Trentasei miliardi scorporati dal vincolo di bilancio per difesa ed energia. Cinque miliardi l’anno per la non autosufficienza restano insostenibili. La differenza non è contabile
1. La settimana in cui il vincolo è diventato facoltativo
Il 5 agosto 2026 il ministro dell’Economia si è presentato alla Camera per illustrare la richiesta di attivazione della clausola di salvaguardia nazionale, lo strumento previsto dalle nuove regole europee che consente a uno Stato membro di scorporare alcune spese dal percorso di rientro concordato con Bruxelles. Il giorno successivo il Parlamento ha approvato. Le cifre illustrate in aula parlano di una flessibilità fino a 14,4 miliardi di euro per l’energia e fino a 21,7 miliardi per la difesa nel triennio 2026-2028: complessivamente circa trentasei miliardi, pari all’uno e mezzo per cento del prodotto interno lordo sull’intero periodo. La richiesta va presentata entro la metà di agosto, la Commissione la valuterà a settembre e l’Ecofin dovrebbe formalizzarla in ottobre.
Va letto lentamente, perché è il punto da cui discende tutto il resto. Il vincolo di bilancio, quello che da quindici anni viene presentato come un dato di natura davanti a ogni richiesta di finanziamento della sanità e dell’assistenza, è stato sospeso con un voto. Non abolito, non aggirato: sospeso legalmente, su richiesta, per una destinazione precisa. Il che dimostra due cose insieme. La prima è che il vincolo è una scelta politica e non una legge fisica. La seconda è che esiste una gerarchia dichiarata delle cose che meritano di essere sottratte al vincolo, e in quella gerarchia le armi vengono prima delle persone.
Nello stesso periodo, il Documento di finanza pubblica 2026 congela il rapporto tra spesa sanitaria e prodotto interno lordo al 6,4 per cento fino al 2029, e la Fondazione GIMBE calcola in circa 30,6 miliardi di euro il divario tra fabbisogno e finanziamento pubblico nel solo triennio 2027-2029. Per avviare un sistema nazionale della non autosufficienza servirebbero, secondo le stime del Patto per un nuovo welfare, un miliardo e trecento milioni, e fra i cinque e i sette miliardi annui a regime. Nessuno ha mai proposto di scorporare quelle cifre da alcun percorso di rientro.
2. Dove muoiono davvero gli italiani
Quando si dice sicurezza, in Italia, si intendono due cose. La minaccia militare, con la Russia sullo sfondo e il riarmo come risposta. E l’ordine pubblico, con i provvedimenti che dal 2018 in poi hanno preso il nome di decreti sicurezza e che si sono occupati di migrazione, occupazioni, manifestazioni e reati di strada. Due significati che hanno in comune la struttura: la sicurezza è protezione da un nemico, si realizza attraverso apparati coercitivi e si finanzia senza discutere.
Poi ci sono i numeri di ciò che accade davvero. Nei primi sei mesi del 2026 l’INAIL ha registrato 342 denunce di infortunio mortale avvenuto in occasione di lavoro e 128 morti in itinere, per un totale di 482 casi mortali denunciati. Nello stesso semestre gli infortuni denunciati sono stati 213.985, in aumento del 4,7 per cento, con la crescita maggiore proprio nella sanità e assistenza sociale. Le denunce di malattia professionale sono state 59.480, in aumento del 16,7 per cento: patologie osteo-muscolari, del sistema nervoso, oncologiche, che emergono anni dopo l’esposizione e che raramente entrano nella contabilità pubblica del danno.
Sono poco meno di tre morti al giorno, ogni giorno, festivi compresi. Nessun cittadino italiano è morto, nello stesso periodo, a causa di un’invasione. Le risorse pubbliche destinate alla sicurezza vengono allocate in proporzione inversa al rischio effettivo, e nessuno lo trova strano perché la parola sicurezza è stata occupata prima che il conto potesse essere fatto.
Accanto ai morti sul lavoro c’è l’altra insicurezza, quella sanitaria. Secondo i dati ISTAT ripresi dalla Fondazione GIMBE, nel 2024 hanno rinunciato a una visita o a un accertamento di cui avevano bisogno 5,8 milioni di persone, il 9,9 per cento della popolazione, contro 4,1 milioni nel 2022. La spesa sanitaria pagata direttamente dalle famiglie ha raggiunto 41,3 miliardi di euro, il 22,3 per cento della spesa totale, largamente oltre la soglia del quindici per cento indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità come limite di accessibilità. Quasi un euro su quattro. Rinunciare a curarsi perché l’attesa è troppo lunga o la prestazione troppo cara è una forma di insicurezza esistenziale che nessun decreto ha mai preso in considerazione.
3. La sicurezza nasce sociale
C’è un fatto che conviene ricordare a chi usa la parola come se fosse sempre appartenuta al lessico militare e poliziesco: sicurezza è un termine che nasce sociale, e in senso proprio.
Nel 1942 il rapporto di William Beveridge sulla ricostruzione britannica si intitolava, alla lettera, assicurazione sociale e servizi connessi, e proponeva un sistema di social security contro i cinque grandi mali della società. Nel 1944 la Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione internazionale del lavoro assumeva l’estensione della sicurezza sociale come obiettivo dei governi. Nel 1948 l’articolo 22 della Dichiarazione universale dei diritti umani stabiliva che ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale. In Italia, nel 1947, la commissione presieduta da Ludovico D’Aragona elaborava il progetto di un sistema unitario di sicurezza sociale, che avrebbe dovuto superare la frammentazione assicurativa ereditata dal fascismo.
In tutti questi testi la sicurezza non è protezione da un nemico. È protezione dai rischi della vita: la malattia, l’infortunio, la vecchiaia, la perdita del lavoro, la condizione di non poter più bastare a sé stessi. È il nome che il Novecento ha dato all’idea che quei rischi non debbano essere affrontati da soli. Ottant’anni dopo, quella parola, in Italia, indica i caccia e i respingimenti.
4. La Costituzione conosce l’altra sicurezza
Il testo costituzionale usa la parola due volte, e i due usi raccontano l’intera vicenda.
Il primo sta nell’articolo 117, secondo comma, lettera h, dove ordine pubblico e sicurezza sono riservati alla competenza esclusiva dello Stato. È l’accezione che tutti conoscono, quella che occupa il dibattito.
Il secondo sta nell’articolo 41, e non lo cita quasi nessuno. Stabilisce che l’iniziativa economica privata è libera ma non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. Qui la sicurezza non è protezione da un nemico esterno: è un limite posto al potere economico. È, in termini attuali, la sicurezza sul lavoro. La Costituzione, cioè, conosce perfettamente un’idea di sicurezza che riguarda ciò che accade dentro un cantiere e non alla frontiera, e la colloca fra i beni che l’impresa non può sacrificare al profitto.
Che quel comma sia stato per giunta rafforzato nel 2022 con l’aggiunta espressa della salute e dell’ambiente rende il silenzio ancora più eloquente. Abbiamo una norma costituzionale che protegge le persone dall’attività economica, e un dibattito pubblico che usa la stessa parola soltanto per proteggere l’attività economica dalle persone.
5. Perché la sicurezza sociale perde sempre
La ragione non è economica, è strutturale, e riguarda il modo in cui i due concetti funzionano politicamente.
La sicurezza militare e quella penale si definiscono contro qualcuno. Hanno bisogno di un nemico per esistere, e il nemico è una risorsa politica straordinaria: produce identificazione immediata, giustifica la spesa senza doverla argomentare, trasforma il dissenso in complicità con la minaccia. Chi chiede più armi o più poteri di polizia non deve dimostrare che funzioneranno: deve solo indicare il pericolo.
La sicurezza sociale si definisce invece da qualcosa. Da un rischio che non ha volto e che riguarda tutti in modo diseguale e imprevedibile. Non ha nemici da mostrare, non produce mobilitazione per paura, e soprattutto richiede solidarietà, cioè la disponibilità a pagare per un rischio che potrebbe non toccarti. È una costruzione più difficile, più lenta e assai meno redditizia in termini di consenso immediato. Per questo la parola è migrata: non è stata rubata, è stata abbandonata.
E c’è un secondo motivo, più materiale. La sicurezza militare ha un’industria alle spalle, con fatturati, filiere, azionisti e un accesso strutturato alle sedi decisionali. La sicurezza sociale ha davanti a sé famiglie che assistono un malato e non hanno tempo di fare lobbying, perché quel tempo lo passano a cambiare un catetere.
6. Il lessico che cancella l’agente
Le parole con cui raccontiamo le due sicurezze non sono neutre, e la differenza è istruttiva.
Quando muore un lavoratore si parla di morte bianca, di tragedia, di fatalità. Sono espressioni che tolgono di mezzo il soggetto: il bianco è l’assenza di colore, la tragedia è un genere letterario, la fatalità è ciò che non dipende da nessuno. Nessuna di quelle parole contiene una decisione, un appalto al ribasso, un turno di dodici ore, un ponteggio non a norma. Quando invece si tratta di ordine pubblico il lessico si popola di soggetti: aggressori, clandestini, delinquenti. Là dove esiste un responsabile lo si nomina; là dove il responsabile è un sistema produttivo lo si dissolve nel destino.
È lo stesso meccanismo che opera nella sanità, dove il paziente è diventato utente e poi cliente, l’ospedale è diventato azienda e la cura è diventata prestazione. Ogni passaggio sposta la relazione da un rapporto di doveri a un rapporto di scambio, e un rapporto di scambio si può sempre interrompere. Chi decide come si chiamano le cose ha già deciso quali si possono tagliare.
7. L’insicurezza di chi non è autosufficiente
Portiamo il ragionamento dove diventa concreto. Che cosa accade oggi, in Italia, a una persona che perde l’autosufficienza.
Non esiste un servizio nazionale che la prenda in carico. Esistono l’indennità di accompagnamento, uguale per tutti indipendentemente dall’intensità del bisogno; i servizi sociali dei Comuni, diversi da territorio a territorio; l’assistenza domiciliare delle aziende sanitarie, insufficiente ovunque. La misura più recente, la Prestazione Universale, si rivolge a chi ha compiuto ottant’anni, ha un ISEE sociosanitario non superiore a seimila euro ed è già titolare dell’indennità di accompagnamento, e scade il 31 dicembre 2026. Chi ha settantanove anni ne è escluso. Chi ha una malattia neurodegenerativa a cinquanta ne è escluso.
Questo significa, in termini esatti, che il rischio della non autosufficienza in Italia non è assicurato. Non è coperto dal sistema pubblico e non è coperto dal mercato, se non a prezzi inaccessibili. Viene trasferito per intero sulle famiglie, cioè su un numero di persone compreso fra i sette e gli otto milioni e mezzo, in larghissima maggioranza donne, che riducono o abbandonano il lavoro, accumulano interruzioni contributive e invecchiano senza pensione adeguata. È la più grande esposizione a rischio non coperta esistente nel Paese, e non compare in nessun documento che porti la parola sicurezza nel titolo.
8. Che cosa sarebbe una politica di sicurezza
Se la sicurezza è la riduzione della probabilità che una vita venga distrutta da un evento che nessuno può affrontare da solo, allora un servizio nazionale per la non autosufficienza è una politica di sicurezza. Lo è il rifinanziamento del Servizio Sanitario Nazionale, che riduce la rinuncia alle cure. Lo è il riconoscimento del caregiver familiare, che protegge chi assiste dal diventare a sua volta un caso sociale. Lo sono retribuzioni adeguate per medici e infermieri, senza i quali nessun ospedale funziona. Lo è la residenzialità pubblica al posto di strutture il cui equilibrio economico dipende dal rendimento immobiliare. Lo è la garanzia di livelli essenziali uguali in tutto il Paese, che è l’unica forma di sicurezza che non dipenda dal codice di avviamento postale.
Nessuna di queste voci è mai stata ritenuta degna di una clausola di salvaguardia. Nessuna è mai stata sottratta al percorso di rientro, nemmeno in via sperimentale, nemmeno per un triennio, nemmeno nella forma prudente di un anticipo da recuperare più avanti. Eppure ciascuna di esse riduce un rischio documentato e misurabile, mentre la spesa che è stata scorporata risponde a una minaccia che in Italia, nei primi sei mesi del 2026, non ha prodotto un solo morto. La differenza fra le due decisioni non è di natura contabile: è la definizione stessa di che cosa consideriamo una vita da mettere al sicuro.
C’è dunque una domanda che vale la pena rivolgere a chi siede in Parlamento nelle prossime settimane, mentre la clausola di salvaguardia viene negoziata a Bruxelles. Se il vincolo di bilancio può essere sospeso per ventidue miliardi di armamenti, per quale ragione non può esserlo per i livelli essenziali delle prestazioni sociali? La risposta a quella domanda non è tecnica. È l’unica cosa che conta davvero sapere di chi si candida a governare.
Fonti
1. Camera dei deputati, comunicazioni del ministro dell’Economia sulla clausola di salvaguardia nazionale, 5 agosto 2026, e successiva approvazione parlamentare; stime di flessibilità fino a 14,4 miliardi di euro per l’energia e 21,7 miliardi per la difesa nel triennio 2026-2028.
2. INAIL, dati provvisori sugli infortuni e sulle malattie professionali del primo semestre 2026, aggiornati al 30 giugno.
3. Osservatorio Mil€x, Annuario 2026 sulle spese militari italiane, presentato alla Camera dei deputati il 23 luglio 2026.
4. Fondazione GIMBE, analisi del Documento di finanza pubblica 2026 e dati ISTAT sulla spesa sanitaria e sulla rinuncia alle cure.
5. Decreto legislativo 15 marzo 2024, numero 29, istitutivo della Prestazione Universale in via sperimentale fino al 31 dicembre 2026.
6. Costituzione della Repubblica italiana, articoli 32, 38, 41 come modificato dalla legge costituzionale 11 febbraio 2022, numero 1, e 117 secondo comma lettera h.
7. Rapporto Beveridge, 1942; Dichiarazione di Filadelfia dell’Organizzazione internazionale del lavoro, 1944; Dichiarazione universale dei diritti umani, articolo 22, 1948; lavori della commissione D’Aragona per la riforma della previdenza sociale, 1947.
8. Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza, stime di costo del sistema nazionale.
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