Il copyright dei diritti negati: la Palestina davanti al punto di non ritorno

Oxfam lancia la campagna «©Palestina, tutti i diritti riservati» mentre Bruxelles discute, per la terza volta, se toccare gli affari delle colonie. Firmare è un atto politico contro la normalizzazione della cancellazione di un popolo

1. Un allarme che non ammette equivoci

C’è una data che pesa su questo 13 luglio 2026, ed è quella di due anni fa: il 19 luglio 2024, quando la Corte Internazionale di Giustizia dichiarò illegale l’occupazione israeliana del territorio palestinese, ordinandone la fine e ricordando a ogni Stato terzo l’obbligo di non riconoscerla, non sostenerla, cooperare per farla cessare. Due anni dopo, quell’occupazione non solo prosegue: si è approfondita, razionalizzata, resa struttura permanente. È in questo scarto tra il diritto proclamato e il diritto negato che Oxfam ha scelto di lanciare la sua nuova campagna nazionale, «©Palestina, tutti i diritti riservati», un titolo che rovescia con amara ironia il linguaggio della proprietà intellettuale: i diritti del popolo palestinese esistono, sono riservati a lui dal diritto internazionale, eppure qualcun altro se ne è appropriato. L’organizzazione parla apertamente di un rischio di punto di non ritorno verso la sparizione definitiva della Palestina e del suo popolo. Non è retorica umanitaria: è la fotografia di un processo materiale di cancellazione territoriale, economica e demografica che procede sotto gli occhi di governi che hanno scelto di non vedere.

2. Gaza dopo il cessate il fuoco: la sopravvivenza amministrata

A nove mesi dal cessate il fuoco, Gaza non è uscita dall’emergenza: l’emergenza è diventata il suo regime ordinario. Secondo i dati diffusi da Oxfam, le famiglie palestinesi vivono ammassate in appena il 35 per cento del territorio della Striscia, mentre il resto rimane sotto controllo militare israeliano. In piena estate, con temperature torride, la disponibilità di acqua pulita scende sotto i sei litri al giorno per persona, una frazione del minimo vitale indicato dagli standard umanitari. Circa il 77 per cento della popolazione, un milione e seicentomila persone, soffre livelli gravi di insicurezza alimentare. Il bilancio complessivo della guerra ha superato i settantatremila morti. E la ricostruzione, quella che dovrebbe restituire un futuro, è stata affidata al Board of Peace voluto dall’amministrazione Trump, un organismo che finora ha sistematicamente escluso i palestinesi dai processi decisionali. È il paradigma coloniale nella sua forma più pura: si decide della terra e della vita di un popolo senza quel popolo, trasformando la ricostruzione in un’ulteriore leva di controllo e in un’occasione di profitto per capitali esterni. La sopravvivenza stessa viene amministrata dall’alto, razionata, condizionata.

3. La Cisgiordania smembrata pezzo per pezzo

Se Gaza è il laboratorio della distruzione, la Cisgiordania è quello dell’annessione strisciante. Negli ultimi tre anni le vittime palestinesi nel territorio occupato sono state milleduecento, in un crescendo di incursioni militari e violenze dei coloni che godono di sostanziale impunità. Le demolizioni di case e infrastrutture, gli sfollamenti forzati, l’accaparramento sistematico di terra, acqua e risorse naturali a beneficio degli insediamenti hanno soffocato l’economia palestinese e disarticolato il territorio al punto che, come denuncia Paolo Pezzati, portavoce per le crisi umanitarie di Oxfam Italia, è ormai impossibile delinearne i confini. Già nel 2025 l’organizzazione documentava una crescita degli insediamenti del 180 per cento in cinque anni, il controllo israeliano pressoché totale delle risorse idriche e la distruzione di migliaia di ulivi, che rappresentano una quota decisiva dell’economia agricola palestinese. Questa non è una sequenza di episodi: è una strategia. La frammentazione territoriale rende materialmente impossibile ogni futuro Stato palestinese, svuotando di senso la formula dei due popoli e due Stati che le diplomazie occidentali continuano a recitare come un mantra privo di conseguenze pratiche.

4. Bruxelles alla prova: il Consiglio del 13 luglio

La campagna di Oxfam non arriva in un giorno qualunque. Proprio oggi il Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea esamina a Bruxelles il cosiddetto options paper della Commissione sulle restrizioni ai prodotti degli insediamenti israeliani: divieto totale o parziale delle importazioni, dazi proibitivi, autorizzazioni preventive. È il terzo tentativo dell’esecutivo comunitario di tradurre in atti la condanna verbale delle colonie. I primi due sono naufragati: il rapporto dell’Alta rappresentante Kaja Kallas, che forniva la base giuridica per sospendere l’accordo di associazione UE-Israele, e le sanzioni individuali contro il ministro Itamar Ben-Gvir sono stati entrambi affossati dalle divisioni tra i Ventisette. I riflettori, ancora una volta, sono puntati su Germania e Italia, i due Paesi che più di ogni altro hanno fatto muro contro qualsiasi misura capace di incidere sulla sfera commerciale israeliana. Ed è qui che la questione rivela la sua natura di classe e di sistema: non è l’assenza di strumenti giuridici a paralizzare l’Europa, ma la volontà politica di non toccare interessi economici, industriali e militari consolidati. Come hanno osservato analisti e organizzazioni per i diritti umani, la formula della mancanza di consenso è diventata la copertura preferita dell’inazione collettiva, mentre gli Stati membri disporrebbero già, individualmente, di strumenti che non richiedono alcuna unanimità: sospensione della cooperazione bilaterale, controlli nazionali sulle esportazioni di armi, embarghi sui prodotti delle colonie come quello adottato dall’Olanda.

5. Le responsabilità italiane

Il governo italiano occupa una posizione di responsabilità specifica in questo blocco. Ha frenato in sede europea, ha continuato a garantire cooperazione militare e industriale con Tel Aviv, ha rinviato sine die il riconoscimento dello Stato di Palestina. Le richieste che Oxfam rivolge all’esecutivo sono per questo puntuali e verificabili: l’adozione della proposta di legge, firmata dai leader dell’opposizione, che vieterebbe il commercio con gli insediamenti illegali; il riconoscimento dello Stato palestinese; l’interruzione di qualsiasi trasferimento di armi verso Israele; il sostegno a un processo davanti ai tribunali internazionali competenti che ponga fine all’impunità. Nessuna di queste misure è rivoluzionaria: sono semplicemente gli obblighi che discendono dal parere della Corte Internazionale di Giustizia e dal diritto internazionale vigente. Che appaiano radicali nel dibattito pubblico italiano dice molto sul grado di normalizzazione dell’illegalità che i governi occidentali hanno raggiunto, e sulla subalternità della politica estera italiana agli equilibri atlantici e agli interessi dell’industria bellica.

6. Firmare per esistere: come aderire alla campagna

La campagna «©Palestina, tutti i diritti riservati» si rivolge anzitutto alla società civile, perché è dal basso che deve ripartire la pressione. Il suo cuore è un appello pubblico che chiunque può sottoscrivere e che articola tre richieste fondamentali: la fine dell’occupazione israeliana dichiarata illegale dalla Corte dell’Aja, il pieno e incondizionato ingresso degli aiuti umanitari a Gaza, la fine dell’impunità del governo israeliano davanti alla giustizia internazionale. Il testo dell’appello ricorda che i diritti del popolo palestinese sono inalienabili, universali e protetti dal diritto internazionale, e che non sono concessioni da negoziare: negarli significa indebolire i principi universali che proteggono tutti. Come ha sintetizzato il testimonial della campagna, l’attore Antonio De Matteo, i diritti umani o valgono per tutti o sono a rischio per ciascuno, perché la loro violazione non rimane mai isolata.

Chiunque può sottoscrivere l’appello in pochi minuti. Il link ufficiale per aderire alla campagna è oxfam.it/palestina-tuttiidirittiriservati. Una firma non ferma un bulldozer, ma migliaia di firme costruiscono quel consenso sociale senza il quale nessun governo modifica la propria politica estera. La storia delle campagne contro l’apartheid sudafricano insegna che l’isolamento politico ed economico di un regime comincia sempre dal basso, molto prima che le cancellerie si adeguino.

7. Ciò che è in gioco riguarda tutti

Sarebbe un errore leggere questa vicenda come una questione umanitaria lontana, da affidare alla compassione episodica. Quello che si consuma in Palestina è un banco di prova dell’ordine internazionale: se un’occupazione dichiarata illegale dalla massima corte del pianeta può proseguire indisturbata perché protetta da rapporti di forza economici e militari, allora il diritto internazionale si riduce a strumento selettivo, applicabile ai deboli e inapplicabile agli alleati dei forti. La normalizzazione di questa doppia misura corrode dall’interno le stesse democrazie occidentali, abituandole a convivere con la menzogna istituzionalizzata e con la complicità commerciale nei crimini che a parole condannano. Per questo la campagna di Oxfam merita di essere sostenuta e rilanciata: perché rimette al centro l’autodeterminazione di un popolo come principio non negoziabile e perché chiama ciascuno a scegliere. La Palestina rischia di sparire per sempre non per fatalità, ma per decisioni politiche precise, prese e ribadite in consigli dei ministri, consigli europei e consigli di amministrazione. A decisioni politiche si risponde con azione politica: informarsi, firmare, organizzarsi, pretendere che l’Italia e l’Europa invertano la rotta prima che il punto di non ritorno sia superato. Quando l’esistenza stessa di un popolo diventa oggetto di appropriazione, difenderne i diritti riservati è il minimo che una coscienza democratica possa fare.

Fonti

Oxfam Italia, campagna «©Palestina, tutti i diritti riservati», pagina di adesione: oxfam.it/palestina-tuttiidirittiriservati

Il Fatto Quotidiano, «La Palestina rischia di sparire per sempre. Serve un’inversione di rotta dell’Italia e dell’Ue»: il nuovo appello di Oxfam, di Giulia Zaccariello, 13 luglio 2026

AgenSIR, Gaza: Oxfam lancia una campagna per ribadire che i diritti del popolo palestinese sono inalienabili, 13 luglio 2026

ANSA, L’Ue presenta le opzioni contro i prodotti degli insediamenti israeliani, 9 luglio 2026; ANSA-Focus, Von der Leyen pronta a vietare i prodotti dei coloni israeliani, 3 luglio 2026

Tamam Abusalama, Gli Stati membri dell’UE non hanno bisogno di «consenso» per chiamare Israele a rispondere delle proprie azioni, Al Jazeera, 10 luglio 2026 (traduzione italiana AssoPace Palestina)

Il Manifesto, Basta commerci con le colonie israeliane: l’appello di Oxfam, intervista a Paolo Pezzati, settembre 2025

Corte Internazionale di Giustizia, parere consultivo sulle conseguenze giuridiche delle politiche e pratiche di Israele nel Territorio palestinese occupato, 19 luglio 2024

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