Se Karl Marx potesse osservare il nostro tempo, vedrebbe realizzata davanti ai suoi occhi la profezia più cupa contenuta nel Capitale. L’accumulazione senza freni, la concentrazione del potere economico nelle mani di pochi, la trasformazione delle imprese da luoghi di lavoro collettivo a macchine di estrazione di ricchezza per gli azionisti globali. Ma c’è qualcosa di nuovo e persino più inquietante rispetto ai suoi tempi: il Leviatano neoliberale ha mutato pelle, inglobando le tecnologie digitali come strumenti di dominio e controllo.
Lo ricorda Emanuele Felice, economista e docente di Storia economica alla IULM di Milano, nel suo Manifesto per un’altra economia e un’altra politica (Feltrinelli, 2024). Felice non si limita a confermare l’analisi marxiana sulla concentrazione del capitale, ma l’aggiorna con un’osservazione netta: questa legge non è inevitabile. E porta prove storiche. Durante buona parte del Novecento, la forza organizzata del movimento dei lavoratori, unita a una politica democratica capace di redistribuire la ricchezza, è riuscita a rallentare o invertire questa tendenza, generando decenni di crescita inclusiva.
Oggi, invece, assistiamo a un paradosso. Mentre il neoliberalismo sventola la bandiera della concorrenza, l’economia reale è strangolata da monopoli e oligopoli digitali; mentre invoca la libertà, facilita regimi autoritari che usano la sua stessa logica di sfruttamento, purché garantiscano stabilità ai mercati; mentre predica la crescita infinita, si pone in antitesi totale con i limiti ambientali del pianeta.
Il punto politico è chiaro: il neoliberalismo è incompatibile persino con il liberalismo classico, quello di John Stuart Mill, che auspicava un futuro in cui “l’arte di vivere” e il progresso morale e sociale avessero la meglio sulla cieca accumulazione di capitale. Un pensiero dimenticato in favore dell’idolo della crescita illimitata, che oggi sacrifica lavoro, salute, ambiente e democrazia stessa.
L’ascensore sociale si è rotto, la forbice tra ricchi e poveri si allarga, le politiche fiscali sono regressivamente orientate contro i ceti medi e popolari. In Italia, ad esempio, gli ultimi rapporti ISTAT e Oxfam confermano che il 20% più ricco possiede circa il 70% della ricchezza nazionale, mentre la povertà assoluta colpisce oltre 5,6 milioni di persone, un record storico.
In parallelo, i giganti tecnofinanziari dominano ogni settore: Amazon con la logistica e il commercio, Google con i dati e la pubblicità, BlackRock e Vanguard con le partecipazioni incrociate che tengono in pugno le principali multinazionali. La concorrenza è morta. Gli antitrust, nati per garantire pluralismo economico e difendere i cittadini da abusi di posizione dominante, sono diventati armi spuntate, ostaggio di lobby e governi complici.
Felice propone soluzioni tanto intuitive quanto rivoluzionarie: investire massicciamente sull’istruzione per formare coscienze critiche, introdurre un salario minimo dignitoso, riformare la tassazione in senso progressivo, reintrodurre il finanziamento pubblico ai partiti per spezzare la catena di comando tra grandi gruppi economici e politica, misurare il Pil correggendolo per l’impatto ambientale, arginare la finanza speculativa, favorendo credito ed economia reale. Soprattutto, ricostruire un tessuto sociale e politico che possa affrontare i due Leviatani contemporanei: gli Stati totalitari e lo strapotere delle Big Tech e della finanza.
Il destino non è scritto, ma la lotta è impari. Se la sinistra vorrà tornare a essere popolare e non solo un club di élite illuminate, dovrà rimettere al centro la giustizia sociale, l’uguaglianza sostanziale e la difesa della democrazia dal potere concentrato. Perché la concentrazione del capitale non è una legge naturale: è una scelta politica. Ed è sempre il popolo a pagarne il prezzo più alto.