La Palestina non è una data: è una storia che chiede giustizia

Resoconto dell’incontro «Parliamo ancora di Palestina» e della presentazione del libro «Palestina. Terra, vita e dignità» alla Casa del Popolo Internazionale di Gorizia, venerdì 18 settembre 2026

1. Una serata per rimettere la Palestina al centro

Venerdì 18 settembre, nella sala della Casa del Popolo Internazionale di Gorizia, in piazza Tommaseo 7, si è svolto l’incontro «Parliamo ancora di Palestina», durante il quale ho presentato il mio libro «Palestina. Terra, vita e dignità». Con me c’erano Ennio Francavilla, del Gruppo Palestina della Casa del Popolo, Dianella Pez, autrice della prefazione, e Tonino Pantuso, che ha promosso e coordinato l’incontro. A loro, e a tutte le persone che hanno riempito la sala, va il mio ringraziamento.

Pantuso ha aperto la serata spiegandone il senso, racchiuso già nel titolo scelto: parlarne ancora, perché la Palestina sta scomparendo dal dibattito pubblico e dall’agenda delle iniziative politiche, e chi ha responsabilità organizzative ha il dovere di capire quando è il momento di riportarla al centro. La scelta della Casa del Popolo non è stata casuale: qui opera un gruppo di giovani che su questo tema ha già promosso azioni visibili, l’ultima delle quali un presidio davanti alla Prefettura. Gaia, a nome della Casa del Popolo, ha ricordato che lo spazio esiste dal 2022 e si sostiene esclusivamente con le proprie iniziative, invitando chi lo ritiene prezioso a contribuire alla sua esistenza e alla sua resistenza.

2. Gaza e Cisgiordania: il genocidio a bassa intensità

Ennio Francavilla ha aperto gli interventi con un aggiornamento che lui stesso ha definito freddo e triste, perché fatto di numeri; numeri che però è necessario ripetere, perché dall’annuncio del cosiddetto cessate il fuoco del 10 ottobre 2025 se ne è quasi persa la contabilità. Da quella data a Gaza sono state uccise oltre 1.360 persone. Dal 7 ottobre 2023, secondo il ministero della Sanità di Gaza, il bilancio complessivo supera i 73.700 morti e i 174.700 feriti. Francavilla ha insistito in particolare su questo secondo dato, quasi sempre ignorato: i feriti sono coloro che restano nelle condizioni peggiori, spesso con mutilazioni permanenti e senza un sistema sanitario in grado di curarli.

Non si può parlare di stallo. Con l’accordo di ottobre l’esercito israeliano si era attestato dietro la cosiddetta linea gialla, che gli lasciava il controllo del 53 per cento della Striscia; a fine maggio Netanyahu ha ordinato di estendere il controllo fino al 70 per cento, e a giugno fonti della difesa israeliana hanno confermato di averlo raggiunto. Mentre il genocidio passava dall’alta alla bassa intensità, è dunque iniziata una pulizia etnica sistematica: circa due milioni di gazawi, un numero che non si può stabilire con certezza visto quanti corpi giacciono ancora sotto le macerie, sono compressi in meno di un terzo del territorio originario. Quanto alla ricostruzione, nessuno dei progetti annunciati dal cosiddetto Board of Peace (Francavilla ne ha contati 71) è stato realizzato, per una ragione semplice: Israele non lascia entrare chi dovrebbe realizzarli.

C’è poi la Cisgiordania, dove dal 7 ottobre 2023 sono stati uccisi oltre 1.100 palestinesi: un numero significativamente vicino a quello delle vittime di Gaza dall’inizio della tregua. Due territori, un’unica logica: pulizia etnica e colonizzazione, con un ritmo di morte che ormai si equivale.

3. Le elezioni israeliane e il quadro regionale

Il 27 ottobre Israele va alle urne, e la campagna elettorale si fa sentire anche sul piano mediatico: non a caso emergono proprio ora notizie secondo cui Netanyahu sarebbe stato avvertito da fonti estere di ciò che la resistenza palestinese preparava per il 7 ottobre, senza darvi peso. Il principale sfidante è Gadi Eisenkot, già capo di stato maggiore dell’esercito, fondatore del nuovo partito Yashar: il suo successo nei sondaggi racconta la crisi dei partiti tradizionali. Nel suo curriculum c’è la cosiddetta dottrina Dahiya, che prende il nome dal quartiere sud di Beirut raso al suolo nel 2006 e che teorizza l’uso deliberatamente sproporzionato della forza, senza alcun riguardo per la presenza di civili. Ancora una volta, ha osservato Francavilla, hanno ragione i palestinesi a non fare grandi distinzioni tra sionismo di destra, di centro o di sinistra: guardano alla concretezza della loro condizione.

Quella condizione va letta in un quadro regionale in rapido mutamento, in cui l’espansione dell’imperialismo statunitense trova una resistenza inattesa nell’Iran e, ora, negli Houthi dello Yemen. Proprio in queste ore il ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato di voler garantire con la Marina militare il transito delle navi italiane nello stretto di Bab el-Mandeb senza attendere le decisioni della missione europea Aspides: un passo che coinvolge l’Italia in modo molto preoccupante.

Il movimento per la Palestina, pur con un calo di partecipazione che va riconosciuto, resiste in tutte le forme possibili nel mondo. Lo dimostra la decisione di dodici Paesi (undici europei, tra cui Francia, Spagna, Irlanda e Regno Unito, più il Canada) di introdurre o sostenere restrizioni al commercio con le colonie israeliane nei territori occupati: una misura irrisoria se confrontata con le sanzioni imposte alla Russia, eppure già troppo per il governo italiano, che si è sfilato trincerandosi dietro l’alibi per cui simili decisioni spetterebbero soltanto all’Unione europea.

4. Due film, due sguardi: NAZA e Palestina 36

Francavilla ha chiuso il suo intervento con una nota che viene dal cinema. Alla 83ª Mostra di Venezia il Premio speciale della giuria è andato a «NAZA», il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, già autori di «No Other Land», premiato con l’Oscar. Il film raccoglie le testimonianze di ventiquattro tra soldati e ufficiali dell’intelligence israeliana sul modo in cui l’esercito seleziona gli obiettivi a Gaza, anche con sistemi di intelligenza artificiale. È positivo che queste verità circolino e ricevano un riconoscimento così importante; ma alcune letture palestinesi invitano alla cautela. Al di là della buona fede dei registi, operazioni di questo tipo rischiano di ripulire l’immagine di Israele, suggerendo che esista un prima, destinato a chiudersi con la fine dell’era Netanyahu, e un dopo in cui Israele tornerebbe a essere uno Stato democratico. Non bisogna dimenticare che quei soldati pentiti sono, prima di tutto, autori di crimini di guerra.

Pantuso ha aggiunto che il film mostra con chiarezza come, per colpire un presunto obiettivo, si accetti di sacrificare centinaia di civili, donne e bambini, grazie a dispositivi digitali che localizzano ciascuno di noi. E ha lanciato un monito: stiamo entrando in guerra e quasi nessuno sembra accorgersene, distratti dallo scorrere degli schermi, dal calcio e dal gossip; la guerra vera potrebbe non arrivare con le sirene, e quando alzeremo gli occhi dallo smartphone potrebbe essere troppo tardi. Dal pubblico è stato ricordato anche «Palestina 36» di Annemarie Jacir, dedicato alla grande rivolta araba del 1936 contro il mandato britannico: due film complementari, l’uno che racconta l’occupazione con la voce di chi la esegue, l’altro che restituisce la storia dal punto di vista di chi la subisce.

5. Le radici: il sionismo nasce in Europa

Nel mio intervento sono partito da una precisazione personale. Nel 2006 ho dovuto lasciare il lavoro in fabbrica perché ho perso la vista a causa di una grave malattia degli occhi; ma l’impegno, prima sindacale e poi politico, era già parte di me. Difendere i fragili e gli ultimi non nasce dalla mia disabilità: appartiene alla mia cultura e alla mia storia, maturata nella militanza a sinistra, nelle formazioni comuniste e oggi in Azione Civile con Antonio Ingroia. In un tempo in cui un nuovo maccartismo si allarga dagli Stati Uniti all’Occidente, rivendico di potermi dire comunista senza vergogna. Grazie alle tecnologie assistive ho continuato a studiare, fino alla laurea in Scienze della comunicazione, coltivando la passione di sempre: la storia, che oggi nelle scuole si studia sempre meno e che invece spiega moltissimo.

Chi leggerà il libro non troverà il 7 ottobre come punto di partenza, perché il 7 ottobre non è l’inizio di nulla: è un passaggio di una catena molto più lunga, che ho cercato di ricostruire. Per capire come si è arrivati fin qui bisogna risalire alla fine dell’Ottocento. Il termine sionismo fu coniato nel 1890 da Nathan Birnbaum; nel 1896 Theodor Herzl pubblicò «Lo Stato ebraico» e nel 1897 riunì a Basilea il primo congresso sionista. Quel progetto non nacque nelle sinagoghe del Medio Oriente, ma nel cuore culturale dell’Europa, nei salotti di Vienna e nei caffè letterari di Budapest, in un clima dominato da nazionalismo, colonialismo e suprematismo: lo stesso terreno di coltura da cui, qualche decennio dopo, sarebbero germogliati i fascismi in Italia, in Germania e in Spagna.

Il passaggio decisivo arrivò con la dichiarazione Balfour del 2 novembre 1917: una lettera del ministro degli Esteri britannico Arthur Balfour a Lord Walter Rothschild, esponente della comunità ebraica britannica, con cui Londra si impegnava a favorire la nascita di un «focolare nazionale ebraico» in Palestina, territorio che di lì a poco sarebbe passato sotto mandato britannico. In quel documento i palestinesi, allora circa il 90 per cento della popolazione, non vengono nemmeno nominati: compaiono soltanto come «comunità non ebraiche esistenti». Eppure anche i palestinesi sono un popolo semita: l’arabo, l’ebraico e l’aramaico appartengono alla stessa famiglia linguistica e a culture profondamente intrecciate. Il termine semita nasce come categoria linguistica e culturale; è stato l’antisemitismo europeo dell’Ottocento a trasformarlo in una categoria razziale.

6. Dalla Nakba al colonialismo d’insediamento

Da Balfour prende avvio una storia di violenze che culmina nel 1948 con la Nakba, la catastrofe: dopo il piano di spartizione votato dalle Nazioni Unite il 29 novembre 1947, circa 750.000 palestinesi furono cacciati dalle loro case e oltre cinquecento villaggi vennero svuotati o distrutti. Le violenze erano iniziate già prima della nascita dello Stato: il 9 aprile 1948, a Deir Yassin, le milizie dell’Irgun e della Lehi massacrarono oltre cento abitanti del villaggio. La risoluzione 194 dell’ONU riconobbe ai profughi il diritto al ritorno, mai attuato. Nel libro ricordo un’immagine che per me, che non vedo, resta un simbolo potentissimo: le anziane che portavano al collo la chiave di casa, perché era stato promesso loro che sarebbero tornate. Non sono mai tornate.

Ricostruire questa storia significa riconoscere il sistema che è stato applicato: il colonialismo d’insediamento, cioè la sostituzione di una popolazione che abitava quella terra da secoli con un’altra, attraverso l’espulsione. È ciò che accade oggi a Gaza. La Striscia misura 365 chilometri quadrati, circa dodici volte meno del Molise, e prima della guerra ospitava 2,2 milioni di persone: oggi quasi due milioni di esseri umani sono ammassati in meno di un terzo di quello spazio. Anche sui numeri il libro dedica un paragrafo specifico: i dati ufficiali parlano di 73.000-75.000 morti, ma uno studio pubblicato su The Lancet Global Health stima 75.200 morti violente già al gennaio 2025, quasi il 35 per cento in più rispetto ai dati ministeriali di quella data, e i conteggi demografici lasciano aperta la domanda su dove siano finite centinaia di migliaia di persone.

Il libro prova a spiegare anche perché esistano pesi e misure così diversi: perché la Russia viene sanzionata e Israele accarezzato. La risposta sta negli intrecci di interessi economici, militari e tecnologici che ho documentato. Lo dimostra il caso di Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, sanzionata dagli Stati Uniti nel luglio 2025 dopo il suo rapporto sulle aziende che traggono profitto dall’occupazione e dal genocidio: conti bancari e carte di credito bloccati, e il timore di mettere piede negli Stati Uniti. Chi tocca quel potere viene colpito. Per questo il metodo è decisivo: ogni affermazione del libro poggia su fonti verificate, documenti ufficiali e governativi, testimonianze dirette. Un lavoro così costruito si può contestare soltanto opponendo altre fonti.

7. La lettura di Dianella Pez: numeri, disumanizzazione, femminismo

Dianella Pez, che ha curato la prefazione, ha ripreso il tema dei numeri, perché sono essi a dare la misura della sproporzione. Il libro non riporta soltanto morti e feriti, ma anche la composizione della popolazione prima della nascita dello Stato: alla fine del mandato britannico vivevano in Palestina circa 1,9 milioni di persone, di cui circa 1,3 milioni di arabi palestinesi, musulmani e cristiani, e circa 600.000 ebrei. I 750.000 profughi della Nakba significano che oltre la metà dei palestinesi fu costretta ad abbandonare case, terre e coltivazioni. Eppure, alla fine dell’Ottocento, quella terra conosceva una convivenza tra popolazioni diverse per religione e cultura, fondata sullo scambio reciproco. A guidare ciò che è accaduto dopo sono, secondo Pez, tre parole: razzismo, colonialismo, imperialismo.

Pez ha poi ripreso l’attenzione di Francavilla per i feriti, leggendola come parte di un più ampio processo di disumanizzazione: togliere realtà a un popolo, negargli la storia, cancellare i nomi dei suoi villaggi e dei suoi territori, fino a produrre corpi mutilati che non potranno più fiorire come persone. Chi perde le gambe o le braccia, in una condizione in cui basta mettere il naso fuori di casa per trovarsi davanti un carro armato, non è più integro né fisicamente né psicologicamente, e immaginare un futuro diventa difficilissimo.

Nel libro Pez individua tre grandi spartiacque: il 1917 della dichiarazione Balfour; il biennio 1947-1948 della spartizione e della Nakba, quando dei due Stati previsti ne nacque uno solo; il 1987 della prima Intifada, cui seguì nel 2000 una seconda, più militarizzata. Lo Stato di Palestina, proclamato nel 1988, siede alle Nazioni Unite soltanto come Stato osservatore dal 2012: non ha confini definiti, non ha un esercito, non ha una propria legge, perché vive sotto un regime di apartheid con un ordinamento per i coloni israeliani e un altro per i palestinesi.

Le citazioni raccolte nel libro illuminano la matrice ideologica del progetto. Herzl, nello «Stato ebraico», immaginava il futuro Stato come un baluardo dell’Europa contro l’Asia, un avamposto della civiltà contro la barbarie. Ben Gurion, primo capo del governo israeliano, parlava della necessità di combattere lo spirito del Levante, che a suo dire corrompe individui e società. Golda Meir, nel 1969, arrivò a dichiarare che i palestinesi non esistevano. È quel «noi» occidentale che definisce il barbaro come chi sta oltre il confine: ieri l’arabo, oggi il russo, il musulmano, il migrante. La disumanizzazione comincia sempre da lì.

Pez ha raccontato di aver letto il libro attraverso la propria formazione femminista, ricordando che le donne sono sempre in prima linea. Le Donne in nero nacquero a Gerusalemme nel 1988, durante la prima Intifada, per iniziativa di donne israeliane contro l’occupazione, in relazione con le donne palestinesi; ancora oggi, anche in Friuli Venezia Giulia, stanno in piedi, immobili e vestite di nero, per dire: io ci sono, quelle popolazioni esistono, io la guerra non la voglio. Quanto alla struttura, il libro si articola in tredici capitoli, ciascuno con le proprie conclusioni e una bibliografia dedicata che permette di approfondire ogni tema. Pez lo ha definito un libro dimostrativo, quasi matematico, perché come la matematica insegna il pensiero pulito; un libro che avanza tesi anche sul futuro, dai due Stati allo Stato federale, fino a uno Stato unico democratico. Tra i tanti testi dedicati a questo tema, ha concluso, lo collocherebbe molto in alto.

8. Il dibattito: Rabin, le milizie, i rabbini

Le domande del pubblico hanno arricchito la serata. Su Yitzhak Rabin ho ricordato che il suo assassinio, il 4 novembre 1995, per mano dell’estremista ultranazionalista Yigal Amir, chiuse di fatto la stagione di Oslo e il processo dei due Stati. Pez ha aggiunto che Rabin non fu un eroe, ma compì un gesto allora rivoluzionario: riconobbe l’esistenza di un interlocutore, Arafat e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, e quindi di un popolo. Proprio per questo, contraddicendo il progetto sionista originario per il quale quel popolo non doveva esistere, venne bollato come traditore e ucciso.

Ho poi richiamato le milizie armate nate durante il mandato britannico, prima del 1948: l’Haganah, l’Irgun e la Lehi, detta banda Stern dal nome del suo fondatore Avraham Stern, nata nel 1940 da una scissione dell’Irgun. Nel gennaio 1941 la Lehi arrivò a proporre alla Germania nazista un’alleanza contro i britannici, come attesta un documento emerso dagli archivi diplomatici tedeschi. Dopo il 1948 queste formazioni confluirono nelle Forze di difesa israeliane. Dal pubblico è stata ricordata la collaborazione con i nazisti del Gran Muftì di Gerusalemme, Amin al-Husseini: la discussione ha chiarito che nessuna di queste vicende giustifica nulla né può essere usata per attribuire colpe collettive a un popolo. Per questo nel libro ho voluto precisare fin dall’inizio che la mia è una critica al sionismo come ideologia politica, mai all’ebraismo come cultura o identità.

Ho ricordato anche che per una parte dei rabbini ortodossi la creazione dello Stato ebraico era un atto blasfemo, perché la restaurazione di Israele era legata alla venuta del Messia e non alla decisione di una potenza coloniale che offriva una terra senza popolo a un popolo senza terra, mentre quella terra il suo popolo lo aveva. Del resto, nei primi dibattiti sionisti si erano ipotizzate altre destinazioni, dall’Argentina citata dallo stesso Herzl all’Uganda proposta dai britannici nel 1903. Quanto al nome, Palestina deriva con ogni probabilità dai Filistei, attraverso la denominazione greca e romana; ma, ho aggiunto, non conviene inseguire troppo le scritture religiose, scritte da uomini in epoche determinate, che il governo israeliano usa oggi in chiave politica.

9. Gaza come laboratorio

Il popolo palestinese è lo specchio di ciò che potremmo diventare noi, se un giorno le masse popolari si ribellassero: contro di noi verrebbero usate le stesse tecniche e le stesse tecnologie. Non si tratta soltanto dello smartphone che ci localizza: a Gaza e in Cisgiordania sono stati sperimentati sistemi di riconoscimento facciale, di tracciamento dei movimenti e di polizia predittiva, poi venduti sul mercato internazionale con un’etichetta agghiacciante, «combat-proven», collaudati in battaglia, e già impiegati alle frontiere europee. Dietro ci sono poche grandi aziende della Silicon Valley che i nostri Stati ospitano al proprio interno. Anche l’Italia è dentro questi intrecci: secondo il SIPRI è stata il terzo fornitore di armamenti di Israele dopo Stati Uniti e Germania, e al tempo stesso Israele è diventato uno dei principali fornitori di armi del nostro Paese.

La repressione si sperimenta prima lì e poi si estende: lo si vede negli Stati Uniti con le operazioni dell’ICE contro gli immigrati, che sono sempre i primi a essere colpiti. Nel libro analizzo anche il lessico differenziato con cui i media raccontano la morte di un israeliano e quella di un palestinese, dove quest’ultima diventa un «effetto collaterale»; e dedico capitoli all’economia dell’occupazione e al rapporto di Francesca Albanese.

10. La legge sull’antisemitismo e la libertà di parola

Pez ha segnalato come particolarmente attuale il capitolo sulla definizione di antisemitismo dell’IHRA, che confonde deliberatamente antisemitismo e antisionismo. Il disegno di legge che la recepisce, approvato dal Senato il 4 marzo 2026, approderà nell’aula della Camera il 2 ottobre per l’esame definitivo, mentre in tutta Italia si moltiplicano le manifestazioni contro quella che molti definiscono una legge bavaglio. Se passasse, un libro come il mio potrebbe finire nel mirino. L’ho autopubblicato, senza editori, attraverso piattaforme che a loro volta partecipano indirettamente all’imperialismo statunitense: ho usato la tecnologia a mio favore, ma resto esposto.

Pantuso ha ricordato che gli effetti si vedono già, prima ancora dell’approvazione: a Roma, nell’estate scorsa, un docente del liceo classico Vivona, Massimo Sabbatini, è finito sotto ispezione ministeriale per un messaggio di commiato in cui invitava i suoi ex studenti a non dimenticare Gaza. Resta l’articolo 21 della Costituzione a tutelare la libertà di espressione, ma presentare questo libro in una scuola sarebbe oggi quasi impossibile. Dal pubblico è arrivata la testimonianza di una ragazza rimproverata soltanto perché portava al collo la bandiera palestinese: la bandiera di un popolo, come il tricolore. È la cancellazione totale, è la propaganda che rovescia i simboli.

11. Indignazione, partecipazione, guerra

Un partecipante ha osservato che negli anni Settanta e Ottanta, ai tempi del Libano, di Arafat e di Gheddafi, la gente si indignava, mentre oggi sembra non farlo più. Altri non si sono detti d’accordo: nell’ottobre 2025, durante la vicenda della Global Sumud Flotilla e con lo sciopero generale, milioni di persone sono scese in piazza secondo gli organizzatori. La differenza, è stato notato, è che allora esistevano partiti e sindacati forti e sistemi elettorali proporzionali che favorivano la partecipazione, mentre il maggioritario l’ha scoraggiata; eppure i ragazzi e le ragazze su questi temi si mobilitano, e molto.

Ho concluso con una riflessione sulla guerra che si avvicina. Mia moglie è originaria della Polonia e mi ha fatto ascoltare le sirene d’allarme della sua città, che suonano per i droni diretti verso l’Ucraina: sono le stesse sirene che sentiva mia madre durante i bombardamenti su Reggio Calabria, e mi hanno lasciato agghiacciato. La storia è piena di pretesti fabbricati per giustificare le guerre: l’incidente di Gleiwitz che aprì l’invasione della Polonia nel 1939, il golfo del Tonchino nel 1964, le armi di distruzione di massa attribuite all’Iraq nel 2003. Un falso incidente potrebbe servire a far scattare l’articolo 5 della NATO, quando si riterrà di avere la superiorità militare e tecnologica sulla Russia. Nel frattempo, in Palestina si sperimenta come addomesticare e sottomettere i popoli. Per questo il mio libro non parla di pietà, ma di giustizia e di amore verso un popolo e verso tutti i popoli che soffrono e che oggi non vengono nominati, dal Congo in poi. È anche un atto di ribellione.

12. Le parole conclusive

Tonino Pantuso ha chiuso la serata leggendo la conclusione del capitolo settimo del libro, che riporto qui:

«Il genocidio in corso a Gaza non è solo l’esito di un’aggressione militare. È la somma di molte complicità politiche, economiche, tecnologiche, mediatiche e culturali. Tuttavia, in questa oscurità sistemica si accendono fiammelle di verità che resistono. La lotta per la Palestina oggi è anche una lotta per la realtà, per la giustizia e per la memoria. È una sfida globale, tra chi cancella i popoli e chi si ostina a ricordarli, tra chi bombarda e chi scrive, tra chi uccide e chi testimonia. Finché ci sarà una parola vera, un volto in rete, una voce che racconta, la Palestina vivrà.»

Chi vuole seguire il mio lavoro più in generale può trovarlo su mariosommella.com, dove non scrivo soltanto di Palestina e di disabilità, ma di politica nazionale e internazionale.

13. Dove trovare il libro

«Palestina. Terra, vita e dignità» non si trova in libreria. È disponibile in formato cartaceo su Amazon, al prezzo di 15 euro, e in formato digitale su Amazon e Apple Books, a circa la metà del prezzo. Copie cartacee sono disponibili anche durante le presentazioni.

Fonti

1. Ministero della Sanità di Gaza, bollettino del 12 settembre 2026, ripreso da Palestinian Information Center: 73.783 morti e 174.738 feriti dal 7 ottobre 2023.

2. ANSA e BBC, «Ministero Sanità a Gaza, oltre 900 morti quest’anno nonostante la tregua», 2 settembre 2026.

3. ISPI, «Gaza: l’occupazione un metro alla volta», giugno 2026; Il Post, «Netanyahu vuole che l’esercito israeliano occupi il 70% della Striscia di Gaza», 29 maggio 2026.

4. OCHA, Reported impact snapshot, Gaza Strip, 2 settembre 2026; dati OCHA sulle vittime palestinesi in Cisgiordania.

5. Al Jazeera, «Gaza death toll exceeds 75,000 as independent data verify loss», 18 febbraio 2026, sullo studio Gaza Mortality Survey pubblicato su The Lancet Global Health.

6. Encyclopaedia Britannica, «2026 Israeli Elections»; Arab Center Washington DC, «Israel’s Election and Eisenkot’s Arab Coalition Dilemma», settembre 2026.

7. ANSA, LaPresse e Gazzetta del Sud sulle dichiarazioni del ministro Crosetto su Bab el-Mandeb, 17 e 18 settembre 2026.

8. L’Indipendente, «Dodici Paesi occidentali vietano i prodotti delle colonie israeliane: l’Italia non c’è», 8 settembre 2026; Il Fatto Quotidiano, 8 e 9 settembre 2026.

9. Il Post, «Il ministro della Cultura israeliano ha chiesto di revocare la cittadinanza ai registi di NAZA», 14 settembre 2026.

10. Senato della Repubblica, votazione del 4 marzo 2026 sul disegno di legge per il contrasto all’antisemitismo (Euronews, Il Foglio); Adnkronos, calendarizzazione alla Camera dal 2 ottobre 2026.

11. Open, 4 agosto 2026, e Domani sul caso del liceo Vivona di Roma.

12. SIPRI, dati sui trasferimenti di armamenti 2019-2023, ripresi da Il Post, «Chi vende le armi a Israele», 10 aprile 2024; Money.it sulle importazioni italiane di armamenti da Israele.

13. Antony Loewenstein, «The Palestine Laboratory. How Israel Exports the Technology of Occupation Around the World», Verso, 2023.

14. Nazioni Unite, risoluzione 181 (29 novembre 1947), risoluzione 194 (11 dicembre 1948), risoluzione 67/19 (29 novembre 2012).

15. Ilan Pappé, «La pulizia etnica della Palestina», Fazi, 2008.

16. Mario Sommella, «Palestina. Terra, vita e dignità», autopubblicazione, 2026, con prefazione di Dianella Pez.

Testo distribuito con licenza Creative Commons Attribuzione, Non commerciale, Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale (CC BY-NC-SA 4.0).

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