Dai registri di leva di Kyiv alla scuola di Minab, fino ai ventidue punti pubblicati su X: come un’azienda di software ha trasformato la guerra in laboratorio, i dati dei vivi e dei morti in merce, e la pace in un rischio d’impresa
1. Un uomo, un supermercato, una banca dati
Immaginate un uomo di quarantacinque anni che esce da un supermercato di una città ucraina con due buste della spesa. Non è una figura inventata per commuovere: è la scena che per mesi ha riempito i canali Telegram del paese, uomini fermati per strada o all’uscita di un negozio, caricati su un furgone, a volte sotto gli occhi dei figli. In Ucraina il fenomeno ha perfino un nome popolare, busificazione, e la stampa locale lo ha raccontato più volte. Quello che quei video non mostrano è la domanda che conta davvero: chi sapeva chi era quell’uomo, dove abitava, che lavoro faceva, se aveva un rinvio in regola o un certificato medico scaduto?
La risposta non sta nel furgone ma in un server. Sta nei registri digitali della leva, nelle applicazioni che incrociano anagrafe, fisco, previdenza e scuola, nella promessa, venduta come modernizzazione, di uno Stato che vede tutto. Ed è qui che la guerra in Ucraina smette di essere soltanto una guerra tra eserciti e diventa anche qualcos’altro: un gigantesco laboratorio in cui le tecnologie di sorveglianza, di mira e di mobilitazione vengono provate su esseri umani reali, e poi rivendute al resto del mondo con l’etichetta «testato in combattimento».
Al centro di questo laboratorio c’è un nome che da anni attraversa le mie ricerche sul cyberfascismo: Palantir Technologies, l’azienda fondata nel 2003 da Peter Thiel e guidata da Alex Karp. Questo articolo prova a ricostruire, con i documenti disponibili, che cosa Palantir ha fatto davvero in Ucraina, che cosa le si attribuisce senza prove, e perché il manifesto in ventidue punti pubblicato dall’azienda nell’aprile 2026 è la chiave per capire che cosa stanno costruendo, lì e anche qui.
2. Una traduzione, tre pubblicazioni, molte verifiche
Il punto di partenza è un testo circolato in italiano attraverso la newsletter di OtherNews, con il titolo «Come Palantir ha trasformato gli ucraini in cavie (e ha contribuito a rovinare l’Ucraina)». Non è un testo originale italiano. È la traduzione di un articolo del giornalista britannico Nate Bear, pubblicato a metà settembre 2026 sulla sua newsletter ¡Do Not Panic! e ripreso il 17 settembre da ScheerPost e da altri siti della sinistra statunitense. Bear si presenta come un ex professionista della comunicazione per grandi aziende e fondi d’investimento, radicalizzatosi osservando da vicino il potere del capitale. La versione italiana segue fedelmente l’originale inglese: non ho rilevato aggiunte sostanziali, salvo la nota biografica finale sull’autore.
Verificare quel testo riga per riga è stato necessario, perché contiene fatti solidi, interpretazioni legittime e alcune affermazioni che non reggono. Sono documentati la collaborazione pluriennale tra Palantir e lo Stato ucraino, il passaggio di Mykhailo Fedorov dal governo al mercato con il sostegno finanziario di Karp, l’acquisto del sistema Maven da parte della NATO, il ruolo di Palantir per l’agenzia statunitense dell’immigrazione, la riunione del consiglio di amministrazione a Tel Aviv nel gennaio 2024, la strage della scuola di Minab e il collasso demografico ucraino.
Non è invece documentato che Palantir abbia costruito Reserve+, l’applicazione che gestisce la posizione militare dei cittadini ucraini. Lo stesso Bear ammette che né l’azienda né Kyiv lo hanno confermato e parla di prove circostanziali. Le fonti pubbliche indicano che il servizio è stato sviluppato dal ministero della Difesa con i ministeri dell’Istruzione, delle Politiche sociali, della Giustizia e con il Fondo pensioni, grazie anche a un programma dell’Unione europea gestito dall’e-Governance Academy estone. La frase sulla violenza organizzata come fondamento dell’ascesa dell’Occidente, attribuita a Karp, è in realtà una citazione di Samuel Huntington che Karp ha fatto propria in una lettera agli azionisti: il che, a ben vedere, è persino più eloquente. Eric Schmidt non è il fondatore di Google ma ne è stato amministratore delegato. E la frase di Fedorov sull’Ucraina come banco di prova risale al periodo in cui era ministro della Trasformazione digitale, non della Difesa.
Infine, non adotto alcune etichette usate dall’originale, come quella di «supremazista ebraico» rivolta a Karp o i legami con gruppi neonazisti attribuiti all’ascesa di Thiel. Non perché siano troppo dure, ma perché nella forma in cui sono formulate non trovano riscontro verificabile e perché la critica deve colpire il potere, i contratti, le idee dichiarate e i loro effetti, mai l’identità religiosa o etnica di qualcuno. Karp va giudicato per ciò che scrive, per ciò che vende e per ciò che il suo software contribuisce a fare. Basta e avanza.
3. Kyiv, due giugno 2022: la porta d’ingresso
Il 2 giugno 2022, a poco più di tre mesi dall’invasione russa, Alex Karp arriva a Kyiv. È il primo amministratore delegato di una grande azienda occidentale a incontrare Volodymyr Zelensky dopo l’inizio della guerra. Accanto al presidente c’è Mykhailo Fedorov, allora ministro della Trasformazione digitale. Si parla di difesa, sicurezza e digitalizzazione; Zelensky ringrazia Palantir per la disponibilità a combattere sul fronte digitale, Karp propone un ufficio in Ucraina e lo sviluppo congiunto con specialisti locali.
Da quel momento l’integrazione procede per strati. Il primo è MetaConstellation, il sistema che fonde le immagini dei satelliti commerciali e le trasforma in informazioni operative. Il secondo arriva nel maggio 2023 con un memorandum d’intesa firmato con il ministero della Trasformazione digitale, ufficialmente dedicato alla ricostruzione: catalogare i danni a edifici e infrastrutture, ottimizzare la rinascita del paese con il software. In quel comunicato il viceministro George Dubynskyi rivendica di aver creato per Palantir un punto d’accesso attraverso il suo ministero e di averne favorito la collaborazione con molte istituzioni statali.
All’inizio del 2024 un’inchiesta del settimanale Time contava più di sei agenzie ucraine, tra cui i ministeri della Difesa, dell’Economia e dell’Istruzione, che utilizzavano i prodotti dell’azienda. Fedorov, nelle stesse settimane, descriveva la missione del suo governo con una formula che da sola spiega tutto: fare dell’Ucraina il laboratorio mondiale di ricerca e sviluppo tecnologico. Nel 2023 Karp aveva dichiarato che dietro la maggior parte dei bersagli colpiti da Kyiv c’era il software di Palantir. Secondo quanto riportato dal ministero ucraino, per lungo tempo quel lavoro non è stato pagato dallo Stato ucraino ma finanziato da partner esterni. Non è filantropia: è un investimento in accesso, dati e reputazione.
4. Il fronte come dataset
Nel maggio 2026 Fedorov, diventato nel frattempo ministro della Difesa, traccia il bilancio di quattro anni di cooperazione dopo un incontro con Karp: un sistema per l’analisi dettagliata degli attacchi aerei russi, strumenti di intelligenza artificiale per trattare i dati d’intelligence e l’integrazione del software nella pianificazione dei colpi a lungo raggio in territorio russo. E poi Brave1 Dataroom, la piattaforma costruita con Palantir che offre agli sviluppatori accesso ai dati del campo di battaglia in tempo reale per addestrare modelli di intelligenza artificiale. Oltre cento aziende, secondo il ministro, stavano già addestrando più di ottanta modelli.
Fermiamoci su questo punto, perché è il cuore della vicenda. La guerra produce una materia prima che nessun laboratorio civile può generare: dati reali di combattimento, di distruzione, di morte. Ogni drone abbattuto, ogni traiettoria di missile, ogni bersaglio colpito o mancato diventa un esempio con cui addestrare la macchina successiva. In questo senso il campo di battaglia non è più soltanto il luogo in cui si usano le armi, ma il luogo in cui si fabbricano. E chi controlla l’infrastruttura che raccoglie e organizza quei dati controlla il valore che ne deriva.
Il 15 luglio 2026 Zelensky rimuove Fedorov dalla Difesa dopo appena sei mesi, al termine di un conflitto con il comandante in capo Oleksandr Syrskyi. Scoppiano proteste in diverse città, e la fiducia nell’ex ministro, secondo i sondaggi, cresce. Poche settimane dopo, all’inizio di settembre, la CNBC rivela che Karp sosterrà come investitore la nuova impresa di tecnologia militare fondata da Fedorov, destinata a trasferire le lezioni della guerra in prodotti per l’Ucraina e i suoi alleati.
Non esiste, ad oggi, alcuna prova di illeciti. Lo scrive con correttezza anche il Lviv Herald, che però pone le domande giuste: quali limiti valgono per l’uso delle conoscenze acquisite in un ruolo pubblico, quali informazioni statali potrà utilizzare la nuova società, quali garanzie impediscono ai dataset militari riservati di migrare verso imprese private. Le democrazie hanno regole sul conflitto d’interessi proprio perché la sostanza e l’apparenza dell’improprietà sono cose diverse. Qui la porta girevole è visibile a occhio nudo: il ministro che ha aperto lo Stato a Palantir riceve, appena uscito, il capitale del suo amministratore delegato.
5. L’anagrafe totale: da Reserve+ all’ICE
Torniamo all’uomo del supermercato. L’Ucraina ha digitalizzato il suo registro unico dei soggetti obbligati al servizio militare, chiamato Oberih, a cui hanno accesso il ministero della Difesa, lo Stato maggiore, i servizi di sicurezza interna ed estera e i centri territoriali di reclutamento. Reserve+ ne è l’interfaccia per il cittadino, e dal 2025 consente di ottenere dati estesi dal registro, rinnovi automatici dei rinvii, convocazioni digitali alle commissioni mediche. Lo Stato presenta tutto questo come lotta alla corruzione e riduzione degli errori umani. Ed è in parte vero.
Ma un registro che incrocia residenza, stato civile, lavoro, salute e studio non è mai neutro: è lo strumento con cui un potere trasforma un popolo in una riserva di corpi disponibili. Che a costruirlo sia stata Palantir, un consorzio europeo o un ministero, conta meno di quanto sembri. Conta il paradigma, e il paradigma è lo stesso che Palantir vende apertamente altrove.
Negli Stati Uniti l’azienda lavora per l’ICE, l’agenzia federale dell’immigrazione, da oltre un decennio. Nell’aprile 2025 ha ottenuto un contratto da circa trenta milioni di dollari per sviluppare ImmigrationOS, una piattaforma pensata per identificare e catturare le persone destinate all’espulsione e per seguire in tempo quasi reale le cosiddette autodeportazioni. Il prototipo era atteso per settembre 2025, il contratto corre fino al 2027. Qui non servono prove circostanziali: il servizio è scritto nei documenti d’appalto.
Il filo che unisce Kyiv e Washington, dunque, non è necessariamente lo stesso codice informatico. È la stessa idea di cittadino: un fascicolo da localizzare, un corpo da prelevare, un dato da trattare. Il soldato mobilitato e il migrante espulso sono due facce della medesima tecnologia politica. Ed è la stessa idea che, come vedremo, Karp scrive nero su bianco quando chiede di superare l’esercito di soli volontari.
6. Minab, ventotto febbraio
Il 28 febbraio 2026, primo giorno dell’attacco statunitense e israeliano contro l’Iran, un missile colpisce la scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud del paese. Le stime delle vittime oscillano tra centocinquanta e oltre centosettanta morti, in grandissima parte bambine tra i sette e i dodici anni. La scuola sorgeva accanto a un complesso dei Pasdaran, da cui era separata da un muro da circa dieci anni. Le indagini indipendenti hanno indicato la probabile responsabilità statunitense, e l’ipotesi più accreditata è che i dati di puntamento fossero anteriori alla trasformazione dell’edificio in scuola.
Il 12 marzo più di centoventi deputati democratici hanno chiesto al Pentagono se l’intelligenza artificiale, incluso il Maven Smart System di Palantir, avesse contribuito a identificare quella scuola come bersaglio. Secondo l’agenzia Reuters, nel sistema era integrato anche Claude, il modello linguistico di Anthropic, usato nella pianificazione degli attacchi della campagna iraniana. Pochi giorni fa, a settembre, Bloomberg ha pubblicato la ricostruzione dell’inchiesta interna: gli investigatori del Pentagono avrebbero individuato come cause concorrenti un’intelligence difettosa, immagini superate e un eccessivo affidamento sull’intelligenza artificiale, in una strage che secondo quella ricostruzione è costata la vita a centoventitré bambini. Palantir replica di non essere responsabile dei dati sottostanti e che nulla prova un difetto del suo software. Dopo Minab, però, ha aggiunto a Maven funzioni per ricontrollare l’intelligence e segnalare le incongruenze.
Va detto con onestà: l’affermazione dell’articolo originale, secondo cui Maven sarebbe stato usato per massacrare quei bambini, semplifica un quadro in cui le responsabilità sono umane, militari e politiche prima che tecnologiche. Ma proprio questo è il punto più inquietante. La catena di uccisione automatizzata non elimina la responsabilità: la polverizza. Il fornitore rimanda ai dati, i militari all’algoritmo, i politici all’inchiesta in corso. Alla fine, nessuno ha deciso di uccidere quelle bambine, eppure sono morte. Questa diluizione della colpa non è un effetto collaterale del software di guerra: è una delle sue funzioni.
Lo stesso schema attraversa Gaza. Nel gennaio 2024 Palantir tiene a Tel Aviv la prima riunione del suo consiglio di amministrazione dell’anno, dichiaratamente in solidarietà con Israele, e nello stesso viaggio Thiel e Karp siglano con il ministero della Difesa israeliano una partnership strategica a sostegno di missioni legate alla guerra. Nel giugno 2025 la relatrice speciale delle Nazioni Unite Francesca Albanese inserisce Palantir tra le imprese chiamate in causa nel rapporto sull’economia del genocidio. E quando un contestatore gli rinfacciò che la sua tecnologia uccideva palestinesi, Karp rispose che si trattava per lo più di terroristi. Il genocidio del popolo palestinese, riconosciuto come tale da organismi e giuristi internazionali, è per queste aziende anche un argomento di vendita.
Nel frattempo, il 25 marzo 2025, la NATO ha acquistato una propria versione di Maven, il Maven Smart System NATO, destinata al Comando alleato per le operazioni: una delle procedure d’acquisto più rapide nella storia dell’Alleanza, conclusa in sei mesi. Il software che ha partecipato alla catena di Minab è oggi parte dell’infrastruttura militare di cui fa parte anche l’Italia.
7. Il manifesto: ventidue tesi per una repubblica in armi
La sera del 18 aprile 2026, ora della costa occidentale americana, quando in Europa era già il 19, l’account ufficiale di Palantir pubblica su X un testo di circa mille parole introdotto da una frase disarmante: ce lo chiedono spesso. Sono ventidue punti che riassumono The Technological Republic, il libro firmato da Karp e dal responsabile degli affari societari Nicholas Zamiska, uscito nel febbraio 2025 per Crown Currency. In pochi giorni il post supera i trenta milioni di visualizzazioni. Il titolo in borsa quasi non si muove: gli investitori lo leggono come una dichiarazione di convinzione, non come un rischio.
Ho analizzato quel testo punto per punto nel sesto capitolo di Cyberfascismo. Anatomia di un dominio invisibile, e rileggerlo oggi, alla luce dell’Ucraina, fa un effetto diverso: non sembra più una profezia, ma un verbale. Il primo punto afferma che la Silicon Valley ha un debito morale verso il paese che ne ha reso possibile l’ascesa, e che l’élite ingegneristica ha l’obbligo di partecipare alla difesa della nazione. Il quarto dichiara esauriti i limiti del soft power: per prevalere servono potenza dura, e la potenza dura di questo secolo sarà costruita con il software. Il quinto chiude ogni discussione sulle armi autonome: non ci si chiede più se verranno costruite, ma chi le costruirà.
Il sesto punto è quello che più direttamente riguarda l’uomo del supermercato. Karp propone di considerare seriamente l’abbandono dell’esercito di soli volontari e di fare del servizio nazionale un obbligo universale. Detto da chi fornisce l’infrastruttura dei dati a uno Stato in piena mobilitazione forzata, non è una riflessione civica: è l’estensione a tutto l’Occidente di un modello già in funzione. Il dodicesimo punto annuncia la fine dell’era atomica e l’inizio di una deterrenza fondata sull’intelligenza artificiale, cioè sul prodotto che Palantir vende. Il quindicesimo chiede di rovesciare la neutralizzazione postbellica di Germania e Giappone: il riarmo delle due potenze sconfitte nel 1945 come obiettivo politico dichiarato.
Poi arrivano i punti che hanno fatto parlare di tecnofascismo. Il ventunesimo sostiene che alcune culture hanno prodotto meraviglie mentre altre si sono rivelate mediocri o, peggio, regressive e dannose. Il ventiduesimo chiede di resistere a quello che definisce un pluralismo vuoto e superficiale, domandandosi polemicamente a che cosa dovrebbe servire l’inclusione. Il filosofo belga Mark Coeckelbergh ha parlato apertamente di tecnofascismo, perché il testo attacca verifica, deliberazione e responsabilità, tre pilastri della democrazia. Yanis Varoufakis ha osservato che il manifesto aggiunge le minacce dell’intelligenza artificiale a quelle nucleari. Eliot Higgins, fondatore di Bellingcat, ha colto il nodo decisivo: quei ventidue punti non sono filosofia sospesa nel vuoto, ma l’ideologia pubblica di un’azienda i cui ricavi dipendono dalle politiche che propugna.
Per capire da dove vengano queste tesi basta tornare alla lettera agli azionisti del febbraio 2025, quella in cui Karp chiudeva citando Huntington: l’ascesa dell’Occidente non si deve alla superiorità delle sue idee, dei suoi valori o della sua religione, ma alla sua superiorità nell’applicare la violenza organizzata. Gli occidentali lo dimenticano spesso, aggiungeva, i non occidentali mai. Qui c’è tutto: il disprezzo per la democrazia come deliberazione, la civiltà ridotta a capacità di colpire, la cultura dell’altro classificata come inferiore. È la saldatura che nel mio libro ho chiamato cyberfascismo: non la ripetizione del fascismo storico, ma la sua mutazione dentro il capitalismo dei dati, dove il culto della forza non ha più bisogno delle piazze perché dispone dei server.
Si dirà che è solo retorica. Ma un manifesto va letto accanto ai contratti di chi lo firma. Chi scrive che alcune culture sono dannose vende sistemi che assegnano punteggi di rischio ai migranti. Chi invoca la leva obbligatoria fornisce software a uno Stato che preleva i suoi cittadini per strada. Chi annuncia la deterrenza algoritmica vende la piattaforma che era nella catena di Minab. Le parole e i prodotti sono la stessa cosa, scritta in due linguaggi diversi.
8. Chi incassa
Palantir è arrivata in borsa nel settembre 2020 con un prezzo di riferimento di poco superiore ai sette dollari. Il 3 novembre 2025 le sue azioni hanno toccato il record di chiusura di 207,18 dollari, con una capitalizzazione che al picco ha sfiorato i cinquecento miliardi di dollari. Nel secondo trimestre del 2026, secondo i dati diffusi dall’azienda e ripresi dalla stampa finanziaria, i ricavi sono cresciuti del 93 per cento su base annua fino a 1,9 miliardi, quelli dal governo statunitense del 90 per cento, con un margine di utile netto del 55 per cento. Sono numeri che nessuna industria civile conosce. Sono i numeri di un’economia che vive dell’insicurezza globale.
Non c’è solo Palantir. Nel luglio 2025 l’ex amministratore delegato di Google Eric Schmidt ha firmato con il governo ucraino, alla presenza di Zelensky, un memorandum di partenariato strategico per la sua azienda Swift Beat: centinaia di migliaia di droni, intercettori, quadricotteri da ricognizione e droni d’attacco, forniti a prezzo di costo. Proprio il prezzo di costo rivela il modello: il profitto non sta nella singola vendita, ma nella prova sul campo. Lo hanno detto esplicitamente analisti ucraini intervistati da Ukrainska Pravda: per Schmidt l’Ucraina è un banco di prova, e il suo mercato vero sta molto oltre i confini del paese.
Qui la critica anticapitalista smette di essere uno slogan e diventa una descrizione tecnica. Il capitale tecnologico ha bisogno di dati; i dati più preziosi, per l’industria della difesa, nascono dalla guerra reale; la guerra reale, quindi, diventa un fattore di produzione. Non serve immaginare un complotto per cui qualcuno prolunga deliberatamente un conflitto: basta osservare che chi guadagna dalla guerra non ha alcun interesse strutturale alla pace, e che dispone di risorse enormi per orientare governi, opinione pubblica e alleanze. Eisenhower lo chiamò complesso militare-industriale. Oggi dovremmo chiamarlo complesso militare-digitale, e riconoscere che è più rapido, più opaco e più vicino alle nostre vite di quanto fosse il suo predecessore.
9. Chi paga
Dall’altra parte del bilancio c’è un paese che si svuota. Nel primo semestre del 2026 l’Ucraina ha registrato poco più di 73 mila nascite contro quasi 260 mila decessi: per ogni bambino che nasce muoiono tre o quattro persone, un rapporto peggiorato rispetto all’anno precedente. Nessuno sa più con esattezza quante persone vivano nei territori controllati da Kyiv: l’Istituto di demografia ucraino parla di circa trenta milioni, il Fondo monetario internazionale di poco più di trentatré, un ministro del governo è arrivato a stimare tra ventidue e venticinque milioni. Nel 1991 il paese contava circa cinquantadue milioni di abitanti.
Nello stesso semestre, i bombardamenti russi hanno ucciso oltre milletrecento civili. Dall’estate, dopo gli attacchi di metà luglio contro le navi, il traffico nei porti della Grande Odessa si è praticamente fermato: i vettori stranieri hanno sospeso gli scali, i prezzi del grano sul mercato interno sono crollati, le importazioni costano di più. È giusto dirlo senza ambiguità: i missili che colpiscono Odessa sono russi, e la responsabilità dell’invasione del 2022 resta del Cremlino. Un’analisi antimperialista che assolvesse Mosca sarebbe soltanto un imperialismo di segno opposto.
Ma è altrettanto giusto dire che la classe operaia ucraina è stretta tra due macchine: quella che la bombarda da est e quella che, da ovest, la usa come terreno di sperimentazione e la mobilita attraverso registri digitali sempre più efficienti. Chi muore al fronte non è il miliardario californiano, non è il consigliere d’amministrazione che si riunisce a Tel Aviv, non è l’analista che festeggia il titolo in borsa. È il muratore di Dnipro, l’autista di Mykolaiv, il padre fermato davanti al supermercato. È il figlio che non nascerà in un paese dove si seppellisce quattro volte più di quanto si partorisca.
10. L’Europa comprata, l’Italia che ripudia la guerra
Tutto questo riguarda direttamente noi. La NATO usa Maven. I governi europei, dentro la corsa al riarmo, comprano sempre più spesso software di difesa statunitense proprio mentre parlano di autonomia strategica. E Palantir, come ho ricostruito nel marzo 2026 raccontando la visita romana di Peter Thiel, bussa da tempo anche alle porte delle infrastrutture digitali pubbliche italiane. L’Europa che dice di voler difendere la propria sovranità consegna la gestione dei dati più sensibili, quelli militari e quelli dei cittadini, ad aziende che dichiarano apertamente di considerare la violenza organizzata il vero fondamento della civiltà.
La nostra Costituzione, all’articolo 11, dice che l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Non dice che la tollera se è gestita da un algoritmo, né che la considera accettabile se genera valore per gli azionisti. Il manifesto di Karp è, punto per punto, la negazione di quel principio: la guerra come orizzonte permanente, la deterrenza come prodotto, il cittadino come riserva mobilitabile, il pluralismo come debolezza da superare. Tra l’articolo 11 e il punto sei del manifesto di Palantir non c’è compromesso possibile. Bisogna scegliere.
11. Disertare il laboratorio
Nate Bear chiude il suo articolo con un avvertimento: quando l’esperimento ucraino sarà esaurito, i mercanti della guerra algoritmica passeranno alla prossima tela, che potrebbe essere il nostro paese o il nostro quartiere. Si può discutere su molte delle sue formule, e l’ho fatto. Ma su questo ha ragione, e anzi è ottimista, perché la tela è già qui. È nei contratti NATO, nei cloud pubblici, nei sistemi di polizia predittiva, nelle anagrafi digitali che promettono efficienza e preparano controllo.
La domanda politica che resta non è se la tecnologia debba entrare nella difesa o nello Stato. È chi la possiede, chi la governa, chi ne risponde, e soprattutto a che cosa serve. Una tecnologia pubblica, trasparente, sottoposta al controllo democratico e orientata alla protezione delle persone è possibile. Una tecnologia privata che vive della guerra, che si addestra sui corpi dei mobilitati e dei bombardati e che scrive nei suoi manifesti il disprezzo per le culture altrui non è un’alleata della democrazia: è la sua alternativa.
Per questo la pace, oggi, non può essere soltanto un cessate il fuoco tra eserciti. Deve diventare anche una diserzione collettiva dal mercato della morte: il rifiuto di comprare, finanziare, integrare e legittimare chi della guerra ha fatto un modello di business. Gli ucraini non sono cavie. I palestinesi non sono un banco di prova. Le bambine di Minab non erano un errore di dataset. Finché accetteremo che qualcuno possa scrivere il contrario in un bilancio trimestrale, la prossima scuola, il prossimo supermercato, il prossimo furgone saranno soltanto una questione di tempo.
Fonti
Nate Bear, «How Palantir Turned Ukrainians Into Lab Rats (And Helped Ruin Ukraine)», ¡Do Not Panic!, settembre 2026. https://www.donotpanic.news/p/how-palantir-turned-ukrainians-into
Nate Bear, stesso articolo ripubblicato da ScheerPost, 17 settembre 2026. https://scheerpost.com/2026/09/17/how-palantir-turned-ukrainians-into-lab-rats-and-helped-ruin-ukraine/
Palantir Technologies, «The Technological Republic, in brief», post sull’account X @PalantirTech, 18 aprile 2026. https://x.com/PalantirTech/status/2045574398573453312
Alexander C. Karp e Nicholas W. Zamiska, The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, Crown Currency, 18 febbraio 2025, ISBN 9780593798690.
Pebblous Data Communication Team, «Technology Is Never Neutral. Palantir’s 22-Point Manifesto, Explained», Pebblous Blog, 25 aprile 2026. https://blog.pebblous.ai/story/palantir-technological-republic/en/
Marco Quiroz-Gutierrez, «Palantir’s mini manifesto claims some cultures are harmful and middling», Fortune, 22 aprile 2026. https://fortune.com/2026/04/22/palantir-alex-karp-mini-manifesto-national-security-defense-tech-ai/
«Palantir posts mini-manifesto denouncing inclusivity and regressive cultures», TechCrunch, 19 aprile 2026. https://techcrunch.com/2026/04/19/palantir-posts-mini-manifesto-denouncing-regressive-and-harmful-cultures/
«Technofascism? Why Palantir’s pro-West manifesto has critics alarmed», Al Jazeera, 21 aprile 2026. https://www.aljazeera.com/news/2026/4/21/technofacism-why-palantirs-pro-west-manifesto-has-critics-alarmed
«Palantir’s Manifesto Is as Subtle as a MAGA Hat», TechPolicy.Press, 29 aprile 2026. https://www.techpolicy.press/palantirs-manifesto-is-as-subtle-as-a-maga-hat/
«Alex Karp’s War for the West», The New Republic, 2025. https://newrepublic.com/article/191786/alex-karps-war-west-palantir
Samuel P. Huntington, The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order, Simon and Schuster, 1996.
«Palantir and Ministry of Digital Transformation of Ukraine strike reconstruction partnership», Business Wire, 25 maggio 2023. https://www.businesswire.com/news/home/20230525005248/en
«How Tech Giants Turned Ukraine Into an AI War Lab», Time, 8 febbraio 2024. https://time.com/6691662/ai-ukraine-war-palantir/
«Palantir, the Secretive Tech Giant Shaping Ukraine’s War Effort», United24 Media, 4 febbraio 2025. https://united24media.com/war-in-ukraine/palantir-the-secretive-tech-giant-shaping-ukraines-war-effort-5519
«Ukraine and Palantir develop AI-powered system for detailed analysis of Russian air strikes says Fedorov», LB.ua, 12 maggio 2026. https://en.lb.ua/news/2026/05/12/38044_ukraine_palantir_develop.html
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«Who Owns Ukraine’s War? Palantir, battlefield data and the hidden economy of artificial intelligence», Lviv Herald, settembre 2026. https://www.lvivherald.com/post/who-owns-ukraine-s-war-palantir-battlefield-data-and-the-hidden-economy-of-artificial-intelligence
«Palantir CEO Alex Karp backs ousted Ukraine defense minister’s new defense tech startup», CNBC, 2 settembre 2026. https://www.cnbc.com/2026/09/02/palantir-alex-karp-ukraine-federov-defense-startup.html
«Zelensky dismisses Defense Minister Fedorov, deepening turmoil in Ukraine’s military leadership», The Kyiv Independent, 16 luglio 2026. https://kyivindependent.com/defense-minister-fedorov-set-to-leave-post-senior-official-confirms/
«How the dismissal of Ukraine’s popular defence minister backfired for Zelenskyy», Chatham House, 22 luglio 2026. https://www.chathamhouse.org/2026/07/how-dismissal-ukraines-popular-defence-minister-backfired-zelenskyy
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Steven Hubbard, «ICE to Use ImmigrationOS by Palantir, a New AI System, to Track Immigrants’ Movements», American Immigration Council, 21 agosto 2025. https://www.americanimmigrationcouncil.org/blog/ice-immigrationos-palantir-ai-track-immigrants/
«Inside US Military Kill Chain That Destroyed an Iranian School», Bloomberg, settembre 2026. https://www.bloomberg.com/graphics/2026-iran-school-attack/
«AI Plays Major Role in the War on Iran», Arms Control Today, Arms Control Association, maggio 2026. https://www.armscontrol.org/act/2026-05/news/ai-plays-major-role-war-iran
«Deadly Iran school strike casts shadow over Pentagon’s AI targeting push», Military Times, 24 marzo 2026. https://www.militarytimes.com/news/your-military/2026/03/24/deadly-iran-school-strike-casts-shadow-over-pentagons-ai-targeting-push/
Ben Van Roo, «Measuring the Machines that Kill», Substack, 12 marzo 2026 (con rimandi al reportage Reuters su Claude integrato in Maven). https://benvanroo.substack.com/p/measuring-the-machines-that-kill
«2026 Minab school attack», Wikipedia (voce in inglese), consultata il 19 settembre 2026. https://en.wikipedia.org/wiki/2026_Minab_school_attack
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