Il vento che negli ultimi decenni ha soffiato sulle vele del federalismo italiano si è fermato, lasciando la nave dell’autonomia differenziata in balia di correnti opposte e pericolose. L’ultimo sondaggio Demos, illustrato da Ilvo Diamanti, parla chiaro: sei italiani su dieci non vogliono l’autonomia differenziata. Un’inversione storica, considerando che solo pochi anni fa il consenso sfiorava il 50% e il tema era uno dei motori principali dell’ascesa della Lega, capace nel 2019 di toccare il 34% alle Europee anche grazie alla bandiera del Nord produttivo, “sovrano” e separato dal “resto d’Italia”.
La crisi del consenso e l’erosione dei vecchi miti
Cos’è successo, allora? Perché l’Italia sembra aver perso interesse per l’autonomia e il federalismo, nonostante siano rimasti temi caldi per una parte del Nord? L’analisi va oltre le cifre: negli ultimi anni la crisi economica, le pandemie e soprattutto la crisi geopolitica globale hanno dimostrato che i problemi e le sfide non si risolvono chiudendosi nel proprio orticello regionale. Le emergenze arrivano da fuori, spesso senza chiedere permesso, e richiedono risposte nazionali, coordinate, perfino sovranazionali.
Non è un caso che l’appoggio all’autonomia differenziata resti alto (oltre il 60%) solo nel Nordest, in particolare Veneto e Lombardia, mentre scenda sotto il 50% nel Nordovest e addirittura sotto il 30% nell’Italia centrale. Più sorprendente, forse, è la risalita della domanda di autonomia nel Mezzogiorno, vicino al 40%, ma qui si tratta più di una rivendicazione anti-nord che di una reale spinta autonomista: è una domanda di equità, di risorse, di dignità contro il rischio di essere ulteriormente penalizzati.
Un’Italia sempre più frammentata?
La “Terza Italia” individuata da Arnaldo Bagnasco nel suo celebre saggio del 1977, fatta di distretti industriali, piccoli comuni e cooperative, oggi si trova a fare i conti con una realtà molto più complessa. Non ci sono più tre Italie, ma una miriade di differenze: economiche, culturali, infrastrutturali. E il rischio concreto è che la spinta all’autonomia, invece di sanare queste ferite, finisca per approfondirle, creando nuovi muri e vecchi rancori.
D’altronde, come ricordava Carlo Azeglio Ciampi, l’Italia è un “Paese di paesi”, la cui unità sta nella pluralità. Ma questa pluralità, se non governata da una visione comune, può degenerare in frammentazione. I dati Eurostat confermano che le disparità territoriali in Italia sono tra le più alte d’Europa: il PIL pro capite del Nord supera di oltre il 60% quello del Sud, il tasso di occupazione giovanile resta drammaticamente più basso nelle regioni meridionali, l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione è ancora segnato dal “codice postale”.
Autonomia differenziata come detonatore delle disuguaglianze
Il cuore della questione non è solo identitario, ma profondamente politico e sociale. Il progetto di autonomia differenziata rischia di istituzionalizzare il divario tra regioni ricche e povere. L’assegnazione di poteri e risorse a macchia di leopardo, sulla base di accordi bilaterali tra Stato e Regioni, sancirebbe il principio secondo cui “chi ha di più, avrà sempre di più”, lasciando indietro territori già svantaggiati.
Non si tratta di una previsione catastrofista, ma della logica stessa della riforma, che, anche se integrata da presunti meccanismi di solidarietà e perequazione, rischia di dare il colpo di grazia all’unità sociale e democratica del Paese. La sanità durante il Covid-19 ha mostrato tutte le debolezze di un modello regionale: cittadini di serie A e di serie B, diritti diversi a seconda del luogo di nascita o di residenza. Questo non è più accettabile.
Il caso Lega e la crisi dei partiti “territoriali”
Sul piano politico, la questione autonomia ha prodotto fratture anche tra i “padri fondatori” del progetto. Il caso Zaia, storico governatore del Veneto, che ha appena fondato una lista personale e potrebbe trasformare l’autonomia in bandiera di battaglia separata da quella della Lega nazionale di Salvini, racconta di un partito che si trova davanti al suo bivio esistenziale: restare movimento territoriale o diventare forza nazionale? La crisi della Lega, in costante calo nei sondaggi, è lo specchio della fine di una fase politica che aveva illuso molti italiani sulla possibilità di un “federalismo dolce”.
Autonomia differenziata: una risposta fuori tempo massimo?
Mentre il mondo va verso nuove polarizzazioni e minacce che travalicano i confini (economici, digitali, ambientali), la proposta di autonomia differenziata sembra arrivare fuori tempo massimo. La domanda che molti italiani si pongono è: serve davvero, oggi, dividere ulteriormente il Paese, mentre ci sarebbe bisogno di più coesione, più investimenti comuni, più giustizia sociale?
Non è solo una questione di percezione. L’Italia è in fondo uno degli Stati più “debolmente federali” d’Europa: la Germania ha un federalismo maturo, bilanciato da una fortissima solidarietà fiscale, la Spagna ha il problema storico della Catalogna e dei Paesi Baschi, ma anche lì le crisi si sono tradotte spesso in rotture drammatiche.
In Italia, invece, la paura è che una “autonomia a metà” possa diventare il detonatore di nuove disuguaglianze, in un Paese che già fatica a trovare una bussola comune. I sondaggi Demos, e quelli di altri istituti come SWG ed Ipsos, confermano: il consenso all’autonomia cala costantemente e la priorità per la maggioranza degli italiani resta il lavoro, la lotta alla povertà, la sanità pubblica, non certo il moltiplicarsi dei “piccoli stati” dentro la Repubblica.
Cancellare la Legge Calderoli: una necessità per il futuro del Paese
Qui sta il punto essenziale: la legge Calderoli sull’autonomia differenziata non va semplicemente “corretta”. Le modifiche e gli aggiustamenti non sono sufficienti. Questa legge va cancellata, revocata, rimossa dall’ordinamento perché costituisce un pericolo strutturale per la coesione nazionale, la parità dei diritti e la giustizia sociale. La stagione delle “grandi riforme a metà”, delle mediazioni e delle ipocrisie deve finire.
Nei prossimi mesi e nelle future alleanze politiche, questa posizione dovrà essere chiara, pubblica, vincolante: il superamento dell’autonomia differenziata e la cancellazione della legge Calderoli dovranno essere punti irrinunciabili nei programmi elettorali di chi vuole realmente difendere l’unità repubblicana e la dignità delle cittadine e dei cittadini. Solo così potremo tornare a parlare di riforme vere, solidali, capaci di colmare le disuguaglianze, investire nel Mezzogiorno, rafforzare la sanità e l’istruzione pubblica, rilanciare un progetto nazionale condiviso.
La vera sfida è ricucire, non dividere
Il rischio non è solo quello di una nuova secessione, ma di una lenta erosione della solidarietà nazionale, quella che tiene insieme un “Paese di paesi”, come ci ricordava Ciampi, ma che deve restare una comunità politica, economica e civile, soprattutto nei momenti di crisi. L’autonomia differenziata, se serve solo a rafforzare chi è già forte, è una scorciatoia pericolosa, un alibi per non affrontare le vere riforme di cui il Paese ha bisogno.
Se non si ha il coraggio di investire nelle periferie, di ricucire il tessuto sociale, di colmare i divari con politiche nazionali e non regionaliste, la frattura non potrà che allargarsi. E la pluralità italiana, invece di essere una ricchezza, rischia di diventare una condanna.
Oggi la vera responsabilità politica è prendere posizione, senza compromessi: l’autonomia differenziata deve essere cancellata. Solo così si potrà restituire agli italiani una prospettiva di futuro condiviso, equo e realmente solidale.
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Fonti e dati consultati:
• Sondaggi Demos, SWG, Ipsos (2023-2024)
• Eurostat, Regional GDP per capita and employment (2022)
• ISTAT, “Rapporto annuale sulla situazione del Paese”
• Arnaldo Bagnasco, Tre Italie (1977)
• Carlo Azeglio Ciampi, discorsi pubblici sull’unità nazionale
• Analisi su sanità e disuguaglianze territoriali (GIMBE,2023)