Risposta a Francesco Coniglione: la sindrome dell’apostata arrabbiato tra psicologia del risentimento, mercato delle conversioni e trasformismo italiano
1. Un buon punto di partenza
Francesco Coniglione ha pubblicato su Sinistra in rete una riflessione, «La sindrome dell’apostata arrabbiato», che merita di essere discussa e non soltanto condivisa. Il testo è costruito con cura. Distingue il semplice cambiamento d’opinione, che appartiene alla dignità dell’intelligenza, dalla conversione, che può essere esperienza profonda e persino luminosa, e le separa entrambe dall’apostasia vera e propria: la condizione di chi, uscito da una casa, non riesce più a vivere se non incendiandone ogni giorno la soglia.
Per dare fondamento a questa figura Coniglione richiama Max Scheler e il suo saggio sul risentimento, pubblicato in prima forma nel 1912 e ampliato nel 1915, la ricezione sociologica di Lewis Coser e la tipologia di David Bromley. Poi applica lo schema al secondo Novecento italiano: i passaggi dall’estrema sinistra, da Lotta continua e dal movimentismo extraparlamentare verso approdi liberal-conservatori e berlusconiani; la figura dell’intellettuale itinerante che attraversa culture comuniste, socialiste e conservatrici; la diaspora craxiana, che l’autore legge non come conversione ma come trasmigrazione, cioè come passaggio di campo di un socialismo già svuotato, ridotto a identità biografica e fedeltà al leader.
La formula che resta impressa è quella secondo cui l’apostata arrabbiato ha cambiato altare, non sempre religione. La forma mentale permane, cambia soltanto il bersaglio. E la conclusione è di rara finezza morale: la vera libertà comincia quando non si ha più bisogno di odiare ciò che si è stati.
Scrivo queste pagine non per confutare quel ragionamento, che condivido in larga parte, ma per allargarne la cornice. Alla domanda che apre il saggio, «dove arriveranno?», ne va affiancata un’altra, che la chiave psicologica lascia in ombra: chi li aspetta all’arrivo, e perché.
2. Il limite della chiave psicologica
Scheler descrive con precisione il motore interiore dell’apostata: un uomo che, anche nella nuova fede, vive anzitutto della lotta contro quella abbandonata. È un’analisi preziosa, ma riguarda la psiche. Spiega la spinta, non la strada. E la strada, nella vita pubblica, non la costruisce l’apostata da solo: la costruiscono le redazioni che lo assumono, gli editori che lo pubblicano, le televisioni che gli danno la parola, i partiti che lo candidano, le fondazioni che lo finanziano.
Lo stesso Coniglione lo intuisce quando scrive che, nel caso dell’intellettuale itinerante, il mutamento diventa progetto culturale. Ma un progetto culturale, per esistere pubblicamente, ha bisogno di mezzi, di spazi, di committenti. È qui che la lettura psicologica va integrata da una lettura materiale. Il risentimento è una risorsa emotiva diffusa: molti ex militanti ne sono attraversati. Solo alcuni, però, diventano figure pubbliche della propria abiura. La differenza non la fa l’intensità del rancore. La fa la domanda sociale di quel rancore.
3. Bromley letto fino in fondo
C’è un punto curioso: proprio le fonti citate da Coniglione, se lette fino in fondo, spingono verso una spiegazione strutturale. La tipologia di David Bromley, sviluppata nel volume collettaneo The Politics of Religious Apostasy del 1998, non descrive l’apostata come un carattere psicologico ma come un ruolo sociale. Bromley distingue le organizzazioni in base al loro rapporto con le istituzioni dominanti: allineate, in tensione moderata, oppure percepite come sovversive. Chi lascia un’organizzazione allineata è un semplice fuoriuscito, che il gruppo può liquidare come individuo problematico. Chi lascia un’organizzazione percepita come sovversiva diventa apostata perché le istituzioni e i media dominanti lo prendono sul serio e ne amplificano la denuncia.
In altre parole, l’apostata esiste in quanto tale perché una coalizione esterna ha bisogno della sua testimonianza. Il suo racconto di prigionia e di liberazione non è soltanto un bisogno interiore: è una merce richiesta, che conferma la pericolosità del gruppo abbandonato. Il titolo stesso del libro, del resto, parla di politica dell’apostasia.
Anche Lewis Coser, che Coniglione cita a proposito dell’informatore, scriveva in un contesto preciso. Il suo saggio The Age of the Informer uscì nel 1954 sul primo numero di Dissent, la rivista che aveva fondato con Irving Howe nell’America del maccartismo. L’informatore di cui parlava Coser non era un’anima tormentata in astratto: era una figura che trovava commissioni d’inchiesta, udienze pubbliche, giornali pronti ad accoglierlo. Coser, che veniva dalla sinistra antistalinista, conosceva bene il fenomeno dall’interno e proprio per questo ne vedeva la dimensione di mercato.
4. Il mercato dell’apostata
Pierre Bourdieu, nella Distinzione, parlava di strategie di riconversione: il capitale accumulato in un campo può essere trasferito in un altro, dove rende di più. L’ex militante porta con sé un patrimonio considerevole. Ha una formazione retorica affinata in anni di assemblee e polemiche. Conosce dall’interno il linguaggio, le debolezze e i conflitti del campo che ha lasciato. Possiede soprattutto un capitale simbolico raro, quello di chi c’era. Nessun avversario storico può denunciare la sinistra con la credibilità di chi ne ha fatto parte.
Nel campo d’origine questo patrimonio vale poco: lì è la norma, non l’eccezione. Nel campo avverso vale moltissimo. Alcune biografie italiane, che Coniglione evoca senza nominarle, lo mostrano con chiarezza. Paolo Liguori, tra gli esponenti più radicali di Lotta continua e redattore del suo quotidiano tra il 1978 e il 1980, approda nel 1985 al Giornale, dirige poi Il Sabato, vicino a Comunione e Liberazione, quindi Il Giorno, e dal 1993 la testata Studio Aperto di Mediaset, per diventare in seguito direttore di TGcom.
Giuliano Ferrara, che corrisponde con buona precisione al profilo dell’intellettuale itinerante descritto nel saggio, nel 1973 era responsabile del Partito comunista per le fabbriche Fiat a Torino, poi capogruppo comunista in consiglio comunale. Lascia il partito nei primi anni Ottanta, aderisce al Partito socialista nel 1985, viene eletto al Parlamento europeo nel 1989, diventa ministro per i Rapporti con il Parlamento nel primo governo Berlusconi e nel 1996 fonda Il Foglio, su posizioni neoconservatrici. Nel 2003 fu lui stesso a dichiarare di essere stato, a metà degli anni Ottanta, un confidente retribuito della CIA. La figura dell’informatore evocata da Coser trova qui una conferma biografica quasi didascalica, per ammissione diretta dell’interessato.
Non si tratta di ridurre queste traiettorie all’opportunismo. Coniglione ha ragione: spesso gli apostati sono sinceri, e proprio la sincerità li rende implacabili. Ma sincerità e convenienza non sono alternative. Il mercato non ha bisogno di comprare coscienze: gli basta selezionare, tra le molte conversioni sincere, quelle che gli tornano utili, e dare loro una tribuna. La sincerità è la materia prima; il sistema mediatico ed editoriale la raffina, la confeziona e la distribuisce.
5. L’asimmetria dei flussi
C’è una verifica semplice di questa ipotesi. Se l’apostasia arrabbiata fosse soltanto un meccanismo psicologico, dovremmo osservarla in misura simile in tutte le direzioni. Il risentimento verso il proprio passato non ha colore politico: anche chi ha lasciato un ambiente conservatore, confindustriale o liberale potrebbe esserne travolto e dedicare la vita a demolire il mondo da cui proviene.
Eppure i flussi visibili vanno quasi sempre in una sola direzione. Chi passa dalla sinistra radicale al campo liberale o conservatore trova editoriali, direzioni di giornale, programmi televisivi, seggi parlamentari. Chi compie il percorso inverso, dal giornalismo di establishment alla militanza anticapitalista, di solito perde reddito, visibilità e reputazione. Il motore psicologico è simmetrico; il mercato non lo è. Questa asimmetria è forse l’argomento più forte per dire che la sindrome descritta da Coniglione è reale, ma non basta a spiegare il fenomeno.
6. Gramsci e il trasformismo molecolare
Per il caso italiano esiste una categoria più adatta di quelle mutuate dalla sociologia delle religioni, ed è nata proprio qui. Nei Quaderni del carcere Antonio Gramsci descrive il trasformismo come assorbimento graduale ma continuo degli elementi attivi espressi dai gruppi alleati e perfino da quelli che sembravano nemici irriducibili. Per Gramsci non si tratta di un vizio morale dei singoli, ma di una funzione del dominio: attraendo le élite dei gruppi subalterni, la classe dirigente li decapita e li neutralizza, spesso per lunghi periodi, mentre arricchisce la propria capacità egemonica.
C’è un passaggio di quella riflessione che si attaglia perfettamente al nostro tema. Gramsci collega il trasformismo all’effetto corruttore e demoralizzante delle sconfitte politiche dei gruppi subordinati. L’assorbimento dei quadri avversari è più facile quando il loro campo ha perso. L’apostata arrabbiato, in questa luce, è la versione emotivamente accesa di un meccanismo antico, che l’Italia conosce dall’età di Depretis e Giolitti: il trasformismo con il sentimento.
7. La sconfitta come matrice
Questo ci porta a una dimensione storica che il saggio di Coniglione accenna ma non sviluppa. Le traiettorie di cui parla non si distribuiscono a caso nel tempo. Lotta continua si scioglie nel congresso di Rimini del 1976. Seguono la fine del movimento del Settantasette, gli anni del riflusso, la sconfitta operaia alla Fiat nell’autunno del 1980, l’offensiva neoliberale del decennio, infine il crollo del 1989. Molte conversioni maturano esattamente in questa sequenza.
L’apostasia individuale, allora, è anche l’elaborazione privata di una sconfitta collettiva. Chi ha perduto insieme ad altri può reagire in molti modi: con la fedeltà ostinata, con il ritiro, con la revisione critica, oppure schierandosi con chi ha vinto. La rabbia dell’apostata contro i vecchi compagni è anche rabbia verso la sconfitta, spostata su chi continua a ricordargliela. E gli intellettuali, lo sapeva bene Gramsci, tendono a seguire il vincitore con una certa tempestività.
8. L’apostasia senza rabbia
C’è però una lacuna più rilevante, nel ragionamento di Coniglione. Il suo sguardo si posa sulle figure individuali, visibili e rumorose. Ma l’apostasia politicamente più pesante della storia repubblicana non è stata né individuale né arrabbiata. È stata collettiva, graduale e fredda.
Il 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del Muro di Berlino, Achille Occhetto annuncia alla Bolognina la svolta che porterà, il 3 febbraio 1991 a Rimini, allo scioglimento del Partito comunista italiano e alla nascita del Partito democratico della sinistra. Il simbolo della nuova formazione è una quercia, con la falce e il martello ridotti a un piccolo segno alla base del tronco, destinato a sparire del tutto con i Democratici di sinistra nel 1998. È un’immagine perfetta del processo: la vecchia bandiera non viene bruciata, viene ripiegata e messa in soffitta.
Quello che segue è noto. Negli anni Novanta sono i governi Amato, Ciampi, Prodi e D’Alema a condurre la grande stagione delle privatizzazioni, fino alla liquidazione dell’IRI. Nel 1997 il pacchetto Treu introduce il lavoro interinale e apre la strada alla precarizzazione. Nel 1999 il governo D’Alema partecipa ai bombardamenti della NATO sulla Serbia. Poi verranno il sostegno alla riforma Fornero e il Jobs Act. Lo stesso Massimo D’Alema, anni dopo, lo ha rivendicato apertamente in televisione: «il paradosso italiano è che è stato il centrosinistra a smantellare l’Iri, non la destra».
In tutto questo non c’è stato alcun apostata arrabbiato. Nessuno ha incendiato la soglia della vecchia casa. Un intero corpo politico ha abbandonato l’anticapitalismo, poi la critica del mercato, poi la distanza dall’atlantismo, senza mai dichiarare una conversione e senza mai processare il proprio passato. Lo ha semplicemente lasciato evaporare. Questa apostasia silenziosa ha spostato il senso comune del Paese molto più di qualunque ex militante diventato opinionista.
Le due forme, del resto, sono complementari. L’apostata arrabbiato delegittima rumorosamente la tradizione da cui proviene; l’apostasia fredda la svuota dall’interno senza bisogno di delegittimarla. La prima produce polemica, la seconda produce governo. Guardare soltanto alla prima significa perdere di vista il fenomeno principale.
9. Lo specchio
Detto questo, il saggio di Coniglione contiene un’osservazione che la sinistra farebbe bene a prendere sul serio come autocritica. Ogni rimprovero dei vecchi compagni, scrive, diventa agli occhi dell’apostata la prova della loro chiusura mentale, e lo spinge ancora più lontano. Se il meccanismo è questo, allora una sinistra che tratta ogni dissenso come tradimento, ogni uscita come diserzione, ogni revisione come cedimento, alimenta esattamente la dinamica che denuncia.
La storia italiana offre anche esempi opposti. Nel novembre 1969 il gruppo del manifesto, con Rossana Rossanda, Luigi Pintor e Lucio Magri, fu radiato dal Partito comunista. Fu un’esclusione dura, eppure non produsse apostati: quelle donne e quegli uomini rimasero comunisti critici per tutta la vita. Vent’anni dopo, davanti alla svolta di Occhetto, Pietro Ingrao dichiarò il suo dissenso senza abbandonare il proprio campo. La differenza non stava nel trattamento ricevuto, ma nell’ancoraggio: chi resta legato a un progetto sociale, e non soltanto a un’identità di appartenenza, può uscire da un partito senza uscire dalla propria parte.
È qui che si gioca la responsabilità della sinistra. Serve una cultura della fedeltà critica: la possibilità di riconoscere errori, anche gravi, senza essere espulsi dal discorso comune e senza dover rinnegare tutto per poter parlare liberamente. Una comunità politica che non sa gestire il dissenso consegna i propri dissidenti al mercato dell’apostasia.
10. Posare la bandiera, non consegnarla
Torno alla conclusione di Coniglione, che trovo bellissima. L’uomo davvero libero, scrive, non è quello che cambia bandiera e passa la vita a bruciare la vecchia, ma quello che un giorno riesce finalmente a posarla. Condivido l’idea che la libertà cominci quando non si ha più bisogno di odiare ciò che si è stati. Ho però una riserva.
L’immagine del posare la bandiera rischia di suggerire che la liberazione coincida con una serenità post-ideologica, come se la meta fosse l’equidistanza. Il problema dell’apostata arrabbiato non è soltanto psicologico, cioè il fatto che odia il proprio passato. È anche politico: quasi sempre finisce dalla parte di chi comanda. Cambiare idea è legittimo, spesso è un atto di coraggio. Ma la direzione del cambiamento non è indifferente. C’è chi cambia verso i più deboli, e di solito ci rimette. C’è chi cambia verso il potere, e di solito ne viene ricompensato.
Il criterio per giudicare una conversione, allora, non è soltanto l’intensità con cui si rinnega il passato, ma la domanda più semplice e più antica: da che parte si sta, adesso, nel conflitto tra chi ha e chi non ha. Si può posare una bandiera senza consegnarla all’avversario. Si può smettere di bruciarla senza per questo issare quella di chi l’aveva sempre combattuta.
L’apostata arrabbiato, scrive Coniglione, non posa nulla: continua a correre. È vero. Ma conviene guardare anche dove corre. Molto spesso corre verso un luogo in cui qualcuno lo sta aspettando, con un contratto già pronto.
Fonti
Francesco Coniglione, «La sindrome dell’apostata arrabbiato», Sinistra in rete, settembre 2026, sinistrainrete.info.
Max Scheler, Das Ressentiment im Aufbau der Moralen, 1912 e 1915; edizione italiana: Il risentimento nella edificazione delle morali.
Lewis A. Coser, «The Age of the Informer», Dissent, numero dell’estate 1954, dissentmagazine.org.
David G. Bromley (a cura di), The Politics of Religious Apostasy: The Role of Apostates in the Transformation of Religious Movements, Praeger, Westport 1998; in particolare il capitolo «The Social Construction of Contested Exit Roles: Defectors, Whistleblowers and Apostates».
Voce «Apostasy» e voce «David G. Bromley», Wikipedia in lingua inglese, per la sintesi delle definizioni di Coser e Bromley.
Antonio Gramsci, Quaderni del carcere, edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, Torino 1975, Quaderno 19.
«Alcuni termini usati da Gramsci», Millepiani, sergioscorzasite.wordpress.com, marzo 2020, sulla nozione di trasformismo.
Pierre Bourdieu, La distinzione. Critica sociale del gusto, il Mulino, Bologna 1983.
Scheda biografica di Paolo Liguori, Il Sussidiario, ilsussidiario.net; voce «Studio Aperto», Wikipedia in lingua inglese.
Voce «Ferrara, Giuliano», Enciclopedia Treccani, treccani.it; voce «Giuliano Ferrara», Wikipedia in lingua inglese; «Giuliano Ferrara, giornalista: biografia e curiosità», DiLei, aprile 2024.
«Cosa fu la svolta della Bolognina», Il Post, 12 novembre 2014; «La fine del PCI, 25 anni fa», Il Post, 3 febbraio 2016.
Voce «Privatizzazioni in Italia», Wikipedia in lingua italiana.
«Prodi contro Prodi: accusa i 35 anni di liberismo, cioè la storia della sinistra riformista», Il Foglio, 25 settembre 2021, per la dichiarazione di Massimo D’Alema sull’IRI.
«I molti danni della sinistra al potere», Volere la luna, 15 aprile 2026.
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