Se parlare con Putin diventa una colpa: il vicolo cieco della sinistra bellicista

La pace non è resa, la diplomazia non è putinismo

Era da tempo che non intervenivo sulle riflessioni di Corradino Mineo. Torno a farlo non per alimentare una polemica personale, ma perché il suo ultimo ragionamento sull’Ucraina rappresenta perfettamente un problema politico molto più grande di Mineo: la progressiva trasformazione di una parte della sinistra italiana ed europea in sostenitrice di una strategia fondata sulla prosecuzione della guerra, sul riarmo e sulla rappresentazione della Russia come minaccia permanente per l’Europa.

Il punto di partenza sono le dichiarazioni rilasciate da Giuseppe Conte il 2 agosto 2026 alla manifestazione PiazzAsiago. Il presidente del Movimento 5 Stelle ha spiegato che, se fosse investito della responsabilità di guidare la coalizione dopo aver vinto le primarie, chiamerebbe innanzitutto Zelensky per rassicurarlo del fatto che l’Ucraina è il paese aggredito, ma gli preannuncerebbe che un attimo dopo chiamerebbe Putin, l’aggressore, per imprimere una svolta negoziale al conflitto. Nella stessa occasione ha confermato il no del Movimento a nuovi voti sul sostegno militare, mantenendo invece il sì agli aiuti economici e alle sanzioni, e ha ribadito la formula che riassume la sua posizione sulla difesa: sì alla difesa comune europea, no alla corsa al riarmo dei singoli Stati e all’economia di guerra.

Dovrebbe essere la normalità della politica internazionale.

È diventata invece quasi una colpa. Dal Partito Democratico sono arrivate accuse di filorussismo e l’avvertimento che chi parla così vuole rompere la coalizione.

Ed è proprio qui che comincia il problema.

Parlare con Putin non significa arrendersi a Putin

La diplomazia non consiste nel parlare con coloro con i quali siamo già d’accordo.

Si negozia precisamente con il nemico.

Si negoziò durante la Guerra fredda, quando Stati Uniti e Unione Sovietica disponevano di arsenali nucleari capaci di distruggere il pianeta. Si negoziò durante guerre molto più sanguinose di quella ucraina. Si negozia persino mentre si combatte.

E si è negoziato anche in questa guerra. I due round di Abu Dhabi e il ciclo di colloqui di Ginevra del febbraio 2026, con la mediazione degli Stati Uniti, hanno messo attorno allo stesso tavolo le delegazioni di Mosca e di Kiev. Da allora sono trascorsi più di cinque mesi senza un nuovo ciclo. Il viceministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin sostiene che la Russia resti disponibile a esaminare proposte costruttive, anche sui formati dei contatti, e attribuisce all’Ucraina l’interruzione del processo. Kiev respinge la ricostruzione e denuncia che le pressioni statunitensi per ottenere concessioni vengano esercitate soltanto su di lei. Le posizioni restano distanti, e le richieste russe di neutralità permanente e di drastica riduzione delle capacità militari ucraine non sono concessioni negoziali ma condizioni di subordinazione.

Ma un dato attraversa tutti quei tavoli e nessuno in Europa sembra volerlo guardare: a Ginevra come ad Abu Dhabi, l’Europa non c’era. Ha finanziato, armato, sanzionato, e poi si è fatta rappresentare da altri nel momento in cui si discuteva del proprio confine orientale.

Per quale ragione, allora, sostenere oggi la necessità di parlare direttamente con Mosca dovrebbe trasformare Conte in un ambiguo pacifista, quasi sospettato di indulgenza verso il Cremlino?

Questa impostazione rivela un problema ormai profondo nella cultura politica di una parte del centrosinistra: la pace viene accettata come principio astratto, ma guardata con sospetto quando richiede compromessi concreti.

Eppure tutte le guerre terminano in uno di due modi: con la distruzione completa di uno dei contendenti oppure con una trattativa.

Qualcuno pensa seriamente che la Russia possa essere distrutta o costretta alla resa militare senza portare l’Europa sull’orlo di un conflitto diretto tra potenze nucleari?

Se la risposta è no, prima o poi bisognerà negoziare.

La domanda politica dovrebbe allora essere un’altra: perché aspettare altre decine di migliaia di morti?

La storia non è cominciata il 24 febbraio 2022

Esiste poi un’altra semplificazione che continuo a considerare intellettualmente insostenibile.

La Russia ha invaso l’Ucraina il 24 febbraio 2022. Questo è un fatto e non ho alcuna necessità di negarlo per criticare la politica occidentale.

Ma un fatto non può cancellare tutto ciò che lo precede.

La crisi ucraina non nasce quella mattina.

Prima ci sono l’allargamento della NATO verso Est, il progressivo deterioramento dei rapporti tra Russia e Occidente, il 2014, Maidan, l’annessione russa della Crimea, la guerra nel Donbass, gli accordi di Minsk mai realmente trasformati in una soluzione politica e la crescente integrazione militare dell’Ucraina nel sistema occidentale.

Ci sono inoltre gli interessi strategici degli Stati Uniti.

Perché questo elemento dovrebbe essere cancellato?

Washington interviene nella politica mondiale da decenni. Lo ha fatto in America Latina, Medio Oriente, Asia ed Europa. Ha finanziato organizzazioni, sostenuto governi, favorito cambiamenti di regime e costruito alleanze militari secondo i propri interessi strategici.

Ricordarlo nel caso ucraino non significa trasformare Putin in una vittima.

Significa semplicemente rifiutarsi di raccontare la storia come una favola nella quale esistono un aggressore metafisicamente malvagio e un Occidente completamente innocente.

La politica internazionale non funziona così.

Spiegare non significa giustificare

È forse questa la distinzione che abbiamo perduto.

Provare a comprendere le cause di una guerra non significa giustificarla.

Quando uno storico studia le condizioni che portarono alla Prima guerra mondiale non sta assolvendo chi sparò a Sarajevo.

Quando analizziamo Versailles per comprendere l’ascesa del nazismo non stiamo assolvendo Hitler.

Allo stesso modo, ricostruire le responsabilità occidentali nella crisi dei rapporti con la Russia non significa giustificare l’invasione dell’Ucraina.

Significa cercare di capire come siamo arrivati alla guerra per evitare di costruire le condizioni della prossima.

Invece abbiamo progressivamente sostituito l’analisi con le etichette.

Se chiedi un negoziato sei putiniano.

Se critichi la NATO stai facendo propaganda russa.

Se ricordi il 2014 stai giustificando l’invasione.

Se chiedi quale sia l’obiettivo politico dell’invio delle armi vuoi consegnare Kiev a Mosca.

È un modo infantile di discutere una delle questioni geopolitiche più pericolose del nostro tempo.

Il paradosso di una sinistra che denuncia i tagli e accetta il riarmo

C’è poi una contraddizione ancora più grande, e riguarda direttamente la sinistra europea.

Corradino Mineo denuncia spesso, e molte volte condivido le sue denunce, la crisi del welfare, la sanità pubblica in difficoltà, i salari insufficienti, l’aumento delle disuguaglianze, la precarietà, la necessità di investire nella ricerca, nella scuola, nella transizione ecologica e nella protezione sociale.

Ma contemporaneamente considera indispensabile preparare l’Europa militarmente contro la Russia.

Le due cose non possono essere semplicemente affiancate come se non esistesse un problema di risorse.

La spesa militare costa.

Costa enormemente.

E qui non stiamo parlando di ipotesi. Al vertice NATO dell’Aja del giugno 2025 i trentadue paesi alleati si sono impegnati a investire il 5% del PIL annuo entro il 2035: almeno il 3,5% per la difesa cosiddetta core secondo la definizione NATO e fino all’1,5% per spese collegate alla sicurezza, dalle infrastrutture critiche alle reti, dalla resilienza civile al rafforzamento della base industriale della difesa. La soglia precedente, fissata nel 2014, era del 2% e la maggior parte degli alleati faticava a raggiungerla. Per l’Italia Conte quantifica l’impegno in cinquecento miliardi entro il 2035.

Non stiamo parlando di qualche carro armato in più.

Stiamo parlando di una trasformazione strutturale delle priorità dei bilanci pubblici europei.

E allora la domanda diventa inevitabile: chi paga?

I lavoratori? I pensionati? La sanità? La scuola? Le politiche per la disabilità e la non autosufficienza? La ricerca civile? Gli investimenti ambientali?

Non è una domanda retorica. Prima del vertice dell’Aja la Spagna scrisse alla segreteria generale della NATO dichiarando l’impossibilità strutturale di raggiungere quella soglia e definendola incompatibile con la tenuta del proprio welfare. È stato l’unico governo europeo che ha detto ad alta voce ciò che tutti sanno.

Non si può denunciare lunedì la demolizione dello Stato sociale e martedì sostenere una gigantesca riconversione militare dell’Europa senza spiegare da dove arriveranno centinaia di miliardi.

Questa contraddizione attraversa ormai anche una parte consistente del Partito Democratico.

Ed è una contraddizione politica, non contabile.

Quale sarebbe la vittoria?

C’è inoltre una domanda alla quale i sostenitori della prosecuzione della guerra raramente rispondono: che cosa significa vincere?

Riportare l’Ucraina ai confini del 1991?

Riprendere militarmente la Crimea?

Espellere l’esercito russo dall’intero Donbass?

Provocare la caduta di Putin?

Indebolire la Russia fino a renderla incapace di rappresentare una potenza?

E soprattutto: con quali uomini, quali armi, quali tempi e quale prezzo umano?

Perché continuare a dire che sosterremo Kiev per tutto il tempo necessario non è una strategia.

È una formula.

Una strategia deve indicare l’obiettivo, i mezzi per raggiungerlo, i costi prevedibili e soprattutto una via d’uscita nel caso quell’obiettivo non sia raggiungibile.

Dopo oltre quattro anni di guerra questa chiarezza continua a mancare.

L’Europa ha bisogno della Russia o della guerra permanente?

Esiste infine una questione che considero decisiva.

La Russia non scomparirà.

Putin passerà, come passano tutti i leader.

La Russia resterà.

Resterà geograficamente accanto all’Europa, con le sue risorse, la sua storia, il suo arsenale nucleare, la sua economia, le sue contraddizioni e i suoi interessi.

Possiamo davvero immaginare la sicurezza europea dei prossimi cinquant’anni fondata sulla contrapposizione militare permanente con Mosca?

Io penso di no.

Anzi, considero uno degli errori strategici più gravi dell’Europa avere contribuito a spingere progressivamente la Russia verso la Cina. Nel maggio 2026 Putin è tornato a Pechino per la venticinquesima volta, in occasione del trentennale del partenariato strategico tra i due paesi. Ogni round di sanzioni e ogni interruzione di relazione ha reso quel legame più stretto, non più fragile.

Un continente politicamente autonomo avrebbe avuto un interesse opposto: costruire una propria architettura di sicurezza, mantenere rapporti economici equilibrati con Mosca e contemporaneamente garantire la sovranità dei paesi dell’Europa orientale.

Non lo abbiamo fatto.

Abbiamo delegato per decenni la nostra sicurezza agli Stati Uniti e oggi scopriamo improvvisamente che gli interessi americani e quelli europei non coincidono necessariamente.

Ed è proprio qui il paradosso

Molti degli stessi commentatori che oggi denunciano giustamente Trump continuano a difendere l’architettura geopolitica che ha mantenuto l’Europa dipendente dagli Stati Uniti.

Ma se Trump ci ha insegnato qualcosa è precisamente questo: l’Europa deve diventare politicamente autonoma.

Autonoma da Washington. Autonoma da Mosca. Autonoma da Pechino.

Non equidistante moralmente, ma indipendente politicamente.

Un’Europa capace di parlare con tutti perché non è il vassallo di nessuno.

Il vero confronto che serve al centrosinistra

Per questo considero utile che Giuseppe Conte abbia posto apertamente il problema.

Se PD e Movimento 5 Stelle hanno idee profondamente differenti sull’Ucraina, sulla NATO, sul riarmo e sulla politica estera europea, è meglio discuterne apertamente invece di nascondere tutto sotto la formula rassicurante del campo largo.

Se serviranno primarie, si facciano.

E siano gli elettori a decidere.

Ma il confronto dovrebbe essere molto più ampio della scelta tra Conte e Schlein.

La domanda è quale sinistra vogliamo costruire.

Una sinistra che considera la pace un obiettivo politico oppure soltanto il premio finale dopo una vittoria militare?

Una sinistra che difende il welfare oppure accetta una gigantesca redistribuzione di risorse verso la difesa?

Una sinistra che immagina un’Europa autonoma oppure una prosecuzione dell’attuale dipendenza strategica?

Una sinistra capace di riconoscere anche gli errori dell’Occidente oppure convinta che il diritto internazionale valga soltanto quando viene violato dai nostri avversari?

Sono domande alle quali non si potrà sfuggire ancora a lungo.

La pace non è una resa

Io non considero Putin un modello politico.

Non considero la Russia una democrazia da imitare.

E non giustifico l’invasione dell’Ucraina.

Ma proprio perché considero quella guerra una tragedia penso che continuare a combatterla senza indicare una soluzione politica sia diventato irresponsabile.

Bisogna tornare a parlare.

Con Kiev. Con Mosca. Con Washington.

E soprattutto l’Europa deve finalmente parlare con una propria voce, sedendosi a quel tavolo invece di aspettare che altri decidano al posto suo.

La pace richiederà compromessi dolorosi. Probabilmente nessuno otterrà tutto ciò che pretende. È precisamente questo il significato di un negoziato.

Ma continuare a presentare qualsiasi dialogo con Putin come una concessione al Cremlino significa trasformare la guerra da strumento eccezionale della politica internazionale in una condizione permanente.

Ed è qui che rivolgo la mia critica non soltanto a Corradino Mineo, ma a quella parte del Partito Democratico e del centrosinistra che sembra aver progressivamente accettato questa impostazione.

Si può essere europeisti senza essere bellicisti.

Si può condannare l’invasione russa senza trasformare la Russia nel nemico eterno dell’Europa.

Si può sostenere l’indipendenza dell’Ucraina e contemporaneamente pretendere un negoziato.

Si può criticare Putin senza assolvere la NATO e gli Stati Uniti da ogni responsabilità nella crisi della sicurezza europea.

Soprattutto, si può essere pacifisti senza essere ingenui.

Anzi, nell’Europa che stiamo costruendo, forse la vera ingenuità è credere che accumulare armi, aumentare la spesa militare e interrompere progressivamente ogni relazione con la Russia ci renderà automaticamente più sicuri.

La sicurezza non nasce soltanto dalla capacità di combattere.

Nasce soprattutto dalla capacità politica di non doverlo fare.

Ed è questa capacità che l’Europa sembra avere smarrito.

Fonti

  1. Adnkronos, dichiarazioni di Giuseppe Conte a PiazzAsiago, 2 agosto 2026.
  2. L’Espresso, la posizione del Movimento 5 Stelle su armi, primarie e campo largo, 2 agosto 2026.
  3. Open, il confronto tra Conte e Schlein sulla politica estera, 2 agosto 2026.
  4. Today, le reazioni del Partito Democratico alle dichiarazioni di Conte, 3 agosto 2026.
  5. Dichiarazione finale del vertice NATO dell’Aja, 25 giugno 2025, sull’obiettivo del 5% del PIL entro il 2035.
  6. Camera dei deputati, servizio studi, scheda sulle spese per la difesa in ambito NATO, 2025.
  7. Il manifesto, la posizione della Spagna sull’incompatibilità della soglia del 5% con la tenuta del welfare, giugno 2025.
  8. Il Sole 24 Ore, dichiarazioni del viceministro degli Esteri russo Mikhail Galuzin sullo stato dei negoziati, 3 agosto 2026.
  9. Vatican News e Linkiesta, cronache del ciclo negoziale di Ginevra, febbraio 2026.
  10. ANSA, verifica degli impegni di spesa degli alleati NATO, luglio 2026.

Licenza CC BY-NC-SA 4.0

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