Contro chi marcia alla nostra testa: la guerra che dobbiamo combattere

Non è l’uomo al tuo fianco il vero nemico. Né quello che ti affronta sul campo.
Il nemico marcia alla tua testa.
È chi ti manda a combattere mentre la tua famiglia tira avanti a fatica, è chi ti spinge in guerra mentre a casa tua si taglia sulla sanità, sull’istruzione, sui diritti.

La verità è semplice, antica e sempre rimossa: o si lotta tra capitalisti per il dominio del mondo, o si lotta tra oppressi per la propria liberazione.
In questo bivio storico, il pacifismo da solo non basta più: serve l’antimilitarismo consapevole, quello che riconosce il vero volto della guerra e si organizza per disertarla, boicottarla, sabotarla. Non per servire padroni stranieri o governi asserviti, ma per restituire dignità al nostro stesso popolo.

Valerio Evangelisti ci ricordava che l’Internazionale francese invitava i soldati a rivoltarsi contro i propri ufficiali. E oggi, più che mai, quell’invito suona attuale.
Non si tratta di un atto romantico: è il principio base della guerra alla guerra.
Una guerra che si fa disertando, scioperando, paralizzando la macchina bellica.
Se le condizioni maturano, persino con la resistenza attiva.

Ci hanno addestrato per decenni a credere che ogni atto di ribellione fosse terrorismo, ogni scintilla di lotta una minaccia alla “civiltà democratica”.
Ci hanno fatto credere che l’unica lotta accettabile fosse quella filtrata dai sindacati di regime e dai partiti progressisti venduti, che di progressista hanno ormai solo la retorica vuota.

E ora, quando ai padroni serviamo come carne da cannone per alimentare le guerre del capitale globale, tentano il ribaltone: ci rispolverano l’europeismo da salotto, ce lo impastano con Hegel, Pirandello, e pretendono che combattere per loro sia un dovere morale.
Peccato che il popolo italiano – nonostante l’intossicazione continua dei media – questo inganno non lo beva più.
La stragrande maggioranza rifiuta il riarmo, rifiuta la guerra.
Non serve essere bolscevichi: basta avere buon senso, quello che ti suggerisce di sopravvivere ai prossimi dieci anni invece di farti ammazzare in nome di interessi che non sono i tuoi.

Da qui parte il nostro compito.
La guerra alla guerra non è un gioco di parole.
È lotta vera, capillare, nelle piazze, nelle scuole, nei luoghi di lavoro.
È denuncia serrata contro chi tradisce, contro chi vende il futuro del Paese.
È capacità di parlare al cuore della gente, di riconoscere la loro paura, la loro rabbia, la loro voglia di vivere.
È strategia di comunicazione che scavalchi il muro di menzogne costruito da chi fabbrica nemici interni per giustificare ogni emergenza repressiva.

Per fortuna, qualcosa si sta muovendo.
Durante la pandemia e ancora di più oggi, sono nate voci nuove, indipendenti, fuori dal coro tossico dei Mentana, dei Parenzo, dei loro cloni.
Web TV come Ottolina TV, progetti come Multipopolare, stanno iniziando a dare voce a un altro mondo possibile, a una sinistra che non si accontenta più di piagnucolare ma punta a organizzare la lotta di classe reale, antimilitarista, antimperialista.

Non sarà facile. Dovremo imparare dai nostri errori, riconoscere i nostri limiti.
Ma per la prima volta da anni si intravede una crepa nell’edificio della propaganda imperiale.
Un mondo multipolare emerge, fragile ma potente nella sua promessa: sovranità dei popoli, cooperazione tra nazioni, emancipazione concreta delle classi lavoratrici.
Un mondo dove il Comune prevale sull’avidità privata, dove lo Stato torna a essere il custode del bene collettivo e non il maggiordomo dei gruppi di potere.

Chi è il nemico, oggi, è più chiaro che mai.
È chi calpesta la Costituzione italiana, nata proprio dal rifiuto della guerra, della dittatura, dello sfruttamento.
È chi, mentre la osanna a parole, ne svuota ogni principio.
È chi trasforma l’Italia in un avamposto bellico, un protettorato senz’anima, un magazzino di missili puntati contro altri popoli.

A tutto questo bisogna rispondere.
Con intelligenza, con coraggio, senza illusioni nostalgiche, ma anche senza paura.
Perché questa battaglia non riguarda solo l’ideologia, riguarda la nostra sopravvivenza.
E, in fondo, riguarda anche qualcosa di più grande: il diritto dell’umanità a un futuro diverso da quello che i padroni della guerra stanno preparando.

La guerra alla guerra è iniziata.
E non torneremo indietro.

“Abbiamo costruito la nostra Guantanamo: il lager di Gjader e l’abisso dell’Italia”

Nel silenzio complice di molte istituzioni e nel cinismo di chi brandisce la paura come strumento di potere, è nato il nuovo volto della vergogna italiana: il centro di Gjader, in Albania. Un lager contemporaneo, costruito sotto il velo della legalità, ma intriso di violazioni dei diritti umani, torture psicologiche, isolamento forzato e disumanizzazione sistematica.

Le prime deportazioni verso Gjader si sono consumate nel buio più totale. Le persone, strappate dai Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR) italiani, sono state trasferite con la forza, spesso ammanettate per ore, private dei loro cellulari, senza alcuna possibilità di comunicazione. Una volta varcato l’Adriatico, sono state inghiottite da un sistema di isolamento assoluto, in una “cattedrale del deserto” sorvegliata dal silenzio e dalla paura.

Nei prefabbricati di Gjader, il regime è spietato: nessun contatto libero con l’esterno, telefonate ridotte a pochi minuti sorvegliati e costose, cibo gettato a terra come per animali, celle chiuse giorno e notte. L’acqua bollente dai rubinetti, la luce accesa 24 ore su 24 come strumento di tortura psicologica, l’assenza di spazi comuni e di cure mediche adeguate sono la normalità. Su tutto, l’incubo della segregazione e dell’invisibilità.

La detenzione è trasformata in annientamento. I tentativi di suicidio si moltiplicano, i corpi sono legati, le menti schiacciate dalla paura. Chi prova a protestare viene isolato ulteriormente, rinchiuso in celle ancora più anguste. Non siamo più nel terreno della gestione dell’immigrazione: siamo nella gestione dell’annientamento della dignità umana.

Un sistema pensato per fallire, lo ammettono ora anche le sentenze: la Corte d’Appello di Roma ha smascherato il trucco della “extraterritorialità” che avrebbe dovuto giustificare il confino in Albania. Chi fa domanda di asilo da Gjader, secondo il diritto, deve essere trattato come se fosse ancora in Italia. E deve tornare. La propaganda della fermezza, i milioni sperperati per allestire questa moderna colonia penale, rischiano di sbriciolarsi sotto il peso del diritto e della coscienza.

Ma mentre il diritto ancora resiste, la carne viva di chi subisce resta martoriata.

Dietro i muri invisibili di Gjader, la violenza non è solo fisica. È l’umiliazione dell’essere ridotto a numero, a problema da spostare, a corpo inutile da segregare. È la risposta “pisciati addosso” data a chi chiedeva di andare in bagno. È il cibo portato per terra. È la privazione del sonno, la solitudine, la disperazione fatta sistema.

Questo è il frutto avvelenato del nuovo decreto sicurezza, già messo sotto accusa per incostituzionalità. Una legge che, con il pretesto dell’urgenza, ha eretto nuove barriere contro i più deboli, ampliato la repressione del dissenso, rafforzato lo Stato-padrone a scapito dei diritti fondamentali.

Gjader non è un incidente. Non è una svista. È il prodotto coerente di una strategia di governo che usa il dolore come moneta politica, che coltiva l’odio per raccogliere consenso, che mercifica la sofferenza umana per mascherare il proprio fallimento.

La nostra Guantanamo è realtà.

E non si trova su un’isola sperduta, ma a poche ore di navigazione dalle nostre coste. Creata con i soldi dei contribuenti italiani, applaudita da chi, senza vergogna, ha venduto il nostro diritto alla giustizia in cambio di una propaganda che odora di sangue.

Davanti a questa mostruosità, il silenzio è complicità. Denunciare, resistere, disobbedire a questa nuova normalità è un dovere morale prima ancora che politico.

Non possiamo e non dobbiamo voltare lo sguardo.

Il nome di Gjader deve pesare sulle nostre coscienze come un macigno. E sulle pagine future della storia, sarà ricordato come il simbolo di una vergogna da cui non potremo lavarci le mani.

La dignità umana non conosce confini.

È tempo di demolire i muri dell’odio. È tempo di riprendersi l’umanità.

25 aprile 2025. Ottant’anni dopo: resistere è scegliere ancora

Ottant’anni fa, sulle macerie del fascismo e dell’occupazione nazista, l’Italia scelse di rialzarsi. Non fu un miracolo, ma il frutto di una scelta collettiva, il risultato di migliaia di scelte individuali compiute in un tempo di dissoluzione dello Stato, di fuga delle élite, di diserzione delle istituzioni. Era l’8 settembre 1943 quando il re fuggiva, i generali si spogliavano delle loro divise, e il potere si sbriciolava lasciando il Paese in balìa di se stesso. Ed è lì che iniziò davvero il 25 aprile: quando in basso, nel cuore della società, si fece strada il coraggio di dire no. La Resistenza non fu una reazione spontanea, ma una presa di coscienza. Etica, politica, umana.

Oggi, a ottant’anni esatti da quella Liberazione, siamo chiamati a un esame di coscienza altrettanto radicale. Perché la festa del 25 aprile rischia di diventare un cerimoniale svuotato, un rito commemorativo incapace di incidere sul presente. Ma non è così che si onora la memoria dei partigiani. Non sono i vivi a celebrare i morti: sono i morti che convocano i vivi, come ammoniva Calamandrei, per chiedere conto di ciò che abbiamo fatto per non tradirli. E ciò che ci chiedono oggi non è nostalgia. È coerenza. È scelta.

Viviamo in un’epoca segnata da un rigurgito di autoritarismo, in cui il linguaggio e le pratiche del potere odorano di repressione e propaganda. Al governo siedono forze che non si limitano a strizzare l’occhio alla cultura fascista, ma che la rivendicano senza vergogna, con alleanze ambigue e pantheon inquietanti. Il loro armamentario politico si fonda sul nazionalismo bellicoso, sull’ossessione identitaria, sulla guerra ai migranti, sull’addomesticamento dell’informazione e sul disciplinamento delle coscienze, a partire dalla scuola. E in questo contesto la guerra diventa normalità, l’umanitarismo è sospetto, il dissenso è reato.

Ma se c’è una lezione che il 25 aprile ci ha lasciato, è che la libertà è figlia del conflitto. La democrazia non è mai neutrale: nasce da una scelta di campo. È antifascista, oppure non è. È inclusiva, oppure è discriminatoria. È partecipata, oppure è svuotata. Ed è proprio questo il punto: oggi siamo di nuovo chiamati a scegliere. Tra l’inerzia e la mobilitazione. Tra la fedeltà alla Costituzione o la sua riscrittura autoritaria. Tra la pace come valore irrinunciabile o il riarmo travestito da “sicurezza”.

La Costituzione come Resistenza presente

La nostra Costituzione non è una reliquia. È il lascito vivente della Resistenza, il suo corpo giuridico e politico. Non una carta astratta, ma un progetto in tensione, un patto da difendere e da attuare. Lo dice l’articolo 11, con parole inequivocabili: “L’Italia ripudia la guerra”. Ripudiare, non tollerare. E invece assistiamo al capovolgimento del senso: armi in Ucraina, silenzi su Gaza, investimenti miliardari in armamenti mentre i diritti sociali vengono erosi. L’ideologia della sicurezza armata si impone, e la guerra diventa strumento di legittimazione. Ma la Costituzione non prevede “guerre giuste”. Prevede la pace come orizzonte costituzionale. E chi oggi difende la pace, chi diserta il bellicismo di Stato, è più partigiano dei tanti che celebrano senza agire.

Lo stesso vale per l’articolo 10, che riconosce il diritto d’asilo a chi fugge da guerre e persecuzioni. Eppure ci siamo abituati a vedere morire in mare donne e bambini, mentre i CPR diventano lager legali, e le frontiere si militarizzano. La violenza non è più proiettata all’esterno, come nelle guerre coloniali: ora si esercita nel respingere, nell’indifferenza, nell’abbandono. Una nuova forma di fascismo quotidiano che si nutre di paura e disumanizzazione. La scelta, anche qui, è chiara: o si sta dalla parte dell’accoglienza e della dignità, o si è complici.

Libertà sotto attacco: il fascismo delle forme

Il nuovo fascismo non ha bisogno di stivaloni e camicie nere. Ha il volto dell’algoritmo, la voce delle conferenze stampa, la penna del legislatore. Oggi il dissenso è sotto attacco sistemico: decreti d’urgenza che reprimono il diritto a manifestare, sanzioni sproporzionate per chi resiste passivamente, restrizioni alla libertà di associazione e di parola. Il diritto alla protesta viene criminalizzato, e chi si oppone al pensiero unico dominante diventa nemico pubblico. La differenza tra “ordine” e “obbedienza” si fa sottile, e chi rifiuta di allinearsi viene isolato. È questa la nuova faccia del regime: legale, normativa, asettica. Ma non per questo meno pericolosa.

E mentre i corpi intermedi vengono svuotati, il Parlamento marginalizzato e la magistratura intimidita, prende forma un assetto di potere monocratico, fondato sulla verticalizzazione estrema delle decisioni. Il progetto del premierato elettivo, l’erosione dell’obbligatorietà dell’azione penale, la delegittimazione della Corte costituzionale sono tasselli di un disegno che punta a svuotare il pluralismo e a concentrare il potere nelle mani di pochi. È il “fascismo del nuovo millennio”, come lo ha chiamato Carlo Smuraglia. Non servono manganelli, bastano algoritmi, decreti, narrazioni egemoniche.

Memoria come scelta, non come nostalgia

Allora, che senso ha celebrare il 25 aprile nel 2025? Ha senso se diventa un giorno di impegno, di militanza, di scelta. Se torniamo a pensare alla libertà come a qualcosa che si conquista, ogni giorno. Se smettiamo di considerare la Resistenza un evento chiuso nel passato, e iniziamo a vederla come un processo aperto, una chiamata permanente. La Resistenza non è finita il 25 aprile 1945: è un dovere civile, una postura etica, un atto di coerenza.

Chi oggi lotta contro la guerra, contro il razzismo, contro le disuguaglianze, chi difende i beni comuni, la libertà di stampa, l’autonomia del pensiero, chi protegge gli ultimi e non si arrende alla propaganda del cinismo, è il nuovo partigiano. E la Costituzione, se vissuta davvero, è il nostro bastione. Non per nostalgia, ma per necessità. Perché, come ammoniva Gastone Cottino, oggi siamo di nuovo sull’orlo del baratro. E la storia non perdona chi si volta dall’altra parte.

25 aprile: scegliere, ancora.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

Tra frammentazione e invisibilità, il pensiero critico non può più permettersi il lusso dell’isolamento. Contro la guerra, la povertà e il riarmo, è tempo di costruire una convergenza reale e concreta, a partire dai contenuti condivisi.

L’alternativa che non c’è (ancora): unire la galassia della critica per costruire forza popolare

In un’epoca segnata dalla confusione e dall’impotenza, esiste un arcipelago frammentato ma vivo. Un arcipelago fatto di associazioni, collettivi, partiti, canali di controinformazione, comitati, militanti e singole coscienze critiche che non si riconoscono nel teatrino istituzionale, né nelle narrazioni belliche, né nella deriva della guerra tra poveri. Questo mondo esiste, produce pensiero, denuncia le menzogne, lotta ogni giorno. Eppure non esiste politicamente. Perché non riesce a unirsi.

Viviamo in un Paese e in un continente in cui il dissenso reale è stato espulso dallo spazio pubblico. Le televisioni e le tribune ufficiali si limitano a una finta dialettica, tra maggioranze sempre più autoritarie e opposizioni addomesticate. Il dibattito pubblico è ridotto a una fiera di slogan, mentre i temi cruciali – la guerra, il riarmo, la povertà crescente, la devastazione dei diritti sociali – vengono ignorati, distorti o dipinti come follie ideologiche.

Eppure, tra le pieghe della società, si muove una galassia fatta di donne e uomini che continuano a dire no. No al capitalismo di guerra, no alla NATO padrona dell’agenda politica europea, no all’austerità mascherata da riforme. No alla menzogna secondo cui “non ci sono alternative”.

Questa galassia ha però un problema strutturale: la frammentazione. Ogni soggetto coltiva la propria specificità come fosse un confine invalicabile. Ogni identità viene vissuta come una trincea. E così, mentre la destra si organizza e domina, chi avrebbe la forza di resistere resta diviso. E diviso è, politicamente, irrilevante.

La grande illusione dell’autosufficienza

L’illusione più pericolosa che ancora ci abita è quella dell’autosufficienza: l’idea che si possa resistere da soli, con il proprio marchio, con la propria storia, con la propria narrazione. È un’illusione comprensibile, specie in chi ha conosciuto fallimenti, tradimenti, e sigle svuotate. Ma oggi, più che mai, è una posizione politicamente suicida.

Esistono elementi comuni che potrebbero costituire il perno di un fronte critico alternativo, capace di parlare alle classi popolari, ai giovani, ai lavoratori impoveriti e ai cittadini abbandonati. Un impianto valoriale e analitico che, tra le molte voci, ha cominciato a emergere con forza:
• La critica alla narrazione occidentale dello “scontro di civiltà” come strumento del capitalismo finanziario per sopravvivere alla sua crisi.
• La denuncia dell’Unione Europea come struttura tecnocratica e irriformabile, funzionale solo agli interessi delle élite economiche.
• La necessità di riconquistare la sovranità popolare, lontana tanto dal sovranismo xenofobo quanto dal cosmopolitismo liberale.
• Il rifiuto dell’idea che il debito pubblico, il contenimento della spesa o la competitività giustifichino la distruzione dello stato sociale.
• La convinzione che la crisi ambientale non si risolva con finte “transizioni” che scaricano i costi su chi ha già pagato troppo.
• La consapevolezza che la guerra in Palestina e quella in Ucraina non iniziano il giorno comodo per la propaganda, ma affondano le radici in decenni di prevaricazione e imperialismo.
• L’idea che la pace sia una posizione attiva, non una vigliaccheria. Che il riarmo europeo non è difesa, ma preparazione al conflitto.

Contro l’autismo politico: la priorità è parlare alle persone

Per chi si riconosce in questa visione, il compito primario è uno: ricostruire un ponte tra pensiero critico e società reale. Oggi, per milioni di persone, l’unica narrazione che conoscono è quella imposta dal mainstream. Parlare di sovranità, di pace, di Palestina, di NATO, di salari da fame, appare spesso come un linguaggio incomprensibile, ideologico, scollegato dalla vita concreta.

Ma è proprio da qui che si deve ripartire: non da una nuova sigla, ma da un nuovo sforzo di pedagogia popolare. Una comunicazione radicale nei contenuti, ma semplice nei linguaggi. Un progetto che parli con, e non sopra, le persone. Che sappia farsi ascoltare nei mercati, nelle scuole, nei luoghi di lavoro, e non solo nei convegni.

Un fronte comune senza illusioni né forzature

Non serve – almeno per ora – un nuovo partito. Non serve nemmeno l’ennesima federazione litigiosa. Serve una convergenza funzionale, fondata su regole minime ma solide:
• Il riconoscimento di una base comune (i punti citati sopra).
• La disponibilità a coordinare le azioni, evitando la concorrenza tra simili.
• L’impegno a non sabotarsi a vicenda.
• La libertà di continuare a essere se stessi, ma in dialogo con gli altri.

Serve soprattutto una battaglia condivisa e visibile: contro la corsa al riarmo. È questa, oggi, la linea del fronte. Una mobilitazione larga, decentrata, popolare, contro un progetto folle e criminale che sta già derubando i cittadini per ingrassare il complesso militare-industriale europeo.

L’unione non è un’opzione. È l’unica possibilità.

La verità è semplice e brutale: se non ci uniamo, non ci sarà alternativa. Continueremo a essere una somma di forze belle ma impotenti, nobili ma inascoltate. Se invece scegliamo la strada del confronto, della costruzione, della strategia, allora potremo finalmente essere visibili, farsi forza reciproca, restituire alle parole “pace”, “lavoro”, “giustizia sociale” il peso che meritano.

Il tempo non gioca dalla nostra parte. Ma le idee ci sono, le forze anche. Quello che manca è il coraggio di riconoscersi, di fidarsi, di camminare insieme. Non per sciogliersi, ma per contare. Non per vincere domani, ma per iniziare finalmente a esistere oggi.

L’erede di San Francesco: il pontificato rivoluzionario di Papa Bergoglio

Nel lungo e spesso travagliato cammino della Chiesa cattolica, il pontificato di Jorge Mario Bergoglio, noto al mondo come Papa Francesco, ha rappresentato una vera e propria scossa tellurica. Non tanto per dogmi sovvertiti o dottrine ribaltate, quanto per la profondità spirituale, la radicalità evangelica e la forza simbolica dei suoi gesti, delle sue parole e delle sue omissioni. Nessun papa prima di lui, perlomeno nella contemporaneità, ha saputo riaccendere la coscienza morale e politica di credenti e non credenti con la stessa forza. Ma, al tempo stesso, nessun papa è stato tanto osteggiato — non soltanto fuori dalle mura vaticane, ma dentro la stessa curia romana.

Francesco è stato un papa “scandaloso” nel senso più evangelico del termine: ha messo a nudo le ipocrisie, ha smascherato le liturgie del potere e ha spostato il baricentro dell’attenzione cattolica dai temi “sensibili” come aborto, fine vita, omosessualità, divorzio, alla carne viva del Vangelo: i poveri, la Terra, gli emarginati, gli ultimi.

Il papa dei gesti profetici

I suoi gesti sono rimasti impressi nella memoria collettiva più delle sue encicliche: la visita a Lampedusa, primo atto del suo pontificato, con lanci di fiori in mare per commemorare i migranti morti durante la traversata. Un atto silenzioso e potente, che rivelava la sua intenzione di riportare al centro del cristianesimo la compassione e la giustizia. O ancora il cammino solitario in Piazza San Pietro durante la pandemia, sotto la pioggia, davanti a una piazza vuota ma colma di dolore umano, a simboleggiare la necessità di restare vicini nella distanza.

Ha celebrato giubilei lontano dal centro del potere, nelle carceri, nelle periferie, in Africa. Ha incontrato leader religiosi e politici, ma ha sempre scelto di porgere la mano prima ai diseredati, agli scartati, agli invisibili. Ha tentato la via del dialogo per fermare le guerre, spesso inascoltato, ma mai silente.

Una rivoluzione silenziosa: dalla dottrina al cuore

Papa Francesco non ha rivoluzionato la dottrina cattolica nel senso formale, ma l’ha disinnescata nei suoi automatismi dogmatici. Con cautela, certo, consapevole di non essere un agitatore, ma un pontefice. Tuttavia, ha agito come un vero riformatore, preferendo la pastorale alla teologia, l’incontro alla condanna. Su temi come l’aborto, l’eutanasia, l’identità di genere, ha mantenuto posizioni tradizionali sul piano dottrinale, ma ha sempre invitato a guardare prima le persone che le norme. Ha saputo dire “chi sono io per giudicare?” con una semplicità disarmante e rivoluzionaria.

Il suo pontificato ha incarnato un cristianesimo incentrato non sul dominio dell’uomo, ma sulla custodia del creato. Un ribaltamento epocale della visione antropocentrica tradizionale, in favore di una spiritualità ecologica, radicata nella consapevolezza dell’interdipendenza tra l’essere umano, gli altri esseri viventi e la Terra.

Laudato si’: l’enciclica che parla al mondo

Nel 2015, la pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ ha segnato un punto di non ritorno nel magistero della Chiesa. Più che un documento dottrinale, essa si presenta come un manifesto spirituale, filosofico e politico. Con parole semplici, accessibili, ma di impressionante profondità, il papa ha intrecciato i fili della crisi climatica, dell’ingiustizia sociale, della tecnocrazia distruttiva e dell’economia dell’esclusione, legandoli in un’unica trama: il grido della Terra è il grido dei poveri.

Laudato si’ ha fatto propria l’eredità dell’ecologia profonda e dell’ecofemminismo, includendo nella riflessione teologica il pensiero indigeno, in particolare delle comunità dell’Amazzonia. Da questa apertura è nato anche il Sinodo panamazzonico, un evento senza precedenti nella storia della Chiesa, finalizzato all’“inculturazione” del messaggio evangelico nelle culture indigene. Il termine stesso — inculturare — rivela un gesto di umiltà: il Vangelo non si impone, si innesta, cresce dentro ciò che è già vita e spirito.

Fratelli tutti: l’enciclica della fraternità universale

Cinque anni dopo, nel pieno di una crisi pandemica e sociale senza precedenti, Francesco ha pubblicato Fratelli tutti (2020), un richiamo coraggioso a ripensare le basi stesse del vivere insieme. In un mondo lacerato da diseguaglianze, razzismi, nazionalismi, guerre e solitudini, il papa ha invocato un nuovo patto sociale fondato sulla solidarietà e sulla condivisione. Ha rifiutato l’ideologia della competizione come principio regolatore della società, denunciando la cultura dello scarto, che emargina i deboli, gli anziani, i disabili, i migranti, i poveri.

In Fratelli tutti risuona il grido francescano di fraternità universale, ma anche un’eco profonda della dottrina sociale della Chiesa, finalmente spogliata delle incrostazioni moralistiche e ricollegata alla giustizia concreta.

Laudate Deum: l’ultimo grido

Nel 2023, a pochi anni dalla fine del suo pontificato, Papa Francesco ha pubblicato Laudate Deum, un’esortazione accorata, quasi disperata, a non dimenticare la crisi climatica. In un mondo ormai nuovamente sprofondato nella logica della guerra, del riarmo e della distrazione permanente, il papa ha voluto ricordare che il tempo sta per scadere. Che l’umanità ha imboccato una strada che conduce all’abisso. E che la salvezza, se verrà, non potrà essere individuale ma collettiva, fondata sulla cooperazione internazionale, sulla giustizia climatica, sulla conversione ecologica.

Il papa che ha dato voce ai movimenti popolari

Un altro testo fondamentale per comprendere la visione politica e sociale di Francesco è il discorso rivolto nel 2014 ai movimenti popolari. In quel contesto, lontano dai riflettori delle diplomazie, il papa si è rivolto agli ultimi — contadini, senza tetto, lavoratori informali — incitandoli a lottare per la terra, il tetto, il lavoro. Tre parole che sintetizzano i diritti negati nella globalizzazione neoliberista. È stata forse una delle dichiarazioni più forti di un papa nella storia recente, non solo per il contenuto, ma per il soggetto a cui era rivolta: non i potenti, ma i dimenticati.

Una figura scomoda per il potere

Francesco ha suscitato rispetto, ma anche diffidenza e odio. L’ha fatto perché ha toccato nervi scoperti: ha denunciato l’economia che uccide, ha smascherato la guerra come industria, ha accusato il capitalismo predatorio, ha criticato duramente i governi che chiudono i porti, i confini, gli occhi e i cuori. Ma soprattutto ha disturbato molti all’interno della stessa Chiesa. Una Chiesa ancora troppo spesso arroccata nel clericalismo, nel potere, nella misoginia, nella gestione opaca dei beni materiali.

Eppure, persino in questo ambiente ostile, Francesco ha mantenuto uno stile inconfondibile: ironico, autoironico, diretto, tenero. Un uomo che ha saputo attraversare i drammi del nostro tempo senza perdere umanità. E che, con quella famosa immagine avvolto in un poncho — simbolo di semplicità e vicinanza ai popoli indigeni — ha saputo rievocare, senza imitarlo, lo spirito del santo di Assisi.

L’eredità di un pontificato

Il pontificato di Papa Francesco non si misurerà solo nei documenti, ma nella capacità che avrà di germinare nel cuore delle persone, anche dopo la sua morte. È stato il primo papa globale, il primo del Sud del mondo, il primo che ha fatto della parola giustizia il centro del Vangelo, il primo che ha fatto tremare i potenti e che ha parlato alle moltitudini come un fratello.

Forse è stato letto e capito più dai non credenti che dai cattolici praticanti. Ma non è forse questo, in fondo, ciò che accadeva anche a Gesù di Nazareth?

In un tempo in cui i valori evangelici vengono strumentalizzati da forze reazionarie, Francesco ha restituito dignità alla parola cristianesimo. E lo ha fatto da dentro, senza mai rompere, ma aprendo spazi di senso, di dialogo, di possibilità. Un’eredità che non va custodita come reliquia, ma continuata come lotta. Come cammino. Come servizio.

Perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di testimoni. Non di padroni.

Pasqua di luce, non di piombo: il grido di Francesco contro l’indifferenza

Questa mattina, alle 7:35, Papa Francesco ci ha lasciati. È morto il giorno dopo aver pronunciato, forse inconsapevolmente, il suo testamento spirituale. Un discorso che oggi suona come un’eredità affidata a tutti noi, un ultimo appello alla coscienza collettiva, pronunciato con la voce fioca ma con l’anima accesa di fuoco.

In un mondo che sembra avere il cuore avvolto nel ferro, dove la compassione è diventata un lusso e la speranza un esercizio solitario, ieri a San Pietro si era levata una voce che squarciava il silenzio dell’ipocrisia. Era la voce di Francesco, vescovo di Roma, uomo tra gli uomini, che con parole semplici e infuocate aveva ricordato a tutti noi — credenti, atei, dubbiosi, militanti e smarriti — che non c’è pace senza giustizia, non c’è futuro senza umanità.

«Quanto disprezzo si nutre a volte verso i più deboli, gli emarginati, i migranti…» aveva detto. Parole che bruciano come sale sulle ferite della coscienza. Francesco non faceva sconti. Non cercava applausi. Invitava alla rivoluzione del cuore: tornare ad avere fiducia negli altri, anche in chi ha un volto, una lingua, una storia diversa.

Poi, con voce ferma, aveva lanciato un appello che oggi assume il peso sacro di un’ultima volontà: «La Pasqua sia l’occasione per liberare i prigionieri di guerra e quelli politici!».

Non sono state solo parole. Sono state una consegna. A chi crede e a chi lotta. A chi soffre e a chi resiste. A chi non si rassegna all’ingiustizia.

Francesco ha lasciato questa Terra come un profeta: inascoltato da molti potenti, amato dal popolo, coerente fino all’ultimo respiro. «Queste sono le armi della pace!», aveva detto: non i missili, non i bilanci del terrore, ma le mani che nutrono, che curano, che accolgono.

Oggi, nel giorno della sua morte, quelle parole chiedono di non essere archiviate. Di diventare azione. Vita. Memoria viva.

Perché ogni speranza vera è un atto di resistenza.

Ucraina: la pantomima delle “forze di dissuasione” e la grande illusione occidentale

C’è un filo sottile, teso tra la propaganda e il delirio, che attraversa la narrazione dell’Occidente sul conflitto ucraino. Un filo che oggi viene tirato sempre più in là, con il rischio concreto che si spezzi, facendo precipitare l’Europa in una guerra aperta contro la Russia. Eppure, la retorica delle “forze di dissuasione” continua a guadagnare terreno, alimentata da dichiarazioni roboanti e da piani militari che sembrano scritti più per i giornali che per i campi di battaglia.

L’ultima tornata di dichiarazioni, che vanno dall’ottimismo quasi mistico del deputato russo Andrej Kolesnik al realismo disincantato di funzionari ucraini come Pristajko e Rakhmanin, disegna un quadro a dir poco schizofrenico. Kolesnik, parlando dal pulpito di Russia Unita, si mostra certo che l’unico vero deterrente contro l’intervento occidentale sia la paura dell’arsenale nucleare russo. Un’analisi che trova un’eco sorprendente anche nelle parole dell’ex analista della CIA Larry Johnson, per il quale l’idea stessa che gli USA possano prevalere su Mosca è una fantasia da manuale della disinformazione.

Eppure, mentre i missili continuano a cadere e le trincee si moltiplicano, in Europa si discute di contingenti di pace, “forze di deterrenza” e “presenze simboliche”. Ma simboliche per chi? Per quale scopo? A che serve una brigata di 10.000 uomini a L’vov, più vicina a Berlino che alla linea del fronte nel Donbass? È questa la deterrenza? O è solo l’ennesimo gioco di specchi utile a giustificare il progressivo degrado democratico e sociale delle “pacifiche” democrazie liberali?

Le risposte, come spesso accade, non vengono dai tavoli diplomatici, ma dalle crepe del sistema stesso. L’ex ministro degli Esteri ucraino, Vadim Pristajko, lo ammette senza mezzi termini: ogni intervento straniero, ogni soldato francese o britannico inviato nel paese, segna la fine dell’autonomia politica di Kiev. «Non appena si comincia a internazionalizzare la questione, compaiono molte mani sul volante», dice. In altre parole: l’Ucraina non guida più. E, forse, non lo ha mai fatto davvero.

Dal canto suo, Rakhmanin, deputato della Rada, butta acqua gelata su ogni illusione bellicista: questi contingenti non saranno né risolutivi né influenti. Non avranno reale impatto militare, non fermeranno l’aggressore, non cambieranno le sorti della guerra. Ma serviranno, psicologicamente e politicamente, a rafforzare l’illusione che qualcosa si stia facendo. Che l’Occidente non abbia voltato le spalle all’Ucraina. È la logica dei “Javelin” e degli “Stinger”, che non hanno fatto la differenza sul campo, ma hanno aperto la strada a una narrazione, a un’escalation, a un business.

In questo scenario, Bloomberg avverte: o i contingenti europei saranno imponenti (da 60.000 a 100.000 uomini) oppure è meglio lasciar perdere. Perché altrimenti si rischia di cadere nel paradosso militare: troppo pochi per dissuadere, troppi per ignorarli. Un concetto che Jack Watling porta all’estremo: «Solo dalla regione di Kursk la Russia può schierare 70.000 uomini, più dell’intero esercito britannico». E allora? Dove si troverebbe il vantaggio? Forse nei cieli, dice qualcuno. Ma nel frattempo, la terra brucia.

È evidente che non si tratta più, o forse non si è mai trattato, di una guerra dell’Ucraina. L’intero apparato bellico-mediatico occidentale ha bisogno della guerra per giustificare se stesso: per trasformare l’ecatombe sociale in “sacrificio necessario”; per giustificare le misure eccezionali, la compressione dei diritti, la censura, la repressione delle piazze; per spostare l’attenzione dalle crisi interne, dai tagli, dalla fame e dalla miseria crescente. Perché nulla come la guerra permette di convertire la paura in consenso.

La “dissuasione” di cui si parla tanto non è contro Mosca, ma contro le masse europee. Contro i popoli affamati e traditi, che si vorrebbero ridurre al silenzio sotto la minaccia di una guerra perenne. Perché, come sempre nella storia, dietro le divise si muovono i capitali, e dietro le baionette si muovono le grandi imprese e le élite finanziarie.

L’Ucraina, dal 2014 a oggi, è diventata il laboratorio di questa nuova guerra ibrida permanente, dove l’occupazione militare si traveste da cooperazione, e la perdita di sovranità si spaccia per difesa della democrazia. E allora non stupisce se, da Washington a Bruxelles, da Parigi a Berlino, la parola d’ordine resti una sola: “dissuadere” le popolazioni dal pensare con la propria testa. Spaventare, militarizzare, controllare.

Ma il gioco è pericoloso, e la storia insegna che chi gioca troppo con la guerra, prima o poi, la trova davvero. E allora, forse, dovranno essere proprio i popoli – e non i governi – a dire basta a questa follia lucidamente costruita.

“L’Italia in ginocchio davanti a Trump: Meloni firma il Patto dell’Obbedienza”

Armi, gas, Big Tech e anti-Cina: nessun beneficio per gli italiani, solo servitù atlantica

A Washington non è andato in scena un incontro tra pari. Non c’è stato scambio, non c’è stato equilibrio, non c’è stato neanche il teatrino della diplomazia. C’è stato un inginocchiamento. Giorgia Meloni, leader della destra italiana ed esponente di spicco dell’ondata nera occidentale, ha detto “sì” a tutto: al gas americano, alle armi, alla linea dura contro la Cina, alle reti digitali affidate agli amici di Silicon Valley. Ha portato in dono agli Stati Uniti ciò che resta della sovranità italiana, senza ottenere nulla in cambio. Neppure una promessa credibile sull’abbattimento dei dazi o sulla tutela delle imprese italiane.

In cambio, ha ottenuto l’onore della “dichiarazione congiunta”, un documento che Trump ha finora riservato solo agli alleati strategici di primissimo livello come Modi e Ishiba. Per Meloni, l’investitura simbolica come vassalla prediletta del nuovo imperatore d’Occidente. Per l’Italia, l’ennesima perdita di autonomia, l’ennesimo “patto” firmato col cappello in mano.

Il cuore dell’accordo è un’alleanza totale: più gas liquefatto americano nelle nostre centrali, più armi statunitensi nei nostri arsenali, più soldi spesi per la NATO (e Trump ha già detto che il 2% del PIL non basta), più presenza USA nella nostra industria militare. In cambio, le imprese italiane potranno – forse – entrare nei porti americani per partecipare alla “rinascita cantieristica” a stelle e strisce. Ma nulla è certo: gli Stati Uniti “valuteranno”. Tradotto: vi faremo sapere.

Poi c’è il vero nodo strategico: l’Italia dovrà allinearsi completamente all’asse Washington-Tel Aviv-Riad, rinunciando al dialogo con la Cina, estromettendo le aziende cinesi dai nostri appalti, accettando standard di sicurezza dettati da chi, nel frattempo, vende al mondo intero spyware, armi e controllo digitale. Meloni si impegna a spezzare definitivamente i ponti con la Via della Seta, in ossequio al nuovo “corridoio” India-Medio Oriente-Europa, tracciato sotto dettatura americana per soffocare Pechino.

Nel settore tecnologico, l’Italia si offre come hub privilegiato delle Big Tech USA, rinunciando di fatto alla propria autonomia digitale. Si parla di “fornitori affidabili”, che nella neolingua atlantista significa: solo aziende americane. La Silicon Valley, già immune da regole europee grazie alla complicità di Meloni contro il Digital Service Act e la web tax, potrà ora colonizzare il nostro spazio digitale senza alcun vincolo. E magari, un giorno, anche Starlink sarà il nostro cielo.

In tutto questo, l’Italia non ottiene nemmeno uno sconto. Nessuna riduzione dei dazi, nessuna contropartita economica concreta. Solo promesse vaghe, buone per i comunicati stampa e le campagne social, mentre le famiglie italiane continueranno a pagare bollette gonfiate dal gas americano e a vedere la propria economia soffocata da un protezionismo che vale solo in un senso.

Meloni torna a Roma con un pugno di promesse e un inchino profondo. Trump incassa tutto, compresa la certezza che, nell’Europa balbettante, c’è almeno un leader pronta a obbedire senza discutere. Non è una vittoria diplomatica. È una sottomissione consapevole. E per l’Italia, è una perdita storica.

L’Unione armata dei paradossi. La guerra come nuova Costituzione europea

L’Europa non riesce a mettersi d’accordo neppure sull’ora legale. Figuriamoci su un esercito comune. Ma proprio mentre gli Stati membri litigano da anni sul fuso orario, il Parlamento Europeo approva una sterminata Risoluzione sulla “politica di sicurezza e difesa comune” che promette coesione militare, mobilità di truppe, produzioni belliche armonizzate e addirittura una “comprensione condivisa” tra cittadini e governi. Una specie di miracolo politico, a patto che si parli di guerra e non di diritti.

Dietro i buoni propositi ufficiali si cela una mutazione profonda del progetto europeo. Dall’utopia della pace alla distopia della deterrenza permanente. Dalla carta dei diritti fondamentali al prontuario bellico perenne. Una trasformazione orchestrata in silenzio, senza consultazioni popolari, con l’arroganza tecnocratica di chi presume di sapere sempre cosa sia il bene comune, anche quando lo impone con le armi in pugno.

L’illusione della guerra preventiva

Nel documento del 2 aprile – lungo quanto un’epopea omerica – si legge che la Russia «ha scelto di dichiarare guerra ai Paesi europei». Nessuna dichiarazione ufficiale, nessun atto conforme al diritto internazionale, ma una formula buttata lì, come una verità autoevidente. È il principio della guerra preventiva rovesciato in dottrina ufficiale dell’Ue, una “verità percepita” da far diventare realtà a colpi di decreti e voti parlamentari.

Tutto questo mentre l’America di Trump, nuovo presidente degli Stati Uniti, annuncia il ritorno all’unilateralismo isolazionista e rispolvera il vecchio sogno coloniale di annettere la Groenlandia – regione autonoma della Danimarca e quindi parte integrante dello spazio europeo. Nessuna indignazione, nessun comunicato infuocato. Solo silenzio. Perché i muscoli dell’alleato a stelle e strisce sono evidentemente immuni da ogni sospetto imperialista.

I doppi standard dell’Unione e la democrazia a geometria variabile

In Ucraina il mandato di Volodymyr Zelensky è scaduto nel maggio 2024. Nessuna nuova elezione, nessun voto popolare. Ma l’Unione Europea – così solerte nel denunciare presunti autoritarismi altrui – approva senza fiatare. Anzi, rilancia, chiedendo un’escalation militare, l’invio di armamenti sempre più sofisticati, e l’abolizione di ogni limite all’uso delle armi occidentali sul territorio russo.

Eppure anche in tempi tragici la democrazia può sopravvivere: nel 1944, nel mezzo della Seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti celebrarono regolarmente le elezioni presidenziali. Ma le regole valgono solo quando sono funzionali agli interessi geopolitici dell’asse euro-atlantico. Altrimenti si sospendono, in nome di una “emergenza” che ormai è diventata perenne.

Nato, Turchia e l’occupazione che non fa notizia

Nel pantano delle ipocrisie europee, spunta anche il caso di Cipro, membro dell’Ue con un terzo del proprio territorio ancora occupato militarmente dalla Turchia. La Risoluzione cita il fatto come giustificazione per armarsi, ma evita con cura di dire che la Turchia è il secondo esercito più potente della Nato. Alleato sì, ma con licenza di invadere. Il doppio standard è ormai prassi consolidata.

Il business della guerra e il saccheggio silenzioso del welfare

ReArm Europe, il nuovo piano di armamento europeo, è il cuore economico della Risoluzione. Si parla apertamente di aumentare la produzione interna di armi e sistemi bellici, mentre si favoleggia di un budget da 800 miliardi di euro. Ma da dove verranno questi soldi? Quali capitoli di bilancio verranno sacrificati sull’altare del riarmo? Salute, istruzione, transizione ecologica? Non si dice. Il saccheggio avverrà nel silenzio delle burocrazie, lontano dai riflettori e ancora più lontano dai cittadini.

Nel frattempo, i grandi gruppi industriali dell’apparato militare ringraziano. La guerra, come sempre, è un’occasione straordinaria per fare profitti. E se per aumentare gli utili bisogna militarizzare le coscienze, si può sempre contare sul “riallineamento delle percezioni” invocato dalla Risoluzione. Una formula che in tempi diversi si sarebbe chiamata propaganda.

I parlamentari italiani: tra guerra e Costituzione

A votare a favore della Risoluzione sono stati anche 25 eurodeputati italiani: 17 del Partito Democratico e 8 di Forza Italia. Il voto è libero, certo, ma se davvero questi rappresentanti credono in una “vittoria militare decisiva” e nella necessità di armare l’Europa fino ai denti, allora abbiano almeno il coraggio di proporre la revisione dell’articolo 11 della Costituzione italiana. Perché quel principio – che vieta la guerra “come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” – è incompatibile con la dottrina bellicista che stanno abbracciando.

E non si tratta solo di coerenza giuridica. Si tratta di rispetto verso la storia. La nostra Repubblica nasce dalla Resistenza al nazifascismo. Il rifiuto della guerra è stato inciso a fuoco nella Carta del 1948 come antidoto eterno all’orrore. Stravolgere quel principio significa negare le radici stesse del nostro patto democratico.

L’unica voce di pace ai vertici: Francesco

In questo coro assordante di tamburi di guerra, l’unica voce dissonante ai vertici istituzionali europei è quella di papa Francesco. Non per ragioni religiose, ma per una lucidità che oggi sembra rivoluzionaria. Francesco ricorda al mondo le vere priorità: giustizia sociale, ambiente, educazione, salute pubblica, dignità umana, dialogo tra popoli. E lo fa con ostinazione, consapevole che ogni euro speso in armi è un euro sottratto alla vita.

Una nuova Resistenza civile

Oggi serve una nuova Resistenza. Non armata, ma culturale e politica. Una Resistenza che dica no alla militarizzazione delle nostre vite, no all’omologazione delle coscienze, no alla sostituzione della pace con la paura. Serve un fronte ampio, trasversale, che riunisca cittadini, associazioni, giuristi, lavoratori, insegnanti, giovani, per difendere la Costituzione, la libertà e il futuro.

Perché la pace non si costruisce accumulando missili, ma costruendo ponti. La pace non si impone con i droni, ma si semina con la parola, con il rispetto, con la giustizia. Ed è questo il compito dell’Europa che vogliamo: non quella delle guerre mascherate da difesa, ma quella delle democrazie vere, partecipate, vive.

Se l’Unione Europea sceglie la strada dell’economia di guerra, noi dobbiamo scegliere quella dell’umanità. E farlo con la stessa determinazione con cui un tempo si difendeva la libertà sulle montagne. Perché oggi, la montagna da scalare, è il coraggio di restare umani.

Fonte: articolo pubblicato su La Stampa il 14 aprile 2025 

Stato di Polizia: la democratura è servita

C’è un confine sottile, quasi impercettibile, che separa una democrazia imperfetta da una democratura compiuta. In Italia, quel confine sta svanendo. E lo fa nel silenzio assordante delle istituzioni e con il fragore dei manganelli, delle urla di sopraffazione, dei tesserini sbattuti in faccia a chi osa opporsi. Un caso su tutti: Marco, 23 anni, picchiato a Roma da due agenti fuori servizio dopo un banale scambio verbale. Il tesserino come scudo, il pugno come firma. E lo Stato? Muto. Immobile. Complice.

Il nuovo Decreto Sicurezza, entrato in vigore l’11 aprile 2025, non è che l’ennesimo tassello di un mosaico repressivo costruito con cura chirurgica. Una chirurgia della paura, che non cura le ferite sociali, ma le infetta. Un decreto che, secondo l’Associazione Italiana dei Professori di Diritto Penale, rappresenta un uso “simbolico” del diritto penale, un’arma retorica che trasforma il dissenso in crimine e la marginalità in colpa.

Una Costituzione sotto assedio

Quattordici nuove fattispecie di reato, pene inasprite per almeno altri nove, molte delle quali rivolte non a criminali incalliti ma a cittadini, spesso giovani, precari, studenti, manifestanti. La sproporzione è evidente: sette anni di carcere per chi occupa abusivamente un immobile, la stessa pena prevista per un omicidio sul lavoro. Non è solo un’ingiustizia: è un messaggio. Un codice penale che diventa codice di guerra contro i poveri.

E lo strumento? Ancora una volta la decretazione d’urgenza, aggirando il Parlamento, svuotandolo, umiliando il dibattito democratico. La Corte Costituzionale è stata chiara: l’urgenza non può diventare la norma. Eppure, nel nostro Paese, l’eccezione è ormai prassi. E le prassi fanno i regimi.

La violenza che indossa la divisa

Il caso di Marco non è un’eccezione. È sintomo di un corpo malato. E non si può più parlare di “mele marce”. Il marciume è sistemico. Lo dimostrano i continui episodi di abusi, di pestaggi, di impunità. Lo dimostra il silenzio delle questure, la retorica del “difendiamo gli agenti”, il sostegno legale garantito dal ministero fino a 10.000 euro a testa, anche quando l’agente è imputato per aver picchiato un cittadino inerte. Un paradosso tragico: lo Stato paga la difesa di chi ha violato la legge, ma lascia sole le vittime, i testimoni, i corpi martoriati.

E che dire del poliziotto in servizio alla manifestazione pro Palestina a Milano, fotografato con una felpa recante un simbolo riconducibile all’estrema destra polacca? La Duma Narodowa, il “pride” nazionalista con inquietanti ascendenze neonaziste. Un agente, in servizio d’ordine, con addosso un emblema che grida odio, che insulta la Costituzione che dovrebbe difendere. Reazione della questura? Un’indagine interna. Reazione dello Stato? Zero.

Il manganello come politica pubblica

Questo decreto, in fin dei conti, non nasce dal nulla. È figlio di una visione distorta della sicurezza, che ignora le radici sociali del disagio e preferisce reprimere invece che comprendere. Come denunciato dai giuristi, il carcere viene evocato come unica soluzione. E se non basta, si criminalizzano perfino le donne incinte, le madri con figli piccoli, senza prevedere strutture adeguate né alternative reali. Il risultato? Sovraffollamento, suicidi, disperazione. E un diritto penale che punisce prima ancora di giudicare.

Beccaria l’aveva capito più di due secoli fa: non è il numero delle pene, ma la certezza della loro giustizia a rendere sicura una società. Ma oggi, in Italia, lo Stato preferisce illuminare la notte con la luce sinistra del potere, anziché con quella della cultura, dell’educazione, dell’inclusione.

Non più Stato di diritto, ma diritto di Stato

Ci stiamo avviando verso uno Stato di polizia, dove la repressione è prassi, il dissenso un crimine, e la democrazia una maschera. Le forze dell’ordine dovrebbero essere presidio di legalità e garanzia per i cittadini. Ma se diventano strumento di intimidazione, se si trasformano in scudo dell’arbitrio, se si nascondono dietro tesserini usati come lasciapassare per l’impunità, allora la Repubblica ha un problema. Un problema grande. Sistemico. Strutturale.

È tempo di una pulizia democratica. Non in senso punitivo, ma rigenerativo. Una pulizia fatta di formazione, controllo, trasparenza. Una riforma profonda che ristabilisca un principio semplice e potente: la divisa non è un lasciapassare per la violenza, ma un vincolo di responsabilità. E chi la indossa deve rispondere prima di tutto al popolo sovrano, non ai comandi ciechi di un’autorità che ha smarrito il senso del limite.

La sicurezza non si garantisce con il manganello, ma con la giustizia sociale. Non con l’impunità degli agenti, ma con la fiducia dei cittadini. Non con la paura, ma con la dignità.

Finché potremo scrivere, denunciare, raccontare, lo faremo. Ma sappiate che la notte sta scendendo. E chi non urla oggi, domani non potrà nemmeno sussurrare.