Melonellum: l’architettura della sopravvivenza e l’ombra lunga dell’autocrazia

I costituzionalisti lanciano l’allarme sulla riforma elettorale: un premio di maggioranza abnorme, listini bloccati e la soglia dei tre quinti spalancano la porta a una democrazia a sovranità limitata

Non è una riforma. È un dispositivo di sopravvivenza politica travestito da ingegneria elettorale. Dopo il tentativo fallito di piegare la magistratura attraverso la riforma Nordio, affondato nelle urne del referendum di marzo, la destra di governo cambia obiettivo ma non metodo: se non si può manomettere il controllo di legalità, si manometteranno le regole della rappresentanza. Il Melonellum — come l’hanno già battezzato giuristi e costituzionalisti — è la prosecuzione con altri mezzi della stessa ambizione: sottrarre ai cittadini la facoltà di scegliere e consegnare al vincitore, chiunque esso sia, un potere sostanzialmente incontrollato. Una legge concepita non per riflettere la volontà popolare, ma per confezionarla su misura.

Il paradigma della legge truffa

Il richiamo alla «legge truffa» non è casuale né retorico. Nel 1953 fu la Democrazia Cristiana, spaventata dall’ascesa delle sinistre e dall’incognita post-degasperiana, a tentare l’operazione: un premio di maggioranza che avrebbe garantito al vincitore una quota abnorme di seggi. L’operazione fallì per poche migliaia di voti e divenne uno dei momenti più oscuri della storia repubblicana, un paradigma negativo da cui la cultura politica italiana ha impiegato decenni a liberarsi. Settantatré anni dopo, la tentazione torna e viene portata avanti con una brutale chiarezza di intenti che aggrava, se possibile, la natura di quell’antecedente.

Il Comitato di difesa costituzionale, presieduto da Massimo Villone, ha colto con precisione il nodo: non si tratta di un semplice aggiustamento tecnico, ma di un tentativo di riscrivere i rapporti di forza fra eletti ed elettori trasformando la rappresentanza in una scorciatoia plebiscitaria. La mobilitazione lanciata in questi giorni richiama alla memoria le grandi battaglie costituzionali del dopoguerra, ed è condotta nella piena consapevolezza che oggi, come allora, in gioco non è una questione procedurale ma la natura stessa della democrazia parlamentare sancita dalla Carta del 1948. La parola «truffa», nel vocabolario dei costituzionalisti italiani, non è un’iperbole polemica: è una categoria storica precisa, che designa quei dispositivi normativi attraverso cui il potere tenta di preservarsi bypassando il libero esercizio della sovranità popolare.

Il meccanismo: premio abnorme, parlamento addomesticato

L’articolazione del testo incardinato alla Camera rivela con chiarezza la filosofia che la muove. Alla lista o alla coalizione vincente, anche per un margine risicato, verrebbe assegnato un bonus di settanta deputati alla Camera e trentacinque senatori a Palazzo Madama. Numeri che non servono a garantire la governabilità — feticcio invocato a ogni stagione per giustificare ogni forzatura — ma a produrre un’alterazione radicale della proporzione fra voti ricevuti e poltrone ottenute. Un partito o una coalizione che raccogliesse un sostegno appena superiore al trentacinque per cento potrebbe ritrovarsi, grazie all’effetto moltiplicatore del premio, a gestire la metà abbondante dell’assemblea. È la fine di qualunque corrispondenza fra numero di voti e numero di seggi, il principio fondativo di ogni rappresentanza democratica.

Enrico Grosso, ordinario di Diritto costituzionale all’Università di Torino e presidente del Comitato Giusto Dire No durante il referendum di marzo, ha sintetizzato il vizio di fondo con chirurgica precisione: l’elettore non ha alcun ruolo nella selezione di quei settanta. Sono i partiti a decidere chi occuperà i seggi aggiuntivi, attraverso listini bloccati che riproducono lo schema già più volte bocciato dalla Corte costituzionale nelle sentenze sul Porcellum e sull’Italicum. Il cittadino è chiamato a ratificare una scelta compiuta a monte nelle stanze delle segreterie di partito. Vota, ma non sceglie. Assume un ruolo cerimoniale, quello di certificare con la matita copiativa decisioni già prese altrove. La Costituzione, all’articolo 67, vuole parlamentari liberi da vincoli di mandato perché eletti direttamente dal popolo; il Melonellum li vuole invece debitori delle nomenklature di partito, incapsulati in una catena di obblighi che rende vana ogni pretesa di autonomia.

La deriva dei tre quinti: anticamera dell’autocrazia

Il punto più inquietante della manovra riguarda la soglia dei tre quinti del Parlamento. Con il Melonellum, una coalizione vincente anche di pochissimo potrebbe raggiungere circa duecentotrenta deputati, a un soffio da quella quota aritmetica. E i tre quinti non sono un numero magico o un’astrazione accademica: sono la soglia che, in Italia, consente di eleggere autonomamente il Presidente della Repubblica a partire dal quarto scrutinio e di condizionare imodo decisivo la nomina dei giudici della Corte costituzionale di quota parlamentare. Tradotto: chi controlla i tre quinti controlla gli equilibri istituzionali dell’intero Paese.

Può scegliere il Capo dello Stato senza necessità di convergenza con le opposizioni, può plasmare la Consulta secondo le proprie inclinazioni ideologiche, può — nel medio periodo — orientare l’interpretazione stessa della Costituzione attraverso le sentenze dei giudici che ha contribuito a designare. È il percorso silenzioso attraverso cui una democrazia parlamentare può mutare fisionomia senza che sia necessario abolire formalmente nulla. Non servono proclami, non serve un Ventitré marzo rovesciato: basta un lento, paziente lavoro di erosione dei contrappesi, un’operazione di ingegneria istituzionale che modifichi le regole del gioco fino a rendere strutturalmente impossibile la sconfitta di chi governa. Villone usa una parola che non andrebbe sottovalutata e che merita di essere pronunciata per quello che è: autocrazia. Non si tratta di iperbole polemica, ma della descrizione tecnica di un sistema in cui il potere esecutivo, grazie a un dispositivo elettorale distorto, finisce per controllare anche i contrappesi pensati per limitarlo.

Il voto estero, laboratorio della manipolazione

Accanto al corpo principale della riforma, il governo ha già consumato nei giorni scorsi un’operazione che chiarisce il metodo e l’obiettivo: la riscrittura delle regole per il voto degli italiani residenti all’estero. Nelle ultime elezioni politiche, su dodici eletti nella circoscrizione Europa, sette erano del Partito democratico e uno del Movimento 5 Stelle, successivamente transitato ad Azione. Un dato scomodo per la maggioranza, che in Europa — dove risiedono le comunità italiane più integrate, più informate e culturalmente più esposte al dibattito democratico continentale — non riesce a sfondare. Le nuove generazioni di emigranti italiani, fuggite dalla precarietà cronica del mercato del lavoro interno, votano tendenzialmente a sinistra o verso forze progressiste. Un fenomeno che il governo intende semplicemente cancellare dalla statistica.

La risposta è stata chirurgica: alterare i confini dei collegi esteri per annacquare il peso delle zone sfavorevoli e sovrarappresentare quelle dove il voto pende a destra. Il deputato Toni Ricciardi del Partito democratico, eletto proprio nel collegio Europa, ha denunciato apertamente l’operazione, mentre Filiberto Zaratti di Alleanza Verdi e Sinistra ha fornito un dato eloquente: nel recente referendum costituzionale, in Sud America il Sì ha raccolto oltre il settanta per cento dei consensi, con picchi dell’ottantasette per cento in Venezuela, mentre in Europa ha prevalso nettamente il No. Ridisegnare i collegi per far pesare di più i voti delle zone favorevoli significa una cosa sola: piegare la geografia elettorale all’esigenza del vincitore. È la logica del gerrymandering americano traslata nel contesto italiano, un’operazione che negli Stati Uniti ha progressivamente svuotato di senso il principio una persona, un voto, producendo distorsioni sistemiche nella rappresentanza federale.

La catena spezzata: da Porcellum a Melonellum

L’ingegneria elettorale truffaldina non è un’invenzione della Meloni. È il prodotto di una sedimentazione ventennale che attraversa la storia della cosiddetta seconda Repubblica e si prolunga fino all’attuale stagione. Il Porcellum, architettato nel 2005 da Roberto Calderoli per blindare il potere di Silvio Berlusconi, fu dichiarato parzialmente incostituzionale dalla Corte con la sentenza numero uno del 2014 proprio per il meccanismo del premio abnorme e dei listini interamente bloccati. L’Italicum renziano, approvato con il voto di fiducia e al centro del compromesso politico culminato nel referendum costituzionale del dicembre 2016, rilanciò la stessa logica attraverso il ballottaggio a due turni fra le liste più votate: bocciato anch’esso dalla Consulta con la sentenza trentacinque del 2017. Il Rosatellum, costruito sotto il governo Gentiloni con una maggioranza trasversale che includeva il Partito democratico e ampi settori del centrodestra, sopravvisse ai ricorsi ma confermò l’impianto delle candidature multiple e dei collegi uninominali di fatto blindati attraverso la compensazione proporzionale.

Sergio Bagnasco, che con il compianto Felice Carlo Besostri elaborò i referendum contro il Rosatellum, ha colto con lucidità il punto politico: il Melonellum è la figlia legittima del Porcellum, ma è anche il frutto della complicità bipartisan che ha impedito, nel corso di due decenni, il ritorno a un sistema elettorale che restituisse centralità al Parlamento e dignità alla funzione rappresentativa. Il campo progressista, se davvero vuole contrastare questa deriva, dovrà assumersi un impegno preciso e pubblico: non limitarsi a combattere questa legge nelle aule parlamentari e nelle eventuali sedi giurisdizionali, ma impegnarsi fin da ora a scriverne una radicalmente diversa in caso di vittoria alle prossime politiche. Una legge che non riproduca la logica capocratica, che abolisca premi sproporzionati e listini bloccati, che restituisca ai cittadini la facoltà effettiva di scegliere i propri rappresentanti e al Parlamento la dignità di luogo della deliberazione e del controllo sull’esecutivo. Senza questo impegno preventivo, la prossima alternanza rischia di limitarsi a una staffetta fra padroni diversi dello stesso meccanismo.

La sopravvivenza come principio politico

Villone ha usato una formula tagliente: per la destra si tratta di una questione di sopravvivenza. È la chiave per leggere non solo il Melonellum ma l’intera strategia del governo negli ultimi mesi. Il referendum di marzo ha mostrato alla maggioranza che il consenso del 2022 era anomalo e difficilmente ripetibile, frutto di un campo progressista frammentato più che di un’adesione profonda e duratura al programma della coalizione. L’astensione storica che aveva spalancato la strada a Palazzo Chigi non si ripeterà con la stessa intensità, anche perché il voto referendario ha dimostrato che una parte consistente dell’elettorato sa ancora mobilitarsi su questioni costituzionali. I sondaggi registrano da mesi un’erosione costante del consenso, aggravata dalla crisi economica, dall’inflazione che morde i salari reali, dall’impotenza mostrata di fronte all’escalation militare in Medio Oriente seguita alla campagna statunitense e israeliana contro l’Iran, con tutto ciò che ne è derivato sul piano dei prezzi dell’energia e della dipendenza strategica europea.

In questo quadro, per la maggioranza non si tratta più di vincere con un programma convincente, ma di costruirsi le condizioni per non perdere. Il Melonellum è esattamente questo: l’architrave di una strategia di conservazione del potere che rinuncia alla conquista del consenso per dedicarsi alla manipolazione delle regole. Chi, all’interno della coalizione, non vuole rinunciare ai collegi uninominali — si pensi alla Lega, che su di essi ha storicamente fondato la propria radicazione territoriale settentrionale — verrà compensato con posti blindati nei listini proporzionali. L’accordo interno è già sostanzialmente scritto: nessun partito della maggioranza può permettersi il lusso di andare alle urne con regole eque, perché nessuno di essi, singolarmente o insieme, è in grado di garantirsi la vittoria senza un vantaggio strutturale iscritto nella legge. È la confessione implicita della propria debolezza: ci si blinda perché si sa di essere minoritari.

La posta in gioco

Ciò che è in gioco con il Melonellum non è una diatriba tecnica fra costituzionalisti o l’ennesima querelle sulla legge elettorale. È la domanda fondamentale di ogni democrazia: a chi appartiene il potere? La risposta che la Costituzione italiana ha dato nel 1948 è inequivocabile — appartiene al popolo, che lo esercita attraverso rappresentanti liberamente scelti e vincolati al mandato ricevuto. Settantotto anni dopo, quella risposta è sotto assedio. Il percorso di svuotamento è graduale, spesso invisibile all’elettore distratto: un premio di maggioranza qui, un listino bloccato là, una ridistribuzione dei collegi, un’alterazione della quota estera. Ogni singolo passo sembra marginale. Sommati, disegnano il profilo di un sistema in cui chi vince — anche per un voto — ottiene le chiavi dell’intera macchina istituzionale e può usarle per consolidare il proprio dominio ben oltre la legittimazione ricevuta alle urne.

La storia repubblicana ha già conosciuto questa tentazione. L’ha affrontata nel 1953 e l’ha respinta con le armi della mobilitazione politica e culturale. L’ha riconosciuta nel 2005 con il Porcellum e, dopo anni di ritardo, l’ha smontata grazie alle sentenze della Corte costituzionale. L’ha incontrata di nuovo con l’Italicum e l’ha fermata alle urne del dicembre 2016. Oggi la affronta nella sua versione più sofisticata e spregiudicata, confezionata da una maggioranza che ha compreso come il vero terreno di conquista non siano più le coscienze degli elettori ma le regole con cui il loro voto viene pesato. La battaglia contro il Melonellum non è una questione di schieramento partitico ma di principio democratico elementare. Perché una democrazia che rinuncia al diritto dei cittadini di scegliere i propri rappresentanti cessa, semplicemente, di essere una democrazia. Diventa altro. E l’altro ha già un nome, scomodo e preciso, che i costituzionalisti italiani non hanno più paura di pronunciare.

Fonti

• Comitato di difesa costituzionale (CdC) — documenti, comunicati e appelli alla mobilitazione contro la riforma elettorale.

• Enrico Grosso, Università degli Studi di Torino, Dipartimento di Giurisprudenza — interventi pubblici e analisi sulla proposta di riforma.

• Massimo Villone — editoriali e saggi pubblicati su «il manifesto» sul sistema elettorale italiano e sui suoi rapporti con il dettato costituzionale.

• Sergio Bagnasco e Felice Carlo Besostri — ricorsi e materiali dei referendum contro il Rosatellum.

• Corte costituzionale, sentenza n. 1/2014 (incostituzionalità parziale del Porcellum) e sentenza n. 35/2017 (incostituzionalità parziale dell’Italicum).

• Camera dei Deputati — atti parlamentari e testo della proposta di riforma del sistema elettorale incardinata in Commissione Affari costituzionali.

• Costituzione della Repubblica italiana — in particolare articoli 1, 48, 56, 67, 83 e 135.

• Archivio storico Senato della Repubblica — documenti sulla legge elettorale del 1953 (cosiddetta «legge truffa»).

• Dichiarazioni pubbliche di Toni Ricciardi (PD) e Filiberto Zaratti (AVS) sulla riforma del voto degli italiani all’estero.

«Quando l’ingiustizia si fa legge, ribellarsi diventa un dovere»

© Mario Sommella — Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

Il “Neoporcellum” e la paura di perdere: così la destra vuole blindare il potere cambiando le regole del gioco

C’è un filo rosso che lega la sconfitta del centrodestra in Campania e Puglia, le simulazioni YouTrend sui collegi del Sud, le dichiarazioni di Donzelli e Benigni, e l’intervista del costituzionalista Gaetano Azzariti. Quel filo si chiama paura di perdere. E quando chi governa ha paura di perdere, la tentazione è sempre la stessa: cambiare la legge elettorale.

Oggi quel cantiere ha un nome, quasi uno scherzo di cattivo gusto: “Porcellum costituzionalizzato”, ribattezzato da qualcuno “meloncellum”. Un proporzionale con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40 per cento, abolizione dei collegi uninominali e liste bloccate. Una riedizione del vecchio Porcellum, ma adattata al nuovo Parlamento ridotto nei numeri. 

Dietro il tecnicismo, però, c’è un progetto politico molto concreto: impedire che un campo largo di opposizione – quello che in Campania e Puglia ha vinto con Fico e Decaro – possa, nel 2027, mettere in discussione il dominio parlamentare del blocco guidato da Giorgia Meloni. 

Il punto di partenza: perché la destra ha fretta di cambiare la legge

Secondo le simulazioni elaborate da YouTrend, se alle politiche del 2027 il centrosinistra si presentasse unito – Pd, M5S, Alleanza Verdi-Sinistra, Iv e altre forze – nel Mezzogiorno potrebbe strappare al centrodestra fino a 18 collegi uninominali al Senato.

Oggi la destra dispone di 120 senatori su 200: perdere quei collegi significherebbe mettere seriamente a rischio la maggioranza a Palazzo Madama. 

Tradotto in politica:

se il campo largo regge, il Rosatellum smette di essere un’assicurazione sulla vita per il centrodestra il meccanismo dei collegi uninominali, che nel 2022 ha premiato una destra unita contro un centrosinistra diviso, diventerebbe un boomerang il Sud, dove si è vista la forza della coalizione Fico–Decaro, diventerebbe il terreno su cui la destra potrebbe perdere il controllo del Senato. 

E infatti la reazione arriva immediata: Giovanni Donzelli, responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia, apre ufficialmente il cantiere per eliminare i collegi uninominali e passare a un proporzionale con premio alla coalizione che arriva al 40 per cento. Stefano Benigni (FI) insiste sulla necessità di “garantire la formazione del governo” nel 2027. 

Il messaggio, al netto delle formule rassicuranti sulla “stabilità”, è molto semplice: se con questa legge rischiamo di perdere, cambiamo la legge.

Azzariti: quando le regole diventano un’arma di parte

Nell’intervista rilasciata a Repubblica, il costituzionalista Gaetano Azzariti mette il dito nella piaga. Da trent’anni – dal 1993 ad oggi – l’Italia è intrappolata in una stagione di riforme elettorali “compulsive”: quattro leggi in poco più di trent’anni, due dichiarate incostituzionali dalla Consulta, l’attuale (Rosatellum) piena di criticità. 

Il punto politico è devastante:

le leggi elettorali non vengono più pensate per garantire rappresentanza e equilibrio tra poteri vengono scritte “su misura” per chi governa, per evitare sconfitte o rendere più difficile la vittoria dell’avversario il risultato è una crisi di rappresentanza che alimenta l’astensionismo: le persone smettono di votare perché percepiscono il voto come inutile, schiacciato dentro un gioco truccato. 

Azzariti è molto chiaro su due punti:

il maggioritario “ha fallito”: l’illusione degli anni Novanta, secondo cui la democrazia dell’investitura avrebbe “restituito lo scettro al principe”, si è rovesciata nel suo contrario oggi servirebbe una riforma che curi la crisi della rappresentanza, non un restyling truccato per garantire sempre e comunque la sopravvivenza della maggioranza di turno. 

E propone un modello diverso:

collegi uninominali per avvicinare eletto e territorio ma riparto proporzionale dei seggi per rispecchiare fedelmente il voto degli elettori un Parlamento che torna ad essere “sede del compromesso”, come ricordava Kelsen, e non una macchina per ratificare decisioni prese altrove. 

È l’esatto contrario della direzione in cui sta andando la destra.

Il “Neoporcellum”: proporzionale con super-premio, senza collegi e con liste bloccate

L’ipotesi oggi in discussione – descritta da agenzie e retroscena parlamentari – è una legge proporzionale con queste caratteristiche essenziali:

abolizione dei collegi uninominali liste plurinominali, con capilista bloccati decisi dai partiti soglia di sbarramento (si parla del 4 per cento) premio di maggioranza alla coalizione che supera il 40 per cento dei voti, con assegnazione almeno del 55 per cento dei seggi; in alcune ipotesi, premio crescente fino al 60 per cento sopra il 45 per cento. 

È una sorta di Porcellum 2.0:

stesso impianto di premio forte alla coalizione vincente stessa logica di compressione della rappresentanza stessa tendenza a trasformare il voto in un plebiscito sul capo, più che in una scelta sui programmi.

Con una differenza cruciale: nel frattempo il Parlamento è stato ridotto a 400 deputati e 200 senatori. Con numeri così compressi, ogni punto percentuale in più o in meno pesa di più in termini di seggi. Distorsioni che prima apparivano “tollerabili” diventano ora esplosive. 

Dove sta il trucco: premio al 40 per cento e liste civetta

Torniamo al meccanismo che avevamo già analizzato:

una coalizione prende il 40–41 per cento dei voti grazie al premio sale al 55 per cento dei seggi il resto dei seggi viene ripartito proporzionalmente tra tutte le liste sopra soglia.

Sulla carta sembrerebbe un compromesso fra governabilità e rappresentanza. In realtà, se il sistema è studiato bene (male per la democrazia, bene per chi governa), diventano decisive le liste “esterne” ma affini: le famose liste civetta.

Immaginiamo:

Coalizione di destra: 41 per cento Campo largo di centrosinistra: 37 per cento Lista “moderata” C: 8 per cento Lista “civica” D: 6 per cento Tutte sopra il 4 per cento.

La coalizione di destra sale al 55 per cento dei seggi. C e D, che non fanno formalmente parte della coalizione, partecipano al riparto del 45 per cento residuo. Ma se in Parlamento si collocano stabilmente nell’orbita della maggioranza, quel 55 per cento diventa di fatto un 60, 62, 65 per cento potenziale.

Qui sta il cuore del disegno:

spacchettare il consenso della destra in più contenitori elettorali occupare sia il blocco del premio sia una quota significativa del proporzionale residuo ridurre le opposizioni vere a una minoranza numerica troppo esigua per incidere.

La somiglianza con la legge Acerbo non è solo retorica: anche allora una soglia apparentemente “ragionevole” e un premio gigantesco consegnarono al fascismo la possibilità di dominare il Parlamento e svuotarlo dall’interno. 

I paletti della Costituzione: dove può intervenire la Consulta

La Corte costituzionale, con le sentenze sul Porcellum (2014) e sull’Italicum (2017), ha fissato alcuni principi chiave:

il premio di maggioranza deve avere una soglia minima adeguata e una misura non eccessivamente distorsiva rispetto alla forza reale la legge non può compromettere in modo irragionevole l’uguaglianza del voto e la rappresentatività delle Camere le liste bloccate non possono essere tali da azzerare la scelta degli elettori sugli eletti. 

Un premio che assegni il 55 per cento dei seggi con il 40 per cento dei voti, in un Parlamento ridotto, è esattamente il tipo di meccanismo che rischia di essere qualificato come “abnorme” e “irragionevole” dalla Consulta, perché produce una compressione eccessiva delle opposizioni. 

Ma c’è un’altra criticità, che Azzariti sottolinea con forza:

una legge elettorale così importante dovrebbe essere almeno in parte condivisa con le opposizioni approvarla in solitaria, a colpi di maggioranza, significa trasformare una regola del gioco in un’arma di parte anche questo, in prospettiva, può pesare nella valutazione di costituzionalità complessiva, perché incide sulla lealtà costituzionale fra maggioranza e opposizione. 

Il vero obiettivo: i due terzi e la revisione costituzionale senza popolo

Tutto diventa ancora più chiaro se lo si collega all’articolo 138 della Costituzione.

La norma è semplice:

le leggi di revisione costituzionale devono essere approvate due volte da ciascuna Camera se nella seconda votazione ottengono solo la maggioranza assoluta, può essere chiesto un referendum confermativo se raggiungono i due terzi dei componenti, il referendum non si tiene. 

Ora, metti insieme:

una legge elettorale che consegna alla coalizione vincente almeno il 55 per cento dei seggi una costellazione di liste civetta, moderate, “di responsabilità”, che in Parlamento votano abitualmente con il governo l’assenza di collegi uninominali, che rende più difficile per le opposizioni costruire radicamento territoriale alternativo.

Arrivare ai due terzi dei seggi non è più un’ipotesi da laboratorio: diventa una possibilità concreta.

Con quei numeri si può:

riscrivere la forma di governo (premierato, poteri del Presidente della Repubblica, rapporti governo–Parlamento) intervenire su pesi e contrappesi, sulla giustizia, sulla struttura stessa delle garanzie costituzionali farlo senza dover passare dal giudizio diretto degli elettori in un referendum confermativo.

La combinazione fra “Neoporcellum” e riforme costituzionali rischia, dunque, di trasformare una maggioranza elettorale relativa in una maggioranza costituente permanente. 

La grande assente: la crisi della rappresentanza e l’astensione

In tutto questo discorso, nota Azzariti, il grande rimosso è l’astensionismo.

milioni di persone non vanno più a votare non perché non abbiano opinioni, ma perché percepiscono la politica come un teatro dove il finale è già scritto ogni nuovo intervento sulla legge elettorale che punta a “blindare” chi governa allarga ancora di più questa distanza. 

Se prendessimo sul serio la crisi della rappresentanza, il discorso sulla riforma sarebbe rovesciato:

meno ossessione per la governabilità ad ogni costo più attenzione al rapporto tra eletto ed elettore, ai territori, alla possibilità per le opposizioni di essere davvero tali un sistema misto che unisca collegi uninominali e proporzionale, come suggerisce lo stesso Azzariti, restituendo centralità al Parlamento come luogo di compromesso. 

Invece, si procede nella direzione opposta:

abolire i collegi che oggi, numeri alla mano, potrebbero permettere al campo largo di far saltare la maggioranza della destra al Senato rafforzare un premio di maggioranza che rischia di essere incostituzionale incastonare tutto dentro una riforma del premierato che tende a verticalizzare il potere.

Conclusione: difendere la democrazia dalle sue scorciatoie

La formula “è la politica, bellezza” viene spesso usata per giustificare tutto: anche l’uso spregiudicato delle regole elettorali. Ma qui non siamo davanti a un normale aggiustamento tecnico.

Siamo davanti a un disegno che, combinando:

proporzionale con super-premio alla coalizione che supera il 40 per cento abolizione dei collegi uninominali liste bloccate decise dai vertici di partito possibile uso di liste civetta per erodere lo spazio delle opposizioni

mira a costruire un Parlamento dove chi vince una volta può cambiare le regole del gioco, la forma di governo e pezzi di Costituzione, riducendo al minimo sia il controllo delle minoranze sia quello diretto del corpo elettorale tramite referendum. 

La storia italiana – dalla legge Acerbo alla legge truffa del 1953, fino al Porcellum bocciato dalla Consulta – ci ricorda che ogni scorciatoia sulla rappresentanza si paga cara. Non necessariamente subito, non necessariamente da chi la costruisce, ma quasi sempre dalla democrazia nel suo insieme. 

Per questo “stare molto attenti” non è allarmismo: è il minimo sindacale di igiene democratica.

Il resto lo decideranno gli elettori, se verranno messi nelle condizioni di scegliere davvero, e non solo di ratificare un verdetto già scritto nei codicilli di una nuova legge elettorale cucita su misura per chi oggi ha paura di perdere il potere.