La bomba, il depistaggio e il linciaggio

Le carte dell’inchiesta dicono una cosa sola: Sigfrido Ranucci è la vittima. Eppure una parte della politica ha trasformato l’attentato che ha subito in un’arma contro di lui. Non è una novità: è un metodo con una lunga storia italiana, fatta di dossier costruiti a tavolino e di parole rovesciate, dove chi tace diventa eroe e chi racconta diventa sospetto.

1. Una bomba, non una metafora

Notte del 16 ottobre 2025, Campo Ascolano, frazione di Pomezia. Un ordigno esplode davanti all’abitazione di Sigfrido Ranucci. Vengono rese inservibili due automobili, una intestata al giornalista e una alla moglie, e vengono danneggiati il cancello e il muro perimetrale della casa. Una delle due vetture era rientrata pochi minuti prima, con a bordo la figlia del conduttore.

Non è una polemica televisiva. Non è un tweet. Non è una metafora giornalistica. È un ordigno esplosivo fatto detonare a pochi metri dalla porta di casa di una famiglia.

La prima cosa che una democrazia dovrebbe fare, davanti a una bomba sotto casa di un giornalista d’inchiesta, è chiedersi chi l’abbia messa, chi l’abbia ordinata e perché. La seconda è proteggere quel giornalista e il suo lavoro.

L’Italia dell’agosto 2026 sta facendo, con metodica ostinazione, l’esatto contrario. Dieci mesi dopo l’esplosione, mentre l’inchiesta arriva alla svolta decisiva e individua il mandante, il dibattito pubblico non si occupa di chi ha voluto quella bomba: si occupa di come togliere a Ranucci la conduzione di Report.

Vale la pena dirlo subito, senza giri di parole, perché è il punto da cui tutto discende: questa non è una vicenda controversa. È una vicenda chiara, che qualcuno ha interesse a rendere torbida.

2. Che cosa dicono davvero le carte

Il 10 agosto 2026 Valter Lavitola, ex editore dell’Avanti! e faccendiere di lungo corso, viene arrestato con l’accusa di essere il mandante dell’attentato. Era già indagato dal giugno precedente, quando le misure cautelari avevano colpito tre uomini e una donna ritenuti gli esecutori materiali, accusati a vario titolo di detenzione, porto e uso di ordigno esplosivo, minaccia e danneggiamento, con le aggravanti di aver agito in più di cinque persone e con modalità di tipo mafioso. L’inchiesta è coordinata dal procuratore di Roma Francesco Lo Voi, con il pm della Direzione distrettuale antimafia Edoardo De Santis.

Chi ha letto l’ordinanza della gip Iole Moricca sa che non lascia spazio a interpretazioni sulla posizione di Ranucci. Il giudice scrive che le risultanze acquisite inducono a ritenere il giornalista vittima della manipolazione di Lavitola. Lo definisce, testualmente, estraneo al progetto. Non emerge dalle indagini della Procura di Roma alcun elemento che indichi una consapevolezza, una partecipazione, un accordo.

C’è di più, e questo è il passaggio che dovrebbe chiudere ogni discussione. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, Lavitola coltivava da tempo un proprio progetto politico costruito sulla figura di Ranucci: già dal 2024 aveva cominciato a proporgli una candidatura, ritenendolo l’uomo capace di sparigliare le carte. In una chat gli scriveva che di lì a due anni avrebbe potuto guidare il governo, e aggiungeva che se il giornalista fosse stato mandato via dalla Rai avrebbe fatto bingo. Un disegno che, annota il giudice, era strumentale a garantire a Lavitola stesso un posto di rilievo nel panorama politico italiano.

La bomba, in questa lettura, non era un attacco alle inchieste di Report: era il tentativo, da parte di un faccendiere, di costruirsi un candidato. Un uso strumentale della vita altrui. E il giornalista, in tutto questo, era la materia prima inconsapevole di un’operazione altrui.

Non è finita. L’ordinanza ricostruisce anche i messaggi successivi all’esplosione, nei quali Lavitola prospetta all’amico piste alternative, servizi segreti stranieri, criminalità organizzata, altri ambienti, lo spinge a rafforzare la protezione e lo incoraggia a dare maggiore risalto alle minacce ricevute. Il giudice considera questa condotta compatibile con un vero e proprio depistaggio, e rileva che Lavitola ha continuato a manipolare la persona offesa anche dopo, alimentando in lui la convinzione che la pista seguita dagli inquirenti fosse inverosimile.

Traduciamo in italiano corrente: l’uomo che ha fatto mettere la bomba è lo stesso che poi ha lavorato per convincere la vittima a guardare altrove. Non solo Ranucci non sapeva: è stato attivamente ingannato prima, durante e dopo.

3. La confessione e la sua inverosimiglianza

Il 12 agosto 2026, nel carcere di Rebibbia, Lavitola affronta l’interrogatorio di garanzia. Dura oltre cinque ore. Letto il capo d’imputazione, ammette di essere il mandante dell’attentato e conferma l’impianto accusatorio della Procura.

Ma la confessione arriva accompagnata da una versione singolare: avrebbe agito, dice, per il bene di Ranucci, per costringere le autorità ad aumentargli la scorta, perché lo riteneva in pericolo. Avrebbe anche riferito di aver appreso, poco prima, di un presunto progetto omicidiario dell’intelligence israeliana legato a un servizio di Report sul cantiere navale Vittoria. Sostiene inoltre di aver chiesto quattro o cinque colpi di pistola contro il muro, non un ordigno, e nega il sopralluogo del 15 settembre 2025. Alla domanda dei cronisti se Ranucci fosse a conoscenza del proposito, il difensore risponde che non aggiunge altro.

Il giorno successivo la gip respinge la richiesta di arresti domiciliari con parole che vale la pena registrare. Le dichiarazioni dell’indagato vengono definite fumose, generiche e prive di indicazioni concrete riscontrabili. Le ricostruzioni sono giudicate inverosimili sia sulla scelta dell’ordigno sia sul movente. Il giudice osserva che Lavitola, pur ammettendo, ha cercato di ridimensionare fortemente il proprio ruolo e ha offerto un movente diverso da quello reale, costruito per apparire disinteressato. Resta immutato, anzi aggravato, il rischio di reiterazione, considerata la disinvoltura criminale con cui è stato programmato l’atto intimidatorio. E resta il rischio di fuga: dopo l’arresto degli esecutori materiali, il 30 giugno, l’indagato aveva acquistato un biglietto per l’Africa con partenza il 4 luglio, e ha interessi economici in Camerun.

L’avvocato di Ranucci, Roberto De Vita, ha demolito il movente addotto con un argomento elementare: il giornalista è sotto scorta ininterrottamente dal 2021, per la gravità di minacce di morte valutate e confermate negli anni dal Ministero dell’Interno. La sua popolarità, in Italia e all’estero, era già altissima da tempo. Se davvero il movente fosse quello dichiarato, si collocherebbe tra l’inutile e il grottesco.

Lo stesso legale ha usato una formula che riassume la vicenda meglio di qualsiasi commento: Ranucci è vittima tre volte. Di un attentato grave. Di un tradimento. E infine di una campagna di linciaggio mediatico e politico che, a colpi di congetture e insinuazioni, ha provato a trasformare la vittima nel beneficiario, più o meno consapevole, dell’attentato subito.

4. La politica chiede la testa della vittima

A questo punto, in un Paese normale, la vicenda si sarebbe chiusa con un moto di solidarietà unanime e con una sola domanda politica: come è stato possibile che un faccendiere con quel curriculum arrivasse così vicino a un giornalista sotto scorta?

Invece è accaduto altro. L’11 agosto, il giorno dopo l’arresto del mandante, il vicepremier Matteo Salvini ha dichiarato che sarebbe meglio un Report senza Ranucci, che chi è coinvolto in questa vicenda debba prendersi una pausa e che il denaro pubblico non dovrebbe finanziare chi vi è dentro. La correzione parziale arrivata poche ore dopo non ha cambiato la sostanza del messaggio: il ministro dei Trasporti ha chiesto pubblicamente alla Rai di rimuovere dalla conduzione di un programma d’inchiesta il giornalista che ha subito l’attentato.

Il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana, Vittorio Di Trapani, ha risposto ristabilendo i fatti: i documenti sulla base dei quali è stato disposto l’arresto di Lavitola confermano che Ranucci è stato vittima di un attentato, e in nessun passaggio si ipotizza un suo coinvolgimento. Ha parlato apertamente di ritorsione contro un giornalista sgradito.

Il 13 agosto, all’indomani della confessione, è intervenuto anche Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e uomo più vicino a Giorgia Meloni. Ha chiesto che Ranucci si scusi con Fratelli d’Italia, ha sostenuto che Report con la sua conduzione avrebbe perso credibilità rispetto all’epoca di Milena Gabanelli, e lo ha definito l’inquisitore delle fragilità altrui che avrebbe rivelato tutte le opacità che cercava negli altri. Alla domanda diretta se Ranucci sapesse della bomba, ha risposto che applicando il metodo Report la risposta sarebbe scontata, salvo poi dichiararsi disposto ad attendere gli sviluppi.

È una tecnica retorica antica e trasparente: si insinua, si prende le distanze dall’insinuazione, e si lascia che l’insinuazione resti. Il dubbio è gettato, il garantismo è salvo in apparenza, il danno è fatto.

Nel frattempo il direttore degli Approfondimenti Rai Paolo Corsini, in un colloquio con i cronisti, aveva già ventilato che il programma potesse andare avanti con un altro conduttore. E il Comitato etico della Rai, attivato dall’amministratore delegato Giampaolo Rossi, ha consegnato la propria relazione, secretata, formalmente consultiva e non vincolante. La nuova stagione di Report è attesa per l’8 novembre.

Guardiamo con attenzione a che cosa sta esaminando il Comitato etico. Non le inchieste. Non gli errori giornalistici. Non le rettifiche. Sotto la lente ci sono, tra l’altro, una lettera di richiamo inviata a Ranucci dal direttore degli Approfondimenti e una circolare organizzativa dell’amministratore delegato, che il giornalista avrebbe inoltrato a Lavitola. Cioè: la corrispondenza privata con l’uomo che, come oggi sappiamo dalle carte, lo stava manipolando e gli avrebbe fatto esplodere un ordigno sotto casa.

Il paradosso è completo. Il frutto della manipolazione viene usato come prova a carico del manipolato. La confidenza tradita diventa capo d’accusa. Se domani un giornalista scoprisse di essere stato ingannato per anni da una fonte, dovrebbe temere non l’inganno, ma le conseguenze disciplinari dell’esserci cascato.

5. La fabbrica dei dossier è una storia italiana

Qui bisogna allargare lo sguardo, perché chi si stupisce non conosce la storia recente di questo Paese. In Italia i dossier costruiti a tavolino non sono un’ipotesi complottista: sono un fatto giudiziariamente accertato, ripetuto, documentato. E hanno quasi sempre lo stesso bersaglio: magistrati e giornalisti che disturbano.

Nel 2006 la Digos scopre in via Nazionale 230, a Roma, un ufficio riservato in uso al Sismi. Al suo interno, centinaia di dossier costruiti dal funzionario Pio Pompa, collaboratore dell’allora direttore Nicolò Pollari, relativi a giornalisti, magistrati, politici e intellettuali, tra i quali Romano Prodi e Vincenzo Visco. Persone accomunate da un solo requisito: essere considerate nemiche dell’allora presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, da disarticolare. In quello stesso ambiente circolavano anche documenti destinati a rivelarsi falsi, come quelli sul presunto uranio ceduto dal Niger all’Iraq di Saddam Hussein, che servirono a costruire il pretesto internazionale di una guerra. Va detto, per correttezza, che nel 2017 la Corte d’assise d’appello di Perugia ha assolto Pompa dall’accusa residua perché il fatto non costituisce reato. Ma l’archivio esisteva, ed è stato trovato.

Prima ancora, tra il 2002 e il 2004, una commissione parlamentare d’inchiesta, la cosiddetta commissione Mitrokhin, presieduta da Paolo Guzzanti di Forza Italia, si occupa dell’operazione Impedian. Il suo consulente Mario Scaramella viene arrestato alla fine del 2006 e accusato, tra l’altro, di calunnia e traffico d’armi. Le intercettazioni pubblicate dalla stampa in quei mesi mostrano il tentativo di screditare esponenti dell’opposizione attribuendo loro legami con il Kgb. La relazione finale della commissione non fu mai approvata. La posizione di Prodi era già stata archiviata dalla Procura di Roma nell’agosto 2004. Una commissione parlamentare, cioè uno strumento della Repubblica, utilizzata come officina di fango.

E non è archeologia. L’inchiesta Equalize, coordinata dalla Procura di Milano e dalla Direzione nazionale antimafia, ricostruisce come tra il 2019 e il 2024 una società di investigazioni private guidata da Enrico Pazzali, ex presidente della Fondazione Fiera Milano, e dall’ex poliziotto Carmine Gallo, sia riuscita a penetrare le banche dati dello Stato costruendo archivi paralleli e vendendo informazioni illecitamente acquisite anche a scopo estorsivo e ricattatorio, per condizionare settori della politica e dell’imprenditoria. Nel luglio 2026 la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per settantaquattro imputati, con oltre ottocento persone indicate come vittime. Alcuni filoni investigativi hanno individuato collegamenti con ambienti della criminalità organizzata calabrese.

Tre epoche, tre governi, tre tecnologie diverse. Un solo metodo: raccogliere, costruire, far filtrare. Colpire la reputazione perché è più economico che confutare gli argomenti.

E qui sta il punto che nessuno vuole ammettere: i dossier vengono quasi sempre scoperti. Ma vengono scoperti dopo. Anni dopo. Quando la carriera è finita, quando l’elezione è stata persa, quando la trasmissione è stata chiusa. La verità arriva puntuale e inutile, come un’ambulanza in ritardo.

6. Quando il mafioso diventa eroe e il giornalista diventa sospetto

C’è un episodio che, più di ogni analisi, dice che cosa sia la grammatica morale di una certa parte della politica italiana.

Vittorio Mangano, indicato al Maxiprocesso dai collaboratori di giustizia Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno come uomo d’onore della famiglia di Porta Nuova, viene assunto tra il 1973 e il 1975 nella villa di Arcore di Silvio Berlusconi, dove risiede con la famiglia. È lo stalliere di Arcore. Le motivazioni della sentenza d’appello di Palermo che ha portato alla condanna definitiva di Marcello Dell’Utri per concorso esterno in associazione mafiosa affermano che quell’assunzione, mediata da Dell’Utri, era l’espressione di un accordo tra Cosa nostra e l’imprenditore, funzionale a garantire un presidio mafioso all’interno della villa.

Nell’aprile 2008, in piena campagna elettorale, Dell’Utri dichiara pubblicamente che Mangano, malato terminale in carcere, si rifiutò di rendere dichiarazioni contro di lui e contro Berlusconi, e che per questo fu, a suo modo, un eroe. Il giorno successivo Berlusconi interviene in radio e in televisione per dichiararsi d’accordo, definendo eroico quel comportamento.

Fermiamoci un istante su questa frase, perché contiene tutto.

Un uomo d’onore di Cosa nostra che non parla è un eroe. Un giornalista che parla è un problema. Il silenzio davanti alla giustizia è virtù; la domanda davanti al potere è vizio. L’omertà viene promossa a codice etico e l’inchiesta declassata a persecuzione.

Chi ha costruito, nel corso di trent’anni, questa scala di valori non può poi presentarsi come custode della deontologia giornalistica. Non c’è alcuna incoerenza, in realtà, tra il Mangano eroe del 2008 e il Ranucci sospetto del 2026: c’è una perfetta continuità. In entrambi i casi il criterio non è la verità, ma la fedeltà. Chi protegge il potere merita rispetto anche se ha ucciso. Chi lo espone merita sospetto anche se gli hanno messo una bomba sotto casa.

7. Perché proprio lui

A questo punto la domanda si risponde da sola. Perché l’accanimento riguarda proprio Ranucci e proprio Report.

Perché quel programma, da quasi trent’anni, lavora esattamente sui territori di cui abbiamo parlato: i rapporti tra politica e criminalità organizzata, gli appalti, i servizi, i finanziamenti opachi, le carriere costruite nell’ombra, il dossieraggio stesso. È uno dei pochi presidi rimasti nel servizio pubblico dove il potere viene guardato mentre lavora, e non mentre inaugura.

Un giornalista sotto scorta ininterrotta dal 2021 per minacce di morte valutate dal Ministero dell’Interno non è un personaggio televisivo fortunato. È qualcuno che ha toccato nervi scoperti. E la resa dei conti, quando arriva, non arriva mai in forma di smentita documentata: arriva in forma di campagna.

Se le inchieste di Report fossero false, si smentirebbero. Se fossero diffamatorie, esistono i tribunali. Se contenessero errori, si pretenderebbero rettifiche. La richiesta di rimuovere il conduttore non è nessuna di queste cose. È la richiesta di spegnere una voce, colta al momento della sua massima vulnerabilità.

8. La trappola della prima immagine

C’è un ultimo aspetto, e riguarda noi. Tutti noi.

La ricerca sui processi cognitivi lo ha documentato con precisione: la prima informazione che riceviamo su una vicenda struttura in modo stabile tutte quelle successive. È l’effetto primacy. E la smentita, quando arriva, non cancella il danno: la correzione di una notizia falsa continua a lasciare traccia nel giudizio delle persone anche quando è stata pienamente compresa. Gli studiosi lo chiamano effetto di influenza continuata.

Tradotto: chi ha letto in giugno il titolo che accostava Ranucci al proprio attentato non leggerà in agosto l’ordinanza in cui la gip scrive che ne è stato vittima e strumento inconsapevole. Il primo titolo era in prima pagina; il secondo è un documento di decine di pagine che quasi nessuno aprirà. Il primo era una storia semplice; il secondo è una ricostruzione complessa. E il cervello umano preferisce sempre la storia semplice.

Su questa asimmetria si costruiscono le campagne di delegittimazione. Non serve provare nulla. Basta che la frase se l’è organizzata da solo per la notorietà abbia circolato abbastanza a lungo prima che le carte dicessero il contrario. Chi la ripete oggi, dopo l’ordinanza, non sta esercitando un dubbio: sta rifiutando un fatto.

Ed è una narrazione che soddisfa un bisogno psicologico preciso, quello di vedere cadere chi ha costruito la propria autorevolezza sulla denuncia delle contraddizioni altrui. È il piacere della caduta. Ma una democrazia non può essere amministrata dai meccanismi emotivi che governano i social. Deve essere amministrata dai fatti.

9. La Rai non appartiene al governo

L’articolo 21 della Costituzione stabilisce che tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero e che la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure. Da questa libertà discende la tutela costituzionale del diritto all’informazione e del pluralismo.

Questo non colloca i giornalisti al di sopra della legge: li colloca al riparo dal potere politico. Un giornalista risponde davanti alla magistratura come chiunque altro, e Ranucci non fa eccezione. Ma non può essere sottoposto a un tribunale politico preventivo, né a una procedura aziendale che nasce dalle pressioni dei ministri.

La Rai non appartiene al governo di turno, né alla maggioranza parlamentare, né all’opposizione, né ai partiti. Appartiene ai cittadini che la finanziano. Il denaro pubblico evocato da Salvini non è denaro del governo: è denaro dei contribuenti, e serve proprio a garantire che esista un’informazione che il governo non controlla.

La domanda corretta non è se Ranucci piaccia alla destra o alla sinistra. La domanda è se in Italia un giornalista d’inchiesta possa lavorare liberamente quando le sue inchieste disturbano chi comanda. La risposta dovrebbe essere sì. Sempre. Anche quando quel giornalista ci sta antipatico. Anche quando sbaglia. Anche quando colpisce la nostra parte politica.

Perché la libertà di stampa non serve a proteggere ciò che vogliamo sentirci dire. Serve a proteggere ciò che il potere preferirebbe non farci sapere.

10. Cinquantaseiesimo posto

Non stiamo parlando di un incidente isolato. Il World Press Freedom Index 2026 di Reporters sans frontières colloca l’Italia al cinquantaseiesimo posto su centottanta Paesi, in fascia problematica. Nel 2025 era quarantanovesima, nel 2024 quarantaseiesima, nel 2023 quarantunesima: quindici posizioni perdute in tre anni. È il peggior risultato dell’Europa occidentale, dietro Paesi che nessuno citerebbe come modelli di libertà informativa.

Le motivazioni indicate da Rsf sono tre: la pressione delle organizzazioni mafiose, in particolare nel Mezzogiorno; il quadro normativo, con le querele temerarie e le norme bavaglio; e le interferenze politiche sulla Rai.

La Federazione nazionale della stampa ha commentato quel dato parlando di un Paese ormai stabilmente fuori dagli standard delle democrazie fondatrici dell’Unione europea, e di un’Unione che assiste in silenzio. Il caso Ranucci non è l’eccezione che smentisce quella classifica. È la dimostrazione che quella classifica è esatta.

11. La verità presenta sempre il conto

Non sappiamo ancora come finirà l’inchiesta sull’attentato del 16 ottobre 2025. Non sappiamo se la versione di Lavitola reggerà alle verifiche, se emergeranno altri interessi, se dietro il faccendiere ci sia soltanto il delirio di un manipolatore o qualcosa di più organizzato. La magistratura farà il suo lavoro, e dovrà poterlo fare senza il rumore di fondo delle dichiarazioni ministeriali.

Quello che sappiamo, invece, lo sappiamo con certezza, perché sta scritto negli atti di un giudice: Sigfrido Ranucci non ha organizzato nulla, non sapeva nulla, non ha tratto vantaggio da nulla. È stato scelto come strumento da un uomo che gli si diceva amico, è stato ingannato prima e depistato dopo, e si è ritrovato una bomba a pochi metri dalla porta di casa mentre sua figlia rientrava.

E sappiamo che, appena questa verità è emersa, una parte della politica italiana ha reagito chiedendone la rimozione dal servizio pubblico.

Non serve alcuna dietrologia per vedere che cosa sta accadendo. Bastano i fatti in fila: una bomba, un mandante confesso, un giudice che certifica l’estraneità della vittima, una campagna politica contro la vittima, una procedura aziendale aperta sulla vittima, un programma d’inchiesta la cui conduzione viene messa in discussione.

Si può mentire una volta, e qualcuno ci crederà. Si può ripetere una menzogna cento volte, e molti continueranno a crederci. Ma non si può mentire per sempre, perché i fatti risalgono. Sempre. Come tutte le cose che vengono tenute troppo a lungo sott’acqua, prima o poi tornano in superficie.

E insieme a loro torna a galla anche il resto. Anche chi le menzogne le aveva costruite. A quel punto non resta più nulla da nascondere.

Nemmeno la puzza.

Fonti

1. Senato della Repubblica, Costituzione della Repubblica Italiana, articolo 21, testo vigente.

2. Ansa, Lavitola confessa: sono io il mandante dell’attentato a Ranucci, l’ho fatto per il suo bene, 12 agosto 2026.

3. Il Fatto Quotidiano, Attentato a Ranucci, Lavitola ammette: sono il mandante. Il legale del giornalista: delirante, 12 agosto 2026.

4. Sky TG24, Attentato a Ranucci, Lavitola resta in carcere: il gip respinge la richiesta dei domiciliari, 13 agosto 2026.

5. Giornale di Sicilia, Attentato a Ranucci. Il gip non crede a Lavitola: ricostruzioni inverosimili, 13 agosto 2026.

6. Il Mattino, Lavitola, il gip: attentato per accrescere la popolarità di Ranucci, 11 agosto 2026.

7. Antimafia Duemila, Attentato a Ranucci: arrestato Lavitola. Gip: giornalista vittima ignara dell’ex faccendiere, 11 agosto 2026.

8. Il Fatto Quotidiano, Ranucci si prenda una pausa: Salvini chiede il cambio alla guida di Report. Fnsi: ritorsione, 11 agosto 2026.

9. Open, Salvini invoca lo stop di Ranucci. Interviene la Fnsi: ritorsione contro un giornalista sgradito, 11 agosto 2026.

10. Il Fatto Quotidiano, Fdi contro Ranucci, Fazzolari: si scusi per averci infangato, 13 agosto 2026.

11. Giornale di Sicilia, Caso Ranucci, la relazione del Comitato etico è sul tavolo dei vertici della Rai, 13 agosto 2026.

12. Il Fatto Quotidiano, Pio Pompa, dal Sismi 60mila euro l’anno per dossierare giudici e giornalisti, 7 maggio 2015.

13. Il Fatto Quotidiano, Dossieraggi Sismi, assolto in appello l’ex funzionario Pio Pompa, 24 maggio 2017.

14. Senato della Repubblica, Commissione parlamentare d’inchiesta concernente il dossier Mitrokhin, atti e relazione, XIV legislatura.

15. Sky TG24, Caso Equalize, Enrico Pazzali tra i quindici indagati per dossieraggio su vip e politici, 31 luglio 2025.

16. Milano Finanza, Equalize, chiesto il processo per settantaquattro imputati: oltre ottocento presunte vittime dei dossieraggi, luglio 2026.

17. la Repubblica, Berlusconi: perizie per i pm. Dell’Utri: Mangano un eroe, 8 aprile 2008.

18. Antimafia Duemila, Vittorio Mangano ad Arcore, motivazioni della sentenza d’appello su Marcello Dell’Utri, Corte d’appello di Palermo.

19. Reporters sans frontières, World Press Freedom Index 2026, 30 aprile 2026.

20. Fnsi, Classifica Rsf, Italia cinquantaseiesima. Dichiarazioni di Alessandra Costante e Vittorio Di Trapani, 30 aprile 2026.

Mario Sommella

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