“Pizzo Atlantico: Trump riscuote, l’Europa si inchina. Meloni bacia l’anello del Don”

Altro che trattati, alleanze o “partnership strategiche”. Quella che stiamo vivendo è una tragicommedia geopolitica dal titolo: “Il camorrista al Potere e i suoi zerbini europei”. Donald Trump, tornato a capo del carrozzone a stelle e strisce, ha gettato la maschera da diplomatico e ha indossato il cappotto lungo di Al Capone: ora si presenta direttamente al cancello di Bruxelles con la mano tesa, ma non per stringerla — per riscuotere.

E che cos’è questa se non una riscossione? Prima l’obbligo del pizzo NATO, innalzato al 5% del PIL — una follia militarista che drenerebbe risorse pubbliche come neanche il peggiore degli scandali di tangentopoli — e ora la mazzata dei dazi del 30% sull’export europeo, con minacce di ritorsione stile “o accetti o te lo alzo ancora”. A chi osa reagire, il boss risponde: “Se fate i furbi, ve lo faccio pagare il doppio.” Altro che partner: siamo alla sudditanza in salsa mafiosa, con tanto di minacce velate alla sicurezza nazionale americana.

Meloni e l’arte antica dell’inchino

Nel bel mezzo di questo massacro economico, Giorgia Meloni balbetta qualcosa su una “trattativa difficile”, mentre da sotto il tavolo cerca il rosario della coerenza smarrita. Era partita come la “pontiera” d’Occidente, la Giovanna d’Arco anti-Woke che avrebbe rialzato la testa dell’Italia. Ora la ritroviamo inginocchiata davanti all’ambasciatore USA, pronta a firmare qualunque cosa pur di non irritare il nuovo padrone. Altro che “sovranismo”: qui siamo al “sottomessismo integrato”, alla versione XXI secolo della monarchia coloniale.

E che dire di Ursula von der Leyen? Il suo comunicato è stato una sinfonia di piagnistei: “Siamo pronti a continuare a lavorare”, “l’Ue adotterà tutte le misure”, “eventualmente”, “forse”, “magari”. Tradotto: accetteremo tutto, ma con tono burocratico. In fondo, è difficile fare la voce grossa quando si ha il cappio del debito NATO al collo e si teme il click di un nuovo embargo tech statunitense.

L’Europa? Più che unita, scomposta

In questo scenario da commedia degli equivoci, l’Unione Europea si muove come un’orchestra senza direttore: la Germania, paralizzata dal panico per l’automotive, invoca il “pragmatismo” (cioè: “non fate arrabbiare Trump”); Macron finge indignazione ma si guarda bene dal muovere un dito, e i paesi più colpiti — come l’Italia — aspettano che arrivi la cavalleria… da Washington, ovviamente.

La verità è che il colpo inferto da Trump è chirurgico: non solo colpisce i settori nevralgici dell’economia europea (auto, acciaio, agroalimentare), ma lo fa in un momento di estrema debolezza industriale per l’UE. L’Italia, che nel 2024 ha esportato circa 65 miliardi di beni verso gli USA, rischia di perderne almeno 20 nel biennio, secondo Confindustria. E con essi 118.000 posti di lavoro. Una cifra che dovrebbe far tremare i polsi, e invece Meloni si limita a dire: “Dobbiamo trattare”. Trattare cosa? L’agonia in rate mensili?

Gli USA incassano, l’Europa si dissangua

Nel frattempo, Trump fa cassa: giugno 2025 ha segnato un record assoluto, con oltre 100 miliardi di dollari incassati in dazi, cifra che rappresenta ormai la quarta voce di bilancio per il Tesoro statunitense. Altro che “America first”: questa è una guerra economica pianificata e lucidamente diretta contro l’Europa. Un’Europa che, per quieto vivere e servilismo atlantico, si è già messa il cappio da sola, con la rinuncia alla Global Minimum Tax e il continuo sabotaggio del proprio mercato interno per compiacere Washington.

La stessa Europa che continua a rifiutare un’apertura vera verso i BRICS, che si rifiuta di commerciare liberamente con la Cina e con l’America Latina, che si autocondanna all’asfissia economica per non dispiacere al nuovo Don. L’idea stessa di autonomia strategica è diventata una bestemmia: se provi a commerciare con il “nemico”, il Padrino ti punisce.

E adesso?

Siamo al bivio storico. O l’Europa si emancipa, aprendosi a nuovi equilibri multipolari e commerciali, oppure finiremo come quei piccoli negozi di quartiere costretti a pagare il pizzo al boss in cambio della “protezione”. Protezione da chi, se non proprio da lui?

Il mito dell’“Occidente coeso” si sbriciola sotto il peso dell’avidità americana e della viltà europea. Il disegno di Trump è chiaro: smantellare pezzo per pezzo la base industriale europea, per farne un satellite produttivo secondario, completamente dipendente dall’import americano. Come ha dichiarato lo storico americano Robert Volpi: “Trump vuole togliere all’Europa la sua base manifatturiera per renderla un mercato passivo.”

Ma la responsabilità è anche nostra. Abbiamo trasformato il principio della cooperazione transatlantica in una sottomissione sistemica, dove le decisioni cruciali non si prendono più a Bruxelles ma nella West Wing. E chi dissente? Viene ridicolizzato, sanzionato, estromesso. E se alzi la testa, ti dicono che sei putiniano, comunista o filo-cinese.

La domanda è semplice: quanto ancora vogliamo inginocchiarci? Quanto sangue industriale, quanti posti di lavoro, quante aziende dobbiamo sacrificare sull’altare della NATO, della Fed e della Boeing?

Se l’Europa non spezza ora il cordone ombelicale che la lega a un’America cannibale, allora sarà destinata a diventare la colonia gentile del secolo americano. Una colonia che ringrazia ogni volta che le viene concesso di respirare.

Ma ricordiamolo: esiste un altro mondo. E non aspetta altro che un’Europa finalmente libera.

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