Obbedire e mettere a verbale: il Pentagono prepara l’alibi per la guerra all’Iran

Quattro alti comandanti scrivono che l’offensiva non è più sostenibile e continuano a eseguire gli ordini. Dietro il loro dissenso non c’è un ripensamento morale, ma un calcolo di potere: proteggere l’apparato, lasciare il conto politico al presidente di turno, rinviare la resa dei conti. Nel frattempo a pagare sono altri.

La mattina del 28 febbraio, primo giorno di guerra, un missile Tomahawk colpì la scuola elementare Shajareh Tayyebeh di Minab, nel sud dell’Iran. Secondo le autorità iraniane morirono 156 persone, tra cui 120 alunni, in gran parte bambine tra i sette e i dodici anni, e ventisei insegnanti. Il 17 settembre la Missione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite sull’Iran ha concluso che esistono fondati motivi per ritenere che gli Stati Uniti abbiano commesso un crimine di guerra, perché la natura civile dell’edificio era evidente: murales per bambini sulle pareti esterne, insegne scolastiche, un cortile con i giochi. Il Dipartimento di Stato ha risposto che non attribuisce credibilità al rapporto.

Tra quella mattina e oggi sono passati quasi sette mesi, e nei documenti riservati di Washington è comparsa un’altra contabilità. Non quella delle vittime, ma quella dei missili. Le scorte di Tomahawk, lo stesso ordigno di Minab, risultano talmente intaccate che i vertici militari le citano tra le ragioni per cui la guerra non può più andare avanti così. È questa inversione a dire più di ogni altra cosa sulla natura di ciò che sta accadendo.

Sui social circola in questi giorni un testo dal titolo gridato, «Gli Usa non hanno più armi per fare la guerra». È il commento di Pino Arlacchi pubblicato dal Fatto Quotidiano il 21 settembre con un titolo ben diverso, «Ecco come il Pentagono punta a scaricare Trump», al quale qualcuno ha sovrapposto un’intestazione ad effetto. Nella lettera quel titolo è falso: gli Stati Uniti di armi ne hanno ancora moltissime. Nella sostanza politica, però, la vicenda merita di essere ricostruita fino in fondo, perché racconta come una grande potenza gestisce il proprio fallimento e chi viene chiamato a pagarlo.

1. Il registro del 14 agosto

Il Secretary of Defense Orders Book è un documento classificato, prodotto di norma due volte al mese, che fotografa la disponibilità di navi, aerei, truppe e sistemi d’arma americani in tutto il mondo e raccoglie le valutazioni di rischio dei comandanti sulle decisioni di impiego. Il 30 agosto il Washington Post ne ha rivelato il contenuto dell’edizione del 14 agosto: alcune unità schierate in Medio Oriente restano nella regione fino a settembre, altre fino al 2027, mentre il Comando centrale tiene da mesi in allerta oltre cinquantamila militari.

Davanti a quell’ordine quattro ufficiali a quattro stelle hanno risposto con la formula tecnica del non-concur, che significa dissentire dalla decisione del segretario pur impegnandosi a eseguirla. Sono l’ammiraglio Daryl Caudle, capo delle operazioni navali, il generale Alexus Grynkewich, al comando delle forze in Europa, l’ammiraglio Samuel Paparo, che guida il Comando Indo-Pacifico, e il generale Francis Donovan, alla testa del Comando Sud, competente per l’America Latina. I capi dell’Esercito e dell’Aeronautica, invece, hanno approvato l’estensione, segnalando però un rischio significativo. È un dettaglio che nel testo circolato in rete scompare, e che invece conta.

Il quadro più cupo lo ha tracciato Caudle. Secondo le fonti del Post, l’ammiraglio ha scritto che la Marina non può sostenere l’attuale livello di impegno senza una data di fine prevista e che soltanto un quarto circa della flotta di cacciatorpediniere è pronto al dispiegamento, un crollo netto rispetto a prima della guerra. I comandi per l’Europa e per l’America Latina hanno lamentato che il trasferimento di navi e aerei da ricognizione verso il Medio Oriente ha compromesso perfino i compiti di difesa del territorio nazionale. Paparo ha contestato il sostegno richiesto al suo comando, compreso un gruppo portaerei. Nello stesso mese era trapelato un altro avvertimento di Grynkewich: non disporre di forze navali sufficienti per proteggere contemporaneamente Israele e gli Stati Uniti da attacchi missilistici.

Poi i numeri materiali. La guerra, sommata alle forniture precedenti all’Ucraina, ha prosciugato in larga parte le scorte di intercettori Patriot e THAAD e di missili da crociera Tomahawk, al punto da limitare la capacità dell’amministrazione di tornare ad alzare il livello dello scontro. Circa un quarto della flotta di droni Reaper è andato perduto, e le basi americane nella regione hanno subito danni per miliardi di dollari. L’amministrazione sostiene che i resoconti sulla carenza di munizioni siano inesatti. Una delle fonti del Post ha riassunto l’umore dei vertici con una formula secca: troppo, e per troppo tempo.

Dietro queste cifre ci sono persone. Circa duemila soldati dell’82ª Divisione aviotrasportata, partiti a marzo, resteranno nella regione per un anno intero. Il loro comandante, il generale Brandon Tegtmeier, lo ha comunicato alle famiglie con una lettera in cui riconosce che un turno più lungo pesa su ogni casa. È il linguaggio misurato con cui un’istituzione annuncia a migliaia di figli, madri e mogli che il ritorno slitta di mesi.

2. La grammatica del dissenso obbediente

Il portavoce del Pentagono Sean Parnell ha liquidato la questione sostenendo che i non-concur sono ordinaria amministrazione e che il segretario ne riceve continuamente. Tecnicamente è vero. Il meccanismo esiste proprio per consentire ai comandanti di mettere agli atti un parere contrario senza violare la catena di comando. Ma una procedura ordinaria diventa un fatto politico nel momento in cui esce dalla stanza in cui è nata.

Arlacchi legge l’episodio come un’operazione di autotutela, ciò che nel gergo americano si chiama cover your ass: un documento d’archivio che non ferma nulla oggi ma consentirà domani di stabilire chi aveva avvertito e chi, nonostante tutto, aveva ordinato. È un’interpretazione convincente, ma va dichiarata per quello che è. Non sappiamo chi abbia passato il documento al giornale, e attribuire la fuga di notizie agli stessi generali resta un’ipotesi. Quello che sappiamo è l’effetto: ora esiste una traccia scritta, datata e firmata, che separa le responsabilità militari da quelle politiche.

C’è però un punto che nelle letture più entusiaste si perde. I quattro comandanti non si sono opposti alla guerra contro l’Iran. Si sono opposti al fatto che quella guerra sottragga navi, aerei e munizioni ai loro teatri: l’Europa, il Pacifico dove si guarda alla Cina, l’America Latina dove in queste stesse settimane la Casa Bianca rivendica affari petroliferi con il Venezuela. È una lite interna sulle priorità dell’impero, non un sussulto di coscienza. In nessuna delle frasi trapelate del registro compare la scuola di Minab.

3. Tradimento e oscuramento

La risposta del Pentagono è stata rivelatrice. Parnell ha scritto che pubblicare valutazioni classificate del registro è un reato e un tradimento nei confronti delle forze armate, aggiungendo che molto di quanto riportato sarebbe inesatto. Non ha però smentito che le obiezioni fossero state presentate. Il 2 settembre lo stesso Washington Post ha rivelato che i documenti legati al registro degli ordini, archiviati per decenni, sono stati rimossi da un portale interno della rete classificata SIPRNet. Un ex funzionario ha spiegato al giornale che la restrizione riduce drasticamente il numero di persone che possono consultarli, con il rischio di rallentare pianificazioni urgenti.

La collera, insomma, non si è rivolta contro la sostanza dell’allarme, ma contro il fatto che il paese ne fosse venuto a conoscenza. È la stessa logica che negli ultimi mesi ha portato a nuove restrizioni per i giornalisti accreditati al Pentagono, contestate in tribunale dal New York Times con due ricorsi, e in parte già giudicate illegittime da un giudice federale a marzo. In una democrazia che si definisce tale, i cittadini che pagano la guerra e mandano i propri figli a combatterla dovrebbero avere il diritto di sapere che i loro stessi generali la considerano insostenibile. A Washington quel diritto viene trattato come una minaccia alla sicurezza.

4. Dalla civiltà da cancellare al memorandum di Versailles

Per misurare la parabola di questi mesi bisogna tornare ad aprile. Il 5 aprile Trump annunciava su Truth Social una giornata dedicata alle centrali elettriche e ai ponti iraniani, se lo stretto di Hormuz non fosse stato riaperto. Il giorno dopo, in conferenza stampa accanto al segretario Hegseth, prometteva la demolizione completa di ogni ponte e di ogni centrale del paese nel giro di poche ore. Il 7 aprile arrivava a dire che un’intera civiltà sarebbe morta quella notte. Giuristi e organizzazioni umanitarie hanno ricordato che il diritto internazionale umanitario vieta di colpire beni indispensabili alla sopravvivenza della popolazione civile: senza elettricità si fermano ospedali, depuratori, catene alimentari. Il 19 aprile la minaccia veniva ripetuta, alla vigilia di un nuovo round negoziale a Islamabad.

Due mesi dopo lo scenario era capovolto. Il 17 giugno, durante una cena con Emmanuel Macron alla reggia di Versailles dopo il vertice del G7, Trump firmava il memorandum d’intesa di Islamabad, mediato dal Pakistan e sottoscritto a distanza dal presidente iraniano Masoud Pezeshkian. Quattordici punti: cessazione delle ostilità su tutti i fronti, compreso il Libano, fine del blocco navale americano entro trenta giorni, deroghe per l’export di petrolio iraniano, sblocco dei fondi congelati, impegno a porre fine a tutte le sanzioni, comprese quelle delle Nazioni Unite, in un calendario da definire. E un articolo 6 destinato a fare discutere: gli Stati Uniti si impegnavano a sviluppare, insieme a partner regionali, un piano di almeno trecento miliardi di dollari per la ricostruzione e lo sviluppo economico dell’Iran.

Qui serve precisione, perché il testo circolato in rete forza i fatti. Il memorandum non dice che quei soldi li avrebbe versati Washington, e non indica chi dovesse metterli. Il vicepresidente Vance ha giurato che non un centesimo americano sarebbe andato a Teheran, e Trump ha bollato come fake news dei democratici, da lui ribattezzati Dumocrats, l’idea che gli Stati Uniti pagassero. Lo ha fatto già prima della firma di Versailles, il 15 giugno, e di nuovo il giorno successivo. Resta tuttavia il dato politico, che Arlacchi coglie bene: una potenza che si proclama vincitrice ha firmato un documento che prevede un fondo di ricostruzione per il paese che ha bombardato, qualcosa che l’Iran ha potuto presentare come un parziale riconoscimento del diritto a essere risarcito. Nelle guerre vinte non si scrivono clausole del genere.

L’intesa è durata pochissimo. Il 25 giugno una nave mercantile è stata colpita mentre transitava vicino alla costa dell’Oman, lungo una rotta che l’Iran non riconosceva; il 27 giugno gli Stati Uniti hanno ripreso i bombardamenti; il 7 luglio Trump ha dichiarato che l’accordo era finito. Il 22 luglio è arrivata una nuova minaccia: un ponte o una centrale distrutti per ogni nave attaccata a Hormuz, anche a Teheran. Il 17 agosto il memorandum è formalmente scaduto, e Teheran ha fatto sapere che la scadenza dei sessanta giorni non aveva più alcun significato. Arlacchi ritiene che già il memorandum di giugno fosse il frutto della pressione dei militari. Non esistono documenti che lo provino, ma un indizio c’è: prima ancora che la guerra cominciasse, il capo di stato maggiore congiunto Dan Caine aveva avvertito la Casa Bianca che gli Stati Uniti non avevano munizioni sufficienti, né un sostegno adeguato degli alleati, per una campagna lunga e su larga scala.

5. Due stretti e una potenza che guarda

Sette mesi dopo l’inizio della guerra, lo stretto di Hormuz, che quella guerra doveva riaprire definitivamente, resta un campo di battaglia. Secondo il Comando centrale, in tre mesi l’Iran ha attaccato più di trenta navi mercantili, diverse delle quali dopo la firma del memorandum. E nel frattempo si è chiuso anche l’altro ingresso della penisola arabica.

Dal 20 luglio gli Houthi hanno dichiarato un blocco contro porti e navi saudite nello stretto di Bab el-Mandeb. A metà settembre, con un’avanzata rapidissima, hanno ripreso l’intera costa yemenita sul Mar Rosso e le isole che controllano il passaggio. Il 10 settembre, secondo Axios, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha telefonato due volte a Trump per chiedergli di bombardare gli Houthi. La risposta è stata negativa, accompagnata dall’offerta di condividere informazioni di intelligence. Il New York Times ha poi riferito che il presidente aveva dato il via libera agli attacchi per revocarlo pochi giorni dopo. Nel fine settimana successivo funzionari americani hanno incontrato rappresentanti Houthi nell’ambasciata statunitense di Mascate, ricevendo l’assicurazione che le navi americane non sarebbero state colpite e che il blocco riguarda soltanto l’Arabia Saudita. Il 19 settembre gli Houthi hanno colpito Riad.

Leggere queste mosse come l’accettazione esplicita della chiusura dei due stretti sarebbe troppo. Ma i fatti dicono che la stessa amministrazione che ad aprile minacciava di cancellare un paese di novanta milioni di abitanti per riaprire uno stretto, a settembre tratta con un movimento armato yemenita pur di non essere trascinata in un secondo fronte, mentre il suo principale alleato arabo viene bombardato. Il 14 settembre il Brent ha superato i 108 dollari al barile. Il limite della potenza americana non è più una tesi da convegno: si misura sul prezzo del carburante.

6. Un copione già visto

Nulla di tutto questo è nuovo, ed è la parte della storia che dovrebbe far riflettere chi confonde la forza militare con la capacità di vincere. Dopo il Vietnam, nel novembre del 1984, il segretario alla Difesa Caspar Weinberger enunciò le condizioni per l’uso della forza: obiettivi chiari, interessi vitali in gioco, sostegno dell’opinione pubblica e del Congresso, la guerra come ultima risorsa. Colin Powell ne fece una dottrina. Sulla carta era una lezione di prudenza; nella pratica, osserva Arlacchi, fu anche il modo con cui i militari addossarono ai civili la responsabilità di una guerra che avevano pianificato e perso.

Nella primavera del 2006 fu la volta dell’Iraq: un gruppo di generali in congedo, tra cui Anthony Zinni, Gregory Newbold e John Batiste, chiese pubblicamente le dimissioni di Donald Rumsfeld. Il segretario lasciò l’incarico a novembre, all’indomani della sconfitta repubblicana nelle elezioni di metà mandato. Anche adesso ci sono elezioni di metà mandato a novembre, e un presidente in affanno è il bersaglio più comodo che ci sia.

Ogni volta lo schema si ripete. Il conto politico lo paga l’inquilino provvisorio della Casa Bianca, mentre l’apparato esce dalla crisi intatto e con più risorse. Nell’anno fiscale 2026 la spesa complessiva per la difesa nazionale degli Stati Uniti ha superato per la prima volta i mille miliardi di dollari, contro i 585 miliardi del 2016. E c’è un paradosso che conviene tenere a mente: le scorte svuotate andranno ricostituite. Gli intercettori PAC-3 e THAAD escono dalle linee di Lockheed Martin, i Tomahawk da quelle di RTX. La guerra che il Pentagono giudica insostenibile potrebbe tradursi, nei bilanci dei prossimi anni, in una lunga stagione di ordini per l’industria degli armamenti. Una sconfitta strategica e un affare industriale possono convivere perfettamente.

7. Chi paga davvero

Per l’apparato americano il costo della guerra si misura in cacciatorpediniere fermi e intercettori mancanti. Per chi la subisce si misura in un altro modo. L’organizzazione per i diritti umani HRANA, con sede negli Stati Uniti, aveva documentato già al 7 aprile 3.636 morti in Iran, di cui 1.701 civili, precisando che le perdite militari sono con ogni probabilità molto più alte. Le stime indipendenti che aggregano tutti i fronti parlano oggi di un numero compreso tra nove e diciottomila vittime. In Libano, dove Israele occupa circa un quinto del territorio e colpisce quasi ogni giorno il sud del paese, i morti sono almeno tremila e gli sfollati più di un milione.

Anche gli americani contano i loro caduti. Secondo i dati del Pentagono ripresi da The Intercept, i militari morti a causa della guerra sono diciannove, undici dei quali in combattimento, e il totale delle vittime tra morti e feriti ha superato quota 850, con 66 feriti soltanto nel mese di settembre. Sono numeri piccoli rispetto all’Iraq o all’Afghanistan, ma ognuno di essi è una bara scaricata a Dover o un ragazzo che torna a casa senza una gamba.

La coerenza impone di dire anche il resto. Lo stesso rapporto delle Nazioni Unite che accusa Washington per Minab ha stabilito che la repressione delle proteste in Iran tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026, con migliaia di morti, detenzioni arbitrarie e torture, costituisce crimini contro l’umanità. Opporsi alla guerra imperiale non significa assolvere il regime che la subisce. Significa rifiutare l’idea che le bombe possano liberare un popolo che, di quelle bombe, è la prima vittima.

8. E l’Italia?

Scrivo dal Friuli, a poca distanza dalla base di Aviano, in provincia di Pordenone, dove opera il 31° Stormo caccia dell’aviazione americana. Negli ultimi mesi Aviano e Sigonella sono state utilizzate per il trasferimento di velivoli verso il Medio Oriente. A marzo la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ripetuto che l’Italia non è in guerra e non vuole entrarci, e che gli accordi bilaterali consentono l’uso delle basi soltanto per attività logistiche e operazioni non cinetiche. Il 31 marzo il ministro della Difesa Guido Crosetto ha negato l’uso di Sigonella per un’operazione legata all’Iran, e il governo ha promesso di coinvolgere il Parlamento in caso di richieste diverse.

È una distinzione che regge fino a un certo punto. La logistica è parte della guerra, non il suo contorno: un aereo che fa scalo, si rifornisce e riparte verso il Golfo contribuisce allo sforzo bellico quanto uno che sgancia. L’articolo 11 della Costituzione non ripudia soltanto i bombardamenti, ma la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. E se perfino gli ammiragli americani mettono per iscritto che questa guerra è insostenibile, un governo italiano che continua a offrire il proprio territorio come piattaforma logistica deve almeno spiegare al Parlamento, volo per volo, a che cosa serve.

9. Il dissenso che non basta

Sarebbe un errore consolarsi con l’idea che il Pentagono abbia scoperto la pace. I generali hanno scoperto un limite, che è cosa diversa. Il loro problema non è Minab, ma la prontezza della flotta nel Pacifico; non la vita degli iraniani, ma le munizioni che mancheranno in un eventuale scontro con la Cina. Un impero che si scopre sovraesteso non diventa per questo meno pericoloso: le minacce più estreme di questi mesi, dalla civiltà da cancellare ai ponti da distruggere a ritmo di rappresaglia, sono arrivate proprio quando i mezzi cominciavano a scarseggiare.

La vera posta in gioco, allora, riguarda la memoria. Quando fra due o tre anni si scriverà la storia ufficiale di questa guerra, quale registro verrà consultato? Se l’archivio conserverà soltanto chi aveva avvertito sulla scarsità dei cacciatorpediniere e chi aveva ordinato comunque, la lezione appresa sarà una sola: la prossima volta servono più missili. Se invece accanto a quel registro resterà quello delle bambine di Minab, dei ponti di Karaj, dei villaggi del sud del Libano, allora la sconfitta potrà diventare qualcosa di più di un regolamento di conti tra Casa Bianca e Pentagono.

Imporre questo secondo registro non spetta ai generali. Spetta a chi la guerra non l’ha voluta, ai movimenti per la pace, ai giornalisti che non si accontentano dei comunicati, ai parlamenti che hanno il dovere di chiedere conto. La domanda che questa vicenda ci lascia è semplice e scomoda: accetteremo che la guerra all’Iran venga ricordata come un errore di logistica, o pretenderemo che venga giudicata per quello che è stata?

Fonti

Pino Arlacchi, «Ecco come il Pentagono punta a scaricare Trump», Il Fatto Quotidiano, 21 settembre 2026, p. 13. https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2026/09/21/ecco-come-il-pentagono-punta-a-scaricare-trump/8512559/

«Pentagon furious over Washington Post’s Iran war scoop», The Hill, Morning Report, 31 agosto 2026. https://thehill.com/newsletters/morning-report/6060440-pentagon-trump-administration-response-iran-war-dissent-leak-washington-post/

«US Military Leaders Warn Against Prolonging Iran Operations», Asharq Al-Awsat, 31 agosto 2026 (sintesi del Washington Post). https://english.aawsat.com/world/5312906-us-military-leaders-warn-against-prolonging-iran-operations

«Pentagon Pushes Back on Report of Military Concerns About Iran», NOTUS, 31 agosto 2026. https://www.notus.org/defense/pentagon-military-leaders-iran-extending-forces

«‘Too much, for too long’: Senior US military commanders warn against continuing Iran war», Ynetnews, 31 agosto 2026. https://www.ynetnews.com/article/rkhzk011uml

«US Military Iran Operations: Commanders Warn Unsustainable», JFeed, 31 agosto 2026. https://www.jfeed.com/news-world/us-military-iran-operations-sustainability

«Pentagon cuts access to classified information amid Iran war concerns», The Washington Post, 2 settembre 2026. https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/09/02/pentagon-cuts-access-classified-information-amid-iran-war-concerns/

«Pentagon restricts access to classified Orders Book following Post report on Iran war concerns», i24NEWS, settembre 2026. https://www.i24news.tv/en/news/international/americas/artc-pentagon-restricts-access-to-classified-orders-book-following-post-report-on-iran-war-concerns

«Pentagon Removes Defense Orders Book Documents After Washington Post Report», News USA Today, settembre 2026. https://news-usa.today/pentagon-removes-defense-orders-book-documents-after-washington-post-report/

«Pentagon brass sends warning about America’s ability to confront threats», NJ Today, 11 settembre 2026. https://njtoday.news/2026/09/11/pentagon-brass-sends-warning-about-americas-ability-to-confront-threats/

«Trump Again Threatens to Bomb Iran’s Power Plants If Strait of Hormuz Not Open by Tuesday», Time, 5 aprile 2026. https://time.com/article/2026/04/05/trump-power-plants-iran-hormuz/

«Trump reiterates threats to bomb Iran’s power plants and bridges», NPR, 6 aprile 2026. https://www.npr.org/2026/04/06/nx-s1-5775669/trump-iran-war-deadline-press-conference

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«Trump threatens to knock out ‘every single power plant’ and ‘every single bridge’ in Iran», Yahoo News, 19 aprile 2026. https://www.yahoo.com/news/us/article/trump-threatens-to-knock-out-every-single-power-plant-and-every-single-bridge-in-iran-161150433.html

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«Trump disputes $300 billion reconstruction fund for Iran», The Hill, 15 giugno 2026. https://thehill.com/homenews/administration/5925541-trump-iran-300b-funding/

«Lawmakers question source of $300 billion U.S. promised Iran in deal», Spectrum News, 19 giugno 2026. https://spectrumlocalnews.com/us/snplus/politics/2026/06/19/300-billion-mou-who-pays

«Fact-checking Trump on $300 billion fund for Iran», PolitiFact, 22 giugno 2026. https://api.politifact.com/article/2026/jun/22/trump-iran-300-billion-fund/

Sarah Shamim, «US-Iran Memorandum of Understanding expires: How and why it fell apart», Al Jazeera, 17 agosto 2026. https://www.aljazeera.com/news/2026/8/17/us-iran-memorandum-of-understanding-expires-how-and-why-it-fell-apart

«Trump vows to hit an Iranian bridge or power plant for every ship Iran attacks», Axios, 22 luglio 2026. https://www.axios.com/2026/07/22/trump-iran-bridges-power-plants-hormuz

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«UN fact-finding mission says US committed possible war crimes in Iran», Al Jazeera, 17 settembre 2026. https://www.aljazeera.com/news/2026/9/17/un-fact-finding-mission-says-us-committed-possible-war-crimes-in-iran

«Deadly US strike on Iran school may have been a war crime, UN report finds», CNN, 18 settembre 2026. https://www.cnn.com/2026/09/18/middleeast/us-strike-iran-school-war-crime-un-intl-hnk

«UN mission finds evidence signaling U.S. war crimes in Iran; Washington rejects report», CNBC, 18 settembre 2026. https://www.cnbc.com/2026/09/18/us-iran-war-trump-hormuz.html

«U.S. May Have Committed War Crimes in Iran, U.N. Report Says», Time, 18 settembre 2026. https://time.com/article/2026/09/18/us-iran-israel-war-crimes-strike-minab-school-un-report/

«Another U.S. Soldier Is Dead as Iran War Casualties Rise», The Intercept, 22 settembre 2026. https://theintercept.com/2026/09/22/iran-war-military-casualties/

«Casualties of the 2026 Iran war», Wikipedia (dati HRANA al 7 aprile 2026; voce consultata il 23 settembre 2026). https://en.wikipedia.org/wiki/Casualties_of_the_2026_Iran_war

«Iran War Casualties — Live Count», MilitarySpend.org, aggiornamento al 21 settembre 2026. https://militaryspend.org/iran-war-casualties

«Guerra a Iran, il ruolo dell’Italia», Sky TG24, 6 marzo 2026. https://tg24.sky.it/mondo/2026/03/06/guerra-iran-ruolo-italia

«L’Italia ha negato la base di Sigonella agli Stati Uniti per la guerra in Iran», Today.it, 1 aprile 2026. https://www.today.it/politica/base-usa-sigonella-italia-crosetto-nega-uso.html

«Da Sigonella ad Aviano, quali sono le basi e infrastrutture Usa in Italia», l’Unità, 5 marzo 2026. https://www.unita.it/2026/03/05/quali-sono-basi-usa-in-italia-guerra-iran/

Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 11, Senato della Repubblica. https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/principi-fondamentali/articolo-11

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