Mille miliardi di euro: la pace di bilancio sacrificata al nuovo culto bellico
Cinque per cento del PIL. Mille miliardi di euro l’anno. È la cifra annunciata al vertice NATO dell’Aja, un macigno finanziario e politico che sta cadendo sull’Europa senza quasi resistenza, come se fosse naturale che la sopravvivenza dei popoli europei dipendesse da un potenziamento militare pari a tre volte la già gigantesca spesa attuale.
Per comprendere la portata di questo annuncio bastano i numeri: l’intera Russia, in piena guerra con l’Ucraina, nel 2024 ha speso circa 150 miliardi di euro per il comparto militare. L’Unione Europea già oggi spende il doppio, circa 330 miliardi, eppure si racconta alla popolazione di essere disarmata, inerme davanti a un nemico spietato che starebbe per varcare i suoi confini, armato è pronto ad invaderci .
La strategia della paura: come nasce il consenso al riarmo
Questa narrazione, costruita sulla paura primordiale dell’invasione, serve a legittimare una gigantesca operazione di trasferimento di ricchezza dai cittadini ai mercati finanziari globali. Un’operazione che si poggia su tre pilastri:
1. Il drenaggio fiscale: mille miliardi sottratti ogni anno alla sanità pubblica, all’istruzione, alla tutela ambientale e convogliati verso le industrie militari.
2. La speculazione finanziaria: i governi pompano denaro nei bilanci delle aziende belliche, facendone crescere i profitti e attirando investimenti borsistici speculativi.
3. La concentrazione di potere: i grandi fondi di investimento, BlackRock in testa, aumentano il controllo sui flussi di capitale e sulla politica stessa, consolidando il proprio dominio globale.
Non si tratta di un complotto, ma di un modello di governance finanziaria perfettamente visibile. Già oggi esistono strumenti come l’ETF Global Defence NATO che consente agli investitori di guadagnare dalla crescita della spesa militare, mentre BlackRock e Vanguard moltiplicano i loro fondi dedicati alla difesa e alla cybersecurity. Nel 2024 l’ETF iShares U.S. Aerospace & Defense ha segnato un incremento del 240–270% per colossi come Rheinmetall, mentre Leonardo ha guadagnato il 100% in Borsa.
Perché Russia e Cina spendono meno?
Qui si apre una domanda essenziale: perché la Russia e la Cina spendono molto meno dell’Occidente per il comparto militare, pur essendo potenze armate? La risposta sta nel modello economico-politico che regola il complesso militare-industriale.
In Occidente, la produzione di armi è quasi totalmente in mano a grandi multinazionali private, che incassano commesse pubbliche senza limiti reali e generano enormi profitti distribuiti come dividendi agli azionisti e bonus ai dirigenti. Noi cittadini paghiamo due volte: prima con le tasse, poi con la sottrazione di risorse a sanità, scuola e welfare. Come direbbe Totò: “E io pago!”
In Russia e in Cina, invece, la produzione di armi è controllata dallo Stato, che spesso possiede direttamente le aziende belliche. Il risultato è che l’eventuale profitto rimane all’interno delle casse pubbliche o viene reinvestito nella difesa, senza arricchire manager privati o fondi speculativi. Il costo effettivo delle armi è dunque ridotto al minimo indispensabile, perché lo Stato non applica ricarichi speculativi a se stesso, mentre in Occidente le stesse armi vengono pagate fino al doppio o triplo del loro costo reale di produzione, ingrassando una filiera che vive di guerra e per la guerra.
I numeri dietro la retorica: la borsa delle armi
Il mercato globale della difesa, secondo gli ultimi dati di Statista e Mordor Intelligence, crescerà con un CAGR (tasso annuo composto di crescita) del 5,6% entro il 2027, superando i 720 miliardi di dollari, mentre il mercato della cybersecurity crescerà dell’8,9% annuo nello stesso periodo. I gestori patrimoniali internazionali hanno fiutato l’affare: BlackRock gestisce 11 trilioni di dollari, Vanguard quasi 9, Morgan Stanley 4, Goldman Sachs 3. Fondi che si nutrono dell’aumento della spesa bellica, riversando dividendi nelle tasche di azionisti e fondi pensione, mentre per i cittadini resta un sistema pubblico sempre più smantellato.
I burattinai al potere
Non è difficile comprendere come mai la politica europea sia tanto coesa nel perseguire questo modello. I principali leader provengono da esperienze dirette nell’alta finanza. In Germania, il cancelliere Merz è stato presidente di BlackRock Deutschland. Ursula von der Leyen, attuale presidente della Commissione Europea, aveva affidato nel 2020 proprio a BlackRock la consulenza per la strategia green dell’UE, e oggi guida il progetto ReArm Europe con investimenti bellici già superiori a 330 miliardi.
In Francia, Macron è stato managing director di Rothschild & Co, una delle banche d’affari più influenti d’Europa, mentre in Gran Bretagna il nuovo governo laburista guidato da Keir Starmer ha collaborato sistematicamente con i maggiori produttori di armi e fondi d’investimento per definire il programma politico. OpenDemocracy ha documentato almeno 13 incontri tra leader laburisti e aziende della difesa come BAE Systems, Leonardo, Lockheed Martin, Rheinmetall e Rolls Royce nel solo 2024.
Un modello incompatibile con la democrazia
A questo punto la domanda è inevitabile: ha senso parlare di democrazia in un sistema dove i parlamenti ratificano decisioni già prese da fondi d’investimento globali? Dove la partecipazione politica si riduce a scegliere tra partiti finanziariamente dipendenti dagli stessi sponsor multinazionali?
La democrazia occidentale è ormai ridotta a una liturgia vuota, dove il voto legittima un sistema blindato che trasferisce ricchezza verso l’alto, generando povertà, precarietà e alienazione. Un sistema in cui l’homo oeconomicus viene sostituito dall’homo necans: l’essere umano che si autodistrugge, sacrificando salute, benessere, ambiente e futuro sull’altare di un eterno conflitto.
Uscire dalla gabbia
Quale via d’uscita? La politica tradizionale sembra incapace di scardinare queste dinamiche. Solo una rottura radicale dell’antropologia dominante – basata sulla competizione, il consumo e la guerra – può aprire nuove prospettive. È necessario ricostruire un homo vivens, capace di rimettere al centro la vita, la cura e la cooperazione.
Forse, come scriveva Heidegger, “solo un dio ci può salvare”. O forse, più umilmente, una nuova coscienza collettiva, capace di rovesciare il tavolo e rifiutare l’obbedienza al dogma della guerra infinita. Una coscienza che dica finalmente: basta.