Dopo la bocciatura della Corte costituzionale, l’autonomia differenziata riparte dal cuore dello Stato sociale: quattro intese fotocopia consegnano a Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria il potere di remunerare le prestazioni sanitarie più delle altre regioni. Con oltre cinque miliardi di mobilità già in fuga dal Mezzogiorno, è la costituzionalizzazione del divario. Ma sei regioni — Campania, Puglia, Toscana, Emilia-Romagna, Sardegna e Umbria — hanno detto no, e la battaglia si sposta ora in Parlamento e nelle aule giudiziarie.
C’è un modo silenzioso di dividere un Paese, e non passa per i proclami: passa per le tariffe. Il 19 febbraio 2026 il Consiglio dei ministri ha approvato gli schemi di intesa preliminare con quattro regioni del Nord — Lombardia, Veneto, Piemonte e Liguria — su protezione civile, previdenza complementare, professioni e, soprattutto, tutela della salute intrecciata al coordinamento della finanza pubblica: un passaggio mai raggiunto prima, celebrato dalla Lega come traguardo storico, con i quattro governatori di centrodestra schierati a Palazzo Chigi. Ai primi di aprile la Conferenza Unificata ha espresso parere favorevole a maggioranza semplice, con il voto contrario e compatto delle sei regioni guidate dal centrosinistra. A maggio le pre-intese sono approdate alle Commissioni parlamentari e a metà luglio il Senato ha dato un primo via libera di indirizzo. Se il percorso andrà fino in fondo, quelle quattro regioni potranno stabilire tariffe di rimborso e remunerazione delle prestazioni sanitarie diverse da quelle nazionali, ponendole a carico dei propri bilanci; gestire in autonomia i fondi statali per l’edilizia ospedaliera e le tecnologie; istituire fondi sanitari integrativi regionali; assumere personale con risorse proprie. Sembra un elenco tecnico. È il progetto politico di un’Italia a più velocità, che riparte esattamente da dove la Corte costituzionale l’aveva fermato: nel dicembre 2024, con la sentenza numero 192, la Consulta aveva smontato l’impianto della legge Calderoli. Se ne sarebbe dovuta trarre una lezione. È accaduto il contrario: il disegno è ripartito, con strumenti più sofisticati e sullo stesso terreno — il corpo dei cittadini, la loro salute.
1. Che cosa aveva detto la Corte, e perché bruciava
Vale la pena ricordare che cosa scrisse la Corte costituzionale, perché la sentenza 192 del 2024 non fu un incidente tecnico ma una lezione di diritto costituzionale — e nacque, non a caso, dai ricorsi di quattro regioni: Toscana, Campania, Puglia e Sardegna. La Consulta salvò formalmente la legge 86 del 2024, ma ne dichiarò illegittime le architravi. Stabilì che alle regioni non possono essere trasferite intere materie, ma soltanto specifiche funzioni, e solo se l’iniziativa è giustificata alla luce del principio di sussidiarietà: forme particolari di autonomia possono essere riconosciute soltanto in presenza di condizioni realmente differenzianti, non per ambizione politica. Bocciò la delega in bianco al Governo per la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni, i LEP, ricordando che essi implicano una delicata scelta politica — il bilanciamento tra uguaglianza dei cittadini e autonomia regionale, tra diritti e risorse — che spetta al Parlamento, non ai decreti dell’esecutivo. Restituì alle Camere il potere di emendare le intese, negando la logica del prendere o lasciare. Dichiarò incostituzionale l’aggancio delle compartecipazioni fiscali alla spesa storica, cioè il meccanismo che avrebbe cristallizzato i vantaggi acquisiti. E soprattutto riaffermò che l’articolo 116 della Costituzione va letto dentro la forma di Stato italiana, fatta di solidarietà, cooperazione e unità della Repubblica: l’autonomia è legittima se migliora l’efficienza e la responsabilità verso i cittadini, non se costruisce privilegi territoriali.
2. L’aggiramento: quando i LEA diventano LEP per legge di bilancio
Il nodo che la sentenza aveva stretto era chiaro: senza LEP definiti dal Parlamento e finanziati, nessuna autonomia sulle materie che toccano i diritti. Ebbene, la risposta della maggioranza è stata una mossa contabile: una disposizione della legge di bilancio per il 2026 ha equiparato i Livelli Essenziali di Assistenza sanitaria, i LEA, ai LEP, aprendo così la strada alle intese sulla tutela della salute senza passare per quella «delicata scelta politica» che la Corte aveva riservato alle Camere. È un’operazione che degrada una questione di giustizia costituzionale a partita ragionieristica, ed è costruita su fondamenta che non reggono. I LEA, infatti, sono essi stessi in crisi: nell’ultimo monitoraggio disponibile solo tredici regioni risultano adempienti agli standard minimi di assistenza — una conseguenza, come hanno rilevato le regioni ricorrenti, anche del sottofinanziamento di un servizio sanitario fermo al 6,3 per cento del PIL, ben sotto la media europea. Il tariffario nazionale adottato nel 2024, che dovrebbe fare da parametro, è stato in parte annullato dal TAR del Lazio con sentenze a efficacia differita, e il nuovo decreto non c’è. Mancano costi e fabbisogni standard reali, il sistema di riparto delle risorse è riconosciuto come iniquo, la verifica dei LEA è inadeguata. Su queste sabbie mobili si vorrebbe costruire la differenziazione. E c’è un dettaglio che smaschera l’intera operazione: i quattro documenti d’intesa — sette articoli ciascuno — sono risultati identici tra loro. La differenziazione, che dovrebbe fondarsi su specificità territoriali concrete — lo esige la Corte — si presenta come un modulo fotocopiato. Non c’è alcuna peculiarità da riconoscere: c’è un blocco di potere territoriale da servire.
3. Le tariffe come arma: l’economia politica del divario
Perché tanta insistenza proprio sulle tariffe? Perché le tariffe sono il prezzo politico delle prestazioni: decidono quanto vale un ricovero, una risonanza, un intervento, e quindi quali strutture prosperano e quali agonizzano. Se una regione con maggiore capacità fiscale può remunerare le prestazioni più del tariffario nazionale, attirerà gruppi privati, professionisti e, inevitabilmente, pazienti; le regioni che non possono permetterselo vedranno svuotarsi reparti e migrare cervelli e malati. È la competizione tariffaria come motore di una selezione territoriale, e non è un’ipotesi di scuola: è la dinamica già in atto, che le intese trasformerebbero da distorsione in regola. Va detto con chiarezza a chi appartiene questo progetto. Oltre la metà delle risorse della mobilità sanitaria finisce già oggi alle strutture private accreditate: il potenziamento della capacità di spesa delle regioni ricche è, in larga misura, un trasferimento di domanda pubblica verso l’offerta privata concentrata nel Nord. La sanità integrativa regionale, altro pilastro delle intese — fondi riferiti a prestazioni oltre i LEA vigenti — completa il quadro: un secondo binario assicurativo per chi può, accanto a un servizio universale che si vorrebbe residuale. Non è regionalismo: è la costruzione, pezzo per pezzo, di un mercato sanitario a trazione territoriale e privata, con il sigillo dello Stato.
4. I numeri della frattura
I dati dicono che la frattura non è un rischio futuro: è il presente da cui si parte, e che le intese aggraverebbero. Secondo il rapporto della Fondazione GIMBE presentato nel marzo 2026, nel 2023 la mobilità sanitaria interregionale ha toccato il record di 5,15 miliardi di euro, in crescita del 2,3 per cento sull’anno precedente e ai massimi di sempre; nell’arco di un decennio, il saldo negativo cumulato dalle regioni del Centro-Sud si misura nell’ordine dei quattordici miliardi. La direzione del flusso è una sola: dal Mezzogiorno verso il Nord. Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto concentrano oltre il 95 per cento del saldo attivo complessivo — la differenza tra quanto incassano per curare pazienti altrui e quanto pagano per i propri assistiti curati altrove — mentre più di tre quarti del saldo passivo grava su Calabria, Campania, Puglia, Sicilia, Lazio e Sardegna. In valori assoluti: la Lombardia vanta un attivo di circa 646 milioni, mentre la Calabria perde 327 milioni, la Campania 306, la Puglia 253, la Sicilia 247. E il presidente della Fondazione avverte che il divario reale è ancora più ampio, perché questi numeri fotografano soprattutto i ricoveri e non le disuguaglianze nell’assistenza territoriale. La mobilità, insomma, è sempre meno una scelta e sempre più una necessità imposta: famiglie che si indebitano per accompagnare un malato a mille chilometri da casa, regioni povere che finanziano con i propri fondi i sistemi sanitari delle regioni ricche. Lo ha ricordato, nel febbraio 2026, anche il Presidente della Repubblica: il diritto alla salute, costituzionalmente garantito, deve trovare uniforme applicazione sull’intero territorio nazionale. È esattamente ciò che oggi non accade, ed è esattamente ciò che le intese renderebbero strutturale.
5. La narrazione dominante e i fatti
La retorica che accompagna il progetto è nota: responsabilizzare i territori, premiare l’efficienza, avvicinare le decisioni ai cittadini. I fatti raccontano altro. Se il criterio fosse l’efficienza, la prima domanda sarebbe come portare tutte le regioni agli standard: invece si consente a chi già attrae risorse di attrarne di più. Se il criterio fosse la specificità territoriale, le richieste sarebbero diverse tra loro: invece sono fotocopie. Se il criterio fosse la responsabilità, esisterebbe una valutazione indipendente dell’impatto delle intese sull’equità, sui bilanci delle altre regioni, sulla mobilità: invece, come hanno denunciato gli osservatori della sanità pubblica, non è prevista alcuna analisi di questo tipo, né strumenti per misurare gli effetti su qualità e sicurezza delle cure. Quel che resta, tolta la retorica, è la vecchia ideologia del residuo fiscale: l’idea che la ricchezza prodotta in un territorio appartenga a quel territorio, e non alla Repubblica che, con il lavoro di tutti — comprese le generazioni di meridionali emigrati che quel Nord hanno contribuito a costruire — l’ha resa possibile. È la negazione dell’articolo 2 della Costituzione, dei doveri inderogabili di solidarietà, travestita da buona amministrazione.
6. Chi firma e chi tace: le responsabilità
Le responsabilità hanno nomi e sedi istituzionali. Un Governo che, anziché dare attuazione leale alla sentenza della Corte, ha cercato la scorciatoia contabile della legge di bilancio, e che il 19 febbraio ha portato in Consiglio dei ministri gli schemi preliminari con una regia di partito rivendicata apertamente: il ministro Calderoli ha parlato di traguardo storico per il regionalismo, il leader della Lega di promessa mantenuta. Quattro giunte regionali — la Lombardia di Fontana, il Veneto di Stefani, il Piemonte di Cirio, la Liguria di Bucci — che reclamano per sé ciò che sanno essere sottratto agli altri. Una maggioranza parlamentare che ha avviato il percorso di indirizzo al Senato. E poi c’è un silenzio che pesa quanto una firma: quello delle regioni meridionali governate dal centrodestra. In Conferenza Unificata il parere favorevole è passato a maggioranza semplice perché a votare contro sono state soltanto le sei regioni guidate dal centrosinistra: dalle giunte di Sicilia, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Molise non è venuta alcuna opposizione, sebbene siano i loro cittadini a pagare già oggi il conto più salato della migrazione sanitaria. È la fotografia di classi dirigenti locali che antepongono la fedeltà ai partiti nazionali agli interessi dei territori che amministrano: una responsabilità politica che la storia, e prima ancora gli elettori, dovranno registrare.
7. Il fronte del no: sei regioni contro la secessione sanitaria
Perché la resistenza c’è, è istituzionale e attraversa tutto il Paese: non è una rivolta meridionale, è un fronte nazionale. In Conferenza Unificata hanno votato compattamente contro le pre-intese sei regioni: Campania, Puglia, Toscana, Emilia-Romagna, Sardegna e Umbria. Non è un cartello improvvisato. Toscana e Sardegna, insieme a Campania e Puglia, erano già state le ricorrenti che nel 2024 ottennero dalla Consulta la sentenza 192: il fronte giudiziario e quello istituzionale hanno la stessa spina dorsale. E dentro questo schieramento spicca la parabola più significativa di tutte, quella dell’Emilia-Romagna: la regione che nel 2018, con Lombardia e Veneto, aveva firmato le prime pre-intese con il governo di allora, è la stessa che — dopo un lungo dibattito pubblico e una forte pressione popolare — ha revocato ogni intesa preparatoria e oggi vota contro. Quando una regione del Nord, con una sanità tra le più attrattive d’Italia, rinuncia al proprio potenziale vantaggio in nome dell’unità del sistema, cade l’intera narrazione di una contesa tra Nord egoista e Sud querulo: la linea di frattura non è geografica, è politica, e separa chi difende l’universalismo da chi lo smonta. Su questo fronte, Campania e Puglia hanno assunto la guida. Le due regioni hanno depositato documenti durissimi contro l’equiparazione tra LEA e LEP operata dalla manovra, denunciando il rischio di cittadini di serie A e di serie B e chiedendo la sospensione di ogni intesa fino alla definizione parlamentare dei livelli essenziali e di una perequazione reale. Il presidente della Regione Campania, Roberto Fico, ha annunciato che la Regione assumerà ogni iniziativa utile, comprese quelle nelle sedi giurisdizionali, per interrompere quello che ha definito un percorso di divisione del Paese, invocando un fronte comune tra quanti condividono un regionalismo orientato alla tutela dei diritti fondamentali e non alla competizione tra territori. Il presidente pugliese Antonio Decaro, dopo il voto del Senato, ha parlato apertamente di secessione sanitaria e di un’emorragia destinata a svuotare gli ospedali del Sud. La strada del ricorso alla Consulta è tracciata dalla stessa sentenza 192, che ha rivendicato la propria competenza a vagliare la costituzionalità delle singole leggi di differenziazione. Sei regioni, decine di milioni di cittadini rappresentati, un precedente costituzionale favorevole: la partita non è chiusa. È appena cominciata.
8. L’uguaglianza come questione nazionale
Conviene chiamare le cose con il loro nome. Quella in corso non è una disputa tra centralisti e autonomisti: è un conflitto distributivo, una lotta di classe combattuta con la geografia. Da una parte un blocco sociale e territoriale — capitale sanitario privato, ceti garantiti delle regioni ricche, classi dirigenti locali in cerca di rendita politica — che vuole trasformare il proprio vantaggio accumulato in diritto acquisito. Dall’altra i cittadini delle regioni fragili, ma anche i lavoratori e i precari delle regioni ricche, ai quali un servizio sanitario frammentato e mercatizzato presenterà comunque il conto, sotto forma di fondi integrativi da pagare e di universalismo eroso. Il voto dell’Emilia-Romagna lo dimostra meglio di ogni argomento: la difesa del servizio sanitario nazionale non è un interesse di parte territoriale, è un interesse di classe che unisce Nord e Sud. La Costituzione, agli articoli 3 e 32, dice del resto una cosa precisa: che la salute è un diritto fondamentale dell’individuo e un interesse della collettività, e che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’uguaglianza. Prendere sul serio quelle parole oggi significa tre cose: definire i LEP in Parlamento, con le risorse per garantirli ovunque; ripristinare un tariffario nazionale unico e una perequazione degna di questo nome; riportare il finanziamento della sanità pubblica almeno alla media europea, invertendo una stagione di definanziamento che è la vera madre di tutti i divari. La battaglia contro la secessione delle tariffe non è la difesa di uno status quo: è la richiesta di un Paese che non c’è ancora, dove il codice di avviamento postale non decida la durata e la dignità di una vita. Le sei regioni del no hanno aperto la strada; ora tocca alla società, ai sindacati, ai comitati per la sanità pubblica, a chiunque creda che la Repubblica sia una, trasformare quella resistenza istituzionale in un movimento. Perché l’uguaglianza sostanziale non è una formula da commemorare: è un programma da attuare.
Fonti
Corte costituzionale, sentenza n. 192 del 2024 (14 novembre – 3 dicembre 2024) sulla legge n. 86/2024, promossa dai ricorsi delle Regioni Toscana, Campania, Puglia e Sardegna; scheda ufficiale su cortecostituzionale.it.
Quotidiano Nazionale, «Autonomia differenziata, ok alle intese con le regioni», 19 febbraio 2026 (approvazione in Consiglio dei ministri degli schemi di intesa preliminare; dichiarazioni di Calderoli e Salvini).
Quotidiano Sanità, «Via libera della Conferenza Unificata alle pre-intese con quattro Regioni del Nord. No compatto dalle sei Regioni guidate dal centrosinistra», aprile 2026 (voto contrario di Emilia-Romagna, Toscana, Umbria, Sardegna, Puglia e Campania; contenuto delle intese in sette articoli); «Campania e Puglia contro le intese», aprile 2026.
Il Mattino, «Autonomia, lite tra Regioni sulla sanità», aprile 2026.
Fedaiisf, analisi degli schemi di intesa preliminare in materia di tutela della salute e coordinamento della finanza pubblica, giugno 2026 (tariffe differenziate a carico dei bilanci regionali; equiparazione LEA-LEP nella legge di bilancio 2026; identità dei quattro documenti).
Volere la Luna, «L’autonomia differenziata torna in Parlamento», maggio 2026 (pre-intese alle Commissioni; revoca delle intese preparatorie da parte dell’Emilia-Romagna).
Gazzetta del Mezzogiorno, dichiarazioni del presidente della Regione Puglia Antonio Decaro dopo il primo via libera del Senato agli ordini del giorno sulle pre-intese, luglio 2026.
Salutequità (T. Aceti), audizione sulle intese in materia sanitaria: annullamento parziale del decreto tariffe da parte del TAR Lazio, assenza di costi e fabbisogni standard, mancanza di valutazioni d’impatto indipendenti, giugno 2026.
Fondazione GIMBE, Report sulla mobilità sanitaria interregionale 2023, presentato nel marzo 2026 (5,15 miliardi di euro; oltre il 95% del saldo attivo a Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto; oltre metà delle risorse al privato accreditato); report GIMBE sulle richieste di autonomia in sanità (saldo negativo decennale di circa 14 miliardi per le regioni del Centro-Sud).
Dichiarazione del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sull’uniforme applicazione del diritto alla salute, 28 febbraio 2026.
Dichiarazioni pubbliche del presidente della Regione Campania Roberto Fico sull’autonomia differenziata e sulle iniziative, anche giurisdizionali, della Regione, luglio 2026.
Legge 26 giugno 2024, n. 86 (legge Calderoli); legge di bilancio per il 2026, disposizione di equiparazione dei LEA ai LEP; Università Cattolica – Osservatorio CPI, ricostruzione del percorso delle pre-intese del 28 febbraio 2018 tra il governo Gentiloni ed Emilia-Romagna, Lombardia e Veneto.
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