Il 7 ottobre che Israele non voleva vedere: Sinwar trattava, Netanyahu taceva, Gaza pagava

Un’inchiesta di due giornalisti israeliani rivela che nel 2023 Hamas negoziava con il governo Netanyahu su assedio, cibo e prigionieri, e che quella trattativa fu lasciata morire. Per la prima volta scrivo di quella data: lo faccio dalla parte del popolo palestinese, senza tacere nessun sangue innocente.

1. La prima volta

Sono tre anni che giro intorno a questa data senza riuscire a scriverne. Ho scritto della Palestina tante volte, ho raccontato la Nakba, l’assedio, i bambini estratti dalle macerie, ho dedicato alla Palestina un libro intero. Ma il 7 ottobre 2023 l’ho sempre lasciato ai margini della pagina, come una ferita che non si riesce a toccare senza che qualcuno ti intimi di dichiarare subito da che parte stai, pretendendo che la risposta stia tutta in una parola.

Oggi, nel terzo anniversario, ne scrivo per la prima volta. Lo faccio con convinzione, dalla parte del popolo palestinese. Questo non significa stare dalla parte di chi ha sparato a ragazzi che ballavano in un festival nel deserto. Significa rifiutare il racconto secondo cui la storia sarebbe cominciata quella mattina, come se prima ci fosse stato il nulla, o la pace.

A spingermi è un testo dello storico israeliano Ilan Pappé, arrivato nella mia casella di posta in traduzione italiana. Ma soprattutto ciò che c’è dietro quel testo: un’inchiesta di due giornalisti israeliani, pubblicata da Haaretz nel settembre di quest’anno, che incrina in modo profondo la versione ufficiale sulle origini del 7 ottobre. Non perché assolva qualcuno, ma perché mostra che un’altra strada era sul tavolo, e che è stata scartata.

Mentre scrivo, il ministero della Sanità di Gaza conta 74.237 morti dall’inizio della guerra e oltre 175.000 feriti. Almeno 1.454 persone sono state uccise dopo il cessate il fuoco entrato in vigore il 10 ottobre 2025. Sono numeri che per due anni sono stati liquidati come propaganda e che, secondo quanto riportato da Haaretz all’inizio del 2026, l’esercito israeliano ha finito per accettare come sostanzialmente attendibili. Dietro ciascuno c’è un nome, una casa, una famiglia che non esiste più.

2. Da dove viene il testo che ho tra le mani

Prima di ragionare su un testo bisogna sapere da dove viene. Quello che ho ricevuto è la traduzione italiana diffusa dalla newsletter romana Other News, che lo attribuisce a Pappé passando per la rivista Antagón e indica come sede originaria il sito israelpalestinenews.org. Ho verificato: l’originale inglese, intitolato «Why Hamas Attacked Israel in October 2023», compare su quel sito il 23 settembre 2026. Lo stesso testo circola negli stessi giorni sul Palestine Chronicle con un titolo diverso, «Why Al-Aqsa Flood Happened». Non sono riuscito a stabilire con certezza quale delle due pubblicazioni sia la prima.

Pappé non nomina i giornalisti a cui si riferisce quando scrive che oggi sappiamo di più grazie a ricerche condotte in Israele da chi ha accesso a materiali che a noi restano preclusi. La fonte è riconoscibile senza ambiguità: è l’inchiesta di Shlomi Eldar e Ruth Yuval pubblicata da Haaretz l’8 settembre 2026, anticipazione del loro libro di prossima uscita «Hostages: 843 Days of Abandonment». Accanto a essa c’è un secondo testo decisivo: un commento degli storici Avi-ram Tzoreff ed Eli Osheroff apparso su Haaretz in ebraico il 19 settembre e tradotto in inglese da Sol Salbe, che rilegge l’inchiesta proprio nella direzione poi seguita da Pappé. Gli argomenti sono molto vicini, dalla figura di Sinwar come leader pragmatico alla proposta militare israeliana di colpire per primi. La vicinanza tematica non è prova di derivazione, e non la presento come tale, ma chi vuole capire deve leggere anche quelle pagine.

Ci sono poi due punti in cui il testo di Pappé, a una verifica, va precisato. Il primo riguarda la ministra Orit Strock: Pappé le attribuisce l’esclamazione «è un miracolo» riferita all’opportunità di colpire Gaza. Le parole documentate dalla stampa israeliana, pronunciate nell’estate del 2024, parlano di un «periodo di miracoli» e di un «semaforo verde» per l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania. Il secondo riguarda il 1948: la frase sul «miracolo» dell’esodo palestinese viene tradizionalmente attribuita a Chaim Weizmann, primo presidente di Israele, mentre Pappé la mette in bocca a Ben-Gurion. Sono correzioni che non indeboliscono l’argomento, ma che un lettore ha il diritto di conoscere.

3. La trattativa che nessuno doveva conoscere

Secondo la ricostruzione di Eldar e Yuval, come riassunta da Tzoreff e Osheroff, nel corso del 2023 Hamas e Israele hanno condotto colloqui indiretti. Sul tavolo c’erano la graduale revoca del blocco di Gaza, l’aumento dei carichi di cibo e materie prime e uno scambio di prigionieri. In cambio di due civili israeliani tenuti nella Striscia, Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, e dei corpi dei soldati Hadar Goldin e Oron Shaul, Yahya Sinwar avrebbe chiesto inizialmente la liberazione di 500 detenuti palestinesi, poi di 250, accettando infine di scendere a 50.

L’intesa, sempre secondo l’inchiesta, era vicina alla firma. Per renderla operativa serviva la convocazione del comitato ministeriale sui prigionieri e i dispersi, che Netanyahu non riunì mai. Fino a settembre 2023 Sinwar avrebbe continuato a premere attraverso i mediatori, accompagnando le pressioni con la minaccia di un’operazione senza precedenti. Davanti a quella minaccia, i vertici della sicurezza israeliana non proposero di tornare al tavolo: discussero un colpo improvviso e intenso contro la Striscia. Uccidere l’interlocutore, insomma, invece di ascoltarlo.

C’è poi la telefonata. Circa dieci giorni prima del 7 ottobre, scrivono i due giornalisti, il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed parlò con Netanyahu per tre quarti d’ora, avvertendolo che Sinwar stava preparando una grande operazione. Netanyahu lo avrebbe rassicurato, sostenendo che Hamas guardava piuttosto alla Cisgiordania, e non avrebbe informato i capi della sicurezza. Il suo ufficio ha definito la ricostruzione una menzogna assoluta, ha negato che quella telefonata sia mai avvenuta e ha annunciato una querela contro Haaretz ed Eldar. Il Likud è arrivato a chiedere un’indagine penale contro i giornalisti per presunta interferenza elettorale. Ma il 25 settembre il New York Times ha riferito che due fonti, tra cui una persona che ha parlato direttamente con bin Zayed, confermano l’avvertimento. Restano dunque in campo un’accusa giornalistica circostanziata, una conferma indipendente e una smentita ufficiale: nessun tribunale e nessuna commissione d’inchiesta si sono ancora pronunciati.

Una testimonianza diversa, ma convergente, viene da Gershon Baskin, il negoziatore israeliano che contribuì all’accordo per la liberazione di Gilad Shalit. Baskin racconta di aver avuto un canale indiretto con Sinwar e di aver proposto più volte formule per rendere lo scambio accettabile: liberare detenuti malati di cancro, anziani sopra i 65 anni, persone in carcere da oltre vent’anni. Ogni proposta, scrive, fu respinta, e già nel maggio 2023 aveva concluso che un accordo era impossibile. Aggiunge un’impressione che pesa come un macigno: per l’establishment israeliano, quei due civili, un ebreo di origine etiope e un beduino, non generavano abbastanza pressione pubblica da giustificare il prezzo. Anche dentro Israele, insomma, non tutte le vite contano allo stesso modo.

4. Diciassette anni dentro una gabbia

Per capire perché un leader di Hamas trattasse su sacchi di farina e materie prime bisogna ricordare cosa fosse Gaza prima del 7 ottobre. Dal 2007 la Striscia viveva sotto un blocco terrestre, aereo e navale. Un bambino nato quell’anno, il giorno dell’attacco, aveva sedici anni e con ogni probabilità non aveva mai varcato il confine. Era cresciuto contando le guerre: oltre mille morti nell’offensiva del 2008 e 2009, più di duemila nell’estate del 2014. Durante la Grande Marcia del Ritorno, le manifestazioni lungo la recinzione tra il 2018 e il 2019, i soldati israeliani uccisero 223 persone e ne ferirono circa ottomila, secondo i dati richiamati da Tzoreff e Osheroff.

Poi ci sono i morti che non finiscono nelle statistiche di guerra: i malati di tumore che non ottenevano il permesso di curarsi fuori, i neonati prematuri nelle incubatrici senza elettricità, chi si ammalava per l’acqua contaminata. Due storici israeliani scrivono che queste vite spiegano il 7 ottobre molto meglio del fanatismo religioso. È una frase che in Italia, in questi tre anni, sarebbe stata bollata come giustificazionismo. In Israele, almeno su un giornale, è stata pubblicata.

5. Il negoziatore e lo stratega

Il cuore della lettura di Pappé è questo: Sinwar non fu il fanatico messianico descritto dalla propaganda occidentale, ma un leader che cercava risultati limitati e che scelse l’opzione militare quando quella politica gli fu chiusa in faccia. Pappé lo paragona ad Anwar Sadat, che avvertì Israele che, senza la restituzione diplomatica del Sinai, l’Egitto avrebbe fatto la guerra, e a Yasser Arafat, che a Camp David nel 2000 previde una nuova rivolta se fosse tornato a casa a mani vuote. Va oltre, sostenendo che l’esercito avrebbe comunque convinto Netanyahu ad attaccare Gaza e che l’operazione del 7 ottobre fu un tentativo di anticipare quel colpo. Questa ultima parte è un’interpretazione, non un fatto accertato, e lo stesso Pappé la presenta come ciò che sta emergendo.

Sarebbe disonesto tacere che esistono letture diverse. Uno studio pubblicato nel 2026 sulla rivista Studies in Conflict and Terrorism sostiene che i preparativi di Hamas fossero ben precedenti alla crisi politica israeliana del 2023 e che già nel giugno 2022 Sinwar avesse indicato la Pasqua ebraica del 2023 come momento propizio per il suo grande progetto, contando sul coinvolgimento di Hezbollah. The Electronic Intifada ha ricostruito come Sinwar abbia usato i contatti con Israele anche per far credere che l’ala militare fosse contenuta.

Io non credo che queste letture si escludano. Il capo di un’enclave assediata può preparare l’arma e insieme trattare, usando la prima come leva per la seconda: è esattamente ciò che fece Sadat tra il 1971 e il 1973. Ciò che l’inchiesta di Haaretz distrugge non è la responsabilità di Hamas per quello che è accaduto, ma due pilastri della narrazione ufficiale: l’immagine di un nemico irrazionale con cui era impossibile parlare e l’idea che Israele non avesse alternative. Le alternative c’erano. Avevano la forma di cinquanta prigionieri, di qualche camion in più al valico, di un comitato ministeriale da convocare.

6. Il sangue che non si può cancellare

Scrivere dalla parte dei palestinesi non mi esonera dal guardare ciò che accadde quel giorno. Il 7 ottobre 2023 furono uccise 1.221 persone in Israele, in grande maggioranza civili, e 251 furono portate a Gaza come ostaggi. Ragazze e ragazzi al festival Nova, famiglie intere nei kibbutz, anziani, bambini. Pappé stesso ammette che non sappiamo quando e perché, in alcuni luoghi, l’operazione sia degenerata in un massacro di civili. Secondo l’inchiesta di Eldar e Yuval, Sinwar si affrettò a proporre il rilascio di bambini e anziani, senza ricevere risposta.

Dico allora una cosa con la stessa chiarezza con cui denuncio il genocidio: uccidere civili inermi è un crimine, chiunque lo commetta e qualunque causa invochi. Spiegare non significa giustificare. Ma la stessa regola che vale per Hamas vale per uno Stato che dispone di aviazione, droni e bombe da una tonnellata, e che per tre anni ha raso al suolo ospedali, scuole e campi profughi. Una lotta di liberazione si tradisce quando colpisce gli indifesi. Un ordine internazionale si tradisce quando lo ricorda soltanto a una delle due parti.

7. Il pretesto e il progetto

Pappé sostiene che la distruzione di Gaza non fu una reazione irrazionale al trauma, ma l’attuazione di un’impostazione militare preparata da tempo. Alcuni elementi sono verificabili. Nel 2005, nella base di Tze’elim nel Negev, a pochi chilometri dalla Striscia, è stato costruito un centro di addestramento alla guerra urbana: una città araba simulata di circa diciannove chilometri quadrati, con 472 edifici, una moschea, un mercato, il richiamo alla preghiera diffuso dagli altoparlanti. È stata realizzata dal Genio militare statunitense e finanziata in larga parte con gli aiuti militari americani. La chiamano Baladia, dall’arabo. Nel 2006 il quartiere di Dahiya, a Beirut, venne bombardato fino a farne un modello di distruzione deliberata delle aree civili come strumento di pressione.

Un poligono e una dottrina non dimostrano da soli un piano genocida stabilito in anticipo, e non pretendo che lo facciano. Mostrano però che radere al suolo una città araba era un’ipotesi studiata, provata, perfezionata, con il contributo diretto del nostro principale alleato. E le parole di Strock, anche lette nel loro contesto reale, dicono qualcosa di altrettanto grave: che per una parte del governo israeliano la guerra era un’occasione, il semaforo verde per prendersi altra terra.

8. Una tregua che continua a uccidere

Il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti nell’ottobre 2025 ha fermato le operazioni su vasta scala e ha permesso il ritorno di tutti gli ostaggi ancora in vita. Non ha fermato le uccisioni. Da allora, secondo il ministero della Sanità di Gaza, sono morte più di 1.450 persone. Nei giorni della visita di Trump alla Knesset, nell’ottobre 2025, la stessa Strock rivendicava in una lettera aperta che Israele mantenesse il controllo di più della metà del territorio della Striscia. Più di un milione di persone ha trascorso l’ultimo inverno in rifugi di fortuna, mentre gli aiuti entravano col contagocce rispetto agli impegni presi.

In Cisgiordania, che Pappé teme possa diventare una seconda Gaza, l’OCHA ha contato 1.071 palestinesi uccisi tra l’ottobre 2023 e il marzo 2026, almeno 233 dei quali bambini. Nel solo gennaio 2026 la violenza dei coloni ha costretto 694 persone ad abbandonare le proprie case, il dato mensile più alto dall’inizio della guerra. Un’intera comunità di pastori della valle del Giordano, Ras Ein al-Auja, se n’è andata dopo mesi di vessazioni: 130 famiglie. Oltre mezzo milione di coloni vive in insediamenti illegali per il diritto internazionale. La Cisgiordania non ha conosciuto nessun 7 ottobre, e tuttavia la terra le viene tolta ogni giorno. Anche questo smentisce l’idea che sia stata la violenza palestinese a rendere inevitabile la violenza israeliana.

9. Chi annega non può bagnarsi

Pappé chiude il suo testo con un proverbio arabo: chi sta annegando non teme di bagnarsi. È il dilemma in cui il progetto coloniale ha chiuso i palestinesi. Ogni tentativo armato di spezzare l’assedio è diventato il pretesto per un’eliminazione più brutale. La strada opposta, quella dell’Autorità Nazionale Palestinese a Ramallah, l’adattamento all’occupazione e la cooperazione di sicurezza, ha prodotto insediamenti, pogrom dei coloni, villaggi svuotati. Chi vive fuori da quella morsa fatica a capire perché un ragazzo di Jenin o di Nur Shams vada incontro a un blindato sapendo di non poter vincere. Forse perché non ha mai dovuto scegliere tra due modi di morire.

Pappé indica come unica via d’uscita una Palestina democratica tra il fiume e il mare, uno Stato in cui nessuno sia cittadino di serie B per nascita o religione. È una prospettiva che merita di essere discussa senza paura, perché almeno ha il coraggio di nominare il problema. Qualunque forma assuma il futuro, però, il punto di partenza non cambia: fine dell’occupazione e dell’assedio, uguaglianza dei diritti, ritorno, giustizia per i crimini commessi da tutti.

C’è infine una domanda che riguarda noi. La Costituzione italiana ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Per tre anni i governi europei, il nostro compreso, hanno ripetuto che Israele aveva il diritto di difendersi, senza mai chiedersi da cosa, e senza chiedersi che cosa fosse stato rifiutato prima. Oggi sappiamo, da fonti israeliane, che nel settembre 2023 sul tavolo c’erano cinquanta prigionieri, un po’ di cibo in più, un assedio da allentare. Quella possibilità è stata lasciata cadere. Al suo posto sono arrivati oltre settantaquattromila morti palestinesi e più di milleduecento israeliani.

Chi ha deciso che quella strada non valeva la pena? E quante altre volte dovremo scoprire, a distanza di anni, che la pace era una scelta possibile e che qualcuno, consapevolmente, ha scelto la guerra?

Fonti

Ilan Pappé, «Why Hamas Attacked Israel in October 2023», Israel Palestine News, 23 settembre 2026. https://israelpalestinenews.org/why-hamas-attacked-israel-in-october-2023-israeli-professor-ilan-pape/

Ilan Pappé, «Why Al-Aqsa Flood Happened: Ilan Pappé Revisits October 2023», The Palestine Chronicle, settembre 2026. https://www.palestinechronicle.com/why-al-aqsa-flood-happened-revisiting-october-2023-ilan-pappe/

Ilan Pappé, «Perché Hamas ha attaccato Israele nell’ottobre del 2023», traduzione italiana tramite Antagón, newsletter Other News, ottobre 2026. https://www.other-news.info

Shlomi Eldar, Ruth Yuval, inchiesta su Haaretz dell’8 settembre 2026 sull’avvertimento di Mohammed bin Zayed a Netanyahu e sulla trattativa con Sinwar, anticipazione del libro di prossima pubblicazione «Hostages: 843 Days of Abandonment». Testo integrale riservato agli abbonati; contenuti ricostruiti attraverso le fonti seguenti.

Avi-ram Tzoreff, Eli Osheroff, «Hamas was actually pragmatic; we, Israelis, were not», Haaretz, edizione ebraica, 19 settembre 2026; traduzione inglese di Sol Salbe, The Palestine Project, Medium, 27 settembre 2026. https://thepalestineproject.medium.com/hamas-was-actually-pragmatic-we-israelis-were-not-58d2bda2e1b6

Haaretz, «NYT: Sources Confirm Haaretz Report of UAE President’s Oct. 7 Warning to Netanyahu», 25 settembre 2026. https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-09-25/ty-article/report-bin-zayed-warned-netanyahu-days-before-oct-7-sources-say/000001a0-d9b8-dfbb-afa4-fbf8844a0000

The Times of Israel, «Netanyahu says he’ll sue Haaretz over report UAE leader warned him days before Oct. 7», settembre 2026. https://www.timesofisrael.com/netanyahu-says-hell-sue-haaretz-over-report-uae-leader-warned-him-days-before-oct-7/

Adi Nirman, «Netanyahu sues Haaretz over UAE warning report», Israel Hayom, 9 settembre 2026. https://www.israelhayom.com/2026/09/09/netanyahu-sues-haaretz-uae-call-sinwar-warning/

Gershon Baskin, «The Prisoner Deal Israel Wouldn’t Make Before October 7», Al-Quds, edizione inglese. https://alquds.com/en/posts/257416-the-prisoner-deal-israel-wouldn-t-make-before-october-7gershon-baskin

«The Strategic Origins of Hamas’s October 7 Attack», Studies in Conflict and Terrorism, Taylor and Francis, 2026. https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1057610X.2026.2613426

The Electronic Intifada, «How Hamas hid 7 October plans in plain sight», ottobre 2026. https://electronicintifada.net/content/how-hamas-hid-7-october-plans-plain-sight/51678

The Jerusalem Post, «As Israel’s North burns, Orit Struck says it’s a ‘time of miracles’ for West Bank settlements», 2024. https://jpost.com/israel-news/article-809233

Journal of Palestine Studies, «The Political Coming-of-Age of the “National Minority”», Institute for Palestine Studies. https://digitalprojects.palestine-studies.org/jps/abstract/38943

Jim Greenhill, «Desert MOUT facility is model for National Guard», National Guard Bureau, 2008. https://www.nationalguard.mil/News/Article/573147/desert-mout-facility-is-model-for-national-guard

The Metropolitan Museum of Art, scheda dell’opera di Shai Kremer «Panorama, Urban Warfare Training Center, Tze’elim». https://metmuseum.org/art/collection/search/289155

Palestinian Information Center, «Gaza: Death toll climbs to 74,237 martyrs», 4 ottobre 2026. https://english.palinfo.com/news/2026/10/04/371373/

Associated Press, «Palestinian death toll in Gaza tops 73,000, officials say, as Israel strikes despite ceasefire», PBS NewsHour, 14 giugno 2026. https://www.pbs.org/newshour/world/palestinian-death-toll-in-gaza-tops-73000-officials-say-as-israel-strikes-despite-ceasefire

Mediaite, «IDF Accepts Gaza Health Ministry’s Death Toll of 71,000», 2026, ripreso da Yahoo News. https://www.yahoo.com/news/articles/idf-accepts-gaza-health-ministry-015338372.html

AFP, «Death toll from Gaza war surpasses 70,000: Health ministry», Gulf News, novembre 2025. https://gulfnews.com/world/mena/death-toll-from-gaza-war-surpasses-70000-health-ministry-1.500364057

Al Jazeera, «Israel-Gaza war death toll: Live tracker», aggiornamento dicembre 2025. https://www.aljazeera.com/amp/news/2025/3/18/gaza-tracker

Israel National News, lettera aperta della ministra Orit Strock al presidente Trump, ottobre 2025. https://www.israelnationalnews.com/news/416209

UNRWA, «Situation Report #214 on the Humanitarian Crisis in the Gaza Strip and the Occupied West Bank», marzo 2026. https://www.unrwa.org/resources/reports/unrwa-situation-report-214-humanitarian-crisis-gaza-strip-and-occupied-west-bank

AFP, «January settler attacks cause record West Bank displacement since October 2023: UN», Arab News, 6 febbraio 2026. https://www.arabnews.pk/node/2631888

Morning Star, «Israeli settler violence in the occupied West Bank displaced nearly 700 Palestinians in January», febbraio 2026. https://morningstaronline.co.uk/node/246382

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