HA VINTO LA COSTITUZIONEHa vinto il popolo dei partigiani della Costituzione

La controriforma Meloni-Nordio travolta dal No: 53,74% contro 46,26%
Affluenza record al 58,93%. I giovani under 34 votano No al 61,1%

La dichiarazione di Antonio Ingroia: «Hanno vinto i cittadini»

«Ha vinto il No. Il No a questa controriforma Meloni-Nordio. Il No alla separazione delle carriere. Il No a questo sfregio della Costituzione, portato avanti nel nome di Licio Gelli». Con queste parole nette e vibranti, Antonio Ingroia — presidente di Azione Civile, già magistrato del pool antimafia di Paolo Borsellino — ha accolto il risultato del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo 2026, che ha visto la netta bocciatura della cosiddetta riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e dal ministro Nordio.

Ma Ingroia ha voluto andare oltre la lettura meramente partitica del voto. «Chi ha vinto — ha proseguito — non è la sinistra contro la destra, non è l’opposizione contro il governo Meloni. Hanno vinto i cittadini. Ha vinto la Costituzione». Una lettura che restituisce al pronunciamento popolare la sua dimensione più autentica: non un fatto di schieramenti parlamentari, ma un atto di sovranità popolare in difesa dell’architettura fondamentale della Repubblica.

Il presidente di Azione Civile ha quindi rivolto il suo sguardo verso quei milioni di italiani che, per anni, avevano scelto l’astensione. «Soprattutto i cittadini, i partigiani della Costituzione, che per difenderla sono scesi in campo. Finalmente, direi, sono usciti dal popolo dell’astensionismo, perché non credono nei partiti tradizionali che oggi stanno in Parlamento, maggioranza e opposizione. E hanno deciso che, questa volta, vale la pena votare».

Un messaggio potente, che parla direttamente al cuore della crisi democratica italiana: la sfiducia verso le istituzioni rappresentative, il distacco crescente tra palazzo e cittadinanza. In queste parole c’è la consapevolezza che il vero protagonista di questa giornata storica non è stato nessun partito, ma un’Italia civile che si è rimessa in moto. «Hanno votato con un No che significa: io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

I numeri di una vittoria storica

I dati che emergono dallo scrutinio, ormai quasi completato, confermano la portata della sconfitta subita dal governo. Il No si è attestato al 53,74%, contro il 46,26% del Sì, con un distacco di oltre sette punti percentuali che ha superato le stesse previsioni degli istituti demoscopici. L’affluenza definitiva ha raggiunto il 58,93%: un dato straordinario se si considera che nelle precedenti consultazioni referendarie e nelle europee del 2024 la partecipazione era stata sensibilmente più bassa.

Il profilo del voto rivela dati di grande significato politico e sociale. Tra gli under 34, il No ha ottenuto il 61,1%, a dimostrazione che le generazioni più giovani hanno percepito con particolare chiarezza la minaccia rappresentata dalla riforma per l’equilibrio dei poteri costituzionali. Il No ha prevalso in tutte le regioni italiane ad eccezione di tre — Lombardia, Veneto e Friuli Venezia Giulia — e in tutti i capoluoghi di regione senza eccezioni. L’Emilia Romagna ha guidato la partecipazione con un’affluenza prossima al 67%, seguita da Toscana e Umbria, mentre la Sicilia ha registrato il dato più basso, attestandosi al 46,14%.

Un elemento particolarmente rilevante, segnalato dai sondaggi post-voto, è che una parte significativa degli elettori che alle europee 2024 non erano andati alle urne — il 57,7% di essi — ha scelto di votare No. Il referendum ha dunque rimesso in moto una porzione dell’elettorato che si era ritirata dalla partecipazione, confermando integralmente l’analisi di Ingroia sui «partigiani della Costituzione» usciti dall’astensionismo.

Lo sfregio nel nome di Licio Gelli: la riforma e il Piano di Rinascita

Il riferimento di Ingroia a Licio Gelli non è retorico, né casuale. La separazione delle carriere dei magistrati figurava esplicitamente tra i punti del Piano di Rinascita Democratica, il documento programmatico della loggia massonica segreta P2, sequestrato nel 1982, che delineava un progetto di ristrutturazione autoritaria dello Stato italiano. Quel piano prevedeva, tra le altre cose, il controllo dei mezzi di informazione, la riforma della magistratura in senso dipendente dal potere politico, e la subordinazione del pubblico ministero all’esecutivo.

La riforma Nordio, bocciata dal voto popolare, avrebbe introdotto la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del Consiglio Superiore della Magistratura in due organismi distinti, l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare autonoma e il meccanismo del sorteggio per la selezione dei componenti degli organi di autogoverno. Per i suoi critici — tra cui oltre centodiciassette costituzionalisti, tre presidenti emeriti della Corte Costituzionale, l’ANPI, la CGIL, Libera e il vastissimo Comitato Società Civile per il No — la riforma non avrebbe migliorato il funzionamento della giustizia per i cittadini, ma avrebbe indebolito l’indipendenza della magistratura dal potere politico.

Come ha osservato il presidente del Comitato Società Civile per il No, Giovanni Bachelet, la vittoria referendaria può essere paragonata a grandi momenti della storia democratica italiana: una mobilitazione di popolo in difesa dei principi fondativi della Repubblica, che ha visto convergere forze diverse, dal mondo del lavoro a quello dell’associazionismo, dalla società civile ai movimenti per la legalità.

Il quadro politico dopo il voto: una sconfitta che apre scenari

Il risultato del referendum rappresenta la prima vera sconfitta elettorale del governo Meloni dall’insediamento a Palazzo Chigi. La premier ha commentato con evidente amarezza, parlando di un’«occasione persa per modernizzare l’Italia», pur assicurando che il governo «andrà avanti con determinazione». Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha dichiarato di prendere atto della decisione sovrana del popolo, negando ogni significato politico al voto. Il vicepremier Tajani ha affermato di inchinarsi alla volontà popolare, mentre Salvini ha ribadito che il governo proseguirà «compatto».

Sul fronte opposto, le opposizioni parlamentari hanno celebrato la vittoria come un momento di svolta. La segretaria del PD Elly Schlein ha dichiarato che esiste già una «maggioranza alternativa» nel Paese. Il presidente del M5S Giuseppe Conte ha parlato di un vero e proprio «avviso di sfratto per il governo». Il segretario della CGIL Maurizio Landini ha evocato una «nuova primavera» per il Paese, sottolineando che il voto dimostra come questo governo non abbia il consenso della maggioranza dei cittadini. In piazza Barberini a Roma, centinaia di persone hanno festeggiato la vittoria del No con i leader delle opposizioni e del sindacato riuniti su un palco improvvisato, tra cori, bandiere e un’emozione collettiva che ha ricordato le grandi mobilitazioni popolari.

Oltre i partiti: la lezione di Azione Civile

Ma è proprio qui che la lettura di Antonio Ingroia si distingue con forza da quella delle opposizioni parlamentari. Non è stata una vittoria della sinistra contro la destra. Non è stata una vittoria dei partiti del campo largo. È stata la vittoria dei cittadini, di quei milioni di italiani che non si riconoscono in nessun partito presente in Parlamento ma che, quando la posta in gioco diventa la Costituzione, i diritti fondamentali, l’equilibrio tra i poteri dello Stato, decidono di rompere il silenzio dell’astensione e di esercitare il loro diritto sovrano.

Questo dato è confermato anche dalle analisi dei flussi elettorali: il 69% dei votanti ha dichiarato che sulla propria decisione ha pesato il giudizio nel merito della riforma, non l’appartenenza partitica. Solo il 7% ha seguito le indicazioni del proprio partito di riferimento. È un dato che smonta radicalmente qualsiasi lettura di questo voto come mero scontro tra maggioranza e opposizione, e che restituisce al pronunciamento popolare la sua natura più profonda: un atto di difesa della democrazia costituzionale.

Azione Civile, il movimento fondato da Antonio Ingroia, è stato tra le forze che più coerentemente hanno sostenuto le ragioni del No, portando avanti una campagna radicata nel merito costituzionale, nei territori e nelle comunità. Una campagna che non ha cercato la visibilità mediatica dei grandi palcoscenici, ma il confronto diretto con i cittadini: nelle sale civiche, nelle piazze, nei dibattiti pubblici come quello di Tivoli con la partecipazione di Elena Matteotti, nipote del martire antifascista Giacomo Matteotti. Una presenza che testimonia il filo ininterrotto tra la Resistenza, la Costituzione e la lotta democratica di oggi.

Una nuova stagione per la democrazia italiana

Il 23 marzo 2026 resterà nella memoria della Repubblica come il giorno in cui il popolo italiano ha detto No allo smantellamento della propria Costituzione. Un No che non è conservazione, ma difesa attiva dei principi di libertà, uguaglianza e separazione dei poteri che i Costituenti ci hanno consegnato. Un No che è insieme argine e promessa: argine contro ogni tentazione autoritaria, promessa di una cittadinanza consapevole e combattiva.

Con la vittoria del No, la riforma costituzionale approvata dal Parlamento nell’ottobre 2025 decade ufficialmente. L’assetto della magistratura e del Consiglio Superiore della Magistratura resta quello previsto dalla Costituzione del 1948 e dalle successive leggi ordinarie. Ma la partita non è chiusa: il governo ha già annunciato di voler proseguire la propria azione. Sarà compito dei cittadini — dei partigiani della Costituzione, come li ha chiamati Ingroia — restare vigili.

Perché questo è il senso più profondo di quanto accaduto: non un voto, ma un risveglio. L’Italia civile si è rimessa in cammino. E quando i cittadini decidono che la Costituzione merita di essere difesa, nessuna maggioranza parlamentare può prevalere sulla sovranità popolare. Come ha detto Antonio Ingroia: «Io sono partigiano della Costituzione. Io questa Costituzione la difendo e difendo i miei diritti attraverso la Costituzione».

La Costituzione tradita e il referendum del 22-23 marzo: perché diciamo NO

Dall’attuazione monca della Carta fondamentale al disegno eversivo che attraversa mezzo secolo di storia italiana.

Dalla corsa al riarmo alla guerra in Iran: il volto della redistribuzione al contrario

Il 22 e 23 marzo, le cittadine e i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale che riguarda l’assetto della magistratura. Non si tratta di un voto qualunque. Si tratta, per la terza volta in vent’anni, di decidere se permettere che la Carta fondamentale della Repubblica venga modificata nei suoi capisaldi istituzionali, oppure se opporsi a un disegno che, lungi dal rispondere ai bisogni del Paese, persegue un progetto di concentrazione del potere le cui radici affondano ben più in profondità di quanto il dibattito corrente lasci intendere.

Noi preferiamo di NO. E le ragioni di questo NO non si esauriscono nel merito tecnico della riforma sulla separazione delle carriere, per quanto gravi siano le sue implicazioni. Questo NO affonda in una lettura più ampia della storia repubblicana, delle sue promesse tradite, del lento e sistematico smantellamento del patto sociale che la Costituzione del 1948 aveva solennemente sancito. Ma è anche un NO che guarda oltre i confini nazionali, al contesto internazionale in cui queste riforme si inseriscono: un mondo in cui la guerra torna a essere strumento di politica, in cui la corsa al riarmo divora risorse destinate ai diritti sociali, in cui la Palestina continua a morire nell’indifferenza e l’Iran brucia sotto le bombe di un’alleanza bellica guidata da due leader spregiudicati.

I. La Costituzione incompiuta: il tradimento dell’articolo 3

La Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dal sacrificio di milioni di italiani, non è mai stata compiutamente attuata. Questa è la prima, fondamentale verità che occorre ristabilire nel dibattito pubblico. Chi oggi la presenta come un ostacolo alla modernizzazione del Paese, come un documento vecchio e inadeguato, compie un’operazione intellettualmente disonesta: non si può dichiarare fallito ciò che non si è mai veramente realizzato.

Il cuore pulsante della Carta risiede nei suoi principi fondamentali, e in particolare nell’articolo 3, secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.» Questo articolo non è una dichiarazione di principio astratta: è un mandato politico rivoluzionario, un programma di trasformazione sociale che impegna la Repubblica non alla mera uguaglianza formale, ma all’uguaglianza sostanziale. Un compito che, a quasi ottant’anni dalla promulgazione della Carta, resta drammaticamente incompiuto.

L’attuazione monca della Costituzione ha attraversato l’intera storia repubblicana. La Corte Costituzionale è stata istituita con otto anni di ritardo, nel 1956. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha visto la luce solo nel 1958, dieci anni dopo l’entrata in vigore della Carta. Lo Statuto dei Lavoratori, quel formidabile strumento di civiltà giuridica che traduceva in norme concrete il dettato degli articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione, è arrivato solo nel 1970, e da allora è stato progressivamente eroso. Il Servizio Sanitario Nazionale, conquista epocale del 1978, nasceva trent’anni dopo la promulgazione della Carta. L’articolo 11, che ripudia la guerra, è stato violato ripetutamente con la partecipazione italiana a conflitti armati lontani dai confini nazionali. L’articolo 9, sulla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, è rimasto lettera morta di fronte alla cementificazione selvaggia del territorio.

Eppure, proprio in quei decenni di attuazione parziale ma progressiva, l’Italia ha conosciuto la sua più straordinaria stagione di crescita e di emancipazione collettiva. Questo dato storico smentisce clamorosamente la narrazione di chi vuole farci credere che la Costituzione sia il freno allo sviluppo del Paese.

II. L’Italia potenza mondiale: quando la redistribuzione funzionava

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, l’Italia ha compiuto una delle trasformazioni più straordinarie della storia economica contemporanea. Da nazione agricola, devastata dalla guerra, il Paese è diventato una delle principali potenze industriali del pianeta. Il cosiddetto miracolo economico, sviluppatosi tra il 1958 e il 1963 con tassi di crescita del PIL tra il 6 e il 7 per cento annuo, ha trasformato radicalmente il volto della società italiana, portando milioni di famiglie dalla sussistenza al benessere.

Questa crescita non fu il frutto del libero mercato lasciato a sé stesso. Fu il risultato di un modello in cui lo Stato svolgeva un ruolo attivo e strategico: l’IRI, l’ENI, l’ENEL, le grandi partecipazioni statali costruirono le infrastrutture produttive del Paese. Ma soprattutto, quella crescita fu sostenuta e alimentata da un formidabile meccanismo di redistribuzione sociale, figlio della dialettica politica tra una maggioranza di governo e un’opposizione che faceva il proprio mestiere con serietà e competenza.

Il Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Occidente, con la sua presenza capillare nel territorio, con la sua elaborazione culturale, con la sua pressione costante sulle istituzioni, fu il motore di una stagione di conquiste sociali che trasformò l’Italia in un Paese civile. Lo Statuto dei Lavoratori del 1970, la riforma sanitaria del 1978, il sistema pensionistico, la scuola pubblica di massa, il divorzio, l’obiezione di coscienza, la legge Basaglia, i consultori familiari: ogni conquista sociale di quel periodo porta l’impronta di una dialettica democratica viva, in cui la Costituzione, pur attuata in modo parziale, fungeva da bussola e da argine.

Il risultato fu che nel 1987 l’Italia superò il Regno Unito per prodotto interno lordo, diventando la sesta economia mondiale. Nel 1991, secondo il rapporto di Business International, il Paese raggiunse la quarta posizione tra le potenze economiche globali, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania riunificata, con un PIL a parità di potere d’acquisto di 1.268 miliardi di dollari. Tutto questo fu possibile non nonostante la Costituzione e il suo impianto redistributivo, ma proprio grazie ad essi.

La favola che vorrebbero farci credere — secondo cui il limite alla nostra libertà e al nostro benessere risiederebbe nella Costituzione, in una magistratura troppo indipendente, in uno Stato troppo presente — è una fandonia sesquipedale, smentita dalla storia stessa del Paese.

III. La controrivoluzione neoliberista: da Reagan e Thatcher all’erosione dello Stato sociale

La grande stagione di crescita condivisa non finì per esaurimento naturale. Fu deliberatamente interrotta da un cambio di paradigma politico-economico che, a partire dalla fine degli anni Settanta, ridefinì le regole del gioco a livello globale.

L’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 segnò l’inizio di quella che potremmo definire la grande controrivoluzione. Il nuovo verbo fu semplice e brutale: meno Stato, meno tasse per i ricchi, meno tutele per i lavoratori, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione dei mercati finanziari. La politica smise di avere al centro i bisogni dei cittadini e mise al centro il capitale, il profitto, l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi.

Questo nuovo paradigma non si impose per caso. Fu il frutto di un’elaborazione ideologica meticolosa, finanziata dai grandi capitali e diffusa attraverso think tank, università, media. La teoria del trickle-down, la fantasia secondo cui arricchire i più ricchi avrebbe fatto sgocciolare benessere verso il basso, divenne il mantra della nuova politica economica. Ma i fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

La redistribuzione al contrario — togliere a chi ha meno per dare a chi ha di più — è stata la cifra distintiva degli ultimi quarant’anni. I dati sono impietosi. Il World Inequality Report 2026, curato da Lucas Chancel e Thomas Piketty, documenta che l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale controlla oggi il 37 per cento della ricchezza globale, oltre 18 volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità. Il rapporto Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 rivela che le fortune dei miliardari sono cresciute nel 2025 di 2.500 miliardi di dollari, cifra quasi equivalente alla ricchezza totale di 4,1 miliardi di persone. Meno di 60.000 individui al mondo controllano una ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dal 50 per cento più povero dell’umanità.

In Italia, il quadro non è meno allarmante. Secondo l’analisi Oxfam sui dati della Banca d’Italia, in quindici anni la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91 per cento di questo incremento è andato al 5 per cento più ricco delle famiglie. La povertà assoluta coinvolge oggi oltre 5,7 milioni di persone, più di 2,2 milioni di famiglie che non dispongono di risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. L’ascensore sociale si è fermato, e il peso dell’eredità sul totale della ricchezza nazionale è in crescita costante.

IV. Il miraggio americano: la società perfetta che non esiste

Chi propugna il modello neoliberista come orizzonte desiderabile per l’Italia farebbe bene a guardare con onestà alla realtà degli Stati Uniti, il Paese che di quel modello è la culla e la massima espressione.

Negli Stati Uniti, il 10 per cento più ricco possiede circa 727 volte più ricchezza rispetto al 50 per cento più povero della popolazione. Il tasso di povertà supera il 18 per cento, il più alto tra i Paesi OCSE. Dalla metà degli anni Settanta ad oggi, la ricchezza totale delle famiglie americane è triplicata, ma la povertà estrema è raddoppiata. Più di due milioni e mezzo di bambini vivono in condizione di homelessness. La mobilità economica è inferiore a quella di tutti i Paesi dell’Europa continentale per i quali esistono dati comparabili.

L’amministrazione Trump ha portato questa tendenza alle sue estreme conseguenze: riduzione delle imposte per gli ultra-ricchi, smantellamento degli sforzi internazionali per tassare le grandi multinazionali, concentrazione senza precedenti di potere economico e politico nelle mani di un’élite oligarchica. Elon Musk ha superato nel 2025 i 500 miliardi di dollari di patrimonio personale, mentre i miliardari hanno 4.000 volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto ai comuni cittadini.

Solo attraverso una capillare manipolazione mediatica è possibile far credere che questa sia una società modello. La realtà è che il modello americano produce fratture sociali profondissime, povertà diffusa, disuguaglianze estreme, e un’erosione progressiva della democrazia stessa. Come hanno osservato Jayati Ghosh e Joseph Stiglitz nella premessa al World Inequality Report 2026, la crescente disuguaglianza mina la fiducia, indebolisce le democrazie e alimenta il malcontento.

V. L’ombra della P2: il Piano di Rinascita Democratica e le riforme del governo Meloni

Per comprendere la portata reale di ciò che sta accadendo oggi in Italia è necessario compiere un passo indietro e guardare a un documento che la storia ha reso tristemente celebre: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia massonica P2 di Licio Gelli, sequestrato nel 1982 alla figlia del Maestro Venerabile e pubblicato negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi.

Quel piano, elaborato non certo dal solo Gelli ma con il contributo di costituzionalisti, industriali, esperti della comunicazione e politici, prevedeva un programma organico di trasformazione delle istituzioni repubblicane. Tra i suoi punti principali: la riforma dell’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante; la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura; il superamento del bicameralismo perfetto; il rafforzamento del potere esecutivo con l’elezione del Presidente del Consiglio da parte della Camera; il controllo dei mezzi di informazione; la liberalizzazione delle emittenti televisive; la limitazione del diritto di sciopero; la riduzione del numero dei parlamentari.

Ebbene, la coincidenza tra i punti programmatici del Piano di Rinascita e le riforme messe in cantiere o già approvate dai governi succedutisi negli ultimi trent’anni è impressionante, e non può essere liquidata come mera casualità. Il premierato, l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia con la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del CSM, la riduzione del numero dei parlamentari già approvata nel 2020, gli interventi sull’informazione e la limitazione del diritto di cronaca, l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la stretta sulle intercettazioni: ciascuno di questi provvedimenti trova un corrispettivo nel documento gelliano.

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, interpellato sulla presenza della separazione delle carriere nel Piano della P2, non si è limitato a minimizzare: ha esplicitamente dichiarato che Gelli aveva ragione. Le sue parole, pronunciate a margine di una visita al carcere di Secondigliano nel novembre 2025, meritano di essere riportate per intero nella loro gravità istituzionale: «Io non conosco il piano della P2. Posso dire che se l’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l’ha detto lui. Le verità non dipendono da chi le proclama, ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora giusta.»

Fermiamoci un istante a misurare l’enormità di queste parole. Un Ministro della Repubblica, il Guardasigilli, il custode istituzionale della legalità, dichiara pubblicamente che le idee del capo di un’organizzazione segreta, definita eversiva dalla Commissione Anselmi, condannato in via definitiva a dieci anni per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e a dodici per concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, meritano di essere seguite perché «giuste». Non si tratta di una gaffe o di un’uscita infelice: è una legittimazione politica senza precedenti del progetto piduista, pronunciata da chi ha il compito istituzionale di difendere la Costituzione.

Il figlio stesso di Gelli, Maurizio, ha successivamente ammesso in un’intervista al Fatto Quotidiano che la separazione delle carriere e i test psicoattitudinali per i magistrati erano obiettivi espliciti del Piano di Rinascita, e che suo padre avrebbe visto con favore la riforma Nordio. L’endorsement postumo del Maestro Venerabile, per bocca del figlio, ha suscitato reazioni indignate dall’opposizione, ma nessuna presa di distanza da parte del governo.

Come ha osservato l’ex procuratore generale Roberto Scarpinato, se assumiamo uno sguardo complessivo su tutte le riforme in cantiere, dall’autonomia differenziata al premierato fino alla riforma della magistratura, la posta in gioco riguarda la sopravvivenza stessa del modello di democrazia repubblicana instaurato dalla Costituzione del 1948. I pilastri fondamentali dell’unità nazionale, dell’equilibrio dei poteri, dell’indipendenza della magistratura, del principio di pari dignità e uguaglianza dei cittadini vengono scardinati in un disegno organico che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Come ammonì Tina Anselmi nelle conclusioni della sua Relazione parlamentare: «La prima imprescindibile difesa contro questo progetto politico, metastasi delle istituzioni, negatore di ogni civile progresso, sta appunto nel prenderne dolorosamente atto, nell’avvertire, senza ipocriti infingimenti, l’insidia che esso rappresenta per noi tutti, poiché esso colpisce con indiscriminata, perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica.» Parole che, a quarant’anni di distanza, conservano una attualità bruciante.

VI. Il referendum del 22-23 marzo: la posta in gioco

Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia rappresenta dunque molto più di un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. È un passaggio decisivo nella partita che si gioca tra chi vuole difendere l’architettura democratica della Repubblica e chi intende smontarla pezzo dopo pezzo.

La riforma sottoposta al voto modifica sette articoli della Costituzione e introduce la separazione formale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti, il sorteggio in luogo dell’elezione come meccanismo di designazione dei componenti togati, e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Il tutto configura, come è stato analiticamente dimostrato, una magistratura frantumata nella sua rappresentanza, burocratizzata per l’indebolimento del pluralismo culturale interno, verticalizzata in una struttura piramidale, e con un maggior peso della componente politica negli organi di autogoverno.

L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono un privilegio di casta: sono una garanzia per tutti i cittadini. Il principio secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge, sancito dall’articolo 101 della Costituzione, non comanda soltanto fedeltà alla legge, ma anche disobbedienza a ciò che legge non è: al potere politico, ai potentati economici, alle pressioni di ogni genere. Una magistratura indebolita, frammentata, ricondotta sotto il controllo della politica, è una magistratura che non può più svolgere il suo ruolo di garanzia per tutti.

In un Paese dove le mafie continuano a condizionare l’economia e la politica, dove la corruzione non è stata debellata, dove i crimini dei colletti bianchi restano troppo spesso impuniti, indebolire la magistratura non significa modernizzare il Paese: significa togliere l’ultimo argine a un potere senza controlli.

Non è un caso che questo referendum arrivi dopo il tentativo, in parte fermato dalla Corte Costituzionale, di imporre un’autonomia differenziata che avrebbe frammentato l’unità nazionale e istituzionalizzato le disuguaglianze territoriali. Non è un caso che arrivi in parallelo con il progetto del premierato, che concentra il potere nelle mani del Presidente del Consiglio. Non è un caso che arrivi dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio, che ha privato i cittadini di uno strumento di tutela contro gli abusi della pubblica amministrazione.

Inoltre, le leggi approvate sulla sicurezza orientano la legislazione a contrastare il dissenso democratico e le lotte per la giustizia sociale, punendo chi dissente, anche in modo pacifico. Ciascuno di questi tasselli, preso isolatamente, può sembrare una riforma tra le altre; messi insieme, disegnano un progetto coerente di concentrazione del potere e di smantellamento dei contrappesi democratici.

VII. La guerra come modello economico: dalla Palestina all’Iran, il business delle armi

Il disegno di stravolgimento istituzionale che abbiamo descritto non è un fenomeno esclusivamente italiano: si inserisce in un contesto internazionale in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica estera e, soprattutto, formidabile meccanismo di redistribuzione della ricchezza pubblica verso il profitto privato dell’industria bellica.

Mentre scriviamo, il mondo assiste alla terza settimana di guerra contro l’Iran, scatenata dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele iniziato il 29 febbraio 2026 con l’Operazione «Furia Epica» americana e il «Ruggito del Leone» israeliano. Un’aggressione militare pianificata in quindici telefonate tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che ha portato alla distruzione delle “ fantomatiche “ capacità nucleari e missilistiche iraniane, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di decine di alti funzionari del regime, e a una escalation regionale dalle conseguenze devastanti: lo Stretto di Hormuz bloccato, il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, attacchi iraniani di ritorsione contro infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Iraq.

Due leader — Trump e Netanyahu — che perseguono agende diverse ma convergenti nella distruzione: il primo ossessionato dal controllo delle risorse petrolifere e dalla dimostrazione di forza, il secondo dalla perpetuazione del proprio potere politico attraverso la guerra permanente, come confermano i sondaggi che mostrano il Likud in crescita dall’inizio delle ostilità. Due pazzi alleati, come li definisce ormai apertamente anche una parte crescente dell’opinione pubblica americana — da Tucker Carlson a Megyn Kelly —, che con le loro guerre stanno alimentando il più colossale trasferimento di ricchezza pubblica verso l’industria privata degli armamenti della storia recente.

E mentre il mondo guarda all’Iran, la Palestina continua a morire nel silenzio. All’1 marzo 2026, tra Gaza e Cisgiordania, si contano oltre 73.000 morti palestinesi e 183.000 feriti dall’ottobre 2023. Tra le vittime, almeno 753 operatori sanitari. L’81 per cento delle strutture sanitarie di Gaza è non operativo o solo parzialmente funzionante. Con l’inizio dell’attacco all’Iran, Israele ha chiuso tutti i valichi di accesso alla Striscia, bloccando il flusso di aiuti umanitari, le evacuazioni mediche e il rientro del personale umanitario. Oltre 18.000 pazienti critici attendono un’evacuazione sanitaria che non arriva. Le organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam, sono state espulse o impedite nell’operare. La catastrofe umanitaria più grave del nostro tempo si consuma nell’indifferenza di una comunità internazionale complice.

È in questo contesto che si colloca la decisione, assunta al vertice NATO dell’Aia nel giugno 2025, di portare la spesa militare dei Paesi membri al 5 per cento del PIL entro il 2035 — di cui almeno il 3,5 per cento in spese militari tradizionali. Per l’Italia, questo significa passare dagli attuali 34 miliardi di euro annui a oltre 100 miliardi: una redistribuzione colossale di risorse pubbliche, sottratte alla sanità, all’istruzione, al welfare, per alimentare il complesso militare-industriale. Secondo le proiezioni, nei prossimi dieci anni l’Italia dovrà destinare alla difesa circa 963 miliardi di euro complessivi, quasi 400 miliardi in più rispetto ai livelli attuali. La presidente Meloni ha assicurato che «neanche un euro» verrà tolto alle altre priorità: una promessa che i numeri rendono semplicemente impossibile da mantenere.

A chi vanno questi soldi? Secondo il rapporto SIPRI, i ricavi delle prime 100 aziende produttrici di armi al mondo hanno raggiunto nel 2024 il record di 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto all’anno precedente e del 26 per cento nell’ultimo decennio. Le prime cinque posizioni sono saldamente occupate da colossi statunitensi: Lockheed Martin, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics, che da sole generano circa il 31 per cento dei ricavi complessivi. Tutte società private quotate in Borsa, partecipate dai giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, State Street. In Italia, la sola Leonardo ha visto crescere il proprio valore azionario dell’866 per cento tra il febbraio 2022 e il febbraio 2026, con ordini saliti nel 2025 a 18,1 miliardi di euro. Dal 2021 al 2024, secondo il rapporto Greenpeace, le prime 15 aziende italiane produttrici di armi hanno raddoppiato i propri utili.

Si parla ormai apertamente di un «superciclo della difesa»: un ciclo economico in cui le guerre generano domanda di armi, la domanda di armi genera profitti, i profitti generano pressioni politiche per nuove guerre e nuovi stanziamenti. I mercati finanziari hanno spostato migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, trasformando i conflitti in opportunità speculative. Le armi come asset, le guerre come investimento. E a pagare il conto sono sempre gli ignari e manipolati cittadini: con le loro tasse, con il taglio dei servizi pubblici, con il sangue dei propri figli mandati a combattere in teatri di guerra lontani.

L’articolo 11 della Costituzione — «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» — non è mai stato così brutalmente calpestato. L’Italia ha già ridotto il proprio contingente militare nelle basi in Kuwait e Iraq colpite dagli attacchi iraniani di ritorsione; caccia italiani F2000 sono stati danneggiati; si discute dell’invio di navi nello Stretto di Hormuz. Tutto questo mentre il Servizio Sanitario Nazionale crolla, le scuole cadono a pezzi, i salari restano tra i più bassi d’Europa, la povertà assoluta raggiunge livelli record. La scelta è chiara e brutale: bombe o ospedali, missili o stipendi, guerre o diritti.

VIII. La redistribuzione al contrario non è finita

Il disegno di stravolgimento istituzionale non è separabile dalla questione sociale. Anzi, ne è la premessa necessaria. Per poter proseguire indisturbati nella grande rapina del secolo — la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto — occorre neutralizzare ogni possibile ostacolo: la magistratura indipendente, il sindacato, l’informazione libera, la partecipazione democratica dei cittadini.

Dove queste politiche sono state attuate senza freni, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è un benessere diffuso, non c’è una società giusta, non c’è una democrazia sana. C’è una massa crescente di persone che vive nell’indigenza o galleggia con enormi sacrifici, e un’élite sempre più ristretta che accumula ricchezze senza precedenti. Come documenta Oxfam, le proposte politiche che cercano consenso creando artificiali contrapposizioni tra gli emarginati — dagli Stati Uniti all’Europa, Italia compresa — accentuano divisioni, paure e tensioni sociali, mentre perseguono politiche che avvantaggiano chi è già in posizione di privilegio.

In Italia, la legge sull’autonomia differenziata, la riforma fiscale che alleggerisce il carico sui più abbienti, il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, la precarizzazione del lavoro, il taglio dei servizi pubblici essenziali, la corsa al riarmo che divora risorse destinate al welfare: tutto converge verso un modello di società in cui i diritti non sono più universali ma dipendono dal reddito e dal territorio in cui si ha la ventura di nascere. È l’esatto rovesciamento dell’articolo 3 della Costituzione. È la guerra contro i poveri combattuta su due fronti: quello interno, con lo smantellamento dei diritti, e quello esterno, con lo spostamento di risorse pubbliche verso l’industria bellica e i teatri di guerra.

IX. Per un NO che sia anche un SÌ

Votare NO al referendum del 22-23 marzo non è dunque un gesto di conservazione. È un atto di resistenza democratica e, insieme, un’affermazione di futuro.

È NO allo stravolgimento della Costituzione. È NO alla frantumazione della magistratura. È NO alla concentrazione del potere. È NO alla realizzazione, consapevole o inconsapevole, del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli — quel piano che il Ministro Nordio ha avuto l’impudenza di legittimare pubblicamente.

È NO alla corsa al riarmo che divora le risorse dei cittadini per ingrassare i profitti dell’industria bellica. È NO alle guerre di aggressione che violano l’articolo 11 della Costituzione. È NO al silenzio complice sulla Palestina, su Gaza, sulla strage di un popolo intero.

Ma è anche un SÌ. SÌ alla piena attuazione della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. SÌ a un modello di società fondato sulla redistribuzione della ricchezza, sulla dignità del lavoro, sulla sanità pubblica, sull’istruzione per tutti, sulla giustizia sociale. SÌ a quell’Italia che, proprio grazie alle sue istituzioni democratiche e al suo impianto solidaristico, seppe diventare una delle grandi potenze mondiali, non per la forza delle armi o la spregiudicatezza dei suoi finanzieri, ma per la qualità del lavoro, l’ingegno collettivo e la coesione sociale dei suoi cittadini. SÌ alla pace, al disarmo, alla cooperazione internazionale: non come utopie irrealizzabili, ma come imperativi costituzionali scritti nella nostra Carta fondamentale.

Il referendum confermativo non prevede quorum: ogni voto conta, ogni scheda pesa. Non andare a votare significa lasciare che altri decidano al nostro posto. In un momento storico in cui la democrazia è sotto attacco in tutto l’Occidente, in cui l’oligarchia dei super-ricchi sta piegando le istituzioni ai propri interessi, in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica e di profitto, in cui un popolo intero viene sterminato nell’indifferenza globale, la difesa della Costituzione diventa il primo, irrinunciabile atto di cittadinanza.

Andiamo a votare. Votiamo NO. E facciamo di questo NO l’inizio di una nuova stagione di lotta per i diritti, per l’uguaglianza, per la pace, per la democrazia sostanziale che i Padri e le Madri costituenti ci hanno consegnato e che nessuno ha il diritto di portarci via.

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«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Quindici Ragioni per Dire No

Il referendum sulla giustizia del 22–23 marzo: un’analisi punto per punto della riforma Nordio-Meloni

Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono chiamati a esprimersi su una delle modifiche costituzionali più radicali degli ultimi decenni: la cosiddetta «riforma della giustizia» voluta dal governo Meloni e portata avanti dal ministro Nordio. Sette articoli della Costituzione vengono riscritti in un unico quesito referendario senza possibilità di distinguere, approvare parti e bocciare altre. La posta in gioco è altissima, e la campagna informativa è stata dominata da semplificazioni, slogan e, troppo spesso, menzogne. Ripercorrendo le quindici argomentazioni con cui Marco Travaglio ha illustrato le ragioni del No, offro qui un’analisi ragionata dei nodi centrali di questa riforma — affinché ogni cittadino possa votare con piena consapevolezza di ciò che sta decidendo.

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1. La separazione delle carriere fabbrica PM meno imparziali

La cosiddetta riforma impone una frattura netta tra pubblici ministeri e giudici, imponendo loro percorsi formativi e istituzionali separati fin dall’inizio. Nordio stesso, senza apparente consapevolezza dell’implicazione, ha usato la definizione rivelatrice: i PM diventeranno «avvocati dell’accusa». E in effetti è così. Un magistrato che cresce in un sistema costruito attorno all’accusa, senza mai aver indossato i panni del giudice, perde quella tensione verso la verità processuale che oggi la legge gli impone esplicitamente di cercare — compreso tutto ciò che potrebbe scagionare l’indagato. I più grandi magistrati italiani — da Falcone a Borsellino, da Caselli a Gratteri — hanno percorso entrambe le strade, e proprio questa doppia esperienza li ha resi eccezionalmente capaci di leggere i fatti nel loro complesso. Abolire questa osmosi non migliora la giustizia: la distorce.

2. Nessun beneficio per l’efficienza, ma costi triplicati

Se almeno la riforma promettesse processi più rapidi o sentenze più giuste, si potrebbe aprire un dibattito. Ma lo stesso Nordio ha candidamente ammesso che la «riforma» «non c’entra niente con l’efficienza e la rapidità della giustizia». Ciò che invece produce con certezza è un’esplosione burocratica: al posto di un solo CSM si creano tre distinti organi costituzionali — il CSM dei giudici, il CSM dei PM e l’Alta Corte disciplinare. I posti passano da 33 a 78, e il costo annuo della nuova architettura istituzionale si moltiplica da circa 50 a circa 150 milioni di euro. Tre volte tanto per non risolvere nulla. È il paradosso di una riforma che parla di efficienza ma produce soltanto più casta.

3. Il riequilibrio dei poteri: una formula contro la Costituzione

Nordio ha dichiarato senza perifrasi che la riforma serve a «riequilibrare i poteri fra politica e magistratura» in favore della prima, per «restituirle il suo primato costituzionale». Ma la Costituzione italiana non assegna nessun primato alla politica sull’esercizio della legge: il primato appartiene alla legge stessa, uguale per tutti — e i politici non fanno eccezione, anzi, sono i primi a doverla rispettare. Quella di Nordio non è dunque una difesa della Costituzione, ma una sua riscrittura sostanziale, mascherata da gergo istituzionale. Una torsione della logica che dovrebbe fare scandalo.

4. Nei Paesi con le carriere divise, i PM dipendono dal governo

Il modello propugnato dal governo non è un’invenzione italiana: la separazione delle carriere esiste già in diversi Paesi. Ma la comparazione internazionale, anziché corroborare la riforma, la condanna. Nei sistemi con PM strutturalmente separati dalla magistratura giudicante — fatta eccezione per il Portogallo — i pubblici ministeri finiscono per dipendere, più o meno direttamente, dall’esecutivo. È il risultato strutturale di un’architettura che taglia i ponti tra accusa e giudicante: i PM perdono indipendenza e diventano strumenti del potere politico. Esattamente il contrario di ciò che un sistema democratico maturo dovrebbe garantire.

5. Il progetto reale: leggi ordinarie per mettere le Procure sotto il governo

La riforma costituzionale è solo la prima mossa di un progetto più ampio, già annunciato a voce alta dai suoi promotori. Nordio ha evocato la possibilità di impedire che un ministro venga indagato; Tajani ha promesso di togliere ai PM la direzione della polizia giudiziaria, riconsegnandola ai ministeri dell’Interno, della Difesa e dell’Economia — cioè all’esecutivo. La proposta Bartolozzi prevede poi che sia la maggioranza parlamentare — ovvero il governo — a stabilire i criteri di priorità sui reati da perseguire. Con un semplice «sì» al referendum, i cittadini consegnerebbero una cambiale in bianco a chi ha già dichiarato come intende spenderla: svuotare l’autonomia delle Procure senza nemmeno toccare formalmente la Costituzione.

6. Il sorteggio per i togati, le nomine politiche per i laici

La riforma introduce una dissimmetria di fondo nel meccanismo di composizione dei nuovi organi: i membri togati verranno scelti tramite sorteggio secco tra i magistrati in servizio, mentre i membri laici continueranno a essere nominati dai partiti politici — estratti da una lista approvata dalla maggioranza di governo. Il risultato è uno squilibrio strutturale: la componente professionale è affidata al caso, quella politica è affidata al potere. Un paradosso che suona come garanzia di imparzialità ma produce l’esatto contrario.

7. L’Alta Corte aumenta il peso politico sulle sanzioni disciplinari

Nell’Alta Corte disciplinare — quindici membri, nove togati e sei laici — la percentuale di componenti scelti dalla politica cresce in modo significativo rispetto all’attuale CSM: si passa da un membro politico ogni tre a due ogni cinque, cioè dal 33 al 40 per cento. Non è una variazione trascurabile quando si parla di un organo che dovrà giudicare i magistrati. Più incisivo è il peso politico nell’organo disciplinare, più elevato il rischio che le sanzioni vengano usate come strumento di pressione contro chi indaga nelle direzioni sbagliate.

8. L’Alta Corte è scritta male: un ingorgo costituzionale

La riforma produce un conflitto interno alla Carta stessa che i suoi autori sembrano non aver nemmeno avvertito. L’articolo 107 della Costituzione attribuisce ai CSM il potere esclusivo di radiare, trasferire o sospendere i magistrati per gravi infrazioni disciplinari. Ma il nuovo articolo 104 affida quel potere disciplinare all’Alta Corte. Il risultato è un paradosso tecnico-giuridico di prima grandezza: l’Alta Corte non potrà infliggere nessuna delle tre sanzioni più severe previste dall’ordinamento. Un organo disciplinare che non può disciplinare è, per definizione, inutile — a meno che la sua vera funzione non sia intimidatoria, non sanzionatoria.

9. L’Alta Corte giudica sé stessa: addio al principio del giudice terzo

Un pilastro fondamentale dello Stato di diritto è il diritto di ricorrere a un giudice terzo contro qualsiasi decisione che leda i propri diritti. Oggi i magistrati sanzionati dal CSM possono ricorrere in Cassazione, come qualsiasi altro cittadino. La riforma lo vieta: chi viene punito dall’Alta Corte potrà ricorrere soltanto alla stessa Alta Corte che lo ha condannato. La terzietà del giudice — principio inviolabile invocato a ogni pie’ sospinto dai sostenitori della riforma — viene così soppressa proprio nell’organo che essa crea. Non è una svista: è coerente con la logica complessiva del progetto.

10. Il CSM italiano è già il più severo d’Europa: l’Alta Corte non serve

Si è raccontato agli italiani che i magistrati «non pagano» mai per i propri errori e che serve un nuovo organo per correggere questa impunità. I dati smentiscono questa narrazione. Il CSM italiano è il più severo tra quelli dei Paesi europei comparabili: sanziona in media lo 0,5 per cento delle toghe ogni anno, contro lo 0,2 della Spagna e lo 0,1 della Francia. Se il ministro Nordio volesse davvero un sistema disciplinare più efficace, basterebbe che il suo ministero impugnasse più sentenze e promuovesse più azioni disciplinari. Ma fa l’esatto contrario: attiva la metà delle procedure disciplinari rispetto al Procuratore generale della Cassazione, e appella una frazione minuscola delle sentenze — 6 su 184, contro le 54 del PG. La morale è scomoda: l’Alta Corte non serve a punire di più, serve a punire diversamente.

11. Non sono i magistrati a non pagare, ma i politici

L’equazione «separazione delle carriere = magistrati che rispondono dei propri errori» è un inganno retorico. I magistrati non godono di alcuna immunità: vengono indagati, arrestati, intercettati, perquisiti e condannati esattamente come ogni altro cittadino. Chi invece beneficia di protezioni straordinarie sono i parlamentari: in tre anni e mezzo di governo, le destre — spesso con l’appoggio di Azione e Italia Viva — hanno negato ben 54 autorizzazioni a procedere su 59 richieste riguardanti parlamentari indagati, anche per reati gravi. Chi davvero «non paga» in questo Paese è già noto. E non siede in tribunale.

12. I casi di cronaca citati dal fronte del Sì non c’entrano nulla

A sostegno del Sì si è fatto un grande uso di casi di cronaca giudiziaria — Garlasco, i migranti in Albania, Sea Watch, i bambini nel bosco — presentati come simboli di una magistratura fuori controllo da riformare. Ma questa riforma non tocca nessuna delle norme penali, civili, minorili e processuali che hanno prodotto quelle vicende. Sono argomenti emotivi usati per spostare il consenso su una riforma che con quei casi non ha nulla a che fare. È disinformazione vestita da indignazione civile.

13. Gli errori giudiziari si correggono con i gradi di giudizio, non con la riforma

Si è agitato anche lo spettro degli «errori giudiziari» per convincere i cittadini a votare Sì. Ma un sistema complesso che produce valutazioni diverse ai vari gradi di giudizio non è un sistema che sbaglia: è un sistema che funziona, e che già smentisce l’«appiattimento» dei giudici sui PM, visto che oltre il 50 per cento delle sentenze contraddice le richieste dell’accusa. I veri errori giudiziari — scambi di persona, prove false, testimoni mendaci — si risolvono con i gradi di giudizio e con i processi di revisione, non con la separazione delle carriere. E i numeri parlano chiaro: l’Italia ha soltanto 7 condanne annullate per revisione ogni anno, lo 0,12 per cento ogni milione di abitanti — meno della metà del Regno Unito e un quarto degli Stati Uniti. Il problema non è la struttura della magistratura: è la qualità delle indagini e dei processi, che questa riforma non tocca.

14. Un voto unico su sette articoli della Costituzione: basta un dubbio

Il referendum è unico e complessivo: non si può approvare una parte e bocciare l’altra. Chi vota Sì approva in blocco la riscrittura di ben sette articoli della Costituzione, in modo praticamente irreversibile. Non è necessario avere certezze su tutti e quattordici i punti fin qui elencati: basta un solo dubbio ragionevole su uno qualsiasi di essi per giustificare un No. La Costituzione non si emenda con leggerezza, e certamente non la si affida a chi ha già dimostrato di non averne letto con attenzione nemmeno i commi che cita.

15. No alle bugie: la democrazia comincia dalla verità

Quindici ragioni per dire No. E una ragione di fondo che le comprende tutte: il rispetto per l’intelligenza dei cittadini. Il governo e i suoi sostenitori hanno costruito questa campagna referendaria su narrazioni false, dati decontestualizzati e argomenti emotivi che non reggono al confronto con i fatti. Una democrazia che funziona non ha bisogno di ingannare i propri elettori per riformare la propria Costituzione. Chi chiede un Sì non fidandosi della verità sta chiedendo qualcosa che non merita fiducia. Il 22 e 23 marzo, l’unica risposta coerente con la difesa della Repubblica è No.

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Conclusione: una scelta per la Repubblica

Quindici ragioni — alcune tecniche, alcune storiche, alcune politiche — convergono verso una sola risposta: No. Non è il No del conservatorismo fine a sé stesso, né il No di chi non vuole mai cambiare nulla. È il No di chi ha letto il testo della riforma, ha confrontato i dati con le dichiarazioni dei suoi autori, e ha compreso che ciò che viene presentato come ammodernamento della giustizia è in realtà un progetto di subordinazione delle Procure al potere esecutivo. La magistratura italiana ha difetti reali e problemi seri — tempi lunghissimi, arretrati cronici, alcune carriere corporative — ma nessuno di questi si risolve con questa riforma. Si risolvono con più risorse, più personale, più digitalizzazione, e con riforme ordinarie che non richiedono di toccare la Costituzione.

Votare No il 22 e 23 marzo significa difendere l’autonomia della magistratura dall’influenza dell’esecutivo, preservare un sistema che — nei suoi limiti — garantisce ancora l’uguaglianza davanti alla legge, e rifiutare l’inganno di chi promette efficienza e consegna invece più potere alla casta politica. È una scelta di civiltà. Ed è la scelta giusta.

Fonte: editoriale di Marco travaglio, pubblicato sul fatto quotidiano del 17 marzo 2026

REFERENDUM GIUSTIZIA: QUANDO LA MENZOGNA DIVENTA CAMPAGNA ELETTORALE

Il 22 e 23 marzo gli italiani voteranno su una riforma costituzionale che nessuno ha discusso davvero. Tra propaganda televisiva, sentimenti antimagistratura e silenzi dell’opposizione, il rischio non è solo che vinca il Sì. È che vinca l’ignoranza.

La fabbrica del consenso emotivo

C’è un video di quattordici minuti che circola ossessivamente sulle piattaforme social e nelle trasmissioni televisive. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni vi racconta di stupratori rimessi in libertà, di immigrati che delinquono indisturbati, della famiglia nel bosco. Sono storie vere? In parte sì. Ma hanno a che fare con la riforma costituzionale sulla giustizia che andremo a votare il 22 e 23 marzo? No. Assolutamente no. Eppure milioni di italiani, nel momento in cui entreranno in cabina elettorale, porteranno con sé quelle immagini, quelle emozioni, quella rabbia.

Questo è il cuore della questione. Non la separazione delle carriere, non il sorteggio per i membri del Csm, non l’Alta Corte disciplinare — materie la cui complessità tecnica richiederebbe settimane di approfondimento pubblico. No: la campagna per il Sì si costruisce sul sentimento, sull’umore, sul rancore. Si costruisce sull’idea che la magistratura sia un nemico del cittadino, e che questa riforma — qualunque cosa contenga — serva finalmente a “metterla al suo posto”.

Una riforma mai discussa

Va detto con nettezza: questa riforma costituzionale non ha mai attraversato un vero dibattito. È stata presentata, non emendata, non corretta nel merito da un confronto parlamentare autentico. Non esiste, nella memoria recente della Repubblica, un intervento sulla Costituzione che sia arrivato al voto popolare senza aver prima attraversato una stagione di discussione pubblica, di audizioni, di confronto tra giuristi, magistrati, accademici e forze politiche. Questa riforma, invece, è approdata al referendum come un monolite intatto: prendere o lasciare.

Le ragioni di questa scelta sono trasparenti. Aprire una discussione tecnica significherebbe esporre i meccanismi reali della riforma a un esame che non reggerebbe. Il sorteggio per la selezione dei componenti del nuovo Consiglio Superiore della Magistratura — scritto nella Costituzione come se fosse eterno — renderebbe i magistrati l’unica categoria professionale al mondo a non potersi scegliere i propri rappresentanti. Un paradosso democratico che nessun sostenitore della riforma è in grado di difendere su un piano di principio, senza ricorrere alla retorica anticasta.

Il prezzo del silenzio: le ragioni del No senza spazio

Il problema, però, è che le ragioni del No non trovano spazio. Non sui grandi media. Non in televisione, dove tre o quattro trasmissioni ogni sera rimestano negli stessi casi di cronaca — Garlasco, Tortora, la famiglia nel bosco — costruendo un’equazione emotiva tra errori giudiziari e riforma costituzionale che è, appunto, falsa. Questa riforma non cambia di un millimetro i meccanismi che hanno prodotto quegli errori. Lo sanno i giuristi, lo sanno i magistrati, ma chi ha il tempo e il coraggio di spiegarlo in prima serata?

Spiegare il No richiede tempo. Richiede la pazienza di illustrare come funziona il sistema disciplinare della magistratura, cosa significa davvero il principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, perché la dipendenza della polizia giudiziaria dal pubblico ministero è una garanzia — e non un privilegio della casta togata — per i cittadini che chiedono verità su stragi, corruzioni, rapporti tra potere e criminalità organizzata. È un ragionamento che si può fare, ma non in tre minuti tra uno spot pubblicitario e l’altro. E dunque non si fa.

La manipolazione come strategia

Chi progetta la campagna del Sì lo sa perfettamente. Il ministro della Giustizia Nordio ha rivelato il vero calcolo politico sottostante, arrivando a dire esplicitamente — rivolgendosi all’opposizione — che un giorno quella riforma potrà tornare utile anche a loro. Un’ammissione straordinaria: non si parla di giustizia migliore, di processi più rapidi, di diritti dei cittadini meglio tutelati. Si parla di scudi. Di protezioni. Di chi, tra i potenti, potrà dormire sonni più tranquilli.

Eppure la propaganda funziona. Funziona perché intercetta una frustrazione reale: quella di cittadini che negli ultimi anni hanno visto la magistratura italiana attraversare scandali di corrente, guerre interne, opacità di potere. Quella delusione è comprensibile. Ma trasformarla in consenso per una riforma che non risolve nessuno di quei problemi — e che anzi, sottoponendo i magistrati al controllo politico attraverso l’Alta Corte a trazione governativa, li renderebbe ancora più vulnerabili alle pressioni del potere — è un’operazione di manipolazione politica di straordinaria efficacia.

Chi vince davvero con il Sì

La domanda che ogni cittadino dovrebbe porsi — prima di farsi trascinare dalla retorica del “finalmente li fermiamo” — è questa: chi ha davvero interesse a che questa riforma passi?

Le persone perbene che voteranno Sì sono molte. Sono mosse da quella frustrazione comprensibile di cui si diceva, da un senso di giustizia offeso da vicende giudiziarie mal gestite, da un fastidio autentico per i comportamenti di alcune correnti della magistratura associata. Ma insieme a loro, festeggeranno anche — e con molto più consapevole soddisfazione — i centri di potere che della magistratura indipendente hanno storicamente temuto i controlli: le teste pensanti della criminalità organizzata, gli architetti dei grandi sistemi di corruzione, i “pezzi deviati” dello Stato che hanno sempre trovato nella dipendenza del pm dalla polizia giudiziaria un ostacolo ai loro piani.

Non è un’illazione: è un calcolo razionale. Il nemico del mio nemico è mio amico. E quando una riforma abbassa i ponti levatoi della legalità, i primi ad attraversarli non sono mai i più deboli.

Le inchieste che non si faranno più

La posta in gioco è concreta, misurabile. Se il Sì vince, il passo successivo — già annunciato — sarà sottrarre la polizia giudiziaria al controllo del pubblico ministero. Nella storia recente della giustizia italiana, senza quel meccanismo di dipendenza, non si sarebbero potute istruire le indagini sulla trattativa Stato-mafia, su figure come Dell’Utri e Andreotti, su connessioni tra istituzioni e criminalità organizzata che rappresentano alcune delle pagine più buie e più importanti della nostra storia repubblicana. Gli ufficiali di polizia giudiziaria che ascoltarono conversazioni delicatissime, sotto enormi pressioni affinché ne rivelassero il contenuto, ressero perché dovevano rispondere solo ai pm. Togliere quel legame non rafforza i diritti dei cittadini: li espone.

E poi c’è il tema dell’autocensura. Un giovane magistrato che sappia di rispondere a un’Alta Corte a composizione politica, che veda sventolare lo spauracchio disciplinare ogni volta che si avvicina a un’indagine delicata su un esponente del governo o su un affare che tocca gli interessi dei potenti — quel magistrato sarà tentato di occuparsi dello scippatore sotto casa, non della corruzione sistemica. Il coraggio, scriveva Manzoni, è la sola qualità che non si può comprare. Ma si può fare di tutto per renderla inutile.

Il referendum che non capiremo

Mancano pochi giorni al voto. La campagna del No — portata avanti quasi interamente da magistrati, giuristi e pochi organi di informazione controcorrente — non ha i numeri per competere con la macchina mediatica che spinge il Sì. Non ha i minuti televisivi, non ha le interviste nelle trasmissioni di prima serata, non ha il video virale della presidente del Consiglio. Ha la ragione, ma la ragione da sola non basta quando il dibattito si svolge sul terreno delle emozioni.

L’unico antidoto è la consapevolezza. Sapere che quando si accostano “la famiglia nel bosco” e “la riforma sulla giustizia” nella stessa frase, si sta compiendo un atto di manipolazione. Sapere che questa riforma non avrebbe cambiato nulla di quelle vicende. Sapere che ciò che si chiede agli italiani il 22 e 23 marzo non è vendicarsi dei magistrati che hanno sbagliato: è decidere se vogliamo una magistratura che risponda alla Costituzione o una magistratura che risponda al governo.

È una domanda semplice. Purtroppo, nella confusione di queste settimane, quasi nessuno l’ha posta in questi termini.

 © 2026 Mario Sommella — Contenuto rilasciato sotto licenza CC BY-NC-SA 4.0

Dal “Sì o No” degli esperti al campo di gioco vero: perché voterò NO al referendum sulla giustizia

Quando sento ripetere che sul referendum sulla separazione delle carriere dovremmo “lasciare da parte l’ideologia” e “affidarci agli esperti”, mi torna in mente il richiamo al filosofo Abelardo, menzionato in un articolo di Francesco Coniglione su Volere la Luna, e il suo Sic et non. Allora erano i Padri della Chiesa a dire tutto e il contrario di tutto; oggi sono i costituzionalisti. Per ogni luminare che spiega perché bisogna votare Sì, ce n’è un altro che argomenta in modo limpido per il No. E alla fine chi decide non è il “miglior esperto”, ma quella testa apparentemente incompetente che è la nostra, di cittadini e cittadine.

Non è la fine del mondo, anzi: è il punto da cui partire. Perché nessuno di noi voterà in base alle technicalities della riforma, ma in base a una domanda molto più semplice e molto più politica: questa riforma è coerente con l’idea di società che voglio, o è coerente con quella del blocco di potere che oggi governa?

Se guardo a chi la propone, a come governa, a quali alleanze coltiva e a chi se ne rallegra, io la risposta ce l’ho: voterò NO. E provo a spiegare perché.

I. Una destra-destra trumpiana: il potere come diritto di comandare

Questa maggioranza non è un centrodestra temperato. È una destra-destra che guarda apertamente al trumpismo come modello culturale: America delle armi facili, che si arroga il diritto di rapire un capo di Stato nel disprezzo del diritto internazionale, con milizie (ICE) che interpretano la giustizia, al minimo sospetto, con esecuzioni extragiudiziali, dei muri contro i migranti, delle élite economiche che si sentono “scelte” dalla storia e dalla buona sorte, dei poveri trattati come colpevoli del proprio destino, quindi corpi estranei da espellere.

Dentro questa visione c’è un sottofondo teologico molto preciso, che Max Weber ha analizzato a suo tempo studiando il calvinismo: il successo materiale come segno della grazia, il fallimento come indizio di colpa o di indegnità. Tradotto in termini politici: chi sta in alto è legittimato a comandare; chi sta in basso è un gregge da governare, disciplinare, pacificare, all’occorrenza da reprimere. Non c’è interesse per le cause strutturali delle disuguaglianze, ma solo per la punizione degli “indisciplinati”.

Questa antropologia punitiva si sposa benissimo con l’idea di un esecutivo forte, poco controllato, libero di decidere chi è il “buon cittadino” e chi è il nemico interno: il povero “irregolare”, il migrante, il manifestante, lo studente che occupa, il lavoratore che sciopera “troppo”.

In questo schema, la magistratura indipendente è un corpo estraneo. Il pubblico ministero che indaga sui poteri forti non è un servitore dello Stato: è un disturbatore, uno che non ha “capito il suo posto”.

II. L’ombra lunga dei poteri opachi: affari, massoneria, mafie

Non possiamo fare finta che questa destra nasca oggi, dal nulla. Una parte importante del blocco che la sostiene affonda le radici in un’area di centrodestra affarista, massonica, intrecciata per decenni con zone grigie del potere economico, mediatico e, in alcuni casi, con l’universo delle mafie.

Qui non siamo nel terreno delle insinuazioni, ma dei fatti accertati:
1. Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, era iscritto alla loggia massonica P2 con la tessera n. 1816, come ricostruito dagli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta.
2. Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura decisiva nel legame tra il partito e certi ambienti economico-mediatici, è stato condannato in via definitiva dalla Cassazione nel 2014 per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con Cosa Nostra fino agli anni Novanta. Questo elenco sarebbe molto più lungo, per ragioni di spazio rimando ad altri articoli scritti in passato, su queste persone, la maggior parte appartenenti a quell’area politica, oggi governativa.
3. Il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli, documentato e smontato da un’altra Commissione parlamentare, disegnava già quarant’anni fa un progetto di controllo dei media, indebolimento del Parlamento, normalizzazione della magistratura, a uso e consumo di un blocco di potere economico e politico ristretto. Sulla loggia massonica Propaganda 2 si è veramente scritto tantissimo, ed atti passati in giudicato hanno appurato la contiguità a quel periodo di tentati golpe e stragi “di Stato”, dove pezzi di apparati di sicurezza statali, destra fascista eversiva, agivano insieme nel torbido, contro l’ordinamento democratico.

Quando oggi questa destra mette mano alla Costituzione e all’ordinamento giudiziario senza avere un proprio pensiero organico sulla giustizia sociale, sulla sanità, sulla scuola, è chiaro che l’unico “manuale” disponibile resta quello: più potere all’esecutivo, meno spazi di controllo, meno conflitto, meno contropoteri.

Dentro questo scenario, la separazione delle carriere non è un ritocco tecnico: è un modo per togliere di mezzo il pubblico ministero come soggetto davvero autonomo, soprattutto quando indaga su colletti bianchi, comitati d’affari, reti massoniche, ceti politici in odore di mafia.

III. Il diritto penale del gregge: punire i deboli, proteggere i forti

Negli ultimi anni abbiamo visto costruirsi, decreto dopo decreto, quello che molti giuristi hanno chiamato “diritto penale dell’insicurezza”.

I tratti essenziali, al netto delle differenze, sono ormai chiari:
1. Verso il basso, un diritto penale del nemico: più reati, più aggravanti, pene sproporzionate per comportamenti che hanno a che fare con il disagio sociale, la protesta, la marginalità (dai rave agli imbrattamenti, fino alle azioni dei movimenti climatici), uso compulsivo dei decreti emergenziali come risposta a ogni allarme mediatico.
2. Verso l’alto, un diritto penale dell’amico: depenalizzazioni, allentamenti prescrizionali, trucchi procedurali che rendono la vita più facile a chi può permettersi grandi studi legali, ai colletti bianchi, alle grandi imprese, con una particolare attenzione a evitare che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri di comando.
3. In mezzo, uno Stato che offre tutele crescenti alle forze dell’ordine, anche quando emergono abusi, e che si abituata a pensare la sicurezza più come ordine pubblico che come sicurezza sociale.

È la traduzione giuridica dell’idea calvinista rovesciata in chiave politica: chi è “benedetto” dal successo economico è legittimato a fare quasi tutto; chi è povero, fragile, conflittuale è un problema da disciplinare.

Per governare un gregge, non serve la giustizia; bastano la paura e il codice penale. Ecco perché questo assetto ha bisogno di una magistratura meno autonoma, meno imprevedibile, più “affidabile” per chi governa.

IV. Chi vota Sì? La linea di faglia tra cittadini e impuniti

In questo contesto la domanda diventa brutale: chi ha davvero interesse a questa riforma?

Non credo sia una frase infelice o improvvisata quando, in incontri pubblici, magistrati che vivono ogni giorno il processo penale ricordano che questa riforma piace soprattutto a chi ha conti aperti con la giustizia: indagati eccellenti, imputati, condannati che sognano un sistema in cui il pubblico ministero sia meno libero di toccarli, meno vicino al giudice, più esposto alla pressione politica e disciplinare.

Se guardiamo alla storia recente, vediamo un filo rosso:
1. Ogni volta che le indagini hanno provato a scalfire l’impunità dei poteri forti, dai sindacalisti uccisi e mai vendicati in Sicilia, alle inchieste sulle stragi di Stato, fino a Mani Pulite, si è alzata una controffensiva politica e mediatica contro le “toghe politicizzate”.
2. Ogni volta che un processo ha sfiorato o coinvolto i vertici della politica e dell’imprenditoria, subito è partita la campagna contro gli “abusi” dei pubblici ministeri, contro l’“invasione di campo” della magistratura.
3. Ogni volta che si è parlato di riforma della giustizia da parte di questa area politica, al centro non c’era il cittadino comune, ma il problema di “limitare il potere dei giudici” e, soprattutto, dei PM.

Se metto insieme questi elementi, faccio fatica a immaginare che la riforma Meloni–Nordio sia nata per difendere il cittadino vittima o la persona fragile che aspetta un processo più equo. Sembra fatta su misura per chi non sopporta più l’idea di poter essere indagato senza controllo politico.

V. La scelta non è tecnica: è una scelta di campo

Il cuore del ragionamento, a questo punto, è molto semplice. La domanda non è:

“È più elegante, dal punto di vista dogmatico, un processo con carriere separate o un processo con PM e giudici nello stesso ordine?”

La domanda vera è:

“Io, con la mia storia, i miei valori, la mia idea di società, mi riconosco nel progetto di mondo che sta dietro questa riforma?”

Se guardo ai tratti fondamentali di questa maggioranza:
1. Filoatlantismo spinto fino all’allineamento acritico con la destra trumpiana e con i suoi modelli di “legge e ordine”, con un’idea di sovranità usata più per reprimere conflitti interni che per difendere i diritti sociali.
2. Visione autoritaria della sicurezza, che preferisce il manganello ai servizi sociali, l’inasprimento delle pene alla prevenzione, la retorica dei “nemici interni” a una seria politica di coesione.
3. Continuità con una tradizione di centrodestra che ha intrecciato poteri opachi, massoneria, affari e, in alcune sue componenti, rapporti con le mafie e con la criminalità organizzata.
4. Rancore strutturale verso la Costituzione antifascista, percepita come un freno: premierato, autonomia differenziata, riforma della magistratura sono tutte mosse nella stessa direzione, concentrare potere e ridurre contropoteri.

Allora so che NON posso affidare alla stessa mano anche la riscrittura delle regole del gioco giudiziario, tanto meno quelle che riguardano l’organo che deve indagare proprio sui poteri forti.

VI. Perché il NO è l’unica risposta coerente

Io non voto No perché penso che la magistratura italiana sia perfetta. Non lo è. Conosco bene corporativismi, immobilismi, storture, correntismi degenerati. So che esistono abusi e errori anche tra i pubblici ministeri.

Voto No perché questa riforma non nasce per correggere quegli abusi, ma per ridurre lo spazio di conflitto tra i poteri. Nasce per rendere più prevedibile e più controllabile il ruolo del pubblico ministero. Nasce per rassicurare chi teme indagini scomode, non chi aspetta giustizia.

Voto No perché non accetto l’idea calvinista di una società divisa tra “eletti” e “dannati”, tra vincenti che comandano e perdenti che devono solo obbedire. La giustizia repubblicana, con tutti i suoi limiti, è stata uno dei pochi strumenti con cui i cittadini comuni hanno potuto, a volte, bussare alla porta dei “signori sopra la legge”.

Voto No perché non voglio vivere in un Paese in cui la paura diventa programma di governo, il diritto penale diventa lingua ufficiale del potere e la Costituzione viene ritagliata addosso alle esigenze di chi, oggi, occupa Palazzo Chigi e, domani, potrebbe essere chiunque altro.

Voto No perché penso che la vera alternativa non sia tra “giudici buoni” e “giudici cattivi”, ma tra una Repubblica in cui i poteri si controllano a vicenda e una Repubblica in cui uno solo, l’esecutivo, decide chi deve avere paura e chi no.

Se condividiamo l’idea di una società più giusta, più eguale, più aperta, se pensiamo che la Costituzione antifascista sia ancora il nostro orizzonte, allora non possiamo limitarci a dubitare. Dobbiamo dirlo con chiarezza: a questo disegno di giustizia piegata al potere la nostra risposta è NO.

Fonti essenziali (selezione)

I.

Francesco Coniglione: Sì o No nel referendum, la risposta non è tecnica ma politica.
Di Francesco Coniglione, pubblicato il 13 febbraio 2026 su Volere la Luna.

Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia, 2026.
II. Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (sul nesso tra calvinismo, predestinazione e successo economico).
III. Atti e documenti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2 (in particolare sulla tessera n. 1816 intestata a Silvio Berlusconi e sul Piano di rinascita democratica).
IV. Sentenze della Corte di Cassazione sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa (2014) e relative ricostruzioni giornalistiche.
V. Approfondimenti su riforma Meloni–Nordio, separazione delle carriere, doppio CSM e riforma disciplinare dei magistrati, con particolare riferimento al dibattito dottrinale e alle critiche di magistrati e costituzionalisti.

“Questo referendum non s’ha da fare” — Elogio del voto online contro la crisi della democrazia partecipativa

Nel grande teatro della democrazia italiana, dove i cittadini dovrebbero essere protagonisti e non semplici comparse, si è consumata l’ennesima rappresentazione dell’impotenza partecipativa. Sabato 22 marzo, il Comitato promotore del referendum contro l’autonomia differenziata ha chiuso i battenti, dopo che la Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il quesito con la sentenza n. 10 del 2025. Un colpo pesante, che arriva a smorzare un’iniziativa popolare straordinaria: 1.291.488 firme raccolte in piena estate, in un’Italia attraversata dall’afa e dall’indifferenza, avevano riacceso la speranza di una cittadinanza vigile e attiva.

Ma proprio come nel celebre capitolo de I Promessi Sposi, in cui Don Abbondio viene fermato da due bravi con un perentorio “questo matrimonio non s’ha da fare”, anche qui un potere superiore ha deciso di fermare le nozze tra popolo e sovranità democratica. La Consulta, più che giudicare nel merito, ha scelto la via del rinvio, del cavillo, del non disturbare il manovratore. L’impressione è che non si sia voluto urtare la sensibilità della maggioranza di governo, preferendo una forma di “prudenza istituzionale” che in realtà puzza di subalternità politica.

Il Comitato, pur colpito da una decisione ingiusta e sproporzionata, non ha alzato la voce. Ma non per viltà o per resa: piuttosto per senso di responsabilità, per rispetto del quadro costituzionale, per volontà di non cedere alla rabbia. Tuttavia, quella chiusura “sanza ’nfamia e sanza lodo”, come avrebbe detto Dante, lascia una ferita aperta. La storia non può finire qui. Il campo progressista, anziché rintanarsi nella frustrazione, deve raccogliere il testimone e rilanciare. Il referendum non s’è fatto, ma può tornare. E può tornare più forte, se accompagnato da strumenti nuovi e realmente accessibili: a cominciare dal voto online.

Il referendum come ostacolo: quando la democrazia diventa scomoda

La verità è cruda: il referendum sull’autonomia differenziata faceva paura. Era divisivo, certo, ma non perché pregiudizialmente conflittuale: lo era perché imponeva una chiarezza che molti non volevano assumersi. Chiamava a una scelta netta, a una conta, a un’espressione popolare che avrebbe rotto i fragili equilibri costruiti sull’ambiguità. In troppi — anche tra i sedicenti sostenitori — hanno visto in quel quesito non uno strumento di democrazia, ma un rischio per le proprie alleanze, per le trattative sotterranee con una destra aggressiva e vorace di potere.

Il messaggio implicito che si sta consolidando è devastante: la partecipazione è accettabile solo se innocua. Appena diventa incisiva, viene neutralizzata. Il voto referendario viene derubricato a fastidio. Ma la democrazia non può essere un atto liturgico celebrato solo in apposite “sedi competenti”; essa vive o muore nelle piazze, nei clic, nella mobilitazione dei cittadini.

Oltre le ceneri: una proposta per uscire dall’impasse

In questo scenario asfittico, un’idea si fa strada come brezza di ossigeno: introdurre il voto online per i referendum. Non si tratta di un vezzo tecnologico o di un gioco da smanettoni. È una necessità democratica, una risposta concreta a un sistema istituzionale che si dimostra sempre più impermeabile al popolo.

La proposta — lucida e dettagliata — prende forma attorno a sei punti essenziali:
1. La Costituzione lo consente. L’art. 75 sancisce il diritto a firmare e votare i referendum. Nulla impedisce che ciò avvenga anche online, a patto di garantire segretezza, libertà e uguaglianza.
2. Serve solo una legge ordinaria. Non occorrono revisioni costituzionali. Una semplice legge, integrativa della legge 352/1970, può introdurre la modalità online.
3. La fase sperimentale è già partita. Due decreti ministeriali del 2021 hanno avviato un percorso tecnico-giuridico per testare il voto digitale. Il quadro normativo esiste: manca solo la volontà politica.
4. La piattaforma per la raccolta firme è già funzionante. Basterebbe ampliarla, introducendo un sistema di votazione binario (Sì/No), per avere uno strumento completo.
5. Il voto online aiuta a raggiungere il quorum. Facilitando la partecipazione, si contrasta il principale nemico dei referendum: l’astensione.
6. È un trampolino per il futuro. Il voto digitale nei referendum può aprire la strada al suo utilizzo nelle elezioni politiche, frenando un’astensione dilagante che ormai svuota le urne.

La paura della destra e l’indifferenza della sinistra

La destra teme il voto online perché scardina la sua egemonia sulla partecipazione passiva: non si può più vincere per abbandono dell’avversario. Ma l’inerzia più pericolosa viene dal campo progressista, che sembra incapace di rompere i riti stanchi della mediazione e del compromesso.

Nel frattempo, il disegno Calderoli va avanti, rafforzando l’autonomia regionale con una leggerezza incostituzionale che calpesta il principio di eguaglianza. Il Parlamento viene bypassato, i costi ignorati, la coesione nazionale frantumata in nome di un federalismo fittizio. Eppure, il campo progressista si rifugia nella moderazione, come se il tempo delle battaglie fosse finito.

Conclusione: scegliere se arrendersi o rilanciare

Chi ha paura del voto online? Chi teme che il popolo possa contare davvero. Chi preferisce governare un Paese addormentato, piuttosto che sfidare una democrazia sveglia. Ma il voto digitale non è il nemico: è la risposta. È la chiave per riportare milioni di cittadine e cittadini a esprimersi, a partecipare, a decidere. È l’unico modo, oggi, per far vivere il referendum in una società che cambia più in fretta delle sue istituzioni.

Questo referendum, dunque, non s’è fatto. Ma il prossimo deve farsi, e deve passare anche dal web. Se vogliamo che la democrazia non diventi un’eco del passato, è tempo di innovare, di osare, di “pensare fuori dagli schemi”. Come farebbe chi ancora crede che il popolo non sia solo una platea, ma il vero protagonista della Repubblica.

La storia ci insegna che ogni volta che il potere cerca di soffocare la voce del popolo, quella voce trova nuove strade per farsi sentire. Le firme raccolte, il dibattito acceso, l’energia civica che ha attraversato l’Italia in questi mesi non sono andate perdute. Sono semi che chiedono solo una nuova stagione per germogliare.

Il tempo del silenzio è finito. Se la Corte ha detto che “questo referendum non s’ha da fare”, tocca a noi dimostrare che questa democrazia sì che si deve fare. Più partecipata, più accessibile, più viva. E il voto online, oggi, è lo strumento più potente che abbiamo per trasformare l’indignazione in azione, la delusione in progetto, la rabbia in costruzione collettiva.

Non basta più difendere la Costituzione: bisogna riattivarla ogni giorno, con strumenti all’altezza del presente. E con il coraggio di credere che una Repubblica fondata sulla partecipazione è ancora possibile.
Fonte: articolo su Il Fatto Quotidiano del 26 marzo 2025 di Massimo Villone