Il laboratorio italiano tra riforma del lavoro, revisione costituzionale e crisi del Monte dei Paschi. Seconda parte del dossier.
La prima parte di questo dossier è disponibile qui: Quando la finanza guardò alle Costituzioni.
Premessa
La prima parte di questa inchiesta si è fermata davanti a una coincidenza storica che merita di essere studiata senza scorciatoie complottistiche, ma anche senza ingenuità.
Il 28 maggio 2013 J.P. Morgan pubblica il rapporto The Euro Area Adjustment: About Halfway There. Nel documento la banca d’affari americana non si limita ad analizzare spread, debito pubblico, competitività o bilance commerciali. Entra direttamente nel terreno politico e istituzionale.
Il problema dell’Europa meridionale, secondo gli analisti, riguarda anche i sistemi politici costruiti dopo la caduta dei fascismi. Tra le caratteristiche considerate problematiche vengono indicate la debolezza degli esecutivi, la relativa debolezza dello Stato centrale rispetto alle articolazioni territoriali, la protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori e persino il diritto di protesta contro cambiamenti indesiderati. Non si tratta di una ricostruzione polemica successiva: l’esistenza e il contenuto del documento sono stati verificati anche da analisi indipendenti che ne hanno contestualizzato le affermazioni.
Il rapporto contiene inoltre una formula particolarmente significativa, secondo la quale la riforma politica sarebbe stata appena cominciata. E l’Italia veniva considerata un passaggio decisivo di questo processo, un key test.
Che cosa accadde in Italia nei tre anni successivi? È qui che comincia la seconda parte dell’inchiesta.
1. Il criterio di lettura: misurare l’impatto, non cercare il mandante
Vale la pena ribadire il metodo enunciato nella prima parte, perché è ciò che distingue un’inchiesta da una suggestione.
Nessuno degli elementi che seguono dimostra l’esistenza di un ordine impartito da una banca d’affari a un governo. Quell’ordine non risulta, e questa inchiesta non lo cerca. I documenti pubblici delle grandi istituzioni finanziarie contengono diagnosi, non istruzioni. Ciò che si dice nei consigli consultivi internazionali, nei pranzi riservati, nei colloqui a margine dei forum non è verbalizzato e non lo sarà mai, non perché sia clandestino ma perché è il modo ordinario in cui si forma l’orientamento delle classi dirigenti.
Da qui discende una scelta precisa. Non misureremo i contatti, che sono per definizione indocumentabili nella loro sostanza. Misureremo la convergenza tra il paradigma formulato nel 2013 e gli atti compiuti dai governi italiani negli anni successivi. E soprattutto misureremo l’impatto di quegli atti sulla condizione materiale dei cittadini e sull’impianto sociale della Costituzione repubblicana.
È una scelta che rende l’analisi più solida, non più debole. Perché una legge dello Stato, un decreto legislativo, un quesito referendario, una sentenza della Corte costituzionale sono documenti pubblici, verificabili, opponibili a chiunque. Non hanno bisogno di rivelazioni. Hanno bisogno soltanto di essere letti in sequenza.
2. Prima del rapporto: Renzi, Blair e Jamie Dimon
Occorre innanzitutto correggere una possibile semplificazione cronologica. I rapporti tra Matteo Renzi e ambienti vicini a J.P. Morgan non cominciano dopo la pubblicazione del rapporto del maggio 2013. Sono precedenti.
Il primo giugno 2012, quando Matteo Renzi è ancora sindaco di Firenze e si prepara alla battaglia politica nazionale, incontra Tony Blair. La circostanza è documentata dalla stampa dell’epoca. Ma Blair non arriva a Firenze da solo: nelle iniziative di quei giorni compare anche Jamie Dimon, amministratore delegato di JPMorgan Chase. Il Corriere Fiorentino documentò allora il pranzo tra Renzi e Blair e la presenza di Dimon in città.
Questo elemento è importante perché Tony Blair, terminata la sua esperienza a Downing Street, aveva costruito una fitta rete internazionale di consulenze e rapporti con il mondo finanziario, comprendente anche J.P. Morgan. Renzi non ha mai nascosto la propria ammirazione politica per il blairismo.
Non esiste però alcun documento che dimostri che durante quegli incontri sia stato consegnato a Renzi un programma di riforme da eseguire. Questo confine deve essere mantenuto netto. Il rapporto esiste. Gli incontri esistono. Le relazioni esistono. La prova di un mandato politico impartito da J.P. Morgan a Renzi non emerge dalle fonti finora disponibili.
Ma è precisamente questa distinzione a rendere più interessante ciò che avviene dopo. Perché un incontro di quel tipo non serve a impartire istruzioni: serve a costruire riconoscimento reciproco. Un sindaco che ambisce alla guida del Paese viene introdotto, prima ancora di vincere qualsiasi elezione nazionale, nel circuito che stabilisce quali riforme siano considerate serie e quali velleitarie. Non riceve un programma. Acquisisce un orizzonte. Ed è l’orizzonte, non il programma, a determinare che cosa un governo considererà poi possibile e che cosa considererà impensabile.
3. Febbraio 2014: Renzi arriva a Palazzo Chigi
Il 22 febbraio 2014 Matteo Renzi diventa presidente del Consiglio. Sono trascorsi meno di nove mesi dalla pubblicazione del rapporto.
Il nuovo governo imprime immediatamente un’accelerazione a due grandi cantieri: la riforma del mercato del lavoro e la riforma delle istituzioni. Sono esattamente due dei terreni sui quali il rapporto del 2013 aveva individuato ostacoli strutturali alla trasformazione economica dell’Europa meridionale.
Questo non dimostra un rapporto causale. Dimostra però una convergenza sufficientemente precisa da meritare un confronto punto per punto.
4. Il Jobs Act: il primo grande cantiere
Il 3 aprile 2014 il governo Renzi presenta al Senato il disegno di legge destinato a diventare il Jobs Act. La documentazione ufficiale conferma che il provvedimento fu presentato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi e dal ministro del Lavoro Giuliano Poletti.
Il percorso conduce alla legge 10 dicembre 2014, numero 183, che delega il governo a intervenire sugli ammortizzatori sociali, sui servizi per il lavoro, sulle politiche attive e soprattutto sulla disciplina dei rapporti di lavoro. Uno dei provvedimenti fondamentali di attuazione è il decreto legislativo 4 marzo 2015, numero 23, entrato in vigore il 7 marzo 2015: il decreto sul contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti.
La questione politicamente più importante riguarda il sistema di protezione contro il licenziamento illegittimo. Per i nuovi assunti cambia profondamente il rapporto tra reintegrazione e tutela economica. Non scompare qualsiasi possibilità di reintegro, come talvolta viene affermato in maniera troppo semplicistica, ma la tutela reintegratoria viene fortemente circoscritta e l’indennizzo economico assume un ruolo molto più ampio.
È una trasformazione sostanziale della filosofia sulla quale per decenni era stata costruita una parte del diritto del lavoro italiano. E qui va detto con chiarezza che cosa significa, sul piano dei principi: si passa da un sistema nel quale il licenziamento illegittimo veniva considerato un atto da annullare, restituendo al lavoratore il proprio posto, a un sistema nel quale quel licenziamento diventa in larga parte un costo prevedibile, quantificabile in anticipo e iscrivibile a bilancio. Il diritto smette di essere un limite e diventa un prezzo.
Ed ecco il primo confronto. Il rapporto del 2013 indicava tra le caratteristiche problematiche dei sistemi dell’Europa meridionale la protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori. Tra il 2014 e il 2015 il governo italiano realizza una delle più profonde revisioni della disciplina dei licenziamenti e del sistema delle tutele degli ultimi decenni.
Convergenza non significa causalità. Ma la convergenza esiste, ed è documentata dalla Gazzetta Ufficiale.
5. Un’eredità che la Corte costituzionale ha dovuto correggere
C’è un elemento successivo che permette di valutare la profondità di quella trasformazione, e che rappresenta forse la verifica più autorevole disponibile.
Negli anni seguenti la Corte costituzionale è intervenuta ripetutamente sulla disciplina introdotta dal decreto legislativo numero 23 del 2015. Lo testimonia anche la documentazione ufficiale relativa al referendum abrogativo del 2025: nel ricostruire il testo sottoposto agli elettori vengono espressamente richiamate diverse sentenze costituzionali intervenute sulla materia. Ancora nel 2025 la Consulta ha dichiarato costituzionalmente illegittima una parte dell’articolo 9 del decreto, relativa al limite dell’indennizzo previsto per i lavoratori delle imprese al di sotto di una determinata soglia dimensionale.
Questo non significa che la Corte abbia dichiarato incostituzionale il Jobs Act nel suo complesso. Significa però qualcosa di politicamente più preciso: l’equilibrio costruito nel 2015 eccedeva, in più punti, i limiti che la Costituzione pone al legislatore in materia di lavoro. Non è stata la polemica politica a stabilirlo, ma il giudice delle leggi.
Ed è esattamente il punto sul quale il rapporto del 2013 aveva posato lo sguardo. La protezione costituzionale dei diritti dei lavoratori non è un’opinione né una rigidità culturale: è un vincolo giuridico che nessuna maggioranza può comprimere oltre una certa soglia. La legislazione di quegli anni si è spinta contro quel vincolo e la Corte l’ha respinta. Il che dimostra due cose insieme: che l’agenda descritta nel 2013 ha effettivamente trovato traduzione normativa, e che la Costituzione ha funzionato come argine.
6. Dal lavoro alla Costituzione
Il parallelismo più impressionante riguarda però il secondo grande cantiere del governo Renzi: la Costituzione.
Il progetto Renzi Boschi interviene sulla seconda parte della Carta e propone una trasformazione rilevante dell’architettura istituzionale italiana. Il testo approvato dal Parlamento prevedeva, tra l’altro: il superamento del bicameralismo paritario; la trasformazione delle funzioni e della composizione del Senato; la riduzione del numero dei senatori; la soppressione del CNEL; una nuova distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni attraverso la revisione del Titolo V. Sono gli stessi elementi riassunti nel quesito ufficiale del referendum del 4 dicembre 2016.
Qui il confronto con il documento del 2013 diventa ancora più stringente. Il rapporto aveva indicato tra le debolezze dell’Europa meridionale gli esecutivi deboli e gli Stati centrali deboli rispetto alle Regioni. Tre anni dopo, la riforma costituzionale italiana interviene precisamente sull’assetto parlamentare e sul rapporto tra Stato e Regioni.
Questo non consente di scrivere che J.P. Morgan ordinò e Renzi eseguì. Sarebbe una conclusione non dimostrata, e affermarla significherebbe consegnare a chi la contesta la possibilità di archiviare l’intera questione.
Consente però di formulare una domanda storicamente e politicamente legittima: perché la diagnosi elaborata nel 2013 da una delle maggiori banche d’affari del mondo sembra sovrapporsi, su alcuni punti fondamentali, all’agenda riformatrice realizzata in Italia negli anni immediatamente successivi? E soprattutto: quale idea di democrazia veniva incorporata in quel progetto, se i suoi obiettivi coincidevano con ciò che un investitore internazionale considerava un ostacolo?
Va ricordato, per onestà analitica, che l’insofferenza verso il bicameralismo e verso l’assetto regionale ha radici italiane antiche e non nasce nel 2013. Ma il modo in cui quella insofferenza viene tradotta, il momento storico, la velocità impressa e il quadro argomentativo della governabilità appartengono pienamente al paradigma che il rapporto descriveva.
7. Il 2016: J.P. Morgan rientra nella storia, questa volta con il Monte dei Paschi
Nell’estate del 2016 Matteo Renzi è presidente del Consiglio. Jamie Dimon è alla guida di JPMorgan Chase. Il Monte dei Paschi di Siena è nel pieno di una crisi gravissima. Ed è a questo punto che Renzi e Dimon si incontrano nuovamente.
La ricostruzione pubblicata successivamente da Reuters è particolarmente importante perché fondata su fonti bancarie e politiche. Secondo l’agenzia, l’idea di tentare un salvataggio privato del Monte dei Paschi nacque durante un pranzo a Roma tra Jamie Dimon e Matteo Renzi. J.P. Morgan assunse poi un ruolo centrale nel tentativo di ricapitalizzazione della banca. Anche il Wall Street Journal descrisse in quel periodo il ruolo crescente di Dimon nella crisi bancaria italiana e ricordò l’incontro con Renzi.
Non siamo più, dunque, nel territorio delle affinità ideologiche. Qui esiste un rapporto operativo concreto tra il governo italiano e la banca americana su uno dei dossier finanziari più delicati del Paese.
E vale la pena osservare la forma di quel rapporto, perché conferma esattamente il criterio esposto in apertura. Un’operazione da miliardi di euro, destinata a incidere sui risparmi di centinaia di migliaia di persone e sulla stabilità del sistema bancario nazionale, prende avvio non da un atto di indirizzo parlamentare ma da un pranzo. Non c’è nulla di illegale. C’è però un fatto costituzionalmente rilevante: la sede in cui matura la decisione non è quella prevista dall’articolo 95 della Costituzione, e chi ne subirà le conseguenze non ne ha avuto notizia se non a cose fatte.
8. Il caso Viola Morelli
Dentro questa vicenda avviene un altro passaggio controverso.
Nel settembre 2016 Fabrizio Viola lascia la guida del Monte dei Paschi. Al suo posto arriva Marco Morelli, che aveva alle spalle una lunga carriera bancaria comprendente un’esperienza in J.P. Morgan, oltre a incarichi in Merrill Lynch e nella stessa MPS.
La stampa dell’epoca ricostruì pesanti interferenze politiche nella sostituzione del vertice. Il 3 ottobre 2016 Il Fatto Quotidiano, riprendendo un editoriale dell’ex direttore del Corriere della Sera Ferruccio de Bortoli, riferì una ricostruzione estremamente delicata: secondo de Bortoli, il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan avrebbe comunicato al presidente di MPS Massimo Tononi la necessità di sostituire Viola, indicando contestualmente Morelli. De Bortoli chiedeva pubblicamente trasparenza sui rapporti tra il governo Renzi e J.P. Morgan e parlava di una vicenda oscura. Anche altre fonti dell’epoca documentano la successione Viola Morelli e il ruolo di J.P. Morgan come advisor del piano di salvataggio.
Occorre ancora una volta distinguere. È documentato che J.P. Morgan fosse coinvolta nel piano. È documentato che Morelli sostituì Viola. È documentato che Morelli avesse precedentemente lavorato per J.P. Morgan. È documentato che la stampa dell’epoca attribuì al governo un ruolo determinante nella sostituzione.
Più difficile è trasformare queste circostanze nella prova di una catena di comando tra la banca, il governo e MPS. Sarebbe una conclusione ulteriore, che richiederebbe documenti interni, verbali o testimonianze definitive.
Ma anche qui il punto non è la catena di comando. Il punto è che il vertice di una banca partecipata dallo Stato, in una operazione di cui la banca d’affari americana era advisor, viene individuato in una persona proveniente da quella stessa area professionale, attraverso un percorso che la stampa colloca fuori dalle sedi formali. Non serve un ordine perché il risultato sia coerente con un interesse: basta che a decidere siano persone che condividono lo stesso ambiente, la stessa formazione e la stessa idea di ciò che è ragionevole.
9. Vittorio Grilli: la porta girevole
C’è poi un nome che collega direttamente istituzioni pubbliche italiane e J.P. Morgan: Vittorio Grilli.
Grilli era stato direttore generale del Tesoro e successivamente ministro dell’Economia nel governo Monti. Terminata l’esperienza governativa entra in J.P. Morgan, assumendo un ruolo di primo piano nelle attività della banca in Europa, Medio Oriente e Africa. Nelle ricostruzioni del 2016 il suo nome compare anche nell’ambito dei rapporti tra Dimon, Renzi e il dossier Monte dei Paschi.
Il fenomeno merita di essere osservato oltre il singolo caso. Le cosiddette revolving doors, le porte girevoli tra istituzioni pubbliche, banche d’affari, grandi società di consulenza e organismi sovranazionali, costituiscono uno degli elementi strutturali del capitalismo finanziario contemporaneo.
Non occorre immaginare riunioni segrete. Il potere può funzionare in maniera molto più semplice ed efficace. Le stesse persone attraversano governi, ministeri, banche centrali, istituzioni europee e grandi gruppi finanziari. Condividono linguaggi, relazioni professionali, modelli economici e spesso una medesima concezione di ciò che è considerato necessario o inevitabile.
E qui va detta la cosa che pesa davvero. Un dirigente pubblico che sa di poter approdare, dopo il mandato, ai vertici della finanza privata non ha bisogno di essere corrotto per orientare le proprie scelte. Non c’è dolo, spesso non c’è nemmeno consapevolezza. C’è una struttura di incentivi che produce da sola conformità. È per questo che la questione non si risolve sul terreno penale, dove quasi sempre non c’è reato, ma su quello costituzionale e democratico, dove il problema è intero.
10. Il referendum del 4 dicembre
Arriviamo così al passaggio decisivo. Il 4 dicembre 2016 gli italiani vengono chiamati a pronunciarsi sulla riforma costituzionale Renzi Boschi. L’affluenza raggiunge il 65,47 per cento. La riforma viene respinta. Il progetto di revisione non entra in vigore e Matteo Renzi annuncia le dimissioni.
Il significato politico del referendum supera però la sorte personale del presidente del Consiglio.
Tre anni prima J.P. Morgan aveva sostenuto che la riforma politica dell’Europa meridionale era appena cominciata, individuando tra gli ostacoli sistemi istituzionali caratterizzati da esecutivi deboli, Stati centrali deboli rispetto alle Regioni, forti protezioni dei lavoratori e capacità sociale di resistere alle trasformazioni.
L’Italia aveva poi intrapreso una riforma profonda del mercato del lavoro, una revisione del rapporto tra Stato e Regioni, una trasformazione del bicameralismo e una modifica complessiva dell’equilibrio istituzionale.
Il primo progetto, il Jobs Act, è diventato legge. Il secondo si è infranto sul referendum.
Questa asimmetria è il dato politico più importante dell’intera vicenda, e va letta con precisione. Ciò che poteva essere realizzato per via legislativa ordinaria è stato realizzato. Ciò che richiedeva il consenso diretto del corpo elettorale è stato respinto. Il diritto di protesta e la capacità sociale di resistere, che il rapporto del 2013 elencava tra le caratteristiche problematiche, hanno funzionato esattamente come i costituenti avevano previsto: non come un intralcio, ma come l’ultima parola.
Dieci anni dopo la scena si è ripetuta quasi identica. Il 22 e 23 marzo 2026 gli italiani sono stati chiamati a un nuovo referendum confermativo, questa volta sulla legge costituzionale voluta dal governo Meloni in materia di ordinamento giurisdizionale: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, sdoppiamento del Consiglio superiore della magistratura in due organi distinti, sorteggio dei componenti e istituzione di un’Alta Corte disciplinare. Con un’affluenza del 58,9 per cento il No ha prevalso con circa il 53,6 per cento dei voti e la riforma non è entrata in vigore. Anche in quel caso il testo era stato approvato dal Parlamento senza raggiungere la maggioranza dei due terzi, e anche in quel caso l’ultima parola è spettata al corpo elettorale. Due volte in dieci anni, sul terreno costituzionale, la sovranità popolare ha fermato la revisione dell’architettura dei poteri. È la conferma più chiara della tesi di questa inchiesta: ciò che passa per via ordinaria passa, ciò che deve passare per il voto diretto degli elettori incontra un limite. Ed è esattamente per questo che il vero terreno di trasformazione si è progressivamente spostato altrove, fuori dal circuito che la Costituzione sottopone al giudizio popolare.
11. Tony Blair, dal consiglio della banca al governo di Gaza
Un elemento che la prima parte del dossier aveva lasciato aperto merita ora di essere ripreso, perché illumina meglio di ogni altro la natura del circuito di cui stiamo parlando.
Tony Blair, presente a Firenze nel 2012 accanto a Jamie Dimon, sarebbe divenuto negli anni successivi presidente del J.P. Morgan International Council, l’organismo consultivo internazionale della banca, come risulta dalla documentazione societaria di JPMorgan Chase riferita al marzo 2025.
Ma la traiettoria non si ferma lì. Nel gennaio 2026, nell’ambito del piano statunitense in venti punti per il dopoguerra a Gaza, il cosiddetto Board of Peace è stato istituito il 15 gennaio 2026 sulla base della risoluzione 2803 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Presieduto da Donald Trump, l’organismo comprende tra i suoi membri Tony Blair, insieme all’inviato Steve Witkoff, al genero del presidente statunitense Jared Kushner, al segretario di Stato Marco Rubio, al presidente della Banca mondiale Ajay Banga e al finanziere Marc Rowan, amministratore delegato di Apollo Global Management. Blair, Kushner e Witkoff figurano anche nel Gaza Executive Board, incaricato di sostenere la governance e i servizi nel territorio. Nel giugno 2026 fonti riferite al Times of Israel indicavano un ampliamento del ruolo di Blair all’interno dell’organismo, con funzioni di carattere più direttamente gestionale, dopo che la carica di alto rappresentante per Gaza era stata attribuita all’ex inviato delle Nazioni Unite Nickolay Mladenov. Nessun altro Paese del G7, oltre agli Stati Uniti, ha aderito al board.
Perché questo passaggio riguarda la nostra inchiesta?
Perché descrive con esattezza la fisionomia del potere che stiamo cercando di mettere a fuoco. La stessa persona che nel 2012 accompagna un dirigente della finanza americana nell’incontro con un futuro presidente del Consiglio italiano, che presiede il consiglio internazionale di una banca d’affari, siede oggi in un organismo che amministra il destino di un territorio devastato dalla guerra, nel quale non è presente alcun rappresentante palestinese. Accanto a lei siedono un presidente della Banca mondiale e il vertice di un grande fondo di investimento.
Non è una coincidenza estetica. È la stessa architettura, applicata a scale diverse. Un consesso che non deriva da alcuna elezione, che non risponde ad alcun corpo elettorale, che non è sottoposto a verifica democratica, e che tuttavia definisce l’orizzonte del possibile: in un caso per le riforme di un Paese europeo, nell’altro per la ricostruzione e la governance di una popolazione sotto occupazione, la cui volontà non è mai stata consultata.
Chi ha seguito la vicenda italiana riconoscerà il meccanismo. Ricostruzione, investimenti, stabilità, governance tecnocratica: lo stesso lessico che accompagnò l’aggiustamento dell’Europa meridionale ricompare, quindici anni dopo, applicato a Gaza. E vale la pena ricordare che quel lessico ha una funzione precisa: sostituire alla domanda politica su chi decide la domanda tecnica su che cosa è efficiente.
12. Una cronologia che merita di essere letta tutta insieme
Il primo giugno 2012 Matteo Renzi, ancora sindaco di Firenze, incontra Tony Blair; Jamie Dimon è a Firenze nell’ambito degli incontri organizzati in quei giorni.
Il 28 maggio 2013 J.P. Morgan pubblica The Euro Area Adjustment: About Halfway There e individua nelle strutture politico costituzionali dell’Europa meridionale uno degli ostacoli al processo di aggiustamento.
Il 22 febbraio 2014 Matteo Renzi diventa presidente del Consiglio.
Il 3 aprile 2014 il governo presenta il disegno di legge che condurrà al Jobs Act.
Il 10 dicembre 2014 viene approvata la legge delega numero 183.
Il 7 marzo 2015 entra in vigore il decreto legislativo numero 23 sul contratto a tutele crescenti.
Tra il 2014 e il 2016 procede parallelamente la riforma costituzionale Renzi Boschi.
Nell’estate del 2016 Renzi e Jamie Dimon discutono della crisi del Monte dei Paschi; J.P. Morgan assume un ruolo centrale nel progetto di ricapitalizzazione privata.
Nel settembre 2016 Fabrizio Viola lascia MPS e viene sostituito da Marco Morelli, mentre J.P. Morgan è advisor dell’operazione.
Il 4 dicembre 2016 il referendum costituzionale respinge la riforma Renzi Boschi.
Nel dicembre 2016 fallisce il tentativo di ricapitalizzazione privata di MPS e si apre la strada all’intervento pubblico.
Negli anni successivi la Corte costituzionale interviene ripetutamente sulla disciplina introdotta nel 2015, dichiarando illegittime alcune sue parti.
Nel marzo 2025 la documentazione societaria di JPMorgan Chase indica Tony Blair come presidente del J.P. Morgan International Council.
Nel gennaio 2026 Tony Blair entra nel Board of Peace istituito per la gestione del dopoguerra a Gaza, presieduto da Donald Trump.
13. Non un complotto, ma un sistema
A questo punto emerge la conclusione di questa seconda parte.
Il problema non è trovare il documento nel quale Jamie Dimon ordina a Matteo Renzi di modificare la disciplina dei licenziamenti o l’assetto del Senato. Quel documento, con ogni probabilità, non esiste. Cercarlo farebbe perdere di vista il fenomeno reale, e regalerebbe a chi difende quel sistema l’argomento più comodo: che in assenza di prove non ci sia nulla da discutere.
Il rapporto del 2013 ci permette di vedere qualcosa di più importante: come una parte della grande finanza internazionale leggeva la democrazia europea uscita dalla sconfitta del fascismo. Diritti sociali, forza del lavoro organizzato, autonomie territoriali, meccanismi parlamentari di mediazione e capacità di protesta potevano essere considerati non soltanto conquiste democratiche, ma anche vincoli all’adattamento economico.
Ed è qui che la questione diventa politica. Ciò che per una Costituzione democratica rappresenta una garanzia può rappresentare, dal punto di vista dell’investitore, una rigidità. Ciò che per il cittadino è un diritto può diventare, nel linguaggio finanziario, un ostacolo. Ciò che per la democrazia costituzionale è equilibrio dei poteri può essere interpretato come debolezza dell’esecutivo.
È questa distanza tra Costituzione sociale e razionalità finanziaria che attraversa l’intera vicenda.
La finanza non deve necessariamente ordinare alla politica ciò che deve fare. Può esercitare un potere più profondo: stabilire ciò che i mercati considerano razionale, credibile, moderno e inevitabile. Il governo che accetta quel paradigma non ha bisogno di ricevere ordini, perché agisce già dentro lo stesso orizzonte culturale. Ed è precisamente questa la ragione per cui non troveremo mai la prova che molti cercano: non perché sia nascosta, ma perché il meccanismo non ne produce.
Presi singolarmente, gli elementi qui raccolti non dimostrano una regia unica. Messi in sequenza descrivono una rete di relazioni, una convergenza di linguaggi e obiettivi, e una direzione di marcia che ha inciso concretamente sulla vita delle persone: sulla possibilità di essere reintegrati dopo un licenziamento ingiusto, sull’equilibrio tra rappresentanza e decisione, sulla titolarità effettiva delle scelte che riguardano tutti.
Il rapporto del 2013 sosteneva che la riforma politica era appena cominciata. In Italia, pochi mesi dopo, sarebbe cominciata davvero. Ma il 4 dicembre 2016, almeno sul terreno costituzionale, furono gli elettori a interromperla.
Resta però la domanda che questa inchiesta consegna alla terza parte. Ciò che nel 2016 fu fermato dal voto popolare è stato realmente abbandonato, o è stato ripreso per altre vie, in altre forme e con altri nomi negli anni successivi? È lì, e non nella ricerca di un mandante, che si misura la reale capacità di resistenza della Costituzione repubblicana.
Fonti
J.P. Morgan, Europe Economic Research, The Euro Area Adjustment: About Halfway There, 28 maggio 2013.
Corriere Fiorentino, cronaca del primo giugno 2012 relativa all’incontro tra Matteo Renzi e Tony Blair e alla presenza di Jamie Dimon a Firenze.
Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana: disegno di legge presentato il 3 aprile 2014; legge 10 dicembre 2014, numero 183; decreto legislativo 4 marzo 2015, numero 23; documentazione relativa al referendum abrogativo del 2025 e alle pronunce della Corte costituzionale sulla disciplina delle tutele crescenti.
Ministero dell’Interno, quesito e risultati ufficiali del referendum costituzionale del 4 dicembre 2016.
Ministero dell’Interno e rilevazioni Youtrend, dati sul referendum costituzionale confermativo del 22 e 23 marzo 2026 in materia di ordinamento giurisdizionale: affluenza al 58,9 per cento e prevalenza del No con circa il 53,6 per cento dei voti.
Reuters, ricostruzione del ruolo di J.P. Morgan e dell’incontro tra Jamie Dimon e Matteo Renzi nel tentativo di ricapitalizzazione privata del Monte dei Paschi di Siena.
Wall Street Journal, cronache del 2016 sul ruolo di Jamie Dimon nella crisi bancaria italiana.
Il Fatto Quotidiano, 3 ottobre 2016, ricostruzione della sostituzione di Fabrizio Viola con Marco Morelli e ripresa dell’editoriale di Ferruccio de Bortoli.
Il Manifesto, cronache del 2016 sul ruolo di J.P. Morgan come advisor dell’operazione MPS.
JPMorgan Chase and Co., documentazione societaria relativa al J.P. Morgan International Council, marzo 2025.
House of Commons Library, briefing sul Board of Peace e sul comitato transitorio per Gaza, 2026; CNN e Al Jazeera, gennaio 2026, sulla composizione del Board of Peace e del Gaza Executive Board; Times of Israel, giugno 2026, sull’ampliamento del ruolo di Tony Blair nell’organismo.
La terza e ultima parte del dossier è ora disponibile: Dal Britannia al PNRR.
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