Per un nuovo senso comune. Contro l’indifferenza, la propaganda e la disumanità: la sfida dei referendum

C’è un vento gelido che attraversa la democrazia italiana, una corrente d’aria stagnante che odora di resa, indifferenza e paura. Luigi Ferrajoli lo ha definito senza mezzi termini come «il crollo del senso morale a livello di massa». Eppure non è solo una questione morale, è politica fino in fondo. È l’incapacità strutturale delle nostre istituzioni, e di chi oggi le governa, di rappresentare la società reale. La spaccatura tra il potere e la comunità si è fatta crepa, voragine, abisso.

Nel mezzo di questo abisso si muove una maggioranza parlamentare forte solo dell’astensione popolare. Governa con meno del 25% del corpo elettorale, mentre il restante 75% si divide tra opposizione dispersa e masse di ex elettori, lavoratori e cittadini impoveriti, che hanno smesso di credere nella politica. È l’Italia della Rust Belt mediterranea, quella che un tempo si stringeva attorno ai valori della sinistra, dei sindacati, della Costituzione, e che oggi si attacca ai messaggi securitari e razzisti del potere dominante. È un’Italia smarrita, affaticata, logorata da quarant’anni di neoliberismo che hanno svuotato il lavoro di diritti e la cittadinanza di significato.

La globalizzazione dell’indifferenza: Gaza, Lampedusa, Almasri

Gli effetti di questa crisi non si misurano solo con le statistiche, ma con gli occhi sbarrati dei bambini sotto le bombe a Gaza, con i corpi annegati a pochi metri da Lampedusa, ignorati dai notiziari e dalla politica. È l’indifferenza istituzionalizzata, che diventa normalità. Il genocidio del popolo palestinese, a cui l’Europa continua a rispondere con silenzi compiaciuti, e il naufragio dimenticato nel Mediterraneo non sono eventi isolati, sono il sintomo di una caduta profonda. Un abisso etico, prima ancora che politico.

Nel 2013, papa Francesco parlava di “globalizzazione dell’indifferenza” proprio a Lampedusa. Oggi quella formula non è più solo una denuncia, è una radiografia fedele dell’Occidente: un mondo che ha smesso di provare compassione, che distingue il valore della vita in base al colore della pelle, alla nazionalità, alla rendita utile o meno al sistema economico.

E quando in Parlamento si discute della liberazione di un torturatore come Almasri, comandante libico accusato di crimini disumani, e il ministro Nordio non mostra neppure un’ombra di pietà per le vittime, si comprende quanto il potere abbia introiettato quella disumanità. Peggio: quanto ne abbia fatto dottrina di governo.

I referendum come occasione: dignità del lavoro e cittadinanza come diritti fondanti

In questo contesto, i cinque referendum promossi da CGIL e altre realtà sindacali e civiche appaiono come un barlume di risveglio. Non sono solo quesiti giuridici. Sono tentativi di ricostruzione di senso, semi di una possibile rinascita democratica.

Tre riguardano il lavoro: ripristino delle tutele contro i licenziamenti illegittimi (l’articolo 18 demolito dal Jobs Act), stop ai contratti precari, responsabilità delle aziende nella catena degli appalti e subappalti. Quest’ultimo punto è fondamentale: perché è lì, nella giungla degli appalti al ribasso, che si muore più spesso, che si sfruttano gli immigrati irregolari, che il lavoro torna ad essere servitù. Il profitto come unico valore ha prodotto lavoro senza diritti, senza sicurezza, senza futuro.

Due quesiti riguardano la cittadinanza: abbreviare il tempo necessario per ottenerla e garantire ai figli dei migranti nati e cresciuti in Italia ciò che è già loro di fatto. In un paese in cui si grida contro l’immigrazione ma si sfruttano i migranti nei campi e nei cantieri, questo referendum rappresenta la possibilità di riscrivere la narrazione collettiva, rifiutando il paradigma securitario per abbracciare quello della giustizia sociale.

La crisi della rappresentanza e il voto come atto rivoluzionario

Chi governa teme questi referendum. E non solo per il merito dei quesiti. Li teme perché possono risvegliare ciò che oggi è addormentato: la partecipazione popolare, l’autodeterminazione democratica, il conflitto. Per questo li affronteranno con l’unico strumento che conoscono: la propaganda.

Una propaganda che oscura, semplifica, mistifica. Lo ha già fatto con il Jobs Act (“serve a creare lavoro”), con la cittadinanza (“non possiamo regalarla a tutti”), con i migranti (“ci invadono”). Lo farà ancora. Confiderà nell’astensionismo, nella rassegnazione, nel cinismo costruito in anni di campagne mediatiche tossiche.

Ma il referendum è, per definizione, una breccia nel muro. È l’unico strumento che consente al popolo di decidere direttamente su questioni fondamentali, scavalcando i partiti, gli interessi, le lobby. È democrazia diretta. È Costituzione vivente.

Ricostruire un nuovo umanesimo

Per tutto questo, i referendum sono anche una sfida culturale. Perché non ci sarà cambiamento giuridico senza un cambiamento del senso comune. La politica non basta, serve un nuovo umanesimo. Serve la voce della scuola, dell’università, dell’arte, del cinema, della ricerca, del giornalismo indipendente. Serve un lavoro capillare che smascheri le menzogne e riscopra la verità delle cose. La verità che il lavoro senza diritti è schiavitù. Che la cittadinanza non si nega per strategia elettorale. Che le vite dei poveri, dei migranti, degli invisibili valgono quanto le nostre.

La Costituzione è ancora la nostra stella polare

Nel 1948, l’Italia seppe scrivere una Costituzione che fu al tempo stesso atto fondativo e promessa di giustizia. Oggi quella promessa è in frantumi, ma non è perduta. Il voto dell’8 e 9 giugno è molto più di una scelta tecnica. È una dichiarazione d’intenti. È la possibilità di dire: noi ci siamo. Vogliamo una società in cui il lavoro sia tutelato, in cui nessuno sia invisibile, in cui la cittadinanza non sia una frontiera, ma un ponte.

È il momento di scegliere. Non tra destra e sinistra, ma tra umanità e barbarie.

Dal Superbonus al Superbluff: il grande inganno contabile di un governo senza visione

Per mesi hanno raccontato la favola nera di un’Italia travolta da una “voragine” nei conti pubblici, colpa — si diceva — del Superbonus 110%. Un Vajont fiscale, un disastro annunciato, un’eredità tossica lasciata dai governi precedenti. Eppure, la realtà — come spesso accade — è molto più ostinata della propaganda.

Standard & Poor’s, una delle tre principali agenzie di rating internazionali, ha appena fatto ciò che non accadeva da 23 anni: ha alzato il giudizio sul debito sovrano italiano, portandolo da BBB a BBB+. Una promozione figlia proprio di quel provvedimento così vituperato, il Superbonus, varato nel pieno della crisi pandemica dal governo Conte. Altro che bomba a orologeria: fu una leva espansiva, un volano di crescita, un’azione anticiclica concreta che ha rilanciato il settore edilizio, ridotto la disoccupazione e rafforzato il PIL. I conti pubblici — dicono gli analisti — reggono meglio quando si sostiene la crescita, non quando si insegue ossessivamente un saldo di bilancio sterile e senza orizzonte.

E allora viene da chiedersi: dove sono finite le sirene dell’allarme? Dov’è la valanga? La stessa S&P ammette che l’impatto del Superbonus è contenuto, gestibile e in diminuzione. Il debito scende, l’avanzo commerciale è robusto, la posizione netta sull’estero è positiva. Una smentita sonora a chi ha costruito un racconto tossico, utile solo a screditare ciò che funzionava per non dover costruire nulla di nuovo.

Il bluff dei tecnici e l’economia della stagnazione redistribuita

Questo governo ha eretto la contabilità a religione, ma ha dimenticato l’economia reale. Redistribuisce briciole di bilancio senza visione, mentre taglia su sanità, scuola, welfare, cultura. Resta immobile nel mezzo della tempesta, armato solo di ragionieri e slogan. Ha svuotato di senso ogni politica industriale, ignorato il potenziale di misure come il Superbonus, e scelto la via della regressione sociale camuffata da prudenza finanziaria.

La verità è che un governo senza visione teme ciò che non controlla. E nulla è più incontrollabile — per chi vive di rendite e consensi — di un popolo che comincia a respirare. Il Superbonus, con tutti i suoi limiti, ha mostrato che lo Stato può essere leva, non solo gendarme. Può costruire, non solo punire. Ma chi oggi ci governa preferisce un Paese sedato a un Paese in cantiere.

Dalla casa al lavoro: la doppia verità della dignità negata

Se l’edilizia ha conosciuto una ripartenza, il lavoro continua a precipitare in un baratro silenzioso. Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro è impietoso: l’Italia è l’unico Paese del G20 in cui i salari reali sono crollati costantemente dal 2008. Si lavora di più, si guadagna di meno. È il trionfo della precarietà istituzionalizzata, del lavoro svuotato di dignità, del potere contrattuale polverizzato.

Dal Jobs Act all’abolizione dell’articolo 18, dai contratti a tutele crescenti alle false partite IVA, ogni intervento degli ultimi trent’anni ha avuto un unico scopo: rendere il lavoratore ricattabile. Un ingranaggio muto, piegato alla logica del profitto, incapace di conflitto. La disoccupazione non serve più come leva per schiacciare i salari: basta aver tolto la voce a chi lavora.

L’8 e 9 giugno: un voto per la riconquista

In questo scenario, il referendum promosso dalla CGIL per l’8 e 9 giugno rappresenta un bivio storico. È molto più di una consultazione tecnica: è un’occasione politica per dire basta. Per rivendicare la centralità del lavoro contro le logiche del profitto. Per abrogare norme ingiuste e umilianti, e rimettere al centro la dignità delle persone.

Cinque quesiti per cinque ferite aperte: l’abrogazione del contratto a tutele crescenti, il ripristino della reintegrazione per i licenziamenti illegittimi, la cancellazione del tetto massimo di indennizzo, la limitazione dell’uso abusivo dei contratti a termine, e la responsabilità solidale negli appalti per la sicurezza sul lavoro. Non sono dettagli. Sono la mappa per uscire dal deserto.

Lotta o resa: non ci sono alternative

Oggi l’Italia è un Paese che celebra la stabilità dell’impiego mentre affonda nella povertà del lavoro. Un Paese che ha smesso di lottare e si limita a sopravvivere. Ma senza conflitto, non c’è trasformazione. E senza trasformazione, non c’è futuro.

Il tempo della narrazione è finito. È l’ora della scelta. Servono parole nuove, ma soprattutto azioni nuove. Serve un’alleanza sociale tra chi ha costruito muri e chi oggi viene murato vivo nel silenzio della precarietà. Serve tornare a dire “noi”, ricostruendo dal basso una società che ha smesso di guardarsi negli occhi.

Il Superbonus ci ha insegnato che si può investire per crescere. Il referendum ci ricorda che si può votare per resistere. In mezzo, c’è la nostra responsabilità. Perché una casa senza lavoro è una prigione. Ma un lavoro senza diritti è solo una casa in fiamme.

Lavorare per perdere: il nuovo paradigma del salario impoverito nell’Italia dell’illusione occupazionale

Nel cuore della presunta ripartenza economica italiana, la verità si nasconde tra le pieghe delle statistiche: si lavora di più, si guadagna di meno. Una contraddizione solo apparente, che si chiarisce alla luce di un modello economico e politico che da decenni si nutre della debolezza strutturale del lavoro, trasformando il mito dell’occupazione in uno strumento di dominio e impoverimento.

Il recente rapporto dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro non lascia spazio a interpretazioni edulcorate. L’Italia, tra tutte le economie del G20, è l’unico Paese in cui i salari reali — ovvero il potere d’acquisto effettivo — sono crollati in modo sistematico e profondo dal 2008 a oggi: una perdita dell’8,7% in sedici anni. Nonostante un modesto recupero del 2,3% nel 2024, il livello medio dei salari resta al di sotto persino del 2019, l’ultimo anno prima della pandemia. Un dato che, anziché segnare una ripresa, sancisce il fallimento di una strategia economica di lungo corso.

Ma non è solo la media salariale a tracciare la geografia del disagio. I dati dell’INPS relativi al periodo 2019–2024 rivelano che, a fronte di un’inflazione cumulata del 17%, i salari nel settore privato a tempo indeterminato sono aumentati dell’8,3%. Nel pubblico si è fatto appena meglio: +9,2%. Significa che in entrambi i casi i lavoratori hanno perso potere d’acquisto in modo netto e trasversale. La parola chiave, in questo contesto, non è “occupazione”, ma “impoverimento”.

Eppure, il governo italiano, sostenuto da una narrazione mediatica compiacente, celebra un’espansione dell’occupazione che sembrerebbe storica. I dati ISTAT di febbraio 2025 registrano un tasso di occupazione al 63% e una disoccupazione al 5,9%, con un incremento dei contratti a tempo indeterminato. Sulla carta, sembra un’epoca d’oro. Ma è sufficiente grattare la superficie per scoprire l’amara verità: la crescita occupazionale si accompagna a un impoverimento crescente, e dietro la parvenza della “stabilità” si nasconde una nuova servitù del lavoro.

Il meccanismo è sottile e potente. Oggi le imprese riescono a estrarre profitti anche in assenza di disoccupazione di massa, poiché il potere contrattuale dei lavoratori è stato sistematicamente smantellato. Non è più necessario mantenere alto il numero dei disoccupati per controllare i salari: è sufficiente che chi lavora sia reso strutturalmente incapace di esigere. E questa condizione è il prodotto di trent’anni di controriforme, tagli, flessibilizzazione, deregulation e riduzione dei diritti.

Dall’abolizione dell’articolo 18 all’introduzione del contratto a tutele crescenti, dai decreti Poletti agli attacchi al reddito di cittadinanza, fino all’addomesticamento della rappresentanza sindacale, ogni passaggio ha avuto un unico effetto: ridurre la forza negoziale di chi lavora, per aumentare quella di chi comanda. La lotta per l’aumento dei salari è diventata un’impresa titanica, ostacolata da un intero impianto istituzionale e culturale che considera la dignità del lavoro una variabile d’aggiustamento.

Nel frattempo, si è affermata una logica perversa: quella che scambia la quantità di occupati con la qualità del lavoro. Ma un posto di lavoro senza potere contrattuale è un posto di lavoro senza futuro. Il paradigma dell’“occupazione a qualunque costo” si traduce in una corsa al ribasso sui diritti, sulle tutele, sulla sicurezza, sulla vita stessa. È una competizione al massacro, dove la guerra tra poveri diventa il terreno su cui si stabilizzano i profitti.

Il vero obiettivo, mai dichiarato ma sempre perseguito, è stato neutralizzare ogni possibilità di conflitto sociale. E quando anche la paura padronale della piena occupazione — un tempo considerata pericolosa perché potenziava la forza dei lavoratori — viene superata, vuol dire che l’egemonia del capitale ha raggiunto un livello qualitativamente nuovo. In questo senso, il lavoro non è più il motore dello sviluppo, ma lo strumento del controllo.

Per spezzare questo meccanismo servono risposte che non possono essere né timide né isolate. Non si tratta solo di chiedere aumenti salariali — necessari ma insufficienti. Occorre un rovesciamento dell’architettura istituzionale che ha generato la crisi del lavoro: dalla reintroduzione di tutele contro i licenziamenti, alla lotta contro le delocalizzazioni, fino alla messa in discussione dei vincoli europei di bilancio che strangolano la spesa sociale e deprimono la domanda interna.

Ma soprattutto, serve una nuova unità politica e sindacale che sappia ridefinire il conflitto. Non con i linguaggi sterilizzati della concertazione, ma con la consapevolezza che i rapporti di forza si costruiscono nelle lotte quotidiane, nelle vertenze, nella ricostruzione di un immaginario collettivo che rimetta il lavoro al centro della democrazia. Perché senza lavoro libero e dignitoso, la democrazia resta una promessa tradita.

In questo contesto, l’appuntamento referendario dell’8 e 9 giugno 2025 rappresenta un crocevia storico. I cinque quesiti proposti dalla CGIL — e sostenuti da una rete di movimenti, associazioni e forze sociali — non sono una battaglia settoriale, ma una chiamata generale alla mobilitazione per rovesciare l’impianto neoliberista del diritto del lavoro in Italia.

I quesiti referendari riguardano:
1. L’abrogazione del contratto a tutele crescenti introdotto dal Jobs Act, per ripristinare la piena reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo.
2. L’eliminazione del tetto massimo di indennizzo per i lavoratori delle piccole imprese licenziati senza giusta causa.
3. La limitazione dell’abuso dei contratti a termine, vera piaga del precariato strutturale.
4. Il ripristino della piena responsabilità solidale negli appalti, per impedire lo scaricabarile che oggi rende invisibili i diritti.
5. L’estensione delle tutele contro i licenziamenti anche ai lavoratori delle piccole imprese, che oggi ne sono esclusi.

Cinque referendum che puntano a restituire dignità, sicurezza, stabilità e voce a chi lavora. Un’occasione concreta per rimettere al centro della scena politica il conflitto capitale-lavoro, dopo anni di passività e concertazione a ribasso.

Il tempo dell’attesa è finito. Non ci si libera lavorando di più per guadagnare di meno. Ci si libera quando si spezza il ricatto, quando si ridà voce e potere a chi ogni giorno produce la ricchezza che altri accumulano. Il salario impoverito non è una necessità storica, è una scelta politica. E come ogni scelta, può — e deve — essere cambiata. Anche con una scheda elettorale. Anche con un referendum. Anche — e soprattutto — con una nuova stagione di lotta e consapevolezza collettiva.(

– Il fronte dei Brics ora sfida «The Donald»”:

ECONOMIA – La sfida dei BRICS a Trump e all’Occidente ipnotizzato

di Mario Sommella

C’è un altro mondo, là fuori. Un mondo che non si riconosce nei parametri della NATO, nel dollaro come valuta di scambio obbligata, nel primato morale e commerciale degli Stati Uniti d’America. Un mondo che si chiama BRICS, ma che oggi andrebbe scritto tutto in maiuscolo e con qualche punto interrogativo in più sul volto di chi crede che la globalizzazione sia ancora una faccenda euro-atlantica.

Nato come acronimo tecnico negli uffici di Goldman Sachs, diventato club diplomatico, il gruppo BRICS è ormai una struttura geopolitica alternativa. Con l’allargamento recente (tra i nuovi entrati: Egitto, Etiopia, Iran, Emirati Arabi, Argentina, Arabia Saudita), ha smesso i panni dell’esperimento e indossa l’armatura del competitor globale. Un competitor che si prepara a sfidare apertamente Donald Trump nella partita più decisiva del secolo: quella per la sovranità economica globale.

Addio G7, benvenuto G40

Oggi i BRICS rappresentano quasi il 40% del PIL mondiale, più del G7. E non è solo una questione di numeri. È una questione di visione del mondo. Mentre l’Occidente blatera di valori democratici e minaccia sanzioni come fossero salmi evangelici, il Sud globale si organizza: parla di pace in Ucraina senza criminalizzare la Russia, intrattiene relazioni con l’Iran, apre le porte al Venezuela, flirta con regimi ritenuti “non allineati”.

Questo non per spirito di contrapposizione ideologica, ma per interesse strategico, quella parola che l’Europa ha dimenticato in nome della sua funzione ancillare al progetto americano. I BRICS, invece, un progetto ce l’hanno. E, come ogni progetto credibile, ha una sua moneta.

La moneta anti-dollarocentrica

Che i BRICS stiano lavorando a una valuta comune non è più una suggestione. È un dato. Che se ne sappia poco è un altro dato, ben più inquietante, perché denota l’assenza completa della stampa occidentale all’ultimo vertice di Kazan. Ma Lula, che ospiterà il prossimo summit a luglio a Rio de Janeiro, promette che questa volta “il Sud globale parlerà al mondo”. E se parlerà, dirà cose semplici e dirompenti: basta con il dominio del dollaro.

La nuova moneta, ancora in gestazione, sarà pensata per bypassare le sanzioni, stabilizzare gli scambi tra economie complementari, e — fatto cruciale — sottrarsi all’instabilità endemica di una valuta Usa sempre più condizionata da guerre tariffarie, inflazione interna e scelte politiche arbitrarie.

Il nuovo “made in”: non Italy, ma Moscow

Altro che griffe italiane. In Cina oggi il nuovo status symbol è comprare russo. Le borse non portano più la firma di Milano, ma quella di Mosca (autentica o contraffatta). La banca Qichacha segnala quasi 1.000 aziende cinesi specializzate in prodotti “made in Russia”, e i supermercati a tema sovietico crescono come funghi. Secondo l’università di Tsinghua, due cinesi su tre hanno oggi una visione positiva della Russia. Un dato che sarebbe sembrato fantascientifico negli anni ’90.

Questa saldatura culturale accompagna quella commerciale e geopolitica. Pechino è andata allo scontro diretto con Washington sul piano dei dazi, bloccando le importazioni di film hollywoodiani e consolidando un surplus commerciale con gli USA da quasi 300 miliardi di dollari.

Brasile: tra uova, dazi e materie prime

Il vero ago della bilancia però è Lula. Il Brasile è primo fornitore di materie prime per Pechino e gioca su due tavoli: da un lato con Biden-Trump, dall’altro con Xi Jinping. Trump lo sa bene: ha evitato di colpire il Brasile con tariffe elevate (solo il 10%), per non spingere Lula definitivamente tra le braccia del Dragone. Ma il presidente brasiliano ha risposto con controdazi, approvati persino dalla destra bolsonarista.

Curiosità che dice tutto: da gennaio a marzo 2025, le esportazioni di uova brasiliane verso gli USA sono esplose del 346%. Mentre Washington si arrabatta con la sua crisi alimentare, il gigante latinoamericano incassa e rilancia.

Il Sud globale è un Nord politico

Altro che “Global South”, come lo definisce romanticamente Lula. Quella dei BRICS è una macchina da guerra economica e diplomatica, un’internazionale multipolare che ha smesso di aspettare l’elemosina dell’Occidente e ora scrive le sue regole.

A luglio, a Rio de Janeiro, si capirà se il nuovo ordine mondiale sarà ancora scritto a Washington… o se il vento è cambiato, e il Sud del mondo ha deciso che il suo Nord non è più Manhattan, ma qualcosa che assomiglia a Pechino, Mosca, Pretoria e Nuova Delhi, con una bandiera che si chiama indipendenza economica.

E Donald Trump — il re dell’unilateralismo muscolare — si troverà a fare i conti non più con un G7 impaurito, ma con un blocco che non teme più le sue minacce, perché ha imparato a fare da sé. E a pensare in grande.

Premierato: la maschera democratica della restaurazione autoritaria

Nel cuore delle tensioni geopolitiche, tra escalation belliche e nuove guerre commerciali, il governo Meloni riporta sul tavolo la riforma del premierato, come se nulla fosse. Un ritorno degno del titolo di un horror d’autore: A volte ritornano. Ma qui non si tratta di spettri letterari, bensì di un passato politico che tenta di rifarsi vivo con un vestito nuovo. Quello della “stabilità”, della “governabilità”, della “centralità popolare”. Parole nobili, usate per un’operazione che ha poco a che vedere con il rafforzamento della democrazia e molto con la concentrazione del potere.

La riforma sul premierato – così come formulata – rappresenta la vera uscita di Giorgia Meloni dal recinto costituzionale antifascista. Non è solo una svolta tecnica. È il compimento simbolico e politico di un progetto che si pone in radicale discontinuità con il compromesso fondativo del 1948. Un progetto di chi, fino ad ora, in quella storia repubblicana, non aveva mai toccato palla. E che ora, sfruttando le crepe del presente, pretende di riscrivere le regole del futuro. Non solo quelle elettorali. Ma quelle stesse che hanno retto, tra mille contraddizioni, l’equilibrio democratico italiano dopo la caduta del fascismo.

Il volto della riforma: plebiscito mascherato da partecipazione

La narrazione proposta dal governo è semplice: oggi l’Italia è instabile, governata da maggioranze fragili e parlamenti ballerini; domani, grazie al premierato, il cittadino potrà scegliere direttamente il suo leader, che potrà così governare in pace per cinque anni. Peccato che questa narrazione ignori il principio cardine di una democrazia parlamentare: l’equilibrio tra rappresentanza e responsabilità. La possibilità, cioè, di rimuovere un governo che ha perso il consenso, senza dover ribaltare l’intera architettura istituzionale.

Nel modello meloniano, invece, si va verso un sistema ibrido che unisce il peggio di due mondi: da un lato la rigidità dei regimi presidenziali, dove chi vince comanda fino alla fine; dall’altro l’assenza dei contrappesi che in quei regimi limitano l’esecutivo. Il tutto con un Parlamento svuotato, ridotto a megafono del leader e con un presidente della Repubblica retrocesso a semplice notaio, espropriato della sua funzione di garante.

Non è un caso che il premier possa decidere lo scioglimento delle Camere anche in assenza di sfiducia parlamentare. Un potere che nemmeno il presidente degli Stati Uniti possiede. Ma che in Italia verrebbe affidato a un capo del governo eletto con una legge che – per “garantire la stabilità” – attribuisce automaticamente una maggioranza assoluta alla sua coalizione. Un bonus di potere che cancella la distinzione tra governo e parlamento, tra esecutivo e legislativo. E che consegna nelle mani di un solo soggetto la chiave di volta dell’intero edificio democratico.

Chi comanda davvero? Un quarto del Paese

Il dato più inquietante, tuttavia, non è solo nella natura della riforma, ma nella sua legittimità politica. Perché chi oggi propone un cambiamento così radicale della forma di governo, rappresenta di fatto meno del 25% del corpo elettorale. Questo è il vero paradosso: un quarto degli italiani, grazie a un sistema elettorale distorto e all’astensionismo dilagante, si arroga il diritto di stravolgere una Costituzione nata dal compromesso, dalla partecipazione, dalla lotta antifascista. È il tentativo di chi è rimasto ai margini della Repubblica per decenni – i nostalgici del Msi, gli orfani del Ventennio – di apporre finalmente il proprio sigillo sulla nuova Italia.

Non è solo riscrivere la storia: è rifare la storia, secondo una narrazione unilaterale, escludente, plebiscitaria. Ecco perché questa riforma non può essere trattata come una delle tante modifiche istituzionali. È il cuore di un progetto identitario e autoritario, che intende rilegittimare culturalmente una destra post-fascista, dando ad essa non solo il potere di governare, ma anche quello di riscrivere le regole della democrazia.

La necessità di un fronte democratico unito

Di fronte a questa minaccia, le forze democratiche non possono limitarsi alla testimonianza. È tempo di unire le forze, superando steccati ideologici e personalismi, per costruire un fronte comune. Non solo in Parlamento, ma soprattutto nel Paese. Una mobilitazione capillare, popolare, consapevole. Che sappia parlare a chi non vota più, a chi si sente tradito, a chi si è rassegnato. Perché la posta in gioco non è una riforma. È l’identità della nostra Repubblica.

Serve una nuova Resistenza civile, culturale e politica. Una spinta dal basso che riaffermi i valori della partecipazione, del pluralismo, della rappresentanza. Che ricordi a chi oggi governa che la Costituzione non è un ostacolo, ma una garanzia. E che non esiste alcuna stabilità che valga quanto la libertà.

Conclusione: la memoria come baluardo

Se oggi possiamo ancora discutere di Costituzione, lo dobbiamo a chi, nel 1948, costruì un argine all’autoritarismo. A chi comprese che la democrazia non è il potere di uno solo, ma la responsabilità condivisa di tanti. La riforma del premierato tenta di spezzare questo patto. Sta a noi, oggi, dimostrare che quel patto è ancora vivo. E che l’Italia, quella vera, non ha intenzione di tornare indietro.

25 mesi di declino industriale: la crisi è qui, ma il governo guarda altrove

L’Italia sprofonda nel venticinquesimo mese consecutivo di calo della produzione industriale. Di fronte ai dati impietosi dell’Istat, il governo Meloni preferisce la propaganda alla responsabilità. Tagliando strumenti utili come il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza, ha spento i motori della ripresa. La crisi non è casuale, è politica.

Una crisi industriale senza precedenti

A febbraio 2025, la produzione industriale italiana segna un nuovo calo: –2,7% su base annua, –0,9% rispetto a gennaio. Si tratta del venticinquesimo mese consecutivo di contrazione del comparto manifatturiero. Un declino ininterrotto e allarmante che, mese dopo mese, sta erodendo la capacità produttiva del Paese.

Settori storicamente forti – come meccanica, auto, tessile, elettronica e chimica – registrano performance negative a doppia cifra. Si salva soltanto il comparto energetico (+19,4%), sospinto però da dinamiche speculative sulle materie prime, non da una strategia industriale.

Questo arretramento non è un’anomalia statistica: è il sintomo di una crisi strutturale, aggravata da scelte politiche inadeguate e dalla mancanza di visione. Nonostante l’allarme degli analisti e dei dati ufficiali, il governo continua a ignorare la realtà o, peggio, a distorcerla.

Governo Meloni: tra propaganda e immobilismo

Dal suo insediamento nell’ottobre 2022, il governo guidato da Giorgia Meloni ha ereditato un Paese in ripresa post-pandemica, con risorse straordinarie come il PNRR già pronte. Ma anziché accelerare gli investimenti e sostenere l’industria, ha preferito colpire misure sociali e produttive introdotte dai governi precedenti, come il Superbonus 110% e il Reddito di Cittadinanza.

Sul fronte economico, l’azione dell’esecutivo si è limitata a misure-tampone (taglio temporaneo del cuneo fiscale, pochi crediti d’imposta), senza affrontare le vere cause della crisi: alta tassazione, burocrazia inefficiente, carenza di investimenti pubblici produttivi.

Il Ministero del “Made in Italy” ha prodotto più slogan che soluzioni. E intanto decine di tavoli di crisi aziendali – dalla ex ILVA alla Whirlpool – restano irrisolti.

Peggio ancora è la gestione del PNRR: ritardi, revisioni continue, blocchi amministrativi. Le risorse europee, che avrebbero dovuto modernizzare l’apparato produttivo, giacciono inutilizzate o mal distribuite.

Superbonus e Reddito di Cittadinanza: bersagli di comodo

Il governo attuale ha scelto la strada della colpevolizzazione del passato, additando il Superbonus e il Reddito di Cittadinanza come origine di ogni male economico. Ma i numeri raccontano altro.

Il Superbonus 110%, pur con criticità gestionali, ha generato un boom edilizio tra il 2021 e il 2022, creando migliaia di posti di lavoro e spingendo il PIL. Ha dato ossigeno a piccole imprese e famiglie, migliorando il patrimonio immobiliare nazionale.

Il Reddito di Cittadinanza, invece, ha rappresentato una barriera contro la povertà assoluta, sostenendo milioni di cittadini e garantendo consumi minimi. I dati Istat ed Eurostat hanno mostrato un calo della povertà relativa nel biennio 2020-2021 anche grazie a questo strumento.

La loro eliminazione – senza alternative credibili – ha significato privare il Paese di due leve fondamentali: una per la crescita economica e una per la coesione sociale.

Una crisi negata, una società spaccata

Il governo ha scelto una narrazione ideologica e divisiva: ha dipinto i percettori di sussidi come fannulloni, gli investimenti pubblici come sprechi, il passato come un fallimento. In questo quadro, si è alimentata una vera e propria “guerra contro i poveri”, che anziché colpire la povertà, colpisce chi la subisce.

Il risultato è un Paese più diseguale, con il 63% delle famiglie che fatica ad arrivare a fine mese, e un’industria sempre più fiacca. Il tutto, mentre la classe dirigente si rifugia nella propaganda e nelle accuse ai predecessori.

Negare la crisi non la risolve. Anzi, la aggrava.

Invertire la rotta: proposte concrete

La crisi industriale e sociale dell’Italia è affrontabile solo con scelte coraggiose e di visione. Serve un’inversione totale di rotta. Ecco alcune linee guida imprescindibili:
1. Piano Industriale Nazionale: rilancio della manifattura con i fondi del PNRR, investimenti pubblici in tecnologie, energia verde, logistica, formazione.
2. Riforma fiscale e burocratica: taglio strutturale del cuneo fiscale, semplificazione amministrativa radicale, digitalizzazione reale della PA.
3. Sostegno all’innovazione e alle PMI: incentivi a ricerca e sviluppo, internazionalizzazione, creazione di cluster tecnologici territoriali.
4. Welfare equo e inclusivo: reintroduzione di un reddito minimo garantito e attivo, legato alla formazione e al lavoro, insieme a un salario minimo legale.
5. Un nuovo patto sociale: che coinvolga lavoratori, sindacati, imprese e comunità locali per ricostruire fiducia e dignità nel lavoro.

Conclusione

L’Italia sta vivendo una crisi che non è solo economica, ma anche democratica. Quando un governo nega i dati, colpevolizza i deboli e distorce la realtà, si entra in una fase pericolosa. Il declino industriale non è solo un problema di PIL: è lo specchio di un Paese che non investe nel proprio futuro.

Non serve continuare a cercare colpevoli: servono idee, visione, giustizia sociale. Perché senza giustizia non c’è crescita. E senza crescita, la democrazia si svuota.

La politica che ignora la realtà produce solo danni. Ma la realtà, prima o poi, presenta il conto.

L’incoerenza del capitalismo svelata dai dazi: l’ultimo bluff di un sistema in agonia

Per cinquant’anni ci hanno raccontato che il mondo doveva essere globalizzato, che le barriere commerciali erano ostacoli al progresso, che il libero scambio era il fondamento della pace e della prosperità. Ci hanno ripetuto come un mantra che la globalizzazione era inarrestabile, naturale, perfino desiderabile. E oggi? Assistiamo, senza troppi giri di parole, a una retromarcia storica: Donald Trump vara dazi fino al 104% contro la Cina, in una manovra che suona come il colpo di coda di un impero in declino.

Il capitalismo globalista, che aveva promesso di unire i popoli sotto il segno del mercato, oggi si rinnega. E lo fa con una violenza sorda, che tradisce il panico di una classe dirigente incapace di governare le contraddizioni che ha creato. Per salvare se stesso, il sistema capitalista è disposto a bruciare le sue stesse dottrine, a riscrivere le regole che ha imposto al mondo intero, e a scatenare una nuova guerra commerciale su scala planetaria. È l’ammissione implicita del fallimento.

Il ritorno del protezionismo: sintomo o strategia?

La nuova impennata dei dazi americani, voluta da Trump, non è un semplice atto politico: è una dichiarazione di guerra economica. La Cina risponde con fermezza, e il rischio è la paralisi delle catene di approvvigionamento mondiali. I mercati tremano, le Borse crollano, le grandi imprese americane — che hanno costruito la loro fortuna sul lavoro a basso costo nei paesi asiatici — si ritrovano improvvisamente esposte, vulnerabili, sconfessate. Il mondo interconnesso che ci avevano venduto come inevitabile si sgretola davanti ai nostri occhi.

Non è difficile intuire a chi andrà il conto: ai lavoratori, ai consumatori, ai cittadini comuni, che pagheranno prezzi più alti, che vedranno licenziamenti, che subiranno una nuova ondata di insicurezza economica. Il capitalismo non si riforma: si contrae e si difende, trasformandosi nel suo contrario pur di sopravvivere.

La faccia nascosta del protezionismo: criminalità e mercato parallelo

Ma c’è un altro effetto collaterale, spesso ignorato: l’aumento vertiginoso dei dazi apre spazi enormi al mercato nero e al contrabbando. Quando una merce raddoppia di prezzo per via delle tariffe, il crimine organizzato fiuta l’opportunità. I prodotti proibiti o iper-tassati diventano oro per chi gestisce i traffici illeciti. Ed è qui che la storia prende una piega inquietante.

Perché è lecito porsi una domanda: a chi giova davvero questa guerra commerciale? Solo alla retorica trumpiana o forse anche a quei circuiti opachi, fatti di vecchie alleanze tra imprenditoria corrotta e criminalità organizzata? Gli intrecci tra la famiglia Trump e figure legate alla mafia italo-americana non sono una fantasia giornalistica. Roy Cohn, mentore e avvocato di Trump, era il legale di boss come Fat Tony Salerno e Paul Castellano. I primi grattacieli di Trump sono stati costruiti grazie a forniture di cemento controllate dai Gambino. Il “self-made man” newyorkese ha sempre saputo con chi stringere la mano.

Non servono teorie cospirative per vedere che l’incremento del contrabbando e delle attività illegali sarà uno degli effetti concreti di questa strategia. Quando si chiude un mercato ufficiale, se ne apre uno parallelo. E a riempirlo non saranno gli imprenditori onesti, ma i clan.

L’ideologia del profitto contro se stessa

Ci troviamo davanti a una contraddizione strutturale: il capitalismo, che ha eretto il libero scambio a religione, ora si traveste da difensore dell’interesse nazionale. Ma è solo una maschera. Dietro c’è sempre il profitto, solo che ora è diventato più difficile da garantire. Il protezionismo non è un ritorno ai valori, è una tattica disperata. È l’ennesima mutazione genetica di un sistema che, pur di restare in piedi, è disposto a sacrificare tutto: coerenza, alleanze, stabilità, verità.

Chi paga il prezzo di questa incoerenza? Non i miliardari né i loro consiglieri: pagheremo noi, con una vita più cara, con una democrazia sempre più debole e con un futuro sempre più opaco. I dazi non sono solo numeri, ma l’indicatore preciso di un mondo che ha smesso di credere nelle sue stesse illusioni.

Il globalismo era una menzogna utile. Ora che non serve più, la si può smantellare. E in questa marcia all’indietro c’è tutta la decadenza morale ed economica di un sistema alla fine del suo ciclo storico. Un sistema che, come un animale ferito, morde nel buio.

Verso uno Stato di Polizia: il Decreto Sicurezza e l’Affossamento delle Libertà Democratiche

Il 4 aprile 2025 segna una data nefasta per la democrazia italiana. Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto legge che, sotto la maschera della “sicurezza”, rappresenta un attacco frontale ai diritti fondamentali dei cittadini. Questo provvedimento, privo di reali necessità ed urgenze, evidenzia non soltanto la volontà del governo di reprimere il dissenso, ma anche e soprattutto la sua incapacità di governare democraticamente.

Non siamo di fronte a un’emergenza, ma a una manovra difensiva contro una società civile che – pur con mille fatiche – non ha ancora smesso di pensare, organizzarsi, manifestare. È la paura del dissenso democratico, non del crimine, a muovere la mano del legislatore. E quando un governo teme la voce dei cittadini più della criminalità reale, ha già tradito il mandato popolare.

Un Decreto Senza Giustificazioni

La Costituzione Italiana, all’articolo 77, stabilisce che i decreti legge devono essere emanati solo in casi straordinari di necessità ed urgenza. Ma oggi non c’è alcuna rivolta nelle strade, nessun picco di criminalità, nessuna crisi sociale che giustifichi un simile colpo d’autorità. I dati lo confermano, la realtà lo smentisce. Il decreto, dunque, non risponde a una necessità oggettiva, ma a una strategia politica. Si tratta di un atto che svuota il ruolo del Parlamento e insulta il principio del confronto democratico.

Criminalizzazione della Povertà e del Dissenso

Il provvedimento introduce oltre 20 nuovi reati e aggrava quelli già esistenti. Tra i più gravi c’è il reato di “occupazione arbitraria di immobile altrui”, che punisce con 2-7 anni di carcere chi occupa, spesso per disperazione, un’abitazione vuota. In un paese in cui decine di migliaia di famiglie vivono sotto sfratto o in emergenza abitativa, questa norma colpisce la povertà come se fosse una minaccia all’ordine pubblico. È un atto crudele e miope, che preferisce il carcere alla giustizia sociale.

Anche il diritto a manifestare subisce un attacco feroce: il blocco stradale, anche se pacifico, anche se simbolico, diventa reato penale. Non è più la violenza a essere perseguita, ma la disobbedienza civile. La sola interposizione del corpo – come atto di protesta – viene trattata come un crimine. Si punisce il dissenso perché si teme la voce del popolo.

Repressione delle Manifestazioni e Aggravanti Punitivi

Il decreto trasforma le piazze in potenziali scene del crimine. Chi manifesta rischia pene aggravate per reati anche minori, se commessi durante una protesta. È il passaggio definitivo dalle leggi ad personam alle leggi ad movimentum: la legge colpisce chi si organizza, chi lotta, chi occupa uno spazio, chi rivendica un diritto. Non importa il contenuto della lotta, ma la sua esistenza.

Tutto ciò non è casuale, ma organico a una visione del potere: una società immobile, disgregata, sorvegliata. Una società dove la partecipazione fa paura, perché può mettere in crisi l’egemonia di un governo debole nei numeri e nelle idee.

Militarizzazione del Controllo Sociale

Il decreto potenzia le forze dell’ordine come mai prima d’ora. Gli agenti godranno di tutele economiche straordinarie in caso di procedimenti penali, potranno portare armi extra anche fuori servizio, e potranno infiltrarsi nei movimenti sociali come “agenti provocatori”. Le piazze saranno sorvegliate con nuove telecamere mobili. Il messaggio è chiaro: lo Stato non dialoga, lo Stato ti guarda. Lo Stato ti punisce.

Ma questa militarizzazione non nasce dalla forza: nasce dalla paura. È il riflesso di un potere che non sa ascoltare, non sa governare, non sa costruire. L’unico strumento che gli resta è il controllo.

Il Fascismo È un Crimine, Non un’Opinione

La nostra Costituzione, figlia della Resistenza, non è neutra. È antifascista. Lo dice l’articolo 1: la sovranità appartiene al popolo, non a chi pretende di governare senza rispondere alle sue domande. E lo ribadisce la XII disposizione finale, che vieta la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista.

Eppure, il decreto sicurezza sembra voler riportare l’Italia a prima del 1945: repressione del dissenso, criminalizzazione della povertà, poteri speciali alle forze dell’ordine, abolizione nei fatti del diritto di manifestare. Questo non è solo autoritarismo: è una nostalgia ideologica. Una pericolosa pulsione reazionaria che puzza di ventennio.

Chi governa oggi – sostenuto da appena il 24% degli aventi diritto, tra l’altro manipolati da una propaganda becera e semplificatrice – non ha alcuna legittimità morale per calpestare i principi della Costituzione. Governa senza rappresentare. Reprime perché non sa ascoltare. Punisce perché non sa costruire.

Il Dilemma Democratico

Cosa accadrà quando le opposizioni andranno al governo? Se oggi vengono introdotte leggi liberticide, cosa impedirà domani di usarle contro chi oggi ne abusa? Se la destra usa lo Stato per reprimere il dissenso democratico, cosa accadrà quando si tratterà di reprimere il fascismo? Ma reprimere l’autoritarismo con gli stessi strumenti dell’autoritarismo è una trappola. Non si può difendere la democrazia replicando la logica dell’oppressore.

Per questo il vero punto d’equilibrio non è nella vendetta, ma nell’applicazione rigorosa della Costituzione. È il fascismo a dover essere bandito, non la protesta. È la disuguaglianza a dover essere combattuta, non chi la denuncia. È il dialogo a dover prevalere, non il manganello.

Conclusione: O Costituzione, o Regime

Il Decreto Sicurezza del 2025 non ci rende più sicuri: ci rende più poveri di diritti, più soli nella fragilità, più esposti alla repressione. È l’ennesimo segnale di un governo che non sa governare, e perciò reprime. Ma la libertà non si spegne con una legge. La giustizia non si chiude in un carcere. La resistenza – quella morale, quella politica, quella sociale – è ancora viva.

E allora diciamolo forte: non ci faremo intimidire. Non ci faremo disumanizzare. Non ci faremo governare da chi ha nostalgia del passato più buio della nostra storia. La Costituzione è la nostra barricata. E ogni cittadino consapevole è chiamato oggi a difenderla. Prima che sia troppo tardi.

Sanità, il governo fa cassa sugli ultimi: i malati non autosufficienti abbandonati dallo Stato

In un colpo di mano che lascia sgomenti, Lega e Fratelli d’Italia hanno approvato in Senato un emendamento che mina alle fondamenta il diritto all’assistenza dei malati non autosufficienti. La senatrice leghista Maria Cristina Cantù, con il sostegno di FdI, ha introdotto una modifica all’articolo 30 della legge 730 del 1983, separando le spese per le prestazioni sanitarie da quelle socio-assistenziali, anche quando strettamente connesse.

Questo significa che attività essenziali come l’igiene personale, la nutrizione assistita e la mobilizzazione dei pazienti gravi non saranno più a carico del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ma ricadranno sulle famiglie già provate, esasperate, spesso ridotte sul lastrico.

La situazione è già critica: in molte regioni, le liste d’attesa per l’accesso alle strutture convenzionate sono interminabili. In Toscana, a marzo, si contavano 1.800 persone in attesa; in Liguria e Lombardia, circa 5.000 posti letto non sono coperti da convenzioni. Le famiglie, nell’attesa, sono costrette a sostenere integralmente le rette, spesso per periodi prolungati, con conseguenze economiche devastanti.

Questo emendamento non solo aggrava il peso sulle famiglie, ma rappresenta un pericoloso precedente, mettendo in discussione il diritto alle cure per tutti i non autosufficienti. La separazione artificiosa tra prestazioni sanitarie e socio-assistenziali ignora la realtà clinica, dove queste sono inscindibili. Inoltre, la retroattività dell’emendamento rischia di influenzare negativamente i procedimenti giudiziari in corso, negando giustizia a chi ha già subito torti.

Sulle cure lo Stato si ritira e lascia spazio alle assicurazioni

In un Paese che invecchia rapidamente, con oltre 4 milioni di non autosufficienti tra gli ultrasessantacinquenni, la ritirata dello Stato dall’assistenza socio-sanitaria apre le porte alle compagnie assicurative. Le polizze “Long Term Care” (LTC), finora poco diffuse in Italia, potrebbero diventare l’unica ancora di salvezza per molte famiglie. Tuttavia, queste polizze presentano costi elevati e condizioni spesso proibitive, rendendole inaccessibili a una larga fetta della popolazione.

Secondo il 7° Rapporto Osservatorio Long Term Care del Cergas Bocconi, la spesa pubblica per l’assistenza ai non autosufficienti è in calo, passando dall’1,6% del PIL nel 2018 a valori ancora inferiori nel 2023. Questo trend negativo, unito all’aumento dell’inflazione e alla riduzione del PIL, ha portato a una contrazione significativa della spesa reale per l’assistenza agli anziani non autosufficienti.

Le compagnie assicurative, fiutando l’opportunità, promuovono le polizze LTC come soluzione. Tuttavia, queste coperture, per essere efficaci, richiedono una sottoscrizione in giovane età e un impegno economico non indifferente. Inoltre, la complessità delle condizioni contrattuali e le esclusioni previste rendono queste polizze strumenti non sempre affidabili per garantire una copertura adeguata in caso di bisogno.

In conclusione, l’emendamento Cantù rappresenta un attacco diretto ai diritti dei più fragili, scaricando sulle famiglie oneri insostenibili e aprendo la strada a una privatizzazione strisciante dell’assistenza. È imperativo che il governo riveda questa decisione e riaffermi il principio costituzionale del diritto alla salute per tutti, senza discriminazioni.

Un governo che fa cassa sugli ultimi e premia i forti

C’è una verità che non possiamo più permetterci di ignorare: questo governo taglia sulla pelle dei più fragili mentre spalanca le casse pubbliche per altri interessi. Non ci sono soldi per garantire un’assistenza dignitosa ai malati non autosufficienti, ma c’è un fervore quasi mistico nel portare le spese militari al 2% del PIL, come richiesto dalla NATO, seguendo ciecamente i diktat bellicisti delle grandi potenze.

Non si trovano fondi per chi ha bisogno di cure quotidiane, ma non si contano più i condoni agli evasori, i regali fiscali alle imprese che delocalizzano e i bonus distribuiti a pioggia per fini elettorali. È il principio della Repubblica ad essere tradito: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività” (art. 32 Cost.). Eppure oggi, in un silenzio assordante, si smantella pezzo dopo pezzo l’universalismo del Servizio Sanitario Nazionale, trasformandolo in un privilegio per chi può permettersi una polizza privata, una clinica convenzionata o un avvocato capace di combattere fino in Cassazione.

La verità è spietata: si sta costruendo un’Italia a due velocità. Da un lato chi ha mezzi e risorse per curarsi, difendersi e vivere. Dall’altro lato, una moltitudine di invisibili — anziani, disabili, malati cronici — che vengono abbandonati al loro destino. Nessun fondo per loro, nessuna tutela, nessuna voce. Solo silenzi, attese e rette impossibili da pagare.

Questo governo ha scelto di fare cassa sugli ultimi. Ha scelto di rendere legittima, persino istituzionale, l’ingiustizia. Ha scelto di mettere a profitto la fragilità umana. Non per errore, non per necessità, ma per precisa volontà politica. E non c’è nulla di più osceno che vedere il potere girarsi dall’altra parte mentre i più deboli vengono lasciati soli.

Chi non si ribella oggi, domani rischia di trovarsi dalla stessa parte. Perché la fragilità è una condizione che può toccare ciascuno di noi, in qualsiasi momento. E allora, forse, sarà troppo tardi per alzare la voce.

Un appello per chi non ha voce

A tutti coloro che ancora credono nella giustizia sociale, nella dignità umana, nei principi scolpiti nella nostra Costituzione: è il momento di alzarsi in piedi. Di rompere il silenzio. Di denunciare pubblicamente l’ipocrisia di un potere che si definisce sovranista, ma sovrano lo è solo nel calpestare i diritti dei più deboli.

Non basta indignarsi, serve organizzarsi. Serve costruire un fronte civile e politico che rimetta al centro le persone, non i profitti. Che difenda i malati, gli anziani, i disabili, gli ultimi. Perché un Paese che si misura solo con il PIL e la spesa militare è un Paese morto dentro. Un Paese senza pietà, senza visione, senza futuro.

Rifiutiamo l’idea di una società dove la fragilità è una colpa e la cura un lusso. Rifiutiamola con la voce, con la penna, con il corpo. Rifiutiamola in piazza, nei tribunali, nei municipi, ovunque. E facciamolo per chi oggi non può più parlare, per chi non riesce più a lottare, per chi viene abbandonato a morire nel silenzio.

Perché la dignità non si taglia. Si difende. Sempre.

Fonti: articoli di Gaia Scacciavillani pubblicati su Il Fatto Quotidiano del 7 aprile 2025.

Lo schianto della globalizzazione e l’inerzia italiana: Trump alza i dazi, la Meloni resta a guardare

Il ritorno dei dazi di Donald Trump si sta rivelando come un gigantesco boomerang, lanciato con arroganza verso il mondo e tornato indietro a colpire per primi proprio gli Stati Uniti. In un solo giorno, Wall Street ha perso 2.000 miliardi di dollari in capitalizzazione, un collasso che non si vedeva dai tempi della crisi finanziaria globale. Apple ha lasciato sul terreno l’8%, Amazon il 7%, Nike ha addirittura perso il 12%. E non è finita. Il dollaro ha cominciato a traballare, il prezzo di petrolio e gas è crollato e le principali borse europee hanno perso complessivamente 422 miliardi. A crollare, però, è stata soprattutto la credibilità economica di chi, come Trump, gioca con la geopolitica come fosse un videogioco e governa un impero economico come se fosse un reality show.

Trump non ha idee, ha solo istinti. Un uomo che agisce di pancia, secondo l’umore che legge sulla sua piattaforma social, dove confonde i sondaggi con la strategia. Un arrogante senza visione, che spera di riconquistare l’America con le stesse armi che l’hanno condotta sull’orlo della crisi. L’ordine esecutivo che consente di alzare o abbassare i dazi in base all’obbedienza dei partner commerciali è degno di un autocrate d’altri tempi. Una specie di moneta di scambio che somiglia pericolosamente al ricatto economico.

E mentre Trump bombarda la globalizzazione col bazooka, la risposta europea appare divisa, timida, esitante. L’Unione è messa spalle al muro: da un lato la Germania e la Francia che invocano dure contromisure contro i colossi digitali americani, dall’altro Tajani che predica moderazione, come se l’applauso a Washington valesse più della salvaguardia del nostro tessuto industriale. Ma almeno qualcosa si muove.

La Spagna, per esempio, ha già fatto la cosa più semplice e giusta: ha stanziato immediatamente 14 miliardi di euro a sostegno di famiglie e imprese colpite dai dazi. Una risposta rapida, concreta, incisiva. Un esempio di politica economica responsabile, che riconosce l’impatto devastante di una guerra commerciale e si schiera dalla parte dei cittadini e dei lavoratori. Un provvedimento che ricorda ai governi cosa significhi davvero governare.

E l’Italia? L’Italia è rimasta come sempre in panchina. La premier Meloni, convinta di poter ottenere un trattamento di favore negli Stati Uniti, si è illusa di essere protagonista in un gioco di potere che non controlla. Credeva di essere ricevuta come un’alleata privilegiata. Si è ritrovata ignorata come una comparsa senza copione. La verità è che Trump se ne infischia dell’Italia, e Meloni non ha né il peso politico né la visione strategica per reagire. Ancora una volta, la sua azione di governo si riduce a pura propaganda: molti annunci, pochi fatti, zero soluzioni.

A rendere la situazione ancora più drammatica, c’è un errore strategico che oggi presenta il conto. Il governo Meloni ha volontariamente chiuso quelle linee di commercio alternative che ora sarebbero essenziali per affrontare la tempesta. Ha abbandonato la Via della Seta, allineandosi senza condizioni agli interessi statunitensi, e ha trascurato i rapporti commerciali con i paesi del Sud globale, preferendo un’unica direzione: Washington. Ora che quella strada si è trasformata in un vicolo cieco disseminato di dazi, a pagare saranno, come sempre, i cittadini, i lavoratori, le imprese grandi e piccole che non hanno più alternative. È il fallimento di una visione miope, tutta giocata sull’obbedienza atlantica e sull’illusione di un favore che non arriverà mai.

La crisi dei dazi, in fondo, non è solo una questione commerciale. È il segnale che la fase attuale del capitalismo globale è entrata in una pericolosa spirale di implosione. Un ritorno al XIX secolo, quando le economie si blindavano dietro muri doganali, portando alla fame i popoli e alla guerra le nazioni. La storia ci aveva insegnato qualcosa. Ma il trumpismo – come tutte le forme degenerative di populismo autoritario – non studia, non ascolta, non impara.

Così, mentre il mondo precipita verso una recessione globale – come prevede persino JP Morgan – i governi sono chiamati a una scelta: proteggere il proprio sistema produttivo o restare ostaggi dell’ideologia e dell’inazione. La Spagna ha scelto. La Francia anche. La Germania si prepara. L’Italia, invece, galleggia nel limbo, tra le indecisioni della sua classe dirigente e le fantasie di grandezza della sua premier.

Il tempo stringe. La guerra commerciale non è uno spettacolo da osservare, è una bomba a orologeria. E se non si è capaci di disinnescarla, si ha il dovere di proteggere almeno chi rischia di esserne colpito. Famiglie, imprese, lavoratori. L’Italia non può più permettersi il lusso dell’inerzia. Perché questa volta non è solo il mercato a tremare, ma l’intera impalcatura della nostra sovranità economica.