La paura fatta legge

Il Decreto Sicurezza, lo schiaffo al Quirinale e l’Italia che muore lontano dai riflettori

C’è un’immagine che più di tante analisi restituisce lo stato della nostra Repubblica in queste ore: quella di un sottosegretario che sale al Quirinale a tarda sera, mentre in commissione alla Camera si consuma l’ennesimo strappo istituzionale, per spiegare al Capo dello Stato come sia stato possibile infilare, in un decreto chiamato Sicurezza, una norma che premia economicamente gli avvocati che convincono i propri assistiti migranti a rinunciare alla difesa e ad accettare il rimpatrio. Non è una caricatura polemica, non è lo spunto di un editoriale: è la cronaca del 21 aprile 2026, del decreto-legge 23 del 24 febbraio scorso, approvato dal Senato venerdì 17 aprile e ora in corsa contro il tempo verso la scadenza di sabato 25, pena la decadenza. È la cronaca di un Paese che ha smarrito la bussola, che ha confuso l’ordine pubblico con l’ordine di scuderia, e che trasforma la Costituzione in un fastidioso cavillo da aggirare con l’urgenza della fiducia.

La vicenda dell’articolo 30-bis è l’ultima increspatura di una deriva dal respiro lungo. Ma racconta, con precisione chirurgica, chi governa oggi l’Italia, contro chi governa, e soprattutto di chi ha deciso di non occuparsi. Perché mentre a Montecitorio si combatte per difendere un premio di seicentoquindici euro destinato a legali trasformati in ufficiali di frontiera, altrove nel Paese continuano a morire persone. Muoiono sul lavoro, muoiono aspettando una risonanza magnetica, muoiono nel silenzio delle liste d’attesa, degli appalti al ribasso, dei cantieri senza controlli. Di loro, nel decreto, non c’è traccia. Di loro, nella narrazione governativa, non c’è mai traccia.

Anatomia di uno strappo

Ricostruire la cronologia serve a smontare la favola della fermezza. Il nuovo decreto Sicurezza nasce a inizio febbraio, subito dopo gli scontri di Torino legati alla manifestazione per il centro sociale Askatasuna e alcuni episodi di cronaca che hanno coinvolto minori armati di coltello a La Spezia e in provincia di Frosinone. La cornice emergenziale è servita su un piatto d’argento: un altro decreto-legge, il quarto o quinto della stessa materia varato dal governo Meloni dall’inizio della legislatura, e anche stavolta con la finalità politica di cavalcare l’onda emotiva e di offrire un tassello comunicativo a ridosso del referendum costituzionale sulla magistratura. Le norme sono entrate in vigore il 25 febbraio, il conto alla rovescia per la conversione si è fermato a sessanta giorni, e la maggioranza si è presentata alla scadenza con il testo ancora pieno di crepe giuridiche segnalate da Consiglio superiore della magistratura, Consiglio nazionale forense, Camere penali e costituzionalisti. Il precedente era già stato scritto: nell’aprile 2025 il governo aveva trasformato in decreto-legge un disegno di legge arenato in Parlamento da un anno e mezzo, comprimendo il dibattito e imponendo le stesse scadenze forzate. Una catena, non un incidente.

Dentro il testo del 2026, al Senato, qualcuno infila un emendamento che prevede un compenso per gli avvocati che accompagnano i migranti nel rimpatrio volontario, e solo se il rimpatrio va a buon fine. In altre parole, si chiede al difensore di operare contro l’interesse del proprio assistito, capovolgendo millenni di etica forense in un colpo solo. Il Consiglio nazionale forense e le Camere penali insorgono. Il Capo dello Stato chiama al Quirinale il sottosegretario alla Presidenza Alfredo Mantovano e gli comunica una cosa molto semplice: così non firmo. La maggioranza, invece di prendere atto, prova a guadagnare tempo, ipotizza ordini del giorno attuativi, poi un correttivo lampo, poi un decreto successivo per rimediare al decreto appena approvato. Un cortocircuito istituzionale che il Comitato per la Legislazione della Camera stigmatizza all’unanimità, ricordando all’esecutivo che non si può continuare a deliberare leggi all’ultimo secondo, nelle pieghe delle conversioni fatte con la fiducia.

La reazione leghista è il dettaglio che illumina l’intero quadro. Il sottosegretario Nicola Molteni, in commissione, pronuncia parole studiate per arrivare direttamente al Colle: l’emendamento è stato firmato da tutti i gruppi di maggioranza, presentato apertamente, non è il frutto di una manina notturna. Traduzione: cosa avete da ridire, presidente? Il deputato Gianangelo Bof va oltre, accusando velatamente il Quirinale di aver fatto trapelare alla stampa le proprie perplessità. È il momento in cui la Lega decide di trattare il garante della Costituzione come un avversario politico, non come un’istituzione terza. Un precedente che pesa, e che si somma a una collana ormai lunga di insofferenze verso qualunque contropotere. Il nuovo Decreto Sicurezza, letto con questi occhi, non è soltanto un provvedimento repressivo: è un test di resistenza degli argini costituzionali. E gli argini, in diversi punti, stanno cedendo.

Cosa c’è davvero dentro quel decreto

Dietro la cortina fumogena dell’articolo 30-bis, il decreto-legge 23 del 2026 è un manifesto politico in piena regola. Si articola in quattro capi e trentadue articoli e interviene simultaneamente su armi, ordine pubblico, aree urbane, immigrazione, penitenziario e reclutamento delle forze di polizia. Introduce il cosiddetto fermo preventivo, ovvero l’accompagnamento e il trattenimento negli uffici di polizia fino a dodici ore durante operazioni legate alle manifestazioni, quando vi siano elementi concreti di rischio per il pacifico svolgimento delle stesse: una formulazione talmente elastica che lo stesso Consiglio superiore della magistratura ha segnalato il pericolo di lasciare margini eccessivamente discrezionali all’operatore di polizia e di fondare la prevenzione del crimine su presunzioni di pericolosità astratta anziché su comportamenti effettivamente in atto. Il Capo dello Stato, nella fase di stesura, aveva già espresso dubbi di costituzionalità su questa misura, poi soltanto attenuata, non rimossa.

Si aggiungono le perquisizioni immediate sul posto in contesti di manifestazione o in luoghi ad alto afflusso, l’estensione dell’arresto in flagranza differita fino a quarantotto ore sulla base di documentazione videofotografica, una specifica sanzione penale per l’uso di caschi o di qualsiasi altro mezzo che renda difficoltosa l’identificazione durante le pubbliche riunioni, e la possibilità per il prefetto di individuare zone a vigilanza rafforzata nelle quali disporre allontanamenti e divieti di accesso per soggetti ritenuti pericolosi. Viene introdotto un divieto di partecipazione a pubbliche riunioni che può arrivare fino a dieci anni nei casi più gravi. La polizia penitenziaria vede ampliati i propri poteri investigativi, con la possibilità di condurre operazioni sotto copertura per reati commessi negli istituti di detenzione, luoghi il cui stato di cronica violazione della dignità umana è documentato da ogni rapporto del Garante delle persone private della libertà. Sul fronte dei minori, viene ampliata la lista dei coltelli vietati, estesa la sanzione penale ai venditori anche online, e introdotta una responsabilità pecuniaria diretta per i genitori o per chi esercita la responsabilità genitoriale.

L’obiettivo politico è trasparente. Costruire un nemico visibile e sostituibile, il migrante, l’attivista, il manifestante, il detenuto, il ragazzino di periferia, per distogliere lo sguardo da ciò che il nemico non è ma dovrebbe essere: la vera insicurezza materiale dei cittadini italiani. Quella che non si misura in percezione, ma in cifre, in vite, in ospedali che chiudono e cantieri senza controlli. L’impianto complessivo, denunciano le Camere penali e decine di giuristi, è quello di un diritto penale d’autore, non del fatto: si colpisce chi si è, non ciò che si fa. È la grammatica autoritaria di un governo che, ventata emotiva dopo ventata emotiva, costruisce pezzo dopo pezzo il suo codice parallelo della paura.

L’insicurezza vera: morire di lavoro nell’Italia del 2026

Mentre la maggioranza consuma la sua crisi di nervi sull’articolo 30-bis, l’INAIL ha chiuso i conti del 2025. Millenovantatré persone hanno perso la vita sul lavoro o nel tragitto verso il lavoro: settecentonovantadue sui luoghi di servizio, duecentonovantatré in itinere, otto studenti. Tre morti al giorno, festivi compresi. Una strage silenziosa, stabile da anni, che nessun decreto d’urgenza è mai stato convocato ad affrontare. Le costruzioni restano il cimitero a cielo aperto del nostro modello produttivo, con centoquarantotto vittime. Seguono le attività manifatturiere con centodiciassette decessi e il comparto trasporti e magazzinaggio con centodieci. Un lavoratore straniero ha un rischio di morte in occasione di lavoro più che doppio rispetto a un italiano: quarantanove casi e sette decimi per milione di occupati contro ventuno. Sono i volti invisibili del capitalismo italiano, quelli che puliscono i nostri centri commerciali di notte, che scaricano i pacchi dei nostri acquisti online, che tirano su le palazzine delle nostre periferie e cadono dalle impalcature dimenticate da un sistema di ispezioni azzerato per decenni di tagli.

Questa è la sicurezza di cui questo Paese avrebbe bisogno. Una sicurezza che non si scriva con i manganelli e con le manette, ma con le ispezioni ai cantieri, con la formazione obbligatoria, con la responsabilità penale degli appaltatori che scaricano il rischio a cascata sugli ultimi della catena. Una sicurezza che prenda di petto la piaga del subappalto selvaggio, del lavoro nero, degli appalti al massimo ribasso, dei caporali che ancora governano interi comparti dell’agricoltura e della logistica. Di tutto questo, nel decreto-legge 23 del 2026, non c’è una virgola. Perché l’elettore del centrodestra, nella narrazione di palazzo, deve avere paura del povero cristiano sbarcato a Lampedusa, non del padrone che gli taglia l’imbracatura per risparmiare trenta euro. Eppure il secondo uccide molto più del primo. E uccide ogni santo giorno.

La sanità negata e la scuola dimenticata

Ai morti del lavoro si sommano i morti della sanità che non c’è. Nel 2024, secondo i dati dell’Istat diffusi nel corso del 2025, il nove virgola nove per cento degli italiani ha rinunciato a curarsi. Uno su dieci. Il sei virgola otto per cento lo ha fatto per le liste d’attesa, una quota più che raddoppiata rispetto al due virgola otto per cento del 2019. Dietro quei numeri ci sono tumori diagnosticati tardi, patologie cardiache non monitorate, anziani che non arrivano alla visita specialistica, donne che rinunciano allo screening mammografico perché una visita privata costa come una settimana di spesa alimentare. La legge di bilancio 2026 stanzia due virgola quattro miliardi aggiuntivi al Fondo Sanitario Nazionale, cifra che il governo presenta come storica ma che, in rapporto al PIL e all’inflazione, equivale a una sostanziale continuità con quindici anni di definanziamento della sanità pubblica. Lo dicono con parole nette la Fondazione GIMBE, che parla di scelte in continuità con il progressivo arretramento del servizio pubblico, e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che nel focus di questa primavera ha documentato la riduzione reale della spesa sanitaria pubblica rispetto al 2010.

Il dato più inquietante è un altro, e racconta il progetto di sistema in filigrana. Nella manovra 2026, gli acquisti di prestazioni dal settore privato passano da centocinquanta a duecentoquarantasei milioni di euro, con un incremento di quasi il sessantacinque per cento. È la traduzione contabile di una strategia politica precisa: non rafforzare il pubblico, ma canalizzare risorse pubbliche verso strutture accreditate private, costruendo passo dopo passo un sistema a doppio binario dove chi può paga e si cura, chi non può aspetta e, talvolta, non arriva a guarire. La sanità come mercato, il diritto alla salute ridotto a servizio premium. È la pietra tombale dell’articolo 32 della Costituzione, posata silenziosamente con la scusa dell’efficienza.

La scuola vive un destino parallelo. Classi sovraffollate dove si dovrebbero fare percorsi individuali, edifici ancora inadeguati cinquant’anni dopo il terremoto dell’Irpinia, precariato strutturale che avvelena la qualità della didattica, dispersione scolastica che resta tra le più alte d’Europa nelle aree interne e nel Mezzogiorno. Eppure il governo trova tempo, energie e norme per inseguire i telefoni dei ragazzini in aula, per inasprire le sanzioni disciplinari, per introdurre il voto di condotta come leva punitiva. Non per investire sulla formazione degli insegnanti, non per ridurre il numero di alunni per classe, non per garantire il tempo pieno a tutti, non per ripensare l’alternanza scuola-lavoro dopo gli otto studenti morti sul lavoro nel solo 2025. La sicurezza, di nuovo, non è mai quella che conta.

Il cortocircuito della bussola

La definizione più onesta del governo in carica è questa: è un esecutivo che ha perso la bussola, perché ha deciso deliberatamente di tenerla puntata verso un orizzonte che non è quello del Paese reale. La bussola di Palazzo Chigi indica un luogo ideologico, non un bisogno concreto: lì ci sono i migranti da respingere, i magistrati da ridimensionare, i giornalisti da querelare, i centri sociali da sgomberare, le occupazioni da criminalizzare. Da quell’altra parte, invisibile nelle conferenze stampa, ci sono gli operai delle raffinerie siciliane, i braccianti della Piana di Gioia Tauro, le infermiere degli ospedali lombardi dimissionarie in massa, i pendolari delle linee secondarie dismesse, gli inquilini in arretrato per il caro-affitti delle città universitarie, gli studenti fuorisede che scelgono se cenare o stampare la tesi. Persone intere, non categorie, per le quali questo governo non ha prodotto un solo provvedimento degno di memoria.

La cifra stilistica è quella della distrazione di massa. Ogni volta che un dato economico, sanitario o sociale minaccia di bucare la bolla mediatica, parte la contromanovra: un’uscita sull’immigrazione, una polemica con la Francia, un tweet sul generale di turno, un’intervista sul presunto piano di sostituzione etnica. Il ciclo funziona, purtroppo. Funziona perché ha dietro una macchina di comunicazione istituzionale, un ecosistema di testate amiche, un accesso privilegiato ai talk-show dove la dialettica è ormai una messinscena stanca. Ma funziona soprattutto perché l’opposizione stenta ancora a riorganizzarsi su un terreno che non sia quello della reazione quotidiana. Serve un’agenda, serve un racconto, serve una narrazione alternativa che parta esattamente da lì: dai morti sul lavoro, dalle liste d’attesa, dalle scuole fatiscenti, dai salari fermi al 1990 e dai contratti rinnovati a cinque anni di distanza dalla scadenza.

La democrazia come manutenzione quotidiana

Lo schiaffo al Quirinale, la fuga in avanti della Lega, il disprezzo per le forme parlamentari, l’uso disinvolto della fiducia sono tessere di un mosaico più ampio. Lo stesso mosaico dentro cui si collocano la riforma costituzionale in discussione, il premierato con annessa legge elettorale ribattezzata dai critici come il nuovo sistema maggioritario senza contrappesi, e l’autonomia differenziata che rischia di spaccare il Paese in ventuno sistemi sanitari, scolastici, infrastrutturali diversi. Il filo rosso è uno solo: concentrare il potere, disarticolare i controlli, trasformare la democrazia in una procedura di ratifica e il popolo in un elettorato periodicamente chiamato a benedire scelte prese altrove. Quando un presidente della Repubblica è costretto a negoziare in piena notte la tenuta di una norma con un sottosegretario, siamo già oltre la fisiologia costituzionale.

La risposta non può essere soltanto difensiva. Non basta resistere; bisogna ricostruire. Bisogna dire, con una voce che superi il chiacchiericcio degli scranni, che la sicurezza vera si misura nel numero di cittadini che hanno un lavoro dignitoso e ci tornano vivi la sera, nel numero di pazienti che ottengono una diagnosi prima che sia troppo tardi, nel numero di studenti che completano il percorso formativo senza abbandonare lungo la strada, nel numero di anziani che non devono scegliere tra medicine e bollette. La sicurezza vera è il welfare. La sicurezza vera è la manutenzione del patto sociale. La sicurezza vera è una Costituzione viva, non una reliquia da esibire nei convegni e aggirare nei decreti.

Quando un governo punisce chi protesta nei CPR ma non ispeziona il cantiere dove il sabato successivo crolla un solaio, quando incentiva gli avvocati a convincere i propri clienti a partire ma taglia i fondi per i consultori, quando introduce il reato di blocco stradale ma non stanzia un euro in più per l’edilizia scolastica, quel governo ha già comunicato la sua gerarchia di valori. Il compito di chi ancora crede nella Costituzione, dei partiti di opposizione, delle associazioni, dei sindacati, dei giornalisti onesti, degli attivisti, dei cittadini semplicemente stanchi, è rendere quella gerarchia visibile, dirlo ad alta voce, ripeterlo nelle piazze, nei giornali, nei consigli comunali, ovunque ci sia un’orecchia disposta ad ascoltare. Perché la democrazia non è uno stato; è un esercizio quotidiano. E oggi, in Italia, è un esercizio che comincia da una domanda elementare: di chi è la sicurezza di cui parliamo? Di chi governa, o di chi è governato?

La risposta, come sempre, sta nei fatti. E i fatti, in questo aprile 2026, parlano di un Paese che muore sui ponteggi e aspetta mesi per una visita medica, mentre il suo governo scrive decreti contro chi è arrivato con un barcone e contro chi scende in piazza. C’è ancora tempo per cambiare questa storia. Ma solo se qualcuno, là fuori, decide di raccontarla diversamente.

Fonti

Liana Milella, Giacomo Salvini, Dl Sicurezza, dopo lo stop di Mattarella il governo fa un decreto correttivo. L’attacco della Lega al Quirinale, Il Fatto Quotidiano, 21 aprile 2026.
Il Mattino, Decreto sicurezza, stop di Mattarella su norma rimpatri: corsa contro il tempo per modificare il testo, aprile 2026.
Il Messaggero, Decreto sicurezza, no di Mattarella ai premi agli avvocati che convincono i migranti al rimpatrio, aprile 2026.
Quotidiano Nazionale, Sicurezza, l’altolà del Colle. Il decreto si arena sulla norma per gli avvocati, aprile 2026.
Il Post, I pasticci della maggioranza sul nuovo decreto sicurezza, 17 aprile 2026.
Il Fatto Quotidiano, Decreto Sicurezza approvato al Senato, opposizioni protestano contro il governo Meloni, 17 aprile 2026.
Pagella Politica, Che cosa c’è nella nuova stretta del governo sulla sicurezza, febbraio 2026.
Sistema Penale, Il testo del disegno di legge A.C. 2886 di conversione del DL 23/2026 con gli emendamenti approvati dal Senato, aprile 2026.
Senato della Repubblica, scheda del disegno di legge S. 1818 — conversione del decreto-legge 24 febbraio 2026, n. 23.
Il Manifesto, Tutti i decreti sicurezza della maggioranza, febbraio 2026.
INAIL, Andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali, dati aggiornati al 31 dicembre 2025, Roma 2026.
Osservatorio Sicurezza sul Lavoro e Ambiente Vega Engineering, Rapporto nazionale infortuni mortali, gennaio-dicembre 2025.
Ansa, Inail, 792 morti sul lavoro nel 2025, in calo sul 2024, 3 febbraio 2026.
Fondazione GIMBE, Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale 2025 e analisi della Legge di Bilancio 2026.
ISTAT, Condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari in Italia, anno 2024.
Ufficio Parlamentare di Bilancio, Focus n. 3/2026 Pubblico e privato nella sanità in Italia.
CGIL, Legge di Bilancio 2026 e Servizio Sanitario Nazionale: la verità dei numeri, novembre 2025.
Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani, Università Cattolica del Sacro Cuore, L’evoluzione dei finanziamenti alla sanità in Italia.
Consiglio Superiore della Magistratura, parere sul decreto-legge 23/2026 in materia di fermo preventivo e misure di prevenzione, 2026.
Consiglio Nazionale Forense e Unione Camere Penali Italiane, Osservazioni sull’articolo 30-bis del DL 23/2026.
Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, Rapporti sulle visite nei Centri di Permanenza per il Rimpatrio.
Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere
© Mario Sommella — Licenza CC BY-NC-SA 4.0

Dalla Repubblica alla Paura: il Decreto Sicurezza e la trasformazione autoritaria dell’Italia

Ci sono momenti nella storia di un Paese in cui le parole smettono di essere strumenti retorici e diventano categorie della realtà. “Democratura” non è più un’espressione da convegno accademico o da saggio politologico. È una chiave di lettura concreta, oggi, per comprendere ciò che sta accadendo in Italia.

Il nuovo Decreto Sicurezza varato dal governo guidato da Giorgia Meloni non rappresenta una semplice continuità con le politiche restrittive del passato. Segna un passaggio di fase. Introduce una logica fondata sulla prevenzione repressiva, sull’anticipazione del sospetto, sulla limitazione sistematica degli spazi di partecipazione democratica.

Non siamo di fronte a un inasprimento tecnico delle norme. Siamo davanti a una trasformazione del rapporto tra Stato e cittadini.

Colpire la protesta, non la violenza

Da anni, in Italia, il racconto pubblico delle manifestazioni è dominato dalla retorica dell’“ordine pubblico”. Ogni piazza viene descritta come potenziale pericolo, ogni protesta come rischio da neutralizzare.

Con questo decreto, però, si compie un salto ulteriore.

Non si colpiscono più soltanto i comportamenti violenti. Si colpisce il diritto stesso di protestare.

Il fermo preventivo fino a dodici ore, basato su un generico “fondato sospetto”, introduce una forma di punizione anticipata. Il cittadino può essere privato della libertà non per ciò che ha fatto, ma per ciò che potrebbe fare.

È una rottura profonda con i principi dello Stato di diritto.

In una democrazia costituzionale, la libertà personale è inviolabile e può essere limitata solo in presenza di fatti accertati. Qui, invece, si istituzionalizza il sospetto come criterio di intervento.

Il reato viene sostituito dall’ipotesi.

La prova dalla percezione.

La giustizia dalla prevenzione.

La discrezionalità come forma di potere

Uno degli aspetti più pericolosi del decreto è l’enorme spazio concesso alla discrezionalità amministrativa.

Saranno questure e prefetture a decidere chi fermare, quando, come e perché. Senza parametri chiari, senza controlli tempestivi, senza reali possibilità di difesa immediata.

Si crea così una catena di comando verticale: governo, prefetture, forze di polizia. Una struttura che concentra il potere decisionale e riduce i contrappesi.

Il controllo giudiziario, evocato come garanzia, appare debole e tardivo. Come può un giudice smontare un provvedimento fondato su una valutazione soggettiva? Come può contestare un “convincimento” privo di riscontri oggettivi?

Nella maggior parte dei casi, non potrà farlo.

La legalità resta formalmente in piedi. Ma viene svuotata nella pratica.

Dall’emergenza alla normalizzazione autoritaria

Il richiamo alla Legge Reale del 1975 è inevitabile. Anche allora, in nome dell’emergenza, si ampliarono i poteri repressivi. Ma oggi il contesto è diverso.

Non siamo in una fase di terrorismo diffuso. Non siamo in una situazione di guerra interna. Siamo in una crisi sociale, economica, democratica.

Precarietà, impoverimento, disuguaglianze, servizi pubblici in crisi, sfiducia nelle istituzioni.

È in questo scenario che nasce il nuovo impianto securitario.

Non per rispondere a una minaccia eccezionale, ma per governare il malessere sociale.

Il decreto diventa così uno strumento di gestione politica del conflitto: prevenire, dissuadere, neutralizzare prima che il dissenso si organizzi.

È una logica tipica dei regimi ibridi: mantenere l’apparenza democratica, svuotandone la sostanza.

La pedagogia della paura

Ogni democratura funziona attraverso un meccanismo fondamentale: la paura.

Non serve arrestare tutti. Basta colpire alcuni.

Non serve reprimere sempre. Basta far capire che si può.

Quando partecipare a una manifestazione comporta il rischio di un fermo, quando organizzare un corteo diventa un problema giudiziario, quando esporsi pubblicamente ha conseguenze personali, la società cambia.

Si diffonde l’autocensura.

Si riduce la partecipazione.

Si normalizza il silenzio.

La repressione più efficace è quella che convince le persone a rinunciare spontaneamente ai propri diritti.

È una forma di controllo invisibile, ma potentissima.

L’illusione delle rassicurazioni

C’è chi invita alla calma. Chi parla di esagerazioni. Chi confida nei “pesi e contrappesi”.

È una pericolosa illusione.

Nessuna deriva autoritaria nasce improvvisamente. Tutte si costruiscono per accumulo: decreti, deroghe, emergenze, eccezioni, proroghe.

Ogni volta si dice: è solo temporaneo.

Ogni volta si restringe un po’ lo spazio di libertà.

Finché ciò che era eccezione diventa norma.

Le rassicurazioni istituzionali servono soprattutto a disinnescare il conflitto sociale, a rendere accettabile ciò che non dovrebbe esserlo.

Una questione di cittadinanza

Il problema del decreto sicurezza non è solo giuridico. È politico e culturale.

Riguarda il modello di società che si sta costruendo.

In questo modello, il cittadino non è più soggetto attivo della democrazia, ma potenziale problema di ordine pubblico.

La partecipazione diventa fastidio.

Il dissenso diventa minaccia.

La critica diventa anomalia.

È una visione incompatibile con lo spirito della Costituzione repubblicana, fondata sulla sovranità popolare, sulla libertà di espressione, sul pluralismo.

Qui si afferma invece un’idea verticale del potere, fondata sull’obbedienza e sulla sorveglianza.

Quando il silenzio diventa complicità

Ci sono momenti nella vita di un Paese in cui non esistono posizioni neutre.

Minimizzare oggi significa legittimare domani.

Tacere oggi significa accettare l’arbitrio futuro.

Difendere il diritto a manifestare non significa giustificare la violenza. Significa difendere la democrazia.

Difendere il dissenso non significa creare disordine. Significa impedire che il potere diventi incontrollabile.

La libertà non viene mai cancellata tutta insieme. Viene erosa lentamente, pezzo dopo pezzo, fino a diventare una concessione.

Quando una società smette di indignarsi per la perdita dei diritti, ha già perso molto più di una legge.

Ha perso la propria coscienza civile.

Sicurezza come pretesto: lo Stato preventivo e la normalizzazione dell’eccezione

C’è un copione che si ripete con una puntualità quasi matematica: un episodio di violenza, una narrazione unilaterale, un’emergenza costruita e, infine, un pacchetto normativo che restringe diritti e amplia poteri. La mozione sulla sicurezza che la destra porterà in Senato il 4 febbraio non fa eccezione. Anzi, rappresenta un ulteriore passo in avanti verso uno Stato preventivo, dove il sospetto precede il fatto e la repressione viene giustificata come tutela dell’ordine.

La risoluzione annunciata dopo i fatti di Torino è costruita interamente su un racconto selettivo. I numeri vengono esibiti come clava politica, le parole scelte con cura per evocare uno scenario bellico: “guerriglia urbana”, “soggetti armati”, “devastazione”. In questo quadro, il conflitto sociale viene ridotto a un problema di ordine pubblico, e la piazza – tutta la piazza – diventa un potenziale nemico interno.

Il primo pilastro della mozione è lo scudo penale per gli agenti. Una formula che, dietro l’apparente tutela di chi svolge un lavoro difficile, introduce un principio pericoloso: la differenziazione della responsabilità penale in base alla divisa indossata. In uno Stato di diritto la legge non protegge categorie, ma garantisce diritti e doveri uguali. Qui, invece, si prepara un’asimmetria: mentre il cittadino risponde sempre delle proprie azioni, l’agente viene preventivamente “coperto” nell’esercizio delle sue funzioni. È una torsione giuridica che indebolisce la fiducia, non la rafforza.

Il secondo punto è ancora più insidioso: il fermo preventivo. Non si interviene più su un reato commesso, ma su un rischio presunto. Si colpisce chi potrebbe fare qualcosa, non chi l’ha fatta. È il passaggio dallo Stato di diritto allo Stato di previsione, dove il comportamento futuro viene ipotizzato e represso prima che esista. Un modello che ricorda più la logica della sorveglianza permanente che quella della democrazia costituzionale.

Il terzo elemento riguarda gli sgomberi degli immobili occupati, presentati come misura neutra, tecnica, inevitabile. Ma anche qui la selettività è evidente. I centri sociali diventano il bersaglio simbolico, il luogo su cui mostrare forza e determinazione. Spazi di conflitto, di mutualismo, di critica vengono trattati come un problema di sicurezza nazionale. Eppure, mentre si annunciano nuovi sgomberi, su altri immobili occupati – quelli dell’estrema destra organizzata – cala un silenzio assordante.

Il passaggio più rivelatore della mozione, però, è quello che riguarda il diritto di manifestare. Formalmente viene riaffermato, ma subito dopo condizionato, limitato, recintato. Si parla di “tenere lontano” dalle manifestazioni chi è considerato violento, senza chiarire chi decide, come, su quali basi. È una formula vaga, elastica, perfetta per essere usata contro chiunque disturbi l’ordine costituito. Non si colpisce solo la violenza: si disciplina il dissenso.

In tutto questo, manca un elemento fondamentale: una riflessione seria e onesta sull’uso della forza da parte dello Stato. Le immagini di pestaggi, cariche sproporzionate, aggressioni a giornalisti non entrano nel racconto ufficiale. La violenza è sempre e solo “degli altri”. Lo Stato non sbaglia, reagisce. Non reprime, tutela. È questa autoassoluzione permanente che rende pericolosa la deriva in atto.

C’è infine un’assenza che pesa più di molte parole: CasaPound. Nessun riferimento, nessuna condanna, nessuna volontà di intervenire. Eppure parliamo di un’organizzazione che occupa immobili, che pratica intimidazione politica, che si richiama apertamente al fascismo. Qui la sicurezza scompare, l’urgenza evapora, il rigore si scioglie. È il doppio standard elevato a metodo di governo.

Questa mozione non serve a garantire sicurezza. Serve a ridefinire i confini della democrazia, restringendoli. Serve a trasformare il conflitto sociale in un problema penale e la piazza in una minaccia. Serve, soprattutto, a normalizzare l’eccezione, rendendola prassi.

La storia insegna che quando la sicurezza diventa l’unico linguaggio del potere, la libertà è già sotto processo. E quando lo Stato sceglie chi colpire e chi ignorare, non sta difendendo l’ordine: sta scegliendo da che parte stare.

E, ancora una volta, non è quella della Costituzione.

MANIFESTAZIONI DI MASSA, VIOLENZA DI MINORANZA: IL COPIONE PERFETTO PER STRINGERE LE LIBERTÀ

Torino ci consegna l’ennesima scena doppia: una piazza larga e partecipata, e poi una “coda velenosa” di violenza che cambia il fuoco della narrazione. Nel mezzo, un rischio politico enorme: che l’ordine pubblico diventi il cavallo di Troia per ridurre gli spazi di dissenso, mentre le responsabilità individuali si dissolvono in un racconto di comodo.

C’è un punto che andrebbe scolpito prima di tutto: una manifestazione riuscita non è un dettaglio folkloristico da archiviare quando arrivano gli scontri. È un fatto politico. Migliaia, decine di migliaia di persone che attraversano una città, che dicono “ci siamo”, che mettono in strada corpi, rabbia, speranza, conflitto sociale, sono una notizia in sé. Eppure, quasi sempre, quel fatto politico viene triturato in pochi minuti da un’altra notizia, più semplice e più spendibile: le botte, il sangue, la paura.

A Torino è accaduto ancora. Un corteo partecipato e pacifico, poi la guerriglia urbana dopo il buio. Il risultato è il copione perfetto per chi, al governo, sogna una democrazia addomesticata: piazze “autorizzate” solo finché non disturbano, e repressione “preventiva” quando disturbano davvero.

IL MECCANISMO: LA PIAZZA VINCE, POI ARRIVA LA FIRMA DI POCHI
Il politologo Marco Revelli descrive da anni un rituale che si ripete: la grande maggioranza manifesta, sfila, tiene la linea; poi, quando la giornata finisce e la città si svuota, entra in scena un gruppo ridotto che “firma” la serata con la violenza. 

È qui che nasce il dubbio più corrosivo, quello che tanti avvertono ma che va maneggiato con rigore: possibile che questo finale ricorrente faccia comodo a qualcuno? Possibile che basti “lasciar fare” perché una minoranza trascini tutti nella cornice più utile al potere? Revelli stesso invita a non scivolare nella dietrologia, ma segnala un punto politico reale: quando la gestione dell’ordine pubblico è sconsiderata o passiva, il finale può diventare prevedibile. 

E non è una questione astratta, perché il “finale” produce conseguenze concrete: feriti, arresti, campagne mediatiche, norme nuove.

RESPONSABILITÀ: CHI PICCHIA VA FERMATO, IDENTIFICATO, PROCESSATO
Qui non servono ambiguità. Chi aggredisce un agente isolato, chi usa oggetti contundenti, chi trasforma una piazza in un ring commette reati e va perseguito. Punto. Non “perché lo chiede il governo”, ma perché lo chiede lo Stato di diritto: la libertà di manifestare non è la libertà di devastare, e la solidarietà politica non può diventare copertura penale.

Su questo terreno, la richiesta è una sola: indagini rapide, ricostruzione completa, responsabilità individuali accertate. La cronaca parla già di arresti effettuati anche con il meccanismo della flagranza differita. 
Bene: si vada avanti fino in fondo, senza scorciatoie e senza propaganda.

MA LA LEGGE VALE PER TUTTI: ANCHE PER CHI PORTA IL CASCO E IL MANGANELLO
L’altra metà della scena non può essere cancellata. Le testimonianze e i video circolati descrivono lacrimogeni ad altezza d’uomo, cariche, manganellate, persone colpite mentre sono a terra, e una pressione che non risparmia chi documenta. In uno dei racconti più citati, un fotografo prova a identificarsi mentre viene trascinato; in un altro, si vede un ferito con una lesione profonda alla testa e attorno la richiesta di soccorso. 

Non è “tifo contro la polizia” dire che anche questi fatti vanno verificati, e se confermati vanno sanzionati. È esattamente il contrario: è pretendere professionalità, proporzionalità, controllo, trasparenza. Perché la divisa non è un lasciapassare morale, e la sicurezza non coincide con l’impunità.

IL DECRETO SICUREZZA: QUANDO LA PAURA DIVENTA MATERIA PRIMA LEGISLATIVA
Ed eccoci al punto politico decisivo. Dopo gli scontri, il governo ha annunciato un’accelerazione sul nuovo “decreto Sicurezza”, con riunioni a Palazzo Chigi e l’ipotesi di un via libera in tempi strettissimi. 
Tra le misure che vengono riportate nel dibattito pubblico spicca lo “scudo penale” per le forze dell’ordine (e in alcune ricostruzioni anche per altre categorie), cioè un meccanismo che punta a rendere più difficile o più tardiva l’iscrizione nel registro degli indagati in presenza di cause di giustificazione come la legittima difesa o l’uso legittimo delle armi. 

Qui la domanda non è ideologica, è costituzionale: uno Stato di diritto si regge sulla controllabilità del potere, non sulla sua immunità preventiva. Se esiste un abuso, si accerta. Se non esiste, si archivia. Ma l’idea di sterilizzare a monte la possibilità di controllo giudiziario è un salto culturale pericoloso: la forza pubblica non deve “temere la legge”, deve incarnarla.

E c’è un altro rischio, ancora più sottile: che il pacchetto sicurezza venga venduto come “risposta ai facinorosi”, ma finisca per colpire soprattutto chi facinoroso non è, cioè la parte grande e pacifica delle piazze. Perché la storia insegna questo: quando restringi gli spazi, non selezioni i violenti; selezioni i poveri, i giovani, i movimenti, chi ha meno voce e meno tutela.

INFILTRATI? IL DUBBIO VA PRESO SUL SERIO, MA SENZA TRASFORMARLO IN ALIBI
In ogni ciclo di protesta torna la parola “infiltrati”. A volte è una verità storica (perché i poteri lo hanno fatto e lo fanno). A volte è un modo per non guardare in faccia le responsabilità reali dentro i movimenti. Qui la postura corretta è una sola:

I) non trasformare il dubbio in una certezza utile solo a consolarsi
II) non liquidare il dubbio come paranoia, perché i precedenti esistono
III) pretendere fatti: identificazioni, dinamiche, catene di comando, tempi di intervento, scelte operative

In altre parole: la magistratura e gli organismi di controllo facciano il loro mestiere, e lo facciano alla luce del sole. Perché se le violenze di pochi diventano l’alibi per ridurre le libertà di molti, allora quei pochi hanno già vinto due volte.

COME SI DIFENDE UNA PIAZZA SENZA REGALARLA ALLO STATO DI POLIZIA
La linea, per chi ha a cuore i diritti e non vuole regalare argomenti alla destra securitaria, è scomoda ma necessaria:

I) isolare politicamente chi cerca lo scontro, senza ambiguità e senza romanticismi
II) costruire pratiche di protezione della manifestazione (anche interne), perché una piazza è un bene comune
III) pretendere regole di ingaggio chiare e verificabili per l’ordine pubblico: proporzionalità, tracciabilità, tutela di giornalisti e soccorso immediato ai feriti
IV) respingere l’equazione “più repressione uguale più sicurezza”: la sicurezza vera è fiducia nelle istituzioni, non paura delle istituzioni

La verità è semplice e dura: le piazze che funzionano spaventano chi governa male. Per questo ogni “coda violenta” diventa un regalo politico: sposta l’attenzione dal motivo della protesta alla sua punizione. Ma se accettiamo questo ricatto, abbiamo già perso.

Si indaghino e si puniscano i responsabili delle violenze, uno per uno. E si indaghino, con la stessa determinazione, eventuali abusi nelle cariche, nelle modalità operative, nella gestione di chi documenta. Perché la democrazia non si difende scegliendo tra violenti e impuniti: si difende applicando la legge a tutti, e proteggendo il diritto di dissentire proprio quando qualcuno prova a trasformarlo in un reato.

ALIBI PERFETTO: L’IMMIGRATO. PREDA VERA: IL CITTADINODalla scenografia delle catene alla normalizzazione dello Stato di polizia

C’è sempre una figura pronta a farsi carico delle nostre paure. A volte è un uomo, a volte una donna, a volte un bambino. Fugge da una guerra, da una carestia, da una vita che non lascia alternativa. Chiede asilo dentro i nostri confini e, ancora prima di essere ascoltato, viene trasformato in una funzione politica: il colpevole ideale.

Perché l’immigrato, nella retorica del potere, non è più una persona. È un alibi. Serve a giustificare la torsione autoritaria, a stringere i freni della libertà, a rendere “normale” ciò che in una democrazia dovrebbe restare eccezione. E la parte più cinica è questa: la rete si costruisce su di lui, ma poi resta appesa sopra tutti noi.

AMERICA: L’ICE E LE NUOVE “MILIZIE” ANTI MIGRAZIONE

Negli Stati Uniti, il secondo mandato di Trump ha scelto un linguaggio che non ha bisogno di interpretazioni: deportazioni mostrate come trofei, persone incatenate e fotografate come se fossero “prove” di forza. A fine gennaio 2025 la Casa Bianca ha rilanciato immagini di trasferimenti su aerei militari, diretti anche verso il Guatemala: non semplice amministrazione, ma scenografia di potere. 

L’ICE non agisce più solo come agenzia federale. Sta diventando un modello esportabile di forza, perché viene “replicato” attraverso l’estensione delle sue braccia. Il punto chiave è la delega: programmi come il 287(g) permettono di trasformare pezzi di polizia locale e sceriffi in appendici operative dell’enforcement federale. In pratica, una federalizzazione strisciante della repressione, ottenuta senza cambiare bandiera ma cambiando funzione: non più tutela della comunità, bensì controllo di popolazione. 

Non serve chiamarle milizie in senso tecnico: lo diventano nella percezione sociale e nella dinamica politica. È una “milizia amministrativa”, un dispositivo a rete, che allarga l’area d’intervento e abbassa la soglia dell’abuso, perché moltiplica gli attori e rende più difficile la responsabilità. Non a caso, in queste settimane la reazione è stata durissima: proteste di massa contro l’ICE, e persino iniziative legislative per impedire che le forze dell’ordine locali vengano deputizzate. 

In questo clima, Minneapolis è diventata un simbolo: un luogo dove lo scontro tra apparato e comunità si misura in carne viva, tra versioni ufficiali contestate e richieste di indagini indipendenti. 

FRANCIA: FRONTIERE INTERNE, VIOLENZA E CRIMINALIZZAZIONE DELLA SOLIDARIETÀ

In Europa preferiamo l’eufemismo, ma l’effetto è simile. Al confine italo-francese, soprattutto a Ventimiglia, la frontiera è da anni un laboratorio di respingimenti e logoramento. Il tema non è solo l’attraversamento, ma la militarizzazione di un confine dentro l’Unione.

E poi c’è la criminalizzazione di chi aiuta: Amnesty International ha denunciato negli anni pressioni e vessazioni contro attivisti e volontari a Calais e Grande-Synthe, con una logica perversa: se soccorri, diventi parte del “problema”. 

La politica securitaria, quando prende corpo in legge, compie il salto decisivo: non gestisce più l’ordine, lo impone. E nella discussione francese attorno alla “sécurité globale” il punto non era un dettaglio tecnico, ma l’idea che il controllo sulle forze dell’ordine possa diventare un intralcio da ridurre. 

REGNO UNITO: DELOCALIZZARE L’ASILO, RESTRINGERE LA PROTESTA

Il Regno Unito ha tentato la scorciatoia più brutale: spostare i richiedenti asilo lontano, come se la distanza cancellasse il problema e il dolore. La formula “Paese sicuro per legge” applicata al Rwanda è stata l’emblema di una politica che pretende di risolvere la realtà con una dichiarazione normativa. 

E intanto, dentro casa, la protesta diventa sempre più trattata come disturbo. Le norme che ampliano i poteri di polizia nella gestione delle manifestazioni hanno cambiato la temperatura democratica: la protesta non è vietata, è resa più rischiosa, più punibile, più facilmente spegnibile. 

ITALIA: ALBANIA, IL CPR OFFSHORE E LA FABBRICA DEGLI SPRECHI

Arriviamo a noi, : il centro di permanenza e rimpatrio costruito “fuori confine”, in Albania. È qui che la retorica dell’efficienza si svela per quello che spesso è: una costosa messinscena.

Il “modello Albania” è stato presentato come soluzione innovativa. In realtà, tra ostacoli giudiziari, ripensamenti e riusi, ha prodotto soprattutto una cosa misurabile: spesa pubblica. Un report di ActionAid con l’Università di Bari ha evidenziato costi altissimi per posto letto e un’operatività ridotta; Reuters ha riportato cifre che parlano di un hub costato molte volte più di strutture analoghe in Italia, con giorni di attività limitati e numeri bassissimi di persone trattenute, mentre il governo ha valutato di riconvertire i centri per i rimpatri. 

È un paradosso che dice molto sul nostro tempo: spendere somme enormi per “dimostrare” durezza, anziché investire in ciò che riduce davvero l’irregolarità, cioè canali legali, lavoro regolare, integrazione, controlli contro lo sfruttamento, politiche abitative e territoriali. La durezza, qui, non è uno strumento: è una performance.

E nel frattempo, la stretta non si ferma ai migranti. Si allarga ai cittadini, alla protesta, alla libertà concreta di dissentire. La logica è sempre quella: si alza un nemico esterno per far passare misure interne. Il bersaglio mediatico è lo straniero. Il trofeo politico, alla fine, rischia di essere il cittadino “riaddestrato” all’obbedienza.

LA CONCLUSIONE CHE NON POSSIAMO EVITARE

Io non credo alla favola della sicurezza quando diventa una parola passe-partout per ogni compressione di diritti. Perché la sicurezza reale è sanità, scuola, lavoro dignitoso, case accessibili, territori curati, trasporti che non crollano, istituzioni che non umiliano. Il resto è l’estetica del comando.

E l’immigrato resta l’alibi più comodo: non vota, non conta, non viene difeso. Ma proprio per questo è il primo gradino. Una volta normalizzata l’eccezione su di lui, la stessa eccezione scivola su tutti.

Quando un potere comincia a parlare con il linguaggio delle catene, non sta costruendo un’età dell’oro. Sta inaugurando un’epoca di ferro. E il ferro, prima o poi, lo sentono anche quelli che oggi applaudono.

Fonti essenziali consultate in rete
I) Deportazioni su aerei militari USA: 
II) Delega e “deputizzazione” delle forze locali per enforcement migratorio, reazione legislativa: 
III) Proteste anti ICE negli USA: 
IV) Centro Albania, costi e inefficienze riportati da Reuters: 
V) Quadro UK su restrizioni alla protesta: 

La relazione della Cassazione che smaschera il Decreto Sicurezza: quando un governo diventa incompatibile con la Repubblica nata dalla Resistenza

La relazione n. 33/2025 dell’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione non è un semplice documento giuridico: è un atto di verità che risuona come un monito, come una voce profonda che richiama ciascuno di noi al senso più autentico di appartenenza repubblicana. Non si limita a indicare lacune o imperfezioni tecniche, ma smonta, con chirurgica precisione, l’intera impalcatura del cosiddetto Decreto Sicurezza, rivelandone la natura strutturalmente anticostituzionale. È un grido silenzioso, ma potente, che ci interroga: che ne è della Costituzione nata dalla lotta partigiana contro il nazifascismo, se chi governa se ne fa beffe?

Dentro questa relazione c’è la dignità di un Paese che si fonda sulla democrazia sostanziale, non su una maggioranza parlamentare costruita da leggi elettorali truffaldine. La Cassazione denuncia come il Decreto Sicurezza, lungi dall’essere un testo a tutela dell’ordine pubblico, sia piuttosto un minestrone pericoloso di norme disparate, create per restringere le libertà, reprimere il dissenso, marginalizzare i poveri e normalizzare la paura come strumento di governo. Nessuna reale urgenza, nessuna necessità concreta. Solo la volontà politica di governare con la paura, instaurando un clima di eccezione permanente che ricorda, nelle sue fondamenta giuridiche, le leggi fascistissime del 1924.

Un abuso della decretazione d’urgenza che viola la Costituzione

La Relazione smaschera la vera natura dell’operazione politica: il governo ha trasformato un disegno di legge già prossimo all’approvazione in decreto-legge per accelerarne l’iter, calpestando l’art. 77 della Costituzione. Nessun caso straordinario di necessità e urgenza giustificava la scelta. La Cassazione, riportando il parere unanime dei costituzionalisti, parla di “colpo di mano” che umilia il Parlamento e trasforma la decretazione d’urgenza da strumento eccezionale a scorciatoia politica.

Si tratta di una pratica pericolosa, che esautora il Parlamento dalla sua funzione legislativa, riducendolo a un organo di ratifica. La relazione evidenzia come questa forzatura violi il principio del bicameralismo paritario (art. 55 Cost.) e la riserva di legge in materia penale, elemento cardine di garanzia per i diritti fondamentali.

Una bulimia punitiva senza giustificazione

Il Decreto Sicurezza introduce:
• nuove fattispecie di reato, anche già depenalizzate in passato;
• nuove aggravanti generali e speciali;
• un inasprimento generalizzato delle pene.

Una vera bulimia punitiva, come la definisce la Cassazione, che non nasce da esigenze di giustizia, ma da una visione securitaria e autoritaria della società, dove la legge penale diventa strumento di paura e dominio.

L’articolo 31 e l’impunità dei servizi segreti

C’è un passaggio, nella relazione, che scuote più di altri: la critica all’articolo 31, che conferisce ai servizi segreti poteri speciali e deroghe ai normali limiti di legge. Un articolo che crea sacche di impunità e sottrae intere attività al controllo della magistratura. In un Paese fondato sul principio di legalità, l’idea stessa che un apparato dello Stato possa agire senza rispondere alla legge è la negazione dell’ordine democratico. Qui il diritto si piega alla ragion di Stato, l’interesse pubblico viene sostituito dall’interesse di potere, il cittadino non è più persona ma bersaglio potenziale. E in questo scivolamento silenzioso, che passa inosservato tra la confusione mediatica, si consuma la vera tragedia di un popolo: la perdita della libertà senza che nemmeno se ne accorga.

Una critica unanime dalle istituzioni giuridiche

L’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, l’Associazione Nazionale Magistrati, l’OSCE e l’ONU hanno denunciato questo decreto come pericoloso, discriminatorio verso migranti e minoranze, e in violazione dei diritti umani fondamentali. Persino l’Unione Camere Penali ha deliberato un’astensione dalle udienze, definendolo un abuso della decretazione d’urgenza senza alcuna base costituzionale.

La funzione alta del Capo dello Stato

Ma la relazione Cassazione non parla solo ai giuristi. Parla al Paese intero, dicendo chiaramente che la legittimità politica non può essere ridotta a una formula aritmetica di seggi parlamentari. Non si governa un popolo quando la propria azione è incompatibile con i principi della Costituzione. La Costituzione è legge suprema non solo perché lo stabilisce un articolo, ma perché rappresenta il patto fondativo tra lo Stato e i cittadini. Senza rispetto per questo patto, ogni maggioranza diventa usurpazione, ogni decreto diventa imposizione, ogni legge diventa oppressione.

Ed è qui che si apre una riflessione sulla funzione alta del Capo dello Stato. Nella sua veste di garante della Costituzione, il Presidente della Repubblica non è un notaio che ratifica decisioni politiche, ma un custode della legalità costituzionale. Se un governo, pur formalmente legittimo in Parlamento, si rivela sostanzialmente incompatibile con i principi supremi dell’ordinamento, è prerogativa – e forse dovere – del Capo dello Stato valutare la possibilità di sciogliere le Camere e restituire al popolo la sovranità che la Costituzione gli attribuisce come fonte originaria di ogni potere. Perché la democrazia non è dominio della maggioranza, ma rispetto dei diritti di tutti. Perché la Repubblica non è un possedimento di chi vince le elezioni, ma una casa comune costruita con il sacrificio di milioni di persone che hanno lottato per la libertà.

Un appello etico oltre il diritto

In questo senso, la relazione Cassazione è più di un atto giuridico. È un testo filosofico, un appello al diritto come scienza della giustizia e non come tecnica del dominio. Ci ricorda che ogni legge deve discendere dalla Costituzione come un fiume dalla sorgente, e non come un torrente in piena che travolge tutto ciò che incontra. E ci chiede di non accontentarci di un governo che considera la Carta un ostacolo da aggirare: la Costituzione è il limite al potere, e senza limiti il potere diventa tirannia.

Oggi, mentre il Paese si confronta con la crisi di legittimità morale di questo esecutivo, la relazione Cassazione n. 33/2025 diventa un manifesto civile. Non ci chiede solo di indignarci. Ci chiede di agire, di alzare la testa, di non abituarci alla deriva. Ci ricorda che la democrazia non è un dono, ma una conquista quotidiana, fragile, esigente. E che ogni volta che restiamo in silenzio davanti alla sua violazione, perdiamo un pezzo della nostra libertà, della nostra dignità, della nostra storia.

Repressione di Stato: il Decreto Sicurezza che criminalizza il dissensoDalle tangenziali di Bologna ai tribunali: l’Italia scivola verso una democrazia punitiva

Nel cuore di Bologna, operai e sindacalisti di Fim, Fiom e Uilm hanno osato attraversare poche centinaia di metri di tangenziale per rivendicare un diritto fondamentale: il rinnovo di un contratto atteso da oltre un anno. Nessun atto violento, nessuno scontro con la polizia, nessuna minaccia alla sicurezza pubblica. Eppure, per questo gesto simbolico e pacifico, rischiano fino a due anni di carcere. Non è una distopia. È l’Italia del 2025, governata da chi brandisce il diritto penale come una clava contro la protesta sociale.

Il nuovo Decreto Sicurezza, convertito nella Legge 80 del 9 giugno 2025, non protegge i cittadini: li zittisce. Non difende l’ordine pubblico: lo militarizza. A essere colpiti non sono vandali o facinorosi, ma lavoratori onesti che, in assenza di risposte istituzionali, scelgono la strada — civile — della mobilitazione.

Il reato? Usare il proprio corpo per dire “basta”

La modifica all’articolo 14 del decreto legislativo 66/1948 criminalizza qualsiasi interruzione della circolazione stradale: non più solo oggetti o ostacoli, ma anche il semplice “corpo” del manifestante è oggi considerato strumento di reato. Chi protesta in gruppo rischia fino a due anni di reclusione. È la giustizia del manganello legale, figlia di una cultura securitaria che mira a smantellare il diritto al dissenso.

L’inversione di tendenza è netta: se negli anni passati blocchi stradali come quelli degli allevatori del Nord contro le quote latte erano tollerati o persino sostenuti dalla Lega, oggi le stesse modalità di protesta — se attuate da operai, migranti o studenti — diventano un crimine. La selettività repressiva è la vera cifra politica di questo governo.

La saldatura perversa: il sindacato e il suo carnefice

La vicenda assume contorni grotteschi quando si scopre che uno degli uomini chiave dell’esecutivo, Enrico Sbarra, ex leader della Cisl, è ora sottosegretario al Mezzogiorno, mentre i suoi ex compagni di lotta sindacale rischiano denunce e carcere. Un’alchimia politica perversa in cui il potere co-opta, anestetizza e poi reprime. Lo Stato assorbe il corpo intermedio del sindacato e lo rigetta nel momento in cui torna a essere conflittuale. Un processo di normalizzazione autoritaria mascherato da efficienza legislativa.

Ma il cortocircuito morale è ancora più evidente se si guarda al resto della compagine di governo. Ministri sotto inchiesta per reati ben più gravi — come Daniela Santanchè, indagata per truffa ai danni dello Stato e falso in bilancio — restano saldamente al loro posto, immuni da qualsiasi sanzione. Deputati, sottosegretari, dirigenti di partito coinvolti in scandali finanziari, clientelismi, fondi illeciti o addirittura coperture su vicende legate alle stragi di mafia sono protetti dal silenzio e dalla complicità delle istituzioni.

E mentre questi personaggi occupano le stanze del potere, gli operai vengono mandati davanti ai giudici. Mentre il governo tenta di riscrivere la verità storica su Falcone e Borsellino, minimizzando o alterando le responsabilità politiche e istituzionali nelle stragi del ’92, chi denuncia le ingiustizie presenti viene criminalizzato. È il volto di un regime che si mostra forte con i deboli e debole con i forti. Un regime che reprime chi dissente e protegge chi si arricchisce violando le leggi.

Come ha spiegato Ferdinando Uliano, leader della Fim-Cisl, la manifestazione era ordinata e simbolica: “Abbiamo percorso poche centinaia di metri sulla tangenziale senza provocare alcun disagio. Ma siamo pronti a far valere le nostre ragioni coi nostri legali”.

Bologna non è un caso isolato

Non si tratta di un episodio isolato. La repressione del dissenso è ormai sistemica, selettiva, scientifica. Il Decreto Sicurezza è solo l’ultimo tassello di una strategia più ampia.
• A Pisa, a febbraio 2024, studenti e giovani manifestanti pacifisti furono caricati violentemente dalla polizia durante un presidio contro il genocidio in Palestina. Le immagini di ragazzi minorenni colpiti da manganellate fecero il giro del mondo, ma il ministro Piantedosi parlò di “ordine necessario”.
• A Roma, gli attivisti per il clima di Ultima Generazione sono stati perseguiti penalmente per aver bloccato il traffico in via Cristoforo Colombo. Gli atti di disobbedienza civile sono trattati come atti eversivi, ignorando deliberatamente il loro carattere nonviolento e simbolico.
• A Torino, lo scorso anno, un presidio dei riders davanti alla sede di Glovo fu disperso con denunce per “interruzione di pubblico servizio”. Nessuna attenzione alle condizioni di sfruttamento che quei lavoratori denunciavano.
• A Milano, i collettivi universitari che hanno occupato pacificamente gli atenei per denunciare gli accordi tra Politecnico e aziende belliche come Leonardo sono stati sgomberati con denunce per occupazione e interruzione di pubblico servizio.

Lo schema si ripete: laddove c’è conflitto sociale, arriva lo Stato punitivo. Un potere che non ascolta, ma punisce.

La sicurezza? Solo uno slogan

Il Decreto Sicurezza non stanzia un euro in più per rafforzare le forze dell’ordine nelle periferie, non prevede misure per la prevenzione del crimine, non affronta il degrado sociale. L’unico “nemico” che intende combattere è il cittadino che contesta. Il dissenso viene isolato, criminalizzato, delegittimato.

Come ha sottolineato Chiara Appendino del M5S, “non si tratta di sicurezza, ma di una strategia punitiva per silenziare chi protesta”. Un governo che si difende con la minaccia giudiziaria è un governo debole. E pericoloso.

Una giustizia piegata al potere

Il presidente dell’Emilia-Romagna, Michele De Pascale, ha parlato giustamente di uso strumentale e propagandistico del diritto penale. Il codice non serve più a tutelare la collettività, ma a difendere l’egemonia di un blocco di potere sempre più sordo e autoritario.

E mentre la protesta sociale diventa un reato, le vere minacce alla sicurezza — come le morti sul lavoro, il dilagare delle mafie, la violenza ambientale — restano sullo sfondo. La repressione selettiva contro chi chiede tutele non è solo ingiusta, è una frode ideologica: si invoca l’ordine per consolidare l’ingiustizia.

La maschera è caduta: un governo fascistoide

Quando a essere colpiti sono lavoratori che chiedono diritti, studenti che chiedono pace, attivisti che chiedono giustizia climatica, non siamo più nel campo della legittimità democratica. Il decreto Meloni mostra una natura intrinsecamente autoritaria, dove lo Stato non è più mediatore, ma sorvegliante. Dove il dissenso non è accolto, ma perseguito.

In questo scenario, la democrazia italiana sembra regredire verso una forma larvata di fascismo istituzionale. Non servono più manganelli e olio di ricino: basta un codice penale piegato all’arbitrio del potere.

dalla sicurezza al silenziamento

Il Decreto Sicurezza è il paradigma di una nuova fase politica: non la gestione del dissenso, ma la sua eliminazione. Non si tratta di difendere l’ordine, ma di reprimere il coraggio. Di sostituire il conflitto sociale con l’obbedienza passiva.

In questo Paese, chi alza la voce viene zittito. Chi cammina per pochi metri su una tangenziale rischia la galera. E chi governa, impunemente, prepara il terreno a una democrazia senza cittadini.

“Chi non si muove, non si accorge delle proprie catene.”
(Rosa Luxemburg)

Stato di Polizia: la democratura è servita

C’è un confine sottile, quasi impercettibile, che separa una democrazia imperfetta da una democratura compiuta. In Italia, quel confine sta svanendo. E lo fa nel silenzio assordante delle istituzioni e con il fragore dei manganelli, delle urla di sopraffazione, dei tesserini sbattuti in faccia a chi osa opporsi. Un caso su tutti: Marco, 23 anni, picchiato a Roma da due agenti fuori servizio dopo un banale scambio verbale. Il tesserino come scudo, il pugno come firma. E lo Stato? Muto. Immobile. Complice.

Il nuovo Decreto Sicurezza, entrato in vigore l’11 aprile 2025, non è che l’ennesimo tassello di un mosaico repressivo costruito con cura chirurgica. Una chirurgia della paura, che non cura le ferite sociali, ma le infetta. Un decreto che, secondo l’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, rappresenta un uso “simbolico” del diritto penale, un’arma retorica che trasforma il dissenso in crimine e la marginalità in colpa.

Una Costituzione sotto assedio

Quattordici nuove fattispecie di reato, pene inasprite per almeno altri nove, molte delle quali rivolte non a criminali incalliti ma a cittadini, spesso giovani, precari, studenti, manifestanti. La sproporzione è evidente: sette anni di carcere per chi occupa abusivamente un immobile, la stessa pena prevista per un omicidio sul lavoro. Non è solo un’ingiustizia: è un messaggio. Un codice penale che diventa codice di guerra contro i poveri.

E lo strumento? Ancora una volta la decretazione d’urgenza, aggirando il Parlamento, svuotandolo, umiliando il dibattito democratico. La Corte Costituzionale è stata chiara: l’urgenza non può diventare la norma. Eppure, nel nostro Paese, l’eccezione è ormai prassi. E le prassi fanno i regimi.

La violenza che indossa la divisa

Il caso di Marco non è un’eccezione. È sintomo di un corpo malato. E non si può più parlare di “mele marce”. Il marciume è sistemico. Lo dimostrano i continui episodi di abusi, di pestaggi, di impunità. Lo dimostra il silenzio delle questure, la retorica del “difendiamo gli agenti”, il sostegno legale garantito dal ministero fino a 10.000 euro a testa, anche quando l’agente è imputato per aver picchiato un cittadino inerte. Un paradosso tragico: lo Stato paga la difesa di chi ha violato la legge, ma lascia sole le vittime, i testimoni, i corpi martoriati.

E che dire del poliziotto in servizio alla manifestazione pro Palestina a Milano, fotografato con una felpa recante un simbolo riconducibile all’estrema destra polacca? La Duma Narodowa, il “pride” nazionalista con inquietanti ascendenze neonaziste. Un agente, in servizio d’ordine, con addosso un emblema che grida odio, che insulta la Costituzione che dovrebbe difendere. Reazione della questura? Un’indagine interna. Reazione dello Stato? Zero.

Il manganello come politica pubblica

Questo decreto, in fin dei conti, non nasce dal nulla. È figlio di una visione distorta della sicurezza, che ignora le radici sociali del disagio e preferisce reprimere invece che comprendere. Come denunciato dai giuristi, il carcere viene evocato come unica soluzione. E se non basta, si criminalizzano perfino le donne incinte, le madri con figli piccoli, senza prevedere strutture adeguate né alternative reali. Il risultato? Sovraffollamento, suicidi, disperazione. E un diritto penale che punisce prima ancora di giudicare.

Beccaria l’aveva capito più di due secoli fa: non è il numero delle pene, ma la certezza della loro giustizia a rendere sicura una società. Ma oggi, in Italia, lo Stato preferisce illuminare la notte con la luce sinistra del potere, anziché con quella della cultura, dell’educazione, dell’inclusione.

Non più Stato di diritto, ma diritto di Stato

Ci stiamo avviando verso uno Stato di polizia, dove la repressione è prassi, il dissenso un crimine, e la democrazia una maschera. Le forze dell’ordine dovrebbero essere presidio di legalità e garanzia per i cittadini. Ma se diventano strumento di intimidazione, se si trasformano in scudo dell’arbitrio, se si nascondono dietro tesserini usati come lasciapassare per l’impunità, allora la Repubblica ha un problema. Un problema grande. Sistemico. Strutturale.

È tempo di una pulizia democratica. Non in senso punitivo, ma rigenerativo. Una pulizia fatta di formazione, controllo, trasparenza. Una riforma profonda che ristabilisca un principio semplice e potente: la divisa non è un lasciapassare per la violenza, ma un vincolo di responsabilità. E chi la indossa deve rispondere prima di tutto al popolo sovrano, non ai comandi ciechi di un’autorità che ha smarrito il senso del limite.

La sicurezza non si garantisce con il manganello, ma con la giustizia sociale. Non con l’impunità degli agenti, ma con la fiducia dei cittadini. Non con la paura, ma con la dignità.

Finché potremo scrivere, denunciare, raccontare, lo faremo. Ma sappiate che la notte sta scendendo. E chi non urla oggi, domani non potrà nemmeno sussurrare.

Verso uno Stato di Polizia: il Decreto Sicurezza e l’Affossamento delle Libertà Democratiche

Il 4 aprile 2025 segna una data nefasta per la democrazia italiana. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge che, sotto la maschera della “sicurezza”, rappresenta un attacco frontale ai diritti fondamentali dei cittadini. Questo provvedimento, privo di reali necessità ed urgenze, evidenzia non soltanto la volontà del governo di reprimere il dissenso, ma anche e soprattutto la sua incapacità di governare democraticamente.

Non siamo di fronte a un’emergenza, ma a una manovra difensiva contro una società civile che – pur con mille fatiche – non ha ancora smesso di pensare, organizzarsi, manifestare. È la paura del dissenso democratico, non del crimine, a muovere la mano del legislatore. E quando un governo teme la voce dei cittadini più della criminalità reale, ha già tradito il mandato popolare.

Un Decreto Senza Giustificazioni

La Costituzione Italiana, all’articolo 77, stabilisce che i decreti legge devono essere emanati solo in casi straordinari di necessità ed urgenza. Ma oggi non c’è alcuna rivolta nelle strade, nessun picco di criminalità, nessuna crisi sociale che giustifichi un simile colpo d’autorità. I dati lo confermano, la realtà lo smentisce. Il decreto, dunque, non risponde a una necessità oggettiva, ma a una strategia politica. Si tratta di un atto che svuota il ruolo del Parlamento e insulta il principio del confronto democratico.

Criminalizzazione della Povertà e del Dissenso

Il provvedimento introduce oltre 20 nuovi reati e aggrava quelli già esistenti. Tra i più gravi c’è il reato di “occupazione arbitraria di immobile altrui”, che punisce con 2-7 anni di carcere chi occupa, spesso per disperazione, un’abitazione vuota. In un paese in cui decine di migliaia di famiglie vivono sotto sfratto o in emergenza abitativa, questa norma colpisce la povertà come se fosse una minaccia all’ordine pubblico. È un atto crudele e miope, che preferisce il carcere alla giustizia sociale.

Anche il diritto a manifestare subisce un attacco feroce: il blocco stradale, anche se pacifico, anche se simbolico, diventa reato penale. Non è più la violenza a essere perseguita, ma la disobbedienza civile. La sola interposizione del corpo – come atto di protesta – viene trattata come un crimine. Si punisce il dissenso perché si teme la voce del popolo.

Repressione delle Manifestazioni e Aggravanti Punitivi

Il decreto trasforma le piazze in potenziali scene del crimine. Chi manifesta rischia pene aggravate per reati anche minori, se commessi durante una protesta. È il passaggio definitivo dalle leggi ad personam alle leggi ad movimentum: la legge colpisce chi si organizza, chi lotta, chi occupa uno spazio, chi rivendica un diritto. Non importa il contenuto della lotta, ma la sua esistenza.

Tutto ciò non è casuale, ma organico a una visione del potere: una società immobile, disgregata, sorvegliata. Una società dove la partecipazione fa paura, perché può mettere in crisi l’egemonia di un governo debole nei numeri e nelle idee.

Militarizzazione del Controllo Sociale

Il decreto potenzia le forze dell’ordine come mai prima d’ora. Gli agenti godranno di tutele economiche straordinarie in caso di procedimenti penali, potranno portare armi extra anche fuori servizio, e potranno infiltrarsi nei movimenti sociali come “agenti provocatori”. Le piazze saranno sorvegliate con nuove telecamere mobili. Il messaggio è chiaro: lo Stato non dialoga, lo Stato ti guarda. Lo Stato ti punisce.

Ma questa militarizzazione non nasce dalla forza: nasce dalla paura. È il riflesso di un potere che non sa ascoltare, non sa governare, non sa costruire. L’unico strumento che gli resta è il controllo.

Il Fascismo È un Crimine, Non un’Opinione

La nostra Costituzione, figlia della Resistenza, non è neutra. È antifascista. Lo dice l’articolo 1: la sovranità appartiene al popolo, non a chi pretende di governare senza rispondere alle sue domande. E lo ribadisce la XII disposizione finale, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Eppure, il decreto sicurezza sembra voler riportare l’Italia a prima del 1945: repressione del dissenso, criminalizzazione della povertà, poteri speciali alle forze dell’ordine, abolizione nei fatti del diritto di manifestare. Questo non è solo autoritarismo: è una nostalgia ideologica. Una pericolosa pulsione reazionaria che puzza di ventennio.

Chi governa oggi – sostenuto da appena il 24% degli aventi diritto, tra l’altro manipolati da una propaganda becera e semplificatrice – non ha alcuna legittimità morale per calpestare i principi della Costituzione. Governa senza rappresentare. Reprime perché non sa ascoltare. Punisce perché non sa costruire.

Il Dilemma Democratico

Cosa accadrà quando le opposizioni andranno al governo? Se oggi vengono introdotte leggi liberticide, cosa impedirà domani di usarle contro chi oggi ne abusa? Se la destra usa lo Stato per reprimere il dissenso democratico, cosa accadrà quando si tratterà di reprimere il fascismo? Ma reprimere l’autoritarismo con gli stessi strumenti dell’autoritarismo è una trappola. Non si può difendere la democrazia replicando la logica dell’oppressore.

Per questo il vero punto d’equilibrio non è nella vendetta, ma nell’applicazione rigorosa della Costituzione. È il fascismo a dover essere bandito, non la protesta. È la disuguaglianza a dover essere combattuta, non chi la denuncia. È il dialogo a dover prevalere, non il manganello.

Conclusione: O Costituzione, o Regime

Il Decreto Sicurezza del 2025 non ci rende più sicuri: ci rende più poveri di diritti, più soli nella fragilità, più esposti alla repressione. È l’ennesimo segnale di un governo che non sa governare, e perciò reprime. Ma la libertà non si spegne con una legge. La giustizia non si chiude in un carcere. La resistenza – quella morale, quella politica, quella sociale – è ancora viva.

E allora diciamolo forte: non ci faremo intimidire. Non ci faremo disumanizzare. Non ci faremo governare da chi ha nostalgia del passato più buio della nostra storia. La Costituzione è la nostra barricata. E ogni cittadino consapevole è chiamato oggi a difenderla. Prima che sia troppo tardi.

La pentola sta bollendo: quando la sicurezza diventa controllo e la democrazia viene commissariata

C’è un punto in cui la temperatura diventa insostenibile, ma la rana nella pentola non se ne accorge, assuefatta dal tepore crescente, intorpidita dalla progressiva sottrazione d’ossigeno e libertà. È l’immagine perfetta per raccontare ciò che sta accadendo in Italia: una deriva autoritaria che non avanza con i carri armati, ma con decreti legge, riforme istituzionali e provvedimenti di sicurezza che smantellano, pezzo dopo pezzo, lo Stato di diritto. La rana siamo noi. L’acqua è la legalità che evapora. Il fuoco è acceso da chi governa.

Il quadro che emerge oggi è chiarissimo: l’Italia non è solo in caduta libera sul fronte democratico, ma sta strutturando legalmente la propria regressione, attraverso una sequenza inquietante di riforme che trasformano la sicurezza pubblica in un gigantesco meccanismo di controllo sociale e repressione del dissenso. Un fango nero che è tornato a galla, come documentato dal Liberties Rule of Law Report 2025, che ha inserito l’Italia tra i cinque Paesi europei “demolitori” dello Stato di diritto.

Il Ddl Sicurezza: la sicurezza di chi?

L’ultimo tassello di questa costruzione autoritaria si chiama Disegno di Legge Sicurezza n.1660. Un provvedimento che, sotto l’etichetta rassicurante della “sicurezza nazionale”, introduce norme che rappresentano un autentico stravolgimento dei principi democratici e costituzionali. In particolare, l’articolo 31, già approvato nelle commissioni parlamentari, autorizza i servizi segreti italiani a stipulare convenzioni con pubbliche amministrazioni, società pubbliche, università, ospedali ed enti di ricerca, obbligando tali soggetti a fornire informazioni personali su cittadini, studenti, professori, giornalisti e pazienti.

Non si tratta più di raccogliere dati nell’ambito di indagini su specifici reati: il provvedimento legittima la creazione di un sistema di sorveglianza preventiva e diffusa, senza alcun controllo giurisdizionale effettivo. In nome di un’idea tossica di sicurezza, si consente di violare la privacy, la riservatezza, la libertà di pensiero e la libertà di associazione. Un salto di qualità inquietante verso uno Stato di sorveglianza permanente.

Licenza di delinquere e immunità per i Servizi

Non basta. Lo stesso provvedimento introduce norme che prevedono la possibilità per i membri dei servizi segreti di commettere reati in determinate circostanze senza che possano essere perseguiti. Una vera e propria licenza di delinquere, fondata su criteri vaghi e discrezionali come la tutela della “sicurezza nazionale” o la prevenzione di minacce al Paese, criteri che saranno decisi non dalla magistratura indipendente, ma dall’esecutivo stesso.

In un Paese dove la storia dei servizi segreti è costellata di deviazioni e collusioni criminali — dalla strategia della tensione alla P2, dai depistaggi sulle stragi di Capaci e via D’Amelio fino ai più recenti scandali legati allo spyware Paragon — consegnare a questi apparati un potere senza controllo giurisdizionale significa giocare con la dinamite sul tavolo della democrazia.

Dal Premierato alle intercettazioni: la costruzione dell’autoritarismo legale

L’articolo 31 non è un atto isolato. Si inserisce in un progetto organico di progressiva demolizione delle garanzie democratiche.
Il governo ha già approvato una riforma sul Premierato che concentra un potere sproporzionato nelle mani del Presidente del Consiglio, svuotando il Parlamento del suo ruolo centrale.
Ha abusato sistematicamente dello strumento dei decreti legge (79 decreti in due anni), riducendo il dibattito parlamentare a mera ratifica.
Ha varato una riforma della magistratura che separa le carriere tra giudici e pubblici ministeri, spezzando l’unitarietà del potere giudiziario e mettendo a rischio l’imparzialità della giustizia.
Ha ridotto il periodo massimo delle intercettazioni a soli 45 giorni, con la falsa giustificazione dei costi, quando in realtà il vero obiettivo è limitare la capacità della magistratura di indagare sulla criminalità organizzata, sulla corruzione politica e persino sugli stalker che, dopo quel periodo, potranno tornare a perseguitare le loro vittime senza più essere ascoltati.

E mentre tutto questo accade, il sistema carcerario implode, con un sovraffollamento senza precedenti e la criminalizzazione crescente di attivisti, migranti, ONG e minoranze. Il cosiddetto Decreto Sicurezza introduce 11 nuovi reati e 18 aggravanti, non contro il crimine reale, ma contro chi dissente.

Quando la sicurezza diventa pretesto per il controllo

Dietro il mantra della sicurezza si cela una verità scomoda: la sicurezza che si vuole garantire non è quella dei cittadini, ma quella del potere. Lo Stato non sta difendendo la società civile, la sta sorvegliando, schedando, comprimendo.

Chi decide oggi quale sia il pericolo per l’interesse nazionale? Un governo che ospita nostalgie post-fasciste, che criminalizza studenti, pacifisti, sindacalisti, ambientalisti. Un governo che considera terroristi coloro che si oppongono al genocidio in Palestina o che difendono l’ambiente contro opere inutili e distruttive.
In questo quadro, togliere alla magistratura il controllo sulla legalità dell’operato dei servizi segreti significa costruire un potere senza contrappesi, senza limiti, senza più garanzie.

La rana siamo noi

Non servono manganelli o carri armati per soffocare una democrazia. Basta aumentare lentamente la temperatura.
Oggi, l’Italia è immersa in una pentola d’acqua tiepida. L’acqua si sta scaldando, un decreto dopo l’altro, una norma liberticida dopo l’altra. Quando ci accorgeremo che l’acqua bolle, quando proveremo a saltare fuori, potrebbe già essere troppo tardi.

La domanda che ci resta è semplice e urgente: quanto manca all’ebollizione?
E soprattutto: abbiamo ancora la forza di saltare fuori?