IL FEDERALISMO DELLA VERGOGNA

Fontana rilancia la secessione, Sechi insulta il Sud che ha salvato la Costituzione.
Mentre milioni di poveri perdono il sussidio, la stampa di regime incassa milioni dallo Stato.
Tre giorni dopo la storica vittoria del No al referendum costituzionale del 22-23 marzo 2026, che ha respinto lo smembramento e indebolimento della magistratura, il governatore della Lombardia Attilio Fontana ha risposto al voto democratico con quella che non può essere definita altrimenti che una dichiarazione di guerra all’unità nazionale. E il direttore di Libero, Mario Sechi, ha fatto da megafono ideologico all’offensiva, insultando i meridionali che hanno difeso la Carta. Due voci, un unico messaggio: punire il Sud che non si è inginocchiato.

I. LE PAROLE DI FONTANA: ANATOMIA DI UN PROGETTO SECESSIONISTA
Sul Corriere della Sera del 26 marzo 2026, Attilio Fontana — presidente della Regione Lombardia e figura di spicco della Lega — ha scelto di non riconoscere la lezione referendaria. Al contrario, ha deciso di rilanciarla, amplificarla, trasformarla in programma politico.
“Bisogna trovare il modo di mettere il Nord, che è la parte sana e produttiva del Paese, in grado di competere con le Regioni europee più avanzate […] L’Autonomia è solo un primo passo, il nodo di fondo è che bisogna cambiare la forma dello Stato in senso federale.”
Il messaggio è cristallino nella sua crudezza: il Nord è la “parte sana”, il resto è zavorra. Il Meridione va punito per aver votato in massa contro la manomissione delle garanzie costituzionali, per aver difeso l’indipendenza della magistratura e la separazione dei poteri. La soluzione di Fontana non è il dialogo: è la frammentazione dello Stato in senso federale, con le Regioni del Nord libere di allearsi con la Baviera per proteggere l’industria automobilistica e manifatturiera del Nord padano.
Non si tratta di una posizione nuova per la Lega, che sin dalla sua fondazione nel 1989 ad opera di Umberto Bossi ha perseguito prima la secessione aperta della Padania, poi il federalismo fiscale, poi l’autonomia differenziata. Ma le parole di Fontana del 26 marzo rappresentano un salto di qualità: è la prima volta che un governatore in carica, a poche ore da una sconfitta elettorale che coinvolge direttamente le sue politiche, invoca esplicitamente un federalismo secessionista come risposta al voto popolare.
In altri termini: se il popolo vota in modo “sbagliato”, la soluzione non è ascoltarlo — è costruire una struttura istituzionale che lo escluda. Questo è l’attacco alla democrazia che Fontana non nomina ma pratica.
II. IL “MODO DI PENSARE”: IL RAZZISMO ISTITUZIONALE DELLA LEGA
Ancora più rivelatore del progetto secessionista è il linguaggio utilizzato da Fontana per descrivere il divario tra Nord e Sud. Secondo il governatore lombardo, il Nord è “l’area più moderna e funzionale che traina il resto dell’Italia”. Il sottotesto è inequivocabile: il Meridione è arretrato, premoderno, irrecuperabile, e questa arretratezza si esprime anche nel “modo di pensare” dei suoi abitanti.
Questo “modo di pensare” sbagliato, secondo la logica fontaniana, consiste nell’aver votato a difesa della Costituzione. 15 milioni di cittadine e cittadini meridionali, che hanno espresso liberamente e democraticamente la propria volontà, vengono così trasformati in un problema da risolvere con la separazione istituzionale. È una forma di razzismo istituzionale che etnicizza la preferenza politica: non sbagli perché la tua posizione è sbagliata, sbagli perché appartieni al gruppo sbagliato.
Eppure — come sottolineano i dati — il Sud che ha votato No al referendum non lo ha fatto per attaccamento all’immobilismo. La Calabria, una delle regioni più duramente colpite dalla questione meridionale, ha espresso percentuali altissime di voto favorevole alla riforma nel quesito sulla separazione delle carriere. Il Sud non è un blocco monolitico conservatore: è un territorio che risponde alle proposte che gli vengono sottoposte, capace di scelte radicalmente diverse a seconda del quesito e del contesto. Fontana, e chi lo sostiene, preferisce ignorare questa complessità, perché serve loro un nemico semplice, uniforme, utile come alibi.
III. SECHI E LIBERO: QUANDO IL GIORNALISMO INSULTA CHI HA DI MENO
Se Fontana ha offerto la cornice politica, Mario Sechi — direttore di Libero — ne ha fornito la copertura ideologica e mediatica. Nel suo editoriale pubblicato su Libero il 24 marzo 2026, intitolato “L’ingiustizia è uguale per tutti”, Sechi ha commentato l’esito referendario con parole che il senatore M5S Orfeo Mazzella ha definito senza mezzi termini “gravissime e a tratti razziste”.
“Ha vinto il NO grazie a giovani ‘coltivati’ in scuole e università e grazie al Sud attaccato al reddito e alle pensioni d’invalidità.”
Tradotto: chi ha votato No è o un giovane manipolato nei banchi di scuola, oppure un meridionale che difende il proprio “assistenzialismo”. Il voto democratico di milioni di persone ridotto a una scelta di convenienza, a un riflesso pavloviano del portafoglio. L’editoriale di Sechi è “uno schiaffo in faccia a 20 milioni di meridionali e al giornalismo stesso”, per usare ancora le parole del senatore Mazzella, che ha auspicato una rapida presa di posizione dell’Ordine dei giornalisti.
Francesco Emilio Borrelli, parlamentare di Avs, è andato oltre: “Adesso basta! Mario Sechi ha usato parole offensive verso il popolo del Sud che ha votato per difendere la Costituzione.” Perché è questo che il direttore di Libero non riesce — o non vuole — comprendere: il voto del Sud non era in difesa del reddito di cittadinanza. Era in difesa dell’articolo 104 della Costituzione, dell’indipendenza della magistratura, dei contrappesi democratici che proteggono tutti i cittadini, a cominciare dai più vulnerabili.
IV. IL PARADOSSO DEI FINANZIAMENTI PUBBLICI: CHI INSULTA IL POVERO VIVE DEI SOLDI DI STATO
Ma c’è una dimensione di questa vicenda che non può essere taciuta, perché tocca il cuore di una contraddizione insostenibile. Sechi scrive su Libero che il Sud ha votato No per “attaccamento al reddito” di cittadinanza, come se fosse una vergogna che una famiglia in difficoltà economica riceva un sussidio statale. Eppure il giornale sul quale firma questi editoriali campioni di disprezzo sociale — Libero — è tra i principali beneficiari del finanziamento pubblico all’editoria in Italia.
I dati pubblicati dal Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria della Presidenza del Consiglio dei Ministri parlano chiaro: Libero ha ricevuto oltre 5,4 milioni di euro di contributi pubblici diretti per l’anno 2023, e circa 2,7 milioni nella prima rata del 2024. Nel complesso, negli anni più recenti, il quotidiano ha incassato dallo Stato cifre nell’ordine di svariati milioni di euro all’anno.
Un meccanismo surreale: la testata che si nutre di fondi pubblici — erogati attraverso una cooperativa che formalmente detiene la testata, mentre la proprietà sostanziale fa capo alla società di Antonio Angelucci, deputato della Lega — usa quelle stesse risorse per produrre editoriali che umiliano chi riceve un sussidio per sopravvivere. La differenza tra il reddito di cittadinanza e il contributo pubblico all’editoria non sta nella natura dell’intervento statale, ma in chi ne beneficia: nel primo caso, famiglie al di sotto della soglia di povertà; nel secondo, un giornale di proprietà di un parlamentare del partito di governo.
Non è solo una questione di ipocrisia. È una questione di classe. Il welfare per i ricchi si chiama “pluralismo dell’informazione”. Il welfare per i poveri si chiama “assistenzialismo” e diventa argomento di scherno sulle pagine dello stesso giornale che quel welfare incassa.
Vergogna, Sechi. Vergogna, Libero. Non si morde la mano che ti nutre, soprattutto quando quella mano è la mano dello Stato che stai insultando attraverso i suoi cittadini più fragili.
V. LA RISPOSTA CHE CI ASPETTIAMO: UNITÀ, DIGNITÀ, RESISTENZA COSTITUZIONALE
Il comunicato dei Comitati per il Ritiro di ogni autonomia differenziata pubblicato il 26 marzo 2026 lancia un appello preciso e urgente: tutte le forze politiche, sindacali e associative che hanno combattuto per la difesa della Costituzione devono reagire “immediatamente con dichiarazioni, prese di posizione, interrogazioni parlamentari” alle dichiarazioni di Fontana. Si chiedono esplicitamente le dimissioni del governatore lombardo.
È un appello che facciamo nostro con piena convinzione. Non per spirito di rivincita, non per logica di parte, ma perché chi ricopre una carica istituzionale ha il dovere di rispettare il verdetto democratico, non di costruire architetture istituzionali per aggirarlo. Fontana non ha perso un voto qualsiasi: ha visto sconfitto un progetto politico che voleva indebolire la magistratura e concentrare il potere. La risposta a quella sconfitta non può essere la minaccia della secessione.
L’iter delle Intese — che prevede accordi bilaterali tra singole Regioni e lo Stato per trasferire competenze e risorse — deve essere bloccato immediatamente. L’autonomia differenziata, nella sua forma attuale, è stata dichiarata parzialmente incostituzionale dalla sentenza n. 192 del 2024 della Corte Costituzionale. Andare avanti su questo percorso, dopo il voto referendario, sarebbe non solo un errore politico ma una sfida aperta alla volontà del popolo sovrano.
VI. LA QUESTIONE MERIDIONALE COME QUESTIONE DEMOCRATICA
C’è qualcosa di profondamente rivelatore nella coincidenza temporale tra le dichiarazioni di Fontana e gli editoriali di Sechi. Entrambi, a pochi giorni dal referendum, hanno scelto di non interrogarsi sulle ragioni del voto, ma di attaccare chi ha votato. Entrambi hanno trovato nel Sud il capro espiatorio ideale.
Questa è la politica della distrazione. Invece di chiedersi perché milioni di italiani abbiano scelto di difendere la Costituzione, invece di fare i conti con la crisi di consenso che attraversa la destra di governo, si preferisce additare il Meridione come zavorra, zavorra che produce voti sbagliati, che incassa sussidi, che non capisce la modernità.
Ma il Sud che ha votato NO non è arretrato. È consapevole. Consapevole che uno Stato smembrato in feudi autonomi non protegge i deboli, ma li abbandona. Consapevole che una magistratura dipendente dalla politica non difende i cittadini, ma chi è al potere. Consapevole che le riforme istituzionali non si fanno di notte, contando i voti in Parlamento, ma si costruiscono con il consenso, il dialogo, la partecipazione democratica.
“Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere.” Non è una citazione. È un programma di vita. E il 22-23 marzo 2026, 15 milioni di italiani lo hanno scritto con la matita sulla scheda referendaria.
Fontana si dimetta. Sechi faccia ammenda. E che lo Stato smetta di finanziare il disprezzo.

Fonti: Corriere della Sera, 26 marzo 2026; Libero, 24 marzo 2026; Comunicato Comitati NO AD, 26 marzo 2026;
Il Post — contributi pubblici all’editoria 2023/2024; Wikipedia — Referendum costituzionale Italia 2026;
Sardiniapost, Paese Italia Press, Agenzia Opinione — reazioni all’editoriale Sechi (25-26 marzo 2026).

Sanità negata: tra liste d’attesa truccate, autonomia differenziata e collasso sociale

Introduzione
In un Paese che si vanta di avere un sistema sanitario pubblico universale, oltre sei milioni di persone hanno rinunciato a curarsi nel 2024. Non si tratta di una svista statistica o di un effetto collaterale post-pandemico: è l’evidenza drammatica di un sistema sanitario in fase avanzata di disgregazione, dove la diseguaglianza nell’accesso alle cure non è più un’eccezione ma una regola. Il tutto, mentre si continua a parlare di autonomia differenziata, una proposta che rischia di infliggere il colpo di grazia definitivo a ciò che resta del diritto alla salute. Questo articolo intende analizzare, dati alla mano, come siamo arrivati fin qui e cosa si potrebbe (e dovrebbe) fare per invertire la rotta.

  1. Una sanità sempre meno pubblica, sempre più diseguale
    Il rapporto ISTAT 2024 è un pugno nello stomaco: il 9,9% della popolazione italiana ha dovuto rinunciare alle cure, con punte che superano l’11% tra le donne. I motivi? Tempi d’attesa insostenibili (oltre il 6,8% dei casi) e costi eccessivi delle prestazioni, soprattutto in assenza di rimborsi assicurativi (5,3%).

Il sistema di liste d’attesa è ormai una farsa legalizzata, gestita da agende chiuse, appuntamenti “fantasma” e pratiche opache che falsano i dati trasmessi dalle Regioni al Ministero. Un malato che non riesce nemmeno a prenotare una visita non risulta “in lista”, e quindi il problema… non esiste.

Eppure la realtà parla chiaro: chi può, paga il privato; chi non può, rinuncia alla salute, aggravando la propria condizione e sovraccaricando il sistema emergenziale. È un circolo vizioso che mina la tenuta sociale del Paese, colpendo soprattutto chi vive con pensioni basse, chi è disoccupato, precario o vive in aree periferiche.

A tutto questo si aggiunge un dato ancora più inquietante: l’aspettativa di vita, dopo anni di crescita, sta mostrando segnali di riduzione. Secondo gli ultimi dati ISTAT, sebbene la media nazionale sia ancora formalmente stabile (81,4 anni per gli uomini, 85,5 per le donne), si osserva una preoccupante tendenza alla decrescita nei segmenti più fragili della popolazione. Le condizioni sociali deteriorate, la mancata prevenzione, le malattie croniche non trattate e la rinuncia alle cure stanno portando molte persone a morire prima. Non si tratta solo di vivere peggio, ma di vivere meno. È un’inversione di tendenza che rappresenta un campanello d’allarme fortissimo.

  1. Il cortocircuito delle Regioni: un sistema ingestibile
    La sanità, che in ogni regione assorbe tra l’80 e il 90% del bilancio complessivo, è il cuore finanziario delle amministrazioni locali. Ma è anche un terreno di clientelismi, sprechi e interessi incrociati. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione (2001), l’Italia ha dato il via a una regionalizzazione della sanità che ha prodotto 20 modelli differenti, con standard assistenziali e gestionali spesso incompatibili.

Il risultato? Le Regioni più forti economicamente (come Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto) hanno potuto investire in strutture, tecnologie e personale. Quelle più deboli (come Calabria, Sicilia, Campania) sono finite sotto commissariamenti continui, piani di rientro e tagli indiscriminati. Invece di un sistema di solidarietà, abbiamo costruito una gara tra disuguali.

  1. Autonomia differenziata: la tempesta perfetta
    Nel bel mezzo di questa crisi strutturale, il governo Meloni insiste sulla legge per l’autonomia differenziata, una norma che sancirebbe per legge ciò che oggi è una distorsione di fatto. Trasferire più poteri – e quindi più risorse – alle Regioni più ricche significa legalizzare il privilegio, cristallizzando le differenze territoriali.

Se questa riforma fosse attuata, la sanità diventerebbe una prestazione variabile a seconda della residenza: un cittadino del Sud avrebbe meno diritti sanitari di uno del Nord. Si aprirebbe la strada a una sanità “a statuto speciale” per chi può permettersela, e a un’emergenza umanitaria permanente per milioni di cittadini del Mezzogiorno.

  1. I trucchi per nascondere il disastro
    Come documentato anche dall’AGENAS e dalla fondazione The Bridge, le agende chiuse, i rinvii di prenotazione e i call center che invitano a “riprovare tra un mese” sono diventati strumenti sistematici per alterare i dati delle liste d’attesa. Il Ministero della Salute, a fronte di questi abusi, ha minacciato di ricorrere ai cosiddetti “poteri sostitutivi”, ovvero forme di commissariamento delle Regioni inadempienti. Ma queste misure sono state percepite come un’interferenza e osteggiate da molte amministrazioni regionali.

Nel frattempo, la realtà non aspetta: la malattia avanza, le patologie croniche peggiorano, la prevenzione crolla, e la spesa pubblica aumenta per interventi tardivi, ricoveri d’urgenza e cure intensive. L’assurdo è che, mentre si parla di tagli, il costo per la collettività è in costante aumento, proprio per l’assenza di prevenzione e continuità assistenziale.

  1. La necessità di un ritorno al controllo pubblico e nazionale
    È urgente tornare a un modello sanitario nazionale realmente pubblico, rafforzando il ruolo dello Stato, abrogando le derive del Titolo V e investendo risorse strutturali e permanenti, non solo tamponi emergenziali. Serve un piano straordinario di assunzioni, la stabilizzazione del personale precario, investimenti massicci in medicina territoriale, digitalizzazione, e in particolare un controllo centralizzato e trasparente delle liste d’attesa.

La digitalizzazione potrebbe garantire tracciabilità, priorità automatica e auditing indipendenti sulle agende regionali. Ma senza una volontà politica forte, tutto resterà in mano a logiche localistiche e burocratiche, incapaci di garantire il diritto alla salute.

Conclusione: la sanità non è un affare regionale, è un diritto costituzionale
L’articolo 32 della Costituzione parla chiaro: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività.” Ma se si nasce in Calabria o in Lombardia, questo diritto non è garantito allo stesso modo. Se si è ricchi o poveri, l’accesso cambia. Se si è giovani, precari, immigrati o donne, le probabilità di rinuncia aumentano.

Questa non è una stortura. È un fallimento sistemico.

E se lo Stato non torna a fare lo Stato, l’Italia rischia di diventare un arcipelago di servizi sanitari diseguali, dove il diritto alla salute sarà un lusso per pochi e una chimera per molti. Per questo, l’alternativa non è solo tra pubblico e privato, ma tra eguaglianza e disuguaglianza strutturale, tra civiltà e abbandono.

Fonti:
• ISTAT, Report sulla rinuncia alle cure – 2024
• AGENAS, Rapporto liste d’attesa 2023-2024
• Ministero della Salute, lettere alle Regioni
• “I trucchi degli ospedali per falsare le liste d’attesa”, Il Post
• “In Italia una persona su dieci ha rinunciato a curarsi”, Il Post
• Dati bilanci regionali sanità 2023-2024
• Osservatorio GIMBE – Rapporti 2024

Autonomia Differenziata: La Frattura che Non Guarisce – Dati, Percezioni e la Necessità di Cancellare la Legge Calderoli

Il vento che negli ultimi decenni ha soffiato sulle vele del federalismo italiano si è fermato, lasciando la nave dell’autonomia differenziata in balia di correnti opposte e pericolose. L’ultimo sondaggio Demos, illustrato da Ilvo Diamanti, parla chiaro: sei italiani su dieci non vogliono l’autonomia differenziata. Un’inversione storica, considerando che solo pochi anni fa il consenso sfiorava il 50% e il tema era uno dei motori principali dell’ascesa della Lega, capace nel 2019 di toccare il 34% alle Europee anche grazie alla bandiera del Nord produttivo, “sovrano” e separato dal “resto d’Italia”.

La crisi del consenso e l’erosione dei vecchi miti

Cos’è successo, allora? Perché l’Italia sembra aver perso interesse per l’autonomia e il federalismo, nonostante siano rimasti temi caldi per una parte del Nord? L’analisi va oltre le cifre: negli ultimi anni la crisi economica, le pandemie e soprattutto la crisi geopolitica globale hanno dimostrato che i problemi e le sfide non si risolvono chiudendosi nel proprio orticello regionale. Le emergenze arrivano da fuori, spesso senza chiedere permesso, e richiedono risposte nazionali, coordinate, perfino sovranazionali.

Non è un caso che l’appoggio all’autonomia differenziata resti alto (oltre il 60%) solo nel Nordest, in particolare Veneto e Lombardia, mentre scenda sotto il 50% nel Nordovest e addirittura sotto il 30% nell’Italia centrale. Più sorprendente, forse, è la risalita della domanda di autonomia nel Mezzogiorno, vicino al 40%, ma qui si tratta più di una rivendicazione anti-nord che di una reale spinta autonomista: è una domanda di equità, di risorse, di dignità contro il rischio di essere ulteriormente penalizzati.

Un’Italia sempre più frammentata?

La “Terza Italia” individuata da Arnaldo Bagnasco nel suo celebre saggio del 1977, fatta di distretti industriali, piccoli comuni e cooperative, oggi si trova a fare i conti con una realtà molto più complessa. Non ci sono più tre Italie, ma una miriade di differenze: economiche, culturali, infrastrutturali. E il rischio concreto è che la spinta all’autonomia, invece di sanare queste ferite, finisca per approfondirle, creando nuovi muri e vecchi rancori.

D’altronde, come ricordava Carlo Azeglio Ciampi, l’Italia è un “Paese di paesi”, la cui unità sta nella pluralità. Ma questa pluralità, se non governata da una visione comune, può degenerare in frammentazione. I dati Eurostat confermano che le disparità territoriali in Italia sono tra le più alte d’Europa: il PIL pro capite del Nord supera di oltre il 60% quello del Sud, il tasso di occupazione giovanile resta drammaticamente più basso nelle regioni meridionali, l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione è ancora segnato dal “codice postale”.

Autonomia differenziata come detonatore delle disuguaglianze

Il cuore della questione non è solo identitario, ma profondamente politico e sociale. Il progetto di autonomia differenziata rischia di istituzionalizzare il divario tra regioni ricche e povere. L’assegnazione di poteri e risorse a macchia di leopardo, sulla base di accordi bilaterali tra Stato e Regioni, sancirebbe il principio secondo cui “chi ha di più, avrà sempre di più”, lasciando indietro territori già svantaggiati.

Non si tratta di una previsione catastrofista, ma della logica stessa della riforma, che, anche se integrata da presunti meccanismi di solidarietà e perequazione, rischia di dare il colpo di grazia all’unità sociale e democratica del Paese. La sanità durante il Covid-19 ha mostrato tutte le debolezze di un modello regionale: cittadini di serie A e di serie B, diritti diversi a seconda del luogo di nascita o di residenza. Questo non è più accettabile.

Il caso Lega e la crisi dei partiti “territoriali”

Sul piano politico, la questione autonomia ha prodotto fratture anche tra i “padri fondatori” del progetto. Il caso Zaia, storico governatore del Veneto, che ha appena fondato una lista personale e potrebbe trasformare l’autonomia in bandiera di battaglia separata da quella della Lega nazionale di Salvini, racconta di un partito che si trova davanti al suo bivio esistenziale: restare movimento territoriale o diventare forza nazionale? La crisi della Lega, in costante calo nei sondaggi, è lo specchio della fine di una fase politica che aveva illuso molti italiani sulla possibilità di un “federalismo dolce”.

Autonomia differenziata: una risposta fuori tempo massimo?

Mentre il mondo va verso nuove polarizzazioni e minacce che travalicano i confini (economici, digitali, ambientali), la proposta di autonomia differenziata sembra arrivare fuori tempo massimo. La domanda che molti italiani si pongono è: serve davvero, oggi, dividere ulteriormente il Paese, mentre ci sarebbe bisogno di più coesione, più investimenti comuni, più giustizia sociale?

Non è solo una questione di percezione. L’Italia è in fondo uno degli Stati più “debolmente federali” d’Europa: la Germania ha un federalismo maturo, bilanciato da una fortissima solidarietà fiscale, la Spagna ha il problema storico della Catalogna e dei Paesi Baschi, ma anche lì le crisi si sono tradotte spesso in rotture drammatiche.

In Italia, invece, la paura è che una “autonomia a metà” possa diventare il detonatore di nuove disuguaglianze, in un Paese che già fatica a trovare una bussola comune. I sondaggi Demos, e quelli di altri istituti come SWG ed Ipsos, confermano: il consenso all’autonomia cala costantemente e la priorità per la maggioranza degli italiani resta il lavoro, la lotta alla povertà, la sanità pubblica, non certo il moltiplicarsi dei “piccoli stati” dentro la Repubblica.

Cancellare la Legge Calderoli: una necessità per il futuro del Paese

Qui sta il punto essenziale: la legge Calderoli sull’autonomia differenziata non va semplicemente “corretta”. Le modifiche e gli aggiustamenti non sono sufficienti. Questa legge va cancellata, revocata, rimossa dall’ordinamento perché costituisce un pericolo strutturale per la coesione nazionale, la parità dei diritti e la giustizia sociale. La stagione delle “grandi riforme a metà”, delle mediazioni e delle ipocrisie deve finire.

Nei prossimi mesi e nelle future alleanze politiche, questa posizione dovrà essere chiara, pubblica, vincolante: il superamento dell’autonomia differenziata e la cancellazione della legge Calderoli dovranno essere punti irrinunciabili nei programmi elettorali di chi vuole realmente difendere l’unità repubblicana e la dignità delle cittadine e dei cittadini. Solo così potremo tornare a parlare di riforme vere, solidali, capaci di colmare le disuguaglianze, investire nel Mezzogiorno, rafforzare la sanità e l’istruzione pubblica, rilanciare un progetto nazionale condiviso.

La vera sfida è ricucire, non dividere

Il rischio non è solo quello di una nuova secessione, ma di una lenta erosione della solidarietà nazionale, quella che tiene insieme un “Paese di paesi”, come ci ricordava Ciampi, ma che deve restare una comunità politica, economica e civile, soprattutto nei momenti di crisi. L’autonomia differenziata, se serve solo a rafforzare chi è già forte, è una scorciatoia pericolosa, un alibi per non affrontare le vere riforme di cui il Paese ha bisogno.

Se non si ha il coraggio di investire nelle periferie, di ricucire il tessuto sociale, di colmare i divari con politiche nazionali e non regionaliste, la frattura non potrà che allargarsi. E la pluralità italiana, invece di essere una ricchezza, rischia di diventare una condanna.
Oggi la vera responsabilità politica è prendere posizione, senza compromessi: l’autonomia differenziata deve essere cancellata. Solo così si potrà restituire agli italiani una prospettiva di futuro condiviso, equo e realmente solidale.

Fonti e dati consultati:
• Sondaggi Demos, SWG, Ipsos (2023-2024)
• Eurostat, Regional GDP per capita and employment (2022)
• ISTAT, “Rapporto annuale sulla situazione del Paese”
• Arnaldo Bagnasco, Tre Italie (1977)
• Carlo Azeglio Ciampi, discorsi pubblici sull’unità nazionale
• Analisi su sanità e disuguaglianze territoriali (GIMBE,2023)

Inammissibile il quesito referendario sull’autonomia differenziata. 

Inammissibile il referendum sull’autonomia differenziata: la decisione della Corte Costituzionale

Di Mario Sommella

La Corte Costituzionale, nella camera di consiglio del 20 gennaio 2025, ha dichiarato inammissibile il quesito referendario abrogativo riguardante la legge n. 86 del 26 giugno 2024. La normativa, intitolata “Disposizioni per l’attuazione dell’autonomia differenziata delle Regioni a statuto ordinario ai sensi dell’articolo 116, terzo comma, della Costituzione”, aveva suscitato un acceso dibattito politico e sociale, culminato nella richiesta di referendum per la sua abrogazione totale.

La motivazione della Corte

In attesa della pubblicazione della sentenza, il comunicato dell’Ufficio comunicazione e stampa della Corte spiega che la decisione di inammissibilità si basa su un aspetto centrale: la mancanza di chiarezza nell’oggetto e nella finalità del quesito referendario. La Corte ha ritenuto che questa indeterminatezza comprometta la possibilità per l’elettore di esprimere una scelta consapevole.

Secondo la Corte, il quesito referendario avrebbe alterato la funzione del referendum abrogativo, trasformandolo di fatto in una decisione sull’autonomia differenziata nel suo complesso. Questo tema, che tocca direttamente l’articolo 116, terzo comma, della Costituzione, non può essere oggetto di un referendum abrogativo, ma richiede invece un procedimento di revisione costituzionale.

Un tema complesso e divisivo

La legge n. 86/2024 è una delle più controverse degli ultimi anni, poiché propone un modello di autonomia differenziata che, secondo i suoi detrattori, rischia di acuire le disuguaglianze tra le Regioni. Il tentativo di abrogarla attraverso un referendum rappresentava un tentativo di bloccare il processo in corso, ma l’interpretazione della Corte ribadisce i limiti della sovranità popolare in questa materia.

Come previsto dall’articolo 75 della Costituzione, il referendum abrogativo non può riguardare leggi di revisione costituzionale o disposizioni che incidano direttamente su principi fondamentali della Carta. La sentenza della Corte costituzionale, quindi, si muove nel solco di una giurisprudenza consolidata che tutela la coerenza del sistema istituzionale italiano.

Le implicazioni della decisione

La dichiarazione di inammissibilità del referendum avrà conseguenze politiche significative. Da un lato, la sentenza conferma la centralità del Parlamento e del processo di revisione costituzionale per affrontare questioni così rilevanti. Dall’altro, priva i cittadini di un importante strumento di espressione diretta su un tema che incide profondamente sul futuro assetto istituzionale del Paese.

La mancata possibilità di utilizzare il referendum come mezzo per opporsi a questa riforma riaccenderà il dibattito sull’efficacia della partecipazione democratica in Italia, soprattutto in relazione a temi complessi che toccano l’organizzazione dello Stato.

Conclusioni

Come cittadino impegnato nel dibattito pubblico e nelle battaglie politiche per una maggiore equità sociale, ritengo che questa decisione debba essere un’occasione per riflettere non solo sul merito dell’autonomia differenziata, ma anche sulla necessità di strumenti che garantiscano una partecipazione consapevole e inclusiva.

L’autonomia differenziata non è un tema tecnico, ma una questione che tocca la vita quotidiana delle persone, specie quelle più vulnerabili. È fondamentale che questo dibattito coinvolga tutta la società e che le istituzioni lavorino per assicurare che ogni scelta futura sia orientata alla coesione e all’uguaglianza tra i cittadini e i territori.