A un soffio da mezzanotteIl capitalismo a mano armata, la psicopolitica del consenso e la maschera volgare del potere

C’è un’immagine che torna quando l’aria si fa pesante e la storia smette di camminare per riforme e ricomincia a correre per strappi: l’orologio dell’apocalisse. Il Doomsday Clock nel 2025 è stato portato a 89 secondi dalla mezzanotte, il punto più vicino di sempre. Non è folklore. È un termometro politico e scientifico dell’epoca: rischi nucleari, crisi climatica, tecnologie destabilizzanti. E quando quel termometro sale, non è solo perché “il mondo è cattivo”, ma perché un certo modo di organizzare la vita e il potere ha bisogno della minaccia come carburante.

Negli ultimi giorni, la temperatura è salita di colpo. E il primo atto, quello che sposta l’asse morale e giuridico dell’intera sequenza, non è stato in mare. È stato a Caracas.

Il 3 gennaio 2026, forze speciali statunitensi hanno catturato Nicolás Maduro e sua moglie Cilia Flores in un’operazione militare nella capitale venezuelana, trasferendoli negli Stati Uniti e portandoli davanti a un tribunale federale a New York. Maduro, in aula, ha parlato di “rapimento” e ha rivendicato di essere ancora il presidente del Venezuela.

Qui non siamo davanti a una sanzione o a una pressione diplomatica. È la pretesa di esercitare cattura e processo su un capo di Stato tramite la forza, scavalcando la grammatica minima della sovranità e aprendo una voragine nel diritto internazionale. Non a caso, analisi e osservatori hanno discusso subito le implicazioni legali e il precedente che questo gesto crea.

E se vogliamo essere coerenti, il punto politico non può essere la moraletta sul “regime”, la scorciatoia retorica che l’Occidente usa per sentirsi pulito mentre stringe un cappio. Il punto è il popolo venezuelano, che da decenni è sotto assedio economico e finanziario: sanzioni, blocchi di fatto, strangolamento dei pagamenti, ricatti commerciali, guerra ibrida. Quando la politica diventa punizione economica, a pagare non sono i palazzi, ma i quartieri, gli ospedali, i salari, le famiglie. È la vecchia legge dell’impero: colpire la vita quotidiana per piegare la volontà collettiva.

Dentro questo quadro, i governi socialisti venezuelani degli ultimi vent’anni hanno rappresentato una rottura concreta con il modello coloniale e subordinato: redistribuzione, investimenti sociali, difesa della sovranità, idea che la ricchezza nazionale debba servire chi lavora e chi vive, non chi specula. È esattamente questo che l’imperialismo non perdona: non la “simpatia” per un governo, ma il principio che un Paese possa tentare di sottrarsi alla piena disponibilità del capitale globale, costruendo un altro orizzonte di diritti e dignità.

E qui entra l’altro movente, quello che non ha bisogno di retorica perché parla con i numeri: il Venezuela rivendica circa 300 miliardi di barili di riserve provate, spesso citate come le più grandi al mondo. Chi controlla quel rubinetto, controlla una leva. Chi decide a chi appartengono quelle risorse decide anche chi può respirare e chi deve inginocchiarsi. È per questo che Caracas è nel mirino da anni: perché la questione non è “la democrazia”, è la proprietà. Non è “la legalità”, è l’appropriazione.

L’architrave narrativo dell’operazione del 3 gennaio è stato presentato come lotta al “narcoterrorismo” e al presunto ruolo di Maduro come capo di un grande cartello internazionale. Qui entra in scena l’etichetta più potente e più ambigua: il cosiddetto Cartel de los Soles.

Il Cartello dei Soli, la parola che semplifica e la realtà che non sta in un titolo

“Cartello” evoca un’organizzazione compatta, gerarchica, con un comando unico. Ma su Cartel de los Soles la realtà è meno cinematografica e molto più sporca. Diverse ricostruzioni investigative insistono su un punto: più che un cartello nel senso classico, è spesso una scorciatoia per descrivere reti e complicità dentro apparati militari e istituzionali, non un’unica struttura monolitica con un organigramma da manuale.

L’origine del nome spiega già l’equivoco. “Soles” richiama i soli sulle spalline e sulle uniformi dei generali venezuelani: un segno di grado, non il logo di un’azienda criminale. Il termine circola dagli anni Novanta in relazione a scandali e indagini su ufficiali, e da lì cresce fino a diventare un’etichetta ombrello: utile per descrivere un contesto, ma soprattutto utilissima per costruire un nemico immediatamente riconoscibile nel racconto pubblico.

C’è un elemento in più, importante perché tocca direttamente la solidità dell’impianto accusatorio: fonti giornalistiche hanno riportato che, dopo l’arresto di gennaio 2026, le carte aggiornate dell’accusa avrebbero ridimensionato l’idea di Maduro come “capo” di un cartello strutturato, descrivendo piuttosto un sistema più diffuso e meno verticistico. In parallelo viene richiamato il lavoro di InSight Crime, che da anni contesta la rappresentazione di un’unica organizzazione gerarchica come semplificazione politicamente conveniente.

Detto in modo netto: trasformare un insieme complesso di reti, interessi e dinamiche in un “cartello” monolitico guidato da un solo uomo è un salto narrativo enorme. Ed è proprio su salti narrativi di questo tipo che l’impero costruisce le sue licenze morali: se il nemico è un mostro, allora tutto è permesso. Se il nemico è un “cartello”, allora il rapimento diventa “giustizia”. È la grammatica del dominio, ripetuta mille volte nella storia.

Dal blitz a Caracas al mare: la coercizione diventa procedura

È su questa scia che si inserisce il secondo atto, quello navale. Il 7 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno sequestrato una petroliera battente bandiera russa, la Marinera (ex Bella 1), in Atlantico, dopo un inseguimento durato settimane e con un’operazione che, nelle ricostruzioni, ha incluso elicotteri e asset militari. Mosca ha protestato parlando di violazione del diritto marittimo e “pirateria”.

Nello stesso quadro è stata segnalata l’intercettazione di un’altra nave collegata ai traffici venezuelani. Il punto non è la singola nave, né la singola bandiera. Il punto è la logica: l’enforcement delle sanzioni si trasforma in interdizione armata; l’interdizione armata si racconta come “applicazione della legge”; e così la coercizione diventa procedura, normalità amministrativa, routine geopolitica.

Ed eccoci alla questione più ampia, quella che non riguarda solo un presidente o una contingenza, ma la natura del capitalismo quando entra nella fase in cui, per restare in piedi, ha bisogno di mettere il mondo sotto pressione.

Il profitto come guerra permanente

Il capitalismo, nella sua forma matura, non è semplicemente “mercato” o “impresa”. È un dispositivo di accumulazione. Vive di una legge dura e semplice: trasformare tutto in valore scambiabile e trasformare quel valore in potere. Per farlo, sfrutta due miniere.

La prima miniera è il lavoro umano: tempo, salute, energia, vita. La seconda miniera è la natura: suolo, acqua, minerali, energia, ecosistemi. Solo che questa seconda miniera non è infinita. E quando la crescita diventa un dogma, e l’infinito diventa una pretesa, la contraddizione esplode: o si riduce l’avidità del sistema, o si aumenta la violenza con cui si impone.

Qui il conflitto non è un incidente. È una funzione. Quando l’economia reale rallenta e l’egemonia traballa, la guerra torna a essere la scorciatoia più antica: crea domanda, disciplina la società, ridisegna rotte e risorse. La guerra, o la minaccia della guerra, diventa l’ossigeno di un ordine che non sa più legittimarsi con benessere e progresso.

Ecco perché le discussioni sulla “dedollarizzazione” non sono folclore geopolitico. Il dollaro resta dominante, ma la sua quota nelle riserve mondiali mostra un declino a lungo periodo; l’IMF COFER indica valori attorno al 57% nel 2025 (con oscillazioni anche legate ai cambi), mentre analisi della Federal Reserve ricordano che la supremazia resta netta ma non più intoccabile come nel passato.

Quando un potere globale percepisce che la rendita geopolitica può restringersi, tende a reagire non con sobrietà ma con eccesso. E l’eccesso, storicamente, ha sempre un vocabolario: blocchi, sequestri, ultimatum, “azioni mirate”, punizioni esemplari.

Il patriarcato proprietario, la radice arcaica del comando

C’è poi un livello più profondo, spesso rimosso perché scomodo: il capitalismo moderno non nasce in un vuoto antropologico. Si innesta su un comportamento arcaico, quello del possesso. Il patriarcato è l’alfabeto originario della proprietà totale: il capo possiede la casa, la terra, la discendenza, e persino i corpi. È un’antropologia del comando che precede il capitalismo ma che il capitalismo perfeziona e industrializza.

Il mercato, quando diventa totalitario, non compra solo merci: compra tempo, attenzione, desideri, corpi. E l’idea patriarcale di dominio, traslata in economia, diventa una grammatica del mondo: chi ha comanda, chi non ha obbedisce, chi non obbedisce viene punito o reso invisibile. Questa è la base semplice del potere capitalistico: una visione povera dell’umano, ridotta a competizione, gerarchia, sopraffazione.

Psicopolitica e ipnosi, il consenso come colonizzazione mentale

Il potere, oggi, non si regge solo sulle armi o sul denaro. Si regge sul controllo del senso. La mente collettiva è diventata un campo di battaglia più importante del territorio, perché se governi la percezione governi anche l’obbedienza.

Qui la psicopolitica non è un concetto astratto. È la capacità di trasformare l’emozione in disciplina, la paura in fedeltà, l’indignazione in consumo di notizie, la stanchezza in rassegnazione. È un sistema ipnotico non perché “magico”, ma perché ripetitivo: feed che premiano l’odio semplice, format che teatralizzano il conflitto, titoli che sostituiscono i fatti, algoritmi che amplificano lo scontro più vendibile.

E il possesso dei mezzi di comunicazione, soprattutto nel perimetro occidentale, è parte integrante del dispositivo: non serve dire “questa è propaganda”, basta costruire un ambiente dove ciò che conta non è vero o falso, ma utile o inutile al mantenimento dell’ordine. A quel punto, anche un blitz extraterritoriale può essere riverniciato come “giustizia”, e un sequestro in mare può essere venduto come “tutela della legalità”.

Trump come sintomo, la volgarità del potere quando smette di fingere

E poi c’è Trump. Non come uomo solo, ma come sintomo. Trump è l’esternazione senza trucco di ciò che, per decenni, il capitalismo occidentale ha fatto con linguaggio educato. È il capitale che smette di chiedere permesso, che parla come un padrone e pretende che il mondo obbedisca perché “si è sempre fatto così”.

La sua forza non è l’originalità. È la coerenza brutale. Dice ad alta voce ciò che molti apparati hanno praticato a bassa voce: l’intimidazione come negoziazione, la minaccia come diplomazia, la coercizione come amministrazione.

Le basi, il mare, il cappio

C’è un dettaglio che fa capire la sproporzione strutturale su cui si fonda questa postura: la presenza militare globale. Le stime variano, ma diverse analisi parlano di centinaia di basi e siti militari statunitensi all’estero, in un ordine di grandezza spesso riportato tra 750 e 800.

E poi c’è il mare: circa il 90% del commercio mondiale viaggia via mare. Quando qualcuno prova a trasformare quel sistema in un rubinetto politico, sta mettendo un cappio potenziale al collo di economie intere. Il passo tra interdizione selettiva e strangolamento strategico può diventare brevissimo, soprattutto quando la logica è quella del tutto o niente.

Quando la mezzanotte non è un simbolo

Il capitalismo, arrivato a questo punto della sua parabola, mostra la sua natura senza poesia: sfruttamento dell’uomo sull’uomo, sfruttamento dell’uomo sulla natura, e infine conflitto come metodo di gestione della crisi. Il patriarcato gli fornisce la cultura del possesso. La psicopolitica gli fornisce la colonizzazione mentale. La macchina militare gli fornisce l’esecuzione. Trump gli fornisce la voce.

Se l’orologio del mondo è vicino alla mezzanotte, non è perché il destino è scritto. È perché qualcuno continua a scriverlo con l’inchiostro del profitto e con la penna della forza. E la cosa più tragica è che questa scrittura viene spesso presentata come “realismo”.

Il realismo vero, invece, è un altro: o si spezza la dipendenza del sistema dalla guerra e dalla minaccia, o il secolo finirà governato dall’emergenza permanente. Un pianeta sotto stress, società polarizzate, democrazie ridotte a ordine pubblico, e un’umanità costretta a vivere come se l’Armageddon fosse un’ipotesi tra le altre, anziché la negazione stessa della politica.

Fonti essenziali
The Bulletin of the Atomic Scientists, Doomsday Clock (impostazione 2025 e contesto 2026).
Operazione del 3 gennaio 2026 e udienze a New York (House of Commons Library; Al Jazeera; CBS News).
Sequestro della petroliera Marinera e reazione russa (Reuters; The Guardian).
Origine e natura del termine “Cartel de los Soles” come etichetta legata alle insegne militari e come rete non monolitica (InSight Crime citato da fonti; ricostruzioni giornalistiche).
Impatto umanitario e quadro sociale della crisi, incluse sanzioni e bisogni umanitari (GAO; CRS; Rapporteur ONU su misure coercitive unilaterali).
Riserve petrolifere e discussione sulla sostenibilità economica del “primato” venezuelano (Reuters Breakingviews; Al Jazeera risorse).

L’ipnocrazia della guerra: Venezuela, Palestina, Ucraina e il caos nelle nostre teste

C’è qualcosa di stranamente silenzioso nel frastuono delle bombe.

Mentre Caracas viene colpita, Gaza viene annientata da mesi e il fronte ucraino scivola via dal dibattito pubblico come una notizia vecchia, una parte enorme dell’umanità continua la propria vita come se tutto questo fosse solo rumore di fondo. Non perché sia cattiva o indifferente per natura, ma perché è immersa in un caos cognitivo studiato a tavolino.

Lo chiamano in molti modi: psicopolitica, ipnocrazia, guerra cognitiva. In sintesi: la colonizzazione della mente prima ancora dei territori. È il dispositivo che permette all’impero – oggi guidato dagli Stati Uniti, ma sostenuto da una lunga catena di alleati subalterni – di trasformare guerre di aggressione in “operazioni di sicurezza”, genocidi in “autodifesa”, colpi di Stato in “transizioni democratiche”.

Il caso Venezuela è solo l’ultimo tassello di questo schema. Ma per capirlo davvero dobbiamo fare un passo indietro, e poi uno dentro la nostra testa.

Geopolitica-spettacolo: l’arte di non capire la guerra

Negli ultimi anni la parola “geopolitica” è diventata una moda: talk show, podcast, editoriali, libri patinati. Una sorta di religione laica che promette spiegazioni profonde e spesso consegna, invece, un teatrino di mappe colorate, leader carismatici, “sfere di influenza” raccontate come se fossimo tornati al gioco del Risiko.

In questa versione spettacolarizzata, la guerra appare come il risultato di decisioni drammatiche prese da pochi uomini forti: Putin, Zelensky, Netanyahu, Trump, Biden, Xi, e così via. Si discute del loro carattere, delle loro “visioni”, del loro calcolo strategico. Quasi mai degli interessi materiali che li muovono: flussi energetici, rotte commerciali, accesso a materie prime, profitti dell’industria bellica, controllo delle infrastrutture digitali.

È una geopolitica senza economia, cioè senza radici. E proprio per questo funziona alla perfezione come arma ideologica. Perché sposta lo sguardo: invece di chiederci “chi ci guadagna?”, ci fanno domandare “chi è più cattivo?”.

In questo modo la guerra viene sollevata dal fango del denaro e presentata come una faccenda quasi metafisica: civiltà contro barbarie, democrazia contro dittatura, Occidente “valoriale” contro resto del mondo. È l’arte di non capire la guerra per poterla perpetuare.

Se torniamo alla frase più censurata del pensiero critico – “la storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classe” – capiamo quanto questa rimozione sia funzionale al potere. Perché se riconosciamo che dietro ogni conflitto ci sono rapporti di forza economici e sociali, cade la favola consolatoria dei “nostri” che combattono per la libertà e dei “loro” che combattono per odio o fanatismo.

Ipocrazia e ipnocrazia: i doppi standard come metodo di governo

Prendiamo tre scenari: Venezuela, Palestina, Ucraina.

I  Quando gli Stati Uniti bombardano Caracas, sequestrano il presidente di un paese sovrano e rivendicano apertamente di voler “gestire” il suo petrolio, la narrazione dominante parla di “lotta al narcotraffico”, “stato fallito”, “ripristino della democrazia”.

II  Quando Israele devasta Gaza, uccidendo decine di migliaia di civili, colpendo ospedali, scuole, campi profughi, la parola che domina è “autodifesa”, mentre chi denuncia il genocidio viene bollato come estremista o antisemita.

III  Quando la NATO allarga per decenni i propri confini verso est, ignora gli accordi non scritti del dopo-Guerra fredda e trasforma l’Ucraina in cuscinetto armato contro la Russia, tutto questo scompare dietro il mantra: “Putin è pazzo”, “Putin è l’unico responsabile”. Finché la stessa Ucraina, usata come ariete geopolitico, viene lentamente abbandonata al proprio destino.

Tre guerre, tre narrazioni completamente diverse. Eppure un filo rosso le unisce: i doppi standard.

IV  Il bombardamento di Caracas viene raccontato come chirurgico, necessario, persino “responsabile”, anche se viola la Carta dell’ONU, il divieto di uso unilaterale della forza e il principio di non ingerenza.

V  La resistenza palestinese viene ridotta a terrorismo, mentre l’occupazione, il sistema di apartheid, la pulizia etnica lenta vengono normalizzati da decenni.

VI  La legittima condanna dell’invasione russa dell’Ucraina diventa il pretesto per ignorare tutto ciò che l’ha preceduta: colpi di mano politici, espansione NATO, uso del paese come pedina nella partita tra potenze.

La verità è che non esiste un principio universale applicato in modo coerente. Esiste un criterio unico: chi ha il potere di imporre la propria versione dei fatti.

Qui entra in gioco l’ipnocrazia: il potere che ipnotizza la coscienza. Non lo fa solo con la censura, ma con un eccesso di immagini, parole, narrazioni contrastanti. Ci travolge di informazioni fino a farci rinunciare a capire. Così, a forza di “nuove emergenze”, perdiamo la capacità di vedere le continuità.

Venezuela: un paese punito perché redistribuisce

In questo quadro, il Venezuela è la fotografia di un reato imperdonabile agli occhi dell’impero: aver provato a usare la propria ricchezza per i poveri.

Al di là della propaganda, è un dato assodato che nelle fasi iniziali del processo bolivariano siano crollati analfabetismo e povertà estrema; che sanità e istruzione abbiano raggiunto fasce prima escluse; che siano nate forme di partecipazione popolare nei barrios, nelle comunas. Un processo contraddittorio, imperfetto, spesso caotico, ma che rompeva un dogma: la rendita petrolifera non è per forza destinata alle multinazionali e alle élite occidentali, può finanziare politiche sociali.

Per il capitalismo globale, questo è un virus da estirpare. Se un paese mostra che è possibile deviare una parte dei profitti dalle casse delle corporation verso ospedali, scuole, case popolari, diventa un cattivo esempio, un precedente pericoloso per il resto del Sud del mondo.

Non stupisce, allora, che il Venezuela sia stato sottoposto a:

I  sanzioni devastanti, che hanno colpito soprattutto la popolazione;

II  un blocco economico e finanziario che ha strozzato importazioni essenziali;

III  una martellante campagna mediatica che ha presentato il paese come narco-Stato e il suo governo come pura criminalità organizzata;

IV  ora, bombardamenti e sequestro del presidente, con la stessa logica usata per Noriega a Panama: trasformare un capo di Stato in “boss” da prelevare e processare altrove.

La narrazione sulla “guerra alla droga” è talmente fragile che persino esperti di narcotraffico vicini a magistrature occidentali l’hanno smontata: il Venezuela è marginale nelle principali rotte internazionali, mentre Colombia, Messico, alcune aree di Ecuador e Honduras sono i veri snodi della produzione e del traffico verso gli Stati Uniti e l’Europa. Ma non conviene dirlo. Non serve alla sceneggiatura.

Più semplice è accusare Maduro di essere capo di un cartello, proprio come fu “semplice” inventare le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein per invadere l’Iraq. A guerra finita, nessuna traccia di quelle armi. Ma intanto centinaia di migliaia di morti e un paese distrutto.

Oggi si replica lo schema: prima costruisco il mostro, poi giustifico ogni violenza in nome della lotta al male assoluto.

Palestina: il genocidio normalizzato

Se il Venezuela è punito per aver tentato di redistribuire, la Palestina è massacrata per aver osato sopravvivere come popolo.

Qui la manipolazione è ancora più brutale: un intero popolo viene dipinto come ontologicamente sospetto. Scompare la storia dell’occupazione, delle colonie, degli accordi traditi, delle risoluzioni ONU ignorate, degli assedi su Gaza prima ancora del 7 ottobre. Resta solo un frame: “Israele si difende dal terrorismo”.

Così il genocidio – fatto di bombardamenti sistematici su civili, fame indotta, distruzione di infrastrutture vitali – diventa, agli occhi di molti, un “eccesso”, un “errore”, un “problema di proporzionalità” al massimo. Mai la conseguenza logica di un progetto coloniale.

Ancora una volta, il metro cambia a seconda di chi tiene in mano l’arma e il microfono. Se un paese nemico dell’Occidente compisse anche un decimo di ciò che Israele sta facendo a Gaza, parleremmo di crimini contro l’umanità all’istante, tribunali internazionali, sanzioni ferree, esclusioni da eventi sportivi e culturali. Invece assistiamo a giustificazioni infinite, a imbarazzati equilibrismi, a un’Europa che balbetta mentre continua a vendere armi e a definire Tel Aviv “nostro alleato strategico”.

Ucraina: la guerra usata e archiviata

Sul fronte ucraino il doppio gioco è di altra natura ma non meno cinico.

Per mesi, l’Europa si è presentata come “scudo morale” di Kiev: bandiere giallo-blu ovunque, retorica della resistenza eroica, demonizzazione totale della Russia. Ma in questo racconto è sparito quasi tutto:

I  l’allargamento NATO verso est promesso e poi disatteso nei confronti di Mosca;

II  gli accordi di Minsk mai rispettati;

III  la complessità interna dell’Ucraina, con un paese spaccato socialmente, linguisticamente e politicamente;

IV  il ruolo delle oligarchie locali e delle interferenze statunitensi nel plasmare i governi di Kiev.

Ancora una volta, la realtà materiale viene sostituita da una fiaba morale: noi difendiamo la democrazia, loro sono l’asse del male.

Ora, mentre la guerra si incaglia, le risorse scarseggiano e le opinioni pubbliche occidentali si stancano, la stessa Ucraina rischia di essere scaricata, ridotta a territorio-ponte devastato, laboratorio di armi e strategie, monito per altri paesi che vorranno restare nella zona grigia tra NATO e Russia.

L’Europa come periferia psichica dell’impero

In tutto questo, l’Europa recita una parte grottesca: quella del vassallo che si crede arbitro.

Economicamente dipendente dall’energia e dalla sicurezza statunitense, prigioniera di una struttura NATO che ne limita la sovranità militare, la classe dirigente europea ha interiorizzato fino in fondo il ruolo di periferia “civilizzata” dell’impero.

Non è solo subalternità politica: è colonizzazione mentale. Le cancellerie europee, nella stragrande maggioranza, parlano la lingua di Washington:

I  quando si tratta di Cuba, Venezuela, Nicaragua, preferiscono la narrazione del “fallimento socialista” a qualunque analisi sulle sanzioni;

II  sulla Palestina, oscillano tra l’imbarazzo e l’aperto allineamento a Israele;

III  sull’Ucraina, hanno sposato senza fiatare la linea dell’escalation, fino a indebolire le proprie economie con sanzioni boomerang e riarmo frenetico.

Anche qui lavora l’ipnocrazia: l’idea che non esista alternativa. Che “ce lo chiede l’Occidente”, come una forza metafisica alla quale non ci si può opporre. Così, un continente che avrebbe tutte le risorse storiche e culturali per giocare un ruolo di mediazione e di pace, si limita a fare da eco.

Colonizzare la mente prima dei territori

Tutto questo sarebbe impossibile senza un lavoro capillare sulle coscienze.

La guerra moderna non inizia con i missili, ma con le parole. Non comincia nei cieli, ma negli algoritmi. Prima di colpire una città, bisogna conquistare la percezione di milioni di persone che, a migliaia di chilometri di distanza, dovranno considerare “necessari” quei bombardamenti o, almeno, non sentire il bisogno di opporvisi.

I  I media mainstream selezionano ciò che è visibile e ciò che scompare: Gaza per mesi in seconda pagina, il Venezuela liquidato in poche righe, il Donbass raccontato solo da un lato.

II  I social network amplificano narrazioni emotive, polarizzate, che rendono difficile qualsiasi analisi complessa: o con A o con B, o con l’Occidente o con i “dittatori”.

III  Il linguaggio viene svuotato e riempito di altro: “intervento umanitario” al posto di guerra, “danni collaterali” al posto di civili uccisi, “transizione” al posto di golpe, “ordine internazionale basato sulle regole” al posto di dominio unilaterale.

Psicopolitica significa proprio questo: governare attraverso emozioni, paure, desideri, senso di appartenenza, e non solo attraverso leggi e repressione. Ipocrazia – dal greco hypokrisia, recitare una parte – e ipnocrazia – potere che ipnotizza – diventano due facce della stessa medaglia.

Ci confondono, ci dividono, ci fanno sentire impotenti. L’obiettivo è farci rinunciare in partenza: “è troppo complicato”, “non si capisce più niente”, “sono tutti uguali”, “non serve a nulla opporsi”.

Quando un popolo arriva a questo punto, non serve nemmeno più una dittatura dichiarata. L’autocensura e la rassegnazione fanno il lavoro sporco.

Cosa possiamo fare noi, davvero?

Di fronte a questo quadro, la domanda è inevitabile: cosa possiamo fare, noi che non controlliamo governi, eserciti, grandi media?

Non esiste una risposta semplice, ma esistono alcuni punti fermi.

I  Rompere l’ipnosi.

Sembra poco, ma non lo è. Vuol dire scegliere fonti diverse, leggere voci critiche, ascoltare chi è sul campo, non accontentarsi dei titoli, avere il coraggio di dubitare quando tutto ci viene presentato come “ovvio”. Vuol dire rifiutare la logica del tifo e recuperare la fatica del pensiero.

II  Ricostruire un vocabolario comune.

Se le parole vengono sequestrate, va fatto il lavoro contrario: ridare un nome alle cose. Guerra quando è guerra, genocidio quando è genocidio, golpe quando è golpe, imperialismo quando un paese pretende di governarne un altro. Senza paura di risultare “radicali”.

III  Collegare le lotte.

Venezuela, Palestina, Ucraina, Yemen, Congo, Kurdistan, e potremmo andare avanti. Non sono isole separate, sono capitoli di un unico libro: quello di un sistema che considera sacrificabili intere popolazioni per difendere profitti, gerarchie geopolitiche, privilegi di pochi. Costruire un nuovo internazionalismo significa proprio questo: riconoscere le connessioni e fare sì che nessuna lotta resti confinata nel proprio recinto nazionale.

IV  Mettere in discussione l’Europa-comparsa.

Vuol dire pretendere che i nostri governi assumano posizioni indipendenti, non allineate automaticamente a Washington; denunciare il riarmo come risposta standard a ogni crisi; rivendicare una politica estera fondata sul diritto internazionale, non sul “ce lo chiede l’alleato”.

V  Difendere la mente come primo territorio da liberare.

In un’epoca in cui algoritmi e piattaforme conoscono desideri, paure e abitudini meglio di quanto le conosciamo noi stessi, la vera resistenza inizia con la consapevolezza. Limitare l’esposizione al bombardamento mediatico, scegliersi tempi e spazi di ascolto e lettura, coltivare comunità reali e non solo virtuali, discutere insieme invece di subire da soli.

Non si tratta di eroismi individuali, ma di un lento lavoro collettivo. La storia insegna che nessun impero è eterno; ma anche che nessun crollo è mai avvenuto da solo, senza la spinta di coscienze organizzate.

Siamo già oltre il ciglio del baratro

Non siamo “sull’orlo” del baratro: ci stiamo già scivolando dentro.

Un genocidio trasmesso in diretta, una capitale latinoamericana bombardata con leggerezza, un conflitto tra potenze nucleari alimentato e poi lasciato bruciare a fuoco lento, l’ONU ridotta a palco per discorsi senza conseguenze, il diritto internazionale usato come arma contro i nemici e ignorato per gli amici: tutto questo non è normale.

Se oggi normalizziamo Caracas sotto le bombe dopo aver normalizzato Gaza sotto le macerie e un’Europa trasformata in base avanzata di una guerra per procura, domani sarà più facile accettare nuovi bersagli, nuovi “Stati canaglia”, nuovi “popoli sacrificabili”.

Per questo la domanda non è teorica: o rimettiamo al centro un principio – le vite dei popoli contano più del petrolio, dei profitti, dei confini imperiali – oppure verrà un momento in cui sarà troppo tardi per invertire la rotta.

Il caos intellettivo in cui viviamo non è un incidente: è il lubrificante della macchina di guerra. Smontarlo è il primo atto di diserzione possibile.

Non basterà un articolo, né un singolo dossier. Ma ogni parola che rompe la narrazione ufficiale è una crepa nella vetrina lucidata dell’impero. E da qualche parte, per evitare di cadere definitivamente nella spirale di violenza e distruzione che abbiamo davanti, bisogna pur cominciare.

Programma di ri-educazione globale: perché la mente smette di ribellarsi

Ci sono testi che non chiedono di essere “commentati”. Chiedono di essere ascoltati, come si ascolta un rumore di fondo che a forza di stare lì, ogni giorno, smetti di notare. Il post di Luca Casarini funziona così: non è solo un’opinione su un tema, è un tentativo di nominare un processo. La tesi, detta in modo semplice, è questa: non ci stanno soltanto informando male. Ci stanno allenando a sentire meno, a riconoscere meno, a reagire meno. E quando la mente entra in questa postura, la ribellione non viene sconfitta in campo aperto. Si spegne per esaurimento, come una brace coperta di cenere.

L’intuizione di Casarini parte da una contraddizione che molti conoscono: più cerchi di “ragionare bene”, più ti accorgi che quel ragionare viene risucchiato in un grande vortice. Un calderone dove tutto si mescola, dove le parole diventano carburante per la macchina che vorresti fermare. È la sensazione di parlare dentro una stanza piena di eco: qualunque frase pronunci, torna indietro come rumore, si confonde, perde presa sul reale.

L’arruolamento forzato: la trincea mentale

Il primo meccanismo che Casarini descrive è quello che potremmo chiamare arruolamento forzato. In un contesto di “guerra permanente”, l’informazione e la politica smettono di essere luoghi di comprensione e diventano strumenti di schieramento. Il punto non è capire. Il punto è stare “di qua” o “di là”.

Qui la dinamica è quasi fisiologica. La mente umana, sotto stress, cerca scorciatoie. Riduce la complessità, si aggrappa a un’identità, si affida al gruppo. È un istinto di sopravvivenza, non un difetto morale. Ma quando l’ambiente comunicativo viene costruito per innescare sempre quello stato, allora la società diventa una trincea continua. Anche se non vuoi, finisci dentro la guerra. E, come nota Casarini, la guerra contemporanea non ha un solo obiettivo classico come “vincere”. Ha un obiettivo più subdolo: durare, non cessare mai.

Se il conflitto deve essere permanente, l’industria del discorso diventa una catena di montaggio: ogni evento viene trasformato in occasione per polarizzare, ogni dolore in un test di appartenenza, ogni strage in una contesa semantica. È così che lo sdegno si trasforma in tifo, e il tifo in anestesia.

Allontanare dall’essenziale: quando il reale diventa irriconoscibile

Il secondo meccanismo, ancora più profondo, è l’allontanamento dall’essenziale. Casarini insiste su una cosa che sembra quasi ovvia e invece oggi è rivoluzionaria: alcune realtà non hanno bisogno di infinite sovrastrutture. Hanno bisogno di essere riconosciute. Vita, morte, dolore, gioia, odio, amore. Cose elementari, radici dell’umano.

Eppure, proprio lì interviene la macchina di cattura. Non ti impedisce di vedere l’orrore. Ti abitua a vederlo senza sentirlo. Ti porta a un punto in cui l’orrore diventa un oggetto tra gli altri, un contenuto tra i contenuti, uno scorrimento tra gli scorrimenti. La mente, per difendersi, può fare due cose: o collassa, o si indurisce. Il potere, quando è intelligente, scommette sulla seconda.

È qui che la domanda centrale smette di essere “chi ha ragione?” e diventa “che cosa sta succedendo alla nostra capacità di riconoscere l’altro?”.

Il livello materiale: neuroscienze come lingua del presente, con prudenza

Casarini sceglie di parlare il linguaggio del materiale: cervello, circuiti, ormoni, ricompensa, empatia. È una scelta comprensibile: in un’epoca che idolatra la tecnica, dire “non è filosofia, è materia” è un modo per non farsi liquidare come moralismo.

Un esempio che usa riguarda la delega cognitiva. Richiama esperimenti e discussioni sull’orientamento: quando deleghi sistematicamente a un apparato tecnico funzioni che prima allenavi, cambi abitudini mentali. La letteratura sul rapporto tra navigazione spaziale e ippocampo è reale e famosa, inclusi studi sui tassisti londinesi che mostrano differenze strutturali associate a lunga esperienza di navigazione. Il punto politico, però, non è fare anatomia del cervello. È l’immagine: una società che delega sempre, alla fine disimpara. E chi disimpara, dipende.

Ancora più delicato e interessante è il passaggio sulla Schadenfreude, la “gioia per il danno altrui”. Casarini la usa come sintomo e come bersaglio di una rieducazione emotiva: se ti abitui a godere del dolore dell’altro, l’empatia si spegne e la crudeltà diventa normale. Dal punto di vista scientifico, ci sono lavori che collegano la Schadenfreude e i meccanismi di ricompensa, con attivazioni nello striato ventrale in contesti di confronto sociale, soprattutto quando la sventura colpisce persone percepite come rivali o “invidiate”. Anche qui, la lezione politica è chiara: se l’ambiente sociale premia il disprezzo e punisce la pietà, non serve più censurare la coscienza. La si riplasma per rinforzo.

C’è poi un tratto del post che scivola verso affermazioni più controverse, quando parla del cuore come “secondo cervello” e di campi elettromagnetici con effetti interpersonali misurabili. Sono temi molto presenti in divulgazioni specifiche, ma come base “dura” rischiano di essere un punto debole argomentativo se trasformati in certezza universale. In un articolo pubblico conviene trattarli, se li si cita, come metafora potente o come suggestione, non come prova definitiva. Il corpo conta, eccome. Ma proprio perché l’impianto di Casarini è forte, non ha bisogno di appoggiarsi a ciò che può essere contestato facilmente.

Sentire e pensare: la tensione vera, e come trasformarla in forza

Il cuore filosofico del post è una scelta: coltivare il sentire più che il pensare. Casarini arriva perfino a dire che il pensiero, in fondo, “non ci appartiene”, perché siamo dentro flussi di idee che precedono noi.

È una provocazione utile, ma va governata. Perché il rischio è evidente: se il discorso è sempre cattura, allora ogni analisi diventa sospetta e l’unica via resta la testimonianza morale. Bellissima, necessaria, ma politicamente fragile.

E qui è interessante ciò che emerge nei commenti: qualcuno obietta che le neuroscienze possono descrivere conseguenze, ma per capire le cause servono strumenti storici, economici, sociali. È una critica che merita rispetto. Non per mettere Casarini “contro” Marx o “contro” il materialismo, ma per fare una sintesi più robusta: il sentire è la bussola che impedisce la disumanizzazione, il pensare è la mappa per colpire le cause e non restare bloccati sulle sole conseguenze. Se tieni insieme bussola e mappa, allora la resistenza non diventa un gesto solitario. Diventa un progetto.

Un dettaglio che rende attuale la tesi: il lessico ufficiale del potere

Uno degli elementi più forti del post è che non resta nel vago. Casarini richiama un documento strategico statunitense recente, presentandolo come parte di un’operazione culturale, non solo geopolitica. E qui il contesto conta: la Casa Bianca ha pubblicato a inizio dicembre 2025 una nuova National Security Strategy che contiene formulazioni durissime sull’Europa, parlando di rischio di “civilisational erasure”, criticando politiche migratorie e dinamiche europee, e invitando a un cambio di traiettoria.

Che cosa c’entra con la psiche? C’entra eccome. Perché quando parole così entrano nei documenti ufficiali e nel circuito mediatico, diventano cornici. E le cornici non sono neutre: addestrano lo sguardo, decidono chi è “minaccia”, chi è “noi”, chi è “altro”. Su questa scia si è aperto un dibattito in Europa, con reazioni politiche e analisi che hanno sottolineato l’uso di un immaginario compatibile con retoriche identitarie e far right.

L’essenziale incarnato: il gesto umano contro la macchina

Casarini non resta nel concetto. Porta tutto su una domanda semplice e spietata: come mi sento davanti alle stragi, ai bambini morti, ai profughi, ai massacri dimenticati. E chiude con un criterio che taglia via la nebbia: una strage è una strage, uccidere un bambino è uccidere un bambino.

È una frase che oggi fa paura, perché spegne il gioco delle giustificazioni infinite. E, nello stesso tempo, indica una via: restare all’essenziale non significa essere ingenui. Significa rifiutare che l’orrore venga trasformato in una disputa tra tifoserie.

In questo senso, la pratica del soccorso in mare che Casarini racconta non è solo attivismo. È un laboratorio antropologico. Un esercizio quotidiano di riconoscimento: chiamare “fratello” e “sorella” chi il sistema ti chiede di percepire come invasore, rifiuto, scarto. E la formula “noi li soccorriamo, loro ci salvano” dice proprio questo: ci salvano dalla nostra metamorfosi in spettatori freddi.

Lo stesso vale per il riferimento a gesti concreti di coraggio civile. In questi giorni, ad esempio, l’Australia è stata scossa da un attacco armato a Bondi Beach, e la figura di Ahmed al-Ahmed è diventata simbolo perché ha disarmato uno degli aggressori rischiando la vita. È il punto che Casarini cerca: l’umano non è un’idea. È un gesto, un corpo che si muove, una decisione che rompe la passività.

Resistere al programma: tre mosse sobrie, non eroiche

Se trasformiamo l’impianto del post in una piccola pratica quotidiana, senza retorica, restano tre mosse.

La prima è igiene dell’attenzione. Non significa ignorare. Significa ridurre l’esposizione a quelle forme di comunicazione costruite per portarti in trincea, per renderti dipendente dall’indignazione, per tenerti nel binario.

La seconda è allenamento del sentire. Non “commuoversi” a comando, ma recuperare la capacità di riconoscere il dolore come reale, non come contenuto. Riconoscere vuol dire non contrattare con l’evidenza.

La terza è pratica di riconnessione. Fare qualcosa che ricuce il noi, anche piccolo, ma ripetuto. Un gesto che interrompe l’atrofia. Perché l’atrofia non si combatte con un post, si combatte con esercizio.

Conclusione

L’idea più inquietante di Casarini è anche la più utile: il dominio più efficace non ti ordina di diventare crudele. Ti convince che la crudeltà è normale, inevitabile, razionale. E quando ci arrivi, non c’è più bisogno di reprimerti. Ti governi da solo, con una mente stanca e un cuore disabituato.

Restare all’essenziale, allora, non è un rifugio spirituale. È una scelta politica radicale. Significa rompere l’incantesimo prima che diventi carattere, abitudine, destino.

Fonti principali
Luca Casarini, post su Facebook del 17/12/2025: https://www.facebook.com/share/p/1BjDejw6kH/?mibextid=wwXIfr
National Security Strategy della Casa Bianca (dicembre 2025).
Copertura e reazioni europee al documento, Reuters e Guardian.
Studi su navigazione e ippocampo nei tassisti londinesi (PNAS, PubMed).
Neuroscienze di invidia e Schadenfreude (Takahashi 2009, sintesi ScienceDirect).
Cronaca su Bondi Beach e figura di Ahmed al-Ahmed (Reuters, Al Jazeera, Guardian).

La guerra che non esiste: annientamento delle coscienze e manipolazione del reale

Viviamo immersi in una menzogna dolce, somministrata in microdosi giornaliere, come un anestetico che non addormenta ma desensibilizza. Un mondo ribolle sotto le bombe, sotto i bulldozer, sotto i razzi che stanotte hanno colpito i siti nucleari iraniani. Ma noi, qui, in Occidente, andiamo al mare. Scrolliamo notizie con la stessa disinvoltura con cui scegliamo una playlist. Il genocidio è diventato sfondo, il massacro rumore bianco. Nulla ci sveglia. Nulla ci tocca. Nulla sembra esistere davvero.

Eppure siamo già in guerra.

Ma è una guerra che non ha nome. Una guerra che non si dichiara, che non interrompe i palinsesti, che non sospende i talk show. È una guerra della quale si nega l’esistenza, perché troppo ingombrante, troppo divisiva, troppo reale. È la guerra dell’egemonia semantica, quella che Noam Chomsky ci aveva già raccontato nella metafora della rana bollita: non ci accorgiamo che la temperatura sale, che i diritti evaporano, che le parole mutano senso — finché non è troppo tardi.

Quello che sta accadendo oggi in Medio Oriente, in Ucraina, e nei centri di potere occidentali non è solo un’escalation bellica. È un’opera di mielizzazione della ragione, come la definisce Lavinia Marchetti. Una dolcificazione del terrore, un impacchettamento semantico della violenza. Una lingua che non descrive la realtà, ma la costruisce. Una lingua che trasforma la carne bruciata in “effetti collaterali”, i bambini massacrati in “tragici bilanci”, le stragi di civili in “azioni chirurgiche”.

Questa non è più solo propaganda: è annientamento delle coscienze.

Il giornalismo come apparato bellico

Ogni genocidio ha bisogno della sua grammatica. Lo sapevano i regimi totalitari, lo sa oggi il sistema neoliberale travestito da democrazia. Non c’è bisogno di censure dirette se si controllano le narrazioni. Basta raccontare le cose in un certo modo. O non raccontarle affatto.

Maurizio Molinari, caposervizio esteri di Repubblica, diventa così il terapeuta del massacro: Israele “non ha scelta”, Israele “agisce con precisione”, Israele “risponde al massacro”. In questa narrazione, non esistono colonizzati, non esistono occupanti: esistono solo traumi da elaborare con strumenti militari. Il linguaggio diventa scudo, giustificazione, complice.

Paolo Mieli non urla, ma plasma il passato per giustificare il presente. Come se l’espulsione di 750.000 palestinesi fosse una “conseguenza accidentale” e non una strategia di pulizia etnica. Il suo ruolo è quello del custode storico del revisionismo funzionale.

Capezzone, Ferrara, Cerasa, Giordano e Severgnini sono solo maschere diverse della stessa tragedia. Alcuni estremizzano, altri intellettualizzano. Ma il risultato non cambia: il genocidio diventa compatibile. Accettabile. Digestibile.

L’Ucraina: l’altra faccia della stessa moneta

Lo stesso meccanismo si replica nella narrazione sulla guerra in Ucraina. L’invasione russa — indubbiamente reale e tragica — è diventata il cavallo di Troia per un racconto univoco e binario, dove tutto ciò che non si allinea al verbo NATO è putinismo.

Non una parola sul colpo di Stato del 2014, non una riga sul massacro di Odessa, sul battaglione Azov, sull’allargamento della NATO a Est nonostante le promesse fatte a Gorbaciov. Ogni tentativo di inserire complessità viene scartato, schernito, ridotto a “propaganda russa”. Il giornalismo ha abdicato al suo compito di vigilanza per diventare ufficio stampa dei governi atlantici.

L’attacco all’Iran e la finta amnesia occidentale

E intanto, mentre ci parlano di sicurezza, Israele bombarda i siti nucleari iraniani con il supporto logistico e tecnologico degli Stati Uniti. E Trump, oggi di nuovo presidente, alza le mani: “Non ne sapevo nulla”. Una menzogna talmente grottesca da non meritare confutazione. Perché in Medioriente, come ben sanno persino i pastori del Golan, nulla si muove senza il benestare degli Stati Uniti.

Eppure anche questa operazione — gravissima, potenzialmente catastrofica — viene relegata ai margini del discorso pubblico. Non ci sono speciali in prima serata, non ci sono appelli alla pace. C’è solo un’altra finestra oscurata. Un’altra rana che si abitua all’acqua bollente.

La guerra invisibile dentro di noi

La vera guerra non si combatte solo a Gaza o a Kiev. Si combatte dentro di noi. È la guerra alle parole. È la guerra alle coscienze. È la guerra che ci vuole spettatori, anestetizzati, indifferenti. È la guerra che fa della neutralità un alibi, della moderazione una forma di viltà.

L’Europa, che doveva essere il continente della memoria, ha imparato a dimenticare. L’Italia, che si dice democratica, è muta davanti al genocidio. E chi parla — chi nomina la realtà per quella che è — viene bollato come estremista, antisemita, o complottista.

La censura oggi non ha bisogno di divieti: basta rendere invisibile ciò che è intollerabile. Basta mescolare i nomi, confondere i numeri, occultare i soggetti. Così il massacro diventa “escalation”, il genocidio diventa “guerra simmetrica”, i bambini diventano “scudi umani”.

Conclusione: Don’t Look Up – l’asteroide siamo noi

In un mondo dove il linguaggio è diventato arma e il silenzio forma di complicità, il paragone con il film Don’t Look Up diventa inevitabile. Nel film, un asteroide sta per distruggere la Terra, ma la maggioranza delle persone, anestetizzate dalla superficialità mediatica, dall’intrattenimento di massa e dalla fiducia cieca nell’autorità, si rifiuta letteralmente di guardare in alto.

Oggi, quell’asteroide non è una roccia dallo spazio. Sono i missili che cadono sulle case a Rafah, sono i bambini palestinesi avvolti nel cemento, è il piano di riarmo europeo, che con parole soporifere, ci sta preparando ad un conflitto contro la Russia, sono le colonne di carri armati al confine russo, sono le basi NATO che spuntano come metastasi, è l’oblio mediatico delle stragi in corso, sono gli attacchi preventivi contro l’Iran mentre si nega l’evidenza, è la censura preventiva dell’indignazione.

E noi? Non guardiamo in alto. Non guardiamo neanche in faccia la realtà. Siamo diventati i protagonisti reali di quel film distopico. Solo che questa volta il finale è nostro. E non è scritto.

È tempo di strappare il velo. Di guardare davvero. Di smettere di dire “non lo sapevamo”. Perché lo sappiamo benissimo. Lo abbiamo sempre saputo. Ma il vero crimine non è ignorare: è sapere e restare in silenzio.

Il giornalismo che distorce: tra fact-checking selettivo, accuse strumentali e servi del potere

Con un monito dalla storia: Joseph Goebbels, Aktion T4 e il potere della menzogna

In un’epoca in cui l’informazione dovrebbe essere un faro di verità, assistiamo quotidianamente a episodi che sollevano interrogativi profondi sulla deontologia giornalistica e sull’uso distorto delle notizie. Tre fatti recenti raccontano molto più di quanto sembri: la gestione manipolatoria della notizia sulla dottoressa palestinese Alaa Al-Najjar, lo scontro televisivo tra Italo Bocchino e Rula Jebreal, e le sconcertanti ammissioni del direttore Sallusti. A queste vicende va affiancata una riflessione più ampia, inquietante ma necessaria, sul ruolo della propaganda ieri e oggi. Perché quando la parola mente, il sangue scorre. E la storia lo ha già dimostrato.

  1. La tragedia della pediatra e la “verità” piegata ai pixel

Il sito Open, diretto da Enrico Mentana e presentato come avamposto del fact-checking, ha pubblicato un articolo che avrebbe dovuto raccontare la devastante storia della pediatra palestinese Alaa Al-Najjar, cui l’esercito israeliano ha sterminato il marito e nove dei dieci figli. Eppure, quasi nulla nell’articolo parla del dolore, della violenza, del crimine. Il focus si sposta invece su una fotografia non autentica. La notizia? Relegata nelle ultime righe, in fondo, dove pochi leggono.
Il titolo e il sottotitolo lasciano intendere che l’intero fatto sia una fake news, quando è invece ampiamente documentato. È un trucco noto: spostare l’attenzione dal fatto alla cornice, dal contenuto alla forma, per annientare l’effetto emotivo e alterare il giudizio. È manipolazione editoriale allo stato puro, consapevole e velenosa.

Non è solo una scelta discutibile: è un crimine contro la verità. Perché in un mondo dove milioni di persone si fermano al titolo, chi scrive sa perfettamente che la manipolazione più efficace è quella che non sembra tale. E quando il giornalismo smette di informare per depistare, non è più giornalismo. È propaganda.

  1. Bocchino contro Jebreal: quando la menzogna diventa arma d’accusa

Durante la trasmissione Accordi e Disaccordi, Italo Bocchino ha accusato la giornalista Rula Jebreal di essere “profondamente antisemita”. Un’accusa infame e strumentale, rivolta a una donna che ha parte della propria famiglia sterminata ad Auschwitz, cresciuta in Israele, da sempre impegnata nella lotta contro ogni forma di odio.
La risposta di Jebreal è stata veemente, come meritava: ha definito Bocchino “pazzo, ubriaco, una vergogna umana, l’hobbista di m…”. Ma il problema non è solo lui: è l’intero sistema che consente che si possa delegittimare chi denuncia un genocidio, accusandolo di antisemitismo.

Questa è una strategia studiata: usare l’Olocausto come scudo per impedire qualsiasi critica al governo di Israele, anche quando commette crimini contro l’umanità. È un oltraggio alle vittime della Shoah. È un insulto alla memoria. È un altro modo per riscrivere la realtà con parole tossiche.

  1. Sallusti e la carriera regalata: l’estetica dell’ignoranza

Alessandro Sallusti, direttore de Il Giornale, ha dichiarato in televisione, con candida arroganza, di non aver mai conseguito la maturità, di non essere stato ammesso nemmeno all’esame, e di aver fatto carriera solo grazie a raccomandazioni.
In un Paese normale, un’affermazione del genere basterebbe per far dimettere chiunque da ogni incarico pubblico. Ma in Italia, invece, si viene premiati. Perché i servi del potere non devono essere competenti: devono essere obbedienti. Non devono dire la verità: devono saperla nascondere. E Sallusti è l’incarnazione perfetta di questo modello.

Questi tre casi non sono episodi isolati, ma frammenti di un unico sistema che ha trasformato l’informazione in un’arma, la menzogna in una virtù e l’ignoranza in curriculum.

Goebbels, Aktion T4 e il paradosso del bugiardo storpio

A questo punto, il richiamo alla figura storica di Joseph Goebbels non è una forzatura retorica, ma un monito necessario. Goebbels, ministro della propaganda nazista, è stato il più raffinato manipolatore del XX secolo. Disse:

“Una menzogna ripetuta mille volte diventa verità.”

Goebbels era affetto da una malformazione al piede destro causata dalla poliomielite, che gli provocava una zoppia vistosa. Ma anziché convivere dignitosamente con la sua disabilità, mentì persino sulla sua condizione fisica, spacciandola per una ferita di guerra, nonostante non avesse mai partecipato alla Prima Guerra Mondiale. La menzogna era il suo corpo, il suo linguaggio, il suo mestiere.

Ed è qui che il paradosso si fa tragico: Goebbels, uomo disabile, fu tra i principali artefici dell’Aktion T4, il programma di sterminio sistematico dei disabili, il primo genocidio perpetrato dal regime nazista. Bambini, malati, persone con disturbi psichici, ciechi, sordi: furono i primi a essere uccisi. Non negli anni della guerra totale, ma prima.
Il nazismo testò le sue camere a gas sui corpi dei più fragili.

E Goebbels, disabile, firmava. Acconsentiva. Organizzava. Non provò alcuna pietà, né senso di appartenenza. Anzi, tradì sé stesso e tutti coloro che condividevano con lui l’esperienza dell’esclusione. Fu il disabile al servizio della distruzione dei disabili. Una delle forme più basse di abiezione umana.

È importante sottolineare questo punto: la condanna a Goebbels non è sulla sua disabilità, ma sull’uso che fece del proprio corpo e della propria menzogna per servire un’ideologia di sterminio. Le persone disabili sono ogni giorno in prima linea per affermare diritti, empatia, umanità. Goebbels è stato il traditore della sua stessa condizione.

Contro la propaganda, in nome della verità

Oggi, come allora, la menzogna si maschera da informazione.
Oggi, come allora, ci sono Goebbels che camminano tra noi: sorridono nei talk-show, firmano editoriali, rilanciano accuse senza prove, distorcono immagini, ridicolizzano la sofferenza altrui.

La nostra voce deve opporsi. Con forza. Con orgoglio. Con coscienza.
Perché ogni volta che una verità viene uccisa, un innocente muore una seconda volta.

E allora, se un Dio c’è — come ho scritto in un mio post —
li incenerisca.
E se non c’è, che almeno la Storia si incarichi di ricordare i nomi dei complici, dei servi sciocchi, degli impiegati della menzogna.

Noi non dimentichiamo.
Noi non arretriamo.
Noi non ci inchiniamo.

“L’età dell’oro della propaganda: radiografia di un’Italia che arretra”

Mentre il governo Meloni continua a raccontare all’opinione pubblica una narrazione trionfante, parlando di “età dell’oro” e di presunti “record occupazionali”, la realtà — quella vera, quella che non si presta ai filtri dell’autocompiacimento — emerge con la freddezza spietata dei numeri. Il Rapporto annuale 2024 dell’Istat è un atto d’accusa implicito ma inequivocabile contro un esecutivo che confonde la comunicazione con il governo, la retorica con la giustizia sociale.

Occupazione: il grande inganno statistico

Partiamo dal dato più sbandierato: la crescita dell’occupazione. A prima vista, i numeri sembrano positivi: +325 mila occupati nel 2024. Ma scavando oltre la superficie, si scopre che l’80% di questi nuovi occupati ha più di 50 anni. Il “miracolo occupazionale” ha dunque un volto ben preciso: quello della generazione che dovrebbe prepararsi alla pensione e che invece viene trattenuta nel mercato del lavoro a causa del continuo innalzamento dell’età pensionabile. Una scelta strutturale e politica, mascherata da risultato economico.

Nel frattempo, i giovani restano esclusi: il tasso di occupazione degli under 24 cala, e la fascia 25-44 cresce appena. In dieci anni, l’Italia ha perso 97.000 giovani laureati, fuggiti all’estero per cercare prospettive che qui mancano. Un dato, questo, che dovrebbe essere al centro del dibattito nazionale, e che invece viene ignorato come se non si trattasse di un’emorragia vitale.

Disuguaglianze e vulnerabilità: il vero volto del lavoro italiano

L’Istat rileva che oltre un terzo dei lavoratori under 35 e un quarto delle donne vive una condizione di “vulnerabilità occupazionale”: contratti a termine o part-time involontari. L’occupazione, dunque, cresce, ma è precaria, fragile, sottopagata. E mentre si plaude al calo dei contratti a termine, si omette di dire che il lavoro stabile non è affatto sinonimo di lavoro sicuro o dignitoso.

Inoltre, il lavoro cresce solo tra chi ha un livello di istruzione più elevato. Per chi ha al massimo la terza media, l’occupazione è in calo dell’1,8%. Un dato che smaschera l’ipocrisia di un governo che dice di voler difendere “gli ultimi”, ma che costruisce un modello sociale sempre più elitario e selettivo.

Salari: il potere d’acquisto continua a sgretolarsi

Sul fronte salariale, la situazione è ancora più drammatica. Tra il 2019 e il 2024, i salari nominali sono cresciuti del 10,1%, a fronte di un’inflazione cumulata del 21,6%. Il risultato è una perdita di potere d’acquisto del 4,4%. In Germania la perdita è stata dell’1,3%; in Spagna, i salari reali sono addirittura aumentati. Solo l’Italia resta ferma, immobile, anzi, regredisce.

Eppure, proprio il 1° maggio, Giorgia Meloni si è vantata — in un video autopromozionale — di aver “fatto crescere i salari”. Una distorsione comunicativa che in qualsiasi democrazia sana verrebbe smentita da un’opposizione politica e mediatica vigorosa. Ma in Italia, l’opposizione è marginale, e l’informazione spesso ridotta a megafono del potere.

Sanità negata e povertà crescente: il prezzo sociale dell’austerità mascherata

Il 9,9% della popolazione ha rinunciato a curarsi nel 2024. Una persona su dieci ha evitato visite mediche o esami diagnostici per via delle interminabili liste d’attesa e dell’impossibilità di pagare la sanità privata. È il sintomo più evidente del collasso del sistema sanitario pubblico, sempre più svilito, tagliato, marginalizzato. Eppure, il governo continua a sventolare il “grande successo” dell’Italia post-Covid, ignorando che milioni di cittadini vivono oggi in condizioni sanitarie e sociali peggiori rispetto al 2019.

La povertà assoluta tocca 5,7 milioni di persone. Il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale. Ma nel linguaggio ufficiale tutto questo viene nascosto dietro espressioni edulcorate, come “sfide”, “opportunità” o “transizione”. Il disagio sociale reale viene così trasformato in un problema di comunicazione da correggere, anziché in una priorità politica da affrontare.

Produttività in calo: l’economia si svuota, il lavoro si svilisce

Altro dato ignorato dalla propaganda è il crollo della produttività del lavoro: -1,4% per ora lavorata. L’Italia lavora di più, ma produce di meno. Segno che il modello economico promosso dal governo è incapace di generare valore, innovazione e competitività. L’aumento degli occupati non si traduce in crescita del PIL, ma in un logoramento delle risorse umane e materiali. In sintesi: si lavora di più per guadagnare meno.

La retorica che copre il declino

Dietro l’autocelebrazione del governo Meloni si nasconde una realtà di declino strutturale, di impoverimento diffuso, di emigrazione intellettuale, di abbandono dei giovani e delle fasce più fragili della popolazione. Si è costruita una narrazione dorata su fondamenta di sabbia: si invoca il “miracolo italiano”, ma si governa con le logiche dell’austerità mascherata, del neoliberismo di ritorno, della compressione dei diritti sociali.

L’Italia, più che vivere un’età dell’oro, sembra attraversare un’epoca di ferro arrugginito: un tempo in cui il potere preferisce investire in propaganda anziché in giustizia sociale, in storytelling piuttosto che in redistribuzione.

Conclusione: il risveglio necessario

I dati dell’Istat sono un campanello d’allarme per chiunque voglia ancora guardare alla realtà senza filtri. Dimostrano che serve un’inversione di rotta, profonda e radicale. Occorre riscrivere l’agenda politica partendo dal lavoro vero, dai salari dignitosi, dalla sanità pubblica e dalla lotta alla povertà. Serve coraggio, serve verità. Ma soprattutto serve una nuova classe dirigente che non confonda l’illusione con la governance, e il marketing con la democrazia.
Una risposta concreta arriva dai referendum sul lavoro

Di fronte a questo quadro sconfortante, fatto di occupazione precaria, salari erosi, giovani in fuga e un welfare allo stremo, c’è però una strada concreta per invertire la rotta: quella dei referendum sul lavoro promossi dalla CGIL e sostenuti da numerose realtà sociali, civili e sindacali. Cinque quesiti per restituire dignità al lavoro, sicurezza nei cantieri e nei subappalti, giustizia per chi è licenziato senza giusta causa, diritti ai lavoratori delle piccole imprese, e cittadinanza a chi lavora e cresce in Italia.

Non si tratta di un sogno, ma di strumenti reali per ricostruire ciò che le politiche neoliberiste hanno demolito. Se approvati, questi referendum rappresenterebbero un primo, deciso passo per migliorare i numeri che l’Istat oggi denuncia con cruda precisione: più contratti stabili, più sicurezza, più equità salariale. Un segnale di risveglio collettivo, una risposta politica e popolare alla propaganda del potere.

Il voto dell’8 e 9 giugno è dunque un bivio: possiamo continuare a inseguire narrazioni autocelebrative, oppure scegliere la strada della partecipazione attiva, del cambiamento dal basso. Perché solo restituendo forza al lavoro, alla sua dignità e al suo valore, potremo davvero riscrivere il destino di questo Paese. Cinque SÌ per ricominciare a costruire un’Italia più giusta. Dal lavoro, e per chi lavora.

Ipnocrazia e Psicopolitica: Il Controllo delle Menti nell’Era degli Algoritmi

L’analisi di Jianwei Xun in Ipnocrazia si innesta su un filone di pensiero già esplorato da diversi filosofi contemporanei. Tra questi, Byung-Chul Han, con il suo Psicopolitica, offre una chiave di lettura essenziale per comprendere il regime ipnocratico e il suo funzionamento.

Han descrive la transizione dal potere disciplinare (tipico del Novecento, basato sulla repressione e sul controllo fisico) a un potere più sottile e pervasivo: quello psicopolitico. Se in passato il potere si esercitava imponendo ordini e divieti, oggi si manifesta attraverso un condizionamento mentale invisibile, che induce i soggetti a volere esattamente ciò che il sistema desidera che vogliano.

La Trance Algoritmica come Psicopolitica Perfetta

Questa evoluzione del potere si sposa perfettamente con il concetto di trance algoritmica di massa descritto da Xun. L’Ipnocrazia non ha bisogno di imporsi con la forza, perché le persone vi si consegnano volontariamente. Il condizionamento avviene attraverso l’interiorizzazione dei meccanismi digitali, che penetrano nelle menti con un’efficacia mai vista prima.

Han ci mette in guardia dall’illusione della libertà digitale: i social media, gli algoritmi predittivi e i big data non servono a emancipare gli individui, ma a guidare i loro pensieri e le loro emozioni senza che se ne rendano conto. L’era delle punizioni e della censura è finita: oggi è più efficace saturare il campo percettivo con un eccesso di stimoli, immagini, informazioni contraddittorie.

L’Ipnocrazia non convince, stordisce. E nel momento in cui una mente è sommersa da troppe informazioni, smette di cercare la verità e si abbandona al flusso dell’informazione stessa. Ecco perché il video di Trump su Gaza non è solo propaganda, ma un esempio perfetto di saturazione narrativa: la realtà viene sostituita da una simulazione che non cerca di essere credibile, ma semplicemente di essere totalizzante.

La Produzione del Sé come Meccanismo di Controllo

Un altro punto chiave che lega Psicopolitica e Ipnocrazia è il modo in cui il potere oggi non si limita a dirci cosa fare, ma ci spinge a modellarci spontaneamente secondo le sue logiche. Han parla di come il capitalismo digitale abbia sostituito la repressione con la produzione del sé:

• Gli individui si trasformano in imprenditori di se stessi, costantemente impegnati a ottimizzare la propria immagine, i propri pensieri, il proprio tempo.

• I social network sono il luogo in cui questa dinamica raggiunge il massimo grado di efficienza: l’individuo si sorveglia da solo, desidera conformarsi al modello dominante senza che ci sia bisogno di una coercizione esterna.

• La felicità e il successo diventano obblighi: non sei più costretto a obbedire, ma ti senti in colpa se non riesci a essere felice, produttivo, performante.

Se l’Ipnocrazia descritta da Xun è un regime che manipola la percezione, la Psicopolitica di Han spiega perché questo sia possibile: il soggetto moderno è già predisposto a lasciarsi catturare. L’incessante esposizione a immagini, feed, notifiche e micro-dosi di piacere digitale ha creato un’umanità addestrata a reagire agli stimoli come un animale in laboratorio.

Chi è Immune all’Ipnocrazia?

E qui torniamo a una riflessione personale: chi può sottrarsi a questo sistema?

Essendo non vedente, mi rendo conto di essere, in un certo senso, immune alla parte più potente del condizionamento ipnocratico: l’invasione visiva. Le immagini, gli spot, i video, i flussi continui di contenuti visivi che tengono le persone in uno stato di trance non hanno effetto su di me. Tuttavia, so bene che il condizionamento non è solo visivo: è un sistema che opera su più livelli, incluso quello emotivo e linguistico.

Eppure, molte persone vedenti, pur avendo pieno accesso a questo flusso ipnotico, riescono comunque a non farsi catturare. Perché?

La risposta, forse, sta proprio in quello che Xun e Han suggeriscono: la consapevolezza è l’unica forma di resistenza. Sapere di essere immersi in un sistema che ci plasma continuamente è il primo passo per mantenere una distanza critica.

Possiamo Resistere all’Ipnocrazia?

Se il problema è che la realtà è stata sostituita da una simulazione algoritmica, come possiamo resistere?

1. Spezzare la Dipendenza dal Flusso Digitale

• Uscire dall’iperconnessione, evitare il consumo passivo di informazioni, riappropriarsi del tempo e della concentrazione.

2. Creare Spazi di Narrazione Alternativa

• Se il potere oggi si esercita attraverso la moltiplicazione delle narrazioni, l’unico modo per resistere non è solo smascherarle, ma produrre narrazioni diverse, capaci di sovvertire la logica ipnocratica.

3. Coltivare la Capacità di Dubbio e di Riflessione

• Non accettare mai un’informazione senza interrogarsi sul suo contesto, sulla sua origine, sul suo scopo. L’Ipnocrazia si nutre di velocità e impulsività: il pensiero lento e critico è il suo peggior nemico.

4. Recuperare la Dimensione Umana e Comunitaria

• La solitudine digitale è il terreno ideale per la manipolazione psicopolitica. Tornare a costruire relazioni autentiche, basate su dialogo e confronto reale, è un atto di resistenza.

In definitiva, l’Ipnocrazia non è un mostro imbattibile, ma un sistema che prospera grazie alla nostra complicità. Byung-Chul Han ci insegna che il potere moderno non impone: seduce. E come per ogni seduzione, la chiave sta nel non lasciarsi incantare.

L’unica via d’uscita è trovare gli spazi in cui poter essere pienamente coscienti, lucidi, consapevoli di ciò che accade. Perché il vero pericolo non è che la realtà venga sostituita da una simulazione.

Il vero pericolo è che nessuno si accorga più della differenza.

Riferimenti bibliografici:
B. C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016 “
Jianwei Xun, Ipnocrazia: Trump, Musk e la nuova architettura della realtà.Traduttore: Andrea Colamedici
Tlon
2025

Rappresentanza politica e partecipazione democratica nel contesto della post-democrazia. | Rizomatica

disegno fumettistico che rappresenta politici che oziano indifferenti su un divano, mentre fuori dalla finestra una folla manifesta pacificamente con cartelli nella strada di una metropoli


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img generata da IA – dominio pubblico

Introduzione

La democrazia rappresentativa, nella sua forma moderna, è stata un pilastro fondamentale delle società occidentali. Durante il periodo noto come “capitalismo democratico” (1945-1975), ha consentito progressi significativi nel benessere economico, nei diritti civili e sociali, e nella stabilità politica. Tuttavia, dalla metà degli anni Settanta, questo modello ha subito una progressiva erosione, aprendo la strada alla fase della post-democrazia, caratterizzata da una riduzione della partecipazione politica e da un crescente controllo delle élite economiche e tecnocratiche.

Come indicato da Wolfgang Streeck (Tempo guadagnato, 2013), il periodo del capitalismo democratico ha rappresentato l’apice delle democrazie occidentali, ma ha iniziato a sfaldarsi quando politiche globali ed economiche hanno indebolito il compromesso tra capitale e lavoro. Questo articolo esplora i processi storici e teorici che hanno portato a questa trasformazione, ponendo l’accento sulle possibili vie di rinnovamento attraverso modelli partecipativi e deliberativi.

1. Il trentennio d’oro del capitalismo democratico

Il periodo tra il 1945 e il 1975 rappresenta l’apice della democrazia rappresentativa. In questa fase, caratterizzata dalla ricostruzione post-bellica, lo Stato svolgeva un ruolo centrale nella promozione di politiche pubbliche volte a garantire servizi sociali, istruzione e sanità. Sindacati e partiti politici fungevano da mediatori tra classi sociali diverse, garantendo stabilità e benessere attraverso un compromesso tra capitale e lavoro.

Le idee di John Maynard Keynes ispirarono questo modello, incentrato su uno “Stato imprenditore” attivo e sul rafforzamento del Welfare State, come documenta Gianfranco Borrelli. Le costituzioni di Italia e Germania segnarono una rottura netta con i totalitarismi del passato, tracciando un progetto fondato su diritti e partecipazione civica. Secondo Borrelli, si trattò di un periodo unico di equilibrio tra costituzione economica e costituzione politica.

2. La crisi della democrazia rappresentativa

A partire dagli anni Settanta, diversi fattori hanno contribuito alla crisi del capitalismo democratico:

• Crisi economiche globali: La crisi petrolifera del 1973, unita alla crescente globalizzazione, mise in discussione la sostenibilità del modello keynesiano, come evidenziato da Streeck.

• Politiche neoliberali: L’ascesa di leader come Reagan e Thatcher segnò il passaggio a un modello economico basato sulla deregolamentazione e sulla privatizzazione, una trasformazione già prevista da Karl Polanyi (La grande trasformazione, 1944).

• Erosione del Welfare State: Il ridimensionamento delle tutele sociali, analizzato da Luciano Gallino (Il colpo di stato di banche e governi, 2013), ha contribuito all’aumento delle disuguaglianze.

Secondo il rapporto della Trilateral Commission (The Crisis of Democracies, 1975), la lentezza dei sistemi democratici rappresentativi veniva percepita come un ostacolo alla crescente accelerazione economica globale, favorendo l’affermarsi di tecnocrazie e organismi sovranazionali.

3. Post-democrazia: caratteristiche e contraddizioni

La post-democrazia rappresenta una fase in cui le istituzioni democratiche formali continuano a esistere, ma il loro funzionamento effettivo è compromesso. Bernard Manin (Principi del governo rappresentativo, 1995) evidenzia come la concentrazione del potere esecutivo e la personalizzazione della politica abbiano ridotto il ruolo del dibattito parlamentare e delle elezioni, privando i cittadini di una partecipazione sostanziale.

La spettacolarizzazione mediatica della politica e il predominio di élite tecnocratiche sono state denunciate anche da Colin Crouch (Post-democrazia, 2005), che sottolinea come tali dinamiche abbiano favorito la disconnessione tra cittadini e istituzioni.

4. Il ritorno del populismo

La crisi della rappresentanza ha aperto la strada a movimenti populisti, che si presentano come alternativa al sistema politico tradizionale. Ernesto Laclau (La ragione populista, 2008) analizza il populismo come una reazione alle difficoltà di rappresentare i conflitti reali e propone che i movimenti populisti rispondano a bisogni lasciati insoddisfatti.

Tuttavia, Pierre Rosanvallon (Pensare il populismo, 2017) sottolinea come questi movimenti tendano a semplificare e pervertire i processi democratici, enfatizzando la necessità di trasformazioni più complesse e partecipative.

5. Ripensare la partecipazione democratica

Di fronte alla crisi della rappresentanza e all’ascesa del populismo, emerge la necessità di ripensare le modalità di partecipazione politica. Diverse esperienze internazionali dimostrano che è possibile costruire forme di democrazia più inclusive e partecipative:

• Democrazia diretta: Modelli come quello svizzero, documentati da Moritz Rittinghausen (La législation directe du peuple, 1851), dimostrano l’efficacia di strumenti come il referendum.

• Democrazia deliberativa: Susan Podziba (Chelsea Story, 2006) e Luigi Bobbio hanno esplorato casi in cui processi deliberativi hanno migliorato la qualità delle decisioni pubbliche.

• Democrazia partecipativa: Yves Sintomer (Gestion de proximité et démocratie participative, 2005) evidenzia come strumenti come il bilancio partecipativo possano promuovere la gestione condivisa delle risorse pubbliche.

Questi modelli, come afferma Borrelli, non devono sostituire la democrazia rappresentativa, ma rafforzarla integrando i cittadini nei processi decisionali.

6. Verso una nuova stagione politica

Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Investire Per superare la crisi della post-democrazia è necessario promuovere una nuova stagione politica basata su:

• Educazione civica e partecipazione: Un obiettivo che, secondo Pierre Rosanvallon (La legittimità democratica, 2015), può essere raggiunto sviluppando forme di prossimità tra cittadini e istituzioni.

• Trasparenza e responsabilità: Judith Butler (L’alleanza dei corpi, 2017) suggerisce che i movimenti collettivi possano agire come catalizzatori di cambiamento verso una maggiore responsabilità delle istituzioni.

• Innovazione istituzionale: È necessario, come indicato da Donatella Della Porta (Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, 2017), immaginarenuove forme di governance capaci di rispondere alle sfide del nostro tempo.

Un’idea concreta per realizzare questa trasformazione potrebbe essere la costruzione di un fronte popolare progressista, fondato su:

• Comunicazione e piattaforme autonome: Garantire uno spazio indipendente e collettivo per il confronto, l’informazione e la partecipazione dei cittadini.

• Gestione collettiva: I processi decisionali e organizzativi dovrebbero essere basati su strutture collettive, in cui i garanti assicurino trasparenza e rispetto delle regole condivise.

• Scrittura condivisa dei programmi: Attraverso strumenti digitali partecipativi, i cittadini potrebbero contribuire direttamente alla stesura dei programmi politici, rendendo il processo inclusivo e democratico.

• Individuazione partecipativa delle candidature: L’utilizzo di piattaforme aperte permetterebbe di selezionare i rappresentanti in modo trasparente, basato su competenze e adesione ai valori condivisi.

Questa proposta si inserisce nel solco di esperienze già esistenti di democrazia partecipativa, ma ne amplia l’ambizione, integrando principi di autogoverno e collettività. È un modello che mira non solo a rispondere alla crisi della rappresentanza, ma a ricostruire la fiducia tra cittadini e politica, rendendoli co-protagonisti di un cambiamento autentico e sostenibile.

Bibliografia

N. Bobbio, La democrazia e il potere invisibile(1980), in Democrazia e segreto, Einaudi, 2011.
G. Borrelli, Tra governance e guerre: i dispositivi della modernizzazione politica alla prova della mondializzazione, in, Governance, Dante & Descartes, 2004.
G. Borrelli, Per una democrazia del comune. Processi di soggettivazione e trasformazioni governamentali all’epoca della mondializzazione, in A. Arienzo-G. Borrelli (a cura di),Dalla rivoluzione alla democrazia del comune, Cronopio, 2015.
J. Butler, L’alleanza dei corpi, Nottetempo, 2017.
M. Crozier – S. Huntington – J. Watanuki,The Crisis of Democracies, Trilateral Commission, 1975.
C. Crouch, Post-democrazia, Laterza, 2005.R. Dahl, I dilemmi della società pluralista, Il Saggiatore, 1996.
D. Della Porta, Politica progressista e regressiva nel tardo neoliberismo, in H. Geiselberg, La grande regressione, Feltrinelli, 2017.
L. Gallino, Il colpo di stato di banche e governi. L’attacco alla democrazia in Europa, Einaudi, 2013.
E. Laclau, La ragione populista, Laterza, 2008.B. Manin, Principi del governo rappresentativo(1995), Il Mulino, 2010.
S. L. Podziba, Chelsea Story. Come una cittadinanza corrotta ha rigenerato la sua democrazia, Mondadori, 2006.
K. Polanyi, La grande trasformazione. Le origini economiche e politiche della nostra epoca(1944), Einaudi, 2000.
M. Rittinghausen, La legislazione diretta del popolo, o la vera democrazia, Giappichelli, 2018.
P. Rosanvallon, La legittimità democratica, Rosenberg & Sellier, 2015.
P. Rosanvallon, Pensare il populismo, Castelvecchi, 2017.
Y. Sintomer, Gestion de proximité et démocratie participative, La Découverte, 2005.
W. Streeck, Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico, Feltrinelli, 2013.

https://rizomatica.noblogs.org/2025/02/sommella-rappresentanza-politica-e-partecipazione-post-democrazia/

Psicopolitica

Neoliberalismo digitale.

Una lettura di Psicopolitica di Byung-Chul Han

di M. Sommella

L’argomento che tenterò di esporre in questo articolo é il neoliberalismo digitale.

Potrebbe sembrare una definizione cervellotica e complessa ma il termine appare in un libro che ritengo molto interessante, scritto dal filosofo coreano Byung-Chul Han, nato a Seul ma che insegna in Germania, a Berlino, docente di filosofia e studi culturali.

Questo filosofo ha scritto vari libri fra cui uno, dal titolo Psicopolitica, che a mio avviso pone delle questioni molto interessanti. Il sottotitolo di questo libro, è ”Il neoliberalismo e le nuove tecniche del potere”. Quindi è uno studio che unisce dei riferimenti, delle tematiche, che riguardano la filosofia, la storia, la politica, la tecnologia e in alcuni passaggi anche la religione, in sintesi i problemi più gravosi dell‘attuale società digitale.

Byung Chul Han è un autore annoverato fra i cosiddetti “apocalittici11, ossia tra coloro che hanno una visione pessimista, per molti versi, dello stato attuale, del nostro futuro e della società digitale. Il saggio si apre con una domanda: siamo oggi realmente soggetti liberi, non più sottomessi, in grado di autodeterminare ed inventare, attraverso il pensiero e l’iniziativa, la nostra vita? O al contrario siamo ancora più sottomessi e controllati, ma soprattutto siamo ancora più sottomessi e controllati contro la nostra volontà, senza accorgercene?

Seguiamo il suo ragionamento. L’autore si domanda se è veramente possibile che l’essere umano si sia liberato in questi anni da tutti i vincoli esterni del potere e sia invece diventato succube di altri vincoli, che lui definisce vincoli e costrizioni interiori, autoimposte, che ci portano a una imposizione quotidiana di attività. Quindi secondo il filosofo viviamo in una fase, in un’epoca, in cui la stessa libertà teorica che noi abbiamo, la libertà di scelta che viene concessa agli utenti dalle piattaforme, ad esempio, genera delle costrizioni. La libertà, che secondo l’evoluzione storica, non dovrebbe generare costrizioni invece oggi porta a depressione, a burnout, porta a soggetti che in alcuni casi, sono divenuti dei servi assoluti perché sfruttano se stessi, continuamente, senza che ci sia un padrone che possa richiedere questo sfruttamento. Questo sfruttamento subdolo, sarebbe operato dal regime capitalista neoliberale che sfrutterebbe in maniera intelligente proprio la libertà, servendosi di tre aspetti o mezzi fondamentali: il primo sono le emozioni; il secondo il gioco; il terzo è la comunicazione.

Il soggetto, l’utente di un social network ad esempio, viene sfruttato, ma non contro la sua volontà. In altri termini è consenziente a questo sfruttamento, infatti secondo il filosofo il neoliberalismo farebbe del lavoratore un imprenditore, per cui ciascuno sarebbe, in un certo senso, un lavoratore che sfrutta se stesso per la propria impresa personale, per cui, scrive il filosofo, ognuno di noi è nello stesso tempo servo e padrone incarnati nella stessa persona (Han, p. 47).

L’ illusione della libertà digitale

Inizialmente la rete fu salutata come un mezzo di libertà illimitata. Internet e la rete, il cyberspazio, i social network: attraverso questi mezzi, finalmente, l’uomo era in possesso di una libertà nuova, senza confini, senza limiti di espressione, senza nessun controllo centralizzato. Byung-Chul Han sostiene che questa euforia, questa libertà si sia rivelata ben presto un falso storico. Soprattutto oggi si rivela un’illusione, per cui la libertà e la comunicazione illimitata e non condizionata si sono rovesciate in un quadro di controllo totale. Questo controllo è la Psicopolitica.

Nel testo si definiscono i social media come i nuovi panottici digitali. Questa sorta di carceri digitali monitorano lo spazio sociale e lo sfruttano senza remore, per cui saremmo in presenza di un nuovo strumento di sorveglianza globale, molto più efficace perché sfrutta la potenza del digitale e la capacità computazionale degli algoritmi.

Nel capitolo “Biopolitica” si propone una sorta di comparazione tra l’idea dei detenuti del Panopticon originario di Bentam e l’odierno panottico digitale. Mentre i detenuti del progetto benthamiano venivano isolati l’uno dall’altro allo scopo di imporre una disciplina, infatti non potevano assolutamente parlare tra loro, gli abitanti del Panottico digitale, della rete dei social network comunicano intensamente fra loro e soprattutto, sostiene il filosofo, si identificano e si denudano volontariamente. Per cui nell’idea originaria avevamo l’isolamento, nell’idea attuale abbiamo una comunicazione incessante e continua che viene a disegnare un nuovo carcere digitale, un dialogo, tra l’altro, efficace nel rendere il sistema un mezzo di controllo.

Ecco allora la definizione di un nuovo quadro. Creato da utenti, cittadini, carcerati, chiamiamoli come vogliamo, essi contribuirebbero attivamente alla creazione e al mantenimento del loro Panottico digitale. La società del controllo digitale farebbe un uso massiccio della libertà apparente dei cittadini attraverso l’imposizione culturale di “psicotecnologie dello psicopotere” (Stiegler 2009, p. 49), aggiornate grazie all’auto esposizione e all’auto denudamento volontari.

In pratica il grande fratello digitale avrebbe esternalizzato il lavoro di controllo ai detenuti stessi. La divulgazione dei dati non avviene più in modo costrittivo, cioè non si obbligano più le persone, non si indagano, intercettano, torturano, in quanto fornire le informazioni e e diffonderle diventa un bisogno interiore degli utenti. Anche la trasparenza in rete, tanto lodata da più parti, sarebbe finalizzata a rendere ancora più efficace questo sistema di controllo, questo per il motivo che più informazioni e comunicazioni vi sono e più produttività viene portata. Si crea una maggiore accelerazione, una maggiore crescita, del sistema di controllo, una maggior voglia di produrre e diffondere dati che rendono semplici queste modalità di controllo.

Conclude l’autore che, in questo panottico digitale, tutti sorvegliano tutti, ogni utente sorveglia costantemente l’altro, per cui la sorveglianza ha luogo anche senza l’utilizzo di sorveglianti, cioè è gestita dal sistema di comunicazione stesso e dagli utenti, dal sistema di diffusione dei dati, si basa su una sorta di accordo generale tra gli utenti.

L’elettore come consumatore

La psicopolitica digitale è il concetto che dà il titolo al saggio. Con esso Byung-Chul Han sostiene che in un quadro come quello che abbiamo descritto prima il cittadino, ma soprattutto il cittadino inteso come elettore, diventa consumatore. E l’elettore diventato consumatore non ha alcun interesse reale per la politica, né per costruire una società eguale, né per partecipare attivamente all’interno delle attività della sua comunità; reagisce soltanto in maniera passiva alla politica. Lo fa criticando, lo fa lamentandosi, proprio come farebbe un consumatore di fronte a dei prodotti o dei servizi che non gli piacciono, per cui i partiti politici sono diventati dei semplici fornitori di prodotti e il cittadino elettore è diventato un semplice consumatore.

Si pensi a quanto vi può essere interessante in uno scenario simile per il mondo politico, soprattutto in un periodo pre elettorale. Il fatto che gli elettori si espongano di loro spontanea volontà, senza alcuna coercizione, senza alcun obbligo, che diffondano costantemente dati che li riguardano, che i cittadini mettano realmente in rete tutti i dati e tutte le informazioni su loro stessi senza sapere chi sarà a sapere queste cose sul loro conto. Le società preposte alla raccolta dei dati li recuperano, li profilano, li analizzano; in pratica non c’è più controllo su questi dati e secondo l’autore l’idea di protezione dei dati non esiste più, è un concetto obsoleto.

Questo è il passaggio cruciale che segnato l’avvio verso l’era della psicopolitica digitale, un’era che vede il passaggio dalla sorveglianza passiva al controllo attivo e che va a colpire la nostra stessa volontà, nello specifico la volontà del cittadino elettore.

In questo contesto, afferma Byung-Chul Han, i big data diventano uno strumento psicopolitico di enorme efficacia, dal momento che consentono di estrarre una massa di saperi sconfinati sulle dinamiche della comunicazione sociale e soprattutto permettono di elaborare delle previsioni sul comportamento umano. In tal modo il futuro diventa calcolabile e controllabile e i big data annunciano, in un certo senso, la fine della persona come la conoscevamo ma anche, prospettiva inquietante, la fine della libera volontà.

In questo quadro apocalittico, secondo l’autore del saggio, lo smartphone è diventato l’oggetto devozionale digitale, è usato per sottomettere, per destabilizzare, ha la stessa funzione del rosario; lo smartphone e il rosario servono alla sorveglianza, al controllo, del singolo su se stesso, non c’è nessuna differenza, il like è diventato “l’Amen digitale”, lo smartphone un vero e proprio confessionale mobile.

Come reagisce il potere

Sullo sfondo di questo quadro che abbiamo descritto, molto inquietante, ci sarebbe un potere che non deve più usare la violenza ma è invece permissivo, plasmato sulla benevolenza, ha abbandonato l’idea di negatività e si presenta come emanazione di pura libertà. Ciò darebbe origine a una forma di controllo subdola, duttile, intelligente e soprattutto non visibile. Il soggetto sottomesso non è più cosciente della propria sottomissione, il rapporto di dominio resta celato, il soggetto si crede libero perché agisce ogni ora e ogni giorno che passa sugli smartphone e sui social cercando il piacere e la soddisfazione per cui il risultato è che il cittadino-elettore si sottomette da sé. Questo nuovo potere tramite la benevolenza non vuole rendere docili gli esseri umani ma li vuole rendere dipendenti, è un potere più affermativo che negativo, più seduttivo che repressivo, è un potere che si impegna a suscitare emozioni positive e a sfruttarle; chiede e seduce invece di proibire, e soprattutto è un tipo di potere che non si oppone al soggetto ma gli va incontro o le va incontro, lo invita a comunicare continuamente, a condividere, a partecipare, ad esprimere opinioni, a indicare i propri bisogni e le proprie preferenze, a raccontare la sua vita; il like è uno strumento per raggiungere tutto questo.

Cosa c’entra la psiche e cosa c’entra la produzione immateriale? In questo scenario il neoliberalismo non si interessa al corpo delle persone, al lato fisico, ma alla psiche, e vede la psiche come una forza produttiva. Essa è in stretta correlazione con l’apparato produttivo dell’odierno capitalismo e Byung-Chul Han sostiene che, se nella società digitale gran parte della produzione è fatta di oggetti immateriali (informazioni e programmi), ciò implica che per la prima volta ci sarebbe la possibilità di controllare il mondo della produzione attraverso la psiche del cittadino.

Han individua una nuova forma di sorveglianza che ricorre alle emozioni, per cui nel regime neoliberale vi sarebbe l’abbandono dello Stato di sorveglianza o sistema di sorveglianza orwelliano. All’interno di questo panottico digitale c’è una libertà fatta di comunicazione illimitata, per cui non c’è la percezione del controllo, in questo nuovo luogo non si viene torturati ma si viene twittati, si viene postati, soprattutto nessuno si sente realmente sorvegliato. Il regime neoliberale ricorre alle emozioni come risorse per realizzare maggiore produttività e prestazione, dal momento che sono le emozioni che hanno il compito di suscitare stimolo all’acquisto, di suscitare bisogni che trovano una realizzazione immediata proprio all’interno del mondo digitale. Anche il gioco è utilizzato intensamente, la ludicizzazione della vita e del lavoro con un sistema di ricompense simili a quelle correlate ai giochi. C’è una logica di gratificazione che muove questi strumenti di controllo, una logica che funziona attraverso i like, attraverso gli amici, attraverso i follower, attraverso le visualizzazioni. Tutto il sistema di comunicazione sociale oggi è sottomesso alla modalità del gioco.

L’autore sostiene che i big data sono l’elemento principale per attuare il controllo e parla di dataismo (Han 2016, p.88). La sorveglianza digitale è a-prospettica, è libera dalla restrizione prospettica tipica del controllo analogico, fisico; rende possibile la sorveglianza da qualsiasi angolo visuale, elimina tutti gli angoli ciechi, ed è in grado di scrutare sin dentro la psiche del soggetto. Questo tipo di controllo attraverso i dati si basa sulla raccolta di enormi quantità di informazioni, misura tutto ciò che può essere misurato, usa i dati come una lente per filtrare l’uomo e i suoi pregiudizi con lo scopo di arrivare a predire anche i suoi comportamenti futuri.

Questo panorama nuovo e preoccupante appare molto più chiaro se comparato all’epoca dell’Illuminismo. Nel primo Illuminismo era la statistica la disciplina di studio che avrebbe dovuto liberare il sapere dal contenuto mitologico e aprire la strada finalmente ai lumi grazie a un sapere oggettivo fondato sulle cifre. Nel secondo Illuminismo, che sarebbe quello che stiamo vivendo oggi, la chiave del sapere sarebbe la trasparenza dei dati. Questo comporta che tutto debba diventare un dato, un’informazione, fino ad un totalitarismo dei dati o feticismo dei dati che porta a un totalitarismo digitale.

L’Illuminismo nel mondo digitale si è rovesciato in servitù, in strumento di controllo, cioè il secondo Illuminismo è diventato l’età del sapere guidato unicamente dai dati, il Dataismo, per cui non c’è più bisogno di teoria o di una tradizione culturale.

A questo punto servirebbe un terzo Illuminismo che ci possa illuminare sul fatto che l’Illuminismo digitale si è rovesciato in servitù, in uno strumento di controllo.

A questo quadro non certo confortante, Han aggiunge due aspetti: l’aspetto del nichilismo imperante nel mondo dei big data e l’aspetto del quantified self. Il nichilismo significa rinuncia totale al senso delle informazioni per cui cifre e dati vengono assolutizzati, sessualizzati e feticizzati. Il quantified self (Han 2016, p.94) è una sorta di fede assoluta nella misurabilità e quantificabilita della vita che è arrivata a dominare l’epoca digitale, fino a far si che il corpo stesso venga dotato di sensori che registrano i dati. Siamo in un’epoca che raggiunge la conoscenza delle persone attraverso i numeri, ma i numeri, scrive il filosofo, contano ma non raccontano. Oggi praticamente ogni clic, ogni parametro di ricerca che noi immettiamo in rete, viene salvato, ogni nostro passo nella rete viene osservato, attraverso i GPS si conosce ogni nostro movimento, si ascoltano le nostre conversazioni, anche quelle più intime, si tracciano con i pagamenti digitali i nostri movimenti di denaro, i nostri dati biometrici e la nostra attività sportiva. La nostra vita si riflette nella vita digitale e questa società controllata rende possibile protocollare l’intera vita, per cui l’utente-cittadino-elettore viene sorvegliato anche dagli oggetti che utilizza quotidianamente. Han ci parla di una nuova prigionia che ha preso la forma di una memoria totale di natura digitale. In particolare l’autore non può non riferirsi a ciò che è successo durante le campagne elettorali statunitensi, dove i big data e il data mining hanno consentito uno sguardo a 360° sugli elettori, generando dei profili estremamente precisi e favorendo chi accedeva a quei dati sottratti illegalmente (Kaiser 2019).

Se uniamo questa azione al cosiddetto micro targeting, il rivolgersi in maniera mirata ai soggetti tramite la creazione di messaggi personalizzati per influenzarli, lo strumento di controllo diventa completo ed efficace. Questo conduce al titolo del libro, cioè la possibilità di dar vita a una Psicopolitica basata sui dati, che permetta di formulare previsioni su comportamenti dell’elettore, ottimizzare il messaggio a lui indirizzato e modellare la campagna elettorale, o l’intera azione politica, sui singoli individui.

Successivamente Han affronta un altro aspetto, quello dell’inconscio digitale. Visto che i nostri dati sono immagazzinati e leggibili anche il nostro inconscio lo sarebbe e ciò permetterebbe di accedere ai nostri desideri più reconditi, persino a quelli di cui non siamo espressamente coscienti. I big data danno accesso alle nostre azioni ed inclinazioni e la Psicopolitica è così in grado di innestarsi in profondità nella psiche delle persone per sfruttarla ai propri fini.

L’autore evidenzia un’interessante analogia tra big data e videoripresa (Han 2016, p. 100): proprio come una lente digitale, l’azione di data mining permette di ingrandire le azioni umane e di rivelare il campo di relazione dell’inconscio, sino a rendere assai evidenti delle microazioni che si sottraggono alla coscienza della persona. L’idea è che, analizzando i dati delle persone in maniera così accurata, si possano conoscere degli aspetti di cui le persone stesse non si rendono conto, oppure dei desideri che loro stesse non sanno di avere, l’aspetto profondo o pulsionale. L’estensione di questo principio è la possibilità di depredare anche l’inconscio collettivo (Han 2016, p. 101), non soltanto l’inconscio del singolo. In pratica significa la possibilità di poter controllare gruppi di individui e condizionare intere masse.

La conclusione è che la commercializzazione dei dati comporta che dall’idea di Big Brother, grande fratello, si sia passati a quella di Big Deal, grande affare (Han 2016, p. 102), con la possibilità di catalogare gli esseri umani in classi e di escluderli da servizi o beni secondo la loro posizione nella classifica. Tramite queste graduatorie si può arrivare all’espulsione dal Panoptico digitale, cioè al Ban-opticon come lo definisce Didier Bigo (Bauman – Lyon 2015, p. 129), che esclude da servizi anche basilari coloro che vengono collocati in una pposizione discriminante per dei metadati che rendono non meritevoli di essere parte integrante della società.(1)

Come si reagisce, si chiede Han, ad una società di questo tipo? Dove gli esseri umani privi di valore economico diventano spazzatura senza valore. La necessità, conclude il filosofo, è quella di diventare dei nuovi eretici, di rivolgersi alla libera scelta e alla non conformità. La possibilità della nostra libera scelta farebbe saltare il sistema, la possibilità di non conformarsi alle linee guida, alle direzioni nelle quali ci orienta il sistema, è quella che sovvertirebbe il sistema stesso.

L’essere idiota si oppone al potere neoliberale, alla sua comunicazione e sorveglianza totali. L’idiota non “comunica”, anzi: comunica per mezzo del non-comunicabile. Così, si chiude nel silenzio. L’idiotismo raggiunge i liberi spazi del silenzio, della quiete e della solitudine, nei quali è possibile dire qualcosa che meriti davvero di esser detto. Deleuze annunciava già nel 1995 questa politica del silenzio, indirizzata contro quella psicopolitica liberale che costringe perfino alla comunicazione e alla condivisione: “Il problema non è più quello di fare in modo che la gente si esprima, ma di procurare loro degli interstizi di solitudine e di silenzio a partire dai quali avranno finalmente qualcosa da dire. Le forze della repressione non impediscono alla gente di esprimersi, al contrario la costringono a esprimersi. Dolcezza di non aver nulla da dire, diritto di non aver nulla da dire: è questa la condizione perché si formi qualcosa di raro o di rarefatto che meriti, per poco che sia, di essere detto” (Gilles Deleuze, “Gli intercessori”, in Pourparler, cit., p. 173.) (Han 2016, p. 125)

Note

(1) Una forma di questa discriminazione avviene già nel Social Credit System cinese https://www.wired.it/intemet/web/2017/10/25/cina-punteggio-social-ai-cittadini-2020/

Bibliografia

Z. Bauman, D. Lyon, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, Laterza, 2015. B. C. Han, Psicopolitica, Nottetempo, 2016.

B. Kaiser, La dittatura dei dati, HarperCollins, 2019.

Le origini dell’odio on-line.

Oggi è impensabile comprendere il livello di odio circolante se non si comprendono le tecnologie e gli strumenti tecnologici. Comprendere la nostra tradizione: la tradizione storica europea.

È impensabile anche comprendere oggi l’evoluzione dell’odio se non si parte dalla seconda guerra mondiale e dalla sua nascita. L’odio parte soprattutto in Europa dopo i totalitarismi e nel corso della ricostruzione post-bellica.

Non si può comprendere l’odio senza tener presente l’approccio sviluppatosi negli Stati Uniti d’America, bisogna capire subito che, gli U.S.A, hanno intrapreso una strada che è totalmente differente dall’approccio europeo. Noi europei abbiamo un problema pratico. A partire dagli anni 80, il 90% dei nostri dati, le nostre informazioni, sono custodite e circolanti su piattaforme nord-americane, tutti i nostri dati circolano oggi su Facebook, Twitter, Hotmail, Gmail e altro. Spesso, i comportamenti di queste piattaforme non li comprendiamo perché non conosciamo la tradizione e l’approccio statunitense.

Quando si parla di espressioni d’odio o istigazione all’odio o Hate speech, i puristi e gli studiosi individuano subito tre tipi di odio, o di istigazione all’odio, scaturiti dai totalitarismi e dalle dittature naziste e fasciste, sono:

–La razza (il concetto di razza è stato definitivamente ridimensionato dalla genetica moderna. In pratica non esistono razze diverse, ma un’unica razza, quella umana),

–La religione

–La politica

Quindi, quando sentiremo parlare di odio in senso puro o di istigazione, è un odio che riguarda gli ambiti della razza-odio razziale; della religione-odio religioso; della politica-odio politico. Ogni altra forma di odio che venga in mente e non venga collegata a questi tre ambiti, per gli studiosi puristi, potrebbero essere le espressioni grevi, offese, ma non considerate hate speech, o espressioni d’odio in senso lato.

Dalla metà degli anni 80 del secolo scorso si è aggiunto l’odio omofobico, un fenomeno che era già compreso tra il 1920 ed il 1945, ma viene formalizzato dal diritto ed evidenziato come problema e come quarto tipo di odio a metà degli anni 80 dalle istituzioni giuridiche Europee.

Qual è la grande distinzione tra Europa e Stati Uniti d’America?

Quando si iniziò a ricostruire l’Europa, furono attuate azioni incisive quali: Berlino anno zero, il Ban del nazismo, le prime normative in Germania e Francia dove si formarono due blocchi politici: un blocco guidato dall’unione sovietica e un blocco guidato dagli stati uniti d’America, cominciarono a confrontarsi nelle sedi internazionali, soprattutto alle Nazioni Unite, accanto alla creazione di convenzioni per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. In estrema sintesi gli Stati in Europa chiesero che essi potessero, attraverso leggi, disciplinare le espressioni d’odio, domandarono che venissero riconosciuti nelle carte e nei trattati internazionali, chiesero di poter fare delle leggi volte a colpire l’opinione delle persone e quindi disciplinare le espressioni d’odio.

Gli storici evidenziarono questo paradosso, per cui Stati totalitari che avevano usato l’odio politico e le espressioni d’odio come strumento di propaganda per raggiungere il potere, subito dopo la seconda guerra mondiale chiesero che vi potesse essere la possibilità di fare leggi contro tali comportamenti.

Sull’altro fronte gli Stati Uniti d’America, con Eleonor Roosevelt che fece dei discorsi alle Nazioni Unite, in termini molto semplici, disse “voi siete dei pazzi, non si toccano le opinioni delle persone”, la tradizione nord-americana dice, anche oggi, che le idee devono vivere in un libero mercato: Free Market Place o Free Bias. Si scontrarono in sede di votazione, nell’occasione vinse il gruppo guidato dall’unione sovietica (53 voti a favore contro 19). Per cui l’Europa, dopo il 1946, prese una strada, quella della civiltà europea continentale, cioè gli Stati, da allora, possono fare norme che vietino l’istigazione e le espressioni d’odio. Verranno approvate leggi e norme contro il revisionismo o il negazionismo, ad esempio in Germania. Contro la ricostituzione del partito fascista in Italia, tali norme non vietavano solo la ricostituzione dei partiti nazisti e fascisti ma anche l’apologia, tant’è che dagli anni 50 agli 80, molti fascisti e nazisti europei migrarono negli Stati Uniti, aprirono i loro Club, i loro circoli, i loro movimenti in quella nazione. Questo ci fa comprendere come gli Stati Uniti siano considerati un porto franco e sicuro per gli estremismi nazi-fascisti. L’Europa procede in un modo, gli Stati Uniti procedono in un altro. Questo, fino a qualche anno fa non interessava tanto i giuristi, in quanto essi si occupavano esclusivamente del quadro europeo, ma quando siamo entrati nell’era globale di Internet il quadro cambia e le due visioni si scontrano. Quando ci si confronta con esperti legali nord-americani, loro non comprendono la posizione europea, proprio per un approccio nettamente differente che parte dalle basi giuridiche, più attente a proteggere le espressioni di idee in un libero mercato, lo stesso accade per i giuristi europei, attenti a proteggere le vittime e la collettività, quindi si fa fatica a capire la posizione degli statunitensi.

Un esempio emblematico può racchiudersi nella narrazione contenuta nel film “The blues brothers”, di John Landis, la scena dei nazisti dell’Illinois:

Elwood: “Ehi, che sta succedendo?”

Poliziotto: “Quei figli di puttana hanno vinto il processo e fanno una dimostrazione”.

Elwood: “Quali figli di puttana?”

Poliziotto: “Quegli stronzi del Partito Nazista”.

Elwood: “Hm! I nazisti dell’Illinois. Prrr”

Jake: “Io li odio i nazisti dell’Illinois.”

Non si trattava di un parto estemporaneo della (geniale) fantasia di Dan Aykroyd e di John Landis. Nella Chicago degli anni Settanta, all’ombra di violenze politiche di ben altra portata, c’era davvero una piccola, ma rumorosa associazione neonazista di nome National Socialist White Party of America, che cercava consensi tra la popolazione bianca della città, nei quartieri in cui l’espansione del mega-ghetto nero del South Side generava maggiore attrito.

E la causa l’avevano vinta. Nel 1977 avevano indetto una manifestazione, una delle loro parate in “camicia marrone, pantaloni marrone scuro, stivali neri, più una fascia attorno al braccio sinistro raffigurante una svastica”. In costume nazista, insomma. Ma quella volta avevano scelto di tenerla proprio a Skokie, un sobborgo di Chicago che ospitava una delle più nutrite comunità di ebrei sopravvissuti all’Olocausto e i loro discendenti al di fuori di Israele. I residenti si erano energicamente opposti, e il sindaco di Skokie aveva dapprima posto una serie di limitazioni sulle modalità della manifestazione, e infine l’aveva del tutto vietata.

Negli Anni Sessanta” commentò il settimanale TIME “i tribunali federali invocarono i principi del Primo Emendamento per proteggere le marce per i diritti civili in alcune città del Sud che si trovavano in fiamme. Nonostante le gravi minacce di violenza, le dimostrazioni risultarono pacifiche, grazie all’intervento della polizia statale e locale che intervenne su ordine di quei tribunali. Ma a quanto pare i diritti costituzionali protetti a Selma, in Alabama, nel 1965 vennero confermati nella Chicago del 1977”. I nazisti dell’Illinois fecero ricorso in Tribunale, affidando la propria causa a Burton Joseph, ebreo rifugiatosi in America dal 1939, avvocato dell’Unione Americana per i Diritti Civili, che aveva difeso anche i pacifisti arrestati per i disordini alla Convention Nazionale Democratica di Chicago del 1968. Era in gioco il Primo Emendamento, che in America garantisce la libertà di parola (il cosiddetto “free speech“). Il municipio di Skokie perse la causa, sia in primo grado che in appello; tentò infine un ricorso alla Corte Suprema, sul quale quest’ultima rifiutò di pronunciarsi per manifesta infondatezza, confermando così che la decisione adottata dai tribunali era corretta e che il diritto al “free speech” in America era talmente ampio da includere anche l’“hate speech”. Dopo la vittoria in giudizio i nazisti dell’Illinois accondiscesero a tenere la loro manifestazione altrove, mentre i residenti ebrei di Skokie dettero sbocco alla propria mobilitazione creando in città, un museo dell’Olocausto.

Questo è l’approccio americano, se si proibisce di manifestare ai nazisti in uniforme. Questa è una delle situazioni peggiori che possono verificarsi, immaginiamo più persone scampate all’Olocausto nazista che vedono per le strade della loro città manifestare nazisti in uniforme, l’avvocato Burton disse “se si impedisce a costoro di manifestare si crea la base perché si rigeneri il nazismo , cioè quello che sto combattendo.“. Secondo l’approccio americano, il libero mercato delle idee, quelle cattive e quelle buone, sono poste sullo stesso piano e le idee buone avranno la forza di uscire e prevalere, ma nel momento in cui il governo, la legge, mette mano, altera gli equilibri. La corte suprema, nel corso degli anni, ha mitigato questa situazione con il principio del clear and Present Danger, cioè quando l’istigazione all’odio evidenzia un pericolo chiaro ed imminente, allora in questo caso le istituzioni giuridiche americane intervengono, e quello che viene definito attacco personale, istigazione all’odio mirato. Dire:andiamo a bruciare un’intera razza, non è un’ istigazione all’odio, dire invece: andiamo a bruciare “tizio” in tale via o luogo, domani mattina, per loro un indice di attacco personale. È importante capire questo aspetto, quando cominciarono a diffondersi i social network, le policy, le regole alla base delle piattaforme, non partivano dalle nostre idee di base, ma sono soggette ad un pensiero di base fondato sui principi poc’anzi enunciati. Le varie piattaforme social, Facebook ad esempio, non hanno sedi in Italia, quindi tutto scaturiva dalla loro concezione di odio, per assurdo la pornografia nella loro cultura è immediatamente bannata. Se su Facebook appare una foto di nudo, dopo cinque minuti viene cancellata, mentre le espressioni d’odio, omofobiche, razziste, nella loro idea sono lasciate libere, a meno che non si tratti di un attacco personale diretto. La prima policy in assoluto di Twitter, quando esso nacque, era molto semplice, potete fare quello che volete, potete scrivere qualsiasi cosa, basta che non siano indirizzate alla persona in modo diretto o che non vi sia una canalizzazione personale. Oggi in Europa siamo in imbarazzo con una situazione di questo tipo, noi abbiamo una tradizione che ritiene giusto che lo Stato intervenga quando si palesano espressioni di istigazione all’odio ma i nostri dati sono tutti su piattaforme nordamericane, tra l’altro queste piattaforme sono gestite in 190 Stati, ognuno con una legislazione differente, inoltre non si comprende perché venga permessa tutta questa libertà a queste piattaforme, possiamo ricordare le lettere della presidente della camera Laura Boldrini a Repubblica dove si chiede che vi sia un intervento da parte di Facebook dove chiede che tutto questo odio che circola nei social sia frenato, per loro tutti questi appelli non vengono presi in considerazione perché si ritiene preminente la loro tradizione costituzionale, il primo emendamento.

Alcuni giuristi nord-americani sono propensi verso la tradizione nordeuropea, cito Jeremy Woldrom, studioso neozelandese che insegna negli Stati Uniti, il quale dice che gli europei non sbagliano ad avere un approccio così rigoroso perché l’approccio nord-americano, se ci facciamo caso, non è attento alle vittime, ma è attento ai principi del diritto,. Woldrom dice che una vittima che viene discriminata, contro cui viene canalizzato l’odio, deve essere tenuta in considerazione, la massima, che viene attribuita a Voltaire, che dice “Odio quello che tu dici ma darei la vita affinché tu possa dirlo“ è una frase bellissima, dice Woldrom, ma alle vittime chi ci pensa, a chi ha subito la violenza e riceve questo odio come tutelarlo.

Purtroppo l’approccio nord-americano è quello più influente, e sta creando molti problemi all’Europa, infatti qui si sta percorrendo la strada delle multe, delle sanzioni pecuniarie, ovvero, l’unico modo per convincere le grandi multinazionali dei social, affinché possano rimuovere i contenuti di odio e di prevedere delle multe é andar lì a toccare nei loro bilanci economici, toccare i loro portafogli. Ha iniziato la Germania, il governo tedesco sta elaborando un sistema prevedendo un’azione per cui se le piattaforme, Facebook Twitter e altro, non rimuovono i post, entro 24 ore, di gruppi neonazisti, di istigazione all’odio, di discriminazioni omofobiche, si possono comminare multe fino a 500.000 € al giorno. Quindi andare a colpire direttamente i guadagni di queste aziende escludendo una discussione più pacata affinché si possa risolvere al meglio la questione.

Potrebbe esserci un’altra soluzione, prevedere la creazione di una piattaforma social sviluppata e diffusa dall’Europa in tutto il globo, un social che si contrapponga a quelle americane, basata sui principi europei, questa è una soluzione verosimile ma non impossibile da attuare.

I dati normativi.

Quando parliamo di espressioni di odio, di hate speech, la prima definizione la troviamo contenuta nei patti internazionali sui diritti civili e politici che è un trattato che nasce dall’esperienza della dichiarazione universale dei diritti dell’uomo adottato nel 1966 ed entrato in vigore nel 1976, in piena guerra fredda, quindi la contrapposizione tra i due blocchi, USA e unione sovietica è essenziale, in particolare l’articolo 20 dice “qualsiasi propaganda ha favore della guerra deve essere vietato dalla legge”, nel primo comma si nota l’eco dell’uscita dalla seconda guerra mondiale, e qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale, religioso, politico, Che costituisca incitamento alla discriminazione, alla ostilità, all’odio, alla violenza, deve essere vietato dalla legge. Questa è la prima definizione pura di istigazione all’odio.

Possiamo dividere in sei elementi centrali poi in due gruppi da tre definizioni.

—Il primo gruppo comprende i tre ambiti in cui opera l’odio, i nazionalismi, il razzismo e la religione quali strumenti di discriminazione e di odio;

—Il secondo gruppo si orienta verso l’incitamento a tenere dei comportamenti discriminatori, ostilità e violenza.

Qual è la grande differenza che stiamo leggendo da questa definizione?

Oggi, nel mondo dei social, l’odio è diventato comune e non è più soltanto connesso a razza religione e politica, pensiamo all’odio che sta circolando nell’ambito degli animalisti, dei No Vax..

Un tempo l’odio si sollevava in quegli ambiti, la grande novità delle tecnologie e quello di aver mutato l’odio in odio comune, qualsiasi dichiarazione o informazione può sollevare odio: dalla dichiarazione di Miss Italia che avrebbe voluto vivere durante la seconda guerra mondiale, a Gianni Morandi che mette la foto mentre va al centro commerciale di domenica a fare la spesa..

Il termine incitamento all’odio ha fatto nascere parecchi dibattiti sull’idoneità o meno a portare imminente violenza nel caso concreto. I giuristi hanno cercato di comprendere se questo incitamento è realistico, ad esempio se si dovesse dire “andiamo in tal luogo a distruggere il campo rom di Perugia“ magari a Perugia non c’è nessun campo rom, quindi l’incitamento non è realistico, i giuristi hanno cercato di capire non il fatto di per sé ma l’incitamento all’odio, la sanzione si rivolge a esso. Incitamento significa creare un esercito di persone che odiano, i giuristi si chiedono se il riferimento essenziale debba essere la reale idoneità a portare imminente violenza nel caso concreto. Tanti incitamenti all’odio scaturiti dalle dichiarazioni di molti politici, vengono mantenuti, volutamente, generici, perché così consigliato dai loro avvocati, cioè di non superare il limite della reale idoneità a portare imminente violenza nel caso concreto. L’incitamento, quindi, è correlato all’idoneità di portare violenza.

Facciamo un passo indietro di vent’anni, 1997, raccomandazione del consiglio d’Europa sull’hate speech, il termine deve essere interpretato come idoneo a comprendere tutte quelle forme espressive che diffondono, incitano, promuovono o giustificano l’incitamento all’odio. Odio razziale, xenofobia, antisemitismo o altre forme d’odio basate sull’intolleranza comprese quelle espresse da nazionalismo aggressivo ed etnocentrismo, la discriminazione e l’ostilità contro le minoranze, i migranti e le persone di origine straniera. Questa definizione ha fatto un salto più consono alla contemporaneità, con una definizione più moderna, questa è l’espressione d’odio considerata oggi all’interno della Comunità Europea. Già nel 1997 si prevedeva la crisi dei flussi migratori. Per concludere questo discorso occorre riferirsi a tre requisiti affinché un’espressione possa considerarsi hate speech: una chiara volontà ed intenzione di incitare odio con la parola o ogni altro mezzo di comunicazione, oltre alla volontà ci deve essere l’incitamento vero e proprio, cioè un comportamento idoneo a causare atti di violenza nei confronti dei soggetti presi di mira, gli atti di violenza e discriminazione si devono verificare, oppure il rischio che ciò avvenga, sia imminente. Il fine delle espressioni d’odio sono: offendere, deumanizzare, molestare, degradare, vittimizzare il bersaglio oltre a cercare di fomentare, nel loro contesto sociale, insensibilità e brutalità contro le persone prese di mira.

Cosa è cambiato con l’hate speech on-line? È cambiato tutto, nel senso che è difficile comprendere le espressioni d’odio se non si comprendono le tecnologie. Si noterà che l’odio può essere istigato e diffuso con tecnologie multimediali, improvvisamente ha avuto un grande successo la falsificazione, non solo le bufale, ma i fotomontaggi, i meme finti che cominciano a circolare, i video elaborati, la tecnologia digitale permette di falsificare agevolmente le informazioni.

Fin dai primi del ‘900 in Canada e USA, quando cominciarono ad arrivare i primi gruppi di famiglie di ebrei, la falsificazione delle notizie che allora venivano diffuse attraverso la carta stampata, i quotidiani, era faticoso pubblicarli, adesso, con le nuove tecnologie, sono diventati di estrema facilità nel diffonderli. Oggi gran parte delle espressioni d’odio sono veicolate in maniera molto subdola, gli studiosi di odio politico dividono due grandi famiglie d’odio, l’odio che viene detto hot e l’odio cool, L’odio politico hot è quello, per intenderci, alla Trump, è un odio visibile, il nazista in uniforme davanti a voi con il megafono è un odio hot. L’odio cool è un fenomeno, diffuso negli ultimi 20 anni, veicolato con strumenti che ingannano e che apparentemente sono strumenti di comprensione, addirittura dando del razzista agli altri per poi veicolare le stesse idee. L’UE è molto più preoccupata per questo tipo di espressione d’odio rispetto al primo, infatti molti progetti di ricerca sono sulla natura e l’analisi dell’odio cool, questo è un problema in quanto l’odio non è correlato alle parole usate, oggi l’odio e l’istigazione all’odio vengono veicolati tramite un lessico che è difficilmente comprensibile, cioè ingannevole.

Infatti lo studioso Woldrom è stato uno dei primi ad analizzare la reazione delle vittime, cercare di immedesimarsi nei “panni” delle vittime, comprendere quale sia la potenza che le istigazioni all’odio, possano provocare. La percezione è spesso soggettiva, diversa in ogni tipo di persona, considerando, sotto il punto di vista medico, le conseguenze che le manifestazioni possano portare ai soggetti sottoposti ad azioni d’odio, cioè la vittima.

I danni più comuni sono: perdita di autostima, senso di rabbia, isolamento forzato, un costante ed immotivato atteggiamento sulla difensiva, uno stato di shock, uno stato di incomprensione e di disgusto, fino ad avere vere proprie esperienze traumatiche sul breve e lungo periodo. Queste risposte, spesso emotive, spiegano anche il motivo per il quale molti episodi, circa l’80%, non vengono denunciate. La vittima si trova in uno stato di debolezza psico-fisica, in uno stato di vergogna, subentra anche la diffidenza verso le autorità, non sensibili a comprendere questi stati d’animo. Aggiungiamo che, le persone discriminate provengono da una minoranza già discriminata. Una scala di pregiudizi che oggi tutti gli studiosi citano è quella di Gordon Allport, egli si pose, nel 1954, il problema di pesare l’odio, di valutarlo, creando questa scala, da uno a cinque, che valuta un aumento crescente della gravità dei comportamenti d’odio.

La scala Allport (dall’inglese Allport’s Scale) è una scala usata per misurare la forza del pregiudizio in una società. Sono valutati gli atteggiamenti seguiti dall’in-group (gruppo dominante), nei confronti di coloro che vengono visti o considerati facenti parte dell’out-group (gruppo minoritario, esterno). È indicata anche come scala del pregiudizio e della discriminazione di Allport o scala del pregiudizio di Allport. È stata ideata dallo psicologo Gordon Allport nel 1954.

La scala

I punti della scala del pregiudizio di Allport vanno da 1 a 5.

1. Anti-locuzione: l’antilocuzione si verifica quando un gruppo, al proprio interno, si esprime liberamente, in modo negativo, contro un gruppo a esso esterno. L’’incitamento all’odio è incluso in questa fase.Anche se la stessa anti-locuzione potrebbe non essere dannosa, potrebbe preparare il terreno a sbocchi più severi per i pregiudizi.

2. Evitare: i membri del gruppo evitano constantemente le persone appartenenti all’out-group.Anche se non c’è alcun danno diretto, si viene a creare un danno psicologico, spesso dovuto all’isolamento.

3. Discriminazione: l’out-grouup viene discriminato negando loro opportunità e servizi, mettendo in discussione i pregiudizi. I comportamenti hanno l’intenzione di svantaggiare l’altro gruppo impedendo loro di raggiungere obiettivi, ottenere istruzione o lavoro, ecc… Esempi includono leggi di Jim Crow negli Stati Uniti, lo Statuto di Kilkenny nell’Irlanda britannica, Apartheid in Sud Africa e leggi antisemitiche in Medio Oriente.

4. Attacco fisico: l’in-group vandalizza, brucia o distrugge e attacca le proprietà e gli individui associati al’out-group. Gli esempi includono i pogrom contro gli ebrei in Europa, i linciaggi dei neri e degli italiani negli Stati Uniti e le continue violenze contro gli indù in Pakistan.

5. Sterminio: l’in-group cerca lo sterminio o la rimozione dell’out-group. Cercano di eliminare la totalità o una grande frazione del gruppo di persone indesiderate. Esempi includono lo sterminio dei nativi americani, il genocidio cambogiano, la soluzione finale nella Germania nazista, il genocidio ruandese, il genocidio armeno, il genocidio degli elleni e la pulizia etnica nella guerra bosniaca.Trattiamo un altro tipo di odio, quello veicolato da parte dei due soggetti più importanti ed influenti nella nostra società: il mondo della politica e il mondo della stampa. Questi due soggetti hanno compreso che l’odio e le espressioni d’odio sono diventate una valuta, hanno un valore, si possono monetizzare.

Un esempio accaduto in Olanda, alcuni politici di partiti dell’estrema destra sono stati incarcerati, per pochi mesi, per istigazione all’odio. Quando sono usciti dalla galera il consenso del loro partito era aumentato del 6%. Un tempo, l’odio, inteso come veicolo di monetizzazione, lo si trovava solo in ambiti di partiti estremisti di destra come Lega Nord, Forza Nuova, casa Pound, e, in una forma più mitigata ma presente, in Forza Italia.

Oggi l’uso dell’odio è utilizzato da parte di tutti i politici e tutti i partiti, perché porta consenso elettorale, viene utilizzato anche in contesti politici democratici e liberali, o più tradizionali, ricordiamo alcuni congressi del partito democratico dove l’odio che circolava nei discorsi tra le varie correnti, era ben simile a quello delle formazioni politiche più estremiste. L’odio non è più agli estremi ma tutti hanno capito che l’odio porta profitto. L’hanno compreso anche i quotidiani, la stampa, il Web, i Mas media generalisti (tv e radio), esempi emblematici possiamo riscontrarli in quei quotidiani di provincia dove qualche migliaio di copie vendute in più o in meno sono importanti per l’economia della testata, le visualizzazioni sui video di YouTube, legate ad una monetizzazione diretta, ogni clic remunera l’emittente.

Diventa difficile combattere l’odio perché chi dovrebbe dare l’esempio, i media e la politica, sono delle entità molto forti ed hanno una grande influenza sul pubblico e l’opinione pubblica, rispetto a chi vuole promuovere valori di pace solidarietà ed uguaglianza. Oggi l’odio sì è istituzionalizzato, in quanto è veicolato proprio da quei soggetti che dovrebbero mitigarlo e combatterlo, questo atteggiamento crea grandi problemi.

L’odio è connesso ai fatti di cronaca, se analizzassimo con dei software appropriati, i tweet o i post su Facebook correlati a temi d’odio, l’andamento non è costante ma è del tipo ad elettrocardiogramma, con dei picchi seguiti ad immediati abbassamenti di intensità, ad esempio: si parla di un flusso di migranti scappati dalla Siria in guerra, in quella settimana il picco d’odio sarà alto dopodiché si affievolisce, nel periodo pre-elettorale ci sono dei picchi d’odio spaventosi soprattutto di odio politico, dopodiché si acquieta. La connessione con la cronaca causa sui social dei picchi d’odio che possono durare, a volte, poche ore, dalle 12 alle 24 ore. Spesso per le vittime d’odio, sui social, il tacere, il non reagire, in molti casi è un’ottima strategia. Quando il picco d’odio ha raggiunto il massimo, con la stessa velocità con cui si è diffuso, crolla, mentre alimentarlo gli si dà una sorta di sopravvivenza.

Quali possono essere gli anticorpi per questo quadro?

L’Unione Europea si è concentrata molto sui contro discorsi, il contro parlato, le campagne di informazione, sui fenomeni di autoregolamentazione. Riguardo il contro parlato, atteggiamento tipicamente nord-americano, negli U.S.A, dicono,“Le idee buone emergeranno da sole, supereranno quelle cattive, non deve intervenire lo Stato“. Ma come si fa a fare emergere le idee più buone, parlando tutti, cercando di riportare la verità, la quiete? Anche l’UE sta elaborando delle strategie per fare emergere il contro parlato, la contro parola, il problema è che la contro parola è uno degli strumenti più difficili da attuare, perché, in genere, chi attacca è avvantaggiato, rispetto a chi si difende, in quanto è posto in una posizione di svantaggio, ad esempio se qualcuno attacca gli indirizzi di posta elettronica è in vantaggio rispetto a coloro che devono difendersi. Nelle situazioni di attacco d’odio è la stessa cosa. L’asticella della intolleranza e dell’odio è molto facile innalzarla piuttosto che riabbassarla, riportare le espressioni d’odio entro i recinti della civiltà e del buon senso non funziona, ci vuole molto tempo. Proviamo ad andare sulla bacheca di un politico estremista, ad esempio Salvini, dove ci sono 1000 e più post contro gli immigrati, inseriamo un nostro post con un commento del tipo “ vorrei fare sommessamente notare che i temi trattati in questa bacheca sono razzisti“ qual è l’effetto? L’effetto è che i 1000 non cambiano quasi mai idea ed opinione e l’odio viene veicolato anche nei nostri confronti. Se dovessimo spendere ore ed intere giornate alla contro parola, nelle scuole e nei luoghi appropriati a veicolare il messaggio positivo, sarà sufficiente un clic di un politico o un apparizione o come la domenica pomeriggio da Barbara d’Urso affinché il nostro lavoro risulti vano. La contro parola è una delle cose più belle, potremmo definirla anche educazione civica digitale, o educazione alla legalità, ma è una delle cose più complicate da sostenere e veicolare. L’odio, a quanto pare, a canali preferenziali per incidere sulla mente delle persone.

Tutto questo porta al rischio di criminalizzare la rete, quando il mondo politico, i politici, non sanno più che pesci prendere. Essi si chiamano fuori perché sono il primo veicolo d’odio, la stampa si tira fuori per lo stesso motivo, i genitori, gli insegnanti, si trovano in difficoltà concreta di combattere contro questi due grandi esempi, allora si dà la colpa alla rete, la colpa è di Facebook, la colpa è di Twitter, molti stati stanno veicolando le colpe verso la rete, criminalizzando il mezzo di comunicazione a scapito delle vere e proprie fonti d’odio. Le ultime statistiche parlano di quasi un 90% di sommerso, rispetto agli episodi denunciati, c’è allora un timore che si arrivi ad un consenso sociale all’odio, cioè al fatto che l’odio sia considerato normale e quindi ad un livello di tolleranza molto alto di tutte le espressioni estreme. Oggi siamo ad un livello altissimo.

I media generalisti, tv, quotidiani cartacei ed on-line, si trovano nella medesima situazione. Se si fa una ricerca empirica molto semplice, si noterà che l’80% delle notizie passano attraverso questi strumenti di comunicazione parlano di sangue, uccisioni, aggressioni, violenze, di stalker, questo avviene perché chi costruisce le prime pagine di questi mezzi di informazione riceve molta più audience, vendita di quotidiani, clic e visualizzazioni sulle pagine Web, diventa un maggior guadagno, più entrate economiche.

In conclusione, prendiamo in considerazione l’atteggiamento europeo, dopo la seconda guerra mondiale, leggi che proibiscono l’hate speech come leggi che tutelano i diritti umani.

Guardiamo ora gli aspetti critici, cioè l’approccio europeo non è corretto, Per alcuni critici queste sono le quattro motivazioni principali:

1- chiaramente contrastare le espressioni d’odio è un’eredità lasciata al mondo moderno dagli Stati totalitari, cioè l’idea di regolamentare l’odio è nata dal gruppo di Stati totalitari, erano leggi pensate per un abuso dei diritti di libertà più che per rafforzare una maggiore tolleranza, l’unione sovietica in prima fila. Per i critici, abbiamo inglobato nei regolamenti europei delle norme liberticide.

2- come è possibile conciliare tutte queste sfumature di istigazione, l’aggressione, la violenza reale, con la certezza del diritto, molti standard interpretativi sono molto difficili da conciliare con i principi fondamentali della certezza del diritto, la persona va punita in base a una norma con il divieto di analogia, la legge disciplina specificatamente quel reato, questa difficoltà di interpretazione e di limitazione porterebbe a violare la manifestazione di libertà del pensiero.

3- le leggi che vietano le espressioni di odio possono diventare uno strumento molto utile per limitare la libertà di pensiero, soprattutto politico religioso, con la scusa di reprimere le espressioni d’odio e offese interpersonali, si potrebbe avere in mano uno strumento potente per limitare la libertà politica religiosa.

4- tutti coloro che propongono leggi di questo tipo devono ancora dimostrare in maniera convincente che vi è un collegamento diretto tra il divieto di queste espressioni è una conseguente pace sociale, cioè una diminuzione dell’odio circolante e un aumento di tolleranza.

Notiamo quali equilibri ed ingranaggi complicatissimi, quando si va a toccare l’argomento delle leggi che regolamentano le espressioni d’odio e le sue conseguenze.

Che cosa ha portato di nuovo Internet in questo quadro appena descritto;

Come primo aspetto, la permanenza dell’odio. Prima l’odio si esauriva in pochi istanti, oggi invece permane e non si riesce più a rimuovere dalla rete, la permanenza e l’amplificazione sono aspetti importanti di questo problema.

Il secondo è un ritorno imprevedibile dell’odio, in realtà l’odio ritorna e riemerge anche a distanza di tanto tempo, questo fa sì che la vittima non sia mai certa che l’espressione d’odio sia finita.

Il terzo problema è l’anonimato, oggi gli attori che veicolano le espressioni d’odio tendono a non occultare la loro identità, quindi gli attori negativi usano tranquillamente il loro nome e cognome, se dovessimo collegarci ai gruppi pieni di haters tutti sono con nome e cognome, perché se si presentassero anonimi non avrebbero quel beneficio di valutazione economica. L’idea che circola, in modo errato, che tutti coloro che usano espressioni d’odio siano anonimi non è vera, la rete porta ad un effetto disinibitorio, la rete e lo schermo creano un filtro, per cui molte persone, nella vita reale, dialogano in un certo modo, su Internet si comportano in un altro modo.

Quarto problema è la transnazionalità , i confini sono saltati completamente, nello studio della demografia si usano concetti come confini, piccolo villaggio, comunità, in rete tutto questo non ha più significato, un fatto discriminatorio che accade in un piccolo paesino di pochi abitanti non veniva alla ribalta oltre quella piccola comunità, oggi la transnazionalità della rete ha fatto saltare queste nozioni. Ricordiamo il caso di quel piccolo paese nel ferrarese che si oppose all’accoglienza di donne e bambini migranti, la rete ha reso possibile la conoscenza di quel fatto deplorevole in virtù proprio della sua natura transnazionale.

Quali sono le risposte che si possono dare a questo fenomeno?

In primo, puntare sull’educazione, aumentare la consapevolezza nelle persone su questo quadro e di come si può fare per rimediare a questa situazione. Attenzione alle conversazioni on-line, l’esempio che possiamo veicolare alle persone che sono intorno a noi, i genitori devono stare attenti anche con i loro comportamenti se vogliono che i loro figli si comportino correttamente. L’esempio è dato da chi ha potere di veicolare l’opinione, gli influencer. Spesso questi non danno un buon esempio, di recente c’è la moda della gogna pubblica. Dobbiamo valutare se le leggi in vigore, ad esempio la legge Fiano, contro l’apologia del fascismo, la legge mancino che disciplina l’istigazione all’odio, guardando le casistiche dovremmo capire quanto siano utili in questo ambito.

Un buon mix di tre elementi, l’educazione, contro parola nei confronti dei più giovani, nelle nostre associazioni; il diritto deve essere molto attento a limitare la libertà di manifestazione del pensiero, altrimenti il diritto può essere utilizzato per altri fini. Un uso intelligente della tecnologia inteso come utilizzo di quegli algoritmi di quei software che possono monitorare o tracciare le espressioni d’odio, bloccarle in maniera automatizzata. I software oggi in uso sono corretti per il 70% dei casi ma sbagliano il 30%, quindi non sono applicabili su larga scala, alcuni software censurerebbero il 30% di espressioni corrette.

Questi tre elementi, istruzione, legislazione, tecnologia, potrebbero darci una mano notevole per contrastare questo grave fenomeno, il primo elemento, l’azione educativa, avrebbe un impatto notevole in un lungo termine, gli altri due, aspetto giuridico e tecnico, avrebbero un impatto a medio e breve termine, ma tutti e tre questi elementi non potranno mai funzionare se gli attori, i politici, gli agenti dei media e dell’informazione, noi stessi, non modificheremo, in modo deciso ed incisivo, i paradigmi di comportamento e valutazione.

Si ringrazia Giovanni Ziccardi che con il suo intervento, al convegno “Positive Messenger”, ha ispirato questa ricerca.