Cinquantamila per interposta persona

Come il ricatto di Rabat sulla frontiera di Ceuta è stato convertito in un processo politico contro la Spagna, e perché il governo italiano ha guidato l’offensiva europea contro il Paese aggredito anziché contro chi quel ricatto lo ha reso possibile

Nella notte fra il 30 e il 31 luglio 2026 decine di migliaia di persone hanno attraversato a nuoto il breve tratto di mare che separa la città marocchina di Fnideq dalla spiaggia di El Tarajal, a Ceuta. Non è stato un flusso: è stata una marea, compressa in poche ore, con una velocità e una simultaneità che nessuna rotta migratoria spontanea ha mai prodotto in Europa. Quarantotto ore dopo, quasi tutti erano tornati indietro e il ministero dell’Interno spagnolo poteva dichiarare zero arrivi nella penisola. Nel frattempo erano morte decine di persone, il governo italiano aveva chiuso le frontiere aeree e marittime con la Spagna, il Dipartimento di Stato americano aveva accusato Madrid di avere deliberatamente favorito l’immigrazione illegale di massa in Europa e ventidue capi di Stato e di governo, con l’Italia alla guida, avevano firmato una lettera per chiedere una risposta europea coordinata.

La sequenza va letta con attenzione, perché contiene un rovesciamento. Un Paese terzo apre un varco sulla frontiera esterna dell’Unione; lo Stato membro colpito lo richiude in due giorni senza che una sola persona raggiunga il continente; e a quel punto ventidue governi europei si riuniscono non per chiedere conto al Paese terzo, ma per discutere di come proteggersi dallo Stato membro colpito. La domanda che quasi nessuno ha posto è la più semplice: chi ha aperto il varco, e a chi conviene che la colpa cada su qualcun altro.

Quel che segue prova a ricostruire i fatti verificabili, a distinguerli dalle interpretazioni e a mostrare che la crisi di Ceuta non ha prodotto un’agenda politica: ne ha accelerato una già scritta.

1. Quarantotto ore a El Tarajal

I numeri oscillano a seconda della fonte, e l’oscillazione è essa stessa un dato politico. Il presidente della città autonoma di Ceuta, Juan Jesús Vivas, ha parlato di circa sessantamila ingressi in ventiquattro ore, pari al settanta per cento di una popolazione di circa ottantacinquemila abitanti, con almeno settemila minori non accompagnati posti sotto la tutela delle autorità locali. Il ministero dell’Interno spagnolo ha fornito una stima più contenuta, intorno alle cinquantamila persone. Vivas ha reso l’ordine di grandezza con un paragone efficace: in proporzione, come se in Spagna si fossero riversati trentaquattro milioni di persone in un giorno.

La città è collassata in poche ore. Negozi e ristoranti sbarrati, migliaia di persone accampate nei parchi, sulle spiagge e sulle colline senza cibo né acqua, scontri con le forze di polizia, decine di arresti. Il governo spagnolo ha schierato l’esercito e rinforzi della Guardia Civil. Poi, con la stessa rapidità con cui era arrivata, la marea si è invertita: alle diciotto di venerdì 31 luglio le fonti governative parlavano di oltre 48.300 rientri verso il Marocco, a un ritmo di centocinquanta persone al minuto. La notte successiva gli ingressi si sono fermati completamente e Madrid ha potuto parlare di un ritorno alla normalità in meno di quarantotto ore.

Non si è trattato di rimpatri forzati, ma di quello che il governo spagnolo ha definito rientro spontaneo: la gente è tornata indietro perché a Ceuta non c’era nulla. Nessuna accoglienza, nessun lavoro nemmeno informale, nessuna possibilità di proseguire. Il ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska lo ha detto senza giri di parole: chi è entrato in modo irregolare non ha alcuna opzione di regolarizzazione. Chi aveva creduto di essere arrivato in Europa aveva soltanto attraversato sei chilometri quadrati di penisola fortificata da cui non si esce senza documenti.

Il bilancio umano è il dato più incerto e più grave. Le fonti ufficiali spagnole hanno confermato almeno cinquantasette annegati nella prima giornata; il primo agosto i corpi recuperati dai sommozzatori, dalla Guardia Civil e dal salvataggio marittimo erano saliti ad almeno sessantasette, che sommati alle trenta vittime registrate dall’inizio dell’anno portano ad almeno novantasette i morti degli ultimi sette mesi nel tentativo di raggiungere a nuoto l’exclave. Alcune testate hanno riportato cifre superiori. Il conteggio, come sempre accade su quella frontiera, è provvisorio per difetto.

2. La sentenza che non dice quello che le hanno fatto dire

La scintilla giuridica ha un numero di ruolo preciso. Il 29 giugno 2026 la Sezione Quinta della Sala del contenzioso amministrativo del Tribunal Supremo spagnolo ha deciso il ricorso per cassazione 3795/2025, respingendo l’impugnazione dell’Avvocatura dello Stato contro una pronuncia del Tribunale superiore di giustizia dell’Andalusia. La decisione, resa nota l’8 luglio, fissa una dottrina giurisprudenziale contro la quale non è ammesso ricorso.

Il contenuto è molto più circoscritto di come è stato raccontato. La disposizione aggiuntiva decima della legge spagnola sugli stranieri, introdotta nel 2015, consente il cosiddetto rigetto in frontiera: l’allontanamento immediato senza identificazione individuale, senza assistenza legale e senza possibilità di chiedere protezione internazionale, applicato a chi supera gli elementi di contenimento fisico, cioè le recinzioni di Ceuta e Melilla. Il Supremo ha stabilito che quella disposizione non può essere estesa a chi viene intercettato in mare mentre tenta di entrare a nuoto, perché il mare non è un elemento di contenimento equiparabile a una barriera. A queste persone si applica il procedimento ordinario di espulsione.

La sentenza, dunque, non vieta di rimpatriare nessuno. Vieta di farlo saltando l’identificazione e il diritto di difesa. Non modifica la legge sugli stranieri, non dichiara illegittimo il regime dei respingimenti in frontiera e anzi, in un passaggio che vale la pena tenere a mente, precisa che nulla impedirebbe di applicare il rigetto immediato qualora venissero installati elementi di contenimento in mare a protezione della linea di confine.

Su questa pronuncia si è innestata una campagna di disinformazione. Pedro Sánchez ha parlato di una lettura interessata da parte di chi traffica esseri umani, diffusasi attraverso le reti sociali come polvere da sparo. La versione circolata nelle settimane precedenti sulle piattaforme assicurava che chi fosse arrivato a nuoto non poteva più essere rimandato indietro e che Ceuta era la porta d’Europa. Entrambe le affermazioni erano false. Il fatto che decine di migliaia di persone le abbiano credute simultaneamente, nella stessa notte, non è spiegabile con la sola viralità di un messaggio.

3. Il calendario di Rabat

Perché una mobilitazione di quelle dimensioni possa avvenire, il lato marocchino della frontiera deve smettere di funzionare. Nel 2021, quando circa ottomila persone entrarono a Ceuta in trentasei ore dopo il ricovero in Spagna del leader del Fronte Polisario Brahim Ghali, il Parlamento europeo denunciò formalmente la strumentalizzazione della migrazione da parte del Marocco. Il presidente di Ceuta ha rivolto oggi la stessa accusa: le autorità marocchine, ha dichiarato, hanno usato i propri cittadini per esercitare pressione sulla Spagna, destabilizzare la città e fomentare disordini, con un atto che ha definito di ostilità verso la Spagna e verso l’Europa. Fonti del governo di Rabat hanno attribuito l’impennata a organizzazioni criminali, definendo esemplare la cooperazione con Madrid.

Le due versioni non sono equivalenti, e il contesto aiuta a distinguerle. Il 20 luglio Pedro Sánchez si era recato ad Algeri, prima visita di un capo del governo spagnolo in Algeria dopo quattro anni, segnando un riavvicinamento che a Rabat viene letto come un cedimento sul dossier del Sahara Occidentale. Quel dossier è la chiave di tutto. Il 10 dicembre 2020 gli Stati Uniti riconobbero la sovranità marocchina sul territorio conteso in cambio della normalizzazione delle relazioni fra Rabat e Israele nel quadro degli Accordi di Abramo. Francia e Spagna seguirono. Il 31 ottobre 2025 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato, su pressione statunitense, un linguaggio che indica l’autonomia sotto sovranità marocchina come la via praticabile per chiudere la controversia.

Il calendario delle ultime settimane è ancora più eloquente. Il 19 gennaio 2026 il Marocco ha annunciato la propria adesione al Board of Peace, l’organismo costruito attorno al dopoguerra di Gaza. Il 29 luglio Donald Trump ha annunciato che Rabat intitolerà al suo nome un’autostrada di 1.055 chilometri fra Tiznit e Dakhla, attraverso il Sahara Occidentale, costata circa un miliardo di dollari. Il primo agosto, nel messaggio per il ventisettesimo anniversario della Festa del Trono, il presidente americano ha ribadito a Mohammed VI il riconoscimento della sovranità marocchina, definendo la sua leadership un pilastro di stabilità e citando il ruolo cruciale del regno negli Accordi di Abramo.

Fra il 29 luglio e il primo agosto si concentrano dunque l’omaggio infrastrutturale di Washington a Rabat, il collasso della frontiera di Ceuta e la riaffermazione presidenziale del riconoscimento sul Sahara Occidentale. Non esiste, allo stato, alcun documento che provi un ordine impartito, e sarebbe scorretto presentare come accertato ciò che accertato non è. Esistono però una coincidenza temporale che sarebbe irresponsabile ignorare, un precedente documentato nel 2021 e un’accusa formale delle autorità locali spagnole. È su questo terreno, e non su quello delle certezze, che va condotta l’analisi.

Vale la pena ricordare che il regno che oggi si presenta come garante della sicurezza delle frontiere europee ha costruito nel Sahara Occidentale una barriera di sabbia e mine di circa 2.700 chilometri, la più lunga struttura di separazione militare del pianeta, per consolidare l’occupazione di un territorio che le Nazioni Unite classificano ancora come non autonomo. La gestione dei corpi umani come strumento di pressione non è un incidente nella politica di Rabat: è una tecnica di governo consolidata.

4. Il regime speciale di Ceuta e cosa dice davvero il diritto europeo

Su un punto tecnico si è costruita l’intera operazione politica italiana, ed è un punto che il diritto europeo ha già chiarito da anni. Rispondendo nel 2022 a un’interrogazione parlamentare, la Commissione europea ha precisato che l’acquis di Schengen si applica integralmente all’intero territorio spagnolo, comprese Ceuta e Melilla, e che le frontiere delle due città con il Marocco costituiscono frontiere esterne dell’area Schengen. Alle due città si applicano però norme speciali: chiunque parta da Ceuta o Melilla verso la Spagna peninsulare o verso un altro Paese Schengen deve sottoporsi a controlli d’identità e dei documenti.

In concreto, esistono soltanto due vie di uscita, il porto e l’aeroporto, e su entrambe la Polizia nazionale identifica chiunque parta, mentre compagnie di navigazione e compagnie aeree sono tenute a verificare i documenti. Entrare a Ceuta non significa in alcun modo entrare nello spazio di libera circolazione europeo. Il commissario europeo agli Affari interni Magnus Brunner lo ha ripetuto pubblicamente: non ci sono flussi verso il continente europeo o verso altri Stati membri, i controlli in uscita restano pienamente operativi, il Marocco figura nella lista europea dei Paesi di origine sicuri.

Il governo spagnolo, nella lettera inviata alle istituzioni europee, ha usato una formula più sbrigativa, affermando che Ceuta non fa parte dello spazio Schengen. Tecnicamente è impreciso: ne fa parte, con un regime derogatorio. Politicamente, tuttavia, la sostanza coincide con quella affermata da Bruxelles, ed è esattamente la sostanza che toglie fondamento alla giustificazione italiana.

5. La sospensione italiana e il principio di leale cooperazione

Il 31 luglio, al termine del Comitato di analisi sull’immigrazione e la sicurezza delle frontiere presieduto dal ministro Matteo Piantedosi, il Viminale ha disposto la chiusura delle frontiere marittime e aeree con la Spagna a partire dal primo agosto, per un mese prorogabile, con un contestuale rafforzamento dei controlli lungo il confine terrestre con la Francia. Giorgia Meloni ha parlato di misura straordinaria a tutela della sicurezza nazionale; Antonio Tajani l’ha definita una scelta necessaria e prevista dai trattati. Austria e Danimarca si sono dichiarate pronte a seguire.

Il primo problema è procedurale. Nelle ore immediatamente successive all’annuncio, da Bruxelles si apprendeva che l’Italia non aveva ancora notificato la decisione alla Commissione. Un portavoce ricordava che gli Stati membri possono reintrodurre i controlli alle frontiere interne soltanto in via eccezionale e temporanea, come ultima risorsa, per fare fronte a gravi minacce all’ordine pubblico o alla sicurezza nazionale ai sensi dell’articolo 25, paragrafo 1, lettera c del Codice frontiere Schengen, nel rispetto dei criteri di necessità e proporzionalità. La richiesta implicita era netta: Roma deve spiegare in che modo Ceuta costituisca una minaccia per la sicurezza italiana, dal momento che dall’exclave non è partito nessuno.

Il secondo problema è sostanziale, e lo ha formulato con precisione l’ex alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri Josep Borrell: secondo il diritto europeo nessuno Stato membro può sospendere unilateralmente la partecipazione di un altro Stato membro a Schengen. Ciò che l’Italia può fare, e ha fatto, è reintrodurre i propri controlli di frontiera interna; chiamarla sospensione di Schengen con la Spagna è una forzatura lessicale che serve a trasformare una misura amministrativa in un atto di accusa verso un altro governo. Borrell ha osservato che l’episodio rivela come i governi europei stiano imparando a usare e ad abusare dell’ordinamento giuridico dell’Unione, in violazione del principio di leale cooperazione sancito dall’articolo 4, paragrafo 3 del Trattato sull’Unione europea.

Il terzo elemento è quello che smaschera la natura simbolica del provvedimento. Nell’annunciarlo, Palazzo Chigi ha assicurato che la misura sarebbe rimasta in vigore solo per il tempo necessario, con particolare attenzione a limitare qualsiasi impatto sui flussi turistici estivi. Una minaccia alla sicurezza nazionale che si può modulare in base al calendario delle vacanze non è una minaccia alla sicurezza nazionale.

6. Due lettere, due Europe

Il primo agosto le istituzioni europee hanno ricevuto due lettere che chiedevano formalmente la stessa cosa, una riunione urgente dei ministri dell’Interno, partendo da premesse opposte. È nella distanza fra quei due testi che si misura la frattura reale dell’Unione.

La prima porta la firma di Pedro Sánchez. Denuncia una reazione asimmetrica dei governi europei: la maggioranza ha offerto sostegno e assistenza, altri hanno scelto di attaccare la Spagna e di chiederne l’esclusione temporanea dall’area Schengen. Un simile atteggiamento, scrive il premier spagnolo, è alimentato da pregiudizi, notizie false, ignoranza o interessi politici, ed è contrario al diritto europeo, al diritto umanitario e ai principi di solidarietà. La richiesta è di riaffermare che la sicurezza delle frontiere esterne è una responsabilità condivisa di tutti gli Stati membri e non soltanto di quelli in prima linea. Il ministro Grande-Marlaska ha sintetizzato la posizione di Madrid invocando più solidarietà, più responsabilità e meno egoismo.

La seconda lettera è stata promossa da Giorgia Meloni e dalla premier danese Mette Frederiksen ed è stata sottoscritta da ventidue capi di Stato e di governo. È indirizzata al presidente del Consiglio europeo António Costa, alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen e al presidente di turno del Consiglio dell’Unione, il taoiseach irlandese Micheál Martin. Oltre a Italia e Danimarca hanno firmato Austria, Belgio, Bulgaria, Cipro, Croazia, Estonia, Finlandia, Germania, Grecia, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Slovacchia, Slovenia, Svezia e Ungheria. Non hanno firmato, fra gli altri, la Spagna e la Francia.

Il testo chiede una valutazione congiunta della situazione e una risposta europea coordinata, indicando ai ministri dell’Interno due compiti: rafforzare il sostegno di Frontex e valutare l’efficacia della cooperazione dell’Unione europea con il Marocco. Prende atto che non sono stati registrati movimenti secondari irregolari verso altri Paesi europei e, nella stessa pagina, dichiara la disponibilità ad adottare tutte le misure necessarie per affrontare i rischi derivanti dai movimenti secondari, anche attraverso il rafforzamento o la reintroduzione temporanea dei controlli alle frontiere interne.

Vale la pena fermarsi su questo passaggio, perché è la chiave dell’intero documento. I ventidue firmatari ammettono per iscritto che il fenomeno che dovrebbe giustificare la misura non si è verificato, e proprio per questo si dichiarano pronti ad adottare la misura. È la struttura logica dell’emergenza permanente: il rischio sostituisce il fatto, l’ipotesi sostituisce la prova, e la sproporzione fra minaccia e risposta cessa di essere un problema perché la minaccia non deve più essere dimostrata.

Sul Marocco, invece, il documento sceglie la formula più tenue possibile. Lo Stato dal cui territorio è partita l’operazione non viene condannato, né richiamato ai propri obblighi: viene sottoposto a una verifica di efficacia della cooperazione. Chi ha aperto il varco ottiene un controllo di qualità del servizio; chi lo ha richiuso in quarantotto ore ottiene i controlli alle frontiere.

Ursula von der Leyen ha accolto la richiesta e convocato la videoconferenza straordinaria. Nel farlo ha precisato che nessuno dei migranti arrivati a Ceuta ha raggiunto la Spagna continentale o il resto dell’Unione, e che la grande maggioranza è rientrata in Marocco. Da questa constatazione ha però tratto una conclusione inversa rispetto alle premesse: il sistema è solido, ma deve essere ulteriormente rafforzato, e occorre un processo di apprendimento dagli errori commessi. Quali errori, dal momento che il sistema ha funzionato esattamente come previsto, non viene specificato. La risposta si trova nell’unico punto della lettera che nomina una politica concreta, e quella politica non è marocchina.

7. Da Chisinau a Ceuta: un’agenda già pronta

La lettera dei ventidue contiene un rinvio che è passato quasi inosservato e che invece ne illumina la genealogia: il richiamo all’importanza della Dichiarazione di Chisinau sulla migrazione e alla necessità di una sua rapida ed efficace attuazione.

La Dichiarazione di Chisinau è stata adottata il 16 maggio 2026 dai quarantasei Stati membri del Consiglio d’Europa. Riconosce come legittime le cosiddette soluzioni innovative di gestione dei flussi, fra cui la creazione di hub di rimpatrio in Paesi terzi, il modello che l’Italia ha sperimentato in Albania. Meloni l’ha rivendicata come un riconoscimento della leadership italiana, affermando che ciò che un anno prima faceva discutere era diventato un principio condiviso fra quarantasei Stati. La rete europea Picum, che riunisce le organizzazioni per i diritti delle persone migranti senza documenti, l’ha definita un attacco diretto alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e all’autorità della sua Corte.

L’origine di Chisinau è documentata: una lettera aperta con cui, un anno prima, nove Paesi guidati da Italia e Danimarca chiedevano soluzioni innovative contro l’immigrazione irregolare, dai centri di rimpatrio esternalizzati agli accordi con Paesi di transito. Lo stesso asse, gli stessi due promotori, lo stesso metodo della lettera collettiva. In un anno i firmatari sono passati da nove a ventidue.

Nel frattempo il quadro normativo si è mosso. Il 17 giugno 2026 il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri, che promuove a sua volta il modello degli hub esterni, e la cui compatibilità con il diritto dell’Unione dovrà essere valutata dalla Corte di giustizia. La dottrina internazionalistica ha già segnalato il rischio di un’escalation di contenzioso davanti alle corti dei diritti umani.

Ne discende una lettura che cambia il significato dell’intera vicenda. Ceuta non ha generato questa agenda: le ha fornito l’evento legittimante di cui aveva bisogno. Una costruzione normativa e politica già completa, elaborata nell’arco di due anni dallo stesso asse italo-danese, trova in una crisi di quarantotto ore senza un solo movimento secondario la giustificazione emotiva per l’accelerazione finale. È per questo che una crisi risolta può produrre una riunione d’emergenza: perché la riunione non serve a risolvere la crisi, ma a incassarne il capitale politico.

8. Il vero bersaglio: la regolarizzazione

Nella lettera dei ventidue c’è un passaggio che nomina, senza nominarla, la Spagna. I firmatari affermano il dovere di scoraggiare efficacemente e di combattere incessantemente l’immigrazione clandestina, coordinando le azioni, rafforzando i confini esterni e affrontando tutte le politiche che possono fungere da fattori di attrazione, come la regolarizzazione di un numero molto elevato di migranti irregolari. Altrove il testo esclude che l’ingresso illegale di un migrante possa trasformarsi in un soggiorno legale. In tutto il documento, questa è l’unica politica pubblica di uno Stato membro esplicitamente indicata come problema.

Conviene allora guardare da vicino l’oggetto dell’accusa. Il 14 aprile 2026 il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato il Regio decreto 316/2026, che modifica il regolamento della legge organica sugli stranieri e apre un processo straordinario di regolarizzazione amministrativa. Il termine per la presentazione delle domande è rimasto aperto dal 16 aprile al 30 giugno 2026. Possono accedervi le persone in situazione irregolare e i richiedenti protezione internazionale presenti in Spagna prima del primo gennaio 2026, con cinque mesi di permanenza ininterrotta e prive di precedenti penali. L’autorizzazione concede il diritto di risiedere e lavorare in qualsiasi settore per un anno, dopo il quale si accede ai canali ordinari. La platea stimata si aggira intorno al mezzo milione di persone.

La misura non è nata negli uffici del governo. È nata da un’iniziativa legislativa popolare sostenuta da oltre settecentomila firme, cioè dal solo strumento di democrazia diretta che gli ordinamenti europei mettono a disposizione dei cittadini. Il governo spagnolo ha argomentato la scelta anche sul terreno delle evidenze empiriche, richiamando gli effetti della regolarizzazione del 2005: miglioramento dell’inserimento lavorativo, aumento del gettito fiscale, riduzione dell’economia informale e, secondo gli studi disponibili, nessun effetto di richiamo.

Madrid ha dichiarato esplicitamente che la crisi di Ceuta è slegata dalla regolarizzazione, e i fatti lo confermano: il termine per le domande si era chiuso il 30 giugno, un mese prima dell’assalto, e chi è entrato irregolarmente non aveva alcuna possibilità di accedervi. Il ministro dell’Interno lo ha ribadito nel pieno della crisi. Nonostante questo, la regolarizzazione è diventata l’accusa centrale, dal comunicato del Dipartimento di Stato americano fino alla lettera dei ventidue.

Qui si vede l’oggetto reale del contendere. Non è il controllo della frontiera, che i dati attestano più efficace in Spagna che in Italia. È il modello politico. Un governo europeo ha sottratto mezzo milione di persone al ricatto del lavoro nero, alla clandestinità amministrativa e alla condizione di ostaggio permanente, dimostrando che si può governare la migrazione estendendo diritti anziché comprimendoli e che questo non fa aumentare gli arrivi. È questa dimostrazione a essere intollerabile, perché toglie fondamento all’intera costruzione ideologica che tiene insieme le destre europee. Un contro-esempio funzionante è più pericoloso di un’opposizione.

Va aggiunto, per onestà, che la regolarizzazione spagnola non è un atto di generosità né una politica di sinistra compiuta. È un riconoscimento tardivo di una realtà di fatto, concede un permesso di un anno e lascia intatto l’impianto securitario della legge sugli stranieri, la stessa che nel 2015 ha codificato i respingimenti in frontiera. Ma è precisamente perché si tratta di una misura moderata che la reazione europea risulta rivelatrice: se anche questo è inaccettabile, il perimetro del pensabile si è ristretto assai più di quanto si ammetta.

9. I numeri contro la narrazione

La replica spagnola non è stata retorica: è stata statistica. Sánchez ha pubblicato i dati Frontex sugli ingressi irregolari nell’Unione fra il 2021 e il 2026: 478.600 attraverso l’Italia, 340.600 attraverso i Balcani occidentali, 259.800 attraverso la Grecia, 234.760 attraverso la Spagna, 48.000 lungo il confine orientale. La solidarietà e l’empatia sono opzionali, ha commentato, il rispetto dei trattati europei e dei dati no.

Il confronto sui rimpatri è ancora più impietoso per il governo italiano. Nel triennio 2023-2025, secondo Eurostat, l’Italia ha effettuato 12.535 rimpatri di immigrati irregolari, il 29,6 per cento in meno dei 17.805 della Spagna. Nello stesso periodo l’Italia è stata il punto di ingresso irregolare di 290.573 persone provenienti da Paesi terzi, il 55 per cento in più delle 158.755 approdate fra la Spagna e le Canarie. Anche i dati più generosi del cruscotto statistico del Viminale, che indicano 6.772 rimpatri nel 2025, restano sotto gli 8.033 del 2018, i 7.457 del 2019 e i 7.383 del 2017, tutti realizzati da governi che la destra oggi al potere descrive come lassisti.

Sul versante spagnolo, Sánchez ha rivendicato una riduzione del flusso migratorio irregolare del quaranta per cento nel 2025 rispetto al 2024 e del trentasei per cento nella parte finora trascorsa del 2026. Gli sbarchi in Spagna sono scesi da 57.318 nel 2023 a 36.683 nel 2025. Sono i risultati del governo che, secondo il Dipartimento di Stato americano, avrebbe deliberatamente favorito l’immigrazione illegale di massa, e del Paese che ventidue governi europei indicano oggi come portatore di fattori di attrazione.

Va detto con altrettanta chiarezza che non c’è nulla da celebrare in questa contabilità. Rivendicare più rimpatri e meno arrivi significa accettare il terreno di gioco costruito dalla destra, quello in cui il valore di una politica migratoria si misura dal numero di persone respinte. Ma quando la contesa è fra due narrazioni, i numeri servono almeno a stabilire chi mente. E chi mente, in questo caso, è documentato.

10. Washington non nomina il Marocco

Il 31 luglio il Dipartimento di Stato americano ha diffuso su X una dichiarazione in cui afferma che gli Stati Uniti stanno con il popolo spagnolo e con tutti gli europei di fronte a una flagrante violazione della loro sovranità e dei loro diritti umani, e che l’incidente è il risultato diretto degli sforzi deliberati del governo spagnolo per consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa verso l’Europa. Poco dopo, da Camp David, Trump ha definito quanto accaduto un’invasione, ha dichiarato che la Spagna non sa come reagire e ha avvertito gli elettori americani che una situazione peggiore attende gli Stati Uniti se i democratici vinceranno le elezioni di novembre.

Nel comunicato del Dipartimento di Stato manca una parola: Marocco. La violazione della sovranità spagnola viene denunciata senza nominare lo Stato dal cui territorio è partita, e l’unico responsabile indicato è il governo aggredito. Non è una svista. Il Marocco è alleato strategico di Washington, firmatario degli Accordi di Abramo, aderente al Board of Peace, destinatario del riconoscimento americano sul Sahara Occidentale riaffermato dal presidente quarantotto ore dopo i fatti.

La stessa reticenza attraversa la lettera dei ventidue, che di Rabat parla soltanto in termini di efficacia della cooperazione. Fra il documento americano e quello europeo esiste dunque una convergenza precisa: entrambi individuano il responsabile nel governo spagnolo, entrambi evitano di chiamare in causa il Paese terzo che quella frontiera controlla.

La coerenza dell’operazione emerge quando si mettono in fila le due funzioni. Verso l’esterno, il Marocco è un pilastro dell’architettura regionale costruita attorno alla normalizzazione con Israele e alla gestione del dopoguerra di Gaza. Verso l’interno europeo, la pressione migratoria che quel pilastro può attivare o disattivare a piacimento diventa uno strumento di disciplina nei confronti dei governi che sul piano internazionale si sono mossi fuori linea. La Spagna è fra questi: è il Paese europeo che ha assunto le posizioni più esposte sul riconoscimento della Palestina e sulla condanna dell’operato israeliano a Gaza, ed è il governo che ha rifiutato di adeguarsi alle richieste atlantiche sull’incremento della spesa militare.

Non serve immaginare un complotto per riconoscere una convergenza di interessi. Serve soltanto notare che il beneficio politico dell’accaduto è interamente concentrato da una parte sola, e che il costo umano è interamente concentrato dall’altra.

11. Ciò che resta sulla spiaggia

Mentre a Bruxelles si organizzava una videoconferenza, a Ceuta si contavano i corpi. Il governo spagnolo ha chiesto alle autorità marittime di installare al largo del molo del Tarajal una barriera pneumatica di cinquecento metri, alta fra i trenta e i settanta centimetri sopra la superficie e immersa fino a un metro di profondità, integrata da una linea di boe ancorate fornita dalla Marina militare, con un canale intermedio per la vigilanza della Guardia Civil.

Vale la pena rileggere questa notizia alla luce della sentenza del Tribunal Supremo. Il giudice aveva escluso il rigetto immediato in mare perché il mare non è un elemento di contenimento, aggiungendo che nulla impedirebbe di applicarlo se tali elementi venissero installati. La barriera galleggiante non serve soltanto a fermare i nuotatori: serve a ricostruire la condizione materiale che riapre la scorciatoia giuridica chiusa dai giudici. È l’ingegneria al servizio dell’aggiramento di una garanzia processuale, ed è un metodo che l’Europa ha già sperimentato in ogni tratto delle sue frontiere esterne.

Nel frattempo restano a Ceuta circa settemila minori non accompagnati, che la legge spagnola pone sotto la tutela della città autonoma e che nessuna barriera potrà rimandare indietro. Restano le famiglie dei quasi cento annegati degli ultimi sette mesi. Resta la constatazione, sgradevole per tutti, che decine di migliaia di persone hanno rischiato la vita sulla base di una notizia falsa, e che la disperazione capace di produrre una simile credulità è essa stessa il prodotto di un ordine economico che qualcuno amministra e da cui qualcuno trae profitto.

12. La frontiera come laboratorio politico

Ciò che è accaduto a Ceuta e nelle cancellerie europee nelle quarantotto ore successive consegna quattro lezioni che sopravvivranno alla cronaca.

La prima riguarda la natura della frontiera. Non è più soltanto una linea da sorvegliare: è una leva. Uno Stato terzo che controlla un varco può aprirlo e chiuderlo per ottenere concessioni diplomatiche, e lo fa usando corpi umani come vettori di pressione. Il Marocco lo ha fatto nel 2021 con l’avallo tacito di chi allora taceva, e il modello è stato replicato altrove. Finché l’Europa continuerà a esternalizzare il controllo delle proprie frontiere a Paesi terzi in cambio di denaro e impunità, continuerà a consegnare a quei Paesi un potere di ricatto che poi non saprà contenere. Chi oggi chiede di valutare l’efficacia della cooperazione con Rabat non sta correggendo quel meccanismo: sta chiedendo di oliarlo meglio.

La seconda riguarda il funzionamento dell’Unione. Di fronte a un atto ostile diretto contro uno Stato membro, ventidue governi hanno risposto non difendendo l’aggredito ma sottoponendone a esame le politiche interne. Chiudere le frontiere con la Spagna anziché esercitare pressione su Rabat significa capovolgere i ruoli di aggressore e vittima e trasformare una minaccia esterna in una frattura interna. È l’esatto contrario del principio di leale cooperazione che l’articolo 4 del Trattato sull’Unione europea impone agli Stati membri. Un’Unione che si comporta così non ha bisogno di nemici esterni per disgregarsi.

La terza riguarda il metodo. La lettera dei ventidue ammette che il fenomeno da contrastare non si è verificato e sulla base di quella ammissione chiede strumenti eccezionali; richiama una dichiarazione, quella di Chisinau, che le organizzazioni per i diritti umani considerano un attacco alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo; e individua come unico problema nominato una politica di regolarizzazione nata da settecentomila firme di cittadini. È la sequenza attraverso cui una democrazia sovranazionale smette di reagire ai fatti e comincia a reagire alle narrazioni, sostituendo la prova con il rischio e il diritto con la discrezionalità amministrativa.

La quarta riguarda l’Italia. Il governo Meloni non si è limitato a reagire a una crisi da cui l’Italia non era toccata: ne ha assunto la guida politica in Europa, promuovendo con la Danimarca un documento sottoscritto da ventidue capi di governo, dopo avere adottato una misura che i suoi stessi comunicati ammettono di voler calibrare sui flussi turistici, contro un Paese che sui rimpatri fa meglio di noi di quasi il trenta per cento e che riceve meno della metà degli ingressi irregolari che riceviamo noi. Non è stata una risposta a un problema di sicurezza. È stata un’operazione di egemonia condotta con gli strumenti della politica estera, e ha funzionato: nel giro di ventiquattro ore la premier italiana è passata da imputata per una sospensione unilaterale contestata da Bruxelles a promotrice di una posizione europea maggioritaria.

Il costo di queste operazioni non è astratto. Lo pagano le persone annegate al largo del Tarajal, i settemila minori rimasti in una città di sei chilometri quadrati, i lavoratori migranti che in Spagna hanno ottenuto un permesso e che in Italia continuano a essere spinti nella clandestinità amministrativa perché la loro invisibilità è politicamente redditizia. Lo pagano anche i cittadini europei, ai quali si racconta che la sicurezza consista nel chiudere una frontiera interna mentre quella esterna viene appaltata a un regime che la usa come arma.

L’articolo 10 della Costituzione italiana stabilisce che la condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità con le norme e i trattati internazionali, e che lo straniero al quale sia impedito nel suo Paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica. Non è una norma decorativa: è un vincolo. Ogni volta che un governo la aggira per via amministrativa, o la sospende in nome di un’emergenza che i suoi stessi documenti smentiscono, non colpisce soltanto i migranti. Erode la distinzione fra Stato di diritto e potere discrezionale, che è l’unica cosa che separa una democrazia costituzionale da qualcosa d’altro.

Il varco di El Tarajal è stato richiuso in quarantotto ore. La frattura che ha aperto dentro l’Unione europea, e dentro il modo in cui l’Europa concepisce se stessa, resterà aperta molto più a lungo.

Mario Sommella

Fonti

  • Presidenza del Consiglio dei ministri, «Italia e Danimarca promuovono lettera a vertici Ue, firmano 22 leader», 1 agosto 2026. governo.it
  • ANSA, «Italia e Danimarca promuovono lettera alla Ue su Ceuta, firmano in 22», 1 agosto 2026. ansa.it
  • Sky TG24, «Ceuta, Sánchez: Stop a Schengen dettato da ignoranza o interessi politici», 1 agosto 2026. tg24.sky.it
  • Il Sole 24 Ore, «Migranti: Italia e Danimarca promuovono lettera a vertici Ue, firmano 22 leader», 1 agosto 2026. ilsole24ore.com
  • Tgcom24, «Ceuta, Von der Leyen convoca videoconferenza straordinaria dopo la lettera promossa dall’Italia», 1 agosto 2026. tgcom24.mediaset.it
  • Il Messaggero, «Ceuta, Sanchez: Stop a Schengen per ignoranza o interessi politici. L’Italia e altri 21 Paesi scrivono a Bruxelles», 1 agosto 2026. ilmessaggero.it
  • Il manifesto, «Consiglio d’Europa, meno diritti e apertura ai return hub», 16 maggio 2026. ilmanifesto.it
  • SIDIBlog, Società italiana di Diritto internazionale e di Diritto dell’Unione europea, «Il nuovo che non avanza. Prime impressioni sulla Dichiarazione di Chișinău», 22 giugno 2026. sidiblog.org
  • ANSA, «Almeno 57 morti a Ceuta, l’onda dei migranti torna indietro», 31 luglio 2026. ansa.it
  • ANSA, «L’Italia sospende Schengen con la Spagna. Meloni: Tutelata la sicurezza nazionale», 31 luglio 2026. ansa.it
  • ANSAmed, «Sanchez a Ceuta: è un attacco alla sovranità territoriale della Spagna», 31 luglio 2026. ansa.it
  • Il Fatto Quotidiano, «Ceuta, 84 morti in mare e 48.000 rientrati. Scontro politico in Ue», 1 agosto 2026. ilfattoquotidiano.it
  • Il Fatto Quotidiano, «Sui migranti il fallimento di Meloni: meno rimpatri e il doppio di irregolari di Sánchez in Spagna», 1 agosto 2026. ilfattoquotidiano.it
  • Adnkronos, «Ceuta, Sanchez e il tweet polemico: Questi sono i dati sui migranti», 31 luglio 2026. adnkronos.com
  • Sky TG24, «Emergenza migranti a Ceuta: le reazioni della politica internazionale», 31 luglio 2026. tg24.sky.it
  • Euronews, «Ceuta travolta dall’ondata migratoria: decine di morti, esercito schierato e scontro tra Spagna e Italia», 31 luglio 2026. it.euronews.com
  • Quotidiano Nazionale, «L’Italia sospende Schengen: chiuse le frontiere con la Spagna», 31 luglio 2026. quotidiano.net
  • Quotidiano Nazionale, «Migranti a Ceuta: vertice urgente Ue dopo lettere di 22 Paesi e l’ira di Sanchez», 1 agosto 2026. quotidiano.net
  • Open, «L’Italia sospende l’accordo di Schengen con la Spagna. Meloni: Fatto per tutelare la sicurezza nazionale», 31 luglio 2026. open.online
  • El Independiente, «Las claves de la sentencia del Supremo sobre las devoluciones en caliente en Ceuta», 30 luglio 2026. elindependiente.com
  • Asociación Unificada de Guardias Civiles, «El Supremo cierra la puerta a las devoluciones en caliente en el mar» (ricorso per cassazione 3795/2025), 10 luglio 2026. augc.org
  • Deia, «El Supremo determinó que no se puede devolver en caliente a quienes entren a nado en Ceuta y Melilla», 30 luglio 2026. deia.eus
  • Gobierno de España, Ministerio de Inclusión, Seguridad Social y Migraciones, «El Gobierno aprueba la regularización administrativa extraordinaria de personas migrantes que ya residen en España», 14 aprile 2026. inclusion.gob.es
  • La Moncloa, «Proceso de regularización migratoria extraordinaria: plazos y requisitos» (Real Decreto 316/2026, de 14 de abril), 21 aprile 2026. lamoncloa.gob.es
  • La Moncloa, «Tramitación de regularización extraordinaria 2026. Preguntas y respuestas», 2026. lamoncloa.gob.es
  • CEAR, «Regularización extraordinaria de personas migrantes: toda la información», aprile 2026. cear.es
  • Virgilio Notizie, «Italia sospende l’accordo di Schengen con la Spagna dopo la crisi di Ceuta» (con la risposta della Commissione europea del 2022 sull’applicazione dell’acquis di Schengen a Ceuta e Melilla), 31 luglio 2026. virgilio.it
  • Leggo, «Ceuta, l’Italia sospende l’accordo di Schengen con la Spagna: chiuse le frontiere marittime e aeree», 31 luglio 2026. leggo.it
  • Il Messaggero, «Crisi a Ceuta, le vere ragioni: Algeri, il nodo Sahara Occidentale e la mano invisibile di Trump», 31 luglio 2026. ilmessaggero.it
  • Globalist, «Assalto a Ceuta, 49 mila migranti entrano dal Marocco in poche ore: una anomalia che solleva dubbi», 31 luglio 2026. globalist.it
  • El Liberal, «EE.UU. acusa a Sánchez de promover la inmigración ilegal tras la crisis de Ceuta», 31 luglio 2026. elliberal.cat
  • Primera Hora, «Choque internacional: Estados Unidos acusa a España de facilitar la inmigración ilegal masiva», 31 luglio 2026. primerahora.com
  • Agenparl, «Trump ribadisce il sostegno al Marocco: gli USA confermano il riconoscimento della sovranità sul Sahara Occidentale», 1 agosto 2026. agenparl.eu
  • Focus America, «Il Marocco intitola a Trump un’autostrada di 1.055 chilometri nel Sahara occidentale», 29 luglio 2026. focusamerica.it
  • Nigrizia, «Sahara Occidentale: l’ONU cambia rotta e appoggia il Marocco», 3 novembre 2025. nigrizia.it
  • Nigrizia, «Abramo & affari. Marocco, Israele, difesa e Sahara Occidentale», luglio-agosto 2026. nigrizia.it
  • L’Indro, «Il Marocco nel Board Of Peace: una scommessa strategica?», 28 febbraio 2026. lindro.eu
  • ANSA, «Picierno: su Ceuta l’Italia sbaglia, risposta non sono frontiere tra Paesi Ue», 31 luglio 2026. ansa.it
  • Diario Red, «El Español lamenta la sentencia del Supremo que impide hacer devoluciones en caliente de personas migrantes que entren en España nadando», 18 luglio 2026. diario-red.com

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