L’Italia celebra 643 miliardi di esportazioni mentre i salari reali dei suoi lavoratori crollano più che in qualunque altra grande economia avanzata. Non è una contraddizione: è il meccanismo. Vale la pena guardare chi lo tiene in piedi e chi ne paga il conto.
Nella primavera dell’anno scorso, nei capannoni dei distretti farmaceutici tra Firenze, Latina e la Brianza, si è lavorato a ritmi che pochi ricordavano. Container su container di medicinali diretti negli Stati Uniti, spediti in fretta, prima che i dazi di Donald Trump entrassero in vigore. Gli importatori americani riempivano i magazzini. Le linee di confezionamento andavano avanti. Da quei mesi arriva, in buona parte, il record di cui oggi si mena vanto.
Nelle stesse settimane, in quelle stesse città, quasi cinque milioni e mezzo di persone in Italia non potevano permettersi un pasto con carne o pesce ogni due giorni. Poco meno della metà della popolazione non è riuscita a mettere da parte un euro. Un milione e duecentottantamila bambini vivono in povertà assoluta: non povertà come modo di dire, ma l’impossibilità documentata di accedere al minimo indispensabile per una vita decente.
Sono lo stesso Paese, lo stesso anno, gli stessi dodici mesi. E qui comincia il problema.
Da settimane circola un post che ripete come un mantra: 643 miliardi di export, 50,7 miliardi di avanzo commerciale, l’Italia quarta potenza esportatrice del pianeta. Ci si commuove per la resilienza delle nostre imprese. Si conclude che il declino era una favola triste raccontata dai disfattisti. Poi si torna a fare la spesa e ci si accorge che qualcosa, nel racconto, non torna.
Non torna perché il numero è vero e la conclusione è falsa. Sono due cose diverse, e distinguerle è l’unico modo per non farsi prendere in giro.
1. Il record esiste. Guardiamolo da vicino
Cominciamo da ciò che è documentato. Nel 2025, secondo l’Istat, le esportazioni italiane di beni hanno raggiunto 643,2 miliardi di euro, il 3,3 per cento in più dell’anno prima. L’avanzo commerciale è salito a 50,7 miliardi dai 48,3 del 2024, aiutato non poco dal calo del prezzo dell’energia che ha alleggerito il conto delle importazioni. Fin qui, tutto giusto.
Ma quel 3,3 per cento va aperto, come si apre un pacco per vedere che cosa c’è davvero dentro. I volumi esportati, cioè la quantità di merce fisica uscita dai confini, sono cresciuti dello 0,7 per cento. I valori medi unitari, cioè i prezzi, del 2,6. Vuol dire che circa quattro quinti del trionfo non sono roba prodotta in più: sono roba venduta a più caro prezzo.
Non è un dettaglio contabile. Se aumentano le quantità, servono più turni, più assunzioni, più fornitori, più officine che lavorano. Se aumentano i prezzi, aumentano i margini. E i margini, questo lo sappiamo tutti, non si trasformano in salario per gravitazione naturale. Bisogna che qualcuno li contratti, li tassi, li redistribuisca. In Italia, da vent’anni, non succede.
2. Quarti secondo chi, e con quale metro
Sul podio, poi, bisogna intendersi. La medaglia è arrivata il 21 novembre 2025, quando l’Ocse ha rilevato che nel terzo trimestre le esportazioni italiane, espresse in dollari correnti e destagionalizzate, avevano superato quelle giapponesi. Lo ha scritto per primo il quotidiano francese Les Echos, e da lì la notizia è rimbalzata sui canali di governo con l’enfasi che si riserva alle imprese sportive.
Il guaio è che la stessa affermazione, riferita al 2024, era già stata smentita nero su bianco. I dati Ocse collocavano l’Italia al sesto posto escludendo i Paesi Bassi, al settimo includendoli. Non quarta, come avevano ripetuto per mesi la presidente del Consiglio e diversi ministri. E la smentita più imbarazzante è arrivata dal governo stesso: nell’introduzione al Piano d’azione per l’export, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha scritto che l’Italia è il sesto esportatore mondiale. Nero su bianco, firmato.
Anche oggi la posizione balla a seconda di come si tiene il metro. ICE Agenzia, che di export si occupa per mestiere, colloca l’Italia al quinto posto mondiale nei manufatti, con una quota del 3,26 per cento. Basta decidere se escludere Rotterdam, dove metà delle merci olandesi si limita a transitare; se contare tutto l’interscambio o solo i prodotti industriali; se guardare un trimestre o un anno intero; se convertire in dollari in un anno in cui l’euro si è rivalutato parecchio, gonfiando meccanicamente ogni cifra europea.
Nessuna di queste scelte è truffaldina. Ma sono scelte. E chi presenta il risultato finale come un fatto di natura, senza dire quale metro ha usato, sta facendo propaganda, non statistica.
Resta la domanda che nessuna classifica risolve. Ammettiamo pure che siamo quarti. Quarti in che cosa? Nel vendere merci fuori dai confini. Non nel benessere di chi quelle merci le fabbrica.
3. Il miracolo si chiama farmaci. E scorte
Qui il castello mostra le crepe. Dei 3,3 punti di crescita dell’export, ben 2,5 vengono da un solo comparto: quello farmaceutico, chimico-medicinale e botanico, cresciuto del 28,5 per cento fino a circa 69 miliardi di euro. Oggi vale l’11,3 per cento dell’export manifatturiero, più del doppio del 5 per cento che valeva nel 2015. Tutto il resto arranca: la meccanica, che è il primo settore per valore, è rimasta ferma; la moda e la chimica sono arretrate; gli autoveicoli hanno perso a doppia cifra.
Togli i farmaci e il record svanisce. Semplicemente non c’è.
E i farmaci hanno corso per un motivo che nessuno, tra chi festeggia, ha voglia di spiegare. Le vendite negli Stati Uniti sono balzate del 54 per cento, a 15,4 miliardi, perché gli importatori americani hanno fatto incetta di scorte prima che scattassero i dazi, e perché una fetta di quei flussi è commercio interno tra le filiali delle multinazionali. Non lo dice un economista ostile al governo: lo dice Marcello Cattani, presidente di Farmindustria, che ha ammesso apertamente come i numeri del 2025 riflettano un accumulo di scorte capace di assorbire quote dell’export del 2026.
Tradotto: una parte di quel record è export del prossimo anno anticipato a quest’anno. Contabilità, non rinascita industriale.
Il resto del quadro americano lo conferma. Le vendite verso gli Stati Uniti sono cresciute del 7,2 per cento nonostante un dazio medio effettivo salito di quasi dodici punti, fino al 14 per cento. Ma nello stesso anno le importazioni dagli Stati Uniti sono aumentate di circa il 36 per cento e il saldo con Washington si è ridotto da 38,8 a 34,2 miliardi. L’area studi della CNA ha usato un’espressione precisa: illusione ottica.
C’è poi un particolare che dovrebbe togliere il sonno a chi parla tanto di sovranità. Nel 2025 abbiamo importato prodotti farmaceutici di base per 25,4 miliardi di euro. Nel 2020 erano 5,3. Ne esportiamo per circa tre. I principali fornitori sono Stati Uniti e Cina, per quasi diciannove miliardi. Il settore che tiene in piedi il primato nazionale dipende dall’estero per i principi attivi. Se domani si chiude un rubinetto, non è solo l’export che si ferma: sono le medicine negli ospedali.
4. Il numero che nel post non c’è
Se l’export fosse il motore che ci raccontano, l’economia dovrebbe correre. Invece nel 2025 il prodotto interno lordo è cresciuto dello 0,5 per cento. La domanda interna ha portato 1,5 punti di crescita. La domanda estera netta ne ha tolti 0,7.
Va riletta lentamente, questa riga, perché rovescia l’intera narrazione. Nell’anno del record di export, il commercio con l’estero ha sottratto crescita all’Italia. Non è un’opinione di sinistra: è la contabilità nazionale dell’Istat. In volume le esportazioni di beni e servizi sono cresciute dell’1,2 per cento, le importazioni del 3,6. Compriamo dall’estero più in fretta di quanto vendiamo. Quello che tiene in piedi il PIL italiano, oggi, è ciò che consumiamo e investiamo in casa, cioè esattamente la cosa che vent’anni di politiche salariali hanno strozzato.
Il contorno lo conosciamo: deficit al 3,1 per cento, appena sopra la soglia che avrebbe permesso di uscire in anticipo dalla procedura europea; debito salito al 137,1 per cento dal 134,7; pressione fiscale al 43,1 per cento, due punti in più in due anni, pagata in larghissima parte da chi ha il reddito scritto in busta paga e non può nasconderlo.
Poi c’è il consueto esercizio consolatorio: guardate la Germania, ferma allo 0,2 per cento. Vero. Ma la Germania è un’altra economia costruita sull’export, colpita dagli stessi dazi, dallo stesso euro forte, dalla stessa concorrenza cinese. Sta annegando nella nostra stessa piscina. Nel frattempo la Cina, che quelle quote se le sta prendendo, ha chiuso l’anno al 5 per cento. Misurarsi con chi sta peggio per sentirsi in salute è una tecnica di sopravvivenza psicologica, non una politica economica.
5. Chi esporta, e perché non sei tu
C’è un’immagine che accompagna da sempre il racconto del made in Italy: il piccolo imprenditore testardo che dal capannone di provincia conquista i mercati del mondo. È un’immagine bellissima. I dati la smentiscono.
Gli operatori all’esportazione in Italia sono 126.491. Quelli che vendono all’estero per più di cinquanta milioni di euro sono l’1,1 per cento del totale e fanno il 60,2 per cento delle vendite. ICE Agenzia scrive senza giri di parole che la crescita del triennio 2023-2025 è attribuibile soprattutto alle imprese più grandi e alle multinazionali, in particolare a quelle a controllo estero. Tutte le imprese non multinazionali, messe insieme, valgono circa un quinto dell’export nazionale.
Le imprese controllate dall’estero, nel 2023, erano 18.825: lo 0,4 per cento delle aziende attive in Italia. Meno di quattro ogni mille. Quelle quattro ogni mille producono il 21 per cento del fatturato nazionale, 887 miliardi, e il 17,5 per cento del valore aggiunto. Soprattutto realizzano 203 miliardi di esportazioni, il 35,8 per cento del totale, e 228 miliardi di importazioni, quasi la metà di tutto ciò che entra. Dieci anni fa la loro quota sull’export era il 27,4 per cento. Oggi è più di un terzo, e sale.
Una parte consistente di questi flussi non è nemmeno commercio nel senso comune del termine: è movimentazione interna ai gruppi. L’Istat rileva che nella fabbricazione di altri mezzi di trasporto, nelle altre industrie manifatturiere e nella metallurgia le importazioni infragruppo superano il 64 per cento.
Va detto con onestà, perché la propaganda si combatte con la precisione e non con lo slogan: questo non significa che ogni euro prodotto in Italia voli all’estero. Le tasse sugli utili realizzati qui si pagano qui, i salari si pagano qui, i fornitori sono in gran parte italiani, e le filiere collegate alle imprese estere attivano un valore aggiunto complessivo stimato in 398 miliardi, più del doppio di quello diretto. Chi lavora in una multinazionale tedesca a Pordenone non è un traditore della patria: è un lavoratore italiano che porta a casa uno stipendio.
Significa un’altra cosa, e riguarda il potere. Quando i centri decisionali, i brevetti, la ricerca e la destinazione finale degli utili stanno altrove, altrove si decide se quello stabilimento resta aperto, se quella linea viene delocalizzata, se quel contratto si rinnova. Il saldo commerciale ci dice dove le merci attraversano il confine. Non ci dice chi comanda, e non ci dice chi incassa. Confondere le due cose è comodo per chi governa e costoso per chi lavora.
6. Il vantaggio competitivo sei tu, che guadagni meno
Ed eccoci al numero che non compare mai accanto ai 643 miliardi.
Secondo l’Employment Outlook dell’Ocse, i salari reali italiani sono inferiori del 6,1 per cento ai livelli del 2021. È il calo più pesante tra tutte le grandi economie avanzate. Per il 2026 si prevede un’ulteriore contrazione dello 0,9 per cento e per il 2027, se tutto va bene, un recupero dello 0,2. Nello stesso periodo il tasso di occupazione ha toccato il massimo storico del 62,8 per cento e la disoccupazione è scesa al 5 per cento.
Fermiamoci un attimo su questa combinazione, perché è mostruosa e ci siamo abituati a leggerla come se fosse normale. Non è mai stato così facile trovare lavoro. Non è mai stato così inutile trovarlo. Milioni di persone lavorano e restano povere, e la parola che descrive questa condizione, lavoro povero, è entrata nel lessico comune con la stessa naturalezza con cui entrano le catastrofi che si decide di non affrontare.
Il quadro lungo è ancora più duro. Tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni lorde reali per dipendente a tempo pieno sono scese dell’1,6 per cento in Italia. Nello stesso arco di tempo sono salite del 33,4 per cento in Francia, del 32,9 in Germania, del 12,9 in Spagna. Trentaquattro anni. Un’intera vita lavorativa, dalla prima assunzione alla pensione, senza guadagnare un centesimo di potere d’acquisto in più. Considerando tutti i lavoratori del settore privato, part-time e contratti discontinui compresi, la perdita arriva al 6,6 per cento. E siamo tra i pochi Paesi dell’Unione senza un salario minimo di legge: ce l’hanno ventidue Stati membri su ventisette.
Adesso mettiamo insieme i due discorsi, perché il nesso non è ideologico, è meccanico. La competitività di prezzo di un sistema industriale dipende dal costo del lavoro per unità di prodotto. Quando la produttività è ferma da decenni, l’unico modo per tenere basso quel costo è tenere bassi i salari. Ma i salari bassi uccidono il mercato interno, e un mercato interno morto costringe le imprese a cercare fuori i clienti che in casa non trovano più.
Il cerchio si chiude: si esporta perché non si consuma, e non si consuma perché si comprime ciò che permette di esportare. Il record non è arrivato nonostante i salari fermi. È arrivato anche grazie a loro. Chi lo celebra sta esibendo come merito il sacrificio di qualcun altro.
E il sacrificio ha un volto. Due milioni e duecentomila famiglie in povertà assoluta, l’8,4 per cento del totale, oltre cinque milioni e settecentomila persone, un milione e duecentottantamila minori. Quasi undici milioni di italiani a rischio di povertà nel 2025, il 18,6 per cento. Il 22,4 per cento che arriva a fine mese con difficoltà o grande difficoltà. Il 47,7 per cento che non ha potuto risparmiare nulla. Il 9,1 per cento delle famiglie in povertà energetica, che significa scegliere se accendere i termosifoni o pagare la spesa.
Un Paese che nello stesso anno vende all’estero per 643 miliardi e lascia un decimo dei suoi abitanti sotto la soglia della dignità non ha un problema di competitività. Ha un problema di distribuzione. Che è un altro modo per dire: ha un problema politico, e qualcuno quel problema lo ha deciso.
7. Al Sud la festa non è arrivata
La media nazionale è una macchina che fa sparire le persone. Nel 2025 le esportazioni del Centro sono cresciute del 13,2 per cento, quelle del Nord-Ovest del 2,3, quelle del Nord-Est del 2. Il Mezzogiorno ha perso l’1,2 per cento.
Il motivo coincide con tutto il resto: il balzo del Centro è il balzo dei distretti farmaceutici, che nell’Italia centrale valgono circa 41,8 miliardi di export, quasi un terzo del manifatturiero dell’area. Dove quei distretti non ci sono, il primato non è mai arrivato.
Sovrapponete adesso questa mappa a quella della povertà. La povertà assoluta colpisce il 10,5 per cento delle famiglie del Mezzogiorno e cresce nelle Isole. Non sono due Italie raccontate da due schieramenti diversi: sono due Italie geografiche, misurate dallo stesso istituto di statistica, che la media aritmetica somma fino a farle scomparire entrambe. Il ragazzo di Caltanissetta che emigra non lo fa perché non ha letto i dati sull’export. Lo fa perché quei dati, nella sua provincia, non esistono.
8. Una forza che dipende da Washington, da Francoforte e da uno stretto di mare
Chiamano forza quella che è esposizione. Un’economia che affida la propria crescita alla domanda estera consegna il proprio destino a decisioni prese da altri, in stanze dove nessun elettore italiano è mai entrato.
L’Istat ha calcolato che l’ipotesi teorica di un azzeramento delle esportazioni verso gli Stati Uniti costerebbe all’Italia l’1,1 per cento del PIL, circa venti miliardi. Durante la crisi dello Stretto di Hormuz, secondo una stima di Confartigianato ripresa da Cassa Depositi e Prestiti, sono finiti a rischio circa 27,8 miliardi di esportazioni verso i Paesi del Golfo. Aggiungiamo l’euro forte che erode i margini sui mercati in dollari, l’aliquota americana al 15 per cento sulla gran parte dei beni europei, e le scorte farmaceutiche che nel 2026 verranno smaltite invece di essere riordinate. Il governo, intanto, ha fissato l’obiettivo dei 700 miliardi di export entro il 2027.
Costruire la propria narrazione di successo su una variabile che dipende dai dazi decisi alla Casa Bianca, dal cambio deciso a Francoforte, dalla navigabilità di un braccio di mare mediorientale e dalle politiche di magazzino di quattro multinazionali del farmaco non è una posizione di potenza. È una posizione di ricatto permanente. E quando arriva il conto, non lo paga chi ha scritto il post celebrativo: lo pagano gli operai di uno stabilimento che chiude perché la casa madre ha deciso diversamente.
9. C’è una legge, e non viene applicata
L’articolo 36 della Costituzione non è un auspicio letterario. Dice che il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata alla quantità e alla qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. Trentaquattro anni di salari reali fermi o arretrati non sono un incidente della congiuntura: sono la disapplicazione prolungata di una norma costituzionale, resa invisibile proprio dalla sua durata. Ci siamo abituati, e l’abitudine è la forma più efficace di consenso.
L’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano di fatto l’uguaglianza e la piena partecipazione dei lavoratori all’organizzazione del Paese. L’articolo 41 stabilisce che l’attività economica, pubblica e privata, possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali. Nessuno di questi articoli è stato abrogato. Sono lì, li si può leggere in dieci minuti. Semplicemente non contano più nulla nelle decisioni che riguardano il lavoro, e nessuna maggioranza degli ultimi trent’anni ha ritenuto di doverne rispondere.
Discutere davvero del record dell’export significa allora discutere di ciò che il record non contiene. Il salario minimo legale. Il rinnovo tempestivo dei contratti collettivi, con clausole che difendano il potere d’acquisto quando l’inflazione morde. Una politica industriale che leghi gli incentivi pubblici al mantenimento in Italia dei centri decisionali e della ricerca, invece di regalarli e sperare. Una fiscalità che vada a prendere i margini là dove si sono formati, cioè nei prezzi, e non sempre e soltanto nelle buste paga. Investimenti pubblici che riaccendano la domanda interna al Sud, invece di aspettare una ricaduta dal Centro-Nord che non è mai arrivata in ottant’anni.
10. La domanda giusta
Il quarto posto, ammesso che sia il quarto, non è una bugia. È la risposta esatta a una domanda sbagliata.
La domanda giusta non è quanto vendiamo al mondo. È quanto di ciò che produciamo resta a chi lo produce. Finché la risposta continuerà a essere quella scritta nei rapporti dell’Ocse sui salari reali, ogni classifica internazionale resterà quello che è: la fotografia di un Paese scattata da fuori, in cui chi ci vive dentro non si riconosce.
E allora chiediamocelo davvero, senza scorciatoie. Se un’economia riesce a produrre 643 miliardi di merci vendute all’estero e non riesce a tenere fuori dalla povertà assoluta un bambino su sette, il problema non è la mancanza di risorse. È il modo in cui abbiamo deciso, o lasciato che altri decidessero, di spartirle. Quella decisione non è stata presa dal mercato, che non è un soggetto e non vota. È stata presa da governi, parlamenti, direzioni aziendali, con nomi e cognomi, e può essere presa diversamente.
Il declino di cui vale la pena parlare non è quello delle classifiche. È quello di un Paese che ha smesso di ritenere scandaloso che il lavoro non basti più a vivere. Riprendere a considerarlo scandaloso è, oggi, l’atto politico più concreto che ci resta.
Fonti
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- ANSA, Il Pil sale dello 0,5% nel 2025, il deficit è al 3,1%, 2 marzo 2026. Articolo
- Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Due nuovi documenti di ISTAT e ICE Agenzia fotografano la posizione dell’Italia nei commerci mondiali, 10 agosto 2026. Comunicazione
- ICE Agenzia, L’Italia nell’economia internazionale. Rapporto 2025-2026. Rapporto
- Pagella Politica, Governo smentito: l’Italia non è diventata il quarto esportatore al mondo, 25 febbraio 2025. Articolo
- Pagella Politica, Il governo ha ammesso che l’Italia non è il quarto Paese esportatore al mondo, 2025. Articolo
- Ministero degli Affari Esteri, L’Italia spodesta il Giappone e diventa il quarto esportatore mondiale (Les Echos), gennaio 2026. Rassegna
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- Osservatorio Imprese Estere di Confindustria, Rapporto annuale 2026, ripreso da MilanoFinanza, 2 luglio 2026. Articolo
- Panorama della Sanità, Export. Farmindustria: l’industria farmaceutica traina la crescita in Italia, +28,5% nel 2025, 18 febbraio 2026. Articolo
- Pharmaretail, Export farmaceutico, 70 miliardi nel 2025: traino dai distretti, resta il nodo materie prime, 25 marzo 2026. Articolo
- Sky TG24, Export, l’Italia chiude il 2025 con il +3,3% nonostante i dazi. I dati Istat, 18 febbraio 2026. Articolo
- MilanoFinanza, Dazi, cresce l’export dell’Italia verso gli Usa (+7,2%), 23 marzo 2026. Articolo
- Quotidiano Nazionale, Export verso gli Usa, l’analisi di CNA: dazi e dollaro pesano sulle imprese, 2 marzo 2026. Articolo
- Greenreport, In Italia i salari reali sono diminuiti del 6,1% in cinque anni (Ocse, Employment Outlook), 8 luglio 2026. Articolo
- Marco Leonardi, Italia e salari: trent’anni di stagnazione, cinque anni di declino, in Lavoro Diritti Europa, n. 3/2025. Saggio
- Today, Quali stipendi sono calati di più in Italia rispetto al resto d’Europa (dati Ocse 1990-2024), 2026. Articolo
- Istat, La povertà in Italia. Anno 2024, 14 ottobre 2025. Documento
- Istat, Rapporto annuale 2026. Infografiche. Dati
- Italpress, Rapporto annuale Istat: nel 2025 quasi 11 milioni di italiani a rischio povertà, 21 maggio 2026. Articolo
- Trading Economics, Germania: tasso di crescita annuale del PIL, dati 2025. Dati
- Italpress, Cina: raggiunto obiettivo annuale con crescita PIL del 5% nel 2025, 19 gennaio 2026. Articolo
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