La guerra dei signori

Patrimoni, privilegi e il tabù della giustizia fiscale nell’Italia di Meloni

Quando uno degli uomini più ricchi del pianeta ammette che la lotta di classe esiste e che a vincerla è la sua classe, non sta confessando un rimorso: sta descrivendo un sistema con la freddezza di chi ne conosce ogni ingranaggio. Warren Buffett lo disse senza pudore quasi vent’anni fa, e da allora i fatti gli hanno dato ragione con una puntualità che dovrebbe togliere il sonno a chiunque creda ancora che la parola democrazia abbia a che vedere con l’uguaglianza. In Italia quella guerra ha un campo di battaglia preciso, quotidiano, silenzioso: il fisco. È una guerra che lavoratori, pensionati, precari e malati in lista d’attesa stanno perdendo da decenni, una manovra dopo l’altra, mentre la narrazione dominante ripete che non esistono alternative e che chi propone di cambiare passo vuole soltanto «mettere le mani nelle tasche degli italiani».

È una formula efficace, calibrata per spaventare. Funziona perché nasconde una rimozione: gli italiani che pagherebbero non sono gli italiani che la frase evoca. Sono poche decine di migliaia di patrimoni colossali, una platea che nelle stime delle proposte oggi in campo non arriva all’uno per cento della popolazione. Tutto il resto — chi vive di un salario, di una pensione, di una partita IVA che fatica ad arrivare a fine mese — da quella misura non sarebbe toccato. Ma per capirlo bisogna guardare i numeri, e i numeri, in questo Paese, vengono accuratamente tenuti lontano dal dibattito pubblico.

I numeri di un Paese capovolto

I dati, quando si ha il coraggio di leggerli, non lasciano spazio all’ambiguità. Secondo il rapporto Oxfam presentato all’apertura del Forum di Davos nel gennaio 2026, in Italia il 5 per cento più ricco delle famiglie detiene da solo quasi metà della ricchezza nazionale, il 49,4 per cento. Il 10 per cento più abbiente possiede oltre otto volte la ricchezza dell’intera metà più povera del Paese: nel 2010 il rapporto era poco superiore a sei. La forbice non si è allargata per fatalità, ma per scelte. Tra il 2010 e il 2025 la ricchezza nazionale è cresciuta di oltre duemila miliardi di euro, eppure il 91 per cento di quell’incremento è finito nelle mani del 5 per cento più ricco, mentre alla metà più povera è arrivato un misero 2,7 per cento.

In cima alla piramide la dinamica diventa quasi oscena. Nel solo 2025 i miliardari italiani hanno accresciuto i propri patrimoni di 54,6 miliardi di euro, al ritmo di circa centocinquanta milioni al giorno, raggiungendo i 307,5 miliardi complessivi nelle mani di settantanove persone, otto in più dell’anno precedente. Nello stesso periodo oltre 5,7 milioni di persone, pari a 2,2 milioni di famiglie, vivevano in povertà assoluta, incapaci di garantirsi ogni mese i beni essenziali per un’esistenza dignitosa. E mentre i patrimoni esplodevano, i redditi reali delle famiglie crollavano: tra il 2007 e il 2023 sono diminuiti in media dell’8,7 per cento. Il lavoro, che la Costituzione pone a fondamento della Repubblica, ha smesso di essere un ascensore sociale per diventare, per troppi, una trappola.

C’è un dato che più di ogni altro fotografa l’ingiustizia strutturale del sistema. Di ogni cento punti di entrate fiscali e contributive, quarantanove provengono dai salari e soltanto diciassette dai profitti, sebbene i salari pesino appena per il 38 per cento del prodotto interno lordo contro il 50 per cento dei profitti. In altre parole: si tassa molto ciò che vale poco e si tassa poco ciò che vale molto. Un’infermiera o un insegnante versano allo Stato, in proporzione al proprio reddito, più imposte dirette, indirette e contributi di quanto facciano i contribuenti più facoltosi. È la fotografia di una progressività capovolta, che tradisce alla radice l’articolo 53 della Costituzione, quello che impone a ciascuno di concorrere alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva.

L’architettura del privilegio

Questo capovolgimento non è il prodotto di un destino cieco, ma di un’architettura costruita pezzo dopo pezzo, legge dopo legge, dai governi che si sono succeduti e che l’attuale esecutivo ha non solo conservato ma rafforzato. L’Italia tassa con mano leggerissima le rendite finanziarie e immobiliari, mantiene un’imposta di successione tra le più generose d’Europa per i grandi patrimoni, lascia immobile un catasto che continua a valutare gli immobili di pregio a cifre risibili, asseconda l’uso del contante e perdona periodicamente, con i suoi condoni, chi ha sottratto ricchezza al fisco. La legge di bilancio per il 2026 ha confermato la tendenza: nuovi condoni che sviliscono la fedeltà fiscale e premiano l’opportunismo, e nessun intervento serio sulla rendita.

Il simbolo più eloquente di questa devozione ai capitali è la cosiddetta flat tax per i neo-residenti facoltosi, introdotta nel 2017 con l’articolo 24-bis del Testo unico delle imposte sui redditi. Il meccanismo è di una semplicità disarmante: chi sposta in Italia la propria residenza fiscale dall’estero può versare un’imposta forfettaria su tutti i redditi prodotti fuori dai confini, indipendentemente dal loro ammontare. La cifra era di centomila euro, raddoppiata a duecentomila nel 2024 e portata a trecentomila dalla legge di bilancio 2026, con un supplemento di cinquantamila euro per ciascun familiare. Per un magnate che incassa decine o centinaia di milioni l’anno all’estero, è un’elemosina volontaria. Lo Stato italiano, in sostanza, ha aperto uno sportello per vendere la propria sovranità fiscale al miglior offerente.

Il risultato è che il Belpaese si è trasformato in una meta privilegiata per i grandi patrimoni in cerca di rifugio: nel 2025 si stimava che oltre tremilaseicento milionari avrebbero scelto l’Italia per il proprio trasloco fiscale, dietro soltanto agli Emirati Arabi Uniti e agli Stati Uniti. La Corte dei conti ha sollevato dubbi sulla trasparenza e sui controlli di un regime cucito su misura per i più abbienti. Ma il punto politico va oltre la singola norma. Sostenere che questa generosità verso il capitale serva a far crescere il Paese suona, alla prova dei fatti, come una beffa: il capitalismo italiano resta agli ultimi posti europei per produttività, e da anni l’Italia è esportatrice netta di capitali, anche per effetto dell’austerità che ha compresso domanda interna e investimenti. Il «paradiso dei ricchi» non ha generato sviluppo: ha generato stagnazione e disuguaglianza.

Una proposta che fa tremare i palazzi

È in questo scenario — carnevale per i capitali, quaresima per il lavoro — che si è riaffacciata, dal basso, l’idea di un’imposta sui grandi patrimoni. Il 7 maggio 2026 è stata depositata in Corte di cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare, denominata «Uno per cento equo», promossa da un comitato che riunisce Rifondazione comunista, economisti, giuristi e docenti universitari, tra i quali Maurizio Acerbo, Pier Giorgio Ardeni e Alfonso Gianni. La raccolta delle firme è partita il 15 maggio e proseguirà fino al 15 novembre: ne servono almeno cinquantamila perché il testo approdi in Parlamento.

La proposta è tutt’altro che eversiva, ed è proprio la sua misura a renderla credibile. Prevede un’imposta annuale progressiva applicata esclusivamente alla quota di patrimonio netto eccedente i due milioni di euro, esclusa la prima casa. Le aliquote salgono per scaglioni: l’uno per cento sulla quota tra due e cinque milioni, l’1,7 per cento fino a otto milioni, il 2,1 per cento fino a venti, il 3,5 per cento oltre quella soglia. L’imposta si coordina con i prelievi patrimoniali già esistenti — Imu, Ivie, Ivafe — che vengono scomputati, scongiurando ogni doppia imposizione. La platea è ristretta, tra i duecentomila e i cinquecentomila contribuenti, meno dell’uno per cento della popolazione, e il gettito stimato oscilla tra ventisei e sessanta miliardi l’anno, ai quali si aggiungerebbero tra i cinque e gli otto miliardi da una riforma dell’imposta di successione allineata alla media europea, salvaguardando comunque la franchigia di un milione di euro per i trasferimenti in linea retta.

Quei miliardi non sono un fine in sé: la proposta li vincola per legge a destinazioni precise. Sanità pubblica, con assunzioni di personale e abbattimento delle liste d’attesa; istruzione, dalla messa in sicurezza delle scuole agli asili nido gratuiti; politiche abitative, ambiente, sicurezza sul lavoro, disabilità, sostegno al reddito, oltre a una riduzione del carico fiscale che oggi grava in modo soffocante sull’Irpef dei lavoratori. È il rovesciamento di una logica: non sottrarre risorse all’economia, ma restituirle alla collettività sotto forma di diritti.

Le bugie di chi difende i privilegi

Come previsto, la reazione è stata feroce. Le destre di governo hanno rispolverato la litania delle «mani nelle tasche degli italiani», Fratelli d’Italia ha rilanciato sui social gli allarmi della stampa amica, e perfino un pezzo del mondo liberale ha intonato il consueto requiem contro la patrimoniale. Vale la pena smontare le tre obiezioni che si ripetono da decenni, perché è nella loro confutazione che si misura la malafede di chi le agita.

La prima sostiene che si tratterebbe di una doppia imposizione, un prelievo sulla ricchezza già tassata come reddito. È un argomento obsoleto, smentito dalla letteratura scientifica e dalla stessa struttura della proposta, che scomputa le patrimoniali esistenti. Soprattutto, capovolge la realtà: l’imposta sui patrimoni nasce proprio come rimedio al fatto che i grandi capitali oggi sfuggono in larga parte alla tassazione sul reddito. L’economista Gabriel Zucman, nel rapporto commissionato dalla presidenza brasiliana del G20 e nel volume tradotto in Italia da Einaudi, ha documentato come i miliardari paghino sui propri redditi aliquote effettive irrisorie, strutturando il patrimonio in modo che il reddito tassabile risulti minimo o nullo. In Francia, secondo le stime, magnati come Arnault o Musk versano frazioni infinitesimali, lo 0,1 per cento del patrimonio. La patrimoniale non duplica un prelievo: colma un buco voluto.

La seconda obiezione è lo spauracchio della fuga dei capitali. È il più ricattatorio degli argomenti, perché trasforma la minaccia in legge: poiché i ricchi potrebbero andarsene, non si può toccarli. Ma le proposte serie tengono conto, fin dalle stime, della cosiddetta elasticità dell’imponibile, ovvero delle riallocazioni di ricchezza che una misura simile può indurre. La risposta strutturale esiste ed è quella indicata a livello internazionale: forme di exit taxation che continuino a colpire chi trasferisce la residenza, e un coordinamento sovranazionale. La Francia ha approvato in prima lettura, nel febbraio 2025, una versione nazionale della «tassa Zucman» sostenuta da sette premi Nobel; il tema è approdato al G20 e al Parlamento europeo. Chi continua a brandire la fuga dei capitali come obiezione dirimente dovrebbe portare prove, non slogan.

La terza critica è la più onesta, perché è schiettamente politica: chi sarebbe colpito voterà contro chi propone la misura. È vero, e dice tutto. Si tratta però di una minoranza potentissima ma numericamente esigua. Il problema, allora, non è il consenso degli elettori, ma il potere di chi controlla i media, finanzia la politica, orienta il discorso pubblico. La domanda non è se la maggioranza accetterebbe una patrimoniale sui più ricchi — i sondaggi dicono da tempo che la accetterebbe — ma se la politica avrà il coraggio di sfidare il blocco di interessi che la avversa.

Non è inefficienza: è un progetto

Qui si tocca il nervo scoperto. Per anni ci hanno raccontato che la concentrazione della ricchezza è il prezzo inevitabile della crescita, che abbassare le tasse ai ricchi avrebbe fatto sgocciolare benessere verso il basso, che il mercato avrebbe corretto da sé le proprie storture. È la grande favola neoliberista, smentita da quarant’anni di evidenze. Il drenaggio di risorse verso l’alto non è un effetto collaterale: è il progetto. Ogni euro di gettito risparmiato dai patrimoni è un euro sottratto alla sanità pubblica, alla scuola, alla ricerca, alla cura. La distruzione del welfare non è un incidente di percorso, ma la conseguenza diretta di una redistribuzione alla rovescia che dura da una generazione.

E c’è una posta in gioco ancora più alta del bilancio dello Stato. Quando la ricchezza si concentra fino a questo punto, a essere minacciata è la democrazia stessa. Lo ha scritto con nettezza Oxfam: possiamo avere la democrazia oppure possiamo avere la ricchezza concentrata in poche mani, non entrambe. La nostra società sta inoltre assumendo tratti sempre più ereditari: nel prossimo decennio passeranno di mano per successione almeno duemilacinquecento miliardi di euro, in un Paese che tassa quei trasferimenti con timidezza imbarazzante. Si profila una «ereditocrazia» in cui la posizione sociale si trasmette per nascita, non per merito — esattamente il contrario di ciò che la Repubblica costituzionale aveva promesso di smantellare. La storia italiana è piena di programmi che dovevano accontentare insieme i grandi proprietari e i lavoratori; l’esito è sotto gli occhi di tutti, ed è un Paese che compete con i paradisi fiscali per sedurre i suoi ricchi mentre lascia marcire scuole e ospedali.

Ribellarsi alla rassegnazione

Una patrimoniale sui grandi patrimoni non è la rivoluzione, e nessuno dei suoi promotori finge che lo sia. È un primo, minimo atto di giustizia: il tentativo di invertire una tendenza che ha fatto dell’Italia un Paese capovolto, in cui chi ha di più versa proporzionalmente di meno e chi ha di meno regge sulle spalle l’intero edificio fiscale. Restare comodamente attendisti davanti a questo disastro non è prudenza: è complicità. La raccolta di firme aperta in queste settimane non è soltanto un adempimento procedurale; è l’occasione di trasformare l’indignazione diffusa in un atto politico concreto, di riportare nel cuore del dibattito una parola che il potere ha cercato di rendere impronunciabile: redistribuzione.

La guerra di classe, ci aveva avvertito Buffett, è già in corso, e finora l’hanno vinta loro. Ma una guerra non è mai persa finché c’è chi rifiuta di considerarla naturale. Firmare per un’imposta sui più ricchi significa dichiarare che la disuguaglianza non è un destino, ma una scelta — e che le scelte si possono cambiare. Quando l’ingiustizia si fa sistema, accettarla in silenzio diventa la più sottile delle resa. Riconoscerla, nominarla, contrastarla è il primo dovere di chi non si rassegna.

Fonti

Oxfam Italia, «Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia», rapporto Disuguitalia, gennaio 2026.

Comitato «Uno per cento equo» / Rifondazione Comunista, proposta di legge di iniziativa popolare per un’imposta sui grandi patrimoni, depositata in Corte di cassazione il 7 maggio 2026.

Alfonso Gianni, «Una legge di iniziativa popolare per una imposta sui grandi patrimoni», Sinistra Sindacale, 24 maggio 2026.

Gabriel Zucman, «I miliardari non pagano l’imposta sul reddito ed è ora di finirla», Einaudi, 2026; rapporto sulla tassazione minima dei miliardari per la presidenza del G20, 2024.

Il Fatto Quotidiano, sul dibattito globale sulla tassazione dei grandi patrimoni e sul caso italiano, novembre 2025; sull’imposta «1%Equo», maggio 2026.

Decreto-legge 113/2024 («Omnibus») e Legge di bilancio 2026, sul regime fiscale dei neo-residenti facoltosi (art. 24-bis TUIR).

Pagella Politica, analisi sull’impatto della patrimoniale in Italia, maggio 2026.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.