Boicottare il voto è un atto antidemocratico: la sovranità popolare non si tocca, non si diserta

Che questo governo fosse antidemocratico e reazionario lo si sapeva sin dal suo insediamento. Ma ora, con l’invito ufficiale da parte dei principali partiti di maggioranza a disertare le urne in occasione dei referendum su lavoro e cittadinanza dell’8 e 9 giugno, si tocca una nuova soglia: quella dell’attacco diretto alla sovranità popolare.

Antonio Tajani, ministro degli Esteri e segretario di Forza Italia, ha dichiarato esplicitamente che la linea del partito è quella di non votare. Un messaggio subito raccolto anche da Fratelli d’Italia e Lega. E poco importa se questa posizione, sul piano strettamente costituzionale, è legittima: sul piano politico e morale è profondamente antidemocratica. Perché scoraggiare la partecipazione, nel tentativo di far fallire il raggiungimento del quorum, significa sabotare l’unico strumento diretto di democrazia popolare previsto dalla nostra Carta: il referendum abrogativo.

È una pratica antica e subdola, già utilizzata in passato contro consultazioni scomode. Una strategia che mira a impedire non solo la vittoria del “sì” o del “no”, ma il voto stesso. Si cancella il conflitto, si disinnesca la scelta, si svuota il diritto. Ed è questa la vera posta in gioco: non solo l’abrogazione del Jobs Act, non solo la riforma dei contratti a termine o la responsabilità negli appalti, ma la possibilità concreta per i cittadini di decidere, di contare, di esprimersi liberamente.

C’è, tuttavia, un’ipocrisia che non possiamo ignorare. Quando, nel settembre 2022, questo stesso governo si presentava agli elettori con un appello enfatico alla partecipazione, lo faceva in nome della libertà e della sovranità del popolo. Allora il voto era “sacro”, “fondamentale”, “strumento della democrazia”. Oggi, di fronte a una chiamata alle urne che riguarda temi cruciali per i lavoratori, i migranti, i giovani e i precari, il voto diventa un fastidio, un ostacolo, qualcosa da boicottare.

Questa doppia morale non è solo contraddittoria. È la prova evidente che il governo teme l’espressione del popolo.
Teme che milioni di cittadini possano esprimersi autonomamente, fuori dai suoi schemi di controllo e propaganda.
Teme un segnale politico chiaro, anche se il referendum formalmente non lo riguarda direttamente.
Teme, in sintesi, la democrazia attiva, quella vera, fatta di partecipazione e conflitto.

Il boicottaggio, dunque, non è solo un espediente tattico per impedire il quorum. È un’ammissione di debolezza politica, la paura malcelata di chi sa di aver perso consenso, di chi governa per inerzia, con incompetenza, di chi – in fondo – si comporta come uno “scappato di casa” che occupa il potere senza averne la legittimazione profonda. Ed è proprio per questo che oggi non possiamo restare fermi. Perché se accettiamo che il voto venga svuotato di significato, allora stiamo spogliando la nostra democrazia dell’unico strumento diretto che ancora ci appartiene.

Nel frattempo, i grandi media – gli stessi che ogni giorno dedicano intere trasmissioni alle beghe interne del potere – tacciono. A un mese dal voto, i cinque quesiti referendari sono completamente oscurati. Nessuna informazione, nessuna analisi, nessuna educazione civica. È un silenzio assordante, che ha un solo scopo: l’indifferenza. Perché senza informazione non c’è consapevolezza, e senza consapevolezza non c’è partecipazione.

E allora è qui che entra in gioco la nostra responsabilità. Occorre rilanciare la mobilitazione, fare appello alla dignità e al senso civico dei cittadini. Non importa se si è d’accordo o meno con i quesiti: votare è un diritto, ma soprattutto è un dovere democratico. È una presa di posizione contro chi vuole ridurre la democrazia a un rituale vuoto. È una risposta collettiva contro chi trasforma il Parlamento in un monologo e la Repubblica in una proprietà privata.

Se oggi restiamo a casa, domani potrebbero toglierci anche questa possibilità. E allora, quando lo strumento referendario sarà svuotato per sempre, dovremo fare i conti con la nostra complicità e la nostra inerzia.

Per questo, l’invito delle destre a non votare è molto più che una mossa tattica. È un’ulteriore conferma della deriva autoritaria in atto. Ed è per questo che, al di là delle bandiere, delle sigle, delle divisioni autoreferenziali e dei posizionamenti tattici, bisogna rilanciare un fronte comune di resistenza democratica. Un’alleanza sociale e politica, ampia e determinata, che unisca tutte le forze progressiste, laiche, cattoliche, civiche e sindacali. Non per un nostalgico ritorno al passato, ma per arginare un presente che somiglia sempre di più a un futuro distopico.

In molte nazioni europee la destra è già riuscita, una volta al potere, a restringere le libertà civili e costituzionali. Purtroppo questo sta avvenendo ora in Italia. Difendiamo il referendum. Difendiamo la democrazia.
un passa parola assordante,l’8 e il 9 giugno  Andiamo a votare!

Il veleno dell’odio e la dignità della verità: il caso di Taverna Santa Chiara e la repressione del dissenso filopalestinese

L’episodio accaduto il 3 maggio presso la Taverna Santa Chiara non è un semplice caso di tensione tra cliente e gestori. È, piuttosto, un termometro impietoso di un clima culturale avvelenato, nel quale il diritto alla parola, alla solidarietà e alla coscienza civile rischia di trasformarsi in un crimine. A essere colpita, in questo caso, è stata una realtà ristorativa e sociale che ha avuto l’unico “torto” di prendere pubblicamente posizione contro il genocidio in corso a Gaza, aderendo alla campagna internazionale per gli Spazi Liberi dall’apartheid israeliano. Il risultato? Una campagna d’odio organizzata, minacce di stupro e violenza fisica, diffamazioni pubbliche e intimidazioni che ricordano inquietantemente i metodi delle squadracce. Ma chi sono i veri violenti in questa vicenda?

Dal diritto all’indignazione alla criminalizzazione della solidarietà
Chi ha seguito la vicenda sa che tutto è iniziato quando una turista, dopo aver pranzato tranquillamente nel locale, ha iniziato a manifestare ad alta voce il proprio sostegno al governo israeliano e alle sue azioni contro il popolo palestinese. Una provocazione verbale che si è trasformata, nel momento in cui i gestori hanno ribadito — con lucidità e coscienza civile — la loro opposizione a un crimine contro l’umanità come il genocidio in atto. A quel punto, la turista ha accusato i presenti di antisemitismo, ha ripreso i lavoratori e i clienti senza alcun consenso — incluso un minore — e ha pubblicato i video sulla rete, accompagnandoli con accuse infamanti e bugie, scatenando un linciaggio mediatico.

La reazione, se non fosse tragica, sarebbe grottesca: minacce di spedizioni punitive, intimidazioni telefoniche, messaggi carichi di odio, auspici di stupro. Tutto questo per aver pronunciato una verità ormai conclamata da numerose organizzazioni internazionali, accademici, giuristi, testimoni: quello che Israele sta facendo a Gaza è un genocidio. E chi lo nega o lo giustifica è moralmente e storicamente complice.

Genocidio in diretta, ma censurato

Secondo i dati forniti dal Ministero della Sanità di Gaza, più di 54.000 palestinesi sono stati uccisi in pochi mesi, la metà dei quali bambini. Ogni 15 minuti un bambino muore. Le infrastrutture sanitarie sono state distrutte, l’accesso all’acqua e al cibo è stato deliberatamente ostacolato, centinaia di migliaia di sfollati vivono senza riparo né cure. Tutto questo è stato documentato da agenzie umanitarie, medici sul campo, giornalisti indipendenti. Ma a nulla valgono i numeri se la propaganda riesce a rovesciare la realtà: il popolo che resiste viene accusato di terrorismo, quello che bombarda ospedali viene definito “difensore della democrazia”.

In questo contesto, chi osa anche solo nominare la parola “Palestina” senza associarla alla parola “terrorismo” diventa un bersaglio. Come lo è diventato il personale della Taverna Santa Chiara. La loro unica colpa? Aver detto la verità. E, soprattutto, averlo fatto in un Paese dove la stampa e la politica — salvo rare eccezioni — hanno smesso da tempo di raccontare i fatti, preferendo ripetere acriticamente le veline dell’ambasciata israeliana.

Un clima da caccia alle streghe

La reazione scatenata contro il locale è un segnale preciso: il dissenso va messo a tacere. E se non bastano le campagne denigratorie online, allora si passa all’intimidazione fisica, alle minacce sessuali, alla distruzione morale. Non è solo una questione di solidarietà alla Palestina. È, più in generale, la dimostrazione che nel nostro tempo dire la verità è diventato un atto rivoluzionario, come ammoniva George Orwell. E chi si permette di farlo in un clima ideologico costruito sulla censura, sulla menzogna e sulla criminalizzazione della resistenza, viene trattato da criminale.

Ma c’è di più. Ciò che emerge è un razzismo nuovo e antico allo stesso tempo: un razzismo antipalestinese, che permette di disumanizzare un intero popolo, ridurlo a “terroristi”, e legittimare il loro sterminio. Un razzismo che si nasconde dietro accuse infondate di antisemitismo, svuotando di significato l’autentica lotta contro l’odio verso gli ebrei per trasformarla in uno scudo ideologico a difesa dell’apartheid e del colonialismo.

Una questione di civiltà, non di schieramenti

Chi oggi si schiera dalla parte della Palestina non difende un partito o un movimento. Difende un principio di civiltà: il diritto di un popolo a non essere sterminato, a non essere deportato  dalla propria terra, a non essere considerato una “razza inferiore”. Difende l’idea che nessun crimine possa essere giustificato, neanche quando a commetterlo è uno Stato “alleato” dell’Occidente. Difende la verità contro la menzogna, la dignità contro il cinismo.

Conclusione: restare umani, costi quel che costi

Il caso della Taverna Santa Chiara non deve rimanere un episodio isolato da relegare alle cronache locali. Deve diventare un simbolo di resistenza civile. Perché se oggi si colpisce un piccolo ristorante che ha avuto il coraggio di esprimere un pensiero libero, domani chi sarà il prossimo? I docenti che parlano di Palestina a scuola? I giornalisti indipendenti? I cittadini che manifestano?

In un’epoca in cui il genocidio viene trasmesso in diretta ma rimosso dalla coscienza collettiva, l’indifferenza è complicità. E il silenzio è un crimine.

A chi oggi minaccia e diffama, noi rispondiamo con una sola parola: non vi temiamo. E a chi ancora non ha preso posizione, ricordiamo le parole di Desmond Tutu: “Se sei neutrale in situazioni di ingiustizia, hai scelto la parte dell’oppressore.”

Quando la democrazia diventa il cavallo di Troia dell’autoritarismo: il rischio della deriva illiberale

C’è un paradosso che inquieta le democrazie occidentali: quello per cui, proprio grazie agli strumenti e alle libertà offerte dal sistema democratico, possono emergere e affermarsi forze politiche che ne negano i principi fondamentali. È il paradosso dell’uovo della serpe: la democrazia libera consente l’ascesa di chi della libertà vuole farne scempio.

Non è una questione astratta. È il cuore di ciò che oggi mina alla base l’architettura costituzionale di molti Stati europei. E non riguarda solo i fantasmi del passato, ma i volti noti del presente: Trump negli Stati Uniti, Orban in Ungheria, Le Pen in Francia, Afd in Germania, Meloni in Italia. Il punto critico non è che queste forze siano contro la democrazia in senso procedurale — spesso ne rispettano le regole formali — ma che mirino a svuotarla di senso, minandone le basi liberali: separazione dei poteri, rispetto delle minoranze, indipendenza della stampa, primato della Costituzione.

È in questo quadro che si inserisce la discussione accesa in Germania sulla messa al bando di Alternative für Deutschland (AfD). I servizi segreti tedeschi hanno identificato in quel partito un pericolo per l’ordine democratico, definendolo «incompatibile con l’idea di libertà, giustizia e democrazia» su cui si fonda la Repubblica federale. Una posizione forte, figlia dell’antifascismo costituzionale tedesco, ma che solleva interrogativi non banali: è legittimo escludere forze politiche dalla competizione elettorale per il loro orientamento ideologico? E se sì, dove fissare il confine tra protezione della democrazia e repressione del dissenso?

Il rischio, come ha osservato il politologo Marco Valbruzzi, è che questa conventio ad excludendum finisca per rafforzare proprio ciò che si intende contrastare, alimentando la retorica della vittimizzazione e il consenso tra gli elettori più arrabbiati. Il vero antidoto all’autoritarismo non può essere una scorciatoia giuridica, ma una risposta politica e culturale. Una democrazia forte si difende sul terreno della partecipazione, della giustizia sociale, della trasparenza. Non rimuovendo il problema, ma affrontandolo alla radice.

Del resto, la crisi attuale non nasce nel vuoto. È frutto di decenni di politiche che hanno spogliato la democrazia del suo contenuto popolare, trasformandola in un contenitore vuoto, governato da élite tecnocratiche, mercati impersonali e poteri senza volto. I partiti socialdemocratici, progressisti e liberali hanno abbandonato le classi lavoratrici, smantellato lo Stato sociale, promosso l’austerità e ridotto il ruolo dei Parlamenti. In questo vuoto si è inserita la destra radicale, presentandosi come l’unica voce del “popolo tradito”.

È successo in America con Trump, dove l’evocazione di Dio, patria e proprietà ha coperto i peggiori impulsi autoritari. È successo in Europa con Le Pen, Orban e ora anche con Meloni, che in Italia vuole riscrivere l’assetto costituzionale con la riforma del premierato, l’autonomia differenziata, e una giustizia assoggettata al potere esecutivo. E ciò che inquieta non è tanto il contenuto delle riforme — già grave — ma il metodo: l’idea che si possa alterare la Costituzione a proprio piacimento, una volta conquistato il potere.

Ma la democrazia non è solo maggioranza. È anche garanzia. È limite. È equilibrio. È proprio ciò che distingue una Repubblica costituzionale da una tirannide elettiva. Come ricordava Norberto Bobbio, non basta il voto per definirsi democratici: servono contrappesi, divisione dei poteri, informazione libera e rispetto delle minoranze.

La tentazione illiberale — alimentata da piattaforme digitali trasformate in armi ideologiche, da leader cinici e da un sistema mediatico sempre più fragile — è ormai globale. Elon Musk, con la sua X, si è eretto a megafono della destra internazionale, difendendo AfD e attaccando la stampa professionale. Javier Milei in Argentina twitta che «non odiamo abbastanza i giornalisti», evocando lo spettro della violenza simbolica e non solo. In Italia, il governo alimenta un clima anti-costituzionale, mentre parte della stampa si è piegata all’infotainment o all’autocensura.

In questo scenario, la domanda diventa cruciale: può una democrazia tollerare la propria negazione? E, viceversa, può salvarsi diventando essa stessa illiberale?

La risposta, per quanto difficile, sta in un equilibrio fragile ma necessario: difendere con fermezza i principi costituzionali, senza usarli come clava per escludere il dissenso legittimo. Le forze dichiaratamente nemiche della democrazia liberale vanno denunciate, isolate e combattute sul terreno politico, culturale e sociale. Ma il rispetto delle regole deve restare saldo. Perché, se si imbocca la via dell’esclusione forzata, si rischia di legittimare ciò che si vuole delegittimare. E se la democrazia si difende con strumenti autoritari, non fa che anticipare la dittatura che dice di temere.

La via è un’altra. È ricostruire un tessuto sociale, riconnettere rappresentanza e realtà, ridare senso alla politica come progetto collettivo. È riaffermare la centralità della Costituzione — quella vera, quella scritta col sangue della Resistenza — come stella polare di ogni governo, di destra o di sinistra. Perché, in fondo, la libertà non si difende negandola, ma rendendola più forte, più giusta, più uguale per tutti.

Israele, la menzogna come dottrina: un secolo di propaganda e colonialismo

C’è un libro che nessun grande quotidiano italiano ha recensito. Una raccolta di verità scomode e parole impronunciabili nell’epoca dell’informazione disciplinata: Israël. Les 100 pires citations, scritto da Jean-Pierre Bouche e Michel Collon. Pubblicato nel 2023 grazie al sito investigativo Investig’action — amministrato dallo stesso Collon — il testo squarcia il velo su uno degli apparati propagandistici più sofisticati e longevi del nostro tempo: quello sionista. Non è una lettura per animi tiepidi. È un martello che abbatte i miti fondativi, le menzogne reiterate e i postulati ideologici con cui Israele ha giustificato, per oltre un secolo, l’espulsione e la soppressione sistematica del popolo palestinese.

La funzione di questo libro non è solo quella di mostrare ciò che Israele fa — genocidio compreso — ma di risalire alla fonte: ciò che Israele pensa davvero. Non la facciata mediatica, ma il pensiero politico profondo dei suoi fondatori, ministri, generali e ideologi. Dai testi sionisti del XIX secolo alle dichiarazioni dei leader militari odierni, Collon e Bouche svelano un progetto coloniale strutturato, esplicito e coerente nella sua brutalità. Un progetto che nulla ha da invidiare alle passate imprese dell’imperialismo europeo.

Dal sionismo messianico al colonialismo armato

A chi sostiene ancora che criticare il sionismo equivalga ad antisemitismo, va ricordato che i palestinesi, come gli ebrei, sono semiti. La critica non è rivolta all’identità ebraica, ma a un disegno politico intriso di messianismo, suprematismo etnico e dottrina coloniale. Un progetto che si pone come prolungamento delle pulsioni imperiali dell’Occidente e che ha trovato alleati insospettabili: dal Regno Unito del Mandato alla Germania nazista.

Collon, da anni impegnato nello smascherare le manipolazioni ideologiche delle guerre umanitarie, evidenzia come la propaganda israeliana — così come quella delle potenze NATO — agisca sulle emozioni per anestetizzare la ragione. L’orrore, l’indignazione, il raccapriccio vengono utilizzati come leve per giustificare massacri preventivamente decisi, presentandoli come risposte difensive.

Il potere della parola: da Herzl a Netanyahu

È nel linguaggio che si costruisce l’impalcatura ideologica dell’oppressione. E il libro di Collon e Bouche è una miniera di citazioni che inchiodano Israele al suo stesso pensiero. Cosa pensava davvero Theodor Herzl, padre fondatore del sionismo? Nel 1896, scriveva:

“Dovremo espropriare con dolcezza la proprietà privata nelle terre che ci saranno assegnate […] Inciteremo la popolazione sprovvista di mezzi a varcare il confine […]. L’espropriazione e la cacciata dei poveri dovranno essere fatte con discrezione e circospezione”.

Un progetto coloniale lucido, pianificato, mascherato dietro la retorica del “diritto a una patria”. Ma che diritto può fondarsi sull’espulsione dell’altro?

La benedizione dell’Impero: Churchill, Hitler e il business della deportazione

A rafforzare il disegno sionista fu l’abbraccio del potere imperiale britannico, sintetizzato da Winston Churchill nel 1920:

“Se durante i nostri giorni sulle rive del Giordano venisse creato uno Stato ebraico sotto la protezione della Corona britannica […] sarebbe vantaggioso da ogni punto di vista”.

Persino la Germania nazista, come rivelato in una circolare del 1934, considerava il sionismo compatibile con i suoi obiettivi:

“L’emigrazione degli ebrei tedeschi sarà attivamente promossa d’ora in poi dal governo nazionalsocialista […]. Le autorità ufficiali tedesche collaborano pienamente […] nella promozione dell’emigrazione in Palestina”.

Questa convergenza si materializzò nell’Accordo Haavara, firmato nel 1933, che facilitava l’esodo ebraico in Palestina in cambio di esportazioni tedesche. Un esempio perfetto di come il sionismo, pur proclamandosi difensore degli ebrei, abbia negoziato anche con i loro carnefici per accelerare la colonizzazione della Palestina.

La Dottrina Annibale e la narrazione del 7 ottobre

L’analisi di Collon e Bouche tocca il punto più sensibile della propaganda israeliana: la gestione narrativa del 7 ottobre. I media occidentali hanno offerto una versione univoca dell’attacco: un massacro barbarico compiuto da Hamas contro civili innocenti. Ma la realtà, come sempre, è più complessa.

Non solo Hamas, ma anche altre formazioni della resistenza palestinese hanno preso parte all’offensiva, rivolta principalmente contro obiettivi militari. E, come ammesso dallo stesso generale Yoav Gallant, fu applicata la Dottrina Annibale: sparare anche su civili israeliani per evitare prigionieri nelle mani dei palestinesi. I danni rilevati — auto bruciate, strutture distrutte — non sembrano compatibili con le armi leggere della resistenza. E, come riportato da Haaretz, metà dei morti erano militari o agenti.

I bambini decapitati e le bugie mediatiche

Il caso delle presunte decapitazioni di 40 neonati è l’esempio più eclatante di manipolazione emotiva. Diffusa da media controllati dal miliardario franco-israeliano Patrick Drahi, la notizia — priva di prove, alimentata da testimonianze inaffidabili — è stata ripresa in prima pagina da quasi tutta la stampa italiana. Poi la smentita, sottovoce, da parte dell’esercito israeliano stesso: nessuna prova concreta. Ma il danno era già fatto.

Così si giustifica il genocidio: con il sangue finto dei “bambini nostri” per coprire quello reale dei “bambini loro”. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, sono oltre 15.600 i bambini palestinesi uccisi dopo il 7 ottobre. Uno ogni 15 minuti. Una contabilità dell’orrore che trova giustificazione solo nell’ideologia della disumanizzazione.

L’anima orientale da estirpare: suprematismo e sionismo

L’ultima citazione, forse la più rivelatrice, viene da Zeev Jabotinsky, teorico sionista filofascista:

“Andiamo in Palestina […] per spazzare via completamente ogni traccia dell’anima orientale”.

Non è solo colonialismo: è razzismo culturale. È la negazione della possibilità che l’ebreo possa essere orientale, arabo, palestinese, simile al luogo in cui vive. È il rigetto dell’integrazione, dell’ibridazione, della convivenza.

Conclusione: la realtà dietro la maschera

Quello che emerge da queste “100 peggiori citazioni” è l’essenza stessa dello Stato israeliano: un progetto coloniale fondato sulla pulizia etnica, la menzogna sistemica, la propaganda emozionale. Un progetto sostenuto dalle potenze occidentali, che hanno trovato in Israele il perfetto bastione del proprio dominio geopolitico in Medio Oriente.

In un mondo dove la menzogna è diventata politica di Stato e la verità è relegata ai margini del dibattito pubblico, il lavoro di Collon e Bouche non è solo necessario: è urgente. Perché non può esserci pace senza verità, né giustizia senza memoria.

Droni sul mare della vergogna: Israele attacca la Freedom Flotilla in acque internazionali. Un altro crimine sotto gli occhi chiusi dell’Europa

Il cielo sopra il Mediterraneo ha rivelato, ancora una volta, il volto crudo dell’impunità internazionale. Nella notte tra il 1° e il 2 maggio 2025, una nave umanitaria della Freedom Flotilla Coalition, impegnata nel portare aiuti a Gaza, è stata colpita due volte da un drone mentre navigava in acque internazionali, a 14 miglia dalle coste maltesi. A bordo della “Conscience”, partita dalla Tunisia, si trovavano 12 membri dell’equipaggio e 4 volontari. Nessuna vittima, ma il messaggio è stato chiaro come una sentenza: chi prova a infrangere il blocco di Tel Aviv, anche solo per soccorrere i civili assediati, è nel mirino.

Il raid, che ha provocato un incendio ed  uno squarcio nello scafo e distrutto un generatore, è stato seguito dal soccorso della marina di Malta. L’equipaggio ha rifiutato l’evacuazione e ha scelto di rimanere a bordo, riaffermando la determinazione di portare il proprio messaggio a Gaza: rompere l’assedio, denunciare l’ingiustizia, affermare la legalità internazionale.

Israele non ha rivendicato l’attacco, ma nemmeno lo ha smentito. I media israeliani parlano di “mano probabile” di Tel Aviv, e un aereo C-130 militare è stato tracciato in missione tra Israele e Malta. Intanto, come da copione, una fonte occidentale anonima ha rilanciato la classica narrazione: “La Flotilla è organizzata da Hamas”. L’accusa, infondata e sistematicamente ripetuta per ogni forma di solidarietà umana verso i palestinesi, è servita su un vassoio mediatico per legittimare l’illegalità.

Ciò che è avvenuto non è solo un attacco armato. È un atto di pirateria di Stato. È la violazione del diritto internazionale del mare, dell’inviolabilità delle acque neutrali, del principio fondamentale dell’assistenza umanitaria. È l’ennesimo capitolo del suprematismo teologico che guida il governo israeliano, il quale – al riparo da ogni sanzione – agisce come potenza sovrana al di sopra di ogni legge. Non si tratta più di autodifesa. Si tratta di dominio, intimidazione, punizione preventiva verso chi osa sfidare il regime di apartheid istituzionalizzato.

E l’Europa? Ancora una volta in silenzio. Un silenzio complice, vigliacco, colpevole. Mentre la Freedom Flotilla bruciava, mentre Gaza continua a seppellire i suoi figli sotto le macerie, Bruxelles preferisce abbassare lo sguardo, rifugiandosi in una neutralità ipocrita che odora di vigliaccheria diplomatica e interessi economici. Le istituzioni europee non hanno solo mancato di condannare l’attacco: non hanno nemmeno convocato gli ambasciatori israeliani, non hanno avviato alcuna indagine, non hanno emesso sanzioni. La legalità internazionale, così tanto sbandierata in altri scenari geopolitici, qui scompare come nebbia al sole.

Greta Thunberg, che avrebbe dovuto essere a bordo della nave, ha definito il bombardamento un “crimine di guerra”. Le sue parole pesano come macigni in un deserto di voci. E ci riportano a un’altra tragica notte: quella del 31 maggio 2010, quando la marina israeliana attaccò la “Mavi Marmara”, uccidendo nove attivisti turchi. Da allora, nulla è cambiato. Solo il silenzio è diventato più denso.

Siamo al massimo grado dell’illegalità normalizzata. Israele bombarda navi umanitarie senza alcuna conseguenza. L’Europa assiste, ammutolita. Gli Stati Uniti coprono, come sempre. E i palestinesi continuano a morire in quel lager, a cielo aperto che è Gaza. Non è più tempo di ambiguità: chiamare apartheid l’apartheid, crimine di guerra il crimine di guerra, complicità la complicità.

Se la civiltà del diritto non riesce a tutelare neppure una nave umanitaria in acque internazionali, allora siamo già oltre la soglia del disonore. Siamo nel tempo della barbarie legalizzata. E il silenzio degli Stati europei sarà ricordato, un giorno, come la più vergognosa delle complicità.

“Lo sterminio in diretta: il volto genocida di Israele e il silenzio complice dell’Occidente”

In Palestina non si sta combattendo una guerra. In Palestina si sta compiendo, con sistematica brutalità, un genocidio trasmesso in mondovisione, supportato dalla retorica suprematista e teologica del governo israeliano e sostenuto da una rete internazionale di complicità politiche, mediatiche, economiche e militari. È un progetto di sterminio che trova la sua radice nel fanatismo identitario ebraico sionista, ormai mutato in un nazismo bianco con caratteristiche teocratiche, e che viene incoraggiato, legittimato, tollerato. Non da qualche gruppo marginale, ma dagli Stati Uniti, dall’Unione Europea e anche dall’Italia.

Lo ha detto senza vergogna il parlamentare del Likud, Moshe Saada: “Farò morire di fame gli abitanti di Gaza, è un nostro dovere”. Lo ha ribadito il cantante Kobi Peretz: “Non provo pietà per nessun civile a Gaza, è un comandamento sterminarli”. Ecco il cuore del nuovo ordine sionista: non più solo l’occupazione, non più la discriminazione, non più l’apartheid, ma l’annientamento etnico e culturale del popolo palestinese.

Queste parole non vengono dette nelle segrete stanze. Vengono proclamate sulle televisioni nazionali, stampate sulle prime pagine dei quotidiani, acclamate nei talk show, condivise nei canali ufficiali dell’esercito israeliano. Non sono frasi isolate. Sono la punta visibile di un iceberg fatto di leggi razziali, bombardamenti su ospedali e scuole, embargo umanitario, utilizzo di armi al fosforo bianco, deportazioni e fame. E tutto questo non suscita sanzioni. Non provoca embargo. Non determina neanche una vera indignazione nei palazzi del potere europeo.

L’Italia, in particolare, ha smarrito ogni dignità. Un governo che si proclama “patriota” tace di fronte a un genocidio documentato, mentre continua a vendere armi a Tel Aviv e ospita esercitazioni congiunte. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, da sempre “amico” di Israele, non ha speso una parola di condanna reale. E mentre la strage continua, i media mainstream italiani parlano ancora di “diritto alla difesa di Israele”, come se fosse lecito cancellare dai registri anagrafici un intero popolo, compresi neonati, anziani e disabili.

La verità è che ci troviamo davanti a una normalizzazione del crimine assoluto. Le parole “genocidio”, “pulizia etnica”, “suprematismo” sono ormai tecnicamente appropriate, ma vengono evitate da giornalisti e politici per non “urtare” gli alleati statunitensi o per non “offendere” la lobby sionista. E allora si resta complici. E si diventa parte attiva dell’orrore.

Ma cosa sarebbe successo se un parlamentare europeo avesse pronunciato le stesse frasi di Moshe Saada, ma rivolte contro un popolo occidentale? Cosa accadrebbe se un cantante francese affermasse che “nessun italiano merita pietà” e che “è un comandamento sterminarli”? Sarebbe immediatamente bandito, denunciato per istigazione all’odio razziale, messo al bando da ogni emittente. In Israele, invece, questa barbarie fa aumentare gli ascolti e vendere copie.

E allora bisogna avere il coraggio di dire quello che molti pensano ma non osano pronunciare: Israele oggi è uno Stato nazista nel cuore del XXI secolo, sostenuto da una rete di potenze ipocrite che predicano i diritti umani e praticano il massacro. Gli Stati Uniti sono i primi responsabili: finanziano con miliardi di dollari ogni missile, ogni bomba, ogni raid. La NATO è silente, l’Europa è prostrata, e l’Italia si distingue per codardia e servilismo.

Intanto, a Gaza, ogni giorno vengono uccisi bambini e civili, con un’efficienza industriale del terrore che ricorda i metodi dei lager. Gideon Levy, voce coraggiosa e lucida, lo ha denunciato con fermezza: “L’istigazione al genocidio è ormai parte del linguaggio quotidiano”. E ha ragione. Il problema non è più solo la violenza. Il problema è la banalità dell’annientamento, la sua diffusione virale, la sua trasformazione in linguaggio di massa.

Questa è l’era del genocidio normalizzato, dove l’uccisione di civili è legittimata dalla Bibbia, lo sterminio è mandato in diretta sui social, e l’opinione pubblica occidentale, stanca o disorientata, sceglie l’indifferenza. Ma l’indifferenza, in tempi come questi, è complicità piena. È collaborazionismo. È un nuovo silenzio di Ponzio Pilato.

Noi non ci stiamo. Non ci volteremo dall’altra parte. E continueremo a gridare, a denunciare, a rompere il velo di ipocrisia che avvolge i palazzi della politica e le redazioni dei giornali. Perché la storia giudicherà, come ha già giudicato, e chi oggi tace o giustifica, domani dovrà rispondere. Davanti al mondo. E davanti alla propria coscienza.

Un genocidio è in corso. Non serve più chiederlo: serve fermarlo. Ora.

“Il lavoro non è una messa: retorica, sfruttamento e resistenza nel 1° Maggio del capitale armato”

Nel tempo dell’oblio istituzionalizzato, anche le date che dovrebbero unire vengono usate come cesure. Il 25 aprile è stato silenziato da un lutto nazionale lungo cinque giorni per la morte di papa Francesco – una figura scomoda e anomala per le élite economiche e politiche, che ha avuto il coraggio di parlare di sfruttamento, precarietà e dignità del lavoro senza infingimenti clericali. Non sorprende che la stessa scelta non sia stata replicata per oscurare il Primo Maggio: undici giorni di lutto sarebbero stati difficili da giustificare persino per la più spregiudicata delle destre al potere. Meglio lasciare che la ricorrenza scorra via tra un concertone e una passerella, evitando di ricordare che questa festa nasce nel sangue degli operai di Chicago, non nei salotti dei talk show o nei palchi governativi.

L’anomalia Bergoglio e il fastidio del potere per la voce dei lavoratori

Non è un caso che proprio papa Francesco fosse diventato bersaglio implicito di silenzi e manipolazioni. Quando nel 2023 accolse in Vaticano migliaia di delegati della CGIL e disse loro “fate rumore”, fece ciò che il potere teme di più: legittimare il conflitto sociale in nome del Vangelo. Denunciava la “cultura dello scarto”, chiamava “sfruttamento” quello che i giornali definiscono “flessibilità”, e si scagliava contro “l’idolatria del denaro”, quella stessa idolatria che oggi giustifica la precarizzazione, la deindustrializzazione civile e la riconversione bellica dell’economia italiana.

L’Italia della guerra che uccide il lavoro

Iveco e Leonardo progettano blindati, Fincantieri costruisce motovedette e corvette, l’industria militare italiana cresce a dismisura. I contratti civili stagnano, i salari reali calano e il potere d’acquisto dei lavoratori si erode costantemente sotto l’effetto combinato dell’inflazione e della deregolamentazione del lavoro. Negli ultimi dieci anni, il salario medio italiano ha perso oltre il 12% del suo valore reale, mentre in altri paesi europei – Germania, Francia, Spagna – è cresciuto. Oggi in Italia si lavora di più per guadagnare meno, mentre il costo della vita continua a salire: affitti, mutui, bollette, beni di prima necessità.

Nel frattempo, i bilanci delle aziende belliche crescono a doppia cifra. È un’economia schizofrenica quella che ci circonda: si lamenta il calo della domanda per auto elettriche e beni di consumo, e si rilancia la produzione di armi come antidoto alla crisi. Ma quale modello sociale si costruisce con le bombe? Quale democrazia si tutela alimentando il mercato della morte?

La Germania, come nel secolo scorso, torna ad armarsi. E l’Italia, come nel secolo scorso, tenta di aggrapparsi al suo carro armato. Nessuna lezione appresa, nessuna riflessione. Solo l’antica illusione che la guerra sia il motore della ricchezza. È il capitalismo militarizzato, dove la pace è un lusso e la produzione si salva producendo morte.

Il ritorno dei minori in fabbrica: l’americanizzazione della miseria

Dall’altra parte dell’Atlantico, in Florida, si discute una legge per abbassare a 13 anni l’età minima lavorativa. Bambini trattati come riserve di forza-lavoro per colmare il vuoto lasciato dai migranti espulsi, spesso con manette e gabbie. In un’America che si finge cristiana ma adora Moloch, il lavoro minorile diventa la soluzione alla crisi demografica e all’ossessione per i confini. È il trionfo della distopia neoliberista: meno scuola, più sfruttamento. E in Italia? Siamo su quella stessa china. Il sistema scolastico è disinvestito, i giovani vengono avviati al lavoro sottopagato con la retorica del “fare esperienza”, e i migranti – braccia preziose per l’economia – vengono criminalizzati.

Precarietà, appalti e morte: il lavoro che uccide

Secondo l’Osservatorio di Bologna, nel 2024 sono morti 1.424 lavoratori – uomini, donne, migranti – e i dati del 2025 mostrano già un incremento del 16% nei primi due mesi. È un’ecatombe. Ma è anche la punta dell’iceberg. Il Jobs Act, le riforme della destra e il mercato degli appalti hanno costruito una filiera della morte, dove chi lavora è solo un pezzo intercambiabile, sacrificabile. Chi muore sul lavoro, spesso, non ha un datore di lavoro identificabile: i grandi committenti sono legalmente deresponsabilizzati, come i registi che non firmano mai la scena finale. È una forma raffinata di disumanizzazione: non solo sei precario, ma se muori nessuno è responsabile. È lo Stato stesso che lo ha deciso.

Cinque referendum per rompere le catene del Jobs Act

L’8 e 9 giugno si voterà su cinque referendum proposti dalla CGIL. Sono referendum per il lavoro, per la dignità, per la democrazia.
1. Ripristino della reintegrazione per licenziamenti illegittimi: perché chi viene espulso senza motivo ha diritto a tornare al lavoro.
2. Abolizione del tetto alle indennità per licenziamenti nelle piccole imprese: perché la giustizia non deve dipendere dal numero di dipendenti.
3. Limitazione dell’uso dei contratti a termine: per arginare l’abuso strutturale della precarietà.
4. Responsabilità delle aziende appaltatrici sugli infortuni: per colpire l’omertà legale lungo la filiera degli appalti.
5. Riforma della cittadinanza: perché chi vive, lavora e paga le tasse qui è già italiano nei fatti.

Ma siamo in un contesto postdemocratico, in cui la partecipazione popolare è svuotata, e la sfiducia dilaga. La politica è percepita come distante, compromessa, o del tutto assente. I media tacciono, Elly Schlein parla ma il suo partito è ancora quello che approvò il Jobs Act. Il M5S sostiene i referendum ma ha governato col Capitano dei porti chiusi. AVS è in prima linea, ma è marginalizzata. E la Cisl ha scelto da tempo un’altra strada, parallela a quella del governo Meloni, lasciando la “strada maestra” della Costituzione.

O si cambia o si cade: perché il 1° maggio non basta più

Questo 1° maggio non è solo difficile. È uno specchio rotto. Da una parte, la celebrazione della retorica unitaria, incarnata dal Concertone e dalle dichiarazioni istituzionali. Dall’altra, la frattura tra chi lavora davvero e chi governa, tra chi subisce e chi impone.

Non basta più “celebrare” il lavoro. Bisogna difenderlo. E per farlo, serve una mobilitazione che non sia episodica, una consapevolezza che diventi progetto, una ribellione che si faccia diritto. La risposta non può venire da chi ha svenduto il lavoro o da chi lo ha armato. Può venire solo dal basso, da chi vive il lavoro come carne, sudore, fatica. E da chi ricorda che la Festa del Lavoro non è una messa: è un grido collettivo, eversivo, rivoluzionario.

Perché il lavoro non è una concessione. È un diritto. E senza diritti, il lavoro è solo schiavitù col badge.

Uranio impoverito: l’eredità radioattiva della guerra e la prima storica sentenza nei Balcani

Il 24 marzo 2025, il tribunale di Pancevo, in Serbia, ha emesso una sentenza destinata a fare storia: per la prima volta nei Balcani è stato riconosciuto, in sede giudiziaria, il nesso causale tra l’esposizione all’uranio impoverito e l’insorgenza di gravi patologie tumorali. La pronuncia arriva grazie al lavoro congiunto del pool di avvocati guidati da Srdjan Aleksijc e dall’italiano Angelo Fiore Tartaglia, già noto per aver costruito in Italia una solida giurisprudenza a tutela dei militari colpiti da malattie letali dopo le missioni nei Balcani.

La decisione del tribunale serbo non solo rompe un muro di silenzio, ma pone le basi per una mobilitazione giuridica e politica volta a tutelare migliaia di vittime civili e militari. In particolare, nei territori della ex Jugoslavia, bombardati dalla NATO tra il 1994 e il 1999, si è assistito a una vera e propria epidemia oncologica, in corrispondenza dei siti colpiti da munizionamenti all’uranio impoverito.

Cos’è l’uranio impoverito?

L’uranio impoverito (UI) è un sottoprodotto del processo di arricchimento dell’uranio. Estremamente denso e piroforico, viene utilizzato per produrre proiettili capaci di perforare corazze e veicoli blindati. All’impatto, queste munizioni rilasciano microparticelle di metallo radioattivo che si disperdono nell’ambiente, contaminando aria, acqua e suolo. Inalate o ingerite, queste particelle possono causare alterazioni genetiche, mutazioni cellulari, linfomi, leucemie, tumori ai polmoni, ai reni e ad altri organi vitali.

La NATO ha utilizzato queste armi nei teatri bellici dei Balcani, in Iraq, in Afghanistan, in Siria e ora anche in Ucraina. E ogni volta, come un’ombra silenziosa, le guerre si trascinano dietro una seconda ondata di morte: quella della contaminazione invisibile, persistente, e intergenerazionale.

I numeri della strage: tra Balkans, Iraq e Italia

Durante la guerra del Kosovo, furono sparati oltre 31.000 proiettili all’uranio impoverito, per un totale di circa 10 tonnellate di materiale radioattivo. I bombardamenti coinvolsero almeno 112 siti, molti dei quali ancora contaminati. Nei territori esposti si è registrato un aumento anomalo di malattie oncologiche sia tra la popolazione civile che tra i militari della KFOR.

In Iraq, i dati sono ancora più tragici. Dopo le guerre del 1991 e del 2003, città come Fallujah e Bassora hanno visto un’esplosione di malformazioni neonatali, tumori infantili e patologie rare. Secondo uno studio pubblicato dalla rivista International Journal of Environmental Research and Public Health, le percentuali di malformazioni a Fallujah hanno superato quelle registrate a Hiroshima dopo lo sgancio della bomba atomica.

Anche l’Italia ha il suo dramma silenzioso. Secondo l’Osservatorio Militare, oltre 7.500 soldati italiani si sono ammalati dopo le missioni nei Balcani, e almeno 366 sono deceduti. La IV Commissione parlamentare d’inchiesta ha accertato il legame tra l’esposizione all’uranio impoverito e le patologie riscontrate, ma il Ministero della Difesa continua a schermarsi dietro commissioni “indipendenti” che non producono risultati concreti, ostacolando il riconoscimento dei risarcimenti e della verità.

Il caso Ucraina: un crimine che si ripete

Nel 2023 il Regno Unito e gli Stati Uniti hanno annunciato l’invio all’Ucraina di munizioni all’uranio impoverito da utilizzare con i carri armati M1 Abrams. In un conflitto già devastante, si è aggiunto un fattore di rischio a lungo termine per militari e civili. Secondo l’organizzazione britannica Campaign Against Depleted Uranium, l’uso di UI in Ucraina aprirà un nuovo ciclo di malattie e contaminazione ambientale, con conseguenze che dureranno decenni.

Nessuna guerra termina quando cessano le ostilità: il terreno avvelenato continua a colpire, mutando il DNA dei bambini non ancora nati, riducendo in polvere radioattiva la speranza di un futuro sano. L’uranio impoverito è un’arma codarda, perché colpisce a distanza di anni e non distingue tra nemici, alleati o civili.

La guerra è l’obbrobrio originario

Non esiste un uso “etico” della guerra. Non esiste una guerra pulita, chirurgica, legittima. La guerra è in sé un crimine contro l’umanità. E l’uranio impoverito, come le bombe a grappolo o le armi chimiche, non è che il volto più evidente e viscido di un sistema che trasforma le persone in bersagli e i territori in laboratori della morte.

Condannare l’uranio impoverito è doveroso, ma non basta. Occorre un rifiuto radicale della guerra come strumento di risoluzione dei conflitti. Ogni guerra è sempre, inevitabilmente, un fallimento della politica e una ferita insanabile per l’umanità. Non ci sono guerre giuste: c’è solo la giustizia della pace, da costruire con la diplomazia, il disarmo e la cooperazione tra i popoli.

La responsabilità della NATO e l’urgenza di una messa al bando

La NATO, e con essa i governi che ne sostengono le operazioni, devono essere chiamati a rispondere non solo dei crimini diretti, ma anche delle armi impiegate e delle loro conseguenze sanitarie ed ecologiche. L’uso dell’uranio impoverito rappresenta una forma di guerra permanente: uccide anche in tempo di pace, mina i territori, distrugge la salute pubblica.

La sentenza serba rappresenta un varco: per la prima volta nei Balcani si riconosce la responsabilità giuridica legata all’uso di queste armi. Ma ora serve un passo in avanti: un’azione internazionale decisa per la messa al bando dell’uranio impoverito e l’imposizione di responsabilità chiare nei confronti delle istituzioni militari e politiche coinvolte.

Una lotta per la verità, contro la guerra e per la vita

Il lavoro dell’avvocato Tartaglia e dei suoi colleghi serbi dimostra che la giustizia può ancora farsi strada tra le macerie. Ogni sentenza che riconosce il nesso tra UI e patologie tumorali è una pietra sulla quale costruire la memoria e la tutela di chi ha pagato con la vita decisioni belliche irresponsabili.

Ma la vera sfida è ancora più profonda: smascherare la guerra nella sua natura sistemica, violenta, predatoria. E affermare un principio intransigente: la pace non è un’utopia, è l’unica via praticabile per un’umanità che voglia restare viva.

Il Grande Tradimento: la Guerra come Nuovo Contratto Sociale sulle Spalle degli Ultimi

L’Europa e il patto sociale infranto

C’era una volta un patto non scritto tra lo Stato e i cittadini: il contratto sociale nato dalle macerie della Seconda guerra mondiale prometteva pace, diritti e benessere diffuso in cambio dell’impegno comune. Su quelle fondamenta l’Europa ha costruito decenni di welfare, di servizi pubblici e di progresso sociale. Oggi, però, assistiamo a un grande tradimento di quello spirito originario. I governi europei sembrano aver rotto quel patto: la guerra – o meglio, una perenne economia di guerra – sta diventando il nuovo collante della società, il nuovo contratto sociale imposto dall’alto. Al posto della sicurezza sociale, ci viene chiesta sicurezza militare; al posto dei diritti, si invoca disciplina e sacrificio bellico. È un tradimento profondo e doloroso, perché tradisce la promessa di “mai più” fatta ai nostri nonni e padri, e soprattutto perché colpisce per primi i più deboli, i poveri, gli esclusi.

In questa inquietante trasformazione, la guerra non è più vista come follia da evitare, ma come orizzonte attorno a cui riorganizzare la società. Veniamo bombardati da discorsi di emergenza e paura: c’è sempre un nemico alle porte, una minaccia incombente per cui stringerci attorno alla bandiera e accettare qualsiasi sacrificio. Così, passo dopo passo, il dibattito pubblico sposta l’attenzione dalla giustizia sociale alla mobilitazione bellica. Il risultato? Lo Stato che un tempo prometteva di prendersi cura dei suoi cittadini ora chiede ai cittadini di prendersi cura dello Stato in guerra, rinunciando a diritti e risorse. È come se il messaggio fosse: dimenticatevi del welfare, della sanità o del lavoro sicuro – l’importante è sostenere lo sforzo bellico. Questo nuovo contratto sociale bellico è una trappola velenosa, perché vincola la cittadinanza non più alla partecipazione democratica e alla tutela reciproca, ma all’obbedienza e al silenzio di fronte alla guerra.

La guerra come priorità, i fragili come vittime invisibili

La scelta di fare della guerra la priorità assoluta ha conseguenze dirette e devastanti su tutta la popolazione. Chi paga il prezzo più alto di questo tradimento? Sono le persone più fragili, i poveri, gli emarginati, quelli che Papa Francesco chiama “scarti” di questa “cultura dello scarto” che emargina i non produttivi. Mentre piovono miliardi per nuovi armamenti, nelle periferie d’Europa c’è chi non riesce a mettere insieme un pasto caldo o a pagare l’affitto. Mentre i governi annunciano orgogliosi l’acquisto di caccia e carri armati, un europeo su cinque rischia la povertà: parliamo di quasi 95 milioni di persone senza garanzie di una vita dignitosa . Sono numeri enormi, dietro cui ci sono volti e storie di sofferenza: famiglie monoreddito travolte dal caro-vita, disoccupati e precari senza alcun ammortizzatore sociale, anziani soli costretti a scegliere se riscaldarsi o cenare, giovani senza lavoro né futuro, migranti e rifugiati trattati come numeri o minacce invece che come esseri umani in fuga dalla guerra e dalla fame.

Questi ultimi della fila erano già ai margini in tempi “normali”; ora, nell’Europa del nuovo patto bellico, diventano praticamente invisibili. I loro diritti fondamentali – il cibo, la casa, la salute, l’istruzione – passano in secondo piano, schiacciati dalla retorica della sicurezza militare. L’economia di guerra li opprime due volte: da un lato, erode quel poco di sostegno pubblico su cui potevano contare; dall’altro, aggrava le difficoltà quotidiane con inflazione e carovita. Non dimentichiamo che la guerra non è solo missili e soldati al fronte: è anche bollette triplicate, benzina alle stelle, inflazione a doppia cifra sui beni essenziali. Chi ha risorse affronta questi rincari stringendo i denti; chi viveva già in povertà o ai suoi limiti ne viene travolto. Così, se l’alta società quasi non sente lo sforzo bellico se non come dato di cronaca, i poveri ne sentono ogni singolo schianto: nel piatto sempre più vuoto, nella coda più lunga alla mensa dei poveri, nel posto di lavoro perso perché l’azienda ha chiuso i battenti.

“L’economia di guerra” contro il welfare e la dignità

Questa economia di guerra che avvolge l’Europa non è fatta solo di fucili e cannoni: è fatta di bilanci statali stravolti, di scelte politiche che spostano montagne di denaro pubblico dalla spesa sociale a quella militare. Gli indicatori non lasciano dubbi. A livello di Unione Europea, la spesa militare ha raggiunto cifre record: quasi 300 miliardi di euro l’anno, con un balzo del +20% in un solo anno . In parallelo, i fondi per scuola, sanità, assistenza languono quando non vengono tagliati. Ogni euro destinato a un carro armato è un euro sottratto a un ospedale, a una scuola, a un progetto di edilizia popolare. Non è retorica, è realtà. Come notano gli osservatori più attenti, “le spese militari sono incompatibili con il mantenimento della sanità, della previdenza, dell’istruzione pubblica” . Possiamo davvero stupirci se, mentre aumentano i finanziamenti ai generali, chiudono reparti ospedalieri per mancanza di personale? Possiamo sorprenderci se i treni dei pendolari cadono a pezzi e le case popolari restano fatiscenti, mentre si trovano all’istante miliardi per nuove armi?

Questa è la crudele aritmetica del tradimento: si finanzia la guerra e si affama il welfare. In Italia, ad esempio, oltre 30 miliardi di euro all’anno sono già destinati alle spese militari e puntano a diventare 40 , una somma colossale che, se investita sul sociale, potrebbe rivoluzionare la vita di milioni di cittadini. Invece viene usata per comprare strumenti di morte. E così, mentre le fabbriche di armi macinano profitti e le élite celebrano la “necessità” del riarmo, gli “esuberi” di questa società – i disoccupati, gli indigenti, i disabili senza assistenza – vengono spinti ancora più fuori vista. È un’economia perversa quella che sacrifica i deboli sull’altare della forza militare. Papa Francesco l’ha definita senza mezzi termini “cattiva politica fatta con le armi”, una politica che produce nuovi poveri e innumerevoli vittime innocenti . Le sue parole risuonano come un monito etico: “Quanti nuovi poveri produce questa cattiva politica fatta con le armi, quante vittime innocenti!” . Non si può costruire una società giusta sulle fondamenta di questa violenza istituzionalizzata, perché essa annichilisce ulteriormente chi già non ha voce.

Ci avevano raccontato, negli anni passati, che “non c’erano soldi” per migliorare le pensioni minime, per garantire un reddito dignitoso ai disoccupati, per costruire case popolari o asili nido. Ma all’improvviso i soldi compaiono, eccome, quando si tratta di missili e carri armati. E compaiono su una scala mai vista: l’industria bellica vive una nuova età dell’oro a spese del nostro futuro. Questo slittamento delle priorità è accompagnato da una propaganda incessante: se protesti perché l’ospedale nel tuo quartiere chiude, ti senti rispondere che “c’è la guerra, dobbiamo stringere la cinghia”. Come se la collettività dovesse accettare in silenzio di perdere diritti e servizi perché “adesso c’è ben altro a cui pensare”. Ma a cosa serve uno Stato armato fino ai denti se poi lascia indifesi i suoi cittadini più vulnerabili? È davvero sicurezza nazionale quella che ignora la sicurezza umana di avere un tetto, del cibo, delle cure mediche? Questa economia di guerra sta distruggendo quello che resta dei diritti sociali dei popoli europei, aprendo la strada a una società più diseguale e più feroce. In nome della difesa, stiamo disarmando la giustizia sociale.

I “figli di nessuno” e la cultura dello scarto

In questo quadro desolante, non possiamo non vedere l’ombra della “cultura dello scarto” denunciata da Papa Francesco. È la mentalità per cui alcune vite valgono meno di altre, per cui poveri, migranti, disabili, emarginati diventano scarti, rifiuti umani di cui disfarsi o da lasciare al loro destino. La trasformazione bellica della società europea accentua questa tendenza disumana: gli ultimi diventano ancora più ultimi. Sono i dimenticati, i “figli di nessuno” del nostro tempo, su cui si abbattono tutte le crisi senza che nessuno li ascolti. Vengono sacrificati due volte: prima dallo schema economico che li esclude, poi dalla deriva bellicista che li ignora del tutto o addirittura li usa come pedine. Pensiamo ai giovani senza lavoro né formazione, arruolati dalla disperazione in eserciti e guerre che non comprendono, mandati a combattere e morire mentre cercavano soltanto una via d’uscita dalla miseria. Oppure pensiamo ai migranti che fuggono da guerre spesso alimentate dalle stesse potenze che ora alzano muri: finiscono per essere rifiutati, imprigionati, considerati “invasori” invece che vittime di un sistema violento. La guerra come nuovo contratto sociale non prevede spazio per la solidarietà verso lo straniero o per la compassione verso il povero; al contrario, spesso alimenta nazionalismi e chiusure che individuano proprio negli ultimi i capri espiatori del malcontento. È più facile prendersela con i deboli – l’immigrato, il senzatetto, il dissidente pacifista – che assumersi la responsabilità di un sistema malato.

Eppure, proprio da questi scarti emarginati sale un monito e insieme una speranza. Se ascoltiamo le periferie, i ghetti, le baraccopoli d’Europa, sentiremo la stessa richiesta universale di dignità e pace. I poveri non chiedono la luna: chiedono di poter vivere con dignità, senza essere calpestati o dimenticati. “I dimenticati di questo mondo hanno un posto privilegiato nel cuore di Dio”, ha detto Papa Francesco , ricordandoci che il valore di una società si misura dallo spazio che riserva ai più deboli. I nuovi poveri sono vittime innocenti delle guerre e della politica fatta con le armi : suona come una condanna morale e insieme un appello a cambiare rotta. Ogni barbone avvolto in un cartone, ogni bambino che a scuola ha fame, ogni madre single senza aiuti è un atto d’accusa vivente contro questa deriva bellica che stiamo accettando. Non possiamo voltare lo sguardo altrove: in quei volti c’è il riflesso della nostra umanità collettiva che viene meno.

Riscoprire la solidarietà e la giustizia sociale

Di fronte a questo scenario cupo, abbiamo una scelta di fondo: accettare passivamente questo nuovo “contratto sociale” basato sulla guerra, oppure ribellarci in nome della solidarietà e della giustizia sociale. Il richiamo alla solidarietà non è retorica vuota, ma l’ultimo baluardo di civiltà che ci resta. Vuol dire rimettere al centro gli esseri umani, tutti, a partire da chi sta in basso. Vuol dire rifiutare la logica perversa che assegna valore alle persone in base alla loro utilità nello sforzo bellico o produttivo. Solidarietà significa che nessuno deve essere lasciato indietro: né in tempo di pace né – tantomeno – in tempo di guerra. Significa che di fronte a una famiglia che non arriva a fine mese, non accettiamo la scusa “ci sono altre priorità”: quella è la priorità. Che di fronte a un popolo straniero sotto le bombe, non rispondiamo con più bombe, ma con l’abbraccio dell’accoglienza e della diplomazia. Significa, in sostanza, restare umani quando tutto attorno spinge ad essere l’opposto.

Servono scelte coraggiose e un cambio di mentalità. È necessario reclamare, con forza e con voce collettiva, un ritorno a un contratto sociale degno di questo nome: un patto di pace sociale, non di guerra permanente. Questo significa pretendere dai nostri governi di invertire la rotta: meno soldi ai generali, più soldi agli ospedali e alle scuole; meno investimenti in armi, più investimenti in lavoro, case popolari, energie pulite; meno retorica di guerra nei media, più attenzione e spazio alle storie di chi soffre la povertà e l’ingiustizia. Giustizia sociale e pace sono due volti della stessa medaglia. Non ci può essere vera pace se milioni di cittadini vivono nell’angoscia economica e nell’abbandono; e d’altra parte, una società equa e coesa è il più solido antidoto alla guerra, perché popoli amici e rispettati reciprocamente difficilmente acconsentiranno a massacrarsi.

Ricostruire il contratto sociale significa anche dare voce a chi non ha voce. I poveri, gli emarginati, i “nessuno” di cui sopra vanno ascoltati, coinvolti, rappresentati. È troppo facile parlare di loro senza mai dar loro un microfono. Una società veramente democratica deve includere le istanze di tutti, soprattutto di chi è normalmente escluso dai palazzi del potere. Responsabilità verso chi ha meno voce, infatti, ricade su ognuno di noi: sui media, sui politici, ma anche sui cittadini comuni. Non possiamo delegare solo ai leader (spesso sordi) questo compito: spetta a ciascuno di noi, nel suo piccolo, far emergere il grido di chi soffre. Significa sostenere associazioni e movimenti che aiutano i più poveri e contemporaneamente lottano contro la guerra e le spese militari folli. Significa denunciare ogni giorno, ostinatamente, questo scandalo morale di risorse buttate in armamenti mentre gli esseri umani patiscono la fame e l’abbandono. Significa riscoprire un senso di umanità collettiva, sentirci parte di un unico popolo che non accetta di sopravvivere sulle macerie dei propri valori.

Conclusione: un futuro da riconquistare insieme

Il grande tradimento in atto – la guerra elevata a nuovo contratto sociale – non è un destino inevitabile, ma un percorso scellerato che possiamo e dobbiamo fermare. La Storia ci insegna che ogni contratto sociale ingiusto, ogni patto fondato sulla sopraffazione, prima o poi viene messo in discussione dai popoli. Oggi tocca a noi farlo. Dobbiamo rifiutare il ricatto morale per cui dissentire dalla guerra equivale a tradire la patria: al contrario, denunciare questa deriva è un atto di altissima fedeltà ai valori più veri della nostra patria europea, nata per unire i popoli nella pace e nei diritti. Non c’è vera patria senza i suoi figli più umili: una nazione che sacrifica gli ultimi tradisce sé stessa. E allora diventa doveroso gridare che questa guerra – qualunque guerra – non può essere il nuovo contratto sociale su cui fondare l’Europa. L’Europa dei padri fondatori era quella della solidarietà e della cooperazione, del “mai più guerre”. Dobbiamo reclamare quell’eredità e aggiornarla all’oggi, includendo esplicitamente chi ne è sempre rimasto ai margini.

In questo sforzo, l’emozione non è un difetto ma una forza motrice. Indignazione, compassione, speranza: sono sentimenti che dobbiamo coltivare e trasformare in azione. Indignazione per ogni soldo pubblico sprecato in strumenti di morte mentre un bambino povero resta senza pasti; compassione per ogni vita spezzata, sia sotto una bomba dall’altra parte del mondo sia sotto i nostri ponti cittadini; speranza che un altro modello di società sia possibile. Perché lo è: un contratto sociale della pace e della solidarietà è possibile, se abbastanza persone lo vogliono. Un modello in cui la sicurezza non si misuri in testate nucleari ma in famiglie tolte dalla miseria, in malati curati, in giovani educati alla fraternità. Un modello in cui le parole umanità, dignità, giustizia non siano retorica, ma pratica quotidiana.

Il futuro dell’Europa – e del mondo – dipende da questa scelta cruciale. Possiamo continuare sulla strada del tradimento, lasciando che la guerra cannibalizzi la nostra umanità. Oppure possiamo spezzare questo incantesimo maligno, rifiutare la guerra come orizzonte e riprendere in mano il sogno di una società davvero umana. Sta a noi. Non domani, ma adesso. Ogni gesto di solidarietà verso un escluso, ogni voce che si leva contro l’economia di guerra, ogni coscienza che si risveglia alla compassione è un mattone di un nuovo patto sociale da costruire. Un patto in cui la guerra torni ad essere impensabile e la dignità di ogni persona sia il valore più sacro. Solo così potremo dire di aver sconfitto davvero il grande tradimento e di aver riconquistato la nostra umanità collettiva.

In conclusione, il nostro “contratto sociale” va riscritto ora, insieme, mettendo al centro la pace, la giustizia sociale e la solidarietà verso chiunque sia rimasto indietro. Solo allora l’Europa potrà guardare al futuro con la coscienza di non aver abbandonato i suoi figli più fragili, ma anzi di averli finalmente riconosciuti come pietra angolare di una società rinnovata. Questo è il contratto che vogliamo: non quello della guerra e del profitto per pochi, ma quello della fratellanza e della dignità per tutti.

Quando il mondo ha scelto le armi: il record che racconta il nostro fallimento

C’è un numero che racconta, da solo, la direzione che il mondo ha scelto di imboccare.
2.718 miliardi di dollari: è quanto, nel 2024, l’umanità ha deciso di investire nella guerra.
Non nella pace, non nella lotta alla povertà, non nella salvezza di un pianeta esausto. Nelle armi.

A rivelarlo è il nuovo rapporto del Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma. Un documento che somiglia più a un referto clinico che a una semplice analisi statistica: il paziente, l’umanità, è gravemente malato di paura, rivalità, violenza.

Mai, nemmeno nei momenti più incandescenti della Guerra Fredda, si era raggiunta una spesa così alta. E il dato impressiona ancora di più perché si inserisce in una corsa che non conosce tregua, che riguarda ogni angolo del pianeta, ogni regime politico, ogni economia, ogni latitudine.

Eppure, questo primato oscuro non è destinato a rimanere isolato. Al contrario: tutto lascia prevedere che il record del 2024 sarà presto superato, forse già nell’anno in corso e sicuramente negli anni successivi. Il piano di riarmo europeo, infatti, non è ancora pienamente conteggiato in questo calcolo. Le nuove programmazioni militari, gli investimenti pluriennali e la trasformazione industriale degli apparati bellici indicano una tendenza inesorabile al rialzo, trascinando il mondo sempre più vicino all’autodistruzione.

Gli architetti della corsa agli armamenti

In testa, come sempre, ci sono loro: gli Stati Uniti, che con 997 miliardi di dollari coprono quasi il 37% della spesa militare globale.
Dietro, la Cina, che investe 314 miliardi (+7%), segnando il trentesimo anno consecutivo di crescita.
E poi la Russia, che — travolta dalle sanzioni e dall’isolamento — trova comunque la forza di aumentare del 38% la sua spesa militare, trascinata dal fuoco che divora l’Ucraina.

A proposito di Kiev: l’Ucraina, anche al netto dei massicci aiuti esterni, è salita all’ottavo posto mondiale per spese militari. A dimostrazione che una guerra, una volta iniziata, si autoalimenta come un incendio nel bosco.

L’Europa si risveglia… sotto le armi

Non è solo il mondo a ovest e a est del globo a farsi trovare pronto alla guerra.
È l’Europa stessa che cambia pelle: dalla culla della diplomazia, a fucina di riarmo.

La Germania di Scholz, sospinta dalla retorica della “Zeitenwende”, investe il 28% in più nella difesa, diventando la prima potenza armata del continente da dopo la riunificazione.
La Polonia accelera del 31%, il Giappone del 21%.
L’Italia si muove più lentamente, con un aumento dell’1,4%, ma abbastanza da garantirsi il tredicesimo posto nella classifica mondiale, con una spesa che si avvicina ai 40 miliardi di euro.

E poi c’è Israele.
La carneficina di Gaza ha prodotto un dato sconvolgente: +65% nella spesa militare. La guerra si nutre del sangue, e cresce con esso.

La Nato: un gigante armato

Il quadro sarebbe incompleto senza guardare alla Nato.
I suoi 32 membri, presi insieme, rappresentano il 55% di tutta la spesa militare mondiale: 1.506 miliardi di dollari.
Solo gli Stati europei dell’Alleanza Atlantica hanno investito 454 miliardi.

Un terzo delle risorse mondiali per la difesa concentrate su un unico blocco.
Chi si arma, si sente minacciato. Ma chi si arma in modo così sproporzionato, finisce per minacciare a sua volta.

La pace che evapora

Il mondo che emerge dal rapporto del Sipri non è quello che sognavano gli artefici delle Nazioni Unite, né quello invocato dai popoli durante le marce per la pace.
È un mondo dove la competizione permanente ha preso il posto della deterrenza. Dove la guerra non è più vista come un’eventualità estrema, ma come un destino inevitabile da preparare meticolosamente, giorno dopo giorno.

Come ha detto Papa Francesco, questa è la “terza guerra mondiale a pezzi”.
Non ci sono ancora le grandi battaglie campali, ma ci sono le continue tensioni, i massacri, le rivalità che si moltiplicano, le alleanze che si irrigidiscono.
E soprattutto, c’è una mentalità che accetta come normale quello che dovrebbe essere considerato mostruoso: il riarmo come politica ordinaria.

E non dobbiamo farci illusioni: le guerre del futuro non saranno combattute soltanto tra soldati e uomini in divisa.
Le vittime non saranno più soltanto eserciti regolari.
Saranno le popolazioni civili, le città, le infrastrutture pacifiche a subire la distruzione più profonda.
Ogni nuova corsa agli armamenti è anche una dichiarazione di guerra contro le scuole, gli ospedali, le case, i mercati, i parchi, tutto ciò che costruisce la vita civile.

Un pianeta senza futuro

E così, mentre le calotte polari si sciolgono, mentre milioni di bambini crescono senza istruzione, mentre nuove pandemie minacciano di fiorire nell’indifferenza globale, i governi scelgono di investire miliardi per rafforzare i propri arsenali.

Scelgono il futuro delle guerre, non quello delle società.

Il record dei 2.718 miliardi di dollari è il monumento di un fallimento collettivo.
Un mondo che, invece di unirsi per salvare se stesso, preferisce armarsi fino ai denti, scavando ogni giorno un po’ più a fondo la fossa in cui rischia di cadere.

Il vero nemico dell’umanità, oggi, non si nasconde dietro una bandiera straniera.
È la nostra incapacità di immaginare un futuro diverso dalla guerra.