L’ordine dei proprietari

Dalla grazia rivendicata dal governo per un gioielliere condannato per omicidio alla legge elettorale che consegna il Paese al vincitore, la nuova destra costruisce un potere che assolve chi possiede, piega la giustizia al plebiscito e riscrive le regole a proprio vantaggio.

Il 18 luglio 2026 si sono aperte le porte del carcere di Bollate per Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour condannato in via definitiva a quattordici anni e nove mesi di reclusione per aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo. Nel giro di poche ore la vicenda giudiziaria di un singolo si è trasformata in una battaglia politica di sistema. La presidente del Consiglio ha affidato ai social una frase costruita per diventare manifesto: «Mi aggredisci. Mi difendo. E dovrei risarcirti io? Non è giusto». Il giorno successivo, in un’intervista al Corriere della Sera, ha rivendicato di aver dato lei stessa al ministro della Giustizia l’indicazione di avviare la pratica di grazia.

In quarantotto ore un uomo condannato per omicidio è diventato il simbolo scelto dal vertice dell’esecutivo, e una sentenza confermata in tre gradi di giudizio un torto da riparare. Non è un episodio isolato di cronaca. È il tassello di una strategia più ampia, che attraversa l’Italia e l’Occidente, e che merita di essere osservata per ciò che rivela: chi decide oggi chi è innocente, chi è colpevole e chi ha diritto a governare.

1. I fatti, prima delle parole

Prima delle interpretazioni ci sono i fatti accertati. Il 28 aprile 2021 la gioielleria di Roggero viene assaltata. La ricostruzione accolta dai giudici in tutti i gradi di giudizio — Corte d’Assise, Appello, Cassazione — non ha riconosciuto l’ipotesi della legittima difesa. Roggero è stato condannato per omicidio e tentato omicidio, e la pena inflitta corrisponde al minimo previsto dalla legge per quei reati. Non una condanna esemplare, dunque, ma la soglia più bassa che l’ordinamento consente.

Questo dettaglio, spesso taciuto, è decisivo. Significa che i magistrati non hanno infierito: hanno applicato la norma nella sua misura più mite. E lo hanno fatto pur in presenza della riforma del 2019 che aveva ampliato i confini della cosiddetta “legittima difesa sempre legittima”. Se persino con quella legge, pensata per proteggere chi reagisce a un’aggressione nella propria attività, la giustizia ha ritenuto che il confine della difesa fosse stato oltrepassato, è perché la ricostruzione dei fatti collocava l’azione oltre il momento in cui la minaccia poteva dirsi ancora in corso. Su questo, e solo su questo, si fonda una condanna per omicidio.

2. La sentenza contestata dall’alto

Ciò che colpisce non è la richiesta di clemenza in sé — la grazia è un istituto previsto dalla Costituzione — ma il modo in cui viene rivendicata. Il governo non chiede sommessamente un atto di misericordia: contesta pubblicamente il verdetto, trasforma il condannato in una bandiera e legifera in tempo reale. Con l’ultimo decreto sicurezza, ha ricordato la premier, si introduce il principio per cui chi subisce un danno mentre commette un reato non può chiedere alcun risarcimento, e non possono farlo neppure i suoi familiari.

Nel frattempo l’attivismo del ministro della Giustizia sulla pratica di grazia ha indotto il presidente della Repubblica a convocarlo per ricordare che la concessione della grazia è prerogativa esclusiva del Capo dello Stato. La premier ha replicato rivendicando di aver dato lei stessa il via libera all’istruttoria e argomentando un presunto problema di proporzionalità delle pene, con un confronto tra la condanna del gioielliere e quelle, a suo dire più lievi, previste per altri reati gravi. La Lega, dal canto suo, è arrivata a valutare la candidatura elettorale di Roggero. Il messaggio politico è nitido: non si chiede grazia perché il condannato si è pentito e ha cambiato vita — presupposti tradizionali dell’istituto — ma perché il suo gesto va rivendicato come atto di affermazione.

3. La proprietà come misura dell’innocenza

Dietro il caso singolo agisce una concezione precisa dell’ordine sociale. La retorica della “sicurezza” e delle “persone per bene” non è mai neutra: nasconde sempre una domanda di classe — la sicurezza di chi, l’ordine di chi. Nella narrazione che il governo costruisce attorno a Roggero, il proprietario resta “per bene” anche quando uccide, mentre le vedove e gli orfani di chi ha attentato alla proprietà scivolano, per implicito, nella categoria di chi non merita tutela. È un rovesciamento silenzioso del principio di eguaglianza davanti alla legge scolpito nell’articolo 3 della Costituzione.

Non è una novità nella storia politica del Novecento. Ogni regime autoritario ha costruito il proprio consenso promettendo ai possidenti l’impunità in cambio di fedeltà, e dividendo la società tra chi ha diritti e chi ha soltanto doveri. La mutazione odierna è più sottile: non abolisce i tribunali, ma li delegittima dall’alto ogni volta che le loro sentenze contraddicono la volontà del capo. La giustizia diventa un ostacolo da aggirare, il plebiscito la fonte ultima della legittimità.

4. La truffa istituzionale

La stessa logica agisce sul terreno delle regole del gioco. A metà luglio la Camera ha approvato — con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astensioni — la nuova legge elettorale ribattezzata dai suoi critici “Melonellum”. È un sistema proporzionale con un premio di maggioranza che scatta al 42 per cento: settanta deputati e trentacinque senatori aggiuntivi assegnati alla lista o alla coalizione più votata. Nessuna preferenza per gli elettori, liste bloccate, e l’obbligo di indicare il nome del candidato premier al momento del deposito delle liste, pena l’inammissibilità.

Le opposizioni hanno parlato di premierato strisciante, introdotto per via ordinaria senza passare dalla revisione costituzionale. Il testo è ora atteso al Senato, dove la maggioranza punta a chiudere entro settembre. La sostanza è questa: mentre si dichiara innocente chi possiede, si riscrivono le norme che decidono chi governa. Una coalizione capace di raggiungere il 42 per cento dei consensi potrebbe ottenere la maggioranza assoluta dei seggi, mentre l’assenza di preferenze e le liste bloccate svuotano la rappresentanza, consegnando ai vertici di partito la selezione degli eletti e personalizzando il voto attorno a un leader. Il paragone che una parte della dottrina costituzionale evoca — dalla legge Acerbo del 1923 alla “legge truffa” del 1953 — non è un’iperbole polemica, ma il richiamo a una costante storica: i premi di maggioranza sproporzionati sono lo strumento con cui una minoranza del Paese si assicura il controllo stabile delle istituzioni.

5. Uno specchio internazionale

L’Italia non è un’anomalia, ma un frammento di un disegno transnazionale. In Francia, il 7 luglio la Corte d’appello di Parigi ha confermato la colpevolezza di Marine Le Pen per appropriazione indebita di fondi del Parlamento europeo, riducendo però la pena quanto basta a consentirle di candidarsi alle presidenziali del 2027; la leader dell’estrema destra ha annunciato ricorso in Cassazione e presenta la condanna come una persecuzione giudiziaria, secondo il consueto schema per cui la legge, quando colpisce i “patrioti”, diventa complotto.

Negli Stati Uniti, alla vigilia delle elezioni di medio termine di novembre, il presidente Trump delegittima preventivamente gli avversari bollandoli come “comunisti”, criminalizza il dissenso e salda nativismo e potere esecutivo. In Medio Oriente, la logica della guerra permanente e la negazione dei diritti e dello Stato al popolo palestinese mostrano il volto più crudo dello stesso paradigma: la “sicurezza” invocata come giustificazione per la sospensione indefinita dei diritti. Cambiano i contesti, resta il denominatore comune: contestare le sentenze scomode, riscrivere le regole, dividere i cittadini tra meritevoli e nemici.

6. I segnali, e le ambiguità

Eppure la reazione esiste. Nel Regno Unito, il 17 luglio Andy Burnham è stato proclamato leader del Partito laburista — unico candidato, sostenuto dalla quasi totalità dei deputati — ed è destinato a diventare primo ministro dopo le dimissioni di Keir Starmer, travolto dalle sconfitte elettorali e da una rivolta interna. Burnham si presenta come una rottura rispetto al decennio in cui il Labour ha inseguito l’agenda dei propri avversari, promettendo di ridare speranza e di costruire una politica nuova. Ha però rivelato finora pochi contenuti programmatici, e la prova del nove sarà se le parole diventeranno atti.

Negli Stati Uniti il sindaco di New York Zohran Mamdani e i candidati socialisti che sostiene continuano a vincere le primarie contro l’establishment democratico su temi concreti — il costo della vita, la tassazione della ricchezza, i servizi pubblici — mentre Trump li dipinge come pericolosi radicali e molti dirigenti democratici li tengono a distanza. È qui che si misura l’ambiguità dell’opposizione: la resistenza esiste, ma una parte del centrosinistra esita — sulle regole elettorali, sulla Palestina, sulla scelta di chiamare la deriva autoritaria con il suo nome. Il pericolo non è soltanto l’aggressività della destra, ma la timidezza di chi dovrebbe contrastarla.

7. Ciò che è in gioco

Ridotta all’osso, la posta è la definizione stessa di chi conta. Una politica che misura il valore di una vita sulla proprietà e sulla forza, che tratta la giustizia e la rappresentanza come impacci da piegare, produce conseguenze concrete e diseguali: colpisce i lavoratori, gli anziani, le persone non autosufficienti, i migranti, tutti coloro che non dispongono né di un patrimonio da difendere né di un potere da rivendicare. La grazia rivendicata per chi ha ucciso e la legge che consegna il Paese al vincitore non sono due notizie separate: sono due capitoli dello stesso libro, quello in cui l’eguaglianza cede il passo alla gerarchia.

A questa deriva si può opporre soltanto una politica dell’eguaglianza — davanti alla legge, nella rappresentanza, nella dignità — e il coraggio di nominare ciò che accade senza eufemismi. La Costituzione nata dalla Resistenza affidò ai suoi articoli l’idea che nessuno valga più di un altro in ragione di ciò che possiede. Difendere quel principio, oggi, non è un esercizio di nostalgia: è la condizione perché la democrazia resti tale, e non diventi il regno di chi, potendo sparare, pretende anche di avere sempre ragione.

Fonti

Corriere della Sera, intervista a Giorgia Meloni sul caso Roggero, 19 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, la grazia a Roggero e la pena inflitta al minimo, 19 luglio 2026.

LaPresse e Leggo, cronaca del caso Roggero e dell’ingresso in carcere, 18-19 luglio 2026.

L’Espresso e ANSA, la riforma della legge elettorale approvata alla Camera, luglio 2026.

Il Post, Open e Il Fatto Quotidiano, la sentenza d’appello su Marine Le Pen, 7 luglio 2026.

The Hill, ABC News e Associated Press, Zohran Mamdani e le primarie democratiche, giugno-luglio 2026.

PBS News e Associated Press, l’elezione di Andy Burnham alla guida del Labour, 17 luglio 2026.

Licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.