La Costituzione tradita e il referendum del 22-23 marzo: perché diciamo NO

Dall’attuazione monca della Carta fondamentale al disegno eversivo che attraversa mezzo secolo di storia italiana.

Dalla corsa al riarmo alla guerra in Iran: il volto della redistribuzione al contrario

Il 22 e 23 marzo, le cittadine e i cittadini italiani saranno chiamati alle urne per esprimersi sul referendum costituzionale che riguarda l’assetto della magistratura. Non si tratta di un voto qualunque. Si tratta, per la terza volta in vent’anni, di decidere se permettere che la Carta fondamentale della Repubblica venga modificata nei suoi capisaldi istituzionali, oppure se opporsi a un disegno che, lungi dal rispondere ai bisogni del Paese, persegue un progetto di concentrazione del potere le cui radici affondano ben più in profondità di quanto il dibattito corrente lasci intendere.

Noi preferiamo di NO. E le ragioni di questo NO non si esauriscono nel merito tecnico della riforma sulla separazione delle carriere, per quanto gravi siano le sue implicazioni. Questo NO affonda in una lettura più ampia della storia repubblicana, delle sue promesse tradite, del lento e sistematico smantellamento del patto sociale che la Costituzione del 1948 aveva solennemente sancito. Ma è anche un NO che guarda oltre i confini nazionali, al contesto internazionale in cui queste riforme si inseriscono: un mondo in cui la guerra torna a essere strumento di politica, in cui la corsa al riarmo divora risorse destinate ai diritti sociali, in cui la Palestina continua a morire nell’indifferenza e l’Iran brucia sotto le bombe di un’alleanza bellica guidata da due leader spregiudicati.

I. La Costituzione incompiuta: il tradimento dell’articolo 3

La Costituzione della Repubblica Italiana, nata dalla Resistenza e dal sacrificio di milioni di italiani, non è mai stata compiutamente attuata. Questa è la prima, fondamentale verità che occorre ristabilire nel dibattito pubblico. Chi oggi la presenta come un ostacolo alla modernizzazione del Paese, come un documento vecchio e inadeguato, compie un’operazione intellettualmente disonesta: non si può dichiarare fallito ciò che non si è mai veramente realizzato.

Il cuore pulsante della Carta risiede nei suoi principi fondamentali, e in particolare nell’articolo 3, secondo comma: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.» Questo articolo non è una dichiarazione di principio astratta: è un mandato politico rivoluzionario, un programma di trasformazione sociale che impegna la Repubblica non alla mera uguaglianza formale, ma all’uguaglianza sostanziale. Un compito che, a quasi ottant’anni dalla promulgazione della Carta, resta drammaticamente incompiuto.

L’attuazione monca della Costituzione ha attraversato l’intera storia repubblicana. La Corte Costituzionale è stata istituita con otto anni di ritardo, nel 1956. Il Consiglio Superiore della Magistratura ha visto la luce solo nel 1958, dieci anni dopo l’entrata in vigore della Carta. Lo Statuto dei Lavoratori, quel formidabile strumento di civiltà giuridica che traduceva in norme concrete il dettato degli articoli 1, 3, 4 e 35 della Costituzione, è arrivato solo nel 1970, e da allora è stato progressivamente eroso. Il Servizio Sanitario Nazionale, conquista epocale del 1978, nasceva trent’anni dopo la promulgazione della Carta. L’articolo 11, che ripudia la guerra, è stato violato ripetutamente con la partecipazione italiana a conflitti armati lontani dai confini nazionali. L’articolo 9, sulla tutela del paesaggio e del patrimonio storico e artistico, è rimasto lettera morta di fronte alla cementificazione selvaggia del territorio.

Eppure, proprio in quei decenni di attuazione parziale ma progressiva, l’Italia ha conosciuto la sua più straordinaria stagione di crescita e di emancipazione collettiva. Questo dato storico smentisce clamorosamente la narrazione di chi vuole farci credere che la Costituzione sia il freno allo sviluppo del Paese.

II. L’Italia potenza mondiale: quando la redistribuzione funzionava

Tra gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta, l’Italia ha compiuto una delle trasformazioni più straordinarie della storia economica contemporanea. Da nazione agricola, devastata dalla guerra, il Paese è diventato una delle principali potenze industriali del pianeta. Il cosiddetto miracolo economico, sviluppatosi tra il 1958 e il 1963 con tassi di crescita del PIL tra il 6 e il 7 per cento annuo, ha trasformato radicalmente il volto della società italiana, portando milioni di famiglie dalla sussistenza al benessere.

Questa crescita non fu il frutto del libero mercato lasciato a sé stesso. Fu il risultato di un modello in cui lo Stato svolgeva un ruolo attivo e strategico: l’IRI, l’ENI, l’ENEL, le grandi partecipazioni statali costruirono le infrastrutture produttive del Paese. Ma soprattutto, quella crescita fu sostenuta e alimentata da un formidabile meccanismo di redistribuzione sociale, figlio della dialettica politica tra una maggioranza di governo e un’opposizione che faceva il proprio mestiere con serietà e competenza.

Il Partito Comunista Italiano, il più grande partito comunista dell’Occidente, con la sua presenza capillare nel territorio, con la sua elaborazione culturale, con la sua pressione costante sulle istituzioni, fu il motore di una stagione di conquiste sociali che trasformò l’Italia in un Paese civile. Lo Statuto dei Lavoratori del 1970, la riforma sanitaria del 1978, il sistema pensionistico, la scuola pubblica di massa, il divorzio, l’obiezione di coscienza, la legge Basaglia, i consultori familiari: ogni conquista sociale di quel periodo porta l’impronta di una dialettica democratica viva, in cui la Costituzione, pur attuata in modo parziale, fungeva da bussola e da argine.

Il risultato fu che nel 1987 l’Italia superò il Regno Unito per prodotto interno lordo, diventando la sesta economia mondiale. Nel 1991, secondo il rapporto di Business International, il Paese raggiunse la quarta posizione tra le potenze economiche globali, dopo Stati Uniti, Giappone e Germania riunificata, con un PIL a parità di potere d’acquisto di 1.268 miliardi di dollari. Tutto questo fu possibile non nonostante la Costituzione e il suo impianto redistributivo, ma proprio grazie ad essi.

La favola che vorrebbero farci credere — secondo cui il limite alla nostra libertà e al nostro benessere risiederebbe nella Costituzione, in una magistratura troppo indipendente, in uno Stato troppo presente — è una fandonia sesquipedale, smentita dalla storia stessa del Paese.

III. La controrivoluzione neoliberista: da Reagan e Thatcher all’erosione dello Stato sociale

La grande stagione di crescita condivisa non finì per esaurimento naturale. Fu deliberatamente interrotta da un cambio di paradigma politico-economico che, a partire dalla fine degli anni Settanta, ridefinì le regole del gioco a livello globale.

L’elezione di Margaret Thatcher nel Regno Unito nel 1979 e di Ronald Reagan negli Stati Uniti nel 1980 segnò l’inizio di quella che potremmo definire la grande controrivoluzione. Il nuovo verbo fu semplice e brutale: meno Stato, meno tasse per i ricchi, meno tutele per i lavoratori, privatizzazione dei servizi pubblici, deregolamentazione dei mercati finanziari. La politica smise di avere al centro i bisogni dei cittadini e mise al centro il capitale, il profitto, l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi.

Questo nuovo paradigma non si impose per caso. Fu il frutto di un’elaborazione ideologica meticolosa, finanziata dai grandi capitali e diffusa attraverso think tank, università, media. La teoria del trickle-down, la fantasia secondo cui arricchire i più ricchi avrebbe fatto sgocciolare benessere verso il basso, divenne il mantra della nuova politica economica. Ma i fatti hanno dimostrato esattamente il contrario.

La redistribuzione al contrario — togliere a chi ha meno per dare a chi ha di più — è stata la cifra distintiva degli ultimi quarant’anni. I dati sono impietosi. Il World Inequality Report 2026, curato da Lucas Chancel e Thomas Piketty, documenta che l’1 per cento più ricco della popolazione mondiale controlla oggi il 37 per cento della ricchezza globale, oltre 18 volte la ricchezza della metà più povera dell’umanità. Il rapporto Oxfam presentato a Davos nel gennaio 2026 rivela che le fortune dei miliardari sono cresciute nel 2025 di 2.500 miliardi di dollari, cifra quasi equivalente alla ricchezza totale di 4,1 miliardi di persone. Meno di 60.000 individui al mondo controllano una ricchezza tre volte superiore a quella posseduta dal 50 per cento più povero dell’umanità.

In Italia, il quadro non è meno allarmante. Secondo l’analisi Oxfam sui dati della Banca d’Italia, in quindici anni la ricchezza nazionale netta è aumentata di oltre 2.000 miliardi di euro, ma il 91 per cento di questo incremento è andato al 5 per cento più ricco delle famiglie. La povertà assoluta coinvolge oggi oltre 5,7 milioni di persone, più di 2,2 milioni di famiglie che non dispongono di risorse sufficienti per acquistare beni e servizi essenziali. L’ascensore sociale si è fermato, e il peso dell’eredità sul totale della ricchezza nazionale è in crescita costante.

IV. Il miraggio americano: la società perfetta che non esiste

Chi propugna il modello neoliberista come orizzonte desiderabile per l’Italia farebbe bene a guardare con onestà alla realtà degli Stati Uniti, il Paese che di quel modello è la culla e la massima espressione.

Negli Stati Uniti, il 10 per cento più ricco possiede circa 727 volte più ricchezza rispetto al 50 per cento più povero della popolazione. Il tasso di povertà supera il 18 per cento, il più alto tra i Paesi OCSE. Dalla metà degli anni Settanta ad oggi, la ricchezza totale delle famiglie americane è triplicata, ma la povertà estrema è raddoppiata. Più di due milioni e mezzo di bambini vivono in condizione di homelessness. La mobilità economica è inferiore a quella di tutti i Paesi dell’Europa continentale per i quali esistono dati comparabili.

L’amministrazione Trump ha portato questa tendenza alle sue estreme conseguenze: riduzione delle imposte per gli ultra-ricchi, smantellamento degli sforzi internazionali per tassare le grandi multinazionali, concentrazione senza precedenti di potere economico e politico nelle mani di un’élite oligarchica. Elon Musk ha superato nel 2025 i 500 miliardi di dollari di patrimonio personale, mentre i miliardari hanno 4.000 volte più probabilità di ricoprire una carica politica rispetto ai comuni cittadini.

Solo attraverso una capillare manipolazione mediatica è possibile far credere che questa sia una società modello. La realtà è che il modello americano produce fratture sociali profondissime, povertà diffusa, disuguaglianze estreme, e un’erosione progressiva della democrazia stessa. Come hanno osservato Jayati Ghosh e Joseph Stiglitz nella premessa al World Inequality Report 2026, la crescente disuguaglianza mina la fiducia, indebolisce le democrazie e alimenta il malcontento.

V. L’ombra della P2: il Piano di Rinascita Democratica e le riforme del governo Meloni

Per comprendere la portata reale di ciò che sta accadendo oggi in Italia è necessario compiere un passo indietro e guardare a un documento che la storia ha reso tristemente celebre: il Piano di Rinascita Democratica della Loggia massonica P2 di Licio Gelli, sequestrato nel 1982 alla figlia del Maestro Venerabile e pubblicato negli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta presieduta da Tina Anselmi.

Quel piano, elaborato non certo dal solo Gelli ma con il contributo di costituzionalisti, industriali, esperti della comunicazione e politici, prevedeva un programma organico di trasformazione delle istituzioni repubblicane. Tra i suoi punti principali: la riforma dell’ordinamento giudiziario con la separazione delle carriere tra magistratura requirente e giudicante; la riforma del Consiglio Superiore della Magistratura; il superamento del bicameralismo perfetto; il rafforzamento del potere esecutivo con l’elezione del Presidente del Consiglio da parte della Camera; il controllo dei mezzi di informazione; la liberalizzazione delle emittenti televisive; la limitazione del diritto di sciopero; la riduzione del numero dei parlamentari.

Ebbene, la coincidenza tra i punti programmatici del Piano di Rinascita e le riforme messe in cantiere o già approvate dai governi succedutisi negli ultimi trent’anni è impressionante, e non può essere liquidata come mera casualità. Il premierato, l’autonomia differenziata, la riforma della giustizia con la separazione delle carriere e lo sdoppiamento del CSM, la riduzione del numero dei parlamentari già approvata nel 2020, gli interventi sull’informazione e la limitazione del diritto di cronaca, l’abolizione dell’abuso d’ufficio, la stretta sulle intercettazioni: ciascuno di questi provvedimenti trova un corrispettivo nel documento gelliano.

Il Ministro della Giustizia Carlo Nordio, interpellato sulla presenza della separazione delle carriere nel Piano della P2, non si è limitato a minimizzare: ha esplicitamente dichiarato che Gelli aveva ragione. Le sue parole, pronunciate a margine di una visita al carcere di Secondigliano nel novembre 2025, meritano di essere riportate per intero nella loro gravità istituzionale: «Io non conosco il piano della P2. Posso dire che se l’opinione del signor Licio Gelli era un’opinione giusta, non si vede perché non si dovrebbe seguire perché l’ha detto lui. Le verità non dipendono da chi le proclama, ma dall’oggettività che rappresentano. Se Gelli ha detto che Gesù è morto in croce, non per questo dobbiamo dire che è morto di polmonite. Anche l’orologio rotto segna due volte al giorno l’ora giusta.»

Fermiamoci un istante a misurare l’enormità di queste parole. Un Ministro della Repubblica, il Guardasigilli, il custode istituzionale della legalità, dichiara pubblicamente che le idee del capo di un’organizzazione segreta, definita eversiva dalla Commissione Anselmi, condannato in via definitiva a dieci anni per il depistaggio delle indagini sulla strage di Bologna e a dodici per concorso nella bancarotta fraudolenta del Banco Ambrosiano, meritano di essere seguite perché «giuste». Non si tratta di una gaffe o di un’uscita infelice: è una legittimazione politica senza precedenti del progetto piduista, pronunciata da chi ha il compito istituzionale di difendere la Costituzione.

Il figlio stesso di Gelli, Maurizio, ha successivamente ammesso in un’intervista al Fatto Quotidiano che la separazione delle carriere e i test psicoattitudinali per i magistrati erano obiettivi espliciti del Piano di Rinascita, e che suo padre avrebbe visto con favore la riforma Nordio. L’endorsement postumo del Maestro Venerabile, per bocca del figlio, ha suscitato reazioni indignate dall’opposizione, ma nessuna presa di distanza da parte del governo.

Come ha osservato l’ex procuratore generale Roberto Scarpinato, se assumiamo uno sguardo complessivo su tutte le riforme in cantiere, dall’autonomia differenziata al premierato fino alla riforma della magistratura, la posta in gioco riguarda la sopravvivenza stessa del modello di democrazia repubblicana instaurato dalla Costituzione del 1948. I pilastri fondamentali dell’unità nazionale, dell’equilibrio dei poteri, dell’indipendenza della magistratura, del principio di pari dignità e uguaglianza dei cittadini vengono scardinati in un disegno organico che non ha precedenti nella storia repubblicana.

Come ammonì Tina Anselmi nelle conclusioni della sua Relazione parlamentare: «La prima imprescindibile difesa contro questo progetto politico, metastasi delle istituzioni, negatore di ogni civile progresso, sta appunto nel prenderne dolorosamente atto, nell’avvertire, senza ipocriti infingimenti, l’insidia che esso rappresenta per noi tutti, poiché esso colpisce con indiscriminata, perversa efficacia, non parti del sistema, ma il sistema stesso nella sua più intima ragione di esistere: la sovranità dei cittadini, ultima e definitiva sede del potere che governa la Repubblica.» Parole che, a quarant’anni di distanza, conservano una attualità bruciante.

VI. Il referendum del 22-23 marzo: la posta in gioco

Il referendum confermativo sulla riforma della giustizia rappresenta dunque molto più di un voto tecnico sull’ordinamento giudiziario. È un passaggio decisivo nella partita che si gioca tra chi vuole difendere l’architettura democratica della Repubblica e chi intende smontarla pezzo dopo pezzo.

La riforma sottoposta al voto modifica sette articoli della Costituzione e introduce la separazione formale delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, lo sdoppiamento del CSM in due organi distinti, il sorteggio in luogo dell’elezione come meccanismo di designazione dei componenti togati, e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare. Il tutto configura, come è stato analiticamente dimostrato, una magistratura frantumata nella sua rappresentanza, burocratizzata per l’indebolimento del pluralismo culturale interno, verticalizzata in una struttura piramidale, e con un maggior peso della componente politica negli organi di autogoverno.

L’indipendenza e l’autonomia della magistratura non sono un privilegio di casta: sono una garanzia per tutti i cittadini. Il principio secondo cui i giudici sono soggetti soltanto alla legge, sancito dall’articolo 101 della Costituzione, non comanda soltanto fedeltà alla legge, ma anche disobbedienza a ciò che legge non è: al potere politico, ai potentati economici, alle pressioni di ogni genere. Una magistratura indebolita, frammentata, ricondotta sotto il controllo della politica, è una magistratura che non può più svolgere il suo ruolo di garanzia per tutti.

In un Paese dove le mafie continuano a condizionare l’economia e la politica, dove la corruzione non è stata debellata, dove i crimini dei colletti bianchi restano troppo spesso impuniti, indebolire la magistratura non significa modernizzare il Paese: significa togliere l’ultimo argine a un potere senza controlli.

Non è un caso che questo referendum arrivi dopo il tentativo, in parte fermato dalla Corte Costituzionale, di imporre un’autonomia differenziata che avrebbe frammentato l’unità nazionale e istituzionalizzato le disuguaglianze territoriali. Non è un caso che arrivi in parallelo con il progetto del premierato, che concentra il potere nelle mani del Presidente del Consiglio. Non è un caso che arrivi dopo l’abolizione dell’abuso d’ufficio, che ha privato i cittadini di uno strumento di tutela contro gli abusi della pubblica amministrazione.

Inoltre, le leggi approvate sulla sicurezza orientano la legislazione a contrastare il dissenso democratico e le lotte per la giustizia sociale, punendo chi dissente, anche in modo pacifico. Ciascuno di questi tasselli, preso isolatamente, può sembrare una riforma tra le altre; messi insieme, disegnano un progetto coerente di concentrazione del potere e di smantellamento dei contrappesi democratici.

VII. La guerra come modello economico: dalla Palestina all’Iran, il business delle armi

Il disegno di stravolgimento istituzionale che abbiamo descritto non è un fenomeno esclusivamente italiano: si inserisce in un contesto internazionale in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica estera e, soprattutto, formidabile meccanismo di redistribuzione della ricchezza pubblica verso il profitto privato dell’industria bellica.

Mentre scriviamo, il mondo assiste alla terza settimana di guerra contro l’Iran, scatenata dall’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele iniziato il 29 febbraio 2026 con l’Operazione «Furia Epica» americana e il «Ruggito del Leone» israeliano. Un’aggressione militare pianificata in quindici telefonate tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu, che ha portato alla distruzione delle “ fantomatiche “ capacità nucleari e missilistiche iraniane, all’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei e di decine di alti funzionari del regime, e a una escalation regionale dalle conseguenze devastanti: lo Stretto di Hormuz bloccato, il prezzo del petrolio oltre i 100 dollari al barile, attacchi iraniani di ritorsione contro infrastrutture energetiche in Qatar, Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein e Iraq.

Due leader — Trump e Netanyahu — che perseguono agende diverse ma convergenti nella distruzione: il primo ossessionato dal controllo delle risorse petrolifere e dalla dimostrazione di forza, il secondo dalla perpetuazione del proprio potere politico attraverso la guerra permanente, come confermano i sondaggi che mostrano il Likud in crescita dall’inizio delle ostilità. Due pazzi alleati, come li definisce ormai apertamente anche una parte crescente dell’opinione pubblica americana — da Tucker Carlson a Megyn Kelly —, che con le loro guerre stanno alimentando il più colossale trasferimento di ricchezza pubblica verso l’industria privata degli armamenti della storia recente.

E mentre il mondo guarda all’Iran, la Palestina continua a morire nel silenzio. All’1 marzo 2026, tra Gaza e Cisgiordania, si contano oltre 73.000 morti palestinesi e 183.000 feriti dall’ottobre 2023. Tra le vittime, almeno 753 operatori sanitari. L’81 per cento delle strutture sanitarie di Gaza è non operativo o solo parzialmente funzionante. Con l’inizio dell’attacco all’Iran, Israele ha chiuso tutti i valichi di accesso alla Striscia, bloccando il flusso di aiuti umanitari, le evacuazioni mediche e il rientro del personale umanitario. Oltre 18.000 pazienti critici attendono un’evacuazione sanitaria che non arriva. Le organizzazioni umanitarie internazionali, tra cui Medici Senza Frontiere e Oxfam, sono state espulse o impedite nell’operare. La catastrofe umanitaria più grave del nostro tempo si consuma nell’indifferenza di una comunità internazionale complice.

È in questo contesto che si colloca la decisione, assunta al vertice NATO dell’Aia nel giugno 2025, di portare la spesa militare dei Paesi membri al 5 per cento del PIL entro il 2035 — di cui almeno il 3,5 per cento in spese militari tradizionali. Per l’Italia, questo significa passare dagli attuali 34 miliardi di euro annui a oltre 100 miliardi: una redistribuzione colossale di risorse pubbliche, sottratte alla sanità, all’istruzione, al welfare, per alimentare il complesso militare-industriale. Secondo le proiezioni, nei prossimi dieci anni l’Italia dovrà destinare alla difesa circa 963 miliardi di euro complessivi, quasi 400 miliardi in più rispetto ai livelli attuali. La presidente Meloni ha assicurato che «neanche un euro» verrà tolto alle altre priorità: una promessa che i numeri rendono semplicemente impossibile da mantenere.

A chi vanno questi soldi? Secondo il rapporto SIPRI, i ricavi delle prime 100 aziende produttrici di armi al mondo hanno raggiunto nel 2024 il record di 679 miliardi di dollari, con un incremento del 5,9 per cento rispetto all’anno precedente e del 26 per cento nell’ultimo decennio. Le prime cinque posizioni sono saldamente occupate da colossi statunitensi: Lockheed Martin, RTX (ex Raytheon), Northrop Grumman, Boeing e General Dynamics, che da sole generano circa il 31 per cento dei ricavi complessivi. Tutte società private quotate in Borsa, partecipate dai giganti della finanza globale: BlackRock, Vanguard, State Street. In Italia, la sola Leonardo ha visto crescere il proprio valore azionario dell’866 per cento tra il febbraio 2022 e il febbraio 2026, con ordini saliti nel 2025 a 18,1 miliardi di euro. Dal 2021 al 2024, secondo il rapporto Greenpeace, le prime 15 aziende italiane produttrici di armi hanno raddoppiato i propri utili.

Si parla ormai apertamente di un «superciclo della difesa»: un ciclo economico in cui le guerre generano domanda di armi, la domanda di armi genera profitti, i profitti generano pressioni politiche per nuove guerre e nuovi stanziamenti. I mercati finanziari hanno spostato migliaia di miliardi di dollari nelle azioni dell’industria militare, trasformando i conflitti in opportunità speculative. Le armi come asset, le guerre come investimento. E a pagare il conto sono sempre gli ignari e manipolati cittadini: con le loro tasse, con il taglio dei servizi pubblici, con il sangue dei propri figli mandati a combattere in teatri di guerra lontani.

L’articolo 11 della Costituzione — «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli» — non è mai stato così brutalmente calpestato. L’Italia ha già ridotto il proprio contingente militare nelle basi in Kuwait e Iraq colpite dagli attacchi iraniani di ritorsione; caccia italiani F2000 sono stati danneggiati; si discute dell’invio di navi nello Stretto di Hormuz. Tutto questo mentre il Servizio Sanitario Nazionale crolla, le scuole cadono a pezzi, i salari restano tra i più bassi d’Europa, la povertà assoluta raggiunge livelli record. La scelta è chiara e brutale: bombe o ospedali, missili o stipendi, guerre o diritti.

VIII. La redistribuzione al contrario non è finita

Il disegno di stravolgimento istituzionale non è separabile dalla questione sociale. Anzi, ne è la premessa necessaria. Per poter proseguire indisturbati nella grande rapina del secolo — la redistribuzione della ricchezza dal basso verso l’alto — occorre neutralizzare ogni possibile ostacolo: la magistratura indipendente, il sindacato, l’informazione libera, la partecipazione democratica dei cittadini.

Dove queste politiche sono state attuate senza freni, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Non c’è un benessere diffuso, non c’è una società giusta, non c’è una democrazia sana. C’è una massa crescente di persone che vive nell’indigenza o galleggia con enormi sacrifici, e un’élite sempre più ristretta che accumula ricchezze senza precedenti. Come documenta Oxfam, le proposte politiche che cercano consenso creando artificiali contrapposizioni tra gli emarginati — dagli Stati Uniti all’Europa, Italia compresa — accentuano divisioni, paure e tensioni sociali, mentre perseguono politiche che avvantaggiano chi è già in posizione di privilegio.

In Italia, la legge sull’autonomia differenziata, la riforma fiscale che alleggerisce il carico sui più abbienti, il progressivo smantellamento del Servizio Sanitario Nazionale, la precarizzazione del lavoro, il taglio dei servizi pubblici essenziali, la corsa al riarmo che divora risorse destinate al welfare: tutto converge verso un modello di società in cui i diritti non sono più universali ma dipendono dal reddito e dal territorio in cui si ha la ventura di nascere. È l’esatto rovesciamento dell’articolo 3 della Costituzione. È la guerra contro i poveri combattuta su due fronti: quello interno, con lo smantellamento dei diritti, e quello esterno, con lo spostamento di risorse pubbliche verso l’industria bellica e i teatri di guerra.

IX. Per un NO che sia anche un SÌ

Votare NO al referendum del 22-23 marzo non è dunque un gesto di conservazione. È un atto di resistenza democratica e, insieme, un’affermazione di futuro.

È NO allo stravolgimento della Costituzione. È NO alla frantumazione della magistratura. È NO alla concentrazione del potere. È NO alla realizzazione, consapevole o inconsapevole, del Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli — quel piano che il Ministro Nordio ha avuto l’impudenza di legittimare pubblicamente.

È NO alla corsa al riarmo che divora le risorse dei cittadini per ingrassare i profitti dell’industria bellica. È NO alle guerre di aggressione che violano l’articolo 11 della Costituzione. È NO al silenzio complice sulla Palestina, su Gaza, sulla strage di un popolo intero.

Ma è anche un SÌ. SÌ alla piena attuazione della Costituzione del 1948, a partire dall’articolo 3. SÌ a un modello di società fondato sulla redistribuzione della ricchezza, sulla dignità del lavoro, sulla sanità pubblica, sull’istruzione per tutti, sulla giustizia sociale. SÌ a quell’Italia che, proprio grazie alle sue istituzioni democratiche e al suo impianto solidaristico, seppe diventare una delle grandi potenze mondiali, non per la forza delle armi o la spregiudicatezza dei suoi finanzieri, ma per la qualità del lavoro, l’ingegno collettivo e la coesione sociale dei suoi cittadini. SÌ alla pace, al disarmo, alla cooperazione internazionale: non come utopie irrealizzabili, ma come imperativi costituzionali scritti nella nostra Carta fondamentale.

Il referendum confermativo non prevede quorum: ogni voto conta, ogni scheda pesa. Non andare a votare significa lasciare che altri decidano al nostro posto. In un momento storico in cui la democrazia è sotto attacco in tutto l’Occidente, in cui l’oligarchia dei super-ricchi sta piegando le istituzioni ai propri interessi, in cui la guerra è tornata a essere strumento ordinario di politica e di profitto, in cui un popolo intero viene sterminato nell’indifferenza globale, la difesa della Costituzione diventa il primo, irrinunciabile atto di cittadinanza.

Andiamo a votare. Votiamo NO. E facciamo di questo NO l’inizio di una nuova stagione di lotta per i diritti, per l’uguaglianza, per la pace, per la democrazia sostanziale che i Padri e le Madri costituenti ci hanno consegnato e che nessuno ha il diritto di portarci via.

Questo articolo è distribuito con licenza Creative Commons BY-NC-SA 4.0

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.»

Dal diritto penale dell’insicurezza al progetto reazionario: perché la destra ha bisogno di paura e di magistrati più deboli

Quando guardo al referendum sulla separazione delle carriere non riesco a considerarlo un incidente tecnico dell’ordinamento. Lo vedo come un passaggio di fase in un progetto politico molto più ampio, che tiene insieme tre piani: il modo in cui si scrivono le leggi penali, il modo in cui si riscrive la Costituzione, il modo in cui si governa la paura.

Dentro questo quadro, la raccolta firme per il referendum non è un dettaglio procedurale. Oggi le sottoscrizioni hanno superato quota 425.000, circa l’85% dell’obiettivo delle 500.000 firme necessarie: un risultato raggiunto in un contesto di oscuramento mediatico, che dice chiaramente che nel Paese reale qualcosa si muove.

Nel frattempo il governo ha forzato la mano: il Consiglio dei ministri ha fissato la data del voto per il 22 e 23 marzo 2026, e il Presidente della Repubblica ha firmato il decreto di indizione, nonostante la fase di raccolta firme fosse ancora in corso. Contro questa scelta, il comitato referendario ha già presentato ricorsi al TAR del Lazio, denunciando la compressione dei tempi di partecipazione dei cittadini e la lesione del diritto a una campagna informata.

Per capire davvero che cosa c’è in gioco, però, bisogna guardare a chi questa riforma la vuole e al tipo di Stato che ha in mente.

Un governo di destra-destra, reazionario e rancoroso verso la Costituzione

Non siamo di fronte a un governo “conservatore” nel senso classico del termine. Questa è una destra-destra che, sul terreno costituzionale, non vuole conservare, ma smontare. Nella nostra Carta, nelle sue radici antifasciste, non vede una casa comune, ma un ostacolo.

I principi che le danno più fastidio sono sempre gli stessi:

I) la centralità del lavoro e dei diritti sociali

II) l’eguaglianza sostanziale, non solo formale

III) il pluralismo politico e sindacale

IV) l’indipendenza della magistratura dall’esecutivo

Per decenni, dopo la caduta del fascismo, quella cultura è stata costretta a vivere ai margini, a cercare una legittimazione dentro un sistema costruito per impedire il ritorno dei fantasmi del Ventennio. Oggi, con i figli e i nipoti di quel mondo al governo, il rancore istituzionale viene a galla: finalmente possono mettere mano agli argini che li hanno contenuti per settant’anni.

Premierato, autonomia differenziata, separazione delle carriere, Alta Corte disciplinare per i magistrati: sono pezzi di un unico mosaico. Una Costituzione nata per limitare il potere viene piegata per concentrare il potere. Una Repubblica antifascista viene “ri-interpretata” per renderla compatibile con un esecutivo forte, poco controllabile, con un’opposizione debole e una magistratura intimidita.

Il Piano di rinascita democratica: il “manuale” di riferimento

Se cerco un documento che anticipa in modo impressionante la direzione di marcia di questa destra, lo trovo fuori dal perimetro della Costituzione e dentro un testo che con la democrazia ha avuto rapporti tutt’altro che limpidi: il Piano di rinascita democratica di Licio Gelli e della loggia P2.

Lì dentro c’è già quasi tutto:

I) controllo dei media e concentrazione proprietaria

II) riduzione del ruolo dei sindacati

III) rafforzamento dell’esecutivo e indebolimento del Parlamento

IV) attacco all’autonomia della magistratura, in particolare dei pubblici ministeri

V) riscrittura del CSM e della responsabilità disciplinare dei giudici

Quel progetto non era una stramberia marginale, ma il cuore di un disegno eversivo che si è intrecciato con le trame nere, i servizi deviati e la strategia della tensione. Le indagini e le sentenze sulla strage del 2 agosto 1980 a Bologna – 85 morti, oltre 200 feriti – hanno mostrato il ruolo di Gelli come snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati infedeli dello Stato, compresi i flussi di denaro che finanziavano gruppi dell’estrema destra e coprivano depistaggi sistematici.

Non è un dettaglio che Silvio Berlusconi, fondatore del principale partito della destra italiana degli ultimi trent’anni, fosse iscritto alla P2 con la tessera 1816, né che Marcello Dell’Utri, cofondatore di Forza Italia e figura chiave del suo radicamento politico-mediatico, sia stato condannato in via definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa.

Questi elementi dicono con chiarezza da dove viene una parte importante dell’immaginario della destra italiana sul rapporto tra potere, informazione e giustizia. Oggi, mentre si riscrive la Costituzione e si interviene sull’ordinamento giudiziario, quel Piano resta l’unico schema organico di “normalizzazione” autoritaria del sistema che questa destra ha a disposizione: una destra povera di visione sociale, ma ricca di rancore verso l’architettura antifascista nata dalla Resistenza.

Dal dopoguerra ai sindacalisti uccisi: quando la giustizia difendeva i forti

Per capire perché questa riforma arriva proprio adesso, bisogna tornare alla lunga storia dell’impunità italiana.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi e della Banca Romana mostrano un copione che si ripeterà spesso: uomini di governo coinvolti in imbrogli colossali, accertamenti che emergono e poi si spengono, pochissime condanne. Il capo del governo Francesco Crispi incassa somme rilevanti e resta politicamente in piedi. Il messaggio è chiaro: i vertici dello Stato non si toccano.

Nel Mezzogiorno e in particolare in Sicilia, la storia è ancora più brutale. Migliaia di morti di mafia, pochissimi ergastoli. Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta strategica di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia.

Sindacalisti e dirigenti contadini vengono uccisi uno dopo l’altro: Placido Rizzotto nel 1948, Epifanio Li Puma, Salvatore Carnevale, Turiddu Cocco e tanti altri. Sono militanti che guidano le lotte per la terra e i diritti dei braccianti. I loro assassini restano quasi sempre impuniti, grazie a complicità, connivenze e indagini pilotate.

Pio La Torre, che quelle lotte le ha incarnate fino in fondo, conosce il carcere per un’occupazione di terre e non viene neppure autorizzato ad assistere alla nascita del figlio. La legge funziona come una lama a senso unico: taglia verso il basso, protegge verso l’alto.

La frattura degli anni Settanta e la nascita di una magistratura “non di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, anziché considerare l’imprenditore portatore automatico di ragione.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: dal maggioritario, che consegnava tutti i seggi a una sola corrente, si passa alla proporzionale, che permette a orientamenti meno accomodanti verso la politica di entrare nell’autogoverno delle toghe. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia, per le famiglie che contano”.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade la scusa della “ragion di Stato” permanente, che serviva a coprire corruzione e collusioni con le mafie in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite. Tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano scoperchia il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica; in Sicilia, Calabria, Campania e altrove una nuova generazione di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai nella storia italiana tanti ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori erano finiti sotto inchiesta e condannati, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata a caro prezzo: dagli anni Settanta in poi una trentina di magistrati vengono uccisi da mafie e terrorismo. Ma succede anche un’altra cosa: una parte significativa dell’opinione pubblica comincia a percepire la magistratura non solo come una casta chiusa, ma anche come un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

È esattamente questa rottura storica – la fine dell’impunità garantita per definizione ai “signori sopra la legge” – che oggi viene messa nel mirino.

Il diritto penale dell’insicurezza: governare attraverso la paura

Dentro il progetto di questa destra il diritto penale è una leva centrale. Lo schema è ormai chiaro.

C’è un diritto penale del nemico:

I) che colpisce migranti, poveri, senza casa, minori in difficoltà

II) che criminalizza forme di protesta e conflitto sociale (blocchi stradali, picchetti, occupazioni, azioni simboliche degli attivisti climatici)

III) che trasforma la devianza sociale in questione di ordine pubblico

E c’è un diritto penale dell’amico:

I) che depenalizza o alleggerisce i reati dei colletti bianchi

II) che moltiplica le garanzie processuali utilizzabili solo da chi può permettersi grandi studi legali

III) che rafforza le tutele per le forze di polizia anche quando emergono abusi, alimentando l’idea di uno Stato che non deve rendere conto a nessuno

Il tutto innaffiato da un uso compulsivo della decretazione d’urgenza. Il “decreto anti-rave” ha inaugurato questa stagione, trasformando un raduno non autorizzato in un quasi-crimine di massa con pene sproporzionate; altri decreti hanno via via inasprito le pene per blocchi stradali, imbrattamenti, reati di strada, minori “problematici”, fino a delineare quello che diversi giuristi hanno definito un vero e proprio “diritto penale della destra”, ossia un diritto penale dell’insicurezza giuridica e sociale.

Il risultato non è un sistema razionale, ma una giungla normativa in cui:

I) nessuno sa più con certezza dove finisce la protesta legittima e dove inizia il reato

II) il disagio sociale viene trattato quasi esclusivamente come problema di ordine pubblico

III) la cronaca nera diventa sceneggiatura politica per nuovi decreti simbolici

Non è un effetto collaterale. È il cuore del metodo: in un contesto confuso, chi ha potere interpretativo (polizia, procure, giudici “allineati”) acquista più forza, mentre chi protesta o vive ai margini è sempre esposto al rischio di cadere sotto le maglie di una legge elastica.

Perché questo governo ha bisogno di controllare i pubblici ministeri

Dentro questo quadro, la riforma sulla separazione delle carriere non è un vezzo da giuristi. È il tassello necessario per rendere stabile un diritto penale così sbilanciato.

Se vuoi governare attraverso decreti repressivi e reati “elastici”, hai due esigenze molto concrete:

I) forze di polizia molto protette e poco controllate

II) una magistratura che non ti ostacoli quando scegli chi colpire e chi lasciare in pace

Oggi il pubblico ministero fa parte dell’ordine giudiziario ma, almeno sulla carta, gode delle stesse garanzie del giudice. Questo lo rende più libero di indagare, anche controvento, anche quando l’inchiesta tocca i piani alti. È proprio questa autonomia che disturba una destra reazionaria, convinta che lo Stato sia cosa “sua” quando vince le elezioni.

Separare le carriere, creare un CSM ad hoc per i PM, istituire un’Alta Corte disciplinare esterna significa spezzare quel legame. Significa isolare il pubblico ministero, renderlo più esposto a pressioni, ricatti, carriere bloccate. In prospettiva, significa avvicinarlo all’orbita dell’esecutivo, soprattutto se la riforma verrà poi completata con ulteriori interventi sull’obbligatorietà dell’azione penale e sulla responsabilità disciplinare.

È il vecchio sogno della destra autoritaria: avere una polizia forte e una magistratura docile.

Le parole di Nordio come messaggio trasversale all’opposizione

Dentro questo contesto, le uscite del ministro Nordio non sono scivoloni, ma messaggi in chiaro.

Quando afferma che anche i partiti di opposizione dovrebbero sostenere la separazione delle carriere perché, quando torneranno al governo, se ne avvantaggeranno – “non avranno più il fiato sul collo dei pubblici ministeri” – non sta sbagliando lessico. Sta dicendo la verità su come concepisce la giustizia: uno strumento nelle mani di chi governa, non un potere autonomo al servizio della legalità costituzionale.

Quella frase è un invito e una tentazione, soprattutto verso i settori dell’opposizione più sensibili al richiamo della “governabilità” e meno disposti a disturbare gli assetti economici e mediatici esistenti. È un modo per dire al Partito democratico e ad altri: non fate i puri, anche voi avete avuto problemi con le procure, anche voi, domani, potreste preferire un pubblico ministero meno libero e più gestibile.

Qui sta la subdola modernità di questo progetto: non è una riforma pensata solo “per la destra”. È una riforma costruita per piacere a chiunque stia al governo, oggi o domani. È un sistema trasversale in potenza, pensato per neutralizzare la magistratura quando diventa davvero scomoda, indipendentemente dal colore politico di Palazzo Chigi.

Il richiamo al Piano Gelli e la povertà di progetto sociale

Quando lo stesso ministro della Giustizia arriva a dire che non c’è nulla di male se una certa idea di riforma della magistratura era presente anche nel Piano di Licio Gelli, perché “anche lui diceva cose giuste”, non sta facendo un paradosso da salotto. Sta legittimando come riferimento ammissibile una matrice dichiaratamente eversiva, che voleva piegare la Costituzione antifascista alle esigenze di un blocco di potere economico, militare, mediatico.

Per me, questa destra ha un problema di fondo: non ha un progetto di trasformazione sociale, ha solo un progetto di potere. Non sa come ridurre le disuguaglianze, come affrontare il lavoro povero, come ricostruire sanità e scuola pubblica, come governare seriamente la transizione ecologica. Sa però benissimo come rafforzare l’esecutivo e come indebolire i contropoteri.

Nel vuoto di idee, resta solo il rancore istituzionale: la voglia di “regolare i conti” con quella Costituzione che li ha emarginati per decenni, con quella magistratura che negli anni Novanta ha osato mettere sotto processo la politica, con quei pezzi di società che rivendicano ancora diritti e conflitto.

Il referendum e la raccolta firme: antifascismo costituzionale oggi

Dentro questo scenario, la raccolta firme per il referendum assume un valore che va oltre la procedura. È una forma di antifascismo costituzionale nel presente.

A fronte di un governo che ha fissato in modo accelerato la data del voto per il 22-23 marzo 2026 e di media che dedicano al tema spazio e tempo ridotti, il fatto che oltre 425.000 persone abbiano già firmato – online e nei banchetti – è una risposta concreta. Non è retorica, è un gesto che lascia traccia.

La pagina ufficiale per sottoscrivere e informarsi è questa:

Ogni firma è un “no” preventivo all’idea che la Costituzione sia materia per iniziati, da regolare tra giuristi e maggioranze variabili. È un modo per dire che i principi antifascisti, l’equilibrio tra poteri, l’indipendenza della magistratura non sono archeologia, ma pezzi di vita quotidiana: riguardano il diritto a protestare senza essere trattati da criminali, il diritto ad avere inchieste serie sulla corruzione, il diritto a non vedere trasformata la sicurezza in un manganello politico.

Paura o diritti: la scelta vera dietro la scheda

Alla fine tutto si riduce a una domanda secca: vogliamo vivere in un Paese in cui la paura è il vero programma di governo e il diritto penale è la sua lingua ufficiale, mentre la Costituzione viene riscritta per rendere più comodo il potere di chi vince le elezioni?

Oppure vogliamo difendere un modello in cui la sicurezza non viene costruita contro qualcuno, ma con più diritti, più giustizia sociale, più uguaglianza, e in cui chi governa sa che, se sbaglia o abusa, può trovarsi un pubblico ministero libero di indagare e un giudice libero di giudicare?

Il referendum sulla separazione delle carriere non basta a fermare tutto il disegno reazionario di questa destra, ma apre una breccia. Trasforma una riforma scritta per pochi in una scelta affidata a molti.

Dire no a questa riforma, per me, significa dire no a un’Italia in cui i “signori sopra la legge” tornano a sentirsi intoccabili e in cui i deboli tornano a essere solo materiale da codice penale. Significa scegliere, ancora una volta, da che parte stare: dalla parte di una Costituzione antifascista viva, o dalla parte di chi la considera un ostacolo da aggirare e, pezzo dopo pezzo, da smantellare.

Fonti essenziali (selezione)

I) Nello Rossi, “La destra e il diritto penale dell’insicurezza”, Volere la Luna / Questione Giustizia.

II) Documenti e relazioni sul Piano di rinascita democratica della P2 (Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2).

III) Ricostruzioni storiche su Placido Rizzotto, gli altri sindacalisti uccisi in Sicilia e l’impunità dei mandanti mafiosi.

IV) Approfondimenti su Silvio Berlusconi (tessera P2 n. 1816) e sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

V) Atti parlamentari e dichiarazioni del ministro Nordio sulla separazione delle carriere e sul “fiato sul collo” dei pubblici ministeri.

VI) Testi e cronache sulla riforma costituzionale Meloni–Nordio (separazione delle carriere, doppio CSM, Alta Corte disciplinare) e sul decreto di indizione del referendum del 22-23 marzo 2026, con i ricorsi del comitato referendario al TAR Lazio.

Giustizia e potere: dall’impunità dei potenti alla trappola della separazione delle carriere

Quando sento parlare del referendum sulla separazione delle carriere come di un tema “tecnico”, da addetti ai lavori, ho la sensazione che si stia perdendo il punto. Per me questo voto non è una disputa tra codici e correnti della magistratura: è l’ultimo capitolo di una storia molto più lunga, che in Italia comincia almeno dal 1861. La storia dell’impunità dei potenti e dei loro tentativi ricorrenti di sfuggire al controllo della legge.

La riforma costituzionale approvata nel 2025 prevede tre passaggi di sistema:
• separazione rigida e definitiva tra carriere dei giudici e dei pubblici ministeri;
• due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con componenti in parte estratti a sorte;
• una nuova Alta Corte disciplinare, esterna ai CSM, chiamata a giudicare sui procedimenti disciplinari contro i magistrati.

Non avendo raggiunto i due terzi in Parlamento, la riforma dovrà passare per un referendum confermativo senza quorum, che il governo punta a celebrare il prima possibile, sperando di sfruttare il vantaggio nei sondaggi sul “sì” e una narrazione mediatica addomesticata.

Dentro questo perimetro apparentemente tecnico, si gioca però una partita politica e storica che parte da molto lontano.

L’Italia, un Paese costruito sull’eccezione per i potenti

Se guardo alla nostra storia dall’Unità in poi, vedo una costante: il potere politico ed economico ha sempre preteso una forma di “ingiudicabilità” di fatto. Tutti formalmente uguali davanti alla legge; ma non davanti a chi quella legge doveva applicarla.

Già nell’Ottocento, gli scandali delle Ferrovie, del Monopolio dei tabacchi, della Banca Romana raccontano un copione ricorrente: uomini di governo coinvolti in affari sporchi, accertamenti che emergono e poi si spengono, quasi sempre senza condanne reali. Il capo del governo Crispi incassa somme enormi e rimane in sella. Il messaggio implicito è semplice: i vertici dello Stato non si toccano.

Parallelamente, nel distretto di Palermo e nel resto della Sicilia, per decenni migliaia di morti di mafia producono una manciata di ergastoli. La macchina giudiziaria non è un arbitro neutrale: è calibrata, per origine sociale e per prassi, a proteggere i potenti e i loro alleati criminali più che a colpirli.

Non stupisce che la saggezza popolare sintetizzi così bene questo squilibrio: “A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera”, “Chi comanda fa la legge”, “Fatta la legge, trovato l’inganno”. Sono la radiografia di uno Stato che predica legalità, ma difende i suoi intoccabili.

Per lunghi decenni anche la composizione sociale della magistratura rispecchia questo assetto: magistrati che vengono dalle stesse famiglie, dallo stesso ceto, dagli stessi salotti dei dominanti. Incarichi decisi dall’alto, su indicazione politica. Quando la giustizia diventa un prolungamento del potere, l’impunità dei potenti non è una patologia: è il funzionamento normale del sistema.

Dal fascismo all’anticomunismo di Stato: la giustizia come arma contro i deboli

Nel fascismo questa logica si fa esplicita. La magistratura è subordinata all’esecutivo e al partito, orientata contro gli oppositori, mentre i crimini del regime vengono nascosti o normalizzati. I giornali raccontano un Paese pacificato in cui la violenza è sempre “colpa di nemici interni”: la giustizia diventa un braccio della repressione.

Dopo la guerra, la logica dell’anticomunismo di sistema – la scelta, interna e internazionale, di tenere fuori dal governo le forze di sinistra – si traduce anche in un uso selettivo della giustizia. In Sicilia i sindacalisti e i dirigenti contadini vengono uccisi dalla mafia: decine di omicidi, quasi nessuna condanna esemplare.

Il caso simbolico è quello di Placido Rizzotto, partigiano, socialista, segretario della Camera del Lavoro di Corleone. Viene rapito e ucciso il 10 marzo 1948: è uno dei primi casi di “lupara bianca”, il corpo fatto sparire a Rocca Busambra, ritrovato solo nel 2009 e identificato nel 2012, dopo 64 anni, con funerali di Stato celebrati alla presenza del Presidente della Repubblica. Gli imputati, accusati di aver partecipato al sequestro e all’omicidio per conto di Cosa nostra, vengono assolti per insufficienza di prove. Giustizia formale, impunità sostanziale.

E Rizzotto non è un’eccezione. Nella memoria collettiva tornano i nomi di Accursio Miraglia, Epifanio Li Puma, Calogero Cangelosi, Salvatore Carnevale, e tanti altri militanti sindacali caduti nelle lotte contadine per la terra, tra anni Quaranta e Cinquanta, spesso senza che i responsabili fossero davvero condannati. La stessa CGIL e diverse ricerche storiche ricordano che sono almeno 54 i sindacalisti uccisi dalle mafie nel dopoguerra, molti dei quali rimasti senza giustizia, a conferma di un sistema giudiziario incapace – o non disposto – a colpire fino in fondo i mandanti mafiosi e gli interessi agrari che li sostenevano.

In questo quadro si colloca anche Pio La Torre, che prima di diventare dirigente nazionale del PCI è dirigente sindacale e protagonista delle lotte per la terra. Passa dal guidare le occupazioni contadine al finire in carcere per quelle stesse battaglie, mentre la violenza mafiosa contro il movimento bracciantile resta sostanzialmente impunita. Il messaggio è chiaro: se provi a cambiare i rapporti di forza, la legge cade su di te; se difendi gli assetti, la legge ti gira attorno.

La frattura degli anni Settanta: quando una parte della magistratura smette di essere “di famiglia”

A un certo punto, però, qualcosa si incrina. Tra la fine degli anni Sessanta e i Settanta entra in magistratura una generazione diversa, cresciuta nel clima del ’68, meno organica alle élite tradizionali. Nasce la stagione dei cosiddetti “pretori d’assalto”: magistrati che iniziano a usare il diritto del lavoro e il diritto penale del rischio per difendere lavoratori, salute, ambiente, invece di considerare l’imprenditore automaticamente nel giusto.

Nel 1976 cambia il sistema di elezione del CSM: si passa dal maggioritario, che regalava di fatto tutti i seggi a una sola corrente, a un sistema proporzionale che consente rappresentanza anche a gruppi meno accomodanti con i governi. È una crepa importante nel vecchio schema dei “giudici di famiglia” al servizio delle famiglie che contano.

Poi arriva il 1989, il crollo del Muro, la fine del blocco bipolare. Cade l’alibi della “ragion di Stato” permanente, usata per decenni per chiudere un occhio (o tutti e due) su corruzione e collusioni in nome degli equilibri internazionali.

In questo contesto esplode Mani Pulite: tra il 1992 e il 1993 la procura di Milano smonta il sistema delle tangenti che reggeva la Prima Repubblica. In Sicilia, Calabria, Campania una nuova leva di magistrati porta a processo boss, politici, imprenditori. Nel giro di pochi anni, mai come allora nella storia italiana un numero così alto di ministri, parlamentari, manager pubblici e grandi imprenditori era finito sotto inchiesta e condannato, compresi due presidenti del Consiglio.

Questa stagione viene pagata carissimo: dagli anni Settanta in poi, una trentina di magistrati vengono uccisi da mafia e terrorismo. Ma succede anche altro: una parte significativa del Paese comincia a vedere nella magistratura non solo una casta, ma anche un possibile argine all’arbitrio dei poteri forti.

Il presente: una riforma che promette “ordine” ma sa di restaurazione

È in questa lunga storia che colloco oggi la riforma Meloni–Nordio sulla separazione delle carriere. Non stiamo discutendo nel vuoto, ma dentro una trama che conosce benissimo il significato politico della parola “giustizia”.

Tre elementi, nelle parole e nei comportamenti di chi promuove la riforma, per me sono rivelatori.
1. La promessa di togliere il “fiato sul collo” ai governi

Il ministro Nordio ha sostenuto che persino l’opposizione dovrebbe appoggiare la riforma, perché quando tornerà al governo potrà beneficiarne: non avrà più i pubblici ministeri a controllare, indagare, disturbare l’azione dell’esecutivo.

Io non leggo questa frase come una svista, ma come una dichiarazione programmatica. Se il cuore della riforma viene presentato come uno strumento per alleggerire la pressione giudiziaria su chi governa, non siamo davanti a un intervento “garantista” in senso alto. Siamo davanti a un disegno che mira a ridurre la possibilità che le inchieste arrivino troppo vicino ai centri del potere.

La Costituzione ha collocato il pubblico ministero dentro l’ordine giudiziario proprio per blindare l’autonomia dell’azione penale dal governo. Ogni passo che spinge, di diritto o di fatto, il PM verso l’orbita dell’esecutivo ci porta verso un modello di giustizia accomodante con chi sta al vertice. E i testi approvati – separazione secca, due CSM, Alta Corte disciplinare – vanno esattamente in quella direzione, come sottolineano anche diversi costituzionalisti critici.
2. Gelli, la P2, le stragi e il filo che arriva a Berlusconi e Dell’Utri

La seconda “confessione” è ancora più significativa. Per difendere la riforma dalle critiche che la collegano al progetto della loggia P2, Nordio ha evocato Licio Gelli sostenendo, in sostanza, che se un’idea è giusta non diventa sbagliata solo perché l’ha detta lui.

Sul piano astratto si può giocare coi paradossi logici; sul piano concreto, in Italia, quella frase pesa come un macigno. La separazione delle carriere era un cardine del Piano di Rinascita Democratica della P2, non come sofisticata riforma garantista, ma come strumento per piegare magistratura e informazione al controllo politico.

Le indagini sulle stragi e le sentenze, in particolare sulla strage del 2 agosto 1980 alla stazione di Bologna, hanno restituito un ruolo di Gelli che va ben oltre la caricatura del “massone deviato”: finanziatore, regista occulto, punto di snodo tra loggia segreta, terrorismo neofascista e apparati deviati dello Stato. Quel progetto non era “una proposta tra le altre”, ma una vera architettura di Stato parallelo.

Dentro quella lista di 962 affiliati alla P2 compaiono nomi che hanno segnato la Seconda Repubblica: tra gli altri, Silvio Berlusconi, indicato con la tessera n. 1816, futuro quattro volte Presidente del Consiglio, al centro del sistema mediatico e politico che ha dominato il trentennio successivo.

Dalla P2 al berlusconismo il filo non si spezza, anzi si rafforza nel rapporto con Cosa nostra. Il principale artefice politico-organizzativo della nascita di Forza Italia, Marcello Dell’Utri, viene condannato in via definitiva dalla Corte di Cassazione nel 2014 a sette anni di reclusione per concorso esterno in associazione mafiosa, per i suoi rapporti con i clan palermitani almeno dagli anni Settanta in poi.

Oggi quella stessa area politico-culturale – erede del berlusconismo e alleata con la destra post-missina – è la spina dorsale del governo che spinge la riforma della magistratura. Non è dietrologia, è genealogia: dai progetti piduisti, passando per la colonizzazione mediatica e per i rapporti con la mafia certificati nelle aule di giustizia, si arriva a un esecutivo che propone una riscrittura costituzionale pensata per “normalizzare” il conflitto tra potere politico e potere giudiziario.

In questo quadro, il richiamo “disinvolto” a Gelli non è un incidente: è una dichiarazione di continuità simbolica. Un modo per dire che quell’idea di giustizia sotto tutela politica, bocciata dalla storia e dalle commissioni parlamentari, continua a essere l’orizzonte di una parte del potere italiano.
3. Falcone e Borsellino tirati per la giacca dalla destra

Il terzo elemento non riguarda una frase di Nordio, ma un metodo politico. La destra di governo – Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia – usa i nomi di Falcone e Borsellino come fossero testimonial postumi della riforma. Si strappano frasi dal contesto, si montano clip e slogan per far dire ai due magistrati ciò che serve alla campagna per il “sì”.

Trovo questa operazione doppiamente intollerabile. Primo, perché rimuove il fatto che in vita Falcone e Borsellino furono spesso isolati, contrastati, delegittimati proprio da pezzi di politica, di magistratura, di informazione che oggi si riempiono la bocca di “legalità” e “lotta alla mafia”. Secondo, perché quei nomi vengono branditi per promuovere una riforma che rischia di rendere più difficile fare esattamente ciò per cui loro sono morti: toccare i poteri veri, rompere i patti inconfessabili, portare davanti alla legge chi si è sempre sentito al riparo da tutto.

Falcone, Borsellino e i tanti magistrati uccisi da mafie e terrorismo rappresentano un’idea radicale: la legge deve valere anche – e soprattutto – per i forti. Tirarli per la giacca per giustificare una riforma che riduce il controllo sui governi significa usare la memoria come scudo del potere, non come richiamo alla giustizia.

Un problema piccolo usato per una grande controriforma

C’è un dato che raramente entra davvero nel dibattito pubblico: il passaggio di magistrati da PM a giudice (o viceversa) esiste, ma è numericamente limitato. Parliamo di poche decine di casi l’anno. Non siamo davanti a un fenomeno di massa da cui dipende il destino dell’equità processuale.

Perché allora riscrivere così profondamente l’assetto costituzionale della magistratura? Perché creare due ordini separati, due CSM ridisegnati, un’Alta Corte esterna, per correggere un problema così marginale?

La mia risposta è netta: il vero obiettivo non è aggiustare un dettaglio di ingegneria processuale, ma cambiare l’equilibrio tra poteri. Un PM separato, meno inserito nell’unico ordine giudiziario, più esposto a possibili controlli esterni, è un PM più facile da isolare, colpire, delegittimare quando mette sotto inchiesta i vertici politici o economici.

Ogni volta che la magistratura ha provato seriamente a sfidare gli intoccabili – dai sindacalisti assassinati nel dopoguerra alle inchieste sulle collusioni Stato–mafia, fino a Mani Pulite – la reazione del sistema è stata durissima, prima sul piano mediatico, poi su quello normativo. Oggi questa reazione indossa il vestito rassicurante della “riforma dell’ordinamento”.

Il referendum, la raccolta firme e il silenzio dei media

Su questo sfondo, il referendum non è solo un passaggio istituzionale: è anche un campo di battaglia informativa. Il governo spinge per una data ravvicinata, convinto di poter sfruttare un vantaggio nei consensi e, soprattutto, una situazione mediatica in cui la riforma viene raccontata in modo parziale, talvolta edulcorato, spesso confinato alle pagine di politica per addetti ai lavori.

Nel frattempo, però, qualcosa si muove dal basso. La raccolta delle 500.000 firme, con l’obiettivo dichiarato di superare nettamente questa soglia, rappresenta una risposta politica e culturale a questa forzatura temporale. È un modo per riaffermare che la Costituzione non è proprietà del governo pro tempore, ma di chi la abita ogni giorno come cittadino.

La campagna di firme non è solo un adempimento tecnico per attivare il referendum: è già una forma di mobilitazione e di pedagogia civica. Mentre gran parte dei media tende a oscurare il tema, a parlarne poco, a ridurlo a sfondo di talk show, la possibilità di firmare – anche online – diventa un’occasione concreta per avvicinare le persone al merito della riforma e al suo contesto storico-politico.

Chi vuole informarsi e partecipare può farlo anche attraverso i canali ufficiali dedicati alla raccolta, come la pagina raggiungibile a questo indirizzo:
https://firmereferendum.giustizia.it/referendum/open/dettaglio-open/5400034

L’auspicio non è solo quello di raggiungere il numero necessario di sottoscrizioni, ma di superarlo ampiamente, proprio per mandare un segnale chiaro: su una riforma che tocca l’equilibrio tra poteri dello Stato, i cittadini vogliono essere protagonisti, non spettatori distratti di una partita giocata nelle stanze romane e nei consigli di amministrazione.

Perché questo referendum non è un tecnicismo

A questo punto, la domanda decisiva per me non è se, in astratto, un processo accusatorio “puro” richiederebbe carriere separate. È un dibattito che può appassionare i giuristi, ma da solo non basta.

La domanda vera è un’altra: in un Paese come l’Italia, con questa storia, con questa lunga tradizione di impunità dei forti e di uso politico della giustizia contro i deboli, chi guadagna e chi perde da una magistratura più debole, più divisa, più controllabile?

Viviamo in un contesto in cui:
• per oltre un secolo ministri, re, banchieri e notabili sono stati di fatto immuni da conseguenze penali serie;
• la mafia ha goduto di protezioni e connivenze istituzionali per decenni, colpendo sindacalisti, contadini, amministratori locali spesso senza pagare un prezzo adeguato;
• l’uso selettivo della giustizia, repressivo verso gli ultimi e indulgente verso i primi, è stato una pratica strutturale;
• solo negli ultimi decenni si è vista una rottura significativa di questo schema, pagata con il sangue di magistrati, poliziotti, carabinieri, funzionari che hanno scelto di non girarsi dall’altra parte.

In questo quadro, una riforma che promette ai governi di togliersi “il fiato sul collo” delle procure, che flirta con il lessico e con i progetti della P2, che si appoggia a una maggioranza politica in cui l’ex Presidente del Consiglio è stato iscritto alla loggia segreta e il fondatore del suo partito è stato condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, che strumentalizza la memoria di Falcone e Borsellino, e che viene lanciata dentro un contesto di informazione distorta e di silenzi mediatici, non è un dettaglio tecnico: è un tentativo di riportare l’orologio indietro, verso un modello di “signori sopra la legge”.

Per questo, quando penso a questo referendum, non posso fermarmi alle formule astratte. Mi chiedo concretamente che cosa significhi svegliarsi domani in un Paese dove il pubblico ministero è più lontano dal giudice, più vicino ai condizionamenti della politica, più esposto alla minaccia disciplinare, mentre l’informazione continua a filtrare le notizie in base alla convenienza del potere.

La mia risposta è chiara: ci guadagnano, ancora una volta, i poteri che non vogliono essere giudicati; ci rimettono i cittadini che, con tutti i limiti e gli errori della giustizia italiana, hanno visto in questi anni incrinarsi – finalmente – il muro dell’impunità.

Ed è esattamente questo muro che oggi, dietro la parola d’ordine rassicurante di “separazione delle carriere”, qualcuno sta provando a ricostruire. Sta a noi decidere se lasciare fare in silenzio, o se trasformare il referendum – e già oggi la raccolta delle firme – in un’occasione per dire, una volta per tutte, che la giustizia non è un affare privato dei potenti.

Fonti essenziali per approfondire
• Testo della legge costituzionale su separazione delle carriere, nuovi CSM e Alta Corte disciplinare, commentato dalla dottrina.
• Ricostruzioni storiche sul movimento contadino e sull’antimafia sociale in Sicilia, con particolare attenzione ai sindacalisti uccisi.
• Biografia e vicenda giudiziaria di Placido Rizzotto, inclusi ritrovamento dei resti e funerali di Stato.
• Documenti e analisi sulla loggia P2, elenco degli iscritti e ruolo di Licio Gelli; riferimenti alla tessera n. 1816 di Silvio Berlusconi.
• Sentenze e cronache giudiziarie sulla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa.

La separazione delle carriere come grimaldello del potere: le tre “confessioni” che svelano il rischio per la democrazia

Non riesco a guardare al referendum sulla separazione delle carriere come a un semplice dibattito tecnico tra giuristi o come a una disputa corporativa interna alla magistratura. Per me è un test di tenuta democratica. Perché attorno a questa riforma non si sta discutendo solo di organigrammi, ma della forma concreta dell’equilibrio tra poteri nello Stato. E paradossalmente proprio chi la promuove sta offrendo le prove più chiare di quanto sia pericolosa.

La riforma costituzionale approvata dal Parlamento nel 2025 introduce tre cambiamenti strutturali: carriere separate e non comunicanti tra giudici e pubblici ministeri; due CSM distinti, uno per i giudici e uno per i PM, con membri in parte estratti a sorte; una nuova Alta Corte disciplinare esterna ai CSM. Non essendo passata con i due terzi, andrà a referendum confermativo senza quorum, con voto previsto entro metà marzo 2026. Non è un dettaglio procedurale: quando un governo decide di riscrivere pezzi della Costituzione e chiede ai cittadini di confermarli, ogni parola detta in campagna pesa come piombo.

Dentro questo scenario, vedo tre fatti emblematici. Tre segnali che sembrano crepe in un argine: rivelano l’obiettivo reale della riforma e, insieme, la sua fragilità politica.

Primo fatto: la promessa di togliere il “fiato sul collo” ai governi
Il ministro Nordio ha detto, in sostanza, che la principale opposizione dovrebbe sostenere la separazione delle carriere perché, quando tornerà a governare, potrà beneficiarne: non avrà più i pubblici ministeri a controllare, a indagare, a disturbare l’azione dell’esecutivo. Io qui non vedo una gaffe. Vedo una dichiarazione d’intenti. Se una riforma viene difesa dicendo che serve a rendere i PM meno capaci di mettere sotto pressione il potere politico, allora non è una riforma per la giustizia: è una riforma per il governo di turno.

Nella Costituzione italiana il pubblico ministero è parte dell’ordine giudiziario proprio per garantire che l’azione penale resti autonoma dalla politica. Separare rigidamente le carriere può anche essere discusso in astratto, ma nel momento in cui la sua giustificazione diventa “così chi governa respira”, il velo di neutralità cade. Non si sta rafforzando il processo accusatorio: si sta indebolendo un contrappeso democratico.

Secondo fatto: la normalizzazione di Gelli e della P2
La seconda esternazione è ancora più grave: Nordio ha dichiarato che anche Licio Gelli diceva cose giuste, e quindi sulla separazione delle carriere si potrebbe perfino seguirne l’impostazione. Qualcuno ha provato a liquidarla come battuta da salotto, il classico “anche un orologio rotto…”. Ma a me interessa il punto politico e storico. La separazione delle carriere era un pilastro del Piano di Rinascita Democratica della P2, un progetto giudicato eversivo, costruito per piegare magistratura e informazione al controllo dell’esecutivo.

E qui va detto con chiarezza ciò che la storia giudiziaria e le sentenze ci hanno consegnato: la P2 non fu solo una loggia “occulta” con un progetto di Stato parallelo. Fu un nodo operativo delle trame che attraversarono la stagione delle stragi. Le indagini e i processi sulla strage del 2 agosto 1980 hanno accertato il ruolo di Gelli e di apparati deviati nel depistaggio e nelle coperture, e nelle motivazioni giudiziarie emerge anche il quadro di relazioni e sostegni finanziari che legavano quel mondo ai circuiti neofascisti responsabili dell’attentato alla stazione di Bologna. Non è un dettaglio di colore: è l’ombra lunga di una rete che ha alimentato, protetto e finanziato quella strategia di morte.

Quando il ministro della Giustizia, nel pieno di un referendum costituzionale, cita con benevolenza quel retroterra, sta compiendo un gesto di legittimazione. E in un Paese che ha conosciuto trame, stragi, apparati infedeli e connivenze, quel gesto non è folklore. È un segnale di direzione. È come se si volesse dire: non vi preoccupate se questa riforma ha una genealogia inquietante, prendiamone il “buono” e andiamo avanti. Ma io non ci sto. Perché quel “buono”, in quel contesto, era parte di un disegno di dominio, non di giustizia.

Terzo fatto: la strumentalizzazione di Falcone e Borsellino da parte della destra
Il terzo elemento non riguarda una frase di Nordio, ma un comportamento politico diffuso nei partiti di destra che sostengono il sì: Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia continuano a evocare Falcone e Borsellino come se fossero testimonial postumi della riforma. È una pratica che trovo sgradevole e pericolosa. Prendere frammenti di pensiero, estrapolarli, piegarli a uno slogan referendario significa usare la memoria come clava.

Falcone e Borsellino non sono bandierine da piantare sulla riforma. Sono un metro severo con cui misurare il rapporto tra giustizia e potere. E quel rapporto oggi torna al centro proprio perché la riforma ridisegna l’architettura della magistratura: due corpi separati, due CSM meno rappresentativi per via del sorteggio, e un’Alta Corte disciplinare esterna che rischia di diventare un giudice speciale mascherato. Se si vuole discutere di questa roba, lo si faccia nel merito. Senza tirare per la giacca i morti.

Il problema reale è minuscolo, l’effetto è gigantesco
C’è poi un dato che rende tutto ancora più chiaro: il passaggio di magistrati da PM a giudice, o viceversa, è numericamente ridotto. Parliamo di poche decine di casi l’anno. Allora perché una riscrittura costituzionale così profonda? Perché rifare le fondamenta della casa se la finestra cigola? A me pare evidente che il punto non sia correggere un difetto marginale, ma cambiare l’equilibrio generale: isolare il PM, renderlo più vulnerabile a un controllo politico diretto o indiretto, spostare l’asse del potere verso l’esecutivo.

Le ragioni del sì e la loro debolezza politica
So bene cosa dicono i sostenitori della separazione. Parlano di terzietà del giudice, di parità delle armi nel processo accusatorio, di fine del correntismo grazie al sorteggio nei CSM. Argomenti che, sulla carta, hanno una loro dignità e andrebbero affrontati seriamente.

Ma oggi il sì campa su una contraddizione fatale. Per vincere deve presentarsi come riforma “liberale”, garanzia per l’imputato, modernizzazione del processo. Però le parole e i riferimenti simbolici del campo governativo la svelano come riforma “di controllo”, utile a chi governa per avere meno inchieste, meno disturbo, meno vigilanza. Questa doppia anima rischia di esplodere nelle urne, perché spaventa non solo l’opposizione, ma anche settori garantisti che non vogliono consegnare ai partiti un pubblico ministero indebolito.

Un referendum sul presente, non sul codice
Ecco perché, a mio avviso, questo referendum non parla di tecnica giudiziaria. Parla di presente. Parla di quanto potere vogliamo lasciare a chi governa senza controlli effettivi. Parla della qualità della nostra democrazia. Se il PM viene separato culturalmente e istituzionalmente dal giudice, e se la narrazione politica che accompagna la riforma è “così i governi non avranno più il fiato sul collo”, allora non siamo davanti a un aggiustamento del sistema. Siamo davanti a un cambio di passo costituzionale che spinge nella direzione di uno Stato più verticale, meno controllabile, più impermeabile alle indagini sui piani alti.

Per questo dico con chiarezza che questa riforma è un grimaldello del potere. E le stesse parole di chi la guida lo dimostrano. Non perché abbiano sbagliato una battuta, ma perché hanno lasciato intravedere il cuore dell’operazione: meno controllo sul potere, più potere sul controllo. In un’Italia che ha già pagato carissimo le sue stagioni di opacità e di Stato parallelo, questo è un rischio che non possiamo permetterci di sottovalutare.

Separare per controllare: perché la riforma delle carriere mette nel mirino i PM.

La chiamano “separazione delle carriere”, ma la posta in gioco non è la qualità del processo: è il controllo del pubblico ministero. Lo dice senza giri di parole Nicola Gratteri — “normalizzare il PM, impaurirlo, trasformarlo in un perfetto burocrate” — parlando all’assemblea generale dell’ANM a Roma. E lo confermano testi e tempi della riforma, avanzata a tappe forzate e ora a un passo dal via libera finale prima del referendum confermativo.

Cosa c’è davvero nella riforma “Meloni–Nordio”

Il disegno di legge costituzionale ridefinisce l’architettura dell’autogoverno: due CSM distinti (giudicante e requirente) e una Alta Corte disciplinare al posto dell’attuale competenza disciplinare del CSM. Nei due CSM i membri laici vengono estratti a sorte da un elenco predisposto dal Parlamento in seduta comune; anche i membri togati sono sorteggiati. La nuova Alta Corte ha 15 giudici (laici nominati o sorteggiati e togati estratti a sorte). È la leva che sposta gli equilibri: tra sorteggio e liste parlamentari, l’influenza politica entra per porta principale nella governance delle toghe.

Dove siamo nell’iter. Il Senato ha votato il 22 luglio 2025; il 18 settembre la Camera ha approvato di nuovo il testo. Ora si torna a Palazzo Madama per la quarta e ultima lettura: senza i due terzi, si andrà a referendum confermativo (atteso, secondo più analisi, tra primavera 2026 e dintorni).

Il punto politico: chi nomina, chi disciplina, chi detta le priorità

Separare carriere e organi non è neutro se a compilare gli elenchi da cui si sorteggiano i laici è il Parlamento e se la disciplina è concentrata in un’unica Alta Corte di nuova istituzione. È qui che la riforma può diventare leva di condizionamento: progressioni, incarichi, clima interno. L’ANM parla esplicitamente di rischio di “magistratura addomesticata”.

C’è di più. Nel cantiere di riforme del governo, l’obbligatorietà dell’azione penale viene già compressa dai “criteri di priorità” e dai tagli di poteri impugnatori del PM: l’assetto spinge fisiologicamente verso un PM meno autonomo, più esposto a indirizzi esterni.

“Problema” inesistente, rimedio pericoloso

La retorica dei “passaggi di casacca” tra PM e giudici è smentita dai numeri: negli ultimi anni i passaggi tra funzioni sono intorno allo 0,3% su base annua; in audizione la Prima Presidente Cassano ha indicato 0,83% (PM→giudicante) e 0,21% (giudice→requirente) nel quinquennio. E già oggi il passaggio è possibile una sola volta, rigidamente regolato. Cambiare la Costituzione per un fenomeno residuale è un azzardo istituzionale.

Il confronto comparato: dove si separano le carriere, spesso il PM è gerarchizzato

In Francia il parquet mantiene legami gerarchici con l’esecutivo (istruzioni generali del Guardasigilli; devianze corrette a più riprese da CEDU e CGUE), in Germania la Staatsanwaltschaft risponde al ministro (Weisungsrecht). Morale semplice: separi e, quasi sempre, gerarchizzi. È questo il modello che vogliamo importare?

Il “pacchetto Nordio”: cosa ha già cambiato (e perché conta sulla separazione)

Il cuore operativo della stagione Nordio è la Legge 9 agosto 2024, n. 114. Ecco i punti che incidono direttamente su accusa e processo:
• Abrogazione dell’abuso d’ufficio e riforma del traffico di influenze. Due scelte simboliche: meno rischi per amministratori e snellimento del perimetro corruttivo. La Cassazione, nel 2025, è già intervenuta sul nuovo 346-bis.
• Intercettazioni e informazione di garanzia: stretta sulle pubblicazioni (divieti finché non riprodotte dal giudice o usate in dibattimento) e nuove regole di riservatezza; più oneri informativi nell’avviso di garanzia. Si muove il pendolo della trasparenza verso la riservatezza investigativa.
• Misure cautelari: introdotto l’interrogatorio preventivo prima della custodia in carcere e, dal 25 agosto 2026, la collegialità del GIP per la decisione sulla misura. Innovazioni pensate come garanzia, ma con criticità applicative segnalate da dottrina e operatori.
• Impugnazioni: limiti all’appello del PM contro le assoluzioni per i reati a citazione diretta; la giurisprudenza ha chiarito il regime transitorio. È un restringimento strutturale dei poteri dell’accusa.

Nel 2025 è arrivata anche la “legge Zanettin” che fissa a 45 giorni la durata delle operazioni di intercettazione (prorogabili), ulteriore tassello della stagione restrittiva sul fronte investigativo.

Morale del quadro: mentre si riduce per legge la capacità d’azione del PM (intercettazioni più contenute, appelli limitati, cautelari più rigide da ottenere), la separazione delle carriere sposta la leva di governo di quel PM verso organi più permeabili alla politica. È un disegno coerente.

Le parole d’ordine del governo e la realtà del processo

“Giudice terzo” e “parità delle parti” sono obiettivi sacrosanti. Ma la terzietà non si ottiene indebolendo chi indaga: si ottiene con risorse, tempi ragionevoli, difesa forte e regole probatorie chiare. Le modifiche del 2024–2025, lette insieme, rischiano l’effetto opposto: PM burocratizzato e giudice più esposto alla scarsità istruttoria. È il “gelo” sulle inchieste di cui avverte Gratteri.

Che cosa difendere, che cosa cambiare davvero

Siamo contrari alla separazione delle carriere perché, in questo impianto, sposta il baricentro verso l’Esecutivo.
• Obbligatorietà dell’azione penale come argine alla politicizzazione delle priorità.
• Autogoverno unitario (riformato in trasparenza e merito, non segmentato e sorteggiato da elenchi parlamentari).
• Regole sui passaggi di funzione già oggi stringenti e statisticamente marginali: non è lì il problema.

E proponiamo ciò che serve subito ai cittadini: organici e tecnologie nelle procure, coordinamento dei tempi tra indagini, dibattimento e impugnazioni, fondi veri per patrocinio e difesa d’ufficio. Nessuna di queste cose richiede di mettere la Procura in catena.

Separare le carriere, oggi e così, significa separare i PM dalla loro indipendenza. Se l’obiettivo fosse davvero il “giusto processo”, parleremmo di organici, tempi, difese, digitalizzazione, carceri. Qui il disegno è un altro: normalizzare l’accusa. Su questo, la risposta deve essere chiara.

Fonti essenziali
• Iter e contenuti della riforma costituzionale (due CSM, Alta Corte, sorteggio): scheda e analisi Sistema Penale, dossier Camera.
• Voti e calendario (Senato 22/7/2025; Camera 18/9/2025; quarta lettura e referendum): Pagella Politica, Euronews, GNews (Ministero).
• Dati sui passaggi di funzione: ANM (0,3% medio 2020–2024), audizione Cassano (0,83% e 0,21%), quadro normativo sui limiti al passaggio.
• Legge 114/2024 (“riforma Nordio”): testi e sintesi ufficiali, dottrina su intercettazioni, informazione di garanzia, impugnazioni, misure cautelari.
• Traffico di influenze riformato e prime pronunce: Sistema Penale; Giurisprudenza Penale.
• Durata intercettazioni (45 giorni): l. 31 marzo 2025 n. 47 (“Zanettin”).
• Dichiarazioni Gratteri all’ANM (25 ottobre 2025): Il Fatto Quotidiano; annunci ANM sull’assemblea.
• Comparato (Francia/Germania, PM e gerarchia esecutiva): CGUE e commenti; Questione Giustizia e schede su status del PM francese.

La Giustizia sotto Attacco: Il Grande Inganno della Riforma Nordio

L’Italia ha assistito a un evento storico: uno sciopero della magistratura con un’adesione senza precedenti, oltre l’80%, e punte del 90% nelle grandi città. Un segnale chiaro, inequivocabile, di una magistratura che non intende piegarsi a una riforma che mina l’indipendenza della giustizia e stravolge i principi fondamentali della Costituzione. Il governo Meloni, invece di ascoltare, si trincera dietro una narrazione pericolosa e strumentale, tentando di dipingere i magistrati come una casta arroccata nei propri privilegi. Ma la verità è ben diversa: in gioco non ci sono interessi corporativi, ma l’equilibrio democratico del Paese.

Una protesta che scuote il Paese

Le immagini dei magistrati con la Costituzione in mano sulle scale dei tribunali sono il simbolo di una battaglia che va ben oltre la categoria togata. Questo sciopero non è stato solo un atto di dissenso tecnico, ma una vera e propria difesa della democrazia. La riforma Nordio, con la separazione delle carriere, la creazione di due CSM distinti e l’istituzione di un’Alta Corte disciplinare, è il cavallo di Troia con cui la politica tenta di mettere il guinzaglio alla magistratura.

Non è un caso che alla protesta abbiano aderito intellettuali, scrittori, artisti. Gianrico Carofiglio ha ammonito i magistrati a comunicare in modo chiaro alla cittadinanza, Antonio Albanese si è schierato apertamente a Genova, mentre Viola Ardone e Maurizio de Giovanni hanno parlato di un rischio concreto per la forma stessa dello Stato. Anche Dacia Maraini e Nicola Piovani hanno espresso il loro sostegno, ribadendo la necessità di difendere la Costituzione da chi vuole piegarla ai propri interessi di potere.

Il governo tra finta apertura e repressione

Di fronte a questa mobilitazione, la risposta della destra è stata la solita: tentativi di delegittimazione e repressione del dissenso. La deputata leghista Simonetta Matone ha definito lo sciopero “un’offesa all’Italia”, accusando i magistrati di usare la Costituzione come arma politica. Un’accusa ridicola, se non fosse pericolosa. Anche Sergio Rastrelli di Fratelli d’Italia ha parlato di “arroccamento corporativo”, dimostrando come il governo abbia deciso di non affrontare il merito della questione, ma di limitarsi a lanciare slogan propagandistici.

Nel frattempo, Giorgia Meloni ha convocato un vertice con i suoi alleati per decidere il da farsi. E qui il teatrino è diventato ancora più chiaro: si parla di “apertura al dialogo”, ma solo su aspetti marginali come le “quote rosa” o il metodo di selezione del CSM. Nulla che possa minimamente alterare la struttura di una riforma che punta a ridurre la magistratura a un’emanazione del potere esecutivo. Forza Italia e Lega, inizialmente più rigide, hanno poi ammorbidito le proprie posizioni per evitare tensioni con il Colle. Ma la verità è che il governo non ha alcuna intenzione di cambiare la sostanza della riforma.

Una deriva autoritaria che non possiamo accettare

Il vero obiettivo di questa riforma non è migliorare la giustizia, ma addomesticarla. Il governo Meloni sa bene che un potere giudiziario indipendente è un ostacolo per chi vuole concentrare il potere nelle proprie mani. La separazione delle carriere non ha nulla a che fare con una maggiore efficienza del sistema, ma è il primo passo per trasformare il pubblico ministero in un burocrate agli ordini della politica.

Il presidente dell’ANM Cesare Parodi è stato chiarissimo: questa riforma danneggia i cittadini, non i magistrati. Perché un pubblico ministero sotto il controllo del governo significa meno indagini sui potenti, meno giustizia per i più deboli, meno garanzie per tutti. Significa un Paese in cui l’uguaglianza davanti alla legge diventa un concetto vuoto.

Il 5 marzo: una battaglia decisiva

L’appuntamento tra governo e magistratura del 5 marzo sarà cruciale. Ma non bisogna farsi illusioni: questo governo non arretrerà di un millimetro se non sarà costretto a farlo. La mobilitazione deve continuare, deve allargarsi, deve coinvolgere ogni cittadino che crede nella giustizia e nella democrazia. Perché il disegno della destra è chiaro: svuotare la magistratura della sua indipendenza, ridurre gli spazi di democrazia, accrescere il controllo politico su ogni aspetto della vita pubblica.

Non possiamo permetterlo. Non dobbiamo permetterlo. La giustizia indipendente non è un privilegio di pochi, ma una garanzia per tutti. E la lotta per difenderla non è solo una questione di magistrati: è una battaglia di civiltà che riguarda ognuno di noi.

La riforma della giustizia e l’indipendenza del potere giudiziario, un fragile equilibrio.

La riforma della giustizia e l’indipendenza del potere giudiziario: un fragile equilibrio

Il disegno di legge n. 1917, approvato in prima lettura il 16 gennaio 2025, solleva interrogativi cruciali sull’indipendenza del potere giudiziario e sul sistema di autogoverno della magistratura, mettendo in discussione l’equilibrio tra i poteri dello Stato. Il governo Meloni, con la proposta di riforma, introduce misure che trasformano profondamente il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) e l’intero sistema di autogoverno, attraverso il sorteggio dei suoi membri. Tuttavia, la questione è complessa e merita una riflessione anche sulle criticità del sistema attuale.

Sorteggio e autogoverno: un’arma a doppio taglio

L’introduzione del sorteggio come criterio per la selezione dei membri togati e laici del CSM, così come per i componenti dell’Alta Corte disciplinare, è giustificata dal governo come misura per eliminare influenze e condizionamenti politici o corporativi. Tuttavia, questo approccio mina alla base il principio democratico della rappresentatività e la funzione di garanzia dell’autogoverno. Un organismo sorteggiato rischia di ridurre la magistratura a un corpo indistinto, privo di una leadership autorevole, e apre la strada a meccanismi opachi di gestione burocratica.

Ma non possiamo ignorare che il sistema attuale, basato su elezioni interne per i magistrati e nomine parlamentari per i membri laici, è anch’esso vulnerabile a influenze politiche. Il caso Palamara ha drammaticamente rivelato come il peso delle correnti interne alla magistratura e il legame tra politica e magistratura possano distorcere il funzionamento del CSM, compromettendo l’autonomia e la credibilità dell’istituzione stessa.

Il rischio di un’eterogovernanza politica

La riforma, con il pretesto di risolvere le criticità emerse, non elimina il rischio di ingerenze politiche, ma lo amplifica. Il sorteggio non garantisce un’autentica indipendenza, anzi, può diventare uno strumento per selezionare magistrati meno preparati o più facilmente influenzabili. Inoltre, la previsione di un “sorteggio temperato” per i membri laici, all’interno di liste formate tramite elezioni, lascia spazio a manipolazioni politiche che rischiano di trasformare l’autogoverno in eterogoverno.

Il problema, dunque, non è solo nel sistema di selezione, ma nella mancanza di una riforma strutturale che affronti realmente le dinamiche di potere e le influenze esterne. Occorre interrogarsi su come limitare l’impatto delle correnti e dei partiti politici, senza per questo abdicare ai principi di rappresentatività e competenza.

Una riforma che tradisce la Costituzione

L’autogoverno della magistratura, così come concepito dai Costituenti, è una garanzia fondamentale per l’indipendenza del potere giudiziario. L’attuale sistema, pur con le sue imperfezioni, è stato progettato per creare un equilibrio tra i diversi poteri dello Stato, evitando concentrazioni di potere e garantendo il pluralismo istituzionale.

La riforma del governo Meloni, invece, rappresenta un passo indietro, sostituendo un sistema perfettibile con uno in cui l’indipendenza del giudiziario è gravemente compromessa. È una misura che, se realizzata, tradisce lo spirito della Costituzione e apre la strada a un controllo politico sempre più stringente sulla magistratura.

Conclusione

Se da un lato è innegabile la necessità di intervenire per eliminare le distorsioni emerse nel sistema attuale, dall’altro il ricorso al sorteggio non rappresenta una soluzione, ma un ulteriore passo verso la burocratizzazione e la perdita di indipendenza. Come denunciava il documento della loggia massonica P2, il controllo politico sul giudiziario è da sempre l’obiettivo di chi vuole trasformare la magistratura in uno strumento di potere.

Dobbiamo invece guardare a riforme che rafforzino l’autonomia e la trasparenza degli organismi di autogoverno, riducendo le ingerenze delle correnti interne e dei partiti politici, ma senza sacrificare la rappresentatività e la competenza. Il rischio di una magistratura asservita al potere politico è troppo grande per essere ignorato. Come ammoniva Piero Calamandrei, “La libertà non è un dono, ma una conquista quotidiana da difendere contro le insidie dei potenti”.