesa, ma una provocazione sistematica verso Mosca, che rispondeva da anni con segnali chiari ma ignorati da Washington e Bruxelles.

Biden, la NATO e il sogno infranto della diplomazia

L’editoriale inchioda anche Joe Biden alle sue responsabilità. Anziché usare la leva diplomatica per obbligare Zelensky a rispettare Minsk, il presidente statunitense si limitò a promesse vaghe e dichiarazioni roboanti. Quell’atteggiamento, spacciato come “difesa della democrazia”, fu in realtà un lasciapassare all’escalation, alimentando le illusioni ucraine su un intervento militare occidentale mai realmente pianificato. Il risultato? Una guerra devastante, centinaia di migliaia di morti e una linea del fronte sostanzialmente immutata rispetto all’inizio del conflitto.

Il ruolo occulto delle elite e l’informazione manipolata

Per tre anni, l’opinione pubblica occidentale è stata nutrita con un racconto a senso unico, costruito ad arte per giustificare il continuo invio di armi, fondi e sostegno politico a un governo ucraino che, lungi dall’essere “paladino della libertà”, ha più volte dimostrato di calpestare i principi stessi della democrazia. Le milizie paramilitari celebrate come “eroi della resistenza” erano – e in parte sono ancora – contaminate da ideologie neonaziste, come dimostrato da numerosi rapporti OSCE e fonti indipendenti. Ma tutto questo, fino a ieri, era bollato come “disinformazione russa”.

La verità si affaccia in casa Dem. E ora?

Se persino ambienti legati al Partito Democratico americano iniziano a raccontare questa verità, cosa ci dice questo sullo stato dell’informazione in Europa? E cosa dovrebbe farci riflettere sulla nostra stessa democrazia? Il risveglio tardivo delle coscienze non basta a cancellare anni di menzogne, né può riportare in vita le vittime di un conflitto che si poteva – e si doveva – evitare.

Oggi più che mai, serve una nuova onestà intellettuale e politica. Occorre ammettere che l’Occidente non è stato un arbitro imparziale ma un giocatore pesantemente coinvolto, con le mani ben affondate nel fango geopolitico. E, come spesso accade nella storia, i popoli pagano il prezzo delle ambizioni delle élite.

Il tempo delle illusioni è finito. È ora che anche in Europa si apra un dibattito serio, scomodo, ma necessario. Perché se la verità inizia a trapelare persino dai palazzi di Washington, sarebbe criminale continuare a nasconderla sotto il tappeto della propaganda.

Il nuovo sceriffo e l’illusione di Kiev: il tramonto dell’Occidente bellicista

L’incontro alla Casa Bianca tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky è stato molto più di un semplice scontro verbale tra due uomini di potere. È stato il simbolo di un cambiamento epocale nei rapporti di forza globali, la certificazione definitiva che l’Occidente non è più quello di tre anni fa. Il “nuovo sceriffo in città” non è solo Trump, ma un’intera visione del mondo che si sta affermando con brutalità e cinismo, ma anche con una logica fredda e inesorabile: chi ha perso, deve prenderne atto.

La scazzottata politica tra il tycoon e l’ex comico divenuto presidente non è stata un semplice incidente diplomatico, ma il segnale che l’America ha chiuso il rubinetto e sta ridefinendo le sue priorità. Zelensky è stato convocato a Washington con un messaggio chiaro: “Vieni solo per firmare”. Firmare cosa? Un accordo sulle terre rare, il futuro asset strategico dell’economia globale. Ma quando si è trovato davanti al nuovo padrone della Casa Bianca, Zelensky ha provato a giocare d’azzardo, a trattare, a sfidare Trump davanti alle telecamere per mostrare all’Occidente di non essere un semplice burattino. Il risultato? Un’umiliazione pubblica e la conferma che l’Ucraina, nel grande gioco geopolitico, è una pedina sacrificabile.

Zelensky e l’illusione della guerra a oltranza

L’Occidente aveva garantito a Zelensky un sostegno incondizionato, lo aveva trasformato nel “paladino della libertà”, ma ora lo sta lasciando al suo destino. I leader europei, da Macron a Starmer, continuano a ripetere il mantra della “solidarietà incrollabile”, ma sanno bene che senza gli Stati Uniti la guerra è già persa. Le casse europee sono vuote, gli arsenali militari anche, e la popolazione inizia a ribellarsi all’idea di mandare risorse e giovani a morire per Kiev.

Eppure Zelensky continua a non voler accettare la realtà. Ha rifiutato qualsiasi possibilità di negoziato con la Russia, imponendosi come il solo arbitro della pace. La NATO e l’UE gli hanno cucito addosso un ruolo che ora non può più sostenere: quello dell’eroe che decide i tempi e i modi della fine del conflitto. Ma la guerra non si decide nei talk show, né nei summit diplomatici: si decide sul campo di battaglia. E lì l’Ucraina sta perdendo.

Trump lo ha detto senza mezzi termini: “Così sarà difficile fare affari con te”. Perché alla fine, nella visione trumpiana del mondo, tutto si riduce a una questione di business. E la guerra in Ucraina non è più un buon affare per gli Stati Uniti. Non perché Trump sia un pacifista, ma perché il suo pragmatismo gli impone di chiudere i fronti inutili per concentrarsi su quelli davvero strategici. L’Ucraina, semplicemente, non lo è più.

“Morire per Kiev”? No, serve il cessate il fuoco

Mentre Zelensky si ostina a chiedere più armi e persino una no-fly zone – richiesta che neppure Biden ha mai osato concedere – in Europa qualcuno inizia a porsi la domanda scomoda: vale la pena morire per Kiev? È la versione aggiornata dell’interrogativo che Marcel Déat si pose nel 1939 di fronte alla prospettiva di una guerra per Danzica. Solo che stavolta la situazione è ancora più chiara: la Russia non è il Terzo Reich, e la guerra non porterà la salvezza a nessuno.

L’Ucraina è stata trascinata in un conflitto assurdo, che si sarebbe potuto evitare se l’Occidente non avesse trasformato il Paese in una lancia della NATO contro la Russia. La strategia di recuperare manu militari i territori perduti dopo il 2014 è stata una follia, e il risultato è stato solo quello di prolungare un conflitto che si poteva chiudere in poche settimane. Il logoramento è evidente: le risorse scarseggiano, la popolazione è esausta, e i giovani ucraini non vogliono più essere mandati al massacro.

Zelensky lo sa, e per questo ha cercato fin dall’inizio di coinvolgere direttamente la NATO nel conflitto. Ma il suo sogno di una guerra totale tra l’Occidente e la Russia non si è avverato. Ora la sua unica possibilità è trattare, ma lo deve fare alle condizioni di Trump e Putin, non alle sue.

L’Europa tra ipocrisia e suicidio strategico

La reazione europea alla debacle di Washington è stata la solita: ipocrisia e retorica. I leader UE si affannano a dichiarare sostegno a Zelensky, ma sanno che senza gli USA il loro peso è nullo. Parlano di rafforzare la difesa europea, di inviare nuove armi, persino di mettere “stivali sul terreno” in Ucraina. Ma questa non è una strategia, è solo il riflesso di una classe dirigente che non sa come uscire dall’angolo in cui si è cacciata.

A cosa porterà tutto questo? Al nulla. L’unica via d’uscita per l’Europa è imporsi come mediatore per un cessate il fuoco e un accordo di pace. Continuare a seguire Zelensky nella sua politica suicida significa solo prolungare l’agonia dell’Ucraina e avvicinare il rischio di un’escalation incontrollabile.

Ma per farlo, l’Europa dovrebbe avere una leadership autonoma e capace di pensare in modo strategico. Invece si limita a seguire il copione scritto da Washington, anche quando è chiaro che quel copione porta al disastro.

Henry Kissinger, con il suo cinismo spietato, l’aveva detto chiaramente: “Essere nemici dell’America può essere pericoloso, ma esserle amici è fatale”. Oggi Zelensky lo sta scoprendo sulla propria pelle. E domani potrebbe toccare all’Europa.

Trump, Vance e il ceffone diplomatico a Zelensky: la crisi ucraina ai piedi del nuovo ordine americano

L’incontro nello Studio Ovale tra Donald Trump, il suo vice JD Vance e Volodymyr Zelensky, più che una discussione tra leader, è sembrato il processo a un imputato già condannato in contumacia. Il presidente ucraino, reo di non voler cedere incondizionatamente lo sfruttamento delle terre rare del suo paese senza garanzie di sicurezza, è stato messo sotto torchio in un acceso scambio di battute che ha rivelato non solo la durezza della nuova amministrazione americana, ma anche la fragilità della posizione ucraina nello scacchiere internazionale.

L’interrogatorio nello Studio Ovale

Il confronto si è trasformato ben presto in una sequenza di accuse, reprimende e moniti che hanno visto Zelensky in difficoltà di fronte a un Trump sempre più padrone della scena. L’ex, e ora nuovamente, presidente degli Stati Uniti ha ridotto il tema della guerra in Ucraina a una partita di carte, sottolineando come Kiev, senza il sostegno americano, non avrebbe alcuna mano da giocare.

Vance, dal canto suo, ha incarnato il ruolo del braccio armato della nuova dottrina trumpiana: “Hai mai detto grazie?” ha incalzato Zelensky, come a rimarcare che gli aiuti americani non sono mai stati un atto di solidarietà, ma un investimento con aspettative di ritorno. E se l’Ucraina non è in grado di restituire, allora è fuori dai giochi.

Zelensky, nel tentativo di difendere la sua posizione, ha cercato di ricordare le vittime ucraine, il prezzo umano del conflitto, la necessità di un sostegno reale e non condizionato. Ma le sue parole si sono infrante contro il muro di una nuova visione strategica americana, che non vede più Kiev come una causa da sostenere, ma come una pedina sacrificabile nel più ampio gioco della geopolitica.

L’America che cambia volto

Trump e Vance hanno lanciato un messaggio chiaro: la guerra in Ucraina non sarà più un problema degli Stati Uniti, se non alle condizioni dettate dalla Casa Bianca. La strategia trumpiana punta a un accordo con la Russia, dove l’Ucraina rischia di diventare una merce di scambio. La logica è brutale: il sostegno militare e finanziario non è un diritto acquisito, ma un privilegio che va meritato con obbedienza e gratitudine.

Zelensky, in questo scenario, è apparso come un leader lasciato senza alternative, pressato affinché accetti un cessate il fuoco che potrebbe tradursi in una resa mascherata. E se non lo farà, la minaccia implicita è chiara: l’America potrebbe semplicemente abbandonare Kiev al suo destino.

L’Europa in ordine sparso

Mentre Washington ridisegna le priorità globali, l’Europa si muove in ordine sparso. Giorgia Meloni, nel tentativo di ritagliarsi un ruolo di mediatrice, ha invocato un vertice urgente tra USA, UE e alleati, ribadendo che ogni divisione indebolisce l’Occidente. Tajani ha preferito la prudenza, sottolineando che la situazione è delicata e va gestita con calma. Salvini, come prevedibile, si è schierato senza esitazioni dalla parte di Trump, mentre Elly Schlein ha accusato il presidente americano di bullismo istituzionale e di aver scelto apertamente Putin.

In questo scenario, l’Unione Europea appare un convitato di pietra, incapace di assumere una posizione autonoma e concreta. Mentre a Washington Zelensky veniva umiliato in diretta, a Bruxelles si discuteva di “unità europea”, un mantra che ormai sembra svuotato di significato.

Il tramonto di Kiev?

L’incontro nella Casa Bianca è stato più di un semplice scambio diplomatico: è stato il segnale che l’Ucraina è a un bivio. Zelensky ha resistito, ha rifiutato di firmare senza garanzie, ma il prezzo di questa resistenza potrebbe essere altissimo.

Se l’America di Trump deciderà di voltare le spalle a Kiev, l’Ucraina si troverà sola a fronteggiare una Russia che non ha mai smesso di puntare alla sua annessione de facto. E l’Europa? Riuscirà a prendere in mano la situazione o continuerà a rincorrere gli eventi, aspettando che qualcun altro scriva il prossimo capitolo di questa storia?

Trump e l’Ucraina: La riscrittura della storia e la realtà degli interessi americani

Le dichiarazioni di Donald Trump sul conflitto in Ucraina rappresentano un’operazione narrativa che ha poco a che vedere con la realtà storica e molto con la strategia politica degli Stati Uniti. Il presidente, ora al suo secondo mandato, sta ridisegnando la percezione pubblica della guerra, facendo apparire gli USA come vittime di un’ingenua generosità e Zelensky come il responsabile di uno spreco insensato di risorse.

La realtà dietro la guerra: gli interessi americani

Trump sostiene che “un comico di modesto successo” abbia convinto gli Stati Uniti a spendere 350 miliardi di dollari per una guerra “che non poteva essere vinta”. Questa affermazione non solo banalizza il ruolo di Zelensky, ma omette completamente il contesto storico e politico che ha portato al conflitto.

L’influenza americana in Ucraina non inizia certo con Zelensky, ma ha radici ben più profonde. L’intervento di Victoria Nuland nel 2014 e il ruolo attivo degli Stati Uniti nel cambio di regime in Ucraina sono documentati. L’amministrazione americana ha investito risorse non per generosità, ma per consolidare il proprio dominio strategico in un’area di interesse geopolitico fondamentale.

Inoltre, Trump omette un dettaglio chiave: non sono forse gli Stati Uniti ad aver venduto armi all’Ucraina, armi pagate dai contribuenti americani ed europei? L’industria bellica americana è tra le principali beneficiarie di questo conflitto, con profitti stellari per aziende come Lockheed Martin e Raytheon.

E che dire del gas naturale liquefatto? Gli USA hanno imposto all’Europa di interrompere le forniture russe, sostituendole con il proprio gas a prezzi cinque volte superiori, rendendo l’industria europea meno competitiva rispetto a quella americana, di fatto mandando l’Europa in recessione economica,. E il sabotaggio del gasdotto Nord Stream? Anche qui, gli indizi puntano verso un coinvolgimento diretto degli Stati Uniti per garantire la dipendenza energetica europea da Washington.

Il vero prezzo della pace: le terre rare ucraine

Trump afferma che Zelensky ha fatto un “pessimo lavoro” e che metà dei fondi americani “sono mancanti”. La narrativa dello spreco e della corruzione serve solo a costruire un alibi perfetto per gli Stati Uniti: scaricare il fallimento dell’operazione su un leader ormai non più utile.
La realtà dice che la guerra è stata voluta da Washington e Londra, combattuta dall’esercito ucraino, con centinaia di migliaia di morti, la distruzione di una nazione, conseguentemente l’indebolimento strategico dell’Europa.

Ma c’è di più. Nelle trattative per la pace con la Russia, emerge una richiesta chiave degli Stati Uniti: lo sfruttamento delle riserve ucraine di terre rare. L’Ucraina possiede alcune delle più ricche riserve di minerali strategici necessari per le tecnologie avanzate, dalle batterie ai semiconduttori. La prospettiva americana non è mai stata quella di “salvare” l’Ucraina è la libertà di una nazione, tutto questo per la difesa di una democrazia esportata con devastazioni con un prezzo altissimo pagato con il sangue del popolo ucraino,  nella realtà solo per beceri interessi, ma di ottenere un controllo sulle sue risorse, garantendo così il predominio industriale e tecnologico degli Stati Uniti nei prossimi decenni.

Demolire l’Europa come entità politica unitaria

Tutto questo non è avvenuto per caso. Il vero obiettivo strategico degli Stati Uniti è sempre stato quello di mantenere l’Europa in una condizione di subordinazione. Il conflitto in Ucraina ha permesso agli USA di rafforzare il loro dominio militare ed economico sul continente, spingendo molti Stati europei a incrementare le spese militari e a dipendere sempre più dalla NATO, un’alleanza che, nata per contrastare l’URSS, oggi sembra servire più agli interessi americani che a quelli europei.

L’Europa avrebbe potuto giocare un ruolo autonomo nella gestione della crisi ucraina, ma è stata sistematicamente divisa e frammentata. L’asse Washington-Londra ha lavorato per impedire un’intesa tra UE e Russia, promuovendo invece una politica di scontro che ha portato l’Europa a indebolirsi economicamente e politicamente. Il risultato? Un’Europa sempre più dipendente dagli Stati Uniti per energia, sicurezza e decisioni strategiche.

La pace in Ucraina è auspicabile, ma non deve avvenire alle condizioni imposte da chi ha prima sfruttato il conflitto e ora vuole abbandonarlo per calcolo politico. Se davvero si vuole parlare di responsabilità, allora bisogna guardare all’intera strategia americana in Europa, che ha usato il conflitto per consolidare il proprio dominio e ora, come sempre, sta cercando di riscrivere la storia a proprio vantaggio.

L’Ucraina tra pace e ridefinizione degli equilibri globali: oltre le parole di Sachs

L’analisi di Jeffrey Sachs sul conflitto ucraino e sulle implicazioni della politica estera statunitense con l’eventuale ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca offre spunti interessanti, ma non basta per comprendere appieno il quadro geopolitico attuale. Le sue osservazioni, seppur acute, si inseriscono in un contesto molto più complesso, dove gli attori in gioco non sono solo gli Stati Uniti e la Russia, ma anche l’Europa, la Cina e una molteplicità di forze interne all’Ucraina. Per questo, è necessario andare oltre l’intervista e inserire il conflitto ucraino in una prospettiva più ampia, analizzando i cambiamenti strutturali in corso e le possibili evoluzioni nel medio e lungo termine.

La fine dell’era neo-conservatrice? Una lettura parziale

Uno degli elementi chiave della riflessione di Sachs è l’idea che Trump, rompendo con la tradizione neo-conservatrice della politica estera statunitense, possa facilitare la fine della guerra in Ucraina. È indubbio che l’espansione della NATO verso est sia stata un fattore determinante nella percezione russa di minaccia strategica, ma è altrettanto vero che la politica estera americana non è mai stata monolitica. Anche sotto le amministrazioni Biden e Obama, vi sono state frange più realiste che avrebbero preferito un diverso approccio verso Mosca.

L’errore che si compie spesso è quello di considerare gli Stati Uniti come un’entità omogenea, mentre in realtà esistono tensioni interne tra fautori di un interventismo muscolare e sostenitori di una politica più pragmatica. Trump stesso, pur con la sua retorica di rottura, ha mantenuto una linea ambigua: da un lato ha ridotto la pressione diretta sulla Russia, dall’altro ha fornito armi all’Ucraina e imposto nuove sanzioni a Mosca. Quindi, la sua eventuale presidenza potrebbe sì modificare gli assetti diplomatici, ma non necessariamente garantire una pace duratura in Ucraina.

Il destino dell’Ucraina: una pace imposta o un compromesso sostenibile?

Sachs sostiene che il conflitto ucraino sia avviato verso la conclusione perché gli Stati Uniti, sotto Trump, potrebbero abbandonare l’idea di un’espansione della NATO in Ucraina e Georgia. Ma il problema è più complesso: la Russia ha chiarito fin dall’inizio che il suo obiettivo non era solo fermare l’espansione della NATO, ma anche ridisegnare completamente l’assetto politico e territoriale dell’Ucraina. E questo è un punto su cui Washington – anche con Trump – potrebbe non cedere facilmente.

La guerra in Ucraina, infatti, non è soltanto una questione di sicurezza internazionale, ma anche una crisi identitaria e nazionale. L’Ucraina di oggi è profondamente diversa da quella del 2014: il conflitto ha cementato un’identità nazionale più forte e ostile a Mosca, rendendo improbabile una soluzione diplomatica che preveda una neutralità pura senza garanzie concrete di sicurezza. Inoltre, la Russia ha annesso formalmente quattro regioni ucraine e difficilmente accetterà di restituirle senza ottenere qualcosa in cambio.

Per questo, il vero nodo della questione non è solo se gli Stati Uniti smetteranno di spingere per l’ingresso dell’Ucraina nella NATO, ma se esiste uno scenario realistico in cui Mosca e Kiev possano accettare un compromesso territoriale e politico. E qui si apre un altro interrogativo: l’Europa è disposta a farsi carico di un negoziato serio, o continuerà a rimanere spettatrice delle decisioni prese altrove?

L’Europa tra subalternità e risveglio strategico

Uno degli aspetti più critici dell’analisi di Sachs è l’accusa all’Europa di essersi autoesclusa dal gioco diplomatico, allineandosi acriticamente alla politica neo-conservatrice americana. In parte, questa osservazione è corretta: dal 2022 in poi, l’Unione Europea ha adottato una linea dura nei confronti della Russia, sposando la strategia statunitense senza proporre una propria alternativa diplomatica. Tuttavia, non bisogna dimenticare che l’UE ha anche interessi specifici da difendere, in primis la sicurezza energetica e la stabilità economica.

Con l’inverno politico del trumpismo alle porte, l’Europa rischia di trovarsi in una posizione difficile: se gli Stati Uniti dovessero realmente ridimensionare il loro impegno in Ucraina, l’UE dovrà decidere se continuare a sostenere militarmente Kiev o cercare una via d’uscita negoziata. E questo metterà in evidenza tutte le fragilità strutturali della politica estera europea, divisa tra paesi come la Polonia e i Baltici, che vedono la Russia come una minaccia esistenziale, e altri come la Francia e la Germania, più inclini a una soluzione diplomatica.

Il ruolo della Cina e il futuro dell’ordine globale

Un elemento spesso trascurato nel dibattito sulla guerra in Ucraina è il ruolo della Cina. Mentre Stati Uniti ed Europa si concentrano sulla Russia, Pechino sta consolidando la sua posizione come principale mediatore globale. Il suo piano di pace per l’Ucraina, seppur vago, è stato accolto con interesse da Mosca e con prudenza da Kiev. Inoltre, la Cina sta costruendo un nuovo ordine economico che sfida direttamente l’egemonia occidentale, rafforzando i legami con paesi emergenti e riducendo la dipendenza dal dollaro.

Se Trump dovesse effettivamente ridimensionare l’impegno americano in Ucraina, la Cina potrebbe assumere un ruolo ancora più centrale nei negoziati, ridisegnando gli equilibri geopolitici in modo inaspettato. Questo potrebbe portare a un nuovo paradigma in cui la Russia non dipende più esclusivamente dall’Occidente per il proprio sviluppo economico, ma si integra sempre più nella sfera d’influenza cinese, creando un asse Mosca-Pechino che sfida direttamente gli interessi euro-americani.

Conclusione: verso un nuovo equilibrio instabile

L’idea che la guerra in Ucraina stia per concludersi perché Trump potrebbe smantellare l’espansionismo neo-conservatore è un’ipotesi suggestiva, ma semplificata. Il conflitto è il risultato di dinamiche storiche, identitarie e strategiche che vanno ben oltre le decisioni di un singolo leader americano.

Se davvero ci sarà un negoziato, non sarà una pace imposta dall’alto, ma il frutto di un complesso equilibrio di potere tra Stati Uniti, Russia, Cina e Unione Europea. La vera domanda è: l’Europa saprà ritrovare un ruolo autonomo in questo scenario, o resterà ancora una volta spettatrice delle scelte altrui? La risposta a questa domanda definirà non solo il destino dell’Ucraina, ma anche quello del continente europeo nei decenni a venire.
Fonte: intervista sul fatto quotidiano a Jeffrey Sachs, del 19 febbraio 2025.

La Guerra in Ucraina: Il Silenzio dell’Europa e la Nuova Geopolitica del Conflitto

Mentre gli Stati Uniti premono per un cessate il fuoco in Ucraina entro Pasqua, l’Europa si risveglia bruscamente dal torpore strategico in cui ha navigato fin dall’inizio del conflitto. La riunione d’emergenza convocata da Macron a Parigi è il sintomo evidente di una crisi non solo militare, ma anche politica e diplomatica: un’Unione Europea che si scopre marginalizzata, incapace di incidere realmente sul proprio destino.

L’esclusione dell’Europa dal tavolo negoziale non è un semplice affronto diplomatico, ma la conferma di un ridimensionamento del suo ruolo nella geopolitica globale. La Casa Bianca, sotto l’amministrazione Trump, ha chiaramente scelto un approccio più diretto: meno attori, decisioni più rapide, una diplomazia che si basa su rapporti di forza piuttosto che su mediazioni multilaterali. Ma questa esclusione non è un caso: è la conseguenza della dipendenza europea dagli Stati Uniti, sia dal punto di vista militare che strategico.

L’America Traccia la Rotta, l’Europa Insegue

Le parole di Keith Kellogg, inviato di Trump, sono state spietate: se gli europei vogliono un posto al tavolo, devono smettere di lamentarsi e iniziare a investire nella propria difesa. È una dichiarazione che suona come una sentenza: Washington considera l’UE più un osservatore che un attore decisivo. Da qui la riunione a Parigi, un tentativo quasi disperato di riorganizzare una risposta politica e militare comune.

Questa reazione, tuttavia, arriva in ritardo. Negli ultimi due anni, l’Unione Europea ha dimostrato tutta la sua fragilità sul piano strategico. Mentre gli Stati Uniti e la NATO decidevano le linee guida del sostegno militare a Kiev, i Paesi europei oscillavano tra promesse di aiuti e timori di escalation. Il risultato è stato un supporto frammentato e insufficiente, che ha lasciato all’Ucraina l’illusione di un aiuto costante e all’Europa l’amara consapevolezza della propria irrilevanza.

Ora, mentre a Riad si aprono negoziati diretti tra Stati Uniti, Russia e Ucraina, senza un vero coinvolgimento europeo, la debolezza dell’UE appare ancora più evidente. Persino Zelensky ha chiesto all’Europa di avere una “voce unica”, segno che il mosaico di interessi nazionali che caratterizza l’Unione continua a essere un ostacolo insormontabile per una politica estera credibile.

Il Nuovo Ordine Mondiale: Oltre l’Atlantico

L’altro elemento chiave di questa fase negoziale è la scelta dell’Arabia Saudita come sede dei colloqui. Questo spostamento geografico non è casuale: indica che il baricentro della diplomazia internazionale non è più esclusivamente occidentale. Riad sta assumendo un ruolo sempre più centrale nei conflitti globali, sfruttando la sua posizione di potenza economica e mediatore tra blocchi opposti.

Questa dinamica si inserisce in un quadro più ampio, in cui la Russia, pur sotto sanzioni, ha trovato sponde solide nel Sud globale, dalla Cina all’India, dal Medio Oriente all’Africa. Gli equilibri post-Guerra Fredda stanno mutando, e l’Europa sembra non essersene accorta.

L’idea della Finlandia di nominare un inviato speciale europeo per i negoziati appare come un tentativo di riguadagnare centralità, ma difficilmente basterà. La verità è che, senza un investimento concreto in autonomia strategica e politica, l’Europa continuerà a dipendere da decisioni prese altrove.

Un’ipotesi possibile,
L’ipotesi di incaricare Angela Merkel nelle trattative di pace è senza dubbio una proposta sensata e strategica. Merkel è una delle poche figure europee che gode di credibilità sia a Mosca che a Washington, oltre ad avere un profondo legame con Kiev. Durante il suo cancellierato, ha svolto un ruolo chiave nei negoziati di Minsk, dimostrando capacità di mediazione e pragmatismo politico.

In un’Europa priva di una leadership unitaria, il suo ritorno sulla scena internazionale potrebbe rappresentare una soluzione concreta per ridare peso all’UE nei negoziati. La sua esperienza, la sua conoscenza della Russia e la sua reputazione come interlocutrice affidabile la renderebbero una candidata naturale per il ruolo di inviato speciale europeo per l’Ucraina.

Tuttavia, il successo di questa ipotesi dipenderebbe dalla volontà degli Stati Uniti e della Russia di accettare il suo coinvolgimento. L’attuale amministrazione Trump potrebbe essere scettica nel rimettere in gioco un’ex leader europea, ma la necessità di una figura capace di gestire le tensioni potrebbe rendere questa opzione percorribile. Anche la Russia, pur avendo avuto momenti di forte contrasto con Merkel, potrebbe vederla come un’alternativa più accettabile rispetto ad altri esponenti della politica europea attuale.

Se l’Europa vuole davvero contare in questa fase cruciale, deve agire rapidamente e proporre figure di alto profilo che possano trattare alla pari con Washington e Mosca. Merkel potrebbe essere la chiave per ridare all’Europa un ruolo attivo, evitando che il futuro dell’Ucraina venga deciso esclusivamente tra Stati Uniti e Russia.

Una Pace Imposta o un Riconoscimento della Realtà?

Se il cessate il fuoco verrà effettivamente raggiunto entro Pasqua, sarà una tregua imposta dagli Stati Uniti e accettata da Mosca e Kiev. Ma a che prezzo? L’Ucraina dovrà rinunciare a una parte del suo territorio? Putin otterrà il riconoscimento di una qualche forma di controllo sulle aree occupate?

L’Europa, in questa fase è relegata a spettatrice, potrà solo prenderne atto. Ma questa vicenda deve essere un campanello d’allarme: se il Vecchio Continente vuole davvero contare nel futuro degli equilibri mondiali, deve smettere di essere una periferia politica e tornare a essere un centro decisionale. E questo non può avvenire senza una chiara volontà di emanciparsi dalla tutela statunitense e costruire una difesa comune credibile.

Il mondo sta cambiando, e se l’Europa non lo capisce in tempo, sarà destinata a restare un’ombra della sua stessa storia.

Le dichiarazioni di Mattarella sulla guerra in Ucraina: un’analisi critica

Le recenti affermazioni del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla guerra in Ucraina hanno suscitato un ampio dibattito politico e storiografico. In un discorso ufficiale, Mattarella ha affermato che l’odierna aggressione russa all’Ucraina è “della stessa natura” del progetto del Terzo Reich in Europa. Un parallelismo che ha destato molte perplessità, non solo per la sua discutibile accuratezza storica, ma anche per le possibili implicazioni diplomatiche.

Una ricostruzione storica fuorviante

Secondo le parole del Presidente, nel Novecento si sarebbe assistito a un’escalation di conflitti a causa dell’ascesa di regimi autoritari e illiberali, che avrebbero privilegiato il criterio della dominazione rispetto alla cooperazione tra gli Stati. Tuttavia, questa narrazione risulta problematica sotto diversi aspetti.

Gli storici concordano sul fatto che i regimi totalitari del XX secolo non siano emersi in un vuoto politico, ma come conseguenza delle devastazioni lasciate dalla Prima Guerra Mondiale. Quest’ultima, a sua volta, fu scatenata da potenze imperialiste e liberalcapitalistiche che si contendevano il controllo delle risorse mondiali. Inoltre, il colonialismo europeo, guidato dalle stesse potenze liberali, aveva già imposto per secoli un sistema di dominio e sfruttamento su larga scala, ben prima dell’avvento dei regimi dispotici e illiberali che Mattarella addita come causa principale del conflitto globale.

Se si considera poi l’affermazione secondo cui l’invasione russa dell’Ucraina sarebbe della stessa natura del progetto nazista di Hitler, il confronto risulta ancora più problematico. Il Terzo Reich perseguiva un’esplicita strategia di supremazia razziale e dominio mondiale attraverso lo sterminio sistematico di intere popolazioni. L’operazione russa in Ucraina, per quanto condannabile, non è mai stata accompagnata da una retorica o da un progetto simile.

Una lettura ideologica del conflitto

L’accostamento tra Russia e Terzo Reich non sembra essere un incidente retorico, ma piuttosto il riflesso di un preciso orientamento ideologico. L’Occidente liberalcapitalistico ha storicamente etichettato ogni alternativa al proprio modello economico e politico come una minaccia esistenziale.

Durante la Guerra Fredda, questa logica si manifestò nell’anticomunismo viscerale che portò le potenze occidentali a sostenere regimi autoritari pur di contrastare l’influenza sovietica. Un esempio lampante è l’appoggio fornito al regime di Augusto Pinochet in Cile, instaurato con un colpo di Stato l’11 settembre 1973 contro il governo democratico di Salvador Allende. Friedrich von Hayek, economista e padre del neoliberalismo, arrivò a giustificare la dittatura cilena, sostenendo che una temporanea soppressione della democrazia fosse necessaria per stabilire un’economia di mercato stabile. In un’intervista al giornale cileno “El Mercurio”, Hayek dichiarò di preferire una “dittatura liberale” a una “democrazia senza liberalismo”, giustificando così le repressioni del regime pinochettista in nome della stabilità economica.

Lo stesso schema si è ripetuto più volte nella storia recente, con il sostegno occidentale a governi autoritari considerati alleati strategici nel contenimento di Russia, Cina e altre potenze non allineate al modello neoliberale.

Perché ora questa retorica?

L’affermazione di Mattarella arriva in un momento in cui il conflitto russo-ucraino potrebbe entrare in una nuova fase. Recenti sviluppi suggeriscono che si stiano creando le condizioni per una possibile trattativa, eppure la retorica occidentale sembra voler esacerbare le tensioni anziché favorire una soluzione diplomatica.

L’Unione Europea, negli ultimi anni, ha mostrato una crescente ostilità nei confronti della Russia, allineandosi rigidamente alla posizione statunitense. Il discorso di Mattarella si inserisce perfettamente in questo contesto, rafforzando la percezione di un’Europa sempre più subordinata alle strategie geopolitiche di Washington.

Alcuni analisti vedono in queste dichiarazioni un tentativo di preparare l’opinione pubblica a un’ulteriore escalation del conflitto, fino a ipotesi estreme come l’invio di truppe occidentali in Ucraina. Un’eventualità che, se si concretizzasse, segnerebbe un punto di non ritorno nella crisi globale.

Conclusione

Le parole del Presidente della Repubblica non sono semplici dichiarazioni retoriche, ma segnali di una strategia politica precisa. Equiparare la Russia alla Germania nazista non solo è storicamente insostenibile, ma rischia di contribuire alla polarizzazione del conflitto, allontanando le prospettive di pace.

La storia dimostra che l’Occidente liberalcapitalistico ha spesso sacrificato i suoi stessi principi in nome della propria egemonia economica e politica. Presentarsi oggi come baluardo della libertà e dei diritti umani, mentre si sostengono guerre e sanzioni che colpiscono intere popolazioni, appare quanto meno contraddittorio. Forse è proprio questa la vera eredità del pensiero neoliberale: un mondo in cui la democrazia è accettata solo finché serve gli interessi dei mercati e delle élite finanziarie, mentre ogni alternativa viene demonizzata come il “nuovo Terzo Reich”.