Secondo di due articoli dedicati al Melonellum. La prima parte: La maggioranza fabbricata (parte prima).
Perché i pochi hanno bisogno di un comando solo. La governabilità come forma politica del neoliberismo: dalla sovranità migrata ai mercati al capo che sostituisce il programma. Anatomia di una controriforma che disciplina il lavoro e blinda la diseguaglianza.
1. Dalla regola al regime
Nella prima parte abbiamo seguito il meccanismo del Melonellum: il premio che converte una minoranza nella maggioranza assoluta dei seggi, le liste bloccate che consegnano alle segreterie la scelta degli eletti, lo svuotamento della rappresentanza. Ma per capire che cosa quel meccanismo serva davvero occorre alzare lo sguardo dalla formula di ripartizione dei seggi alla forma di potere che essa esprime. Il Melonellum non è anzitutto un problema elettorale: è la traduzione istituzionale di una mutazione più profonda, il passaggio dalla democrazia alla postdemocrazia. E quella mutazione ha una parola d’ordine, ripetuta da quarant’anni come se fosse ovvia: governabilità.
2. Genealogia di una parola: la governabilità come progetto
La parola governabilità non è neutra e non è antica. È entrata nel lessico politico in un momento preciso e con uno scopo preciso. Nel 1975 la Commissione Trilaterale pubblicò un rapporto dal titolo eloquente, La crisi della democrazia, firmato da Michel Crozier, Samuel Huntington e Joji Watanuki. La diagnosi era che le democrazie occidentali soffrissero non di troppa poca, ma di troppa democrazia: un eccesso di partecipazione, di domande, di aspettative che le rendeva, secondo gli autori, ingovernabili. La cura prescritta era coerente: abbassare le attese, contenere la partecipazione, restituire autorità alle élite di governo, sottrarre la decisione alla pressione dei governati. La governabilità nasce qui, come nome di un progetto: non un valore della democrazia, ma un limite imposto ad essa. Quando, sul finire degli anni Settanta, la parola arrivò in Italia, portava con sé questo codice genetico: governare contro l’eccesso di democrazia, non attraverso di esso. Ogni riforma elettorale da allora è stata un capitolo di questo programma, lo sforzo di convertire il rumore della rappresentanza nel silenzio del comando.
3. La sovranità che ha cambiato indirizzo
Perché il blocco dominante ha bisogno di un esecutivo compatto e rapido? Perché le decisioni che contano sono state spostate fuori dalla portata del voto. Nel corso di quattro decenni la sovranità ha cambiato indirizzo: non risiede più nel popolo che vota, ma si è trasferita ai mercati che giudicano i bilanci, alle regole fiscali iscritte nei trattati, alla tecnocrazia che stabilisce ciò che è possibile e ciò che non lo è. La classe dirigente italiana ha teorizzato tutto questo apertamente con la formula del vincolo esterno, che Guido Carli consegnò come strategia di governo: il legame europeo, prima lo Sme, poi l’euro, poi le regole di bilancio, come strumento per imporre in casa ciò che il consenso interno avrebbe rifiutato. Il simbolo di questa parabola è la costituzionalizzazione dell’austerità: nel 2012, sotto la pressione del Fiscal Compact, l’articolo 81 della Costituzione fu riscritto per iscrivervi il pareggio di bilancio, nella stessa Carta che pone il lavoro e la sovranità popolare al proprio fondamento. Con le grandi scelte ormai predecise dai trattati e dai mercati, al Parlamento resta la ratifica. E per ratificare in fretta non serve un’assemblea che delibera: serve una maggioranza docile e compatta. Il Melonellum fabbrica esattamente questo.
4. Il capo al posto del programma
Ma una politica che non può più distribuire vantaggi materiali, perché il menù è fissato dal vincolo esterno, deve compensare. Offre, al posto della sostanza, lo spettacolo della decisione: il leader forte, il plebiscito, il nome stampato sulla scheda. È questa la logica profonda del premierato e del premio di maggioranza. Quando i partiti non riescono più a rappresentare interessi sociali in conflitto, perché la politica economica resta in sostanza la stessa quale che sia il vincitore, allora personalizzano: il capo diventa il surrogato del programma, il pubblico prende il posto dell’elettorato, il voto si fa acclamazione. È un bonapartismo plebiscitario, nel quale l’esecutivo trae la propria legittimità direttamente dal popolo proprio per affrancarsi dalla rappresentanza organizzata del popolo. L’uomo solo al comando non è forza: è la forma istituzionale di una politica che non ha più nulla da offrire se non il comando stesso.
5. Il contenuto di classe della governabilità
Qui è il cuore della questione, ed è la parte che il dibattito tecnico evita con cura. La governabilità è, in ultima istanza, disciplinamento del lavoro. L’esecutivo compatto è necessario perché il progetto economico che esso serve danneggia la maggioranza sociale, e dev’essere perciò schermato dal suo voto. Si guardi all’Italia di questi mesi. L’Istat conta 5,8 milioni di persone che nel 2024 hanno rinunciato a curarsi, a una visita, a un esame, sconfitte dalle liste d’attesa e dai costi: un milione e trecentomila in più rispetto all’anno precedente. Le famiglie pagano ormai di tasca propria oltre quaranta miliardi di euro, più di un quinto dell’intera spesa sanitaria, perché il servizio pubblico è stato definanziato fino a renderlo residuale. E nella stessa stagione la principale misura fiscale del governo, il taglio del secondo scaglione dell’imposta sul reddito, destina, per stima dello stesso Istat, oltre l’ottantacinque per cento delle proprie risorse ai quinti più ricchi del Paese. È questo il contenuto reale della parola stabilità: il trasferimento di ricchezza verso l’alto, la privatizzazione del rischio, la trasformazione dei diritti in merci. L’ingegneria elettorale è lotta di classe condotta con mezzi costituzionali: il blocco dominante costruisce lo scudo istituzionale che protegge una politica economica che la maggioranza non ratificherebbe mai, se le fosse chiesto consapevolmente.
6. Il neoliberismo autoritario e l’architettura del dominio
Nessuno di questi tasselli vive isolato, e il Melonellum non fa eccezione: ne è la chiave di volta. Attorno ad esso la maggioranza sta costruendo l’architettura di ciò che diversi studiosi hanno chiamato neoliberismo autoritario. Il premierato che subordina Parlamento e Quirinale all’esecutivo; la separazione delle carriere che indebolisce il controllo giurisdizionale sul potere e sui reati economici e politici; l’autonomia differenziata che frammenta la solidarietà nazionale e territorializza la capacità fiscale, così che la ricchezza delle regioni forti resti alle regioni forti; la pressione sul servizio pubblico e sulla libertà di informazione, per restringere lo spazio del dissenso. Ogni pezzo, preso da solo, può essere venduto come modernizzazione tecnica. Letti insieme, compongono un unico progetto: un esecutivo isolato da ogni contropotere, il Parlamento, la magistratura, le regioni della solidarietà, la stampa libera, e perciò libero di governare contro la società. La legge elettorale è la chiave di volta perché è ciò che tiene fermo l’intero arco: senza la maggioranza fabbricata, il resto della costruzione crolla.
7. Il guscio vuoto: la postdemocrazia
Ciò che ne risulta è quello che Colin Crouch, ormai vent’anni fa, ha chiamato postdemocrazia: un regime che conserva intatte le forme della democrazia, le elezioni, i parlamenti, i partiti, in linea di principio una stampa libera, mentre la sostanza si svuota e le decisioni reali migrano verso una cerchia ristretta di élite di governo ed economiche. Il cittadino non è abolito: è ridotto a spettatore, convocato periodicamente ad applaudire e poi rimandato a casa. La macchina elettorale diventa un’operazione di marketing, la partecipazione si fa audience, il consenso non è più prodotto attraverso la deliberazione ma fabbricato attraverso la comunicazione; e dove non lo si può fabbricare, semplicemente se ne fa a meno, perché l’astensione è benvenuta: un elettorato piccolo, prevedibile e silenzioso è più facile da governare di uno attivo. Il Melonellum porta a perfezione questo modello: consegnando alle segreterie la scelta degli eletti e a una formula la maggioranza, toglie l’ultimo residuo di sostanza alla forma democratica, lasciando intatto il guscio e vuoto il nocciolo.
8. Riprendersi la sovranità
Eppure il guscio contiene ancora uno strumento e una misura, e non sono nostalgia. La Costituzione del 1948 fu scritta come il contro-progetto esatto di tutto questo: fondò la Repubblica sul lavoro, non sul mercato; collocò la sovranità nel popolo, non in un capo né in una formula; fece dell’uguaglianza, anche di quella sostanziale, il compito stesso della Repubblica. Riprendere quel testo non significa guardare all’indietro, ma nominare l’alternativa che il regime postdemocratico ha bisogno di farci dimenticare: che il potere può derivare dal consenso organizzato dei molti, e non dal comando isolato dei pochi. La battaglia sul Melonellum non è dunque una disputa per costituzionalisti: è la linea del fronte di una guerra più lunga, che si combatte sul fatto se le istituzioni serviranno a proteggere la diseguaglianza o a contestarla, se il popolo resterà spettatore o tornerà a essere soggetto. Difendere il voto uguale, oggi, è la forma elementare di un rifiuto assai più ampio: il rifiuto di un futuro in cui i molti vengono governati, contati e zittiti per la comodità dei pochi. Quel rifiuto ha un nome antico quanto la democrazia, ed è l’unica risposta adeguata a un potere che si scrive le regole su misura per essere certo di non perdere mai.
Fonti
Michel Crozier, Samuel P. Huntington, Joji Watanuki, La crisi della democrazia. Rapporto sulla governabilità delle democrazie alla Commissione Trilaterale, 1975.
Colin Crouch, Postdemocrazia, Laterza, 2003.
Bernard Manin, Principi del governo rappresentativo, Il Mulino, 1995 (sulla «democrazia del pubblico»).
Ian Bruff, The Rise of Authoritarian Neoliberalism, in Rethinking Marxism, 2014.
Legge costituzionale n. 1 del 2012 (pareggio di bilancio, articolo 81 della Costituzione); Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance (Fiscal Compact), 2012.
Guido Carli, Cinquant’anni di vita italiana, Laterza, 1993 (sul «vincolo esterno»).
Istat, audizione del Presidente sul disegno di legge di bilancio 2026, Commissioni Bilancio riunite di Camera e Senato, novembre 2025 (rinuncia alle cure: 5,8 milioni di persone nel 2024; stima sugli effetti del taglio Irpef).
Camera dei deputati, disegno di legge AC 2822 (primo firmatario Galeazzo Bignami) e dossier del Servizio Studi sulla riforma del sistema elettorale, giugno 2026.
Costituzione della Repubblica italiana, articoli 1, 3 e 81.
«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»
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