Gli arsenali vuoti dell’impero e il pieno che non possiamo più pagare

Sei mesi di guerra contro l’Iran hanno consumato i missili americani, tenuto chiuso lo Stretto di Hormuz e spinto tre potenze sunnite a firmare un patto di difesa che fa a meno di Washington. In Italia il conto arriva alla pompa di benzina: ventinove miliardi di euro in un anno. E nessun governo lo chiama con il suo nome.

Il 19 luglio, alla base aerea di Erbil, nel Kurdistan iracheno, è stato ucciso il sergente Michael Emmanuel Swinton, trent’anni, di Fayetteville, North Carolina. Il suo nome si è aggiunto in poche settimane a quelli di James Feehan, Isabella Gonzales e Angel Rampersad, caduti fra Iraq e Giordania. Uno di loro aveva diciannove anni. Dall’inizio della guerra i militari statunitensi uccisi sono almeno diciotto, ai quali vanno aggiunte decine di vittime nei Paesi che ospitano le basi.

Qualche centinaio di miglia più a sud, nel Mar Arabico, la portaerei Abraham Lincoln naviga ininterrottamente da oltre nove mesi. I familiari dell’equipaggio hanno raccontato alla stampa americana docce ammuffite, servizi igienici rotti, lavanderie ferme, penuria di sapone e dentifricio, turni che non finiscono mai. All’inizio di agosto un marinaio è finito in acqua: è stato recuperato entro un’ora e la Marina ha classificato l’episodio come emergenza di salute mentale, negando però che vi sia un aumento dei casi. È servita la lettera formale di un senatore per chiedere quanti siano davvero.

Sono dettagli che non entrano nei comunicati del Pentagono. Eppure dicono, meglio di qualunque analisi strategica, che cosa sta accadendo: la macchina militare più costosa della storia è in mare da troppo tempo, con troppe poche navi, per una guerra iniziata il 28 febbraio 2026 e che nessuno sa più come chiudere.

È questa la cornice in cui va letta l’intervista che l’economista Joseph Halevi ha rilasciato a TheDotCultura, ripresa il 17 agosto da Contropiano, nella quale si parla apertamente di sconfitta strategica americana. Halevi è uno degli analisti più lucidi del capitalismo contemporaneo e la sua tesi di fondo regge. Proprio perché regge, però, merita di essere verificata riga per riga, distinguendo ciò che i documenti provano da ciò che resta ipotesi. Alcune sue cifre vanno corrette. Le correzioni, come vedremo, non indeboliscono l’argomento: lo rendono più difficile da liquidare.

1. Gli arsenali, ovvero che cosa dicono i numeri veri

Il Center for Strategic and International Studies di Washington ha pubblicato due studi firmati da Mark Cancian, colonnello dei Marines in congedo, e da Chris Park: uno il 21 aprile, alla tregua, l’altro il 27 maggio. I numeri sono questi. Durante la campagna aerea denominata Epic Fury sono stati lanciati oltre ottocentocinquanta missili Tomahawk, secondo alcune stime più di mille. Alla tregua di aprile gli Stati Uniti avevano consumato circa metà degli intercettori THAAD, quasi metà dei Patriot e intorno al trenta per cento dei Tomahawk. Valutazioni successive, riprese in agosto, portano la percentuale di THAAD consumati fino all’ottanta per cento.

Halevi indica cifre più alte fin dall’inizio: Tomahawk al cinquanta per cento, intercettori intorno al sessanta, i più avanzati vicino all’ottanta. Sta collocandosi sull’estremo superiore della forbice. Sui tempi di ricostituzione, però, la sua stima di quarantadue-sessantaquattro mesi coincide quasi esattamente con quella del CSIS: tre anni e oltre per Tomahawk, THAAD e Patriot, con la sostituzione dei circa duecentonovanta THAAD che potrebbe arrivare a fine 2029 e quella di oltre mille Patriot a metà dello stesso anno. Il dato che spiega tutto è industriale: storicamente si producono meno di duecento Tomahawk l’anno, e le consegne correnti viaggiano intorno a quindici Tomahawk e venti Patriot al mese. Di THAAD, nel 2026, non ne è prevista nemmeno uno.

Halevi lega questa strozzatura alle terre rare, e qui ha pienamente ragione. Dal primo dicembre 2025 Pechino nega di fatto le licenze di esportazione alle imprese collegate a forze armate straniere e respinge automaticamente ogni richiesta con uso finale militare. Il 22 giugno 2026 il Ministero del Commercio cinese ha aggiunto dieci entità statunitensi alla lista di controllo, fra cui MP Materials e USA Rare Earth, mentre il Ministero delle Finanze vietava gli acquisti pubblici da quarantasei imprese americane. L’effetto si misura: le esportazioni cinesi di ittrio verso gli Stati Uniti, materiale usato per i rivestimenti termici dei motori aeronautici, sono crollate da trecentotrentatré tonnellate a diciassette in otto mesi. Un impero che non controlla la raffinazione dei minerali con cui costruisce i propri missili non è sovrano: è dipendente.

La risposta di Washington è nota e va detta con chiarezza, perché è il punto politico che riguarda anche noi. Il bilancio della difesa proposto per il 2027 sfiora i millecinquecento miliardi di dollari, con un incremento del quarantaquattro per cento. Gli arsenali vuoti non producono prudenza. Producono commesse.

2. Hormuz, il rubinetto che nessuno riesce a riaprire

Il 28 febbraio, dopo gli attacchi congiunti statunitensi e israeliani che hanno colpito siti nucleari, installazioni militari e vertici del potere iraniano, uccidendo la Guida suprema Ali Khamenei, Teheran ha chiuso lo Stretto di Hormuz alla navigazione straniera. Da lì passava circa un quinto del petrolio mondiale. Non è una minaccia teorica: secondo i dati Kpler, in una giornata di inizio agosto hanno attraversato lo stretto due navi, contro una media prebellica di centotrenta-centoquaranta transiti al giorno.

Le condizioni poste da Teheran per riaprirlo sono state elencate il 9 agosto dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale, Mohammad Baqer Zolqadr: fine della guerra e delle aggressioni contro l’Iran e i suoi alleati in Libano, Palestina, Yemen e Iraq, rimozione del blocco navale, ritiro delle forze militari statunitensi dai dintorni del Paese. Il 17 agosto Teheran ha annunciato un’intesa con l’Oman sulla mappa delle rotte di transito, ma il ministro degli Esteri Abbas Araghchi aveva già chiarito che una nuova rotta non equivale alla riapertura dello stretto.

Chi legge questo passaggio come una trattativa tecnica sbaglia registro. Hormuz non è un problema di traffico marittimo. È diventato, per usare le parole del portavoce dei Pasdaran, una battaglia geografica: la dimostrazione che un Paese bombardato per sei mesi può tenere in ostaggio il metabolismo energetico dell’Occidente senza sparare un colpo in più.

3. Le basi: quello che è documentato e quello che non lo è

Qui va posta una correzione seria. Halevi afferma che le basi americane nell’area sono state distrutte per circa l’ottanta per cento e che non esistono più a livello fisico. Le fonti disponibili non lo confermano. Ciò che è documentato è diverso e, politicamente, più grave.

Secondo il New York Times, molte delle tredici basi statunitensi in Kuwait, Bahrein, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati sono diventate quasi inabitabili per effetto degli attacchi ripetuti. L’analista Fabian Hinz ha geolocalizzato oltre cento attacchi contro installazioni americane e regionali: ventitré soltanto su Ali Al Salem in Kuwait, diciassette su Camp Arifjan, sei su Camp Buehring. Almeno diciassette siti militari, diplomatici e di difesa aerea risultano danneggiati, compreso un radar THAAD in Giordania. Il CSIS ha stimato in almeno ottocento milioni di dollari i danni dei soli primi giorni di guerra. Decine di velivoli statunitensi sono stati trasferiti in Israele, all’aeroporto Ben Gurion e alla base di Ramon. Il primo marzo un drone ha colpito Port Shuaiba, in Kuwait, uccidendo sei soldati americani.

Le basi, dunque, non sono state cancellate. È stata cancellata la loro funzione. È una differenza che conta, perché sposta la questione dal piano dei danni materiali a quello della dottrina: un sistema di presenza avanzata costruito contro l’Unione Sovietica si è rivelato, davanti ai missili iraniani, non uno scudo ma un bersaglio. Non lo dicono i pacifisti. Lo dicono l’ex comandante di CENTCOM Frank McKenzie, il Council on Foreign Relations, perfino Elliott Abrams, che di interventismo americano è stato un architetto.

Un episodio riassume la situazione meglio di ogni statistica. All’inizio di agosto, come rivelato dalla CNN, un ufficiale del ramo intelligence di CENTCOM ha inviato una mail a un ampio gruppo di analisti militari chiedendo idee su come pressurizzare e punire l’Iran in modi creativi e non convenzionali. Halevi attribuisce l’appello direttamente all’ammiraglio Brad Cooper e a tutti i soldati di ogni grado: la fonte originaria è più circoscritta, e CENTCOM non ha smentito, limitandosi a ricordare che Cooper raccoglie abitualmente suggerimenti a prescindere dal grado. Ma il generale in congedo Joseph Votel l’ha definita una richiesta insolita, e un altro analista ha osservato che una mail del genere segnala una cosa sola: che un piano non c’è.

4. Il Patto della Mecca e la fine di un’illusione

Il 7 agosto 2026, nella città più sacra dell’Islam, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, il presidente turco Recep Tayyip Erdogan e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif hanno firmato la Convenzione della Mecca per la difesa comune. Il principio è quello dell’articolo 5 della NATO: un attacco armato contro uno dei tre sarà considerato un attacco contro tutti. Le trattative erano avviate da tempo, e Riad e Islamabad avevano già un accordo bilaterale dal settembre 2025, ma sono stati gli attacchi contro le infrastrutture petrolifere saudite e la vulnerabilità emersa durante la guerra a imprimere l’accelerazione decisiva.

Il patto mette insieme tre asset complementari: il denaro e il peso religioso sauditi, l’apparato militare e industriale turco, secondo esercito della NATO per dimensioni, e la deterrenza nucleare pakistana, unica in mano a un Paese musulmano. Nella pubblicistica cinese è stato sintetizzato come la combinazione di soldi, armi e atomica. Restano ignoti i meccanismi di attivazione, le strutture di comando e il testo integrale: chi ne parla come di una NATO islamica già operativa corre molto più veloce dei fatti.

Sulla reazione iraniana, Halevi semplifica. Teheran ha risposto su due registri: Araghchi ha liquidato l’intesa come un accordo di carta, invitando i sauditi a riformare le proprie politiche invece di elemosinare sicurezza altrui; il portavoce della diplomazia iraniana, però, ha letto il patto come segno di una percezione che cambia, ribadendo che la sicurezza regionale è indivisibile. Quanto alla Cina, non risulta dalle fonti consultate una dichiarazione di Wang Yi specificamente sul Patto della Mecca: è documentato invece che, dopo gli incontri con Araghchi del 27 aprile e del 6 maggio, sia Vladimir Putin sia Wang Yi hanno chiesto una nuova architettura di sicurezza per il Golfo. Il commento cinese ricorrente è stato riassunto da Yan Xuetong, della Tsinghua, con una domanda che vale un trattato: se l’esercito statunitense non riesce a proteggere le proprie basi, come può proteggere i propri partner?

Che il patto svuoti gli Accordi di Abramo è un’interpretazione plausibile, non un fatto accertato. Bahrein ed Emirati restano formalmente normalizzati con Israele, e Abu Dhabi non ha firmato alla Mecca. Ma la direzione è leggibile: da mesi l’ex premier israeliano Naftali Bennett descrive la Turchia come il nuovo Iran, il Jerusalem Post parla di ottavo e più pericoloso fronte, ed Erdogan ha risposto dichiarando che i raid israeliani in Siria e Libano minacciano ormai anche la sicurezza turca e che Ankara, se attaccata, non esiterà a combattere. L’idea che la normalizzazione con Israele potesse essere venduta agli arabi come pacchetto di sicurezza è morta con la guerra.

5. Il Pakistan, la Cina e la geografia che si sposta

La parte più solida dell’analisi di Halevi riguarda il Pakistan. È verificato che, dopo il blocco di Hormuz, Islamabad ha reso operativi corridoi terrestri verso l’Iran attraverso i valichi di Gabd e Taftan, collegando i porti di Gwadar, Karachi e Port Qasim; il 25 aprile un decreto ha autorizzato il transito di merci di Paesi terzi verso l’Iran. Il corridoio Gwadar-Gabd, ottantanove chilometri, riduce a due o tre ore un percorso che da Karachi ne richiedeva sedici. Gwadar, nodo della Via della Seta a quattrocento chilometri dallo stretto, ha movimentato in poche settimane di aprile undicimila container, contro gli ottomilatrecento di tutto il 2025.

La funzione documentata di questi corridoi è commerciale e logistica, non la protezione di petroliere dai bombardamenti come lascia intendere l’intervista. Restano non verificabili, allo stato delle fonti pubbliche, sia il trasferimento accelerato all’Iran del sistema di navigazione cinese BeiDou, sia il ruolo del generale Asim Munir come mediatore invisibile. Vanno trattate per quello che sono: ipotesi circolanti, non fatti.

C’è però un aspetto che nessuna analisi geopolitica racconta e che invece bisogna raccontare. In Belucistan il commercio informale di carburante iraniano è, per decine di migliaia di famiglie, l’unico reddito esistente. Con la chiusura del valico di Kuntani Hor il prezzo della benzina iraniana a Gwadar è salito di trenta-quaranta rupie al litro. Un solo deposito costiero dà da vivere a una cinquantina di persone fra contabili, facchini, equipaggi di barche. Il Pakistan importa fra l’ottantacinque e il novanta per cento del proprio fabbisogno energetico e a marzo ha varato misure di austerità. La riorganizzazione del mondo, vista da lì, ha la faccia di un uomo che non riesce più a caricare i bidoni sul cassone del pick-up.

6. La riserva strategica, ovvero l’America senza cuscinetto

Anche qui una correzione necessaria. Halevi dice che la riserva strategica statunitense è passata in un anno da settecento a trecento milioni di barili. Il dato è impreciso e, paradossalmente, meno impressionante del vero. Settecentoquattordici milioni sono la capacità autorizzata degli impianti, non il livello di un anno fa. Il livello reale era di circa quattrocentoquindici milioni di barili alla vigilia dell’attacco del 28 febbraio. Il 10 agosto 2026 la riserva è scesa a duecentonovantotto virgola sette milioni, sotto la soglia dei trecento per la prima volta dal gennaio 1983, con un calo di sei virgola uno milioni in una sola settimana. La caduta, cioè, non è avvenuta in un anno: è avvenuta in cinque mesi e mezzo, dopo che a marzo Trump ha autorizzato il rilascio di centosettantadue milioni di barili.

Sulla composizione, Halevi indica un trentasei per cento di greggio pesante. Le fonti del Dipartimento dell’Energia indicano una miscela deliberatamente calibrata intorno al quaranta per cento di greggio dolce e al sessanta di acido. Ma la sostanza del suo ragionamento è corretta e va sottolineata: dal greggio acido si ricavano i distillati medi, cioè il gasolio dei camion, il kerosene degli aerei, il gasolio da riscaldamento. Sono i carburanti dell’economia reale, non quelli delle automobili private.

A rendere il quadro peggiore c’è un rapporto della Corte dei conti federale statunitense, il GAO, pubblicato a inizio luglio: la riserva è in grado di erogare petrolio soltanto al sessantuno per cento del ritmo previsto e di riceverne indietro al cinquantasei per cento della capacità di progetto. Non è solo più piccola. È più lenta a svuotarsi e più lenta a riempirsi. Più di centotrentatré milioni di barili sono stati prestati, non venduti, con premi di restituzione che su singoli contratti arrivano al ventotto per cento. L’Agenzia internazionale dell’energia ha coordinato una mobilitazione di quattrocento milioni di barili, la più grande mai tentata. La benzina americana è a quattro dollari e otto centesimi al gallone.

7. Il conto italiano: ventinove miliardi alla pompa

Qui la guerra smette di essere geopolitica e diventa bolletta. L’Ufficio studi della CGIA di Mestre ha calcolato che nel 2026 famiglie e imprese italiane pagheranno quasi ventinove miliardi di euro in più rispetto al 2025 per carburanti, elettricità e gas: un aumento complessivo del sedici per cento. La voce più pesante sono i carburanti, con tredici virgola sei miliardi in più, pari a un incremento del venti virgola quattro per cento; seguono l’energia elettrica con dieci virgola due miliardi e il gas con cinque.

Il dettaglio che i telegiornali non danno è quello territoriale, ed è un dettaglio di classe. In valore assoluto pagano di più le regioni del Nord, dove si concentrano imprese e abitanti. In percentuale paga di più il Sud: sedici virgola otto per cento contro quindici virgola due del Nord Ovest. Il motivo è semplice e amaro: nel Mezzogiorno i carburanti pesano di più sulla spesa energetica complessiva, perché la rete infrastrutturale è più debole e senza automobile non si va a lavorare, non si porta un figlio a scuola, non si raggiunge un ospedale. La geografia della disuguaglianza italiana si legge nel prezzo del gasolio.

La CNA ha stimato in oltre quattro miliardi e mezzo la maggiore spesa per benzina e gasolio dall’inizio del conflitto, con ottocentocinquanta milioni nei soli primi ventiquattro giorni di luglio. Confesercenti ha calcolato in circa settecento milioni l’aggravio dei soli mesi di luglio e agosto, sottratti ai consumi nel cuore della stagione turistica. Il 24 luglio il gasolio self ha toccato due euro e centosessantuno centesimi sulla rete ordinaria e due e duecentoventotto in autostrada, con il Brent tornato sopra i cento dollari e il gas al TTF raddoppiato rispetto all’inizio della guerra.

La risposta del governo è stata un taglio delle accise sul gasolio di diciassette centesimi, prorogato di volta in volta, l’ultima fino al 25 agosto, per un impegno complessivo di circa due miliardi fra marzo e luglio. Il ministro Adolfo Urso ha escluso un taglio generalizzato citando il precedente del 2022, quando secondo l’Ufficio parlamentare di bilancio a beneficiarne furono soprattutto le famiglie più abbienti. L’argomento non è infondato. Ma nasconde la domanda vera, che nessuno in Parlamento ha posto con la dovuta forza: perché l’Italia sta pagando il costo di una guerra che non ha deciso, che non ha discusso, che non ha mai votato, e sulla quale non ha mai preso una posizione autonoma? L’articolo 11 della Costituzione non è una decorazione retorica. È una norma.

8. L’Europa senza parole, il Giappone senza memoria

Halevi sostiene che il ceto politico occidentale, plasmato da decenni di egemonia statunitense, non è più capace di produrre statisti in grado di riposizionare i propri Paesi. È un’interpretazione, non un fatto, ed è una tesi che meriterebbe più prove di quante ne offra un’intervista. Ma un elemento concreto lo ha citato, e vale la pena guardarlo da vicino perché racconta qualcosa di preciso.

Il 6 agosto 2026, all’ottantunesimo anniversario di Hiroshima, la premier giapponese Sanae Takaichi ha partecipato per la prima volta alla cerimonia. Ha parlato di approccio realistico verso un mondo senza armi nucleari, ma non ha riaffermato con chiarezza tutti e tre i principi antinucleari che il Giappone si è dato dal dopoguerra. È stato il sindaco di Hiroshima, Kazumi Matsui, a criticare le grandi potenze che continuano a giustificare il possesso di armi nucleari come deterrenza; ed è stato il sindaco di Nagasaki, Shiro Suzuki, a definire quelle armi un male assoluto e a chiedere al governo di mantenere i tre principi. Decine di assemblee locali hanno presentato la stessa richiesta. Non è dunque vero, come lascia intendere l’intervista, che il Giappone abbia semplicemente rimosso: è vero che il suo governo ha riaperto il tabù mentre le città colpite e i sopravvissuti si oppongono. La memoria non è scomparsa. È diventata terreno di conflitto politico.

Sull’Europa, il silenzio è più assordante della retorica. In sei mesi di guerra, mentre i prezzi energetici bruciavano ventinove miliardi di reddito reale agli italiani, il dibattito pubblico nazionale ha riguardato quasi esclusivamente la proroga di un’accisa. Non l’obiettivo della guerra, non la sua legittimità, non la posizione dell’Italia, non le conseguenze di un riarmo continentale che assorbirà per anni risorse pubbliche.

9. Chi paga, chi decide, chi non è mai al tavolo

Un impero a corto di missili non è un impero più prudente. È un impero più nervoso. È esattamente ciò che stiamo osservando: una potenza che ha esaurito le munizioni di precisione, che ha visto le proprie basi trasformarsi da santuari in bersagli, che non riesce a riaprire uno stretto e che, non sapendo più che cosa fare, chiede via mail ai propri analisti idee creative per punire l’avversario. E che intanto approva il più grande bilancio militare della sua storia.

Sarebbe consolatorio leggere in tutto questo la nascita di un ordine mondiale più giusto. Non lo è, e chi si colloca a sinistra ha il dovere di dirlo. Il Patto della Mecca non è un movimento di liberazione: è l’alleanza di tre Stati autoritari che, avendo capito che l’ombrello americano è bucato, si costruiscono un ombrello proprio, con petrodollari, droni e testate nucleari. Il declino di un’egemonia non produce automaticamente emancipazione. Produce, per ora, più armamenti in più mani.

Quello che invece si può dire con certezza è chi paga. Paga il marinaio di vent’anni che dopo nove mesi di mare finisce in acqua e viene ripescato. Paga il ragazzo di diciannove ucciso in una base in Iraq per una guerra che nessuno gli ha spiegato. Paga il facchino del Belucistan che scaricava bidoni di carburante iraniano e ora non ha più un reddito. Paga la famiglia italiana che fa il pieno a centootto euro e taglia sul resto, e in Italia il resto significa sempre le stesse cose: le visite specialistiche rimandate, i farmaci non ritirati, l’assistenza a un familiare non autosufficiente scaricata sulle spalle di una donna che smette di lavorare.

Ogni euro che finisce nel riarmo è un euro che non finisce nella cura. Non è uno slogan: è una scelta di bilancio, ripetuta ogni anno, decisa da persone che non pagheranno mai il prezzo di ciò che decidono. La domanda che questa guerra lascia aperta non riguarda Teheran o Washington. Riguarda noi: quanto ancora siamo disposti a pagare, in denaro e in vite, per un ordine internazionale che non ci protegge, che non abbiamo scelto e che nessuno ci ha mai chiesto di votare.

Fonti

Joseph Halevi, intervista, Dove si appanna la stella Usa cresce il nuovo ordine mondiale, TheDotCultura, agosto 2026, ripresa da Contropiano, 17 agosto 2026: contropiano.org

Mark F. Cancian, Chris H. Park, Last Rounds? Status of Key Munitions at the Iran War Ceasefire, CSIS, 21 aprile 2026: csis.org

Mark F. Cancian, Chris H. Park, Rebuilding U.S. Missile Inventory: A Multiyear Project, CSIS, 27 maggio 2026: csis.org

CNN Politics, sulle scorte di munizioni statunitensi e i ritmi di consegna, 12 luglio 2026: cnn.com

PBS News, sui tempi di ricostituzione degli intercettori THAAD e Patriot, 27 maggio 2026: pbs.org

Al Jazeera, sulle stime CSIS di reintegro per singolo sistema d’arma e sul bilancio della difesa 2027, 15 luglio 2026: aljazeera.com

Al Jazeera, sull’inserimento di dieci entità statunitensi nella lista di controllo cinese sulle esportazioni, 22 giugno 2026: aljazeera.com

Morgan Lewis, Recent China Export Control Actions Signal Active Enforcement for Rare Earths and Strategic Minerals, 1 luglio 2026: morganlewis.com

CSIS, Rare Earth Export Restrictions One Year Later, 5 maggio 2026, sui volumi di ittrio esportati verso gli Stati Uniti: csis.org

ANSA, dichiarazioni di Mohammad Baqer Zolqadr sulle condizioni per la riapertura di Hormuz, 9 agosto 2026: ansa.it

ANSA, Teheran, con l’Oman su Hormuz raggiunto accordo su mappa dei percorsi, 17 agosto 2026: ansa.it

Adnkronos, dichiarazioni dei Pasdaran e di Abbas Araghchi sui negoziati con l’Oman, 9 agosto 2026: adnkronos.com

La Voce di New York, dati Kpler sui transiti attraverso Hormuz e Bab el-Mandeb, 7 agosto 2026: lavocedinewyork.com

The Telegraph, sui danni alle basi statunitensi e sull’analisi geolocalizzata di Fabian Hinz, marzo 2026: telegraph via yahoo.com

Steven A. Cook, Council on Foreign Relations, sulle basi statunitensi in Medio Oriente, 13 agosto 2026: cfr.org

The Nation, sui militari statunitensi uccisi e sulla richiesta di chiusura delle basi, agosto 2026: thenation.com

CNN Politics, US military asks troops for creative and unconventional ideas to punish Iran, 3 agosto 2026: cnn.com

MS NOW, sulle condizioni a bordo della portaerei Abraham Lincoln, 5 agosto 2026: ms.now

CNN Politics, sul marinaio caduto in mare dalla Abraham Lincoln e sulle richieste parlamentari, 13 agosto 2026: cnn.com

Military Times, sulla lettera del senatore alla Marina in merito al dispiegamento della Lincoln, 13 agosto 2026: militarytimes.com

ANSA, Firmato un patto sulla difesa tra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan. Iran: accordo di carta, 7 agosto 2026: ansa.it

Formiche.net, Il patto della Mecca. Riad, Ankara e Islamabad si legano con una clausola di difesa collettiva, 7 agosto 2026: formiche.net

The Diplomat, The Mecca Pact and America’s Reduced Leverage in West Asia, agosto 2026, sulla reazione iraniana: thediplomat.com

ThePrint, rassegna del dibattito cinese sul Patto della Mecca, agosto 2026: theprint.in

Eurasia. Rivista di studi geopolitici, La Turchia nel mirino di Israele?, 19 giugno 2026: eurasia-rivista.com

Eurasianet, New Pakistan-Iran road routes and Central Asian trade, 5 giugno 2026: eurasianet.org

Middle East Eye, Balochistan’s dangerous fuel trade is a lifeline. The Iran war is choking it, agosto 2026: middleeasteye.net

CNBC, Oil in U.S. Strategic Petroleum Reserve falls below 300 million barrels, lowest since 1983, 10 agosto 2026: cnbc.com

Bipartisan Policy Center, How the U.S. Strategic Petroleum Reserve Works, 2026: bipartisanpolicy.org

Quifinanza, stime dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre sui rincari energetici 2026 e sulla loro ripartizione territoriale: quifinanza.it

Il Sole 24 Ore, Lab24, Come la guerra in Iran incide sul costo di energia, carburanti e prezzi al consumo, agosto 2026: lab24.ilsole24ore.com

Geopop, sul caro carburanti in Italia e sulla posizione del ministro Urso in merito al taglio delle accise, marzo 2026: geopop.it

LaPresse, cronaca dell’ottantunesimo anniversario di Hiroshima e dichiarazioni dei sindaci Matsui e Suzuki, 6 agosto 2026: lapresse.it

Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 4.0

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