La cassaforte e la frontiera

In cinque giorni di agosto il governo ha inventato un’invasione che non c’era, ha chiuso in una cassaforte le chat di un suo ex sottosegretario, ha fatto passare sorveglianza biometrica e riarmo in una sola seduta e ha scoperto il terremoto dei Campi Flegrei con quattro giorni di ritardo. Non è una serie di incidenti: è il metodo di governo di questi quattro anni.

C’è un modo semplice per capire che cosa un potere considera davvero importante: guardare a che cosa dedica il proprio tempo quando crede che nessuno stia contando. La settimana che va dal 30 luglio al 5 agosto 2026 offre questa possibilità con una nitidezza quasi didattica. In cinque giorni il governo italiano ha costruito e cavalcato un’emergenza migratoria inesistente contro un Paese alleato, ha organizzato la presenza in aula dei propri deputati per impedire alla procura di Roma di utilizzare le chat di un ex sottosegretario in un’indagine di camorra, ha portato in un unico Consiglio dei ministri il riconoscimento biometrico affidato alle forze di polizia, l’aumento degli organici militari e il riordino della Corte dei conti, e ha stanziato i primi fondi per settecento persone rimaste fuori casa dopo un terremoto soltanto quando quelle persone hanno bloccato un porto.

Chi governa dirà che si tratta di coincidenze del calendario parlamentare. È una spiegazione che regge per un giorno, non per quattro anni. Perché la sequenza di questa settimana non è un’anomalia: è la forma condensata di un modo di stare al potere che ha sostituito l’amministrazione con l’annuncio, la soluzione dei problemi con la loro drammatizzazione, la responsabilità con la ricerca permanente di un nemico esterno. E che, quando la realtà presenta il conto, non corregge la rotta: cambia argomento.

Vale la pena ricostruire i fatti uno per uno, perché è nella loro somma che il quadro diventa leggibile.

1. Il processo che non si è celebrato

Tra il 30 e il 31 luglio decine di migliaia di persone hanno attraversato il confine tra il Marocco e Ceuta, a nuoto aggirando il frangiflutti o a piedi, approfittando di un allentamento iniziale dei controlli marocchini. Le stime spagnole ufficiali indicano un flusso tra cinquantamila e sessantamila ingressi; fonti delle forze di sicurezza citate dall’agenzia Efe hanno poi parlato di cifre superiori. Il ministero dell’Interno spagnolo ha confermato oltre 48.300 rientri in Marocco già alla sera del 31 luglio.

La sera del 30 luglio Giorgia Meloni annuncia che «l’Italia non resterà a guardare». Il 31, dopo il Comitato analisi sull’immigrazione presieduto al Viminale da Matteo Piantedosi, il governo sospende il regime di libera circolazione nei collegamenti marittimi e aerei con la Spagna, con effetto dal 1° agosto e durata di un mese prorogabile. Antonio Tajani si dichiara favorevole alla chiusura dello spazio Schengen con Madrid e attribuisce la crisi alla decisione spagnola di concedere «la cittadinanza spagnola, quindi europea, ad oltre 500mila immigrati irregolari». Il 1° agosto Italia e Danimarca promuovono una lettera ai vertici dell’Unione firmata da ventidue capi di Stato e di governo, che indica tra i fattori di attrazione «la regolarizzazione di un numero molto elevato di migranti irregolari». Non firmano Francia, Portogallo, Irlanda e Lussemburgo.

Per quattro giorni il racconto dominante è stato quello di un’Europa schierata dietro Roma per mettere sotto accusa Pedro Sánchez. Il 4 agosto, quando i ministri dell’Interno dei ventisette Stati membri e dei quattro Paesi associati a Schengen si sono riuniti in videoconferenza sotto presidenza irlandese, il documento finale ha capovolto ogni previsione. Vi si legge che gli Stati membri sono stati «uniti nell’esprimere una forte solidarietà alla Spagna», che hanno apprezzato la rapidità e l’efficacia dell’intervento delle autorità spagnole, che la grandissima maggioranza delle persone entrate irregolarmente è stata rimpatriata e che non vi è stato alcun movimento verso la Spagna continentale né verso altri Stati membri.

Conta soprattutto ciò che manca. Nel testo non compare una sola parola sulla regolarizzazione spagnola. Non compare la formula «fattore di attrazione» applicata alle politiche di Madrid. Non compare alcuna ipotesi di esclusione della Spagna da Schengen. Non compare alcun impegno europeo a finanziare centri di rimpatrio in Paesi terzi, il modello che Roma voleva promuovere da eccezione a struttura stabile del Patto su migrazione e asilo. Non compare neppure un cenno alla decisione italiana di ripristinare i controlli. L’intera impalcatura politica costruita in quattro giorni si è dissolta al primo contatto con un tavolo istituzionale, e ogni decisione è stata rinviata al Consiglio di ottobre.

L’unico rilievo critico del documento riguarda la comunicazione: i ministri hanno sottolineato che nei momenti di crisi essa andrebbe rafforzata attraverso un coordinamento tempestivo e resa più coerente, in particolare per contrastare gli attori esterni malintenzionati impegnati in operazioni di manipolazione e interferenza informativa. Nel lessico europeo quella formula designa tecnicamente l’ingerenza di Stati terzi. Resta il fatto, politicamente non irrilevante, che l’unico punto di autocritica di un vertice convocato su una crisi migratoria riguardi la circolazione delle informazioni durante la crisi stessa.

2. La frontiera che non esiste

La sospensione di Schengen poggia su un presupposto che il diritto vigente non conferma. Ceuta e Melilla non appartengono allo spazio Schengen: sono territori spagnoli sottoposti a un regime speciale, con controlli documentali obbligatori all’uscita verso la penisola. Chi entra irregolarmente a Ceuta non può circolare liberamente in Europa e per raggiungere la Spagna continentale deve imbarcarsi superando un controllo di polizia. Non esiste, e non è mai esistita, una frontiera tra Italia e Spagna da chiudere.

Il ripristino dei controlli alle frontiere interne è previsto dal codice frontiere Schengen come misura di ultima istanza, in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna, necessaria e proporzionata. Il ministro dell’Interno spagnolo Fernando Grande-Marlaska ha dichiarato al termine del vertice di non aver compreso la misura italiana, definendola priva di necessità e proporzionalità, ha ricordato che non vi è stato alcun rischio di movimenti secondari e che la stessa Frontex ha riferito che lo spazio Schengen non è mai stato in pericolo, chiedendone la revoca immediata.

Ma il punto decisivo è interno alla posizione italiana, e nessun portavoce lo ha ancora spiegato. Il 31 luglio la sospensione viene presentata agli italiani come «misura straordinaria adottata per tutelare la sicurezza nazionale e prevenire possibili ripercussioni per la nostra Nazione». Il 4 agosto, davanti ai colleghi europei, il medesimo provvedimento viene descritto da Piantedosi come una scelta «di natura cautelare e organizzativa» che «non si tratta in alcun modo di una misura rivolta contro la Spagna o contro alcun altro partner». Lo stesso atto, due giustificazioni incompatibili, calibrate su due pubblici diversi. In casa la minaccia esiste, a Bruxelles no. Non è un dettaglio retorico: è la prova documentabile che il provvedimento non serviva a fronteggiare un pericolo, ma a produrre un effetto sull’opinione pubblica italiana.

3. Il «fattore di attrazione» alla prova dei documenti

L’accusa centrale rivolta a Madrid è che la regolarizzazione straordinaria abbia funzionato da richiamo. La cronologia dei documenti spagnoli la smonta senza margini di discussione. La misura nasce da un’iniziativa legislativa popolare promossa da associazioni cattoliche e laiche, sostenuta da oltre settecentomila firme e arrivata al Congresso nell’aprile 2024. È stata attuata con il Real Decreto 316/2026 del 14 aprile. Le domande si sono potute presentare dal 16 aprile al 30 giugno 2026. Possono accedervi soltanto le persone che si trovavano in Spagna prima del 31 dicembre 2025 e che documentino almeno cinque mesi di residenza effettiva.

Ne discende una conseguenza elementare: nessuna delle persone entrate a Ceuta il 30 luglio avrebbe potuto beneficiarne. La finestra era chiusa da un mese e il requisito temporale escludeva chiunque fosse arrivato dopo la fine del 2025. Il 2 luglio il ministero spagnolo per l’Inclusione ha comunicato il bilancio provvisorio: 1.174.978 domande, di cui 609.737 già istruite. L’autorizzazione concessa è un permesso di residenza e lavoro della durata di un anno, non una naturalizzazione. L’affermazione secondo cui Madrid avrebbe concesso «la cittadinanza spagnola, quindi europea» confonde due istituti giuridici radicalmente diversi, e la cifra citata non corrisponde ad alcun dato ufficiale pubblicato. Non è un’imprecisione da conferenza stampa improvvisata: è stata pronunciata dal ministro degli Esteri della Repubblica, e ripetuta per giorni senza correzioni.

Vale ricordare che le regolarizzazioni straordinarie non sono un’invenzione socialista. La Spagna ne ha realizzate sette. I governi di José María Aznar ne concessero circa cinquecentomila tra il 2000 e il 2001; quello di José Luis Rodríguez Zapatero regolarizzò 576.506 persone nel 2005. Il ricorso periodico alla sanatoria è la conseguenza strutturale di un mercato del lavoro che assorbe manodopera irregolare e che, a intervalli regolari, deve far emergere ciò che ha prodotto. Anche l’Italia lo ha fatto, nel 2020 e in numerose occasioni precedenti, sotto governi di ogni colore.

Il secondo appiglio dell’accusa è una sentenza. La Sala del contenzioso amministrativo del Tribunal Supremo, in una decisione resa nota all’inizio di luglio 2026 relativa a un cittadino algerino intercettato in mare nel novembre 2024, ha stabilito che il respingimento immediato previsto dalla legge spagnola sugli stranieri non si applica a chi arriva a nuoto, perché in quel caso non viene superato alcun elemento di contenimento frontaliero: a queste persone va applicata la procedura ordinaria di rimpatrio, con le relative garanzie. La sentenza non abroga i rimpatri, non dichiara illegittimo il regime di frontiera e precisa che nulla impedirebbe il respingimento qualora esistessero elementi di contenimento in mare. Non a caso Madrid ha poi installato una barriera galleggiante di boe e cavi d’acciaio. Il governo spagnolo attribuisce l’ondata a una lettura strumentale della pronuncia da parte delle reti criminali: è un’attribuzione politica, non un fatto accertato.

Resta il terreno dei numeri, usato da entrambe le parti come clava. Sánchez ha pubblicato i dati Frontex sugli ingressi irregolari nell’Unione tra il 2021 e il 2026: 478.600 attraverso l’Italia, 340.600 lungo la rotta balcanica, 259.800 attraverso la Grecia, 234.760 attraverso la Spagna, 48.000 dalla frontiera orientale. Il Viminale ha replicato con il dato di tendenza: sbarchi in calo di circa il 55 per cento rispetto al 2025 e di circa l’82 per cento rispetto al 2023. Entrambe le serie sono plausibili e misurano cose diverse. Ciò che nessuna delle due misura è il costo di quella riduzione. Il calo degli sbarchi verso l’Italia è inseparabile dal memorandum tra Unione europea e Tunisia e dagli accordi bilaterali con otto Paesi di origine e transito rivendicati dallo stesso governo: una parte consistente del controllo delle frontiere europee è stata delegata ad apparati di sicurezza esterni all’Unione, sottratti a qualsiasi verifica giurisdizionale. Il numero scende perché la frontiera è stata spostata, non perché il fenomeno sia stato governato.

4. Chi ha pagato davvero

I morti sono la parte della vicenda che ha occupato meno spazio. L’Istituto di medicina legale di Ceuta ha comunicato il 4 agosto di avere ricevuto i corpi di settantanove persone decedute nelle traversate a nuoto, due delle quali recuperate il 29 luglio, prima degli ingressi di massa, e ha indicato in settantasette le vittime accertate dopo le autopsie. La Delegazione del governo nella città autonoma aveva parlato in precedenza di settantacinque; le autorità locali di Ceuta hanno riferito ottantotto corpi recuperati; le autorità marocchine ne hanno dichiarati almeno undici sul proprio lato. Ai morti di questi giorni si sommano almeno una trentina di decessi avvenuti dall’inizio dell’anno in tentativi analoghi. Le cifre restano provvisorie e divergenti: è una delle poche incertezze che nessuno dei protagonisti politici ha avuto interesse a chiarire.

C’è poi una domanda che il documento del Consiglio elogia senza porsi. La rapidità dei rimpatri è stata presentata da tutti come il segno dell’efficacia spagnola. Ma quarantottomila riconsegne in quarantotto ore, al ritmo dichiarato da fonti governative di centocinquanta persone al minuto, pongono esattamente il problema affrontato dal Tribunal Supremo poche settimane prima: quanto esame individuale è compatibile con quella velocità? Quanti tra coloro che sono stati riportati in Marocco avrebbero avuto titolo a chiedere protezione internazionale? La stessa Unione che ha appena ricordato la centralità delle garanzie procedurali ha applaudito una procedura di massa senza formulare la domanda. È il punto cieco condiviso dai due schieramenti di questa polemica, e nessuno dei due ha interesse a illuminarlo.

Resta infine la questione sollevata da Tajani, l’unica sostanziale dell’intera posizione italiana: la sorte delle alcune migliaia di cittadini subsahariani presenti a Ceuta che, non essendo marocchini, non rientrano negli accordi di riammissione con Rabat. Su di loro il documento del 4 agosto tace, e nessuna risposta europea è stata delineata. Sullo sfondo c’è il Marocco, che rivendica Ceuta e Melilla e ha già utilizzato l’allentamento dei controlli come leva diplomatica: accadde nel maggio 2021, quando circa ottomila persone attraversarono il confine in meno di settantadue ore durante la crisi seguita all’accoglienza in Spagna del leader del Fronte Polisario. L’esternalizzazione delle frontiere ha prodotto questo risultato strutturale: la tenuta dei confini europei, e con essa il destino di decine di migliaia di persone, dipende dalle convenienze di uno Stato terzo. Ogni accordo di questo tipo consegna a un governo esterno un rubinetto e la libertà di aprirlo quando gli conviene.

5. La cassaforte di Montecitorio

Mentre la macchina della propaganda lavorava sul fronte esterno, a Montecitorio si consumava una vicenda che nessuna emergenza mediterranea è riuscita a coprire del tutto. La procura di Roma ha chiesto alla Camera l’autorizzazione a utilizzare le chat scambiate tra Andrea Delmastro Delle Vedove, deputato di Fratelli d’Italia ed ex sottosegretario alla Giustizia, e Mauro Caroccia, imprenditore romano indicato dagli inquirenti come prestanome del clan camorristico Senese e condannato in primo grado nell’ambito di un’inchiesta antimafia. Le conversazioni riguardano frequentazioni, intercessioni e vicende giudiziarie di Caroccia.

È necessario essere precisi, perché la precisione qui è più efficace dell’indignazione. Delmastro non è imputato in quel procedimento. Le chat servono ai magistrati come materiale probatorio in un’indagine che riguarda Caroccia e la figlia Miriam, accusati di intestazione fittizia e riciclaggio con l’aggravante di aver agevolato il clan guidato da Michele Senese attraverso un’impresa aperta insieme al parlamentare e ad altri soci. Delmastro si è dimesso da sottosegretario il 24 marzo 2026, pochi giorni dopo la sconfitta del governo al referendum costituzionale sulla giustizia, proprio per questa vicenda societaria. Il 20 maggio la Corte d’appello di Roma ha confermato la sua condanna a otto mesi con pena sospesa per rivelazione di segreto d’ufficio nel caso Cospito, sentenza non definitiva contro la quale è stato annunciato ricorso in Cassazione. Delmastro afferma di non avere nulla da nascondere.

Il 22 luglio la Giunta per le autorizzazioni ha negato l’uso delle chat. Il procuratore capo di Roma Francesco Lo Voi ha allora inviato al presidente della Camera Lorenzo Fontana nuovo materiale depositato dall’avvocato di Caroccia. Il presidente della Giunta Devis Dori ne ha autorizzato la consultazione da parte dei componenti; Fontana ha congelato la decisione e il supporto informatico è finito chiuso in una cassaforte. Il 3 agosto la Giunta per il regolamento ha rimesso ogni valutazione alla Giunta per le autorizzazioni con un voto di sette a sei, con il deputato di Azione Antonio D’Alessio uscito dalla riunione prima del voto per ragioni che ha dichiarato personali. Il 4 agosto la Giunta per le autorizzazioni ha respinto a maggioranza l’integrazione istruttoria e rinviato tutto all’aula. Il relatore Pietro Pittalis, di Forza Italia, ha sostenuto che prendere visione delle chat prima di decidere costituirebbe un paradosso e che il materiale andrebbe restituito alla procura.

Qui sta il nodo, e va detto con nettezza. Il fondamento invocato dalla maggioranza non è pretestuoso: l’articolo 68 della Costituzione tutela una guarentigia reale, e la giurisprudenza costituzionale sul sequestro di corrispondenza parlamentare esiste ed è controversa. Ma un conto è discutere se quelle chat siano acquisibili; un altro è deliberare di non leggerle prima di deciderlo. La maggioranza ha scelto la seconda strada: ha rifiutato di conoscere il materiale su cui doveva pronunciarsi. Non è una garanzia costituzionale, è la sua parodia. Una guarentigia si applica dopo aver esaminato i fatti, non al posto dell’esame. E il risultato materiale non è la protezione di una prerogativa: è la sottrazione di elementi di prova a un’indagine sulla criminalità organizzata, con le chat destinate a tornare in procura coperte da segreto. Il presidente della Giunta ha annunciato il ricorso alla Corte costituzionale per conflitto di attribuzione.

Attorno a questo voto si è mossa una macchina organizzativa che dice molto. Missioni cancellate, telefonate ai singoli deputati, messaggi nelle chat dei gruppi, il ministro per i Rapporti con il Parlamento impegnato a richiamare in aula ministri e sottosegretari. Nello stesso Paese in cui il governo non riesce a garantire tempi accettabili per una visita specialistica, la macchina di partito si è rivelata perfettamente efficiente quando si è trattato di garantire i numeri per rispedire in procura un dischetto. La collocazione del voto nel calendario, il pomeriggio del 5 agosto, tra le comunicazioni del ministro dell’Economia sullo scostamento di bilancio e la fiducia sul decreto Giustizia, alla vigilia della pausa estiva, non è un caso: è la scelta consapevole di un orario in cui l’attenzione pubblica è minima. Il basso profilo, in questa vicenda, non è discrezione istituzionale. È tecnica di occultamento.

6. Ciò che è passato mentre si guardava altrove

Il Consiglio dei ministri del 4 agosto non si è occupato solo di emergenze. Nella stessa seduta ha esaminato in via definitiva il decreto legislativo che adegua la normativa nazionale al regolamento europeo sull’intelligenza artificiale per quanto riguarda l’uso dell’IA nell’attività di polizia, comprese le norme sul riconoscimento facciale. Ha esaminato il disegno di legge sul rafforzamento della capacità di difesa nazionale, che prevede un incremento progressivo degli organici delle Forze armate fino a quarantamila unità entro il 31 dicembre 2033, con circa cinquemila effettivi nel prossimo biennio. Ha esaminato il decreto legislativo di riorganizzazione e riordino delle funzioni della Corte dei conti, contro il quale l’Associazione dei magistrati contabili aveva chiesto un rinvio e minacciato lo sciopero in autunno. Completano l’elenco la legge di delegazione europea e un disegno di legge sulla responsabilità amministrativa delle persone giuridiche.

Sorveglianza biometrica, riarmo, controllo contabile sulla spesa pubblica. Tre materie che toccano il cuore del rapporto tra potere e cittadini, ciascuna delle quali meriterebbe settimane di discussione parlamentare e pubblica, liquidate in una singola seduta di inizio agosto, nei giorni in cui l’attenzione nazionale era catturata da una frontiera immaginaria e dalla contabilità dei deputati presenti in aula.

Non occorre ipotizzare un disegno per riconoscere il meccanismo. La saturazione dello spazio informativo produce lo stesso effetto della censura, con il vantaggio decisivo di non somigliarle. Nessun giornale viene chiuso, nessuna notizia viene vietata: semplicemente, quando la notizia arriva, non c’è più spazio né tempo perché diventi discussione. E la coerenza tra i piani è impressionante: mentre a Roma si approvano le norme sul riconoscimento facciale, il documento del Consiglio dell’Unione indica tra gli strumenti da sviluppare l’intelligence pre-frontaliera e il monitoraggio dei social network come sistemi di allerta precoce. La gestione delle migrazioni è da anni il laboratorio in cui si collaudano tecnologie di identificazione e previsione che vengono poi normalizzate sull’intera popolazione. Ciò che si costruisce sui corpi dei migranti finisce sistematicamente per applicarsi a tutti.

7. Il rimosso: Pozzuoli

Alle 19.46 del 31 luglio, mentre a Roma si perfezionava la sospensione di Schengen, una scossa di magnitudo 4.7 ha colpito i Campi Flegrei: la più forte registrata nell’area negli ultimi quarant’anni. Sono seguite una quindicina di repliche di magnitudo superiore a due. Il bilancio provvisorio parla di ventisei feriti, del crollo parziale del campanile della chiesa di San Francesco e Sant’Antonio da Padova a Pozzuoli, dell’interruzione della tratta della Cumana tra Bagnoli e Torregaveta per i danni alla galleria di Monte Olibano, di scuole inagibili.

Al 4 agosto la Protezione civile contava cinquantasette edifici inagibili, trecentonovantacinque unità abitative sgomberate e oltre settecento sfollati, dei quali cinquecentosessantotto sistemati autonomamente, con numeri destinati a crescere man mano che procedono le verifiche. Quella stessa mattina un migliaio di persone ha bloccato per un’ora il porto di Pozzuoli, interrompendo i collegamenti con Ischia e Procida, per chiedere un incontro con il ministro dell’Interno. La sera il Consiglio dei ministri ha stanziato cento milioni di euro e approvato un decreto legge che eleva dal 50 al 70 per cento la quota di contributo pubblico per gli interventi di riduzione della vulnerabilità sismica, estende il riconoscimento all’intera sequenza sismica del 2025 e alla scossa del 21 maggio 2026, riapre i termini per il contributo di autonoma sistemazione e rafforza i poteri del commissario straordinario.

Sono misure necessarie, e sarebbe scorretto negarlo. Ma la sequenza è impietosa. Una minaccia inesistente a oltre mille chilometri di distanza ha prodotto in ventiquattro ore un provvedimento del governo, una lettera firmata da ventidue capi di Stato e di governo e la convocazione di un vertice europeo. Settecento persone rimaste fuori casa in un’area a rischio vulcanico permanente, dove vivono centinaia di migliaia di abitanti su un patrimonio edilizio reso fragile da decenni di abusivismo e condoni, hanno ottenuto un primo stanziamento dopo quattro giorni e dopo aver bloccato un porto. Il bradisismo flegreo non è un evento imprevedibile: è una condizione strutturale nota da cinquant’anni. Cento milioni di euro, a fronte di quella vulnerabilità, non sono una politica: sono un acconto sull’emergenza successiva.

8. Quattro anni: il bilancio che nessuno recita

Questa settimana non si spiega senza il quadro in cui si colloca. Un governo che nel 2022 ha promesso di difendere il ceto medio, abbassare le tasse, fermare gli sbarchi e restituire dignità al lavoro arriva al quarto anno con un bilancio che i numeri raccontano meglio di qualunque polemica.

Il Rapporto annuale Istat presentato nel maggio 2026 certifica che alla fine del 2025, nonostante due anni consecutivi di recupero in termini reali delle retribuzioni contrattuali, la perdita di potere d’acquisto rispetto al 2019 resta pari all’8,6 per cento. Nel 2024 la povertà assoluta interessava 5,7 milioni di persone, il 9,8 per cento della popolazione, e 2,2 milioni di famiglie, con incidenze che salgono al 35,2 per cento tra le famiglie di soli stranieri e al 22,3 per cento tra quelle numerose con figli minori. Nel 2025 quasi undici milioni di persone, il 18,6 per cento, risultano a rischio di povertà. Anche nel ceto medio, che pure comprende il 61,2 per cento dei residenti, il 16,1 per cento delle famiglie dichiara di arrivare a fine mese con difficoltà; la quota sale al 45 per cento tra le famiglie a rischio di povertà. La povertà energetica, cioè l’incapacità di riscaldare adeguatamente la propria abitazione, è passata dal 7,7 per cento del 2022 al 9,1 per cento del 2024. Il 34,6 per cento dei trentenni nati tra il 1980 e il 1994 occupa oggi una posizione sociale più bassa di quella del padre alla stessa età.

Sul fronte della salute il quadro è ancora più netto. Secondo le elaborazioni della Fondazione Gimbe su dati Istat, nel 2024 il 9,9 per cento della popolazione, circa 5,8 milioni di persone, ha rinunciato ad almeno una visita specialistica o a un accertamento diagnostico pur avendone bisogno, contro il 7,6 per cento dell’anno precedente. Nel 2025 la spesa sanitaria complessiva ha raggiunto 190,1 miliardi di euro, l’8,4 per cento del prodotto interno lordo, ma la quota pagata direttamente dalle famiglie è salita a 42,4 miliardi, il 22,3 per cento del totale, contro una soglia del 15 per cento indicata dall’Organizzazione mondiale della sanità come limite oltre il quale l’equità di accesso è compromessa. L’Ufficio parlamentare di bilancio colloca quella quota circa nove punti sopra la media europea. Il Rapporto Eurispes 2026 registra che il 45,6 per cento delle famiglie ha difficoltà a pagare l’affitto e che il 34,6 per cento degli italiani ha rinunciato ai controlli medici periodici per motivi economici, in aumento rispetto al 27,2 per cento dell’anno precedente.

Questi non sono numeri astratti. Sono la traduzione statistica di ciò che accade quando una persona con una pensione di invalidità deve scegliere tra la bolletta e la visita di controllo, quando una famiglia che assiste un congiunto non autosufficiente scopre che il fondo per la non autosufficienza non copre neppure le ore minime, quando un giovane con un contratto stagionale non può prendere in affitto una casa perché la rata supera il salario mensile. Sono la misura di una società in cui il diritto alla salute previsto dall’articolo 32 della Costituzione è diventato, di fatto, una funzione del reddito disponibile.

Di nulla di tutto questo si è discusso nella settimana che abbiamo raccontato. Non perché manchino i dati, che sono pubblici e presentati alla Camera alla presenza del Presidente della Repubblica, ma perché discuterne avrebbe richiesto di rispondere a una domanda semplice: dopo quattro anni, che cosa è cambiato? La risposta, sul piano delle condizioni materiali della maggioranza della popolazione, è che è cambiato pochissimo, e che ciò che è cambiato è peggiorato. Nessuna propaganda può reggere un confronto simile. Per questo il confronto non deve avvenire.

9. Superficialità e autoritarismo, due facce dello stesso metodo

Sarebbe comodo, e sbagliato, liquidare tutto questo come incompetenza. L’incompetenza è casuale; qui si riconosce una coerenza. Il metodo consiste nel trattare la politica come produzione continua di eventi comunicativi, misurati sulla reazione immediata anziché sull’esito. Una sospensione di Schengen che non produce alcun effetto pratico ma occupa quattro giorni di telegiornali è, in questa logica, un successo pieno: ha fatto esattamente ciò per cui era stata concepita. Il fatto che si sia rivelata infondata davanti al Consiglio dell’Unione è irrilevante, perché nel momento della smentita l’attenzione si era già spostata altrove.

La superficialità, però, non resta neutra. Quando un governo scopre che governare l’attenzione è più semplice che governare i problemi, il passo successivo è ridurre gli spazi in cui l’attenzione potrebbe essere ricostruita. È qui che il metodo assume tratti che è legittimo definire autoritari, purché si dica con esattezza che cosa si intende. Non un colpo di mano, non la sospensione delle libertà: un logoramento paziente dei contrappesi. Il rifiuto di leggere le chat prima di decidere sul loro uso indebolisce il controllo giurisdizionale sulla politica. Il riordino delle funzioni della Corte dei conti, contestato dalla magistratura contabile, incide sul controllo della spesa pubblica. L’introduzione del riconoscimento biometrico affidato alle forze di polizia amplia il controllo del potere sui cittadini. L’aumento degli organici militari sposta risorse e cultura pubblica verso la dimensione della sicurezza. Nessuna di queste misure, presa da sola, è la fine della democrazia. Tutte insieme, approvate in una settimana d’agosto, descrivono una direzione.

Va aggiunto un elemento che il governo preferisce non ricordare: nel marzo 2026 gli elettori hanno respinto la riforma costituzionale della giustizia. Fu una sconfitta netta, e l’unica conseguenza visibile fu, pochi giorni dopo, la caduta di un sottosegretario travolto da una vicenda personale. Ciò che il voto popolare aveva negato per via costituzionale sta tuttavia procedendo per altre vie: scudi parlamentari, decreti legislativi delegati, riordini amministrativi. È la differenza tra chi accetta il verdetto di un referendum e chi lo aggira. Non è un’accusa: è la descrizione di una sequenza.

10. La fabbrica del consenso contro se stessi

Resta la domanda più difficile, quella che non si risolve accusando i governanti. Perché una parte consistente di elettori sostiene con convinzione politiche che ne peggiorano le condizioni di vita? Perché chi rinuncia a una visita specialistica per il costo del ticket vota per chi sposta risorse sul riarmo? Perché chi non riesce a pagare l’affitto si appassiona a un confine africano?

La risposta pigra è che le persone sono ingannate. È una risposta che consola chi la pronuncia e non spiega nulla. Il meccanismo è più profondo. La propaganda contemporanea non funziona convincendo: funziona offrendo un’identità e un colpevole a chi ha perso ogni altra forma di riconoscimento sociale. Nel momento in cui il sindacato non è più un luogo di appartenenza, il partito è diventato un comitato elettorale, la parrocchia e la sezione hanno chiuso, la fabbrica si è frammentata in appalti e piattaforme, resta un individuo isolato di fronte a uno schermo. A quell’individuo la destra non promette una condizione materiale migliore, cosa che sarebbe verificabile e quindi rischiosa: gli promette di appartenere alla parte giusta contro qualcuno di più debole. È un’offerta che non può essere falsificata dai fatti, perché non riguarda i fatti.

Chi si oppone dovrebbe partire da qui, e non lo fa. Nella settimana appena trascorsa le opposizioni hanno avuto ragione su ogni punto verificabile: Elly Schlein ha definito la sospensione una scelta da irresponsabili, Giuseppe Conte ha ricordato che Ceuta si trova in Africa a oltre settecento miglia nautiche dall’Italia, Riccardo Magi ha parlato di notizie false, il Movimento 5 Stelle ha portato in aula una cassaforte con lo striscione «fuori le chat». Il documento europeo del 4 agosto ha dato loro ragione punto per punto. Il risultato politico è stato pressoché nullo, e la ragione non è misteriosa: hanno giocato tutta la partita sul terreno scelto dall’avversario. Smentire una menzogna significa comunque parlare della menzogna. Chi stabilisce l’oggetto della conversazione ha già vinto metà della partita, anche quando ha torto marcio nel merito.

A questo si aggiunge la dinamica che spiega l’intera operazione. Le rilevazioni citate in questi giorni collocano Futuro Nazionale, il partito del generale Roberto Vannacci, attorno al 7 per cento, sopra la Lega e vicino a Forza Italia. Il governo insegue chi lo incalza sul fianco estremo; l’opposizione insegue il governo per denunciarlo. Il campo del discutibile slitta a destra a ogni giro, e i temi che riguardano le condizioni concrete delle persone escono dall’inquadratura. Costruire un’alternativa non significa avere ragione sulla cartografia. Significa disporre di un progetto riconoscibile su salari, casa, sanità pubblica, non autosufficienza, sicurezza sismica e idrogeologica, e di un’organizzazione capace di sostenerlo tutto l’anno e non solo alla vigilia del voto. Finché questo manca, ogni smentita puntuale resterà un esercizio di correttezza destinato a durare il tempo di un ciclo di notizie.

11. Che cosa resta

Non è in corso una dittatura, e chiamarla così sarebbe un errore analitico prima che una forzatura polemica. Le istituzioni hanno funzionato: la Spagna ha risposto, il Consiglio si è riunito, il documento finale ha detto ciò che i fatti imponevano, il presidente di una Giunta parlamentare ha annunciato ricorso alla Corte costituzionale, i cittadini di Pozzuoli hanno protestato e sono stati ricevuti. Il problema è di un altro ordine, e più insidioso. Una democrazia può conservare intatte tutte le sue procedure e perdere ugualmente sostanza, se il potere di stabilire di che cosa si parla è concentrato in poche mani e se il tempo dell’attenzione collettiva è troppo breve perché qualunque verifica arrivi a compimento.

La Costituzione conosce questo problema più di quanto si creda. L’articolo 21 non tutela soltanto il diritto di esprimersi, ma presuppone un ambiente informativo in cui le opinioni possano formarsi su basi verificabili. L’articolo 3, secondo comma, impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli che limitano di fatto l’eguaglianza e la partecipazione effettiva di tutti i lavoratori all’organizzazione politica del Paese: una partecipazione effettiva richiede informazione effettiva. L’articolo 11 meriterebbe di essere richiamato quando un aumento di quarantamila unità degli organici militari attraversa un Consiglio dei ministri in una giornata occupata da altro. L’articolo 32 è la misura contro cui vanno letti i 5,8 milioni di persone che rinunciano a curarsi. L’articolo 68 è una garanzia della funzione parlamentare, non uno scudo da usare senza guardare che cosa si sta coprendo.

La lezione di questi cinque giorni è che il conflitto politico decisivo non riguarda soltanto le decisioni, ma la loro visibilità. Chi controlla l’agenda decide che cosa esiste. Per questo la risposta non può essere soltanto la smentita, per quanto documentata, né l’indignazione, per quanto giustificata. Passa dalla ricostruzione paziente di ciò che negli ultimi trent’anni è stato smantellato: informazione indipendente e locale, corpi intermedi radicati, competenza diffusa, tempi lunghi di elaborazione. Passa dal riportare al centro le domande che non producono titoli ma determinano le vite. Chi paga la casa che il terremoto ha reso inagibile. Chi assiste una persona non autosufficiente quando il fondo si esaurisce. Chi risponde davanti a un cittadino identificato per errore da un algoritmo di riconoscimento facciale. Chi restituisce a settantasette famiglie i corpi dei loro morti.

Il documento europeo del 4 agosto raccomanda di contrastare la manipolazione delle informazioni. Letta nel contesto in cui è stata scritta, è una raccomandazione che andrebbe consegnata anzitutto a chi l’ha sollecitata. E resta agli elettori il compito, faticoso e non delegabile, di chiedere conto non solo delle promesse, ma dei silenzi. Ci si può ingannare per un giorno, per un mese, per un anno. Non per sempre: a condizione, però, che qualcuno continui a tenere il conto.

Fonti

Consiglio dell’Unione europea, Informal video conference of home affairs ministers, 4 agosto 2026.

Ansa, L’Italia sospende Schengen con la Spagna. Meloni: «Tutelata la sicurezza nazionale», 31 luglio 2026.

Il Post, L’Italia ha «sospeso» l’accordo di Schengen con la Spagna, 31 luglio 2026.

Il Post, Tutti contro Pedro Sánchez, 1° agosto 2026.

Il Foglio, La grande retromarcia su Ceuta: ora i ministri europei lodano la Spagna, 4 agosto 2026.

Il Fatto Quotidiano, Crisi Ceuta, riunione straordinaria ministri Ue: tre lettere sul tavolo, 4 agosto 2026.

Open, Vertice Ue sulla crisi a Ceuta, Madrid spegne gli allarmismi, 4 agosto 2026.

AgenSIR, Solidarietà alla Spagna, frontiere, rimpatri. Vertice Ue: parole senza fatti, 4 agosto 2026.

L’Espresso, Ceuta, Madrid al vertice Ue torna a sferzare l’Italia, 4 agosto 2026.

L’Espresso, Ceuta, Sanchez dà una lezione all’Italia con i dati Frontex sugli ingressi irregolari, 31 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, Ceuta, è scontro diplomatico. Tajani fa arrabbiare la Spagna, 30 luglio 2026.

Ansa, Salgono a 77 i morti nel tentativo di entrare a Ceuta, 4 agosto 2026.

Il Sole 24 Ore, Migranti, Ue: «Dopo Ceuta attivare sistemi di allerta precoce», 4 agosto 2026.

Gobierno de España, La Moncloa, Proceso de regularización migratoria extraordinaria: plazos y requisitos (Real Decreto 316/2026 del 14 aprile), 21 aprile 2026.

Maldita.es, La regularización extraordinaria de personas migrantes en España: preguntas y respuestas, 8 luglio 2026.

Euronews, Almost 1.2 million apply for Spain’s migrant regularisation scheme, official figures show, 2 luglio 2026.

Consejo General del Poder Judicial, El Tribunal Supremo confirma que la ley no permite las «devoluciones en caliente» de los migrantes que pretenden entrar a nado en Ceuta y Melilla, luglio 2026.

Ansa, La Giunta del Regolamento rinvia decisione sulle chat di Delmastro, è polemica, 3 agosto 2026.

Ansa, Giunta vota a maggioranza di portare caso delle chat di Delmastro subito in Aula, 4 agosto 2026.

Il Fatto Quotidiano, Caso Delmastro, la destra blocca le chat: si va al voto in Aula, 4 agosto 2026.

Askanews, Maggioranza tira dritto su no a chat Delmastro, opposizioni insorgono, 4 agosto 2026.

Il Messaggero, Delmastro, oggi il voto in aula sulle chat. Le opposizioni: ricorso alla Consulta, 5 agosto 2026.

Ansa, Confermata in appello la condanna a Delmastro per il caso Cospito, 20 maggio 2026.

Ansa, Attesi al Cdm del 4 agosto ddl per rafforzare Difesa e norme riconoscimento facciale, 31 luglio 2026.

Il Fatto Quotidiano, Consiglio dei ministri 4 agosto: Corte dei Conti e ddl Difesa, 4 agosto 2026.

Ansa, Musumeci: «Dal governo 100 milioni per l’emergenza nei Campi Flegrei», 4 agosto 2026.

Fanpage, Campi Flegrei, dal Governo 100 milioni per l’emergenza terremoto, 4 agosto 2026.

Istat, Rapporto annuale 2026, presentato alla Camera dei deputati il 20 maggio 2026 (sintesi Ansa).

Italpress, Rapporto annuale Istat, nel 2025 quasi 11 milioni di italiani a rischio povertà, 21 maggio 2026.

Quotidiano Sanità, Liste d’attesa, personale in crisi, rinuncia alle cure e fuga dei pazienti fuori regione, audizione Istat alla Camera, giugno 2026.

Fondazione Gimbe, elaborazioni su dati Istat sulla rinuncia alle prestazioni sanitarie.

Eurispes, Rapporto Italia 2026, maggio 2026.

Unione europea, Regolamento (UE) 2016/399, codice frontiere Schengen, articoli 25 e seguenti sul ripristino temporaneo del controllo di frontiera alle frontiere interne.

Costituzione della Repubblica italiana, articoli 3, 11, 21, 32 e 68.

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