- La condanna americana e la dignità della verità
Quando la storia sarà scritta, Francesca Albanese comparirà come una delle figure più lucide e coraggiose di questa epoca infame. Relatrice speciale dell’ONU sui diritti umani nei Territori Palestinesi, giurista italiana, prima donna a ricoprire tale incarico, è oggi nel mirino di Washington: il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato sanzioni contro di lei per le sue “azioni illegittime e vergognose” contro funzionari, aziende e dirigenti statunitensi e israeliani.
In realtà, ciò che l’amministrazione americana considera “vergognoso” è la verità. Vergognoso, per Washington, è il suo ultimo rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, dove nomina 45 aziende – tra cui Lockheed Martin, Caterpillar, Palantir, Google, Microsoft, Amazon, Ibm, ma anche l’italiana Leonardo – colpevoli di profitti diretti o indiretti dall’occupazione e dalla distruzione della vita palestinese.
- La corruzione morale dell’Occidente
Il peccato di Francesca Albanese è aver nominato la corruzione morale e politica dell’Occidente. È aver mostrato la nudità del re, aver detto senza paura che questo genocidio è redditizio, che Gaza è un campo di sperimentazione militare, tecnologica, psicologica, un laboratorio per le guerre future, per le tecniche di sorveglianza che rientreranno – e già rientrano – contro i popoli stessi dell’Occidente.
La fame, che oggi divora il Nord e il Sud della Striscia, è diventata un’arma. La trasformazione dei palestinesi in “mostri affamati” – come lei stessa racconta, riportando le parole disperate di chi vive sotto assedio – non è un effetto collaterale. È un obiettivo strategico: annientare la dignità e l’umanità stessa del nemico, ridurlo a oggetto di compassione o a scarto biologico.
- Il genocidio come business globale
Albanese parla di un ecosistema di profitto che include aziende, fondi pensione, università, compagnie assicurative. Un sistema radicato nel capitalismo coloniale: come le Compagnie delle Indie nel Seicento, come gli industriali tedeschi che sfruttarono l’Olocausto, come le multinazionali sudafricane durante l’Apartheid.
La differenza è che oggi il genocidio è normalizzato, distribuito, democraticizzato. C’è un’azienda che produce i bulldozer per radere al suolo i quartieri; un’altra che costruisce la tecnologia di riconoscimento facciale per i checkpoint; un’altra ancora che assicura i rischi delle colonie. E tutto questo, scrive la relatrice ONU, viene giustificato con la formula: “Non è colpa nostra, è colpa di Israele”. Ma lei risponde: “Oggi l’occupazione è illegale. Israele è indagato per genocidio. Non potete continuare come se nulla fosse”.
- Il risveglio del Sud globale
Ma il suo messaggio va oltre la denuncia. Francesca Albanese vede nel mondo un risveglio. Il Sud globale – l’Africa, l’Asia, l’America Latina – inizia a riconoscere nel destino palestinese il proprio destino storico. I popoli che hanno subito genocidi, dall’India coloniale alla Namibia, dall’Algeria al Congo, riconoscono l’odore acre della distruzione, della spoliazione, della sostituzione etnica. Riconoscono, come scrisse Aimé Césaire, le stesse tecniche di dominio applicate contro di loro, ora riversate su un altro popolo, i palestinesi.
Questo risveglio è ancora incerto, lento, pieno di contraddizioni. Ma è l’unica speranza: perché se la Palestina cade, cade anche l’ultima diga simbolica contro l’oscurità che avanza.
- Il tradimento dell’Europa e la viltà dell’Italia
Le parole di Elly Schlein, segretaria del PD, sono state nette: “Vergognoso che il governo Meloni non abbia detto una parola in difesa di una sua cittadina che svolge un incarico così delicato presso l’ONU”. Il silenzio di Meloni e Tajani non è solo un atto di viltà diplomatica, è l’adesione piena a un progetto: la rimozione della Palestina dalla mappa politica, culturale, storica del mondo.
Non è un caso che Francesca Albanese sia bandita da Israele da oltre un anno, che riceva minacce di morte quotidiane, che sia accusata di antisemitismo dai portavoce dell’apartheid israeliano. Chi dice la verità in un’epoca di menzogna sistemica, è sempre criminalizzato.
- La lezione morale: fermare Israele per salvarci
“Israele è dannoso per i palestinesi, per la regione, per se stesso e per i suoi cittadini”, dice Albanese. Fermarlo non significa essere antisemiti, significa essere umani. Significa non ripetere l’orrore del passato. Significa non accettare l’idea che i palestinesi siano meno umani, sacrificabili in nome di un progetto etnocratico, di un suprematismo armato che ha il pieno sostegno delle democrazie occidentali.
Le sue parole risuonano come un anatema e un appello:
“Non abbiamo salvato vite umane, ma abbiamo contribuito a mostrare il vero volto dell’apartheid israeliano. E forse, grazie a questo, la Palestina non scomparirà dalle mappe”.
- Dalla Palestina all’umanità
Il genocidio di Gaza è il banco di prova dell’umanità. Non possiamo più fingere che sia un conflitto locale, una questione di religioni o di terre contese. È l’esito di un sistema globale di dominio che si regge sul silenzio complice di Stati e opinioni pubbliche. Francesca Albanese, con la sua fermezza, ci ricorda che la Palestina non è sola. Ma siamo noi, piuttosto, a restare soli se smettiamo di lottare per lei.